A proposito di guerre e di diritto internazionale

lotta greco romana

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Lunedì sera il TG Uno ha ricordato che nell’antica Grecia durante le Olimpiadi venivano sospese tutte le guerre (tra greci). 

Verissimo, ma le Olimpiadi nell’antica Grecia non erano, come sono per noi oggi, semplici manifestazioni sportive, bensì manifestazioni religiose durante le quali l’oicumene ellenica ritrovava la sua unità nella celebrazione dei morti antichi eroi, tutelari della stirpe. 

Non si concepiva l’ateismo, e la religione era valore e bene costitutivo dello stato. Se si tenesse presente questo tanti fraintendimenti di prospettive storiche e falsi giudizi dovuti a ignoranza si eviterebbero.

Nessuno però ricorda – non sia mai! – che nel Medioevo fu la Chiesa a imporre regole che limitassero i conflitti solo a certi periodi dell’anno e fuori di essi restavano assolutamente proibiti. 

Nelle quali poi non doveva venir coinvolta la popolazione e venir tutelati i poveri, le donne, gli orfani. Come pure beni e fondi che servivano di elementare sostentamento. Tali erano i mulini, le viti delle vigne, ecc.

Del resto la cavalleria medievale fu ispirata dalla Chiesa per dare ideali ai cavalieri erranti, cadetti di famiglie nobili che rimasti senza eredità vivevano di avventure e violenze. Come spesso accade, nell’assegnare l’eredità si tendeva a privilegiare possibilmente il primo figlio maschio per non disperdere il patrimonio di famiglia.     

Le guerre dei popoli e la conseguente imposizione della leva obbligatoria furono un “regalo” della rivoluzione francese e della modernità laicista, allorché si separò la politica dalla morale secondo i principi di Machiavelli nel Principe. 

All’assolutismo monarchico successe l’assolutismo dei “repubblicani” stati laici e si fecero essi stessi fonte della morale: stato etico, appunto assoluto, la legge generale scritta che prevale sulla coscienza. 

Nessuno ricorda, non si può, che il diritto internazionale venne elaborato nell’Università di Salamanca della Spagna cattolica per rispondere ai problemi morali che ponevano alla coscienza cristiana le popolazioni conosciute con le recenti scoperte geografiche.

 




Non avere paura: è per tutta la vita…

Battaglia di Stalingrado

Battaglia di Stalingrado

di Giorgio Canu
… Una scintilla capace di accendersi su uno dei campi di battaglia più strazianti del novecento: Stalingrado, la città dove comunismo e nazismo si incontrano e specchiandosi trovano la loro inaspettata, stupefacente e tragica somiglianza. 

È nella battaglia di Stalingrado che Grossman scoprì il volto ultimo della propria libertà e lo intravide, nascosto, in tutti i gesti degli uomini: 

l’assoluta irriducibilità del singolo uomo  a qualsiasi forma di potere

Qui siamo nel bel mezzo della battaglia. I Sovietici sono assediati dall’esercito tedesco. Le trincee sul Volga sono a ferro e fuoco e i pochi soldati sovietici rimasti difendono strenuamente i loro capisaldi, ultimo ostacolo di fronte alle truppe nemiche che stanno per conquistare la città. 
 
Katja Vengrova, una marconista, viene mandata in quella trincea, una trincea di soli uomini che da mesi non vedono una donna, e che, fin da subito, discutono su chi ha maggiori possibilità di portarsela a letto.
Poi una granata le distrugge la radio, e senza radio una marconista non serve, ma il comandante la tiene ancora in trincea… suscitando illazioni sulle sue intenzioni. 

Intanto Katja fa conoscenza con il giovane mortaista Sergiej Saposnikov.
 

Mentre non si sa se si uscirà vivi da quella trincea e da quella notte, e mentre il male sembra vincere su tutto… 

«Lei invece gli accarezzava i capelli sporchi e ispidi come fosse un bambino; sapeva che quanto stava per accadere era inevitabile.

Lui l’abbracciò, ma le sue dita erano di colpo fredde, e un brivido freddo attraversò anche il suo petto.
Lei era sdraiata sul cappotto, lui le sfiorava il tessuto rozzo e polveroso della camicia e della gonna, poi gli stivali di finta pelle. La sua mano sentiva il calore del suo corpo.
Katja cercò di mettersi seduta, ma lui riprese a baciarla.

…..”Perché non mi guardi?”.
“Non voglio…..”.

Non avere paura, è per tutta la vita

se mai ne avremo una.”

Si addormentarono sul cappotto, abbracciati.
Il capocasa si avvicinò e li guardò dormire. La testa del mortaista Saposnikov era poggiata sulla spalla della marconista, il suo braccio le cingeva la schiena, quasi temesse di perderla.

All’alba li svegliò un grido:
“Saposnikov, Vengrova, vi vuole il capocasa, veloci però, gambe al culo”.

Nella penombra fumosa e fredda Grekov aveva un’espressione implacabile e austera.
I due ragazzi stavano in piedi di fronte a lui, imbarazzati, e si tenevano per mano senza neppure rendersene conto.

“Saposnikov”, disse, “tu ora raggiungerai lo stato maggiore del reggimento, ti trasferisco lì”.

Sergej sentì un fremito nelle dita di Katja, e le strinse. Il silenzio invase il cielo nuvoloso e la terra, quasi tutto aspettasse con il fiato sospeso. Tutto intorno era meraviglioso, caldo.

“Mi caccia dal paradiso, pensò Sergiej, ci separa come due schiavi”, e fissò il comandante con occhi pieni di odio, e insieme di supplica.
Grekov lanciò uno sguardo al viso della ragazza, e a Sergiej quello sguardo parve ripugnante, tanto era spietato e impudente.

“È tutto” disse Grekov.
“La marconista viene con te, intanto qui non ha niente da fare senza un trasmettitore. L’accompagnerai tu al comando. Là troverete da soli la vostra strada”.

E d’un tratto Sergiej si accorse che a guardarlo erano due occhi bellissimi, affettuosi, intelligenti e tristi come mai ne aveva visti in vita sua».

«Nella lotta contro il male non è l’uomo a essere impotente: per quanto poderoso, il male non può nulla nella sua guerra contro l’uomo. La bontà è debole, fragile, [ma] è invincibile. (…) se anche in momenti come questi, persino sul ciglio di una fossa sanguinante o sulla soglia di una camera a gas, l’uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere».

Vasilij Grossman, Vita e destino.
Biblioteca Adelphi – pag. 396-397
«Sono vite tutte massacrate e pestate, eppure o era giusto che si suicidassero, o era giusto che vivessero: era giusto che vivessero, perché vivendo accettavano, senza saperlo, la strada che conduceva al loro destino. 
È ragionevole vivere! ».  
(L. Giussani,”Sì può vivere così?”  Bur, 1994, pag 85).
fonte: giorgiocanupoesie



80 anni fa lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale

Oggi cade l’ottantesimo anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale. In quel venerdì del 1 settembre 1939, la Germania sganciò le prime bombe sulla città di Wielun, causando distruzione e dolorose e ingenti perdite di vite umane. Le bombe caddero persino sull’ospedale della città. Lo stesso giorno, i cannoni delle navi nemiche attaccaronoanche Westerplatte.

Riportiamo un articolo del giornalista Filip Mazurczak che ci parla della Polonia e di ciò che subì.

La traduzione è a cura di Gian Spagnoletti.

 

Seconda Guerra Mondiale, lo sbarco in Normandia

Seconda Guerra Mondiale, lo sbarco in Normandia

 

Domenica (oggi, ndr) cade l’ottantesimo anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Il 1° settembre 1939 la Polonia fu invasa dalla Germania nazista e, sedici giorni dopo, dall’Unione Sovietica. La Francia e la Gran Bretagna dichiararono guerra alla Germania, ma non diedero alcun reale aiuto al loro alleato polacco. Mentre alcuni polacchi collaborarono con i nazisti – il collaborazionismo esistette in ogni territorio occupato – quella della Polonia in tempo di guerra è in maniera schiacciante una eredità di eroica resistenza e sanguinoso martirio. Un obiettivo chiave dell’attuale governo conservatore polacco, al potere dal 2015, è stato di informare il mondo di questa eredità. Anche se questo ha portato ad alcune condotte storiche avventate in anni recenti, l’obiettivo stesso è cruciale: le altre nazioni devono sapere del ruolo dei polacchi nella resistenza al nazismo.

Secondo Hitler, la Polonia doveva essere il Lebensraum, o “spazio vitale” per la “razza padrona” teutonica. Gli ebrei del Paese dovevano essere eliminati completamente, mentre la maggioranza slava sarebbe dovuta essere uccisa o ridotta in schiavitù. Tra il settembre 1939 e il maggio 1945, la Polonia perse un sesto della sua popolazione, più di ogni altra nazione europea. Tre milioni di queste vittime polacche erano ebrei, ma altri due/tre milioni erano non-ebrei. Centinaia di migliaia di polacchi non ebrei furono deportati in campi di concentramento come Auschwitz, Sachsenhausen e Dachau. 1,5 milioni divennero lavoratori forzati in Germania; e le fucilazioni arbitrarie per la strada erano abituali. Nell’arco di 4 giorni nel mese di agosto 1944, le SS uccisero 50 mila abitanti di Wola, quartiere di Varsavia, in uno dei più grossi massacri della Seconda guerra mondiale.

I tedeschi uccidevano i membri dell’élite polacca o li deportavano nei campi per rendere più difficoltosa la resistenza, e tuttavia subirono più reazioni negative che in qualsiasi altro territorio occupato. La Resistenza polacca pubblicava scritti antinazisti e antisovietici, effettuava sabotaggi e addirittura assassinava alti ufficiali di occupazione – come Franz Kutschera, il capo delle SS e della Polizia a Varsavia. Per sessantatré giorni, nel 1944, la Resistenza polacca cercò di liberare Varsavia (incoraggiata dall’Armata Rossa, che non diede assistenza). Come ritorsione per l’Insurrezione di Varsavia, Hitler ordinò che la “Parigi dell’Est” fosse distrutta, e i tedeschi uccisero 200 mila suoi abitanti. Dopo l’eroica ma sfortunata campagna del settembre 1939 (nella quale, contrariamente a quanto si crede, i lanceri polacchi NON caricarono i carri tedeschi), le Forze Armate polacche fuggirono in Francia, dove formarono la quarta più grande armata alleata.

Nonostante il loro eroismo, dopo la guerra i polacchi furono traditi da un ingenuo FDR (Franklin Delano Roosevelt, NdT) e da un riluttante Churchill, che consegnarono la Polonia orientale a Stalin e gli affidarono la supervisione di elezioni “libere e senza restrizioni” nel Paese. Per evitare di offendere i sovietici, i britannici bandirono i piloti polacchi che avevano aiutato a salvare l’Inghilterra nel 1940 dalla partecipazione alla parata della vittoria del 1946 a Londra.  Mentre questi fatti sono noti a qualunque polacco, sono meno familiari per gli abitanti dell’Europa occidentale. Per quasi mezzo secolo, i dominatori sovietici della Polonia hanno controllato la narrazione dei fatti e dipinto i polacchi come fascisti collaborazionisti. Inoltre hanno cancellato le celebrazioni della Resistenza polacca della Seconda guerra mondiale. Witold Pilecki, un polacco che era entrato volontariamente ad Auschwitz durante la guerra per raccogliervi materiale di intelligence e organizzarvi la resistenza, fu condannato a morte da un giudice stalinista. In conseguenza dell’occultamento dei fatti operata dai sovietici, l’Occidente è ancora largamente all’oscuro del ruolo della Polonia nella resistenza a Hitler. Per esempio, i polacchi furono scioccati quando il Presidente Obama parlò del “campo di concentramento polacco” che i polacchi non contribuirono affatto a costruire o a dirigere; ironicamente, usò questa frase storicamente inesatta nel conferire la “Presidential Medal of Freedom” a Jan Karski, un combattente della Resistenza che informò l’Occidente dell’Olocausto (e tuttavia fu ignorato). Sin dal 2015, il governo conservatore della Polonia ha attuato diverse norme mirate a far conoscere meglio l’eroismo dei polacchi nella Seconda guerra mondiale.

Alcune di queste norme sono inadatte. L’anno scorso, il parlamento polacco ha fatto passare una legge che avrebbe punito chi accusasse lo “Stato o la nazione polacca” di complicità nei crimini del Terzo Reich. Ma a volte gli errori sono il risultato di ignoranza e non di malafede – come nel caso del Presidente Obama. L’errore innocente dovrebbe essere punito col carcere? La legge causò una grossa crisi diplomatica con Israele e gli Stati Uniti e fu poi privata dei suoi provvedimenti penali. Non c’è dubbio che lo Stato polacco non abbia avuto alcun ruolo nelle atrocità naziste. Al contrario, il governo polacco in esilio a Londra informò la Gran Bretagna e l’America di quello che le SS stavano facendo in fabbriche della morte come Auschwitz e Treblinka e si appellò per punizioni militari contro i tedeschi, un fatto documentato nell’opera dello studioso ebreo Walter Laqueur The Terrible Secret. Nel suo studio sulla Polonia sotto occupazione tedesca, lo studioso dell’Olocausto Martin Winstone scrive:

“…Quindi si può ragionevolmente dire che solo una minoranza [di polacchi non ebrei] abbia attivamente aiutato gli ebrei, così come una minoranza li ha attivamente perseguitati. Come in ogni altro Paese, la risposta della stragrande maggioranza della società è stata di indifferenza con varie gradazioni di simpatia, ambivalenza, o avversione. Senza dubbio è vero che una grossa inibizione a un maggior aiuto sia stata la paura. L’ordine di fucilazione di [Hans] Frank dell’ottobre 1941 aveva reso i soccorritori potenzialmente passibili di pena di morte.“

L’onestà intellettuale richiede che ricordiamo sia Żegota, il ramo della Resistenza polacca che ha aiutato migliaia di ebrei a sopravvivere all’occupazione, ed eventi meno edificanti come il pogrom di Jedwabne – in cui dei polacchi, istigati dai tedeschi, uccisero centinaia di ebrei. Ma quanti polacchi devono essere complici di tale violenza affinché sia complice anche la nazione? Un tale dibattito dovrebbe essere risolto nelle aule scolastiche, non in quelle di tribunale.

Mentre questa legge era profondamente difettosa, le reazioni ostili di numerosi politici israeliani mostrano che la storia della Polonia nella Seconda guerra mondiale dovrebbe essere meglio conosciuta a livelo internazionale. All’inizio di quest’anno, l’allora Ministro degli Esteri Israel Katz ha dichiarato che “ogni polacco succhiava l’antisemitismo col latte materno”. Si è rifiutato di chiedere scusa per l’offesa, una mossa poco diplomatica per un responsabile della diplomazia del proprio Paese. Una tale prepotenza da parte di politici israeliani dovrebbe essere affrontata non attraverso misure penali ma attraverso l’educazione e la diplomazia culturale.

Altrettanto benintenzionata ma mal guidata è la spinta del governo polacco per le riparazioni di guerra da parte della Germania. Tali riparazioni avrebbero avuto senso negli anni 50, quando la Polonia, distrutta dalla guerra, era estremamente povera e Varsavia era ridotta a un cumulo di macerie. Hanno meno senso oggi, quando gli standard di vita polacchi stanno rapidamente raggiungendo quelli dell’Europa orientale e gran parte dei polacchi che aveva vissuto le atrocità della guerra è scomparsa. Negli ultimi decenni, la Corea del Sud e l’Irlanda hanno raggiunto lo stesso livello di prosperità dei rispettivi oppressori storici, Giappone e Gran Bretagna, senza alcuna elemosina. La Polonia si prepara a fare lo stesso senza riparazioni tedesche nel futuro prossimo. D’altra parte, però, Varsavia dovrebbe combattere il revisionismo storico in Germania. Nel 2013, sette milioni di telespettatori tedeschi hanno guardato la miniserie TV-spazzatura Generation War, che mostrava tedeschi nella Polonia occupata che salvavano ebrei dalla Resistenza polacca, dipinta come interamente antisemita. Il successo di questo programma mostra che, come Israele, la Germania ha bisogno di più educazione sul destino bellico della Polonia. Tuttavia, ci sono alcuni incoraggianti segni di cambiamento: di recente, i deputati del Bundestag [Parlamento tedesco NdT] appartenenti a tutti i partiti, eccetto AFD (Alternativ Fur Deutschland) hanno firmato un appello per costruire un monumento e un centro d’informazione nel cuore di Berlino per commemorare le vittime polacche del nazismo. Il governo della Polonia dovrebbe supportare tali onorevoli iniziative come la proposta del Bundestag. Sebbene la legislazione del governo polacco relativa al passato bellico della nazione sia spesso mal guidata, l’obiettivo di informare il mondo dell’eredità di guerra polacca è nobile.

Filip Mazurczak è un traduttore e giornalista i cui lavori sono apparsi nel   National Catholic RegisterCrisis MagazineEuropean Conservative, e nel  Tygodnik Powszechny.

 

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“Perché c’è del bene nel mondo, signor Frodo, e vale la pena lottare per esso”.

“Arriva il giorno in cui (gli Hobbit sono) chiamati fuori dalle loro case e in una grande guerra tra il bene e il male per l’anima del mondo intero – una guerra in cui giocano un ruolo decisivo, proprio perché sono piccoli e apparentemente insignificanti“. Questo, tra l’altro, ha detto l’arcivescovo di Philadelphia, mons. Charles J. Chaput, agli studenti mercoledì scorso.

Di seguito un articolo dello staff del Catholic News Agency, nella mia traduzione.

Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia, Pennsylvania, USA.

Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia, Pennsylvania, USA.

 

C’è una scena nel mezzo de Il Signore degli Anelli, una trilogia di fantasia scritta dallo scrittore cattolico J.R.R. Tolkien, dove la ricerca della distruzione di un anello malvagio e onnipotente sembra essere assolutamente senza speranza. Le tenebre e il pericolo hanno circondato e perseguitato Frodo, il piccolo hobbit al quale alla fine è stata data la missione di distruggere l’anello, sin da quando ha messo piede fuori dalla Contea, la casa idilliaca e sicura che ha lasciato per questa ricerca.

Questa è stata la scena che l’Arcivescovo Charles Chaput (di Philadelphia, Pennsylvania, USA, ndr) ha preparato per gli studenti dell’Università di Maria a Bismarck, nel Dakota del Nord, mentre parlava loro delle loro vocazioni e dello scopo della loro vita mercoledì sera.

In un momento di disperazione, ha notato Chaput, Frodo si rivolge al suo amico più fedele, Samwise Gamgee, un hobbit che si è rifiutato di lasciare Frodo, e gli chiede se valga la pena di continuare questa missione apparentemente impossibile.

Sam dice di sì: “Perché c’è del bene nel mondo, signor Frodo, e vale la pena lottare per esso”.

I territori del Dakota (stati degli USA, ndr), ha notato Chaput nel suo discorso, sono molto simili all’idilliaca Contea da cui provengono quegli hobbit: sicuri, per molti versi idilliaci, e quasi mai al centro dell’attenzione.

“Ho servito come vescovo in tre diverse diocesi, e ognuna di esse è stata una grande benedizione di amici ed esperienze. Le ho amate tutte”. Ma il mio primo amore è stato la diocesi di Rapid City, South Dakota”, ha detto Chaput.

“C’è una bellezza e una saggezza nel Dakota che non si trova da nessun’altra parte. Penso anche che il diavolo tenda a concentrarsi su luoghi come New York e Washington e a vedere luoghi come Bismarck come meno importanti – che è il suo errore. Significa che qui si possono fare molte cose molto buone, proprio sotto il suo naso”, ha detto.

Ma così come gli Hobbit non sono rimasti nella Contea, ha notato Chaput, così anche i cristiani sono chiamati ad uscire dalle loro case e dai luoghi di formazione per coinvolgere il mondo e diffondere il Vangelo.

Arriva il giorno in cui (gli Hobbit sono) chiamati fuori dalle loro case e in una grande guerra tra il bene e il male per l’anima del mondo intero – una guerra in cui giocano un ruolo decisivo, proprio perché sono piccoli e apparentemente insignificanti, ha detto.

Ma il mondo esterno ha un disperato bisogno di rifacimento, ha notato Chaput, anche all’interno della Chiesa cattolica.

La recente raffica di scandali di abusi sessuali nella Chiesa può far sembrare questi tempi molto bui, ha detto.

“Un sacco di persone molto buone sono arrabbiate con le loro guide nella Chiesa per lo scandalo degli abusi, e giustamente. Non voglio diminuire questa rabbia perché ne abbiamo bisogno; ha radici sane e giuste”, ha detto.

Ma la giusta risposta a questa giusta rabbia non è un risentimento velenoso, ma piuttosto una risposta di umiltà e di amore che purifica l’individuo e la Chiesa, ha detto, proprio come Santa Caterina da Siena, che con la sua santità e perseveranza ha convinto il Papa a tornare a Roma.

“Dio chiama tutti noi non solo a rinnovare la faccia della terra con il suo Spirito, ma a rinnovare il cuore della Chiesa con la nostra vita; a farla giovane e bella ancora e ancora e ancora, perché risplenda del suo amore per il mondo. Questo è il nostro compito. Questa è la nostra vocazione. Questa è la vocazione – una chiamata di Dio con il nostro nome sopra di essa”.

C’è anche molta oscurità nel mondo che viene dall’esterno della Chiesa, ha notato Chaput.

“La vita americana oggi è turbata da tre grandi domande: Che cos’è l’amore? Che cos’è la verità? E chi è Gesù Cristo”, ha detto. “Il mondo secolare ha risposte a ciascuna di queste grandi domande. E sono false”.

Il mondo definisce l’amore solo con le emozioni e la compatibilità sessuale, mentre definisce la verità come qualcosa che può essere osservato solo attraverso dati oggettivi e misurabili, ha detto. Il mondo dice anche che Gesù Cristo è stato un uomo buono in una lunga fila di buoni maestri, ma alla fine è solo una bella credenza superstiziosa piuttosto che una persona reale che è il Figlio di Dio e Salvatore del mondo.

“La cosa chiave di tutte queste risposte secolari è questa: Non solo sono false, ma anche pericolose. Riducono il nostro spirito umano ai nostri appetiti. Abbassano l’immaginazione umana e la ricerca di senso a ciò che possiamo consumare. E poiché il cuore umano ha fame di un significato che la cultura secolare non può dare, noi anestetizziamo quella fame con il rumore e le droghe e il sesso e le distrazioni. Ma la fame ritorna sempre“, ha detto.

Il mondo secolare offre risposte facili, ha osservato, ma non offre risposte soddisfacenti ad alcune delle domande più profondamente umane che si potrebbero porsi: “Perché sono qui, cosa significa la mia vita, perché le persone che amo invecchiano e muoiono, e le rivedrò mai più? Il mondo secolare non ha risposte soddisfacenti a nessuna di queste domande. E non vuole nemmeno che ci poniamo tali domande a causa della sua cecità autoimposta; non può tollerare un ordine superiore a se stesso – per farlo lo obbligherebbe a comportarsi in modi che non vuole comportarsi. E così odia, come fece Caino, coloro che cercano di vivere diversamente”.

La risposta a tutte queste domande, ha detto Chaput, non è una qualche teoria o equazione, ma la persona di Gesù Cristo.

“Egli è l’unica guida affidabile per il nostro viaggio attraverso il mondo. I cristiani lo seguono come gli Apostoli, perché in lui e nel suo esempio, Dio parla direttamente a noi e ci conduce sulla via di casa al suo regno. In altre parole, Gesù non è solo l’incarnazione di Dio, ma anche l’incarnazione di chi siamo destinati ad essere”.

E il messaggio di Gesù è che ogni vita è “irripetibile e preziosa e ha un senso e uno scopo che Dio intende solo per voi. Solo per voi”, ha detto.

Per molte persone, questo significherà vivere la vocazione del matrimonio, e testimoniare Cristo tra la famiglia, gli amici e i luoghi di lavoro, “e tu lascerai la tua impronta nel mondo con una testimonianza quotidiana della vita cristiana”, ha detto.

“Il matrimonio e la famiglia sono cose profondamente buone”, ha aggiunto, e i laici sono chiamati non solo ad essere “aiutanti” del clero più santo, ma a condividere una pari responsabilità nel promuovere la missione della Chiesa.

“Ricordate come considerate il vostro futuro”, ha detto.

Dio chiama alcuni anche ad essere testimoni radicali della santità nel sacerdozio o nella vita religiosa consacrata, ha detto.

“I religiosi sono una testimonianza vivente di conversione radicale e di amore radicale; una prova costante che le Beatitudini sono più che semplici ideali belli, ma piuttosto la via verso un nuovo e migliore tipo di vita”, ha detto.

“E i sacerdoti hanno il privilegio di tenere nelle loro mani il Dio della creazione. Senza sacerdoti, non c’è eucaristia. Senza l’Eucaristia, non c’è Chiesa. E senza la Chiesa come comunità viva e organizzata, non c’è presenza di Gesù Cristo nel mondo”.

Le chiavi per trovare la propria vocazione e il proprio scopo nella vita sono il silenzio e la preghiera, che lasciano spazio alla voce di Dio, ha detto.

“Fare in modo che ci sia il tempo per il silenzio e la preghiera dovrebbe essere la pratica quaresimale principale per tutti noi – ma soprattutto per chi cerca la volontà di Dio per la propria vita”.

Così, piuttosto che lamentarsi del fatto che i tempi sono cattivi, Chaput ha esortato gli studenti a ricordare che stanno vivendo in questo momento per una ragione, e possono con la loro santità e testimonianza della loro vita rimodellare i tempi.

“Come vescovo, sant’Agostino visse in un momento in cui il mondo intero sembrava crollare, e la Chiesa stessa stava lottando con amare divisioni teologiche. Ma ogni volta che la sua gente si lamentava dell’oscurità dei tempi, ricordava loro che i tempi sono fatti dalle scelte e dalle azioni delle persone che li abitano”, ha detto.

“In altre parole, noi facciamo i tempi. Siamo i soggetti della storia, non solo i suoi oggetti. E se non lavoriamo consapevolmente per migliorare i tempi con la luce di Gesù Cristo, allora i tempi ci renderanno peggiori con le loro tenebre”.

“C’è del bene nel mondo, e vale la pena lottare per esso”, ha ribadito Chaput, ricordando ancora una volta il Signore degli Anelli. “Questa è una descrizione piuttosto buona della vocazione che Dio chiede a ciascuno di noi”.

 

Fonte: Catholic News Agency