I giovani, le discoteche e i “falsari della speranza”

discoteca

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Con la nuova ordinanza di chiusura delle discoteche, alcune reazioni mi hanno sconcertata. Non quelle dei giovani, ma quelle degli adulti. Ora, non voglio entrare nel merito delle decisioni politiche e meno che mai di quelle scientifiche; ma su quelle educative mi permetto di fare una breve riflessione.

Ho visto, letto e sentito cose “che voi umani..” – verrebbe da dire, parafrasando la celebre frase del film Blade Runner. Ebbene, ho visto genitori inviperiti perché ai loro figlioli veniva intaccato il “diritto di divertirsi”. Ho letto commenti sui social in cui quasi gli si chiedeva scusa per la privazione momentanea dello sballo unito a musica con alcol e dubbi comportamenti morali, che in una parola usiamo chiamare “discoteca”. Ho sentito adulti in imbarazzo nel richiamare i ragazzi a un senso di responsabilità e a pronunciare un sacrosanto “no” che nella nostra epoca del “vietato vietare” sembra un delitto, come qualsiasi forma di regola o di educazione al dominio di sé; ho ascoltato giornalisti e “influencer” sostenere con finta commozione che togliere questi “piaceri” ai ragazzi equivale a togliere loro addirittura la voglia di vivere.

La posta in gioco è alta, quest’estate più che mai. Da parte degli educatori è importante che emerga un richiamo ad uscire dall’entusiasmo narcisista del momento per accorgersi che al mondo ci sono altre persone, oltre al gigantesco “io” servito pedissequamente; è necessario un invito a limare quella libertà assecondata ciecamente che conduce a comportamenti pericolosi per sé e per gli altri con la responsabilità; urge uno stimolo a dare ragionevolmente priorità al bene sul bieco impulso del momento.

Che riferimento possiamo essere per i ragazzi se invece di affiancarli e indicare loro la via giusta da seguire, anche quando questa comporta dei sacrifici, diamo loro un “ciuccio” pur di non sentirli “piangere”, acconsentendo a scelte imprudenti, come viaggi o intrattenimenti inadeguati al periodo, rifilando una pacca sulla spalla color arcobaleno col solito “andrà tutto bene” (qui)?

Se ci comportiamo così, altro non siamo che dei «falsari della speranza» (J.RATZINGER, Guardare Cristo), incapaci di farci scudo per loro verso i «piaceri ripresi dalle frontiere della follia» (M.SCHOOYANS, La dissociazione dell’amore e della sessualità. Fonti filosofiche di una sfida per i giovani). È per questo – e non certo perché per un po’ di tempo dovranno rinunciare ad alcuni divertimenti – che i giovani sperimentano una perdita del sapore della vita, uno scoraggiamento, una tristezza e una disperazione che, purtroppo, ne conduce più di uno al suicidio.

Essi hanno bisogno di essere formati alla verità, a scanso del nichilismo di cui è permeato il razionalismo moderno; verità prima di tutto sulla persona, che è stata creata «con un cuore e una coscienza che devono essere formate perché questa rassomiglianza brilli» (BENEDETTO XVI, Lettera Enciclica “Deus caritas est).

È ora di rendersi conto che i giovani soffrono per mancanza di “protezione” di fronte alle tendenze a cui non hanno imparato a dare ordine con la ragione e la volontà e che hanno reso muta la voce della loro coscienza. Il punto di arrivo è il vuoto morale che il giovane sperimenta dentro di sé e che manifesta attraverso atti contrari al vero bene della persona, come i comportamenti a rischio.

Educazione morale significa dare degli strumenti perché il soggetto agisca bene, cioè, virtuosamente. Ma il centro non è il precetto o l’obbligo, ma il bene che attrae il soggetto. L’educazione morale del bambino, ragazzo e poi adolescente, deve partire non dai principi, ma dal controllare, dirigere e soprattutto motivare in modo adeguato le sue azioni. Questo approccio educativo –  oggi considerato rigido, esigente o autoritario – è fondamentale in quanto il bambino, sebbene non sia in grado di avere un pieno dominio su di sé, incomincia fin da piccolissimo ad avere le esperienze che sono alla base della conoscenza originaria del bene e del male morale.

Ad esempio, sperimenta dalle conseguenze dei suoi atti cosa è conveniente e cosa no. Quindi, educare il bambino a gestire in modo armonico (né sregolato né repressivo) le sue passioni è imprescindibile per l’educazione morale, è il recupero di quell’armonia precedente il peccato originale.

«È proprio a prezzo del dominio [sugli impulsi] che l’uomo raggiunge quella spontaneità più profonda e matura, con cui il suo “cuore”, padroneggiando gli istinti, riscopre la bellezza spirituale (..), in quanto questa scoperta si consolida nella coscienza come convinzione e nella volontà come orientamento sia delle possibili scelte che dei semplici desideri», scriveva Giovanni Paolo II in “Uomo e donna lo creò”.

Così – e non attraverso il soddisfacimento indiscriminato dei desideri – si sperimenta una felicità come aspirazione al bene della propria vita e al ben-essere della persona, che certamente muove l’individuo anche all’ottenimento di beni particolari che a poco a poco rendono buona la vita.

E il bene non può che essere vero – bonum et verum convertuntur – pena la sua distorsione. Non basta aspirare al bene, occorre desiderarlo e volerlo in modo intelligente; il che esige ponderazione e discernimento e impone rettifiche, bilanciamenti, moderazioni, rinunce.

Questa è la via per ovviare all’esito edonistico o meramente edonico della felicità, che la pone sotto il principio del piacere (hedonè) e del suo godimento, falsificandola come felicità.  La proposta allora è questa: eudemonia e non edonismo. Si tratta, cioè, di stabilire relazioni ordinate o proporzionate con i beni in modo da compierli in modo integralmente gratificante; il che realizza la perfetta corrispondenza tra eudaimonia e eupraxia: essere felici ed agire bene.

Una felicità nell’ordine della gioia, non esclusivamente del piacere è quella da proporre ai giovani, mostrando il bene in tutta la sua bellezza e amabilità.

Non si tratta allora di puntare ai frutti, cioè a normare e rettificare le azioni, ma propriamente all’albero, a partire dalle radici cioè a rendere buono il soggetto agente.

La stessa educazione morale non deve tanto piegare la libera volontà in un senso piuttosto che in un altro, quanto invece evocare un interesse, suscitare una capacità, sviluppare una competenza di ordine conoscitivo, volitivo e affettivo. Deve ricreare, innanzitutto, un clima affettivo basato sulla fiducia verso gli educatori, che favorisce il soggetto nella scelta di seguire il cammino tracciato da essi. L’intervento educativo deve, poi, divenire esplicito insegnamento morale: una parenesi saggia può focalizzare l’attenzione del soggetto verso gli scopi virtuosi, farne percepire la desiderabilità. Cosa che si affianca anche a regole chiare da applicare di circostanza in circostanza richiamando continuamente l’attenzione sul bene nel caso concreto.

L’individuo, in questa circolarità virtuosa di crescita spirituale e integrale di sè, si irrobustisce moralmente e al contempo sperimenta una felicità che è gioia interiore e pace con se stesso e con gli altri. E in questo percorso non può che approdare all’incontro con Dio; perché, in fondo, è Gesù che i giovani cercano quando sognano la felicità (GIOVANNI PAOLO II, Tor Vergata, 19 agosto 2000).

 




Il post Concilio ed il ’68, c’è correlazione?

 

Manifestazioni del 1968

Manifestazioni del 1968

 

di Giuliano Di Renzo

 

E’ così. Il post Concilio doveva essere un aggiornamento ed è stato una rivoluzione. 

Per  il laicismo illuministico e marxista la realtà è la rivoluzione, è la lotta continua. Esso non è solo politico e sociale, ma anche e prima religioso, così come l’idealismo, lo storicismo e tutto il resto. 

L’anima infatti è religiosa nelle sue aspirazioni, nel senso che essa è volta al trascendimento di sé stessa ove trova sé medesima pienamente realizzata nella perfetta comunione con l’Essere assoluto, che tutto e tutti trascende e tutti quindi salva. 

L’anima è nel mondo ed insieme fuori del mondo e resta sempre in se stessa. 

È nell’interiorità di essa la Verità, il Logos divino di cui l’uomo nel suo essere persona è immagine. Logos-Verità che dà perciò consistenza di verità a tutte le verità. 

La rivoluzione invece scardina violentemente l’anima dal suo asse e l’appiattisce lasciandola senza sfondo e profondità. 

La rivoluzione è atea e antireligiosa nel suo stesso costituirsi. Essa ha assunto i concetti cristiani di conversione, redenzione, recupero, restaurazione di un volto perduto diluendoli in una dimensione puramente terreste e materialistica priva della speranza.

Paradossalmente l’ateismo, al modo della filosofia moderna, deriva dal cristianesimo di fronte al quale si pone in dialettica opposizione speculare, ha bisogno del cristianesimo per darsi una definizione e teoricamente non può immaginarsi né esistere senza di esso. 

È così suo malgrado come sua diretta negazione l’ateismo è prova della verità del cristianesimo. 

Nel post Concilio tutto veniva rimesso in discussione. Non per nulla dopo venne il ’68 e molti di quel moto erano giovani cattolici di sinistra. 

In Italia iniziò con Mario Capanna, di Foligno,  dall’Università Cattolica di Milano e molto attiva fu anche la facoltà di sociologia dell’Università di Trento. Tra i fomentatori ci furono Renato Curcio e Margherita Cagol, caduta in uno scontro a fuoco con la polizia. Allora la polizia era corpo militare.

Certi collegamenti non vanno trascurati e passato e presente si illuminano a vicenda. 

La politica è religione e viceversa, perché la religione, ossia la ricerca dell’amore, la devozione, l’impellente desiderio dell’infinito, il bisogno di felicità come pienezza dell’essere, del proprio essere persona è il centro delle aspirazioni del cuore umano, che è “immagine” dell’Infinito vivente, Dio

Non ci sia un malinteso. La politica è religione non in quanto politica nel senso banale del termine ma in quanto viene espressa da bisogno “religioso” del cuore.

Cioè l’uomo cerca sempre la felicità. In questo senso l’uomo è religioso e tutto ciò che fa e pensa, anche se in superficie è profano, risponde a un richiamo del cuore. 

Pure l’atea filosofia di Hegel ha uno sfondo teologico, la dialettica dello spirito è la teologia cristiana laicizzata.

Si sa che la felicità non esiste sulla terra, ma l’uomo la desidera e se non la desiderasse non sarebbe persona umana, perché è “immagine” di Dio, un abisso di desiderio che chiama l’Abisso. “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”, scrive molto bene Sant’Agostino nelle Confessioni. Noi siamo ricerca di Dio e la nostra vita nel tempo è viaggio verso di Lui e insieme attesa di Lui.

La contestazione propriamente sorse in Francia, a Parigi, con Cohn-Bendit. Ma nella Francia di de Gaulle finì presto rispetto a noi e non provocò i lutti e i danni spirituali e morali incommensurabili che abbiamo dovuto soffrire e piangere in italia. 

In Francia de Gaulle era riuscito a far cambiare la Costituzione e la Francia non soffriva più dell’instabilità dei governi a differenza dell’Italia, che, con la sua “Costituzione più bella del mondo”, frutto di troppi compromessi, era allora ed è rimasta difficilmente governabile stante il persistente facinoroso ricatto ideologico su governi, politici e sindacati della demagogia marxistica. 

Sono semi che continuano a produrre amarezze alla società ancora oggi.

L’Italia scivolò allora nei terribili anni di piombo, uno dei tanti frutti avvelenati della demagogia del PCI e dei suoi fiancheggiatori cattocomunisti.

La “Costituzione più bella del mondo” non permise, né permette ora all’Italia di aver governi saldi e duraturi e da quei fatti di piazze e di strade è venuto il garantismo eccessivo per i facinorosi e l’indebolimento e disarmo morale delle nostre forze dell’ordine. 

I quali sono ben vivi e attivi ancora oggi nel completare la distruzione dell’Italia e del cattolicesimo.  

Per cui la contestazione si allargò e rifluì nei furiosi anni di piombo. Da lì ci sono venute leggi incerte ed eccessivamente garantiste per i facinorosi e l’indebolimento e il disarmo morale delle nostre forze dell’ordine, la perdita dell’amore e dell’onore di patria. 

Quelli furono i frutti avvelenati della ideologia e della demagogia. 

Essi sono ben vivi e attivi ancora oggi nel completare forsennatamente la distruzione dell’Italia e del cattolicesimo. 

Sono le teste del sempre identico furioso drago rosso che si rinnovano, moltiplicano e dissolvono e risorgono in partiti e movimenti di colori e sigle diverse. Per questo inganno paiono sempre nuove e moderne mai antiche.

Le maschere sono così accattivanti, subdole e diverse da irretire nella sua colossale Menzogna non pochi rappresentanti del clero, anche oggi. Una certa mentalità laicistico-marxistica ha sottilmente contaminato ormai un po’ tutti.

 

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Pornografia: un fenomeno sottovalutato

 

Pornografia

 

di Gilberto Gobbi

 

Non è inusuale che, in qualunque momento del giorno e della notte e in ogni luogo, vi siano adulti, maschi e femmine, adolescenti e anche bambinetti, intensamente assorti sul piccolo schermo dello smartphone o del computer. In questo stesso momento, milioni di persone sono davanti ad uno schermo profondamente occupati non nella ricerca di notizie e aggiornamenti culturali, ma coinvolti in scene pornografiche di varie provenienze. Secondo le statistiche, il sesso sembra essere al primo posto nelle ricerche su Google, in cui vi sono più di 4 milioni di siti sul sesso, che sono in costante aumento. Sempre secondo i dati, l’85% degli uomini e il 41% delle donne hanno ammesso di aver visitato almeno una volta un sito di natura pornografica. In più, un uomo su cinque e una donna su otto hanno confermato di aver visitato un sito porno durante il lavoro. Ancora, secondo YouPorn, uno dei siti più visitati, in testa alla classifica mondiale di frequentazione, vi sarebbero due città italiane: Milano e Roma. Secondo lo stesso sito, YouPorn, gli italiani lo avrebbero visitato 400 milioni di volte in un anno. Un altro dato impressionante: sembrerebbe che il 90% dei ragazzi dagli 8 ai 16 anni abbiano visto almeno un video porno su PC o smartphone.

Dare una definizione di pornografia, afferma Antonio Morra, uno dei maggiori conoscitori del problema “è piuttosto complicato dal momento che si presenta sotto varie forme. Basti pensare ai cartelloni pubblicitari, alle vetrine dei centri commerciali, alle riviste che si trovano alla cassa delle drogherie, agli spot televisivi, ai film. Persino la musica e la letteratura sono invase da contenuti pornografici”. Pornografia è una parola moderna, coniata agli inizi del XIX secolo, che deriva dal greco (porne = prostituta e graphè = scritto, documento; cioè, scrivere, disegnare prostitute). In sintesi, è la raffigurazione esplicita di soggetti erotici e sessuali effettuata in forme diverse, che ha come obiettivo l’eccitazione genitale. E’ importante sottolineare e chiarire che l’obiettivo è appunto l’eccitazione sessuale, divenendo così la concretizzazione delle fantasie erotiche, che si realizzano attraverso immagini, disegni, scritti, oggetti e altre produzioni. La pornografia va distinta dal concetto di arte, proprio per il suo fine principale, che è quello di indurre allo stato di eccitazione sessuale.

 

Internet è il mezzo più usato per la distribuzione e la fruizione del materiale pornografico, in quanto è disponibile ovunque e per chiunque, 24 ore su 24. Basta avere un PC o uno smartphone e il materiale è utilizzabile, sotto due aspetti: a) la condivisione con altri sia con un file di propria produzione e sia con immagini personali e b) l’uso di video pornografici, a pagamento o gratis. Questa possibilità interattiva ha facilitato relazioni porno tra agenti, l’esplosione della condivisione del genere amatoriale con quella di foto e video porno, come pure la diffusione di canali di distribuzione pornografica. Nessuno può ritenersi indenne alla pornografia, perché gli strumenti sono a portata di dito, per cui una persona può qualche volta incappare, senza volerlo, in siti pornografici, che sono bellamente in agguato. Va sottolineato che il 60% delle visite sono attraverso via mobile (smartphone).

 

Il fascino moderno della pornografia attraverso internet sembra essere caratterizzata da ciò che lo psicologo Al Cooper ha definito il Motore delle tre A, cioè, la pornografia à Accessibile, Anonima, Abbordabile.

1) Accessibile: oggi la pornografia è raggiungibile tramite computer, televisione, email e smartphone; non c’è bisogno di andare in negozio a noleggiare né in edicola ad acquistare, bastano pochi click. E’ immediatamente a disposizione e fruibile.  Anni fa, quando appunto bisognava comprare riviste o noleggiare videocassette per vedere qualche nudità o delle scene hard, poteva intervenire la vergogna dell’individuo a frenare l’accesso al materiale pornografico.

2) Anonima: ciascuno può usufruire della pornografia senza che nessuno sappia nulla. Succede per gli adulti come per i bambini e gli adolescenti. I mezzi utilizzabili mantengono l’anonimato. Non vi è più la vergogna dell’acquisto del giornalino o della cassetta all’edicola. Il materiale è disponibile, in forma anonima: basta solo premere un tasto e si entra nel mondo della pornografia.

3) Abbordabile: una gran quantità di pornografia è gratuita e vi è possibilità di scaricare materiale senza alcun costo.

4) Vi è pure una quarta caratteristica: la pornografia è Accidentale, cioè in internet, anche attraverso ricerche innocue, non mirate, destinate ad altri argomenti, ci si può trovare in siti porno. Ed è quello che può succedere agli adulti come ai bambini di undici anni e agli adolescenti che navigano su internet con altre intenzioni.

 

Questa è la sorte che tocca alla stragrande maggioranza delle persone, ma­schi e femmine, che si lasciano gradualmente av­volgere dalla “rete”? Subiscono un lento processo psicologico, che può innescare un meccanismo os­ses­sivo compulsivo, come ricerca spasmodica del piacere erotico attraverso le immagini. Perché, va ripetuto, la pornografia ha la funzione di eccitare sessualmente, portando alla masturbazione. Spes­so la situazione viene vissuta con disagio e ansia e così la ses­sualità muta di significato e finisce per dive­nire una delle maggiori fonti di infelicità. Quando una persona entra in questa circolarità, il tempo de­dicato alla pornografia tende a dilatarsi e viene vissuto e con­sumato in silenzio e solitudine. Una delle conseguenze psicologiche è che la fre­quen­tazione della pornografia allenta i freni inibitori.

 

Vi sono alcuni segnali che indicano con chiarezza che si è radicata una pos­sibile dipendenza pornografica da internet: di nor­ma, a mano a mano che passa il tempo nella frequentazione della pornografia, la persona diviene sem­pre più introversa, chiusa, mostra una certa ossessione nei con­fronti della sessualità. Per certi aspetti, il soggetto vive un blocco nello svilup­po della sua vita psicologica, soffre di un certo malessere ge­ne­rale e manifesta una crescente irritabilità. La dipendenza crescente si manifesta attraverso un costante aumento del desiderio di col­legarsi ad Internet. Nel giovane uno dei danni più gravi della pornografia è che lo induce a pensare che l’altro, uomo o donna, sia sempre dispo­nibile ai propri impulsi e desideri e voglia il piacere sessuale in qualsiasi circostanza.

 

Il circuito di ricompensa del cervello. Il cervello, che è il nostro organo sessuale principale, subisce uno degli effetti più nocivi del consumo della pornografia. Le neuroscienze ci aiutano a capire cosa accade neurologicamente quando un individuo è esposto a una serie di filmati hard. Semplificando, ecco cosa succede nel nostro cervello nel circuito di ricompensa.

Quando una persona è coinvolta in azioni che lo fanno star bene (come: mangiare, fare sesso, sperimentare una novità), si attiva il circuito di ricompensa, che viene stimolato da sostanze e comportamenti. Cioè, abuso di alcol, droga e pornografia accentuano la produzione di dopamina, un neurotrasmettitore, che dà piacevoli sensazioni, provocandone un progressivo desiderio. Per esempio, quando un soggetto consuma pornografia e sperimenta il piacere sessuale attraverso la masturbazione, il suo cervello rilascia potenti ormoni e sostanze neurochimiche. L’effetto è che il cervello, come per qualsiasi droga, comincia ad abituarsi e a chiedere (esigere) immagini sempre più esplicite e differenziate per ottenere il medesimo livello di eccitazione. E’ comprensibile che da parte del soggetto la ricerca, pertanto, continui, anzi, si intensifichi.

 

I genitori e gli educatori dovrebbero domandarsi quale sia la situazione dei ragazzi di fronte al fenomeno della pornografia. I maggiori visitatori dei siti porno su internet si trovano nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, per il 77% maschi. Per ciò che riguarda i minori, purtroppo, le statistiche parlano che già a 11 anni iniziano a guardare porno online. Così, la prima esposizione alla pornografia è tra i 9 e gli 11 anni. Una ricerca in Italia ci dice che su 2533 studenti delle scuole secondarie, già il 5% era dipendente dalla pornografia. Roberto Poli, autore della ricerca afferma che: “Gli adolescenti sono biologicamente e psicologicamente più vulnerabili alle dipendenze. Il virtuale può essere una fuga e pone una serie di problemi, crea influenze negative sul rendimento lavorativo o scolastico, una tendenza all’isolamento dal mondo reale e una difficoltà nel gestire e limitare il tempo online”. Vi è pure il rischio che non vi sia un adeguato sviluppo della maturazione psicosessuale e di un carente funzionamento sessuale come conseguenza dell’uso eccessivo della sessualità online. Un sondaggio inglese sull’effetto della pornografia tra ragazzi dai 11 ai 16 anni, ha messo in risalto che il 53% è stato esposto a contenuti pornografici sulla rete, di cui il 28% già a 11 anni per la maggior parte tra le mura domestiche. Va detto che gli adolescenti guardano molta più pornografia di quanto i loro genitori e educatori si rendano conto. Va pure detto che l’atteggiamento dei ragazzi di fronte alle scene porno è: il 73% considera i video visualizzati come scene realistiche, per cui, con il passare del tempo, adolescenti e giovani tendono a mettere in pratica quanto visto nei video. In più, a quanto sembra, i ragazzi e le ragazze che usufruiscono della pornografia durante l’infanzia e l’adolescenza, sono destinati ad essere dei consumatori attivi nell’età adulta.

 

L’impatto che può avere la pornografia sui bambini e sugli adolescenti può essere sintetizzato nei seguenti aspetti, che hanno una profonda incidenza non solo della vita sessuale del soggetto, ma in particolare sulla concezione della vita e sul modo di affrontarla:

  • viene facilitata una precoce attività sessuale, non corrispondente all’età psicologica;
  • vi possono essere delle reazioni negative e traumatiche alla vista del porno, che lasciano delle tracce profondamente negative per la futura vita sessuale del soggetto;
  • può esser attivata la convinzione che il migliore appagamento sessuale sia raggiungibile senza un legame affettivo verso il partner (cioè: il sesso per il sesso, attraverso la masturbazione);
  • favorire la convinzione che sposarsi o avere una famiglia offra delle prospettive poco allettanti;
  • dalla pornografia la donna, in particolare, viene presentata come corpo, con il suo sex appeal: quindi si avrà il corpo femminile come un oggetto da usare. Che cos’è un uomo e che cosa è una donna, per la pornografia? L’uomo è uno che sfrutta i corpi femminili, e la donna un corpo da sfruttare. Dalle ricerche in materia, sembra che gli uomini e le donne, esposti ai filmati pornografici, abbiano un minor appagamento durante la loro attività sessuale perché hanno la tendenza a paragonare il proprio partner con l’esecutore dei filmati; e, pertanto, tendano ad essere maggiormente attratti dall’idea del sesso occasionale e dall’adulterio; non solo, ma banalizzerebbero i crimini sessuali, compreso lo stupro. Gli stessi soggetti propenderebbero a stereotipare le donne, che sono solo desiderose di sesso e anche tenderebbero a usufruire di pornografia sempre più estrema ed esplicita.

Come si vede, l’esposizione alla pornografia ha effetti profondi sulla concezione della sessualità umana, caratterizzata dalla ricerca del piacere, sino ad arrivare alla dipendenza.

 

A livello generale, una corposa letteratura scientifica conferma che la continua fruizione della pornografia ha come effetto negativo un possibile alto rischio di sviluppare compulsioni sessuali e, quindi, la dipendenza dalla pornografia. Sintetizzando, le conseguenze più frequenti a cui nel tempo possono andare incontro le persone (giovani e meno giovani), che usufruiscono della pornografia sono:

  • perdita di controllo sulle crescenti fantasie e comportamenti sessuali;
  • aumento della frequenza e della intensità di pensieri e comportamenti sessuali nel corso del tempo;
  • impoverimento della creatività, dell’intimità e del tempo libero;
  • presenza di irritabilità e rabbia quando si cerca di smettere con i comportamenti sessuali:
  • isolamento sociale (tempo intensamente occupato su internet);
  • disturbi dell’umore;
  • vi possono essere conseguenze negative più ampie a livello relazionale, fisico, finanziario, legale, ecc., legati ai comportamenti sessuali.

 

Si spera che nessun genitore sia soggetto nella dipendenza da pornografia, perché, volenti o nolenti, il suo comportamento inciderà sul clima psicoaffettivo che si respira in casa. In più, è compito dei genitori vigilare sull’uso indiscreto dei mass media da parte dei figli e utilizzare tutti gli accorgimenti, oltre che psicologici, anche tecnologici, affinché vi sia un impiego positivo e non negativo di questi strumenti.

 

 

Indicazioni bibliografiche

  1. Cantelmi, E. Lambiase, Sesso patologico, eccessi, dipendenza e tecnosex
  2. Cucci, Dipendenze sessuali online
  3. Lambiase, La dipendenza sessuale
  4. Mancino, Porno dipendenza
  5. Menicocci, Pornografia di massa
  6. Morra, Porno tossina
  7. Morra, Pornoloscenza



Librerie da incubo! Addio ai classici e alle agiografie. Ecco i libri che de-formano i nostri ragazzi

Materialismo e spiritualismo emotivo e relativista sono i due ingredienti principali della nuova letteratura per ragazzi. Una proposta editoriale che dimentica sempre di più i classici per imporre modelli ideologici e affrettare un l’ingresso dei più giovani nell’età adulta, ne parla Miguel Sanmartin Fenollera in un articolo tradotto  in italiano da Miguel Cuartero Samperi.

Il Signore degli Anelli (screenshot dal film)

Il Signore degli Anelli (screenshot dal film)

 

Miguel Sanmartin Fenollera vive a Madrid e si presenta così: «Sono cattolico, sposato e padre di due figlie, giurista di formazione, scrittore per vocazione». Dal 2013 cura un blog dedicato alle letture giovanili intitolato «De libros, padre e hijos» (“Su libri, genitori e figli”). Il blog si propone di accompagnare i genitori in quella che considera una straordinaria avventura: l’educazione dei figli. I suoi articoli pretendono «accompagnare i genitori nella avventura di dare ai propri figli, attraverso i libri, le basi di una educazione estetica e morale che li accompagni sempre come una solida colonna  sulla quale appoggiarsi per tutta la vita». «Da sempre, i figli hanno avuto bisogno dei genitori e anche oggi è così. A nessuno sfugge il fatto che la paternità è una missione piena di difficoltà, che richiede combattimento, sacrificio, perseveranza e coraggio. Non è roba per persone deboli o pusillanimi. Ma è anzitutto una avventura appassionante e piena di grandezza».

La sorella di Miguel, la giornalista Natalia Sanmartin Fenollera (1970), ha raggiunto il successo nel 2013 col suo romanzo di esordio intitolato “El despertar de la señorita Primm” che ha scalato le vette delle classifiche spagnole. Il libro è stato tradotto in cinque lingue. In Italia “Il risveglio della signorina Primm” è stato pubblicato nel 2014 dalla Mondadori.

Traduciamo un articolo di Miguel Sanmartin Fonollera, pubblicato il 18 giugno 2019 sul blog “De libros, padres e hijos”, in cui riflette sull’offerta letteraria che oggi viene proposta ai nostri ragazzi.

 

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Oggi non consiglierò nessun libro. Farò tutto il contrario, ossia sconsigliarne la lettura di alcuni (forse un bel po’). Quando aprii questo blog non mi proposi di parlare di quei libri che penso che non debbano venir letti. Consideravo che fosse sufficiente parlare di quegli altri libri che vale la pena leggere. Tuttavia, ho cambiato idea vista la dimensione raggiunta dalle letture che non considero raccomandabili, praticamente la maggior parte dell’offerta editoriale.

Anticipo che non mi riferirò alla qualità artistica o estetica dei libri, ma ai loro contenuti. Vorrei anche chiarire che non mi soffermerò a parlare di libri illustrati per bambini, visto che molte volte già il loro titolo e le loro poche pagine permettono di scoprire facilmente qual è la tematica e la prospettiva.

Il problema posto da questa nuova letteratura giovanile si fonda su due tematiche e ha come sfondo le radici stesse di una modernità schizofrenica, che da una parte proclama il materialismo come unica fonte di spiegazione della realtà e dall’altra si rifugia in uno spiritualismo emotivo e relativista che nega la materialità dalla quale pretendeva partire. Questi due temi sono, da un lato, la morale sessuale e tutti i suoi derivati (le grandi questioni personali come la famiglia, il matrimonio, l’educazione dei figli e che tocca infine l’idea stessa di uomo), e dall’altro il senso della vita, il senso religioso e le risposte alle grandi domande: chi è l’uomo? Che senso ha l’esistenza? Cosa possiamo aspettarci da essa? Che atteggiamento dobbiamo avere di fronte ad essa?

Se ci rechiamo in qualsiasi libreria di qualsivoglia città troveremo ovunque la stessa offerta editoriale, con una serie di libri dei quali probabilmente nessuno è neanche implicitamente cristiano e dove si evidenzia la quasi totale assenza di classici.

Se continuiamo ad osservare, ci renderemo conto che la maggior parte dei titoli sono indirizzati alle ragazze (di gran lunga le più grandi lettrici) e affrontano tematiche apparentemente romantiche. Tuttavia se si comincia a sfogliare i libri ci si troverà con un concetto di sesso materialista e disumanizzato, privo di senso naturale e soprannaturale e con una odiosa insistenza nel promuoverne un uso disinibito e promiscuo al di fuori dell’ambito matrimoniale. Questa tendenza ebbe inizio con Judy Blume e il suo Forever del 1975 [recentemente ristampato in Italia da Rizzoli, ndr.] e si può osservare oggi in molti romanzi giovanili destinati agli adolescenti, come la serie After (2014) di Anna Todd [serie di grande successo anche in Italia, pubblicata dalla Pickwick, ndr], Gossip girl (2002-2009) di Cecily von Ziegesar, alcuni libri di Blue Jeans o i libri de John Green.

In altri scaffali troveremo opere che affrontano problemi scolastici o di relazioni familiari di situazioni “speciali”: presunti abusi e maltrattamenti protagonisti distrutti, disadattati, pieni di insicurezze, paure o qualche forma di anomalia e – ovviamente – con differenze che è necessario accettare e integrare. Si tratta di una narrativa narcisista che sembra indirizzata principalmente a creare riflessi di una società malata anziché porre delle domande critiche su di essa.

Cito qualche esempio: su abusi, “Parole avvelenate” (2010) di Maite Carranza e “La Valla” (2000) di Ricardo Chávez Castañeda [In italiano tradotto “Il quaderno degli incubi”, ndr.]; sull’abuso di droghe “Campi di fragole” (1997) di Jordi Sierra i Fabra; sulla depressione e il suicidio “Corazón de mariposa” (2014), di Andrea Tomé e “Tredici” (2011), di Jay Asher [da cui anche una serie Nexflit, ndr.] e sulla violenza, la serie “Divergent” (2011) di Veronica Roth o Valkiria, “Game Over” (2016), di David Lozano Garbala.

Anche se da diversi anni sono sparite dal mercato editoriale le biografie dei grandi personaggi, le agiografie di santi o i racconti di gesta di esploratori e sportivi, il femminismo militante ha fornito un ritorno a questo tipo di letteratura con la pubblicazione di biografie di donne – siano esse meritevoli di tale tributo o meno, sia la loro vita esemplare e meritevole o meno -, in gran parte falsate o manipolate a favore della loro causa, con l’intenzione di indottrinare le menti di bambini e adolescenti. Un ottimo esempio è il piccolo best-seller “Storie della buona notte per bambine ribelli” (2017), una buona idea che si smarrisce a causa del suo carico ideologico e della sua ricerca incessante di un femminismo anche dove non ce n’è. Nelle sue pagine ci sono troppe attiviste, rivoluzionarie e antisistema come eroine da emulare, mescolate con un considerevole numero di donne veramente ammirabili.

Per ciò che riguarda la fantasia, un gran numero di libri affrontano tematiche esoteriche e di terrore, specialmente su vampiri e altre creature mostruose e demoniache con chiari tratti sessuali e materialistici (un buon esempio è rappresentato dalla fortunata saga “Twilight” di Stephenie Meyer (2005-2008), o quella di “Shadowhunters” (Cacciatori di ombre) di Cassandra Clare (2007-2019). Delle storie di fantasia tradizionali si mantengono, con grande vigore, solo Tolkien e Lewis, anche accanto a loro spuntano diversi aspiranti successori. Di loro parlerò in un prossimo articolo.

Le scusanti non si fanno di certo attendere. Coloro che difendono questa cultura adulterata, impregnata di una prematura induzione al mondo degli adulti inculcata col calzascarpe, sostengono che si tratta di libri che descrivono in qualche modo la “vita reale”. Ovviamente… come si può pensare di allontanare i ragazzi dalla “vita reale”? In effetti quella “vita reale” è in gran parte uno scuro buco di scarico. E ovviamente, chi – sano di mente – vorrebbe che i propri figli spariscano ingoiati dal buco di scarico?

Si sostiene anche che, se vogliamo preparare i nostri figli ad affrontare tutte queste questioni in modo adeguato, sarà necessario mostrargliele, e che alcuni di quei libri (di certo, non molti) cercano di introdurre una morale. Persino Rousseau, che nessuno si sognerebbe di etichettare come moralista, affermava che se facciamo attenzione a ciò che i bambini imparano dai racconti, potremmo verificare che “quando sono in condizione di applicare la lezione loro insegnata, quasi sempre lo faranno nel modo inverso all’intenzione dell’autore”. Inoltre, voi credete che esporre i ragazzi a situazioni di alta intensità emozionale e crudezza, li aiuterà in qualche modo? O forse, al contrario, li avvicinerà a condotte e abitudini che, per il momento, non avrebbero motivo di conoscere, per lo meno nel modo così dettagliato? Io opterei per la seconda posizione.

Infine, alcuni affermano (di fatto oggi sono in molti a farlo) che il presunto contenuto inadeguato di questi libri è secondario, quasi irrilevante, e che il vero problema è la mancanza di attitudine alla lettura. Ad esempio, molti sostengono che i libri per adolescenti seguono la regola di Sturgeon del 90% (lo sapete, il 90% della produzione è spazzatura di bassa o bassissima qualità); e anche se riconoscono che “molti di questi libri sono una noiosa poltiglia o uno sconfortante minestrone di parole, concentrato su falsi problemi e false soluzioni, in fantasie di seconda classe e in stanche distopie”, per loro non è un problema perché “ciò che è facile da leggere, è facile da dimenticare” (Anthony McGowan).

Parlando con tutto rispetto, non credo che sia così semplice. Per quanto cattiva sia la qualità letteraria (che di fatti è un argomento, non di poco peso, per scartarla), ci sono tematiche che una volta lette non si dimenticano, ma lasciano un segno.

La promiscuità sessuale è uno di questi argomenti, così come la violenza, gli abusi, i legami familiari spezzati o l’indottrinamento di genere, che pretendono abituare le menti dei giovani alla “normalità” di uno stile di vita nuovo e sovversivo

Dobbiamo dunque stare molto attenti e vigilare di fronte a questa marea culturale che si abbatte sui nostri figli pretende di vendere loro dei libri facendo appello al lato peggiore della loro natura: al risentimento, all’autocompassione, al narcisismo, all’ira, alla mancanza di speranza o alla delusione dimenticando di fare appello – come invece si fa in altre opere letterarie – al loro amore per qualcosa di migliore, di più grande e di eroico.

Basta dunque libri cattivi! I nostri ragazzi leggano le storie di Ulisse ed Enea, ammirino Frodo e Aragon, il re Arturo e il “Cid Campeador”, soffrano con Robinson Crusoe e con Oliver Twist, si delizino della compagnia delle sorelle March o delle sorelle Bennet, seguano con tensione le peripezie di Phileas Fogg [protagonista de Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne, ndr.]o di Jim Hawkins [protagonista del romanzo L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson, ndr.]; si intrattengano coi fratelli Bestable o i fratelli Pevensie, si divertano con le monellerie di Guillermo Brown, di Celia o Tom Sawer, seguano con attenzione i misteri di Holmes o dei ragazzi di Blyton, ammirino le vite di Edith Stein, Isabella la Cattolica o Hildegarda di Bingen, invece di Frida Khalo, Margaret Mead o Simone de Bouvoir; si facciano sorprendere da San Francesco d’Assisi, da don Giovanni d’Austria o dal Re Luigi IX di Franca, e non da Bill Gates, Charles Darwin o Sigmud Freud.

Questi libri infatti, come dice il Cervantes nel suo meraviglioso don Chisciotte, sono un luogo dove i ragazzi possono incontrare «Le astuzie di Ulisse, la pietà di Enea, la prodezza di Achille, le sventure di Ettore, i tradimenti di Sinone, l’amicizia di Eurialo, la generosità di Alessandro, il valore di Cesare, la clemenza e la sincerità di Traiano, la fedeltà di Zopiro, la saggezza di Catone e, finalmente, tutte quelle qualità che possono rendere perfetto un personaggio illustre, ora raccogliendole in uno solo, ora ripartendole fra molti. E qualora ciò sia fatto con stile dilettevole e con ingegnosa invenzione, la quale miri il più possibile al vero, indubbiamente egli comporrà una tela intessuta di varie e belle trame che, finita, mostrerà tale perfetta bellezza da conseguire lo scopo migliore che pretendiamo negli scritti, cioè istruire e insieme dilettare, come ho già detto».

In conclusione: che i ragazzi leggano ma non qualsiasi cosa, bensì libri buoni e belli. Che, come dice l’Apostolo, attingano da questi libri «tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode» (Fil 4,8) e che lascino in un angolo scuro tutta quella nuova letteratura deprimente e corrosiva che oggi viene loro offerta. Aiutateli voi stessi affinché questo avvenga e, ne sono certo, un giorno vi ringrazieranno.

 

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I giovani in piazza per l’ambiente e “il buco dell’ozono”

“Cos’è il buco dell’ozono?”. Le risposte di alcuni giovani scesi ieri in piazza per manifestare per l’ambiente.




«Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi»

Oggi si apre il Sinodo dei giovani. Se ripenso alle famose parole “giovani LGBT”, non richieste e non proposte dai giovani ai vescovi, ma da questi inserite nel testo di lavoro del Sinodo, mi vengono un senso di sconforto e di sfiducia.

Per questo sono andato a rileggere il testo del messaggio ai giovani di papa San Giovanni Paolo II del 31 marzo 1985, chiamato “Dilecti Amici”.

E qui ho letto nella splendida semplicità questa frase:

“il primo e principale augurio che la Chiesa fa a voi giovani, per mia bocca, in quest’Anno dedicato alla Gioventù è: siate «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi»”

Riprendo ampi stralci del messaggio.

 

foto: Papa San Giovanni Paolo II (da L'Osservatore Romano)

foto: Papa San Giovanni Paolo II (da L’Osservatore Romano)

 

È questo l’augurio che rivolgo a voi, giovani (…)

Se l’uomo è la fondamentale ed insieme quotidiana via della Chiesa, allora si comprende bene perché la Chiesa attribuisca una speciale importanza al periodo della giovinezza come ad una tappa-chiave della vita di ogni uomo. (…)

In voi c’è la speranza, perché voi appartenete al futuro, come il futuro appartiene a voi. La speranza, infatti, è sempre legata al futuro, è l’attesa dei «beni futuri». Come virtù cristiana, essa è unita all’attesa di quei beni eterni, che Dio ha promesso all’uomo in Gesù Cristo. E contemporaneamente questa speranza, come virtù insieme cristiana e umana, è l’attesa dei beni che l’uomo si costruirà utilizzando i talenti a lui dati dalla Provvidenza.

Questa dimensione è anche la dimensione propria della speranza cristiana e umana. E in questa dimensione il primo e principale augurio che la Chiesa fa a voi giovani, per mia bocca, in quest’Anno dedicato alla Gioventù è: siate «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi»

Cristo parla con i giovani

2. Queste parole, scritte un tempo dall’apostolo Pietro alla prima generazione cristiana, sono in rapporto con tutto il Vangelo di Gesù Cristo.

Alla domanda: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?», Gesù risponde prima con la domanda: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo». Poi continua dicendo: «Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre»

l giovane, infatti, afferma: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora – scrive l’evangelista – «Gesù, fissatolo, lo amò» e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi»

La giovinezza è una ricchezza singolare

3. Inizieremo da ciò che si trova alla fine del testo evangelico. Il giovane se ne va rattristato, «perché aveva molti beni».

Senza dubbio questa frase si riferisce ai beni materiali, dei quali quel giovane era proprietario o erede. Forse è questa una situazione propria solo di alcuni, ma non è tipica. E perciò le parole dell’evangelista suggeriscono un’altra impostazione del problema: si tratta del fatto che la giovinezza di per se stessa (indipendentemente da qualsiasi bene materiale) è una singolare ricchezza dell’uomo, di una ragazza o di un ragazzo, e il più delle volte viene vissuta dai giovani come una specifica ricchezza. Il più delle volte, ma non sempre, non di regola, perché non mancano al mondo uomini che per diversi motivi non sperimentano la giovinezza come ricchezza. Occorre parlarne separatamente.(…)

Il periodo della giovinezza, infatti, è il tempo di una scoperta particolarmente intensa dell’«io» umano e delle proprietà e capacità ad esso unite. Davanti alla vista interiore della personalità in sviluppo di un giovane o di una giovane, gradualmente e successivamente si scopre quella specifica e, in un certo senso, unica e irripetibile potenzialità di una concreta umanità, nella quale è come inscritto l’intero progetto della vita futura. La vita si delinea come la realizzazione di quel progetto: come «auto-realizzazione». (…)

Dobbiamo però chiedere: questa ricchezza, che è la giovinezza, deve forse allontanare l’uomo da Cristo? L’evangelista certamente non dice questo; l’esame del testo permette, piuttosto, di concludere diversamente. Sulla decisione di allontanarsi da Cristo hanno pesato in definitiva solo le ricchezze esteriori, ciò che quel giovane possedeva («i beni»). Non ciò che egli era! Ciò che egli era, proprio in quanto giovane uomo – cioè la ricchezza interiore che si nasconde nella giovinezza umana – l’aveva condotto a Gesù. (…)

La giovinezza di ciascuno di voi, cari amici, è una ricchezza che si manifesta proprio in questi interrogativi. L’uomo se li pone nell’arco di tutta la vita; tuttavia, nella giovinezza essi si impongono in modo particolarmente intenso, addirittura insistente. Ed è bene che sia così. Questi interrogativi provano appunto la dinamica dello sviluppo della personalità umana, che è propria della vostra età. Queste domande ve le ponete a volte in modo impaziente, e contemporaneamente voi stessi capite che la risposta ad esse non può essere frettolosa né superficiale. Essa deve avere un peso specifico e definitivo. Si tratta qui di una risposta che riguarda tutta la vita, che racchiude in sé l’insieme dell’esistenza umana.

Dio è amore

4. Cristo risponde al suo giovane interlocutore nel Vangelo. Egli dice: «Nessuno è buono, se non Dio solo». Abbiamo già sentito che cosa l’altro aveva domandato: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Come agire, affinché la mia vita abbia senso, pieno senso e valore? Noi potremmo tradurre così la sua domanda nel linguaggio della nostra epoca. In questo contesto la risposta di Cristo vuol dire: solo Dio è il fondamento ultimo di tutti i valori; solo lui dà il senso definitivo alla nostra esistenza umana. Solo Dio è buono, il che significa: in lui e solo in lui tutti i valori hanno la loro prima fonte e il loro compimento finale: egli è «l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine».

Solo in lui essi trovano la loro autenticità e la loro conferma definitiva. Senza di lui – senza il riferimento a Dio – l’intero mondo dei valori creati resta come sospeso in un vuoto assoluto. Esso perde anche la sua trasparenza, la sua espressività. Il male si presenta come bene e il bene viene squalificato. Non ci indica questo l’esperienza stessa dei nostri tempi, dovunque Dio sia stato rimosso oltre l’orizzonte delle valutazioni, degli apprezzamenti, degli atti? (…)

Ognuno di voi, infatti, è immagine e somiglianza di Dio per il fatto stesso della creazione [17]. Proprio una tale immagine e somiglianza fa sì che voi poniate quegli interrogativi che dovete porvi. Essi dimostrano fino a che punto l’uomo senza Dio non può comprendere se stesso, e non può neanche realizzarsi senza Dio. Gesù Cristo è venuto nel mondo prima di tutto per rendere ognuno di noi consapevole di questo. Senza di lui questa dimensione fondamentale della verità sull’uomo sprofonderebbe facilmente nel buio. Tuttavia, «la luce è venuta nel mondo», «ma le tenebre non l’hanno accolta»

La domanda sulla vita eterna…

5. Che cosa devo fare perché la mia vita abbia valore, abbia senso? Questo interrogativo appassionante nella bocca del giovane del Vangelo suona così: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Un uomo, che ponga la domanda in questa forma, parla in un linguaggio ancora comprensibile agli uomini d’oggi? Non siamo noi la generazione, alla quale il mondo e il progresso temporale riempiono completamente l’orizzonte dell’esistenza? Noi pensiamo prima di tutto in categorie terrene. (…)

Se tu dunque, caro fratello e cara sorella, desideri parlare con Cristo aderendo a tutta la verità della sua testimonianza, devi da un lato «amare il mondo» – poiché «Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito» [23] – e, nello stesso tempo, devi acquistare il distacco interiore nei riguardi di tutta questa ricca e appassionante realtà, qual è «il mondo». Devi deciderti a fare la domanda sulla vita eterna. Infatti, «passa la scena di questo mondo» [24], e ciascuno di noi è soggetto a tale passaggio. L’uomo nasce con la prospettiva del giorno della sua morte, nella dimensione del mondo visibile; al tempo stesso, l’uomo, per cui l’interiore ragion d’essere è di superare se stesso, porta in sé anche tutto ciò con cui supera il mondo.

…sulla morale e sulla coscienza

6. A questo interrogativo Gesù risponde: «Tu conosci i comandamenti», e subito elenca questi comandamenti, che fan parte del Decalogo. (…)

Dobbiamo presupporre che in quel dialogo che Cristo sviluppa con ciascuno di voi, o giovani, si ripeta la stessa domanda: «Conosci i comandamenti»? Essa si ripeterà infallibilmente, perché i comandamenti fanno parte dell’Alleanza tra Dio e l’umanità. I comandamenti determinano le basi essenziali del comportamento, decidono del valore morale degli atti umani, rimangono in rapporto organico con la vocazione dell’uomo alla vita eterna, con l’instaurazione del Regno di Dio negli uomini e tra gli uomini. Nella parola della Rivelazione divina è inscritto il chiaro codice della moralità, di cui rimangono punto-chiave le tavole del Decalogo del monte Sinai, ed il cui apice si trova nel Vangelo: nel Discorso della montagna e nel comandamento dell’amore.

Questo codice della moralità trova, al tempo stesso, un’altra redazione. Esso è inscritto nella coscienza morale dell’umanità sicché coloro che non conoscono i comandamenti, cioè la legge rivelata da Dio, «sono legge a se stessi»

Questo progetto (di vita) aderisce alla prospettiva della vita eterna prima di tutto attraverso la verità delle opere, sulle quali verrà costruito. (…)

Quando dunque Gesù, nel colloquio col giovane, elenca i comandamenti: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre» [36], la retta coscienza risponde con una reazione interiore alle rispettive opere dell’uomo: essa accusa o difende. Bisogna, però, che la coscienza non sia deviata; bisogna che la fondamentale formulazione dei principi della morale non ceda alla deformazione ad opera di un qualsiasi relativismo o utilitarismo.

Cari giovani amici! La risposta, che Gesù dà al suo interlocutore del Vangelo, è rivolta a ciascuno e a ciascuna di voi. Cristo vi interroga circa lo stato della vostra consapevolezza morale, e vi interroga, al tempo stesso, circa lo stato delle vostre coscienze. Questa è una domanda-chiave per l’uomo: è l’interrogativo fondamentale della vostra giovinezza, valevole per tutto il progetto di vita, che appunto deve formarsi nella giovinezza. Il suo valore è quello più strettamente unito al rapporto che ognuno di voi ha nei confronti del bene e del male morale. Il valore di questo progetto dipende in modo essenziale dall’autenticità e dalla rettitudine della vostra coscienza. Dipende anche dalla sua sensibilità.

«Gesù, fissatolo, lo amò»

(…) Quanto ardentemente auguro a ciascuno di voi che la strada della vostra vita, finora percorsa, coincida similmente con la risposta di Cristo! Auguro, anzi, che la giovinezza vi fornisca una robusta base di sani principi, che la vostra coscienza raggiunga già in questi anni della giovinezza quella trasparenza matura che nella vita permetterà a ciascuno di voi di rimanere sempre «persona di coscienza», «persona di principi», «persona che ispira fiducia», cioè che è credibile. La personalità morale, così formata, costituisce insieme il più importante contributo che voi potete portare nella vita comunitaria, nella famiglia, nella società, nell’attività professionale e anche nell’attività culturale o politica e, finalmente, nella comunità stessa della Chiesa, con la quale già siete o sarete un giorno legati. (…)

Proprio qui assumono un significato decisivo i comandamenti del Decalogo e del Vangelo, specialmente il comandamento della carità, che apre l’uomo verso Dio e verso il prossimo. La carità, infatti, è «il vincolo della perfezione» [38]. Per mezzo di essa maturano più pienamente l’uomo e la fratellanza interumana.

Perciò, la carità è più grande [39], è il primo tra tutti i comandamenti, come insegna il Cristo [40]; in esso anche tutti gli altri si racchiudono e si unificano.

Vi auguro, dunque, che le strade della vostra giovinezza si incontrino col Cristo (…).

«Gesù, fissatolo, lo amò». Vi auguro di sperimentare uno sguardo così! Vi auguro di sperimentare la verità che egli, il Cristo, vi guarda con amore! (…)

È necessario all’uomo questo sguardo amorevole: è a lui necessaria la consapevolezza di essere amato, di essere amato eternamente e scelto dall’eternità [47]. Al tempo stesso, questo eterno amore di elezione divina accompagna l’uomo durante la vita come lo sguardo d’amore di Cristo. E forse massimamente nel momento della prova, dell’umiliazione, della persecuzione, della sconfitta, allorché la nostra umanità viene quasi cancellata agli occhi degli uomini, oltraggiata e calpestata: allora la consapevolezza che il Padre ci ha da sempre amati nel suo Figlio, che il Cristo ama ognuno e sempre, diventa un fermo punto di sostegno per tutta la nostra esistenza umana. Quando tutto si pronuncia in favore del dubbio su se stessi e sul senso della propria vita, allora questo sguardo di Cristo, cioè la consapevolezza dell’amore che in lui si è dimostrato più potente di ogni male e di ogni distruzione, questa consapevolezza ci permette di sopravvivere.

Vi auguro, dunque, di sperimentare ciò che sperimentò il giovane del Vangelo: «Gesù, fissatolo, lo amò».

 

Fonte: W2.Vatican.Va

 




NOI GIOVANI ABBIAMO BISOGNO CHE CI SIA TESTIMONIATA LA VERITA’ NELLA CHIAREZZA

Riporto questi ampi stralci dell’articolo dell’arcivescovo di Philadelphia, mons. Charles J. Chaput, pubblicato sul The First Thing (qui), il 18 aprile scorso. Eccolo nella mia traduzione.

Foto: Archivescovo di Philadelphia Charles Chaput (Reuters/Tony Gentile)

Foto: Archivescovo di Philadelphia Charles Chaput (Reuters/Tony Gentile)

I vescovi ricevono un sacco di posta indesiderata da estranei, alcune delle quali piacevoli, altre molto meno. Fa parte del lavoro. Ma ogni tanto arriva una lettera che vale la pena condividere con un pubblico più ampio. (La lettera a cui si riferisce è quella ricevuta da un giovane adulto poco dopo l’incontro pre-sinodale (qui) di marzo scorso in vista del Sinodo dei giovani di ottobre 2018. L’incontro ha visto riuniti a Roma circa 300 giovani adulti provenienti da tutto il mondo per discutere delle loro opinioni sulla fede e sulla Chiesa, ndr):

Ho 26 anni, padre di tre figli piccoli, e desidero offrire la mia prospettiva, condivisa da molti dei miei coetanei, sul prossimo Sinodo di Roma [su “Giovani, fede e discernimento vocazionale”].

Sebbene la crescente attenzione della Chiesa per l’evangelizzazione dei “nessuno” sia incoraggiante, ci sono state recenti discussioni da parte di diverse figure di spicco a Roma e in tutta la dirigenza della Chiesa riguardo a un cosiddetto cambiamento di paradigma (qui) relativo alla dottrina, alla supremazia della coscienza individuale e all’accomodamento pastorale. Io e mia moglie troviamo questi sviluppi inquietanti e potenzialmente disastrosi per l’evangelizzazione dei giovani e di coloro che si sono allontanati.

Noi giovani desideriamo la verità e la chiarezza del buon insegnamento. A livello secolare, ciò è evidenziato dalla crescita rapidissima della popolarità di Jordan Peterson (uno psicologo di successo, ndr). Desideriamo la verità, non importa quanto sia netta o difficile per noi da digerire o per i pastori del nostro gregge da insegnare.

La nostra cultura è confusa nei principi fondamentali della natura umana: fin dalla più tenera età, siamo sommersi da una propaganda che distorce le verità scientifiche fondamentali sul genere, dipinge la virtù e la cavalleria come “mascolinità tossica”, denigra la famiglia e dissacra la natura del sesso e dei suoi frutti, specialmente il nascituro.

Abbiamo urgente bisogno della chiarezza e della guida autorevole della Chiesa su questioni come l’aborto, l’omosessualità, la disforia di genere, l’indissolubilità del matrimonio, i novissimi (morte giudizio, Inferno e Paradiso, ndr), e le conseguenze della contraccezione (morale, antropologica e abortiva). La mia generazione non ha mai, o raramente, sentito queste verità  insegnate in maniera attraente nelle parrocchie. Invece, sentiamo con più forza e frequenza la conferenza episcopale e le nostre diocesi parlare del bilancio federale, della politica dei confini, della neutralità della rete, del controllo delle armi e dell’ambiente.

Sempre più spesso, abbiamo notato una riconciliazione con la cultura moderna sotto l’ampio mantello della sensibilità pastorale, compresi i casi di alcuni esponenti del clero di alto profilo che deliberatamente offuscano l’insegnamento della Chiesa per quanto riguarda l’omosessualità e il transgenderismo in nome del “costruire ponti”. I dubia rimangono senza risposta. Le discussioni sulla bellezza nella liturgia e del rispettoso ricevimento dell’Eucaristia sono beffate. Ci si preoccupa per la diminuzione della partecipazione alla messa, tuttavia i giovani che guardano alla tradizione per recuperare il nostro orientamento sono considerati “rigidi“.

Questo allontanamento dalla chiarezza è demoralizzante per i giovani fedeli cattolici, in particolare per quelli che hanno a cuore la Nuova Evangelizzazione e per i miei amici che allevano bambini contro un’ondata culturale sempre più forte. I miei coetanei, convertiti o ritornati (alla fede, ndr), hanno citato specificamente insegnamenti come Humanae Vitae, Familiaris Consortio e Veritatis Splendor come fari che distinguono la Chiesa e la sua saggezza dal mondo e dalle altre fedi. Ora sentono da alcune (personalità, ndr) ai più alti livelli della Chiesa che questi insegnamenti liberatori sono ideali irrealistici, e che la “coscienza” dovrebbe essere l’arbitro della verità.

(…)

In sintesi, molti di noi sentono di essere gli eredi legittimi di migliaia di anni di ricco insegnamento, tradizione, arte, architettura e musica. Noi giovani cattolici riconosciamo sempre più che queste ricchezze saranno cruciali per evangelizzare i nostri simili e per trasmettere una Chiesa fiorente ai nostri figli. Se la Chiesa abbandona le sue tradizioni di bellezza e di verità, ci abbandona.

Offro queste osservazioni senza amarezza né insulto, ma con amore per i miei fratelli e sorelle che non hanno ricevuto la benedizione, l’amore e la formazione che Dio ha misteriosamente concesso a me e ai miei amici. Non sono solo. Anche se profondamente turbati dallo stato attuale delle cose, rimaniamo fiduciosi; e radicati in questa fiducia, stiamo crescendo famiglie numerose che erediteranno il futuro della Chiesa. Spero sinceramente che questo possa essere trasmesso con enfasi al prossimo Sinodo, e ringrazio ogni pastore e vescovo che si pone come modello per evangelizzare, predicare la verità e promuovere la bellezza e la ricchezza che la nostra fede ha da offrire.

 

(Conclude l’arcivescovo Chaput) Posso aggiungere poco a questo tipo di testimonianza. Mi limito a suggerire l’ovvio: il futuro della fede cattolica appartiene a coloro che la creano con la loro fedeltà, il loro sacrificio di sé, il loro impegno a portare nuova vita nel mondo e a crescere i loro figli nella verità, e la loro determinazione a camminare “per la stretta via” di Cristo con gioia. Che Dio conceda ai padri sinodali del 2018 la grazia e il coraggio di guidare i giovani su questa strada.




PRE-SINODO DEI GIOVANI: NON C’È BISOGNO DELLA SOCIOLOGIA, MA DI CRISTO, PAROLA VIVA

PRE-SINODO DEI GIOVANI: NON C’È BISOGNO DELLA SOCIOLOGIA, MA DI CRISTO, PAROLA VIVA

Pre-Sinodo dei giovani: sembra che un sondaggio tra i giovani o un questionario on line al quale potrà rispondere migliaia di giovani possa aiutare a capire di più il “mondo dei giovani”. Una ipotesi che probabilmente si rivelerà una pia aspirazione. Occorre invece andare direttamente al cuore dei giovani.

Foto: Karol Wojtyla con i giovani in Polonia

Foto: Karol Wojtyla con i giovani in Polonia

Da giovane universitario facevo parte della parrocchia del mio paese. Il consiglio pastorale volle fare una indagine sui giovani, per conoscere meglio quel mondo. Visto che dovevo laurearmi in Scienze Statistiche e Economiche, offrii il mio contributo. Per la parte sociologica, mi feci guidare da un sociologo salesiano, specialista nel campo giovanile,  il quale mi indicò anche alcuni libri. Coordinai le persone che parteciparono alla raccolta dei dati che, elaborati, diventarono la mia tesi di laurea. Ottimo lavoro dal punto di vista del rigore statistico-matematico. La parte sociologica, invece, benché anch’essa ben fatta dal punto di vista metodologico, col senno di poi, peccava di concetti fumosi, come è un po’ per tutta la sociologia. Essa, infatti, ragiona per grandi linee. Erano concetti in linea con con quanto avevo letto. In soldoni, stringi stringi……

È a questa mia esperienza che ho pensato quando ho letto le riflessioni conclusive scaturite “dall’incontro di più di 300 giovani rappresentanti da tutto il mondo, convenuti a Roma dal 19 al 24 marzo 2018 per l’inaugurazione della Riunione pre-sinodale dei giovani”. A loro si sono uniti altri 15.000 giovani collegati online attraverso gruppi Facebook. Il documento finale è un lavoro che “è destinato ai Padri sinodali. È volto a fornire ai vescovi una bussola che miri ad una maggiore comprensione dei giovani” in vista del sinodo che si terrà il prossimo ottobre e che avrà per titolo: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Vi sono stati anche dei sondaggi fatti con questionari on line.

Il documento finale riporta un po’ quello che dai giovani ci si potrebbe aspettare. Cose anche giuste, per carità. C’è di tutto e di più, come ad esempio: “L’avvento dell’intelligenza artificiale e di nuove tecnologie come la robotica e l’automazione pongono rischi alle opportunità d’impiego per le comunità di lavoratori”. Poi la parità uomo donna nella Chiesa. L’inquinamento e l’ambiente.

Soltanto che, in un mondo così scristianizzato, mi chiedo quanto possa essere utile un lavoro di questo tipo ai nostri pastori. Iniziare con la sociologia, non mi sembra proprio il massimo. D’altra parte, tutti i movimenti che sono fioriti nella Chiesa nel secolo scorso, da quello del Cammino Neocatecumenale di Kiko Argüello, a quello dei Focolari con Chiara Lubich, a Comunione e Liberazione di don Luigi Giussani, non sono nati da un preventivo sondaggio teso a capire dove stesse andando il mondo dei giovani. Mai nessuno ha pensato a questo. Sono stati invece generati da persone cambiate nella loro umanità dall’incontro con Cristo. Persone che, a loro volta, hanno sprigionato un’attrattiva umana incontenibile in coloro che hanno incontrato.

Di questo mi convinco ancora di più, quando, leggendo il documento finale, mi saltano agli occhi alcuni luoghi comuni che, per altro, oggi sono condivisi anche da molti pastori. Infatti, si può leggere: “Molte volte la Chiesa appare come troppo severa ed è spesso associata ad un eccessivo moralismo. A volte, nella Chiesa, è difficile superare la logica del ‘si è sempre fatto così’. Abbiamo bisogno di una Chiesa accogliente e misericordiosa, (…) amando tutti, anche quelli che non seguono quelli che crediamo essere gli ‘standard”.

Riguardo poi alle tematiche dell’ambito sessuale e della famiglia troviamo posizioni contraddittorie: “C’è spesso grande disaccordo tra i giovani, sia nella Chiesa che nel mondo, riguardo a quegli insegnamenti che oggi sono particolarmente dibattuti. Tra questi troviamo: contraccezione, aborto, omosessualità, convivenza, matrimonio e anche come viene percepito il sacerdozio nelle diverse realtà della Chiesa. (…) Di conseguenza (i giovani) vorrebbero che la Chiesa cambiasse i suoi insegnamenti o, perlomeno, che fornisca una migliore esplicazione e formazione su queste questioni.(…) Desiderano che la Chiesa non solo si tenga ben salda ai suoi insegnamenti, sebbene impopolari, ma li proclami anche con maggiore profondità”.

Non potevano mancare gli “ideali irraggiungibili”. Infatti: “Il Cristianesimo è percepito da alcuni come uno standard irraggiungibile. (…) I giovani hanno bisogno di incontrare la missione di Cristo, e non ciò che a loro può sembrare una aspettativa morale irraggiungibile”. (per approfondire leggi anche questo)

Infine la questione del giudizio. “I giovani cercano compagni di cammino” che siano disponibili a “non giudicare, bensì prendersi cura”.

Però, piuttosto che dalla sociologia, non sarebbe stato più semplice partire dall’essenziale, ad esempio da quella domanda che il giovane ricco pose a Gesù: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”.

Leggiamo nella enciclica Veritatis Splendor di San Giovanni Paolo II: “il giovane ricco rivolge a Gesù di Nazaret, una domanda essenziale e ineludibile per la vita di ogni uomo: essa riguarda, infatti, il bene morale da praticare e la vita eterna. L’interlocutore di Gesù intuisce che esiste una connessione tra il bene morale e il pieno compimento del proprio destino. (…) Egli sente l’esigenza di confrontarsi con Colui che aveva iniziato la sua predicazione con questo nuovo e decisivo annuncio: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15)”.

di Sabino Paciolla