Mistero del mattino

Dagli appunti di un’omelia di don Guissani durante la Messa per la solennità dell’Ascensione, celebrata nella chiesa di Santo Stefano a Milano ai primissimi inizi di Gioventù Studentesca. Essa è stata trascritta da un vecchio quaderno di oltre cinquant anni fa.

Ascensione di Gesù al cielo

 

 

di Luigi Giussani

 

La giornata di oggi è l’inizio del nostro destino di uomini, ciò per cui ognuno di noi, l’umanità è stata fatta. Questo destino di felicità, armonia esuberante di tutto il cosmo per il Primo di noi si è già avverato. Egli è già nella felicità che sarà di tutti con il corpo nella scadenza che Dio fisserà. Il mistero dell’Ascensione segna questo inizio. Gli Apostoli senza capirlo bene, con un’adesione fedele, rimasero pieni di gioia. Con il cuore pieno, nella lontananza, anche noi sappiamo che è gioia. È mistero, ma mistero di gioia. Questo destino, il mistero di oggi, è ciò per cui Egli compì la Sua missione, restò nel silenzio, nel nascondimento di trent’anni, in quella lunga tensione, nella lotta con gente cattiva e ignorante, nella Sua morte. In ogni momento della Sua vita era questo giorno la componente ultima, visse per questo giorno, per porre così la parola fine. Destino Suo e per ognuno di noi, per ogni nostro corpo, per ogni nostra anima, così intero sarà questo mistero di Ascensione.

Ci sconcerta, è quasi un peso, quando la nostra coscienza si lascia così facilmente andare. Ogni volta che ci alziamo la mattina dovrebbe riapparirci questo mistero. Egli ascese al cielo per porre l’inizio al compimento del Suo regno. Per tutti si avveri questo regno. Nel primo svegliarsi – peso, disagio, lavoro da riprendere – ci deve venire in mente il destino di questa fatica, che razionalizzi la sensazione iniziale con cui ci svegliamo. «Mando voi fino agli estremi confini della terra». Andandosene come fenomeno umano, ha lasciato il compito a noi (per questo gli Atti chiamano a uno a uno per nome gli Apostoli), il compito di essere Sua carne, Sua parola, Sua presenza. Esiste con certezza la proclamazione della felicità dell’uomo – «Io sarò con voi fino alla fine dei tempi» -, miracolo di resurrezione, di tempra che si crea all’improvviso. Il corpo mistico di Cristo in noi continua.

 

Fonte: CLonline

 




“UN FANTASMA NON HA CARNE E OSSA”. Seconda parte: quando non basta neppure vedere e bisogna “rendere sicura” la fede.

Gesù Apostoli e i miracoli

 

di Pierluigi Pavone

 

1.

Ho sempre criticato Socrate per la sua erronea idea di pensare l’essere umano solo come anima e l’anima solo come ragione. Il secondo errore non è meno grave del primo. Se nel primo caso si percepisce una svalutazione del corpo e della materia, nel secondo si misconosce la volontà. Infatti è solo tramite la volontà che liberamente aderiamo (oppure no) al bene che la ragione ci mostra.

Ora, il nostro Dìdimo – a cui dovremmo essere infinitamente grati, perché dal suo rifiuto impariamo molto di noi stessi e molto sulla pazienza del Signore -, non “vuole” solo avere testimonianza; non vuole neppure solo vedere. Ma vuole toccare. La conditio sine qua non è il mettere il dito nelle piaghe. Tanto che non si prostra quando Gesù entra a porte chiuse, né quando saluta i discepoli con il noto “Pace a voi”. Adora Gesù in quanto Dio, perché capisce che è risorto realmente. La prova è la carne.

Il prologo di Giovanni aveva usato questo termine – sarx (il “basar” ebraico) – che significa carne nel senso lineare e materiale. Ora Tommaso detto Dìdimo vuole la controprova della carne. Carne trafitta per carne risuscitata.

Nei Vangeli, tolte probabilmente le donne, si fa a gara a chi crede meno; si procede ad un elenco di gente che diffida dei suoi amici, quanto aveva diffidato di Gesù e da Lui era fuggita già dal giovedì santo e dopo quattro giorni era ancora rintanata tra sgomento e paura.

Ecco solo questo basterebbe a farci dire, anche a noi, “signori, non è così che si inventa!”.

2.

Al contrario, solo chi già vuole che i Vangeli tutti siano miti, allora sarà pronto a radicalizzare le disarmonie dei resoconti sulle apparizioni, per concludere con quanto si era in realtà supposto come assioma: “non c’è nulla di storico”; “le Scritture sono restituzioni emotive, spirituali, psicologiche di una massa di invasati iper-affettivi”. Solo chi già ha giudicato e condannato che Gesù di Nazareth non era – né ovviamente poteva essere – il Figlio di Dio, che poteva morire e risorgere realmente, può ipotizzare infinite quanto arbitrarie ricostruzioni filologiche. E proporre i personali…miti (questi sì non degni di considerazione alcuna!), negando persino le parole stesse e certe di Gesù su Se stesso, sull’inferno o sul diavolo (ne ho discusso anche qui).

Con ogni probabilità, dando credito ai critici illuminati e adulti, non si riuscirebbe comunque a creare la sperata armonia neppure inventando un vangelo umano, creato da supposte interpolazioni e presunte rielaborazioni. Perché? Perché si è costretti in ogni caso a partire da testi che sono stati scritti proprio in opposizione al mito, alla invenzione fantasiosa, alle suggestioni emotive. I discepoli per primi furono severissimi tanto con i tradimenti di chi doveva pur guidare la Chiesa per mandato divino, quanto con possibili  allucinazioni: dubitano di loro stessi fino alla fine; non si fidano di quello che vedono; non danno particolare credito alla testimonianza delle donne; non riconoscono Gesù pur camminandoci insieme; non credono neppure alle reciproche testimonianze (appunto, il caso di Tommaso, come degli stessi Undici verso le donne, all’alba della Domenica). Sono molto più critici dei moderni e modernisti biblisti. Sono stati persino costretti a riportare come testimonianza “non valida” per il mondo giudaico del loro tempo il fatto che Gesù si sia mostrato a delle donne e abbia loro affidato il compito di dare indicazioni ai discepoli. Chiunque avesse inventato qualcosa, avrebbe scritto di tutto. Tranne questa assurdità. A meno che l’assurdità è proprio ciò che rende ragionevolmente credibile quanto scrivono, perché storico e fattuale. Perché è accaduto davvero! Così poi gli evangelisti – con comprensibile imbarazzo – hanno dovuto trascrivere. Per questo Tertulliano – a ragione – scriveva di poter credere proprio perché assurdo!

3.

La differenza tra i discepoli e i moderni, in fondo è una sola: i discepoli si arrendono ai fatti. Ad una realtà che trascende e spesso si oppone a fantasie, attese personali, spiritualità varie, esaltazioni emotive. Al fatto della resurrezione e al fatto delle apparizioni, che riportano – ognuno degli evangelisti – con specifiche esigenze e selezione di materiale, ultra-analizzato con “metodo storico-critico”.

Oggi si usa questo metodo ermeneutico (che in se stesso ha pregi importanti e opportuni) allo stesso modo di chi, credendo nell’evoluzionismo e quindi avendo deciso che l’uomo deriva dalla scimmia, rifiutano criticamente (?) il dato storico e archeologico (oltre che logico) che smentisce le loro teorie, valutandolo come mitico perché non presenta una dimostrazione esaustiva sul fatto che l’uomo abbia ben diversa origine. Similmente i moderni critici, avendo già deciso che il resoconto evangelico non sia storico ma mitico, se non falso e mistificatore in assoluto, nella mancanza di dimostrazioni dirette e perfettamente armoniche tra i quattro Vangeli, invece di vederci esattamente l’attendibilità storica e il rifiuto dell’invenzione a tavolino, ci rintracciano solo la conferma ideologica delle personali teorie.

Di contro, troviamo una ragionevolezza storica nei Vangeli, una complementarietà tra gli scritti, a cui possiamo aggiungere anche le lettere paoline come la Prima Lettera ai Corinzi dove si riporta il dato delle apparizioni ai discepoli, con specificazioni “scomode”: senza necessità – ma per attinenza storica – Paolo aggiunge che Cristo apparve a Giacomo, il cugino di Gesù e rappresentante dell’ala più “conservatrice” circa il rispetto delle norme mosaiche, opposta quindi a quella di Paolo; oppure che alcuni dei cinquecento fratelli testimoni delle apparizioni sono ancora vivi.

4.

Oltre Socrate, sono stato sempre molto critico con Cartesio perché ha voluto ridurre la verità a certezza. L’essere reale e vero delle cose all’essere evidente per il pensiero umano.

Contro Cartesio, il fine esplicito del Vangelo di Luca  (Lc 1, 1-5) è quello di blindare la fede, renderla certa non nel senso di evidente, ma nel senso di sicura, oggettiva, solida. Diremo noi “nuda e cruda”: ricerche accurate e resoconto ordinato. Allo stesso modo, il sostituto di Giuda non è uno dalla spiccata spiritualità mistica, ma – molto più materialmente – è uno di quelli che può dare testimonianza certa dal Battesimo di Gesù all’Ascensione. Ovvero al momento in cui “si chiude” il tempo di Cristo-visibile e inizia quello della Chiesa in cui Cristo è presente, ma non in modo visibile. Come il “canone” segnò il limite tra Vangeli e non, così l’attendibilità storica fu il criterio di selezionare cosa narrare e cosa no, quale testimone era all’altezza del compito e chi no… A meno che non fosse direttamente Cristo – in modo eccezionale – a rendere prima cieco e poi far vedere la verità definita della sua stessa fede ad un  “circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge” (Fil 3,5).

Eppure il canone determinò quattro Vangeli, senza forzare lo scritto, senza creare una ideologia, senza ridurre ad una inventata unità o purissima voce di Gesù, senza addolcire la storia con miti sulla adolescenza del Signore, senza eliminare i dati meno armonici di quegli stessi resoconti. Soltanto una lettura ridicola o superficialmente ideologica vedrebbe contraddizioni nel fatto che per Giovanni gli Undici ricevono lo Spirito Santo “già” la sera di quel giorno (Gv 20, 22), invece per Luca a Pentecoste. Perché? Perché ancora una volta queste discrepanze spazio-temporali non sono affatto contraddittorie né da cogliere per sensi occulti o allegorici. Strano che proprio noi, educati nella relatività di Einstein, chiediamo spiegazione su ciò che per secoli non è mai stato un problema… Il senso di queste “curvature spazio-temporali” è infatti escatologico: tutto è compiuto. La storia ha raggiunto la sua fine e il suo fine. Cristo morto e risorto. Il cristiano infatti non indaga sul futuro, perché i tempi ultimi sono già in atto. Il tempo dello Spirito Santo è il tempo della Chiesa e il tempo del Nuovo Testamento, il tempo finale in cui lo Spirito Santo consolerà e proteggerà la Chiesa e giudicherà il Mondo per aver rifiutato il Figlio. Questo tempo va dalla glorificazione di Cristo in cielo (Resurrezione-Ascensione-Pentecoste, che Luca articola nelle fasi visibili) a quando il mondo vedrà nella gloria Colui che ha trafitto e rifiutato: trafitto e rifiutato dal venerdì santo fino al Giudizio Universale. Allo stesso modo del Sacrificio riattualizzato sull’altare come esorcismo e controffensiva cristiana.

 




“UN FANTASMA NON HA CARNE E OSSA”. Prima parte: risuscitò effettivamente dalla morte o è un miraggio esperienziale-nevrotico?

Beato Angelico - L'Apparizione a Maria

Beato Angelico – L’Apparizione a Maria

 

di Pierluigi Pavone

 

1.

A differenza di altri contesti, come ad esempio le parabole, l’unica cosa che conta – quanto al fatto della Resurrezione –, l’unica cosa che interessa è appunto… il fatto in sé. A noi interessa unicamente se Gesù di Nazareth sia risuscitato dalla morte. In che senso? Nell’unico senso possibile e fondamentale: non nel suo significato morale, allegorico, esistenziale o filosofico. A noi non interessa nulla che “la speranza vince sulla delusione”; a noi non interessa nulla che “c’è sempre un domani”; tanto meno che “in primavera rinascono i fiori”, o che “dopo la notte c’è sempre l’alba”. L’unica cosa che conta è se il Figlio di Dio, vero Dio e vero Uomo, morto nella sua umanità il venerdì santo, abbia riacquistato la vita. E lo abbia fatto per non morire più.

Se fosse vero che non sappiamo nulla della resurrezione di Cristo, ma possiamo ipotizzare mille teorie su nevrosi collettive, allucinazioni di persecutori con sensi di colpa; se fosse vero che non sappiamo se Maria di Magdala abbia realmente e fisicamente visto il Signore e che il Signore sia effettivamente apparso – non come fantasma – ai discepoli, ma possiamo accontentarci del significato spirituale e teologico della resurrezione e delle apparizioni di Cristo, allora “mangiamo e beviamo, perché domani moriremo” (1 Cor 15, 32).

2.

Prenderemo in considerazione l’interpretazione psicanalitica? Il fatto che il peccato originale sia la restituzione mitica dell’omicidio del Padre-Padrone; il fatto che il Dio degli ebrei sia il “ritorno del rimosso”, quanto allo stesso Padre-Padrone, in un tempo temuto-odiato-ammirato; il fatto che Gesù altro non sia che il liberatore anarchico da quel senso di colpa da cui si sarebbe sviluppata, nella società, la religione; il fatto che Gesù altro non sia che il superamento di ogni morale, dottrina e legge? La risposta è “sì”, se non sappiamo nulla di storico della resurrezione e delle apparizioni di Cristo, ma abbiamo la “restituzione affettiva” delle prime comunità cristiane, che “lo hanno fatto risorgere nel loro cuore”…

Prenderemo in considerazione l’interpretazione critico-illuminista o comunista? Il fatto che del Gesù vero Dio non sappiamo nulla, ma possiamo apprezzare la sua umana attenzione ai poveri? Il fatto che Gesù fu un grande iniziato di spiritualità? La risposta è di nuovo “sì”, se abbiamo un insieme di contradditori resoconti biblici e qualche suggestione emotiva.

3.

Noi vogliamo sapere se l’interpretazione degli apostoli, il loro riferirci questo fatto della resurrezione e le apparizioni di Gesù – secondo Matteo in Galilea, secondo Luca in Giudea –, sia oltre il limite della restituzione storica, oppure no. Al di là dei motivi che ragionevolmente hanno spinto un evangelista a selezionare un episodio contro la scelta diversa di un altro evangelista, seppur in maniera complementare. Leggendo gli ultimi capitoli di tutti e quattro i Vangeli ci troviamo, di primo acchito, di fronte a luoghi e particolari  differenti sul dove e quando sia apparso Gesù.

Una prima sezione è parallela e di fatto co-presente: Cristo risorge; i primi testimoni sono donne e c’è un dialogo diretto con Cristo (tranne in Luca dove parlano solo i “due uomini”), al di là del numero degli angeli presso la tomba vuota (in Matteo e Marco è al singolare); la corsa al sepolcro di Pietro e Giovanni (qui Giovanni è più attento ai dettagli, invece è taciuta da Marco e Matteo). Poi Matteo “salta” direttamente in Galilea e chiude in pochissimi versetti sulla Missione universale. Giovanni e Luca si trattengono a Gerusalemme: Èmmaus; gli Undici riuniti dove appare Gesù col saluto “Pace a voi!”, con la specificazione in Giovanni della assenza (la prima di due volte) di Tommaso detto Dìdimo.

4.

Una lettura al limite dell’imbarazzante vedrebbe contraddizione anche nel solo Matteo (senza confronti), tra il versetto 28,7 (il comandamento di andare in Galilea – per vederlo – da riferire ai discepoli) e l’apparizione dello stesso Gesù alle donne spaventate; oppure nel solo Luca (anche qui senza confronti), tra l’intera sezione che va dall’incontro con i discepoli diretti a Èmmaus, il loro ritorno a Gerusalemme dopo averLo riconosciuto, la conferma degli Undici circa la resurrezione a l’apparizione a Pietro, la successiva apparizione di Gesù tra i discepoli e l’indicazione della immediata Ascensione (similmente a Marco), con tanto di specificazione lucana del luogo di Betània. La contraddizione starebbe nel fatto che nel primo capitolo di Atti l’Ascensione è posticipata – invece – di quaranta giorni.

Perché sono letture superficiali e imbarazzanti? Perché ad esempio nel contrasto Luca/Atti, è chiaro che il primo resoconto non contraddice affatto il secondo: è evidente che ci sia una immediatezza a-temporale tra resurrezione e salita al cielo (glorificazione di Cristo), ma dall’altra parte una permanenza “visibile e temporanea” dello stesso Cristo con i suoi. Alla stessa maniera non esiste una sola prova di incompatibilità tra il resoconto di Matteo con quello di Luca e Giovanni. Per secoli neanche i polemisti pagani più accaniti hanno sollevato drastiche critiche e obiezioni.

Da quando invece si radicalizzano i differenti resoconti sulle apparizioni post-pasquali, come se ci fosse innegabile contraddizione, a prova di una invenzione mitica o psicologica?

Da quando la critica ha assunto come assioma dogmatico che i Vangeli in generale non possono che essere il frutto di alienazioni spirituali. Approfondiremo questo nella successiva parte…

 




Regina coeli

Duccio da Boninsegna – Sepolcro vuoto, riquadro sul retro della Maestà, 1308-1311, Siena, Museo dell’Opera del Duomo.

Duccio da Boninsegna – Sepolcro vuoto, riquadro sul retro della Maestà, 1308-1311, Siena, Museo dell’Opera del Duomo.

Ma quelle donne
dopo il sepolcro
vuoto
e l’Angelo…

mi hanno detto
“Laetare,
Alleluia! ”.

Quella corsa era per me,
per te.
L’inizio
di ogni
giornata.

 

(di Giorgio Canu)

 

giorgiocanupoesie




“Il furto del Paradiso”

Tiziano - Gesù e il Buon Ladrone

Tiziano – Gesù e il Buon Ladrone

 

di Gianni Silvestri

 

Il Vangelo di Luca, che Dante definisce “il cantore della misericordia di DIO”, si sofferma sulla Crocifissione di Cristo senza sconti, senza nascondere la drammaticità della sua  fine terrena (“la più crudele e spaventosa pena di morte” ricorda Cicerone;  “la più miserabile di tutte le morti” per Giuseppe Flavio).
Ed all’interno di questo terribile quadro, Luca evidenzia come Cristo fu crocifisso tra i delinquenti del tempo, umiliato sino alla fine (per Isaia: “E’ stato annoverato fra gli empi” (Is. 53,12)). In questo contesto di fallimento umano, confermato da tutti gli evangelisti, solo Luca, racconta l’episodio del cosiddetto “Buon Ladrone” che, quasi inaspettatamente, chiede ed ottiene la salvezza da Cristo sul finire della vita.
Nei secoli, tanti sono i commentatori che hanno evidenziato come Disma (o Tito secondo gli apocrifi) sia stato ladrone sino alla fine: dopo una vita trascorsa a sottrarre, anche violentemente, i beni altrui, egli ha rubato a Cristo persino la salvezza, all’ultimo minuto, sorpassando con scaltrezza tutti gli altri giusti e santi, in attesa da secoli. Si confermano anche queste sue parole: “le prostitute ed i peccatori vi passano avanti nel Regno di Dio”.
Ed in effetti, per quello che ci è dato immaginare,  Egli è stato il primo ad accedere al Paradiso, l’unico Santo ad essere canonizzato direttamente da Cristo,  per aver solo invocato il suo nome, che per l’appunto significa “il Signore Salva”.
Ed è significativo che il Credo, nella sua forma apostolica, ci dica che Cristo, dopo la sua morte, discese agli inferi per liberare non i dannati, ma le anime dei giusti, che attendevano, da tanto, la sua venuta e la redenzione eterna.
Ma tutti sembrano essere preceduti da un ladrone, quasi a confermare la missione di Cristo (…”non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori..), quasi ad avvalorare che la salvezza piena nasce dalla Croce, quando la sofferenza non è fine a se stessa, ma è salvifica quando diventa offerta di sé a DIO, alla sua volontà (“nelle Tue mani affido il mio spirito”, il mio essere, la mia intera vita).

E sull’autore del “furto del Paradiso”, Sant’Ambrogio, in un commento al passo del Vangelo di Luca, osserva: «Disma chiese a Gesù solo che si ricordasse di lui. Nella sua umiltà si credette indegno di chiedere di più. Ma Gesù sorpassò la preghiera e gli concesse molto di più della domanda, perché Nostro Signore concede sempre più di quanto gli si chiede».

Anche S. Tommaso d’Aquino, il più grande teologo cattolico,  nell’ “Adoro Te devote” ripete la stessa domanda :«peto, quod petivit latro penitens» “chiedo quel che chiese il ladrone pentito” (cioè: ricordati di me Signore).

Persino nelle arti figurative o musicali questa figura umanissima è ricordata da tanti artisti, il più noto – in ordine di tempo – Fabrizio De Andre’, che al termine della sua amara canzone “Il testamento di Tito” (raccolta “La Buona novella”), fa dire al ladrone pentito:

«..io nel vedere quest’Uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore».

Ma a ben guardare, Gesù non si fa derubare la Salvezza, (sarebbe ingiusto verso tutti gli altri), ma sa coniugare superbamente Misericordia e Giustizia e quindi è grande nel (per) donare, nell’offrire la sua salvezza, a tutti, alle “normali condizioni” (che sussistono anche in  Disma): Il pentimento e la conversione del cuore.
Infatti il ladrone prima si pente della sua vita da peccatore, poi si converte, (addirittura cercando di far ragionare l’altro ladrone), infine si affida fiducioso a Lui: “ricordati di me…”

39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40 L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». 43 Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».( Lc.23, 39.43).

Quindi, nonostante la suggestività del tema, nessun furto ha compiuto Disma in quanto, come tutti coloro che sono salvati, ha riconosciuto il proprio peccato, si è pentito, si è affidato a Cristo. Quello che cambia nel suo caso è solo la brevità del tempo in cui questo pentimento è avvenuto, tanto da far parlare “di furto”.
Ma Cristo è fuori del tempo, lo supera e cerca solo la salvezza di chi si rivolge a Lui, di chi risponde alla sua chiamata. Per questo nella parabola dei lavoratori nella sua vigna tutti ricevono la stessa retribuzione, anche coloro che sono stati assunti verso la fine della giornata; a noi sembra un comportamento esagerato, una vera ingiustizia, e comprendiamo le rimostranze dei lavoratori della prima ora…
Ma Dio supera la nostra elementare concezione della giustizia, che è sostanzialmente retributiva (ti riconosco per quello che dai, ti considero per quanto hai fatto), concezione che non tiene conto della nostra imperfetta umanità, delle varie difficoltà in cui ognuno può trovarsi, o dell’iniziale svantaggio dei poveri, degli analfabeti, degli invalidi o malati, ecc.
Purtroppo, nonostante tutti i tentativi di concezioni integrative di giustizia (cd. compensativa o riparativa), non vi è chi non veda come l’ingiustizia sia diffusa nelle nostre società nelle quali l’economia e gli interessi prevalgono sul diritto ed i suoi valori. Nelle società odierne, sulla condivisibile competizione economica tra chi riesce a produrre meglio, prevale la finanza, che è divenuta più forte dell’economia reale e permette grandi speculazioni che non creano ricchezza o beneficio alla collettività, ma sottraggono parte della ricchezza prodotta, a beneficio di chi manovra capitali ingenti.
Abbiamo creato “strutture di peccato”, società e regole finanziarie che arricchiscono, sempre di più, i titolari di capitali, la cui rendita oramai è più remunerativa della stessa produzione di beni e servizi.

Suona ancor di più, in questo tipo di società perverse, il monito delle beatitudini del  Risorto ,  “…guai a voi ricchi perché avete già avuto la vostra consolazione(Lc 6,17.20-26)  (cos’altro vi aspettate? sembra di capire).
Ma su tutto, prevale sempre la Misericordia di un Padre che attende sino all’ultimo minuto (e persino in croce), ogni  figlio disperso, sia pur ladrone, così come ogni buon genitore che non si fa condizionare dal tempo perso o dai risultati, ma soltanto dall’amore e dalla gioia di stare con ogni figlio (anzi, di solito, il buon genitore è più attento al figlio più debole…).

A questo proposito sempre S. Ambrogio osserva che, in questo caso, il vero buon ladrone è stato Cristo stesso, in quanto ha “rubato” al Nemico (ladro per eccellenza della nostra vita eterna), l’anima persa del ladrone. Addirittura la logica di Dio capovolge la nostra stessa più viva immaginazione: non solo vittima in Croce, ma addirittura “ladro”, ai danni di Satana, pur di salvarci.
Ma cosa dire di quanti restano nella più completa ignoranza o dimenticanza di questo “Dio in attesa?” (“Ecco sto alla tua porta e busso Ap.3,20).
Che ne è di quanti hanno imparato a farne a meno, credendosi autosufficienti, uomini moderni ed evoluti? (chi, come il Leopardi, ancora si accorge che: “perì l’inganno estremo ch’eterno io mi credei )?
Che ne sarà di chi si fida delle illusioni del mondo (e del suo Principe)?  Di quanti rischiano di perdersi, persino nella sofferenza o nella pandemia, non scorgendo il Cristo in Croce che li attende, sino all’ultimo respiro?  Può Dio abbandonarli, dimenticarli, dando loro minor possibilità rispetto a Disma?
In questi giorni gioiamo della Resurrezione di Cristo, ma sappiano che è tornato al Padre, lasciandoci lo Spirito Santo ed un compito immane:  ha chiamato noi (come Pietro) ad essere “pescatori di uomini”. Dio ha posto noi a sentinella di questi fratelli che non riescono nemmeno “a rubare” una salvezza a buon mercato, come Disma:

…Io non godo della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva. Convertitevi dalla vostra condotta perversa! Io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. 8Se io dico al malvagio: «Malvagio, tu morirai», e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. 9Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato”. (Ez.33,7-9).

In pace, per la Pasqua 2020.

 




Passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, secondo Sant’Agostino d’Ippona

Il Dottore della Chiesa africano non si limita alla descrizione del senso letterale della Scrittura, ma cerca e trova il senso misterico del Figlio di Dio, della Sapienza, la cui tunica inconsutile è figura della quadruplice direzione della salvezza. Stipes e patibulum della Croce uniscono, in Cristo, naturale e soprannaturale, giustizia e grazia.

 

Gesù

 

 

di Silvio Brachetta

 

Sant’Agostino d’Ippona, Padre e Dottore premedievale della Chiesa, ripercorre ogni fase della passione, morte e risurrezione di nostro Signore nel suo Commento al Vangelo di Giovanni, redatto intorno all’anno 416. Si tratta di una raccolta di omelie, frutto della sua predicazione al popolo, quando era già stato consacrato vescovo dalle mani di Megalio, primate di Numidia.

Sant’Agostino predilige il quarto Vangelo poiché considera san Giovanni apostolo il discepolo più vicino a Gesù Cristo e colui che seppe coglierne l’insegnamento con maggiore profondità. Al Dottore d’Ippona interessa, soprattutto, restituire al popolo l’immagine autentica del Salvatore, perché è convinto che la maggior parte delle eresie siano fondate su un’errata elaborazione della cristologia. L’esegesi agostiniana delle Scritture e del quarto Vangelo, in particolare, è forse un modello di cosa sia la teologia e di come presentare le questioni, per via della semplicità dell’espressione e dell’acume con cui vengono sondati i misteri.

 

L’inizio dei dolori

 

La passione di Gesù comincia a farsi amara al di là del torrente Cedron, nel giardino del Getsemani. Per impedirne l’arresto, Simon Pietro sguaina la spada e colpisce all’orecchio Malco, il servo del sommo sacerdote. Quel lobo d’orecchio tagliato «fa parte dell’uomo vecchio» – dice Agostino – poi suturato dal Maestro, come simbolo di ciò che si ascolta «in novità di spirito e non in vetustà di lettera». Bisogna riporre la spada, perché il Figlio di Dio vuole bere il calice della passione, del quale è anche l’autore. Contro una certa esegesi che tende a giustificare Giuda Iscariota e il suo tradimento, Agostino risponde che il traditore «non è da lodare per l’utilità del suo tradimento, ma da condannare per la sua volontà criminale». S’intende affermare che la provvidenza di Dio si serve anche del male, ma questo non giustifica il malvagio, sempre libero di scegliere tra bene e male.

Non solo Giuda tradisce Gesù, ma pure Simon Pietro lo rinnega apertamente davanti a una serva. Il peccato di Pietro non è meno grave di quello di Giuda: «Se Pietro fosse uscito da questa vita dopo aver rinnegato Cristo, certamente si sarebbe perduto». E il tradimento non consiste solo nel rinnegare il Cristo, ma anche nel nascondersi, come quando qualcuno, pur «essendo cristiano, dice di non esserlo». Pietro, infatti negò di essere tra i discepoli del Maestro.

Dinnanzi a Ponzio Pilato, si consuma uno strano dialogo tra questo funzionario della Giudea procuratoria e il Cristo, che a volte tace e a volte parla. Quando egli «non risponde, tace come pecora; quando risponde, insegna come pastore». Gesù ammette la propria regalità, ma specifica che il suo regno «non è di quaggiù», di questo mondo, nel senso che è «peregrinante nel mondo» – osserva Agostino. O meglio: il regno di Dio «è quaggiù fino alla fine dei secoli, portando mescolata nel suo grembo la zizzania», ma non sarà più di questo mondo «tutto ciò che in Cristo è stato rigenerato». È rigenerato solo colui che «ascolta la sua voce», ovvero chi «obbedisce» a questa sua voce. Non i soli uditori sono rigenerati, ma coloro che odono la Parola e la mettono in pratica.

 

Le quattro direzioni della salvezza

 

In tutta questa vicenda sono riconoscibili colpevoli e innocenti. Secondo il Dottore, Cristo fu messo a morte dai Giudei, con l’aggravante di essersi serviti dei pagani di Roma. E, dunque, «i pagani, in questo delitto, sono meno colpevoli dei Giudei». Questo però non significa che Pilato fosse innocente. Chi ha consegnato il Cristo «lo ha fatto per odio», mentre Pilato agì «per paura». Pilato, tuttavia, «non è innocente per il solo fatto che i Giudei sono più colpevoli di lui». Colpevoli entrambi, seppure sia «più grave uccidere per odio che per paura». Quanto alla motivazione della condanna, che il procuratore fece affiggere sulla croce – “Gesù Nazareno, Re dei Giudei” – va inteso nel senso di «re di tutte le genti», a motivo che il nuovo Israele è composto da tutti i circoncisi nel cuore (i cristiani), «secondo lo spirito e non secondo la lettera».

Solo l’evangelista Giovanni fa trapelare il numero dei soldati che crocifissero Gesù: come l’ebbero crocifisso, «presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato, e la tunica» (Gv 19, 23). Da qua si evince che la crocifissione fu ad opera di quattro soldati romani, che poi tirarono la sorte sulle parti del vestito e sulla tunica. Agostino svela il senso arcano di tutto l’episodio. La veste divisa in quattro raffigura la Chiesa di Cristo «distribuita in quattro parti, cioè diffusa in tutto il mondo». Il mondo, infatti, si stende su quattro parti: «oriente, occidente, aquilone e mezzogiorno». La tunica no. È la tunica inconsutilis – inconsutile, senza cuciture, la quale non si può dividere. Essa «significa l’unità di tutte le parti, saldate insieme dal vincolo della carità». Da questa unità la Chiesa prende il nome di «cattolica», che in greco significa «universale».

Lo stesso orientamento lo si riscontra nella croce, sviluppata in «larghezza, lunghezza, altezza e profondità» (Ef 3, 18). La croce è «larga» – dice Agostino – in senso spaziale, per via del patibulum orizzontale, sul quale vennero inchiodate le mani del Cristo. Esso è la figura delle «opere buone, compiute nella larghezza della carità». Lo stipes verticale, che ne sostenne i piedi inchiodati, è figura della «perseveranza attraverso la lunghezza del tempo, sino alla fine». Si tratta della santità paziente. Lo stipes, inoltre, ha una sommità e una parte piantata nella terra. La sommità è «alta» e «significa il fine soprannaturale al quale sono ordinate tutte le opere». E questo fine, altissimo, è la gloria di Dio e la salvezza delle anime. La parte inferiore, conficcata in terra, «significa che tutte le nostre buone azioni e tutti i beni scaturiscono dalla profondità della grazia di Dio», occultata alla vista e incomprensibile al giudizio umano.

 

L’opera della Ss. Trinità

 

Il legno della croce è, quindi, una «cattedra» sulla quale è assiso il Maestro «che insegna». Gesù Cristo ha la capacità di manifestare la massima impotenza e, contemporaneamente, la potenza più grande. L’«umanità visibile» del Figlio di Dio «accettava le sofferenze della passione, che la divinità nascosta disponeva in tutti i particolari». Nell’incapacità materiale di gestire alcunché, Egli in realtà gestisce ogni istante di quanto si va consumando. Completamente libero di donare la sua vita, in sacrificio per i peccatori, Gesù se la riprende nella risurrezione, secondo i modi e i tempi stabiliti dalla sua divina provvidenza. E, tuttavia, l’opera della salvezza non è solo opera del Cristo, ma di tutta la Ss. Trinità, per via dell’unione sostanziale delle Persone. Per questo motivo il Cristo dispone della storia, ma anche obbedisce al Padre. E quando entra nel grembo della Vergine, così come a porte chiuse nel luogo in cui sono riuniti gli apostoli, fa quello che fa lo Spirito Santo, che «non è soltanto del Padre, ma anche suo».

Maria Maddalena e gli apostoli non comprendono ancora tutto questo, perché hanno di Dio un’idea tutta umana. Il Gesù risorto allora dice alla Maddalena «non mi toccare»: cioè, non credere in me secondo l’idea che ti sei fatta. Si fa invece toccare da Tommaso, che giunge alla fede ed esclama: «mio Signore e mio Dio»!

 

La grandezza dei santi

 

Se Gesù, prima della morte in croce, tratta spesso della Chiesa militante, dopo la risurrezione – sulla riva del lago di Tiberiade – si manifesta con rinnovata solennità e accenna al mistero della Chiesa trionfante. Prima di chiamare a se i primi apostoli, Gesù fa gettare le reti da pesca, che quasi si rompono per la quantità di pesci raccolti. Agostino spiega che si tratta di un’allegoria: è la Chiesa nella storia, composta di pesci buoni e cattivi, che saranno separati alla fine del mondo, per la salvezza e per la dannazione eterna. In tal modo gli apostoli diventano «pescatori di uomini». Dopo la risurrezione, però, tutto è cambiato. Gli apostoli sono ridiventati semplici pescatori e gettano di nuovo la rete. Ne ottengono centocinquantatre grossi pesci, che la rete contiene senza rompersi. E nel numero è nascosto un grande mistero, che il Dottore d’Ippona riesce appena a cogliere.

Il numero dieci appartiene alla legge, poiché dieci sono i comandamenti di Dio. Il sette appartiene alla grazia: sette i giorni della creazione, settimo il giorno della risurrezione, sette i doni dello Spirito Santo. La salvezza è nella legge e nella grazia, nel dieci aggiunto al sette; nel diciassette. E la somma dei numeri dall’uno al diciassette – osserva Agostino – è proprio l’evangelico centocinquantatre, numero metafisico della totalità di coloro che si salvano. Mentre dunque la Chiesa militante «non riesce a tenere testa all’enorme massa» di coloro che vi entrano e la corrompono «con dei costumi del tutto estranei alla vita dei santi», la Chiesa trionfante degli eletti non rompe le reti della propria essenza e prospera in eterno, nella gloria del paradiso. Non solo, ma di lassù la grandezza dei santi sarà tale che «il più piccolo di loro è maggiore di chi sulla terra è più grande di tutti».

 

 




DISCESE AGLI INFERI: l’unicità della redenzione di Cristo e…l’incontro con San Giuseppe

Gesù scende agli inferi

 

 

di Pierluigi Pavone

 

1.

La tradizione orientale riporta la meditazione che Cristo quando si incarnò, non trovando Adamo sulla terra, lo cercò persino “agli inferi”.

Come Adamo infatti stese le braccia per aderire al peccato, così Cristo stese le braccia per aderire alla volontà del Padre e compiere l’opera di redenzione e riscatto. Proprio per la colpa di Adamo, nel quale tutti noi abbiamo peccato. Senza il peccato di Adamo e se il peccato non fosse ereditato da tutti gli uomini verrebbe meno anche la Croce. Non avrebbe senso il Sacrificio di espiazione. Dio facendosi uomo e morendo paga, invece, col sangue il debito inestinguibile per l’umanità.

Se fosse sceso dalla Croce manifestando in quel modo la Sua divinità, la colpa antica non sarebbe stata redenta e tutti noi avremmo ottenuto la condanna.

 

2.

Ora, il valore di questo riscatto comprende anche “i giusti dell’Antico Testamento”, i quali, morendo prima della venuta di Cristo, non potevano accedere al Paradiso. Perché l’unico modo per andare al Padre è esclusivamente Cristo e i meriti contratti sull’altare della Croce.

A me piace pensare specialmente a San Giuseppe. Fra tutti i giusti che liberò, sono convinto che lo sguardo che si posò su colui che lo aveva custodito da bambino fu di commozione infinita.

La santità e la giustizia di San Giuseppe sono ineguagliabili. San Giuseppe costituisce la porta di accesso a Maria – che amò, custodì e protesse con perfetta virtù – e Maria è la porta di accesso per il Figlio, perché difficilmente si conoscerà il Figlio e difficilmente si otterranno Grazie, se non per mezzo della mediazione corredentrice della Madre di Dio.

Lo sguardo di Cristo si posa nel Vangelo su molti uomini e donne. E non di rado il Signore è tanto infastidito e sofferente per la durezza del cuore o la meschinità di molti, quanto commosso per la fede o l’amore che peccatori gli riservano, implorandoLo di guarire le loro infermità.

Infinite volte quello sguardo si posò sulla Madre – l’unica senza peccato, che poteva “resistere” maternamente e umanamente allo sguardo di Dio, che aveva portato nel Suo stesso grembo -, fino ad affidarla a tutti noi come Madre, nell’ultimo sguardo prima di morire.

Così su Giuseppe che senza capire tutto, aveva accettato le indicazioni dell’angelo e aveva custodito anche lui molte cose nel cuore.

Ancor di più lo sguardo di Gesù si posò su di lui, quel giorno incredibile tra il venerdì e la domenica. Si posò su Adamo, su Abramo, su Mosè, su Davide e sui profeti che avevano parlato proprio di Lui e sperato di vedere il tempo riservato, invece, ai discepoli. Accolse Eva che per prima cedette alla menzogna di farsi come Dio.

 

3.

Cosa fu, dunque, la discesa agli inferi?

Una apocatastasi? Un topos letterario?

Spesso si leggono strani confronti di analogie superficiali o interpretazioni assurde. Certamente sono da evitare due errori molto diffusi:

 

A) le analogie con la tradizione greca e latina: Ulisse o Enea o Orfeo che scendono nell’Ade e incontrano i morti.

Ulisse, nell’Odissea, dopo la permanenza presso la maga Circe e prima di ripartire per il ritorno a Itaca, compie il viaggio nell’oltretomba, incontra l’amico Elpenore, che lo prega di dargli sepoltura degna, conosce dettagli del suo futuro per bocca di Tiresia, incontra la madre che non può abbracciare. Similmente Enea, secondo l’opera di Virgilio, ha la possibilità di vedere luoghi e personaggi infernali (riscontrabili anche nella Divina Commedia) o i Campi Elisi (dove incontra il padre).

Più drammatico è il fallimento di Orfeo per non riuscire a salvare l’amata Euridice per l’intemperanza di voltarsi a guardarla prima di trarla definitivamente fuori. Più eroica è l’impresa di Ercole di catturare Cerbero.

In tutti questi casi si riscontra la permanenza nell’Ade – per definizione il luogo del buio in cui è impossibile vedere – come una permanenza senza speranza né attesa alcuna. Tra i vivi e i morti c’è un abisso definitivo e incolmabile. Unica eccezione è l’idea della reincarnazione di alcune anime in Virgilio, destino però riservato ad alcuni e comunque per morire. L’Ade è semplicemente il regno dei morti. Ade come divinità (Plutone) è il fratello di Zeus e sovrano dell’oltretomba.

In secondo luogo, si tratta di racconti mitici e iniziatici. Inoltre colui che entra nel regno dei morti non redime nessuno e a sua volta comunque morirà (come avviene anche per i racconti relativi al “tornare in vita” che non ha nulla a che vedere con la Resurrezione).

 

B) l’idea di una sorta di apocatastasi, come se Cristo avesse liberato i dannati. L’apocatastasi era la teoria cosmica dello stoicismo, secondo cui l’universo – il cui principio attivo è dio stesso in senso panteista – rigenera ciclicamente se stesso. Questa idea di rigenerazione penetrò teologicamente anche nel Cristianesimo e fu adottata da alcuni in senso escatologico e profondamente eretico e illogico. L’idea di una “conversione” o “salvezza” dei dannati (uomini o angeli) contraddice sia il senso di Giustizia di Dio, sia il fatto che l’anima viene giudicata – nel momento della morte in cui abbandona il corpo e quindi la dimensione temporale – in modo irreversibile (come è avvenuto per ogni angelo ab aeterno). Gli angeli ribelli da sempre e per sempre infatti recitano il loro “non serviam” subendo la pena eterna dell’inferno.

 

4.

Cristo discende agli inferi perché vuole liberare coloro che – in quanto giusti – non subivano la pena infernale, pur non potendo accedere al Paradiso e che ora partecipavano dei meriti della Croce, in virtù dei quali è dato loro non solo superare le barriere del paradiso terrestre – da cui Adamo era stato cacciato – ma quelle definitive del Cielo.

 

In questo senso è – come sempre – preziosa la precisazione di San Tommaso:

“Uno può trovarsi in un luogo in due modi. Primo, mediante i suoi effetti.
E in questo modo si può dire che Cristo discese in ogni parte dell’inferno: però con effetti diversi.
Infatti nell’inferno dei dannati egli produsse l’effetto di confondere la loro incredulità e la loro malizia.
A coloro invece che si trovavano in purgatorio diede la speranza di raggiungere la gloria.
Ai santi Patriarchi poi, che erano all’inferno solo per il peccato originale, infuse la luce della gloria eterna.
Secondo, si può dire che uno è in un dato luogo col proprio essere.
E in questo modo l’anima di Cristo discese solo in quella parte dell’inferno in cui erano detenuti i giusti: poiché volle visitare anche localmente con la sua anima coloro che mediante la grazia visitava interiormente con la sua divinità. Così tuttavia, portandosi in una parte dell’inferno, irradiò in qualche modo la sua azione nell’inferno intero: come soffrendo la sua passione in un solo luogo della terra liberò con essa tutto il mondo” (Somma teologica, III, 52,2).

 




IL PROCESSO COMPROMESSO – “riflessioni sul processo di Gesù….e sul nostro”

Pilato e Gesù

 

 

di Gianni Silvestri

 

La giustizia è una grande aspirazione umana, perché sembra l’argine al sopruso, alla violenza, all’insicurezza della vita (Ulpiano ricordava che consiste nel riconoscere “a ciascuno il suo”, mentre per la tradizione ebraica e cristiana giusto invece è Colui che segue la legge del Signore, prima di ogni altra).
In ogni caso la aspirazione alla Giustizia ha bisogno di vari strumenti per attuarsi, tra i quali la legge (“uguale per tutti” ricordavano i romani, scrivendolo nel grande foro al Palatino) ed il processo, quale momento della sua applicazione al caso concreto.

Se il mondo greco ha lasciato all’umanità l’uso della ragione nelle sua principali esplicazioni (filosofiche, geometriche, artistiche ecc), il mondo romano ha lasciato in eredità la capacità di organizzazione (logistica, militare, sociale, giuridica).
I romani non solo riuscivano a conquistare militarmente popoli e nazioni, non solo li organizzavano ordinatamente (dalle strade agli acquedotti), ma riuscivano ad ordinare le società mediante la legge, il processo, l’uso coerente della forza, ove necessario.
Questa eredità è testimoniata da un enorme apparato legislativo e giurisprudenziale (pensiamo al “Corpus Iuris civilis di Giustiniano) ancor oggi fonte di ispirazione per gran parte delle nazioni (meno nei paesi anglofoni, di Common law).

Ma non bastano gli strumenti della legge e del processo per realizzare o conseguire l’aspirazione alla Giustizia, quasi che le sole norme – e le conseguenti tecniche – possano fare a meno dello stesso uomo e del suo comportamento concreto, sia nella preliminare fase del rispetto volontario della legge, sia nella successiva fase in cui, con un altro uomo, si determina il rispetto coattivo della norma violata. E’ l’uomo quindi il fulcro su cui si poggia e ruota la legge, il processo e la stessa realizzazione della Giustizia.

Queste premesse sono il minimo indispensabile per poter iniziare a riflettere sul principale processo che l’uomo ha realizzato nella storia: quello ad un DIO, sia pur nelle fattezze di un altro uomo, (che, anzi, tutto appariva fuorché una divinità).
E stiamo parlando di un processo attuato dal principale ed evoluto sistema giudiziario esistente a quel tempo, con il quale i romani amministravano la giustizia nel loro immenso impero, assicurando a tutti i popoli il rispetto delle regole poste a base della convivenza e dello sviluppo sociale.

Vediamone alcuni preliminari caratteri principali della loro azione:
A) Un sistema politico lungimirante.
I romani sapevano di dover evitare di essere percepiti come oppressori e quindi si mostravano principalmente quali alleati, assicurando ai popoli conquistati una difesa dai loro nemici, una organizzazione logistica e sociale di prim’ordine. L’alleanza diveniva fonte di benefici reciproci, tanto che da schiavi tanti popoli riacquistavano la libertà e persino la cittadinanza romana.
B) Una legislazione pragmatica ed adattabile
I romani ben sapevano che per amministrare tanti popoli, bisognava tener presente le loro religioni, tradizioni, usi e costumi per poter difendere e rafforzare gli aspetti positivi di ogni identità ed un’organizzazione sociale ordinata e capace di prevenire conflitti.
La “PAX ROMANA” era quindi assicurata da un sapiente mix di azione politica e normativa, rispettosa – per quanto possibile – delle condizioni dei popoli conquistati e compatibile con gli interessi di Roma. E’ questo uno dei motivi per cui i romani non abrogavano le legislazioni locali, ma le innervavano con le principali norme del loro “ius gentium”,(quella parte specifica dedicata ai rapporti con altri popoli).
C)  La presenza romana nella Palestina.
Roma era ben consapevole della unicità del popolo ebreo, unico all’epoca ad essere monoteista, a venerare un solo DIO, senza farsi influenzare da tradizioni religiose e culturali ben superiori  e politeiste come quelle degli egizi, dei greci e degli stessi romani. La “irriducibilità” morale e religiosa del popolo ebreo era ben percepita e gestita, lasciando ad esso le proprie leggi, tradizioni ed autorità religiose a condizione che non confliggessero con il riconoscimento della supremazia romana (che si riservava – oltre al dovuto tributo – lo “ius gladii”, la massima pena, proprio per sottolineare la sua autorità di ultima istanza).caifa

Passando ad analizzare il processo a Gesù, giova evidenziare che il (primo) processo, ad opera dei propri connazionali, è stato meno garantista di quello del tribunale straniero di Roma.
Ed infatti:
1)- Gesù viene arrestato senza la contestazione di un’accusa. Anzi, proprio nella fase dell’arresto si verifica un fatto eclatante, che avrebbe dovuto far cadere ogni accusa: Il vangelo di Luca ricorda che uno dei presenti colpì con una spada il servo del sommo sacerdote (non uno qualsiasi..) staccandogli l’orecchio. Orbene Gesù non solo chiede “ai suoi” di rinfoderare le spade, ma compie davanti a tutti un miracolo, riattaccando l’orecchio al servo. Nemmeno un prodigio che mostra la soprannaturalità del caso, è sufficiente per far cadere una contestazione ed un arresto ingiustificati.
2)- Gesù non ha il tempo di preparare una sua difesa, in quanto il giudizio inizia poco dopo il suo arresto (a prima mattina, vista la necessità poi di recarsi da Pilato).
3) -Gesù viene processato senza una minima ipotesi accusatoria (tanto che i sommi sacerdoti cercavano, sul momento testimonianze non contraddittorie per poterlo condannare).
4)- Gesù non ha il minimo diritto di difesa, non solo con qualcuno che lo rappresenti, ma anzi senza poter parlare per difendersi nemmeno in prima persona (la prima volta che prende la parola viene colpito duramente da una guardia)
5)- Gesù non ha avuto diritto “ad un giudice terzo”, (oggi ben distinto dal PM, ma viene condannato direttamente da chi lo accusa.
6)- Gesù non ha diritto al “Giudice naturale”, ma anche il collegio Giudicante viene manipolato (tanti del sinedrio non sono avvisati);
7)- Nonostante tutto questo il (primo) processo sembra in stallo per la contraddittorietà dei testimoni ed è solo Gesù a volerlo/poterlo definire mediante la sua confessione-testimonianza di essere figlio di Dio. (se fosse rimasto zitto, nessun capo di accusa ed imputazione avrebbe retto ad una minima istruttoria, o non ci sarebbe stata condanna a morte, – non prevista per il Messia – ritenuto dagli ebrei un semplice uomo, inviato da Dio).
8) Un processo quindi in esplicita violazioni di ogni norma di ragionevolezza e difesa, prescritta persino a quel tempo per i cittadini Romani, (come dimostra il diverso processo a S. Paolo che, in quanto “cives romanus”, invoca appunto l’Imperatore come suo Giudice naturale, chiedendo un processo a Roma in cui sapeva di poter essere difeso).
9) Nel processo a Gesù la condanna sembra quindi già prestabilita e predeterminata: la morte di questo profeta, dichiaratosi Dio.
Tale condanna sembra pronunciata non solo per punire un reato,(si trattava di una bestemmia, di un’eresia di carattere religioso), ma soprattutto per una opportunità di natura politica.
10) Nel caso di Gesù riviviamo sin dall’antichità il caso di un processo politico, un uso appunto politico della giustizia.
Egli infatti era divenuto pericoloso per la stessa Autorità del Sinedrio soprattutto dopo la resurrezione di Lazzaro avvenuta a Betania, a pochi chilometri da Gerusalemme e pochi giorni prima della Pasqua (e del processo che stiamo analizzando).

Una resurrezione non solo umanamente inaspettata anzi inimmaginabile, ma giuridicamente ineccepibile: avvenuta alla presenza di tanti testimoni (Lazzaro e le loro sorelle era una famiglia nota e benestante) e ben a 4 giorni dalla morte (il tempo rabbinico chiesto per garantire l’assenza di una morte apparente e la certezza medico-legale del decesso): “già emana cattivo odore” precisa la sorella.

I vangeli precisano che, dopo l’episodio, tanti Giudei credettero a Gesù (e vorrei vedere il contrario) e non più alla autorità giuridico-religiosa del popolo ebreo, rappresentata dai sommi sacerdoti e dal Sinedrio.

11) Ma proprio perché l’esito del giudizio era predeterminato, non bastava una condanna minore qualsiasi (imprigionamento, pene corporali, ecc.), bisognava rivolgersi ai romani per poter mettere a morte questo profeta dai tratti inquietanti, che compiva atti straordinari tali da farlo considerare, dal popolo festante al suo arrivo in Gerusalemme, come il Messia tanto atteso.
Ed ecco che entra in gioco l’Autorità romana nella gestione del caso e del conseguente processo “di seconda istanza”.(il tutto comunque svolto nella mezza giornata del 6 aprile 31, secondo la più accreditata datazione).

Mi ha sempre colpito la “duttilità e saggezza politica” dei romani, tale esercitata in loco anche dal loro procuratore Pilato.

Egli mostra da subito una serie di rispettose “concessioni” ai poteri dei suoi sottoposti.
– Scende lui dai propri appartamenti del pretorio (probabilmente presso la Fortezza Antonia), in quanto gli stessi sacerdoti non possono accedere agli usuali luoghi di amministrazione della giustizia, senza contaminarsi;
– non contesta eventuali illegittimità del processo appena svolto nella mattinata, ma interroga di persona Gesù.
E Gesù, interrogato, dopo un primo silenzio, risponde per dar testimonianza alla Verità (quid est veritas? Risponde il mondo, ieri come oggi). Ma Pilato lo riconosce innocente (con un ardito -quanto improponibile – parallelismo, oggi diremmo che il GIP non avrebbe nemmeno chiesto il rinvio a giudizio, per mancanza dei minimi indizi di colpevolezza).
Luca nel suo Vangelo, indica un’ulteriore raffinatezza politica di Pilato che invia Gesù ad Erode (tetrarca di Galilea) per farlo giudicare da Lui che, invece, non trova – evidentemente – elemento di condanna tanto da rimandarlo a Pilato. L’Autorità civile sia ebrea che romana non trova colpa nell’imputato a differenza dell’autorità politico-religiosa del Sinedrio. (Luca osserva che da allora Pilato ed Erode divennero amici).
– Pilato mostra ancora una grande abilità diplomatica in quanto – approfittando di tradizioni del popolo ebreo – “gioca la carta di Barabba” mostrando di voler difendere l’innocente Gesù, ma la folla – sobillata – insiste e rumoreggia e ne chiede la crocifissione.
-Pilato ancora una volta proclama l’innocenza di Gesù affermando di volerlo far flagellare per poi liberarlo.

pilato 2A fronte dei tumulti crescenti, (ed alle accuse nei suoi confronti di apparire “nemico di Cesare”), Pilato sceglie di non rischiare né per l’ordine pubblico, né per la sua carriera.
Il processo torna ad essere deciso sulla base della opportunità politica, dopo che giuridicamente era terminato con una triplice  pronuncia di innocenza ed assoluzione (dopo il primo interrogatorio, con il tentativo di farlo liberare al posto di Barabba, contestualmente alla decisione di flagellazione, e senza contare la mancata condanna da parte di Erode).
Ecco la fine di un processo nato senza accusa e terminato senza l’accertamento di alcun reato da parte dei romani; ecco un processo in cui si rinuncia consapevolmente a far giustizia (tanto che il Giudice, “se ne lava le mani”),  ma si arriva alla pronuncia di una condanna basata su considerazioni di opportunità politica (e per una ipotesi di reato – Re dei Giudei – che Gesù aveva contestato “sono re, ma non di questo mondo”).

Ma ben altre erano le preoccupazioni di un funzionario che amministrava la giustizia per conto dell’imperatore (e non “in nome del popolo” come oggi si esprime un giudice terzo, autonomo dal potere politico).

Queste alcune sommarie considerazioni, con tutti i limiti di una veloce ricostruzione, su un “processo compromesso”, sia come modalità di svolgimento della fase istruttoria (addirittura con proposta di scambio “di prigionieri”), sia come giudizio sull’esito finale, frutto di considerazioni non giuridiche ma di opportunità, appunto di compromesso, tra varie istanze ed esigenze.
Queste considerazioni – volutamente “orizzontali” e prive di riferimenti al Figlio di DIO – ci fanno riflettere sia sul limite della giustizia umana, troppo spesso frutto di compromessi o vittima di “interessi superiori” (oggi si parla di “giustizia politica” o “ad orologeria”), sia sulla necessità di una giustizia che non pensi ad accontentare le folle (oggi l’opinione pubblica) in quanto la massa continuerà a scegliere sempre il Barabba di turno. Anche per questo i cristiani devono avere a fondamento della propria giustizia non le leggi umane, o il consenso sociale della folla, ma la logica del Vangelo, memori del Suo avvertimento: “Se la vostra Giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”.

E’ questo il vero processo a cui guardare, è questa l’unica vera sentenza che conta e che non sarà soggetta ad alcuna impugnazione, ed avrà una esecuzione eterna. Ma questo non ci blocchi terrorizzati, perché sarà pronunciata questa volta non da un Giudice terzo, ma da un Padre benevolo, che – come ricordato a Santa Faustina – userà la sua Giustizia solo a chi avrà tenacemente rifiutato la sua misericordia.

In pace, per la Pasqua 2020




Card. Burke: Nella tribolazione per il coronavirus, ricordate le parole di Nostro Signore a Giairo che lo implorava per sua figlia morente: “Non temere, soltanto abbi fede”

Cari amici, con grande piacere condivido, nella mia traduzione dall’inglese, la lettera della meditazione sulla Settimana Santa che il cardinale Raymond Leo Burke, con paterna benevolenza, mi ha inviato. E’ molto bella e profonda, e merita da parte nostra un attento raccoglimento in questo periodo di forzato blocco nelle nostre case dovuto al coronavirus. La sua meditazione ci aiuterà a meglio vivere questi giorni della Settimana Santa. 

Subito dopo trovate la versione originale.

 

card. Raymond Leo Burke (via Time)

card. Raymond Leo Burke (via Time)

 

Messaggio per la Settimana Santa dell’Anno

 

Cari amici,

Fin dall’inizio del mio servizio come vescovo di una diocesi, sembrava che ogni anno, con l’avvicinarsi delle celebrazioni del Natale e della Pasqua, ci sarebbe stato un evento profondamente triste nella diocesi o una crisi difficile da affrontare per il bene della diocesi. Proprio mentre anticipavo con gioia le celebrazioni dei grandi misteri della nostra salvezza, accadeva qualcosa che, da un punto di vista umano, metteva una nube oscura sulle celebrazioni e poneva in discussione la gioia che esse ispiravano. Una volta, quando ho commentato con un fratello Vescovo questa esperienza dolorosamente troppo regolare, mi ha semplicemente risposto: “È Satana che cerca di rubarti la gioia”.

Ha senso che Satana, che Nostro Signore descrive come “un omicida fin dall’inizio, … un bugiardo e padre della menzogna” (Gv 8, 44) voglia nascondere ai nostri occhi le grandi realtà dell’Incarnazione e della Redenzione, voglia distrarci dai riti liturgici attraverso i quali non solo celebriamo quelle verità, ma riceviamo le incommensurabili e incessanti grazie che ci hanno conquistato. Satana vuole convincerci che la perdita e la morte, e la tristezza e la paura che le accompagnano naturalmente dimostrano che Cristo è falso, falsificano la Sua Incarnazione redentrice, e mostrano che la nostra fede e la gioia che essa naturalmente ispira sono una menzogna.

Ma è Satana che è falso. È lui il bugiardo. Cristo, Dio Figlio, si è fatto uomo, ha sofferto la Passione e la Morte più crudele, per riscattare la nostra natura umana, per restituirci la vera vita, la vita divina che supera le peggiori sofferenze e persino la morte stessa, e ci porta sicuramente e di certo al nostro vero destino: la vita eterna con Lui.

San Paolo, di fronte a tante prove profondamente scoraggianti durante tutto il corso del suo ministero apostolico, culminato nel martirio a Roma, scriveva ai cristiani di Colossi: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.” (Col 1, 24). Per lui, come dovrebbe essere per noi, soffrire con Cristo per la Chiesa, per amore di Dio e del prossimo, è la fonte inattaccabile e inesauribile della nostra gioia. È l’espressione più alta della nostra comunione con Cristo, Dio Figlio Incarnato, condividendo con Lui il mistero dell’amore divino di Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo. La vita di Cristo, la grazia dello Spirito Santo riversata dal Cuore di Cristo per dimorare nei nostri cuori, ci ispira e ci rafforza ad abbracciare la perdita e la morte con il suo amore che li conquista e li trasforma in guadagno eterno e vita senza fine. La nostra gioia, quindi, non è un piacere o un’emozione superficiale, ma il frutto di un amore “forte come la morte”, che “Le grandi acque non possono spegnere….né i fiumi travolgerlo” (Cantico dei Cantici 8, 6-7).

La nostra gioia non toglie il pungiglione acuto della perdita e della morte ma, con fiducia e coraggio, li affronta come parte della lotta di tutta la vita per l’amore che siamo chiamati a compiere durante questa vita – in fondo siamo, per grazia di Dio, veri soldati di Cristo (2 Tm 2, 3) – nella sicura consapevolezza della vittoria della vita eterna. Così, alla fine della sua vita, san Paolo poté scrivere al suo figlio spirituale e compagno pastore del gregge, san Timoteo:

Perché sono già sul punto di essere sacrificato; il momento della mia partenza è arrivato. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho mantenuto la fede. D’ora in poi è posta per me la corona della giustizia, che il Signore, il giusto giudice, mi riconoscerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno amato la sua manifestazione (2 Tm 4, 6-8).

Amiamo Nostro Signore, amiamo l’Incarnazione redentrice con la quale Egli è vivo per noi nella Chiesa, e così siamo gioiosi nel combattere la buona lotta con Lui, nel mantenere la rotta, indipendentemente dalle prove che affrontiamo, e nel mantenere la fede, quando il Padre della menzogna ci tenta di dubitare di Cristo e persino di rinnegarlo.

Satana non ha forse mai avuto uno strumento migliore del coronavirus per rubarci la gioia di celebrare i giorni più sacri dell’anno, i giorni in cui Cristo ha vinto per noi la vita eterna. Come vorrebbe prendere la santità di una settimana dell’anno, che è conosciuta semplicemente come Settimana Santa! L’attuale crisi sanitaria internazionale causata dal coronavirus COVID-19 continua a mietere un tragico raccolto di perdite e di morte, generando profonda tristezza e paura nel cuore dell’uomo. Certamente, Satana sta usando la sofferenza che ha afflitto così tante case, quartieri, città e nazioni, per tentarci a dubitare di Nostro Signore e della Fede, della Speranza e dell’Amore che sono i suoi grandi doni per la nostra vita quotidiana. L’effetto dell’intento omicida di Satana e delle sue menzogne è tanto più grande quando siamo lontani dal Signore, quando abbiamo dato per scontata la Sua vita dentro di noi, quando lo abbiamo persino abbandonato mentre inseguiamo piaceri, comodità o successi mondani che passano.

Nella Chiesa stessa, siamo stati testimoni di un fallimento nell’insegnare prima Cristo come Signore. Quanti oggi soffrono profondamente di una paura inutile perché hanno dimenticato o addirittura rifiutato la Regalità del Cuore di Gesù nei loro cuori e nelle loro case. Ricordate le parole di Nostro Signore a Giairo che ha cercato il Suo aiuto per la sua figlia morente: “Non temere, soltanto abbi fede” (Mc 5, 36). Quanti oggi sono senza speranza perché pensano che la vittoria sul male del coronavirus COVID-19 dipenda totalmente da noi, perché hanno dimenticato che, mentre noi dobbiamo realizzare tutto ciò che possiamo umanamente fare per combattere un grande male, Dio solo può benedire i nostri sforzi e darci la vittoria sulla perdita e sulla morte. È così triste leggere documenti – anche documenti della Chiesa – che pretendono di affrontare le difficoltà più importanti che affrontiamo e di non trovare in essi alcun riconoscimento della Signoria di Cristo, della verità che dipendiamo completamente da Dio per il nostro essere, per tutto ciò che siamo e per tutto ciò che abbiamo, e che, quindi, la preghiera e il culto sono il nostro primo e più importante mezzo per combattere qualsiasi male.

Qualche giorno fa, un giovane cattolico adulto mi ha detto, come se fosse un fatto logico, che non avrebbe celebrato la Pasqua di quest’anno a causa del coronavirus. Se la gioia della nostra celebrazione della Pasqua fosse semplicemente una questione di buoni sentimenti, allora capirei il suo sentimento. Ma la gioia della Pasqua è radicata nella verità eterna, la vittoria di Cristo su quello che sembrava chiaramente il suo annientamento, la vittoria conquistata nella sua natura umana per la stessa vittoria nella nostra natura umana, nonostante qualunque avversità possiamo soffrire. Se crediamo in Cristo, se confidiamo nelle sue promesse, allora dobbiamo celebrare con gioia la sua grande opera di redenzione. Celebrare i misteri della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo non significa mancare di rispetto per le sofferenze di tanti nel tempo presente, ma riconoscere che Cristo è con noi per superare le nostre sofferenze con il Suo amore. La nostra celebrazione è un faro di speranza per coloro la cui vita è messa a dura prova e li invita a riporre la loro fiducia in Nostro Signore.

Sì, la Settimana Santa quest’anno è così diversa per noi. La sofferenza associata al coronavirus ha portato addirittura a una situazione in cui molti cattolici, durante la Settimana Santa, non hanno accesso ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, che sono i nostri incontri straordinari, ma anche ordinari, con il Signore risorto, perché ci rinnovi e ci rafforzi nella Sua vita. Ma rimane la settimana più santa dell’anno, perché commemora gli eventi con cui siamo vivi in Cristo, con cui la vita eterna è nostra, anche di fronte a una pandemia, a una crisi sanitaria mondiale. Vi esorto, quindi, a non cedere alla menzogna di Satana che vi convincerebbe che, quest’anno, non avete nulla da festeggiare durante la Settimana Santa. No, avete tutto da festeggiare, perché Cristo ci ha preceduto in ogni sofferenza e ora ci accompagna nelle nostre sofferenze, affinché rimaniamo forti nel suo amore, l’amore che vince ogni male.

Oggi celebriamo la Domenica delle Palme, quando Cristo è entrato a Gerusalemme con la piena conoscenza della Passione e della Morte che Lo attendeva. Egli sapeva quanto fosse effimera l’accoglienza che aveva ricevuto, un’accoglienza giusta per il Re del cielo e della terra, ma superficiale perché chi la estendeva aveva solo una comprensione mondana della salvezza che Egli era venuto a vincere per noi. Non erano pronti ad essere un tutt’uno con Cristo nell’instaurazione del Suo eterno Regno attraverso gli eventi della Sua Passione e della Sua Morte. Dopo la Domenica delle Palme, ogni giorno della Settimana Santa è giustamente chiamato santo perché fa parte del fermo abbraccio di Cristo alla sua missione di salvezza al suo culmine.

Prendetevi il tempo oggi per riflettere sulla vera regale accoglienza che avete riservato a Cristo nel vostro cuore e nella vostra casa. Leggete ancora una volta il racconto del Suo ingresso a Gerusalemme e di come, dopo il Suo ingresso trionfale, pianse su Gerusalemme con le parole:

“Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!” (Mt 23, 37).

Se voi o la vostra casa siete lontani da Nostro Signore, ricordate come Egli desidera essere vicino a voi, essere l’ospite costante del vostro cuore e della vostra casa.

Rimanete con Cristo per tutta la Settimana Santa. In modo particolare, fate del Giovedì Santo un giorno di profondo ringraziamento per i Sacramenti della Santa Eucaristia e del Santo Sacerdozio, che Nostro Signore ha istituito nell’Ultima Cena. Fate del Venerdì Santo un giorno tranquillo durante il quale intraprendere pratiche penitenziali, per entrare più profondamente nel mistero della sofferenza e della morte di Cristo. Il Venerdì Santo, siate pieni di gratitudine per i Sacramenti della Penitenza e dell’Unzione degli infermi. Il Sabato Santo, vegliate con Nostro Signore, lodando e ringraziandoLo per il dono della Sua grazia nelle nostre anime attraverso l’effusione dello Spirito Santo dal Suo glorioso Cuore trafitto. Riflettete in particolare su come la Sua grazia è dentro di voi attraverso i sacramenti del Battesimo, della Cresima e della Santa Eucaristia. Durante tutti questi giorni, riflettete e ringraziate Dio per il dono del Sacramento del Santo Matrimonio e dei suoi frutti, la famiglia – la “Chiesa domestica” o piccola Chiesa della casa – , il primo luogo in cui veniamo a conoscere Dio, per offrirgli la preghiera e il culto, e per disciplinare la nostra vita secondo la Sua Legge.

Se non potete partecipare ai riti liturgici di questi giorni santi, che è una grande privazione, perché nulla può sostituire l’incontro con Cristo attraverso i Sacramenti in questi giorni, sforzatevi nelle vostre case di essere alla Sacra Liturgia attraverso il vostro desiderio di essere in compagnia di Nostro Signore, specialmente nel mistero della sua opera salvifica. Nostro Signore non si aspetta da noi l’impossibile, ma si aspetta che facciamo del nostro meglio per essere con Lui in questi giorni della Sua potente grazia.

Ci sono molti aiuti meravigliosi per il nutrimento di tale santo desiderio. Prima di tutto, c’è un ricco tesoro di preghiera nella Chiesa, per esempio: la lettura delle Sacre Scritture, per esempio i Salmi penitenziali, specialmente il Salmo 51 [50], e il racconto della Passione di Nostro Signore nei quattro Vangeli, la devozione al Sacro Cuore di Gesù, la meditazione dei misteri della nostra fede attraverso la preghiera del Santo Rosario, specialmente i Misteri Dolorosi, le Litanie del Sacro Cuore di Gesù, della Beata Vergine (di Loreto), di San Giuseppe, e dei Santi, la Via Crucis – che può essere fatta anche in casa utilizzando le immagini delle Quattordici Stazioni raffigurate in un libro di preghiere o su un oggetto sacro -, la Coroncina della Divina Misericordia, le visite a santuari, grotte e altri luoghi sacri a Nostro Signore e ai misteri dell’Incarnazione redentrice, e la devozione ai santi che sono stati potenti nell’aiutarci, in particolare a San Rocco, Patrono contro le pestilenze.

Anche nel nostro tempo siamo fortunati nell’aver accesso, attraverso i mezzi di comunicazione sociale, ai riti sacri e alle devozioni pubbliche che si celebrano in alcune chiese, soprattutto nelle chiese dei monasteri e dei conventi a cui partecipa tutta la comunità religiosa. Vedere un rito sacro che viene trasmesso non è certo la stessa cosa che partecipare direttamente ad esso, ma, se è tutto ciò che è possibile per noi, è sicuramente gradito a Nostro Signore, che non mancherà mai di inondarci della Sua grazia in risposta al nostro umile atto di devozione e di amore.

In ogni caso, la Settimana Santa non può essere per noi come le altre settimane, ma deve essere segnata dai sentimenti più profondi della fede in Cristo, che è la nostra sola salvezza. I sentimenti di fede durante questi giorni santi sono, allo stesso modo, sentimenti di profonda gratitudine e di amore. Se la vostra gratitudine e il vostro amore non possono avere la loro massima espressione attraverso la partecipazione alla Sacra Liturgia, lasciate che trovino espressione nella devozione dei vostri cuori e delle vostre case. Commemorando, con Cristo, la Sua Santissima Madre e tutti i santi, gli eventi del Sacro Triduo, contempliamo il mistero della Sua vita dentro ognuno di noi. Per tutti, il tempo trascorso, ogni giorno, nella preghiera e nella devozione, meditando la Passione di nostro Signore, ci aiuterà a stare con nostro Signore in questi giorni santi nel miglior modo possibile in questo momento. Quanto la sofferenza del tempo presente dovrebbe insegnarci l’incomparabile dono della Sacra Liturgia e dei Sacramenti!

In conclusione, vi assicuro che voi e le vostre intenzioni siete nelle mie preghiere oggi e rimarrete nelle mie preghiere per tutta la Settimana Santa e soprattutto durante il Sacro Triduo del Giovedì Santo, Venerdì Santo e Sabato Santo. Che tutti noi possiamo stare in compagnia di Cristo con la fede, la speranza e l’amore più profondi, mentre celebriamo questi giorni santi in cui Egli ha sofferto, è morto ed è risorto dai morti per liberarci dal peccato e da ogni male, e per vincere per noi la vita eterna. Possa la nostra osservanza della Settimana Santa, quest’anno, essere il nostro forte armamento nella lotta in corso contro il coronavirus COVID-19. In Cristo, la vittoria sarà nostra. “Non temere, soltanto abbi fede” (Mc 5, 36).

 

Raymond Leo Cardinale BURKE

 

5 aprile 2020

Domenica delle Palme

 

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Message for the Holiest Week of the Year

 

 

Dear Friends,

From the beginning of my service as Bishop of a diocese, it seemed that every year as the celebrations of Christmas and Easter approached, there would be a profoundly sad event in the diocese or difficult crisis to face for the good of the diocese. Just as I was anticipating with joy the celebrations of the great mysteries of our salvation, something would happen, which, from a human point of view, put a dark cloud over the celebrations and called into question the joy they inspired. Once, when I commented to a brother Bishop about this distressingly too regular experience, he simply responded: “It is Satan, trying to steal your joy.”

 It makes sense that Satan whom Our Lord describes as “a murderer from the beginning, … a liar and the father of lies” (Jn 8, 44) wants to hide from our eyes the great realities of the Incarnation and Redemption, wants to distract us from the liturgical rites through which we not only celebrate those truths but receive the immeasurable and unceasing graces they have won for us. Satan wants to convince us that loss and death, and the sadness and fear which naturally accompany them show Christ to be false, falsify His Redemptive Incarnation, and show our faith and the joy it naturally inspires to be a lie.

But it is Satan who is false. He is the liar. Christ, God the Son, indeed has become man, He has suffered the cruelest Passion and Death, in order to redeem our human nature, to restore to us true life, the divine life which overcomes the worst sufferings and even death itself, and brings us surely and safely to our true destiny: eternal life with Him.

Saint Paul, in the face of so many profoundly discouraging trials throughout the course of his Apostolic ministry, culminating in his martyrdom at Rome, wrote to the Christians at Colossae: “Now I rejoice in my sufferings for your sake, and in my flesh I complete what is lacking in Christ’s afflictions for the sake of his body, the Church” (Col 1, 24). For him, as it should be for us, to suffer with Christ for the Church, for the love of God and our neighbor, is the unassailable and unfailing source of our joy. It is the highest expression of our communion with Christ, God the Son Incarnate, sharing with Him in the mystery of the divine love of God – Father, Son, and Holy Spirit. The life of Christ, the grace of the Holy Spirit poured forth from Christ’s Heart to dwell within our hearts, inspires and strengthens us to embrace loss and death with His love which conquers them and transforms them into eternal gain and life without end. Our joy, then, is not some superficial pleasure or emotion but the fruit of love which is “strong as death,” which “many waters cannot quench … neither can floods drown it” (Sg 8, 6-7).

Our joy does not take away the sharp sting of loss and death but, with confidence and courage, faces them as part of the lifelong combat of love which we are called to wage during this life – after all we are, by God’s grace, true soldiers of Christ (2 Tm 2, 3) – in the sure knowledge of the victory of eternal life. Thus, at the end of his life, Saint Paul could write to his spiritual son and fellow shepherd of the flock, Saint Timothy:

For I am already on the point of being sacrificed; the time of my departure has come. I have fought the good fight, I have finished the race, I have kept the faith. Henceforth there is laid up for me the crown of righteousness, which the Lord, the righteous judge, will award to me on that day, and not only to me but also to all who have loved his appearing (2 Tm 4, 6-8).

We love Our Lord, we love the Redemptive Incarnation by which He is alive for us in Church, and thus we are joyful in fighting the good fight with Him, in staying the course, no matter what trials we face, and in keeping the faith, when the Father of Lies tempts us to doubt Christ and even to deny Him. 

Satan has perhaps never had a better tool than the coronavirus for stealing our joy in celebrating the holiest days of the year, the days during which Christ won for us eternal life. How he would like to take the holiness from the one week of the year, which is known simply as Holy Week! The current international health crisis caused by the coronavirus COVID-19 continues to reap a tragic harvest of loss and death, engendering profound sadness and fear in the human heart. Certainly, Satan is using the suffering which has beset so many homes, neighborhoods, cities and nations, to tempt us to doubt Our Lord and the Faith, Hope and Love which are His great gifts to us for our daily living. The effect of Satan’s murderous intent and his lies is made all the greater when we are far from the Lord, when we have taken His life within us for granted, when we have even abandoned Him as we pursue passing worldly pleasures, conveniences or successes. 

In the Church herself, we have witnessed a failure to teach first Christ as Lord. How many today are suffering profoundly from a useless fear because they have forgotten or even rejected the Kingship of the Heart of Jesus in their hearts and homes. Remember the words of Our Lord to Jairus who sought His help for his dying daughter: “Do not fear, only believe” (Mk 5, 36). How many today are without hope because they think that the victory over the evil of the coronavirus COVID-19 depends totally on us, because they have forgotten that, while we must do all that we can humanly do to fight a great evil, God alone can bless our efforts and give us the victory over loss and death. It is so sad to read documents – even documents of the Church – which purport to address the most important difficulties which we face and to find in them no acknowledgment of the Lordship of Christ, of the truth that we depend completely upon God for our being, for all that we are and all that we have, and that, therefore, prayer and worship are our first and most important means of combating any evil.

Some days ago, a young adult Catholic said to me, as if it were a matter of logical fact, that he would not be celebrating Easter this year because of the coronavirus. If the joy of our Easter celebration were simply a matter of good feelings, then I understand his sentiment. But the joy of Easter is rooted in eternal truth, the victory of Christ over what clearly looked like his annihilation, the victory won in His human nature for the sake of the same victory in our human nature, no matter what hardships we may be suffering. If we believe in Christ, if we trust in His promises, then we must celebrate with joy His great work of the Redemption. To celebrate the mysteries of Christ Passion, Death and Resurrection is not to lack respect for the suffering of so many during the present time but to recognize that Christ is with us to overcome our sufferings with His love. Our celebration is a beacon of hope for those whose lives are severely tried and invites them to place their trust in Our Lord. 

Yes, Holy Week this year is so different for us. The suffering associated with the coronavirus has even led to a situation in which many Catholics, during Holy Week, do not have access to the Sacraments of Penance and the Holy Eucharist which are our extraordinary, yet also ordinary, encounters with the Risen Lord, in order that He may renew and strengthen us in His life. But it remains the holiest week of the year, for it commemorates the events by which we are alive in Christ, by which eternal life is ours, even in the face of a pandemic, a worldwide health crisis. I urge you, therefore, not to give way to the lie of Satan who would convince you that, this year, you have nothing to celebrate during Holy Week. No, you have everything to celebrate, for Christ has gone before us in every suffering and now accompanies us in our sufferings, so that we remain strong in His love, the love which conquers every evil. 

Today, we celebrate Palm Sunday, when Christ entered into Jerusalem with the full knowledge of the Passion and Death which awaited Him. He knew how ephemeral was the welcome which He had received, a just welcome for the King of Heaven and Earth, but superficial because those who extended it had only a worldly understanding of the salvation which He came to win for us. They were not ready to be one with Christ in the establishment of His eternal Kingdom through the events of His Passion and Death. After Palm Sunday, each day of Holy Week is rightly called holy because it is part of Christ’s steadfast embrace of His saving mission at its culmination. 

Take time today to reflect on the true royal welcome which you have extended to Christ in your heart and in your home. Read again the account of His entrance into Jerusalem and of how, after His triumphant entry, he wept over Jerusalem with the words:

O Jerusalem, Jerusalem, killing the prophets and stoning those who are sent to you! How often would I have gathered your children together as a hen gathers her brood under her wings, and you would not” (Mt 23, 37).

If you or your home are far from Our Lord, remember how He desires to be close to you, to be the constant guest of your heart and home. 

Remain with Christ throughout Holy Week. In a particular way, make Holy Thursday a day of profound thanksgiving for the Sacraments of the Holy Eucharist and the Holy Priesthood, which Our Lord instituted at the Last Supper. Make Good Friday a quiet day during which you undertake penitential practices, in order to enter more deeply into the mystery of Christ’s Suffering and Dying. On Good Friday, be filled with gratitude for the Sacraments of Penance and of the Anointing of the Sick. On Holy Saturday, keep vigil with Our Lord, praising and thanking Him for the gift of His grace in our souls through the outpouring of the Holy Spirit from His glorious pierced Heart. Ponder especially how His grace is within you through the Sacraments of Baptism, Confirmation, and the Holy Eucharist. During all of these days, reflect upon and thank God for the gift of the Sacrament of Holy Matrimony and its fruit, the family – the “domestic Church” or little Church of the home – , the first place in which we come to know God, to offer him prayer and worship, and to discipline our lives according to His Law. 

If you are unable to participate in the liturgical rites for these holiest of days, which is indeed a great deprivation, for nothing can substitute for the encounter with Christ through the Sacraments during these days, strive in your homes to be at the Sacred Liturgy through your desire to be in the company of Our Lord, especially in the mystery of His saving work. Our Lord does not expect of us the impossible, but he expects that we do the best that we can to be with Him throughout these days of His powerful grace. 

There are many wonderful helps for the nourishing of such holy desire. First of all, there is rich treasury of prayer in the Church, for example: the reading of the Holy Scriptures, for instance the Penitential Psalms, especially Psalm 51 [50], and the account of the Passion of Our Lord in the four Gospels, devotion to the Sacred Heart of Jesus, meditation upon the mysteries of our faith through the praying of the Holy Rosary, especially the Sorrowful Mysteries, the Litanies of the Sacred Heart of Jesus, of the Blessed Virgin (of Loreto), of Saint Joseph, and of the Saints, the Way of the Cross – which also can be made at home by using the images of the Fourteen Stations depicted in a prayer book or on a sacred object – , the Chaplet of Divine Mercy, visits to shrines, grottos and other places sacred to Our Lord and to the mysteries of the Redemptive Incarnation, and devotion to the saints who have been powerful to help us, especially Saint Roch, Patron against Pestilences. 

In our time, too, we are blessed to have access, through the communications media, to the sacred rites and to public devotions as they are being celebrated in certain churches, especially in the churches of monasteries and convents in which the whole religious community is participating. Viewing a sacred rite which is broadcasted is certainly not the same as direct participation in it, but, if it is all that is possible for us, it is surely pleasing to Our Lord Who will never fail to shower us with His grace in response to our humble act of devotion and love. 

In any case, Holy Week cannot be for us like any other week but must be marked by the deepest sentiments of faith in Christ Who alone is our salvation. The sentiments of faith during these holiest of days are, likewise, sentiments of deepest gratitude and love. If your gratitude and love cannot have their highest expression through participation in the Sacred Liturgy, let it find expression in the devotion of your hearts and homes. Commemorating, with Christ, His Blessed Mother and all the saints, the events of the Sacred Triduum, we contemplate the mystery of His life within each of us. For all, time spent, each day, in prayer and devotion, meditating upon the Passion of our Lord, will help us to be with our Lord during these holiest of days in the best manner possible at this time. How much the suffering of the present time should teach us about the incomparable gift of the Sacred Liturgy and the Sacraments! 

In closing, I assure you that you and your intentions are in my prayers today and will remain in my prayers throughout Holy Week and especially during the Sacred Triduum of Holy Thursday, Good Friday and Holy Saturday. May we all keep company with Christ with deepest faith, hope and love, as we celebrate these holiest of days on which He suffered, died, and rose from the dead to free us from sin and from every evil, and to win for us eternal life. May our observance of Holy Week, this year, be our strong armament in the ongoing combat against the coronavirus COVID-19. In Christ, the victory will be ours. “Do not fear, only believe” (Mk 5, 36). 

 

Raymond Leo Cardinal BURKE

5 April 2020

Palm Sunday

 




Di Renzo: “L’uomo vive la vita come una fuga da sé, aggrappato a tutto e a tutto estraneo”

Presentazione di Gesù al tempio, Pietro Cavallini, Chiesa Santa Maria in Trastevere, Roma

Presentazione di Gesù al tempio, Pietro Cavallini, Chiesa Santa Maria in Trastevere, Roma

 

di Giuliano Di Renzo

 

La festa della Presentazione di Gesù al tempio ci fa meditare la Madonna come braciere dal quale sale in offerta d’amore il Figlio Verbo di Dio fattosi in Lei, per Lei e da Lei uomo per noi. Per noi e per restituire al Padre l’onore che gli avevamo tolto e quindi cancellare con ciò il nostro debito all’infinita Giustizia della divina Santità.

Maria mediatrice, Maria corredentrice fu unita al Figlio in un solo Sì di vittima. “ Eccomi, sono la serva del Signore, si faccia di me quello che hai detto” ( Lc 1,38 ). E “entrando nel mondo Cristo dice: Tu, o Dio, non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel Rotolo del Libro – per fare, o Dio, la tua volontà. Per quella volontà noi siamo stai santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Cristo, fatta una volta per sempre” (Ebr 10,5-10 e Sl 40,7-9).  Maria una sola volontà con quella del Figlio, Alma Socia Christi.

Doveva essere allora un’entrata trionfale del Messia ma non si trovarono che i santi Simeone e Anna.

Ugualmente, entrata trionfale doveva essere a Gerusalemme prima della passione.

Invece ancora una volta, come sarà sempre: “ Alla vista della città (Gerusalemme), Gesù pianse su di essa, dicendo: Se avessi anche tu, in questo giorno, conosciuta la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata!” ( Lc 19,41-45).

E’ Dio che piange. Dio piange e mai ha smesso di piangere sulle città, sulle società e sugli uomini, sulla perdita delle nostre anime. La sofferenza che il Signore prova per noi e al nostro posto per il nostro disfacimento, dovrebbe richiamare noi alla seria considerazione della Passione di Gesù. Ma ciò non è possibile quando manca l’amore.

A ben vedere la Storia Sacra non è cammino dell’uomo con Dio, ma storia sacra come via crucis di Dio verso l’uomo.

Noi ci figuriamo Dio un solitario freddo Allah, un astratto Grande Architetto, o altro, tutto meno che Dio vivente, che perciò ama ed è quindi giusto della giustizia che è Santità dell’Amore, perciò che l’uomo teme perché si scopre peccatore, nega perché teme. Lapsus freudiano del subcosciente umano che svela a noi che Dio c’è e messi di fronte a Lui ci sentiamo istintivamente peccatori colpevoli di non confessato antico delitto.

L’uomo teme perciò Dio e come già dopo il primo peccato cerca sempre di nascondersi alla luce di Lui e cercare di nascondersi Lui a sé.

Ma il Verbo che è la Luce rimane là nella sua coscienza. Il Verbo illumina ogni uomo che viene in questo mondo e senza di Lui l’uomo stesso non sarebbe ( cfr Gv1,1 ss).

In quanto il Verbo è parola propria dell’Essere sommo – Colui che è, Io Sono – che tutto illumina di essere, l’uomo non sarebbe essendo l’uomo immagine vivente di Lui.

La Sapienza percorre l’universo, penetra in ogni spirito, anche il più sottile, ed è perciò che pure la natura è percorsa dal verbo dell’esistere, logos che rende la mente accessibile a se stessa e coscienza di sé e luce, consente cioè all’uomo di intendersi e intendere e alla natura di essere dalla mente intesa. Nella natura il Verbo ha sua gloria nel verbo matematico col quale a noi si rivela.

Nomi che sono in fondo antintellettualistici, come dire che dalla cecità la visione, reticenze per togliere dall’orizzonte della coscienza la luce del Nome che sta dentro di noi e noi cerchiamo. La storia umana è scorrere di tragedie dell’uomo nella vana sua ricerca della felicità.

“ Fecisti nos (Domine) ad Te, et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te” ( Sant’Agostino. Conf. 1,1; P.L. 32,661).

L’uomo vive la vita come una fuga da sé, aggrappato a tutto e a tutto estraneo. Perennemente fuggiasco e vive la divisione, interiore con se stesso ed esteriore col mondo, come lotta che fa tormento la sua esistenza. La corrente esistenzialistica della nostra filosofia, il concetto di angoscia e noia ne è il segno nella ragione raziocinante che lo scova e trae da sé nel tentativo di avere una salvezza. Ma nessuna salvezza l’uomo può dare a sé e dolore e morte sono la cifra del suo fallimento.

Non per nulla Gesù si annuncia come salvatore nel portare la pace agli spiriti senza pace, misericordia alle anime cadute, speranza agli spiriti avviliti dall’inesorabilità dell’apparente inanità della vita, resuscitando la bimba morta ai genitori disperati, il defunto unico figlio alla madre vedova rimasta sola morti, il fratello amato a due sorelle distrutte e a sé l’amico caro. E la sua personale Resurrezione sarà per tutti il primo squillo della vita che ritorna, perché la morte subita per amore mostra che l’Amore è più della Morte, perché di fronte alla Luce le Tenebre svaniscono.

Estenuato, corpo e anima tutto piaghe Gesù cammina barcollando verso il Calvario portando sulle spalle lacerate l’atroce carico della sua croce. Vede delle donne che uniscono a consolarlo il loro pianto suo dolore. Dimentico della drammatica sua condizione di innocente sottomesso a tanta furia di umana cattiveria e malvagità si preoccupa di consolare Lui le donne che vorrebbero consolarlo: “ Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me ma su voi stesse piangete e sui vostri figli … giacché verranno giorni in cui si dirà: Beate le sterili e i ventri che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato…perché se tali cose si fanno al legno verde che cosa sarà fatto al legno secco?” ( Lc 23,28-31). Gerusalemme sconterà il suo tradimento di Dio con una terribile fine, monito a quanti privano sé di Dio.

Ma Sant’Agostino che ha sperimentato la seduzione del male ci ricorda che però “ Dio, che ti ha creato senza di te non può salvarti senza di te” ( Sermo CLXIX,13). Dobbiamo riavvicinarci al Signore col cuore pentito e la preghiera, che abbiamo abbandonata dicendo che ci annoia e ci stanca. Come sorprenderci se quando preghiamo ci avviciniamo al Signore sciatti e distratti, col cuore lontani da Lui? Se abbiamo abbandonati o diradati i sacramenti e importando quotidiana conversione è più comodo dire che sono superstizioni e intanto ci si dà a vere superstizioni perché l’anima non può fare a meno una devozione perché la sete di amore, è profondo bisogno dell’anima e invoca la presenza in sé di Dio. E tuttavia andando contro noi stessi avendo smessi di aver fame di Dio?

Dalla contemplazione della Passione di Gesù diventata in loro un vissuto i santi hanno appreso ad affiancarsi a Lui e come il Cireneo caricarsi un poco dei peccati di tutti e per quanto è in loro espiarli. San Pio, la venerata signora Luisa, i Servi di Dio Luigina, Giacomo Gaglione, Fra Immacolato Giuseppe di Gesù, Suor Annitina, San Francesco e  come loro, conosciuti o sconosciuti, hanno accettato di far parte, secondo che lo Spirito di Dio chiedeva e dava a ciascuno, del sudore di sangue di Gesù nel Getsemani, dei dolori della sua Passione, subire gli sberleffi del mondo che irride selvaggiamente ancora all’agonia di Lui sulla croce.

Opera immane di sofferenza e di amore fu ed è portare a salvezza quante più anime possibili da questo mondo nefasto.

Abbiamo bisogno di scendere nelle profondità di noi stesi, nelle strette della nostra umana disperazione per sentire forte la Voce della resurrezione che si fa strada come acqua della vita nell’oscuro tortuoso labirinto della coscienza che ha dimenticata se stessa.

Abbiamo bisogno di quel Qualcuno che l’anima porta in sé anche se non si mai preoccupata di conoscere. Qualcuno abile di imboscate su vie di Damasco e folgorando faccia riemergere da dentro di noi la dimenticata sua “ bellezza tanto antica e tanto nuova” ( Sant’Agostino. Conf. 10, 27).

Fare esperienza del nulla, dei propri fallimenti, per accogliere il Tutto. Todo y Nada dei mistici, come ben illuminato da San Giovanni della Croce. Svaniscono allora le cose del mondo che tanto ci tenevano abbarbicate a sé e il cuore sino allora un sepolcro si apre alla Luce. Saul rovesciato a terra risorgerà nella nuova creatura Paolo. L’Innominato dei Promessi Sposi verrà dilaniato dai rimorsi, vinta la forza dell’uomo senza morale dalla debolezza dell’innocenza indifesa.

Anche se nascosto sempre rimane in ciascuno l’uomo immagine di Dio.  La storia umana è storia di crisi, male del mondo sono le nostre anime malate.

“ Siccome molta gente andava con Lui, Egli si voltò e disse: Se uno viene dietro a me e non lascia suo padre, suo padre, la moglie, i figli i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce (quale comporta abbandonare il mondo e seguire Gesù) e non viene dietro di me non può essere mio discepolo” ( Lc 14,25-27).

 




Il battesimo di Gesù e il nostro battesimo

Battesimo di Gesù

Battesimo di Gesù

 

di Giuliano Di Renzo

 

Con questa domenica termina il periodo liturgico detto di Natale.

Nella Chiesa antica e nelle Chiese d’Oriente il battesimo veniva praticato per immersione.

Ed è perciò che anche a Lourdes, ma pure a Collevalenza, si viene immersi nelle piscine, ove talvolta risorgono sorprendentemente sane persone che erano malate.

I battezzandi venivano immersi per tre volte nel fonte battesimale intanto che si invocava su di essi il Nome della Santissima Trinità, come dopo la sua resurrezione Gesù aveva detto ai suoi discepoli di fare.

Muore il vecchio uomo, l’uomo lordato dalla lebbra dei suoi peccati e rinasce quale uomo nuovo restituito alla primitiva divina giustizia della creazione quando era appena uscito dal cuore di Dio creatore e comunicatore di vita.

Non ha Dio il nome di Padre? Che non è un nome né indica l’azione transuente del modo umano di generare, ma in Lui è il suo sussistere come io personale.

Così come lo è il nome del Verbo, la Parola, il Logos sospeso nei cieli eterni del Padre che genera dal suo seno nell’oggi dell’eternità dicendo il suo Verbo e al suo Verbo:

 «Tu sei mio figlio,
io oggi ti ho generato.
Chiedi a me, ti darò in possesso le genti
e in dominio i confini della terra.
Le spezzerai con scettro di ferro,
come vasi di argilla le frantumerai».
E ora, sovrani, siate saggi
istruitevi, giudici della terra;
servite Dio con timore
e con tremore esultate (Salmo 2,7-11)

E lo Spirito che dall’uno al’altro spira in sussistente felicità di Persona Amore.

Per noi uomini il nome è un flatus vocis, una voce per distinguerci l’uno dagli altri.

Per i popoli semiti il nome è concretezza della persona.

Pertanto invocare il Nome di Dio in segno di benedizione su una persona è porre Dio su di essa.

Come anche nominare scelleratamente il Nome Santo di Dio invano o, peggio, bestemmiare, insultarlo è gettare fango sulla Luce candidissima dell’eterna sua inviolabile Santità.

Ugualmente quando il sacerdote traccia su di noi il segno della croce pronunciando il Nome di Dio Padre, Figlio, Spirito Santo è la presenza di Dio che vene posta su di noi e noi messi la sua tutela.

Benedire è “bene-dire” in senso alto, è porre una persona sotto la tutela di Dio Amore e Vita.

Possiamo da ciò capire come il segno della croce che noi facciamo non è un’inezia, ma è la nostra fede che confessata in due parole mette su di noi il sigillo sacro del Padre, del Figlio e del loro Amore. Essi ci creano e ri-creano, ci redimono e ci santificano trasportandoci nell’eternità del loro amore.

La triplice immersione nell’acqua del fonte battesimale mentre fa scendere nel battezzando l’acqua nel Nome della Ss.ma Trinità lo immerge nella morte redentrice di Cristo e lo fa risorgere nella resurrezione di Lui alla Vita non più semplici uomini, né di pure creature ma come sfavillio della luce di Dio che scende in essi e con essi risale nell’eternità. E’ la nostra grazia santificante che ci eleva e presenta a Dio e al mondo nella veste regale della filiazione da Dio. “Io vi ho detto che siete dèi” (Vangelo di San Giovanni 10,34 e Salmo 82,6).

Immersi in Gesù si riappare in Lui figli di Dio, in Lui che è il solo e vero Figlio.

Qui giova ripetere che è improprio dire che siamo tutti figli di Dio. Siamo certo tutti creature amate di Dio, ma solo Gesù è Figlio. Il Padre è Padre per il Figlio e il Figlio è Figlio per il Padre nella felicità di questa generazione e filiazione spira tra lo Spirito dell’Amore. Noi possiamo diventare perciò figli ndi Dio solo innestandoci col battesimo in Gesù come tralcio sulla vite.

Gesù si presentò al battesimo di Giovanni a tutti visibilmente uomo e penitente tra i tutti penitenti e viene immerso da Giovanni nell’acqua del fiume Giordano. E quando uscì da quell’acqua si aprirono finalmente per noi i cieli e il Padre, ora come Padre non più solo come Dio si mostra nella luce dello Spirito e dona a noi suo Figlio dicendoci: “Questi è il mio Figlio amato, nel quale trovo la mia compiacenza, perciò ascoltatelo!” (Vangelo di San Matteo 3,16-17).

Mandato e donato a noi perché lo ascoltassimo e lo seguissimo nel cammino del nostro esodo dalle Sodoma e Gomorra che è questo mondo di passioni e di peccato verso la santità, verso la rivelazione di manifesta piena luce di figli di Dio.

Figli ora di Dio, di Lui siamo anche eredi, eredi di Dio con Cristo avendo ottenuto col battesimo il diritto di accesso al cielo, al quale il Signore prima creandoci e poi riscattandoci ci destinati.

“Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo se veramente partecipiamo alle sie sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani 8,17).

Il battesimo è rinascita, la nostra rinascita che fa noi non più proni verso la terra ma eretti versi il cielo. Siamo dei ri-nati. Riprendendo da Sant’Agostino il Concilio di Trento dice che “in renatis nihil odit Deus”.

Eravamo figli dell’ira, senza Cristo meritevoli della vendetta di Dio contro il male che pervadeva come metastasi la nostra anima. Ma lavati ora col battesimo nel sangue di Cristo siamo risorti con Lui rivestiti della veste candida della Santità di Gesù, fatti in Lui, il diletto, anche noi figli di Dio diletti (cfr Lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini 2,3).

Il peccato ci rende orridi al cospetto di Dio per cui la sua Giustizia intesa come somma perfezione di Santità deve agire con noi al modo di purificatrice giustizia penale e ristabilire nel mondo la santità che abbiamo derisa e ricomporre la bellezza che abbiamo stracciata.

Il battesimo, come tutti i sacramenti, non è un rito, non è una cerimonia che non lascia traccia, ma è “sacramentum”, azione di un mistero che penetrando lo spirito ne rinnova il DNA.

L’umo viene santificato, viene cioè restituito all’interiore sua originaria somiglianza con Dio. Ma non come di semplice creatura ma come figlio nell’unico suo Figlio che è Gesù, il suo Verbo appunto per questo fattosi uomo tra gli uomini.

Ed è perciò che il peccato di impurità che viola la santità propria del corpo come tempio di Dio e tutti gli altri peccati sono nel cristiano ancora più gravi. Essi dissacrano infatti laicizzandolo il tempio di Dio. E’ di tutta la persona infatti essere segno e riflesso del Dio infinitamente Santo.

Ringraziamo oggi con gioia il Signore di averci segnati mediante il battesimo in Crsto con i segni della sua gloria divina e portati nel regno del suo Figlio diletto nel quale, dal quale e per il quale abbiamo la vita. La vita di Dio che è perciò eterna.

Ringraziamo Gesù che divenendo uomo e inserendosi nella nostra umanità ha dato a noi la grazia di poterci innestare in Lui come tralcio nella vite e diventassimo così in Lui figli di Dio.

Ricordiamoci sempre del nostro battesimo col quale siamo rinati quali figli di Dio.

Esultiamo con Sant’Agostino perché “hodie Christus facti sumus”. Esultiamo perché oggi in Cristo siamo diventati noi Cristo.

Rinnoviamo spesso le promesse del nostro battesimo, teniamo fermo tra le tempeste di folli istigazioni umane il nostro sì nuziale allo Sposo che è Cristo.

Lodiamo, ringraziamo, adoriamo.

“Laudato, si’ mi’, Signore….Lodatelo e rengratiatelo cum grande humilitade” (San Francesco d’Assisi. Cantico delle Creature o di Frate Sole).

Facciamo con la Vergine Santa e come Lei della provvisoria nostra un magnificat di attesa e preparazione all’eterno Magnificat del cielo.




“C’è un annuncio che corre per l’aria della storia e giungerà fino alla fine. È l’eco di un avvenimento”

Il 24 dicembre 1997 il quotidiano “il Giornale” ha pubblicato un intervento di don Luigi Giussani che ricordo con gratitudine. E’ la riproposizione semplice e gioiosa del Grande Annuncio che oggi come allora è rivolto a tutti gli uomini. Oggi come allora sono i semplici e i poveri di spirito ad ospitarlo nel loro cuore.

        Antonio Zeffiri

Adorazione del Bambino (Beato Angelico, 1438-1445)

Adorazione del Bambino (Beato Angelico, 1438-1445)

 

di Luigi Giussani


C’è un annuncio che corre per l’aria della storia e giungerà fino alla fine. È l’eco di un avvenimento, di un fatto talmente originale che in coloro che più ne sono stati investiti esso significa “Dio fatto uomo”. Il Natale è l’annuncio dell’avvenimento più impensabile, più apparentemente irrazionale, più contraddittorio che abbia attraversato la storia. Se Dio, cioè il Mistero premuroso, con le sue mani crea le fattezze del piccolo uomo, perché questo stesso Dio non può – proprio come suo metodo sistematico – avere con l’uomo un rapporto familiare? Così che la sua conoscenza sia, innanzitutto, attenzione a questa presenza familiare piuttosto che un grintoso affronto di una realtà enigmatica e lontana. Perché non potrebbe essere così?

Per noi cristiani il metodo attraverso il quale il Mistero persegue il suo notificarsi alla creatura che Egli ha dotato di coscienza, di autocoscienza, di ragione, di cuore, è un metodo innanzitutto familiare: un bambino, Gesù di Nazareth, nato nel seno di una giovane donna, Maria. Come permane questo avvenimento nella storia? Questo è il problema, il problema della vita essendo il rapporto, il nesso tra l’istante effimero e il compimento eterno di esso. L’istante umano, infatti, ha una densità che null’altro ha di così corrispondente. Il problema dei problemi è come quell’avvenimento “stia” nel tempo. Se un avvenimento non permane nel tempo, non è un avvenimento, è un ricordo. E tutta la lezione che abbiamo imparato da Charles Péguy sul significato della parola “avvenimento” è l’indicazione del fenomeno in cui un nuovo emerge. Senza avvenimento, nessuna novità.
Che nesso hanno tutte queste cose con l’oggi del mondo? Il principale influsso della coscienza cristiana, della temperie cristiana, di una mentalità cristiana, sulla realtà che ci circonda – famiglia, amici, luogo di lavoro, paese, ambito sociale -, è la versione festosa di una cosa altrimenti ripugnante o lagrimosa. Che cosa rende festoso o traduce in termini festosi anche la situazione più amara – e ognuno di noi può vedere in questo momento padre Kolbe scendere dentro la fogna in cui morirà con gli altri: scendere, liberamente offertosi al posto di quel padre di famiglia nel lager, con una serenità non frenata e non obiettata da niente -? Quell’Avvenimento che è compagnia permanente! La durata di quell’Avvenimento è l’esistenza della Chiesa, fino alla fine del mondo. Per questo è festoso il tempo: perché la speranza penetra e attraversa qualsiasi momento e situazione. È soltanto nella speranza, è soltanto laddove l’amore è possibile come esperienza reale, pura, verso quella gratuità, o carità, che è un ideale infinito, è soltanto nell’amore – che quell’Avvenimento protegge e sviluppa nel cuore di ognuno – che la speranza risulta una virtù irrefrenabile, invincibile. Come scrive Péguy: delle tre virtù, la più piccola e indifesa è la speranza, ma la più grande e la più importante è proprio la speranza. Senza speranza, l’unica disperata prospettiva sarebbe quella descritta da Giosuè Carducci quando, in Su Monte Mario, immagina l’ultimo uomo e l’ultima donna «che ritti in mezzo a’ ruderi» vedono «con gli occhi vitrei» il sole calare per l’ultima volta «su l’immane ghiaccia».

Col Natale entra in scena una cosa assolutamente occulta a tutti, vale a dire il reale, la realtà. La grande Presenza. Il presente esaurisce la verità dell’uomo, e un fattore che non sia nel presente, non esiste: non “non esiste più”, ma “non è mai esistito”. Questo è un problema di ragione. Perciò, paradossalmente, il primo problema che noi avvertiamo verso la cultura moderna è che ci sentiamo come mendicanti dell’idea di ragione, poiché è come se nessuno più avesse il concetto di ragione, e comprendiamo – di rovescio – che la fede ha bisogno che l’uomo sia ragionevole per poter riconoscere l’Avvenimento grazioso del Dio con noi.