I Gesuiti sono cattolici?

Sui social i principali protagonisti della discussione sui “cattolici LGBT” sono sacerdoti della Compagnia di Gesù. Oggi come oggi i più noti sono padre James Martin (molto noto ai lettori di questo blog) e padre Thomas Reese che, dopo aver sostenuto che la Chiesa doveva smettere di perdere tempo a combattere contro il matrimonio gay e di storcere il naso verso i seminaristi gay, viste le poche vocazioni, è stato premiato da Obama con un incarico presso la Commissione degli Stati Uniti sulla libertà religiosa internazionale.

Martin, consultore della Santa Sede per le Comunicazione, l’estate scorsa è stato inviato al Meeting internazionale della Famiglia per parlare di “accoglienza delle persone LGBT”; Reese, allontanato dalla rivista “America Magazine” per ordine della Congregazione per la Dottrina della Fede (dopo anni di polemiche con il card. Ratzinger nel frattempo diventato Papa), il prossimo anno, parlerà della crisi degli abusi sessuali del clero al Congresso di Educazione religiosa di Los Angeles (LA REC).

L’elenco dei Gesuiti oggi esplicitamente a favore ad una incorporazione della visione antropologica derivata dalla cultura LGBT nella pastorale e nella dottrina cattolica è piuttosto lungo ma non è un dato recente: fin dagli anni ‘70 i Gesuiti sono stati in prima linea con i movimenti LGBT, con sacerdoti attivisti che sono stati spesso tollerati dalla Compagnia e contrastati con vario successo dal Vaticano.
Questo articolo del 2002 presenta un libro, Incertezza Passionale: Dentro i Gesuiti americani, in cui viene mostrato come questo processo, all’interno di un quadro di desertificazione dottrinale della Compagnia di Gesù negli Stati Uniti, è proseguito e, agli inizi del nuovo millennio, era già molto avanzato.
A guardare come stanno le cose oggi, sembrerebbe, purtroppo, che negli ultimi 16 anni non siano migliorate.

L’articolo è del padre gesuita Paul Shaughnessy, la traduzione è di Annarosa Rossetto.

Gesuiti: novizi.

Gesuiti: novizi.

 

I Gesuiti sono cattolici?

“Miei cari amici, vediamo tutti le difficoltà che affliggono qualunque nozione di una religione rivelata”, dice un filosofo di Oxford in Let Dons Delight di Ronald Knox. “Firmi un assegno in bianco, approvando in anticipo, per così dire, la sua dottrina, non sapendo se ci saranno ancora abbastanza soldi quando andrai a controllare il conto.”

La Chiesa Cattolica si considera come il legatario di verità universali e immutabili su Dio e l’uomo, sostenendo di avere una garanzia divina che non ha mai insegnato, e mai insegnerà, l’errore. Come intuì con particolare chiarezza un soldato basco di nome Ignazio Loyola, questa posizione o è vera o è folle: solo la vigliaccheria morale o la confusione intellettuale potrebbero dare spazio ad una via di mezzo. Quindi nessuna fede è più radicalmente vulnerabile del cattolicesimo alla mancanza insinuata dallo scettico docente di Knox, nessuna religione ha più bisogno di una difesa agile, adattabile e sempre vigile.

Gli uomini della Compagnia di Loyola, conosciuti col nome sarcastico di “Gesuiti” dato dai loro oppositori, si sono organizzati su linee militari con un amore militaresco per una chiara catena di comando, come attesta il loro atto di fondazione. Il Gesuita deve “servire come un soldato di Dio sotto lo stendardo della Croce e servire il solo Signore e la Chiesa, sua sposa, sotto il romano pontefice, il vicario di Cristo sulla terra”. La missione del Gesuita è “lottare soprattutto per la difesa e la propagazione della fede e per il progresso delle anime nella vita e nella dottrina cristiana”.

È un affare rischioso. I voti “di sangue” con cui il Gesuita si lega perennemente alla povertà, alla castità e all’obbedienza sono fatti tipicamente per la prima volta quando il novizio ha venticinque anni, non alla conclusione, ma all’inizio dei dieci anni di addestramento in cui imparerà che cosa esattamente si è impegnato a difendere. Più l’aspirante è intelligente e idealista, più è spiritualmente precaria la sua posizione, mentre affronta il pieno potere degli avversari della Chiesa e la fragilità fin troppo umana dei suoi difensori. La scommessa di Loyola era che, se il desiderio di Dio di un uomo potesse essergli reso presente, egli avrebbe sopportato volentieri i sacrifici richiesti fino a quando non avesse visto la verità “dall’interno”, e non fosse più motivato dalla disciplina ma dall’amore. Per quattro secoli il gioco ha funzionato.

Ora non più. L Incertezza Passionale: Dentro i Gesuiti americani pubblicato recentemente è una rappresentazione eccentrica ma convincente del collasso della diserzione della Società di Gesù: Papisti che odiano il Papa (il riferimento è a Giovanni Paolo II, N.d.R.), evangelizzatori che hanno perso la fede. Privati ​​della loro ragion d’essere come Gesuiti, rispondono o mettendo fine alla loro esistenza come Gesuiti (i disertori sono più numerosi dei membri attivi negli Stati Uniti) o indugiando a una voluta imbecillità in cui alle questioni che dividono in modo esplosivo non è mai permesso di emergere.

Gli autori di Passionate Uncertainty, Peter McDonough e Eugene Bianchi (rispettivamente un esperto di scienze politiche e un professore di religione) descrivono in modo molto vivido il crollo dei Gesuiti citando le interviste e le dichiarazioni scritte di più di quattrocento Gesuiti ed ex Gesuiti. Sia la gamma degli oratori presentati sia il contenuto delle loro opinioni riflettono accuratamente la situazione attuale. Non che chi parla sia sempre equilibrato, onesto o magnanimo – c’è un risentimento troppo profondo perché possa essere così – ma nel complesso le voci ci danno una immagine reale del dilemma dei Gesuiti americani: uomini capaci e senza scopo, irrimediabilmente compromessi dallo spergiuro .

La traiettoria del declino non è difficile da ricostruire, e la storia dei Gesuiti, sebbene più drammatica, differisce poco da quella di altri ordini progressisti religiosi nei decenni successivi al Concilio Vaticano II. Si è visto il liberalismo promuovere la tolleranza e il rispetto reciproco nelle comunità secolari pluraliste. Tuttavia, essendo puramente negativo nel contenuto e procedurale nell’applicazione, si rivelò letale quando importato in un ordine volontario come la Società di Gesù, un ordine sia dottrinalmente esclusivista sia rigidamente gerarchico. Quasi da un giorno all’altro la fanteria leggera del Papa divenne un battaglione in cui ogni uomo decise da sé quale guerra stava combattendo. Il risultato fu un incubo istituzionale: confusione e codardia al vertice; disperazione, rabbia e disillusione nei ranghi. I Gesuiti americani sono passati da 8.400 membri nel 1965 a 3.500 oggi. I novizi entrati sono diminuiti da un picco di un anno totale di 409 a un minimo di 38. Peggio ancora, il numero di preti che abbandonano la nave ogni anno equivale all’incirca al numero di novizi entrati; il numero di Gesuiti che muoiono ogni anno è il doppio di entrambi.

Eppure, al suo centro, la crisi non è di dimensioni ma di fedeltà. Uno dei servizi importanti che fornisce Passionate Uncertainty è che farci ascoltare influenti Gesuiti – quelli che plasmano la strategia – esprimere francamente la loro opinione, con parole non addolcite dalle loro personali relazioni pubbliche negli uffici di raccolta fondi. “Sono inorridito dalla direzione dell’attuale Papato”, dice un amministratore universitario. “Sono scandalizzato dal rifiuto intransigente di Roma di riesaminare le sue dottrine riguardanti gender e sesso”. .  . “Francamente penso che la Chiesa sia governata da criminali.” “La Chiesa come la conosciamo sta morendo”, insiste un maestro ad un ritiro. “Spero e prego che la Compagnia aiuti a facilitare questa morte e risurrezione.” Un accademico gongola: “La Società non ha venduto la sua anima alla ‘Restaurazione’ di Giovanni Paolo II.” Un altro studioso Gesuita, uno storico di Chiesa, classifica Giovanni Paolo II come “probabilmente il peggior Papa di tutti i tempi”, aggiungendo: “Non è uno dei peggiori Papi; lui è il peggiore. Non fraintendetemi.” Gli intervistati chiariscono che il loro disprezzo per il Papa è basato quasi interamente sulla sua intransigenza, la sua riluttanza a imitare la propria adattabilità in materia di dottrina.

Come tutti i sacerdoti, i citati di cui sopra hanno fatto un giuramento solenne giurando di “abbracciare fermamente e accettare tutto ed ogni cosa che riguarda la dottrina della fede e della morale” proposta dalla Chiesa. Non si deve presumere che non riescano a vedere la discrepanza. La loro voluta imbecillità non deriva da una mancanza di intelligenza o ingegnosità, ma da una deliberata decisione di ignorare lo scontro con gli impegni presi e di sopprimere i tentativi ribelli di gettare luce su ciò che, per ragioni tattiche, è meglio lasciare nell’oscurità.

La “NEGAZIONE DELL’EVIDENZA” è il motto della nuova nomenklatura dei Gesuiti, e gli uomini che si sono nominati superiori negli anni ’70 hanno capito chiaramente che chiunque può scrivere o dire praticamente tutto ciò che vuole, purché continui a tenere aperte le linee semantiche della ritirata. Così il teologo tedesco Karl Rahner ha potuto esortare i suoi compagni Gesuiti: “Dovete rimanere fedele al Papato nella teologia e nella pratica, perché questo è parte del tuo retaggio in misura speciale, ma perché la forma attuale del Papato rimanga soggetta , anche in futuro, ad un processo storico di cambiamento, la vostra teologia e la legge ecclesiastica hanno soprattutto il compito di servire il Papato come lo sarà nel futuro. Vedete che idea? I nostri attuali Gesuiti (si parla del 2002 N.d.T.) sono tutti fedeli al Papato, ma al futuro Papato – forse quello di Papa Chelsea XII – e il loro sostegno alla contraccezione, al sesso gay e al divorzio proviene da umile obbedienza a questo pontefice opportunamente proteiforme.

C’era un prezzo da pagare, ovviamente. La negazione dell’evidenza ha permesso alla Compagnia di Gesù di emanciparsi dalla Santa Sede, ma nello stesso tempo ha sottratto alla dirigenza Gesuita la sua capacità di condurre, di esprimere chiaramente una visione lucida e di impartire ordini di marcia inequivocabili. Non sorprende che, in assenza di un obiettivo chiaro, la disciplina tradizionalmente accettata come mezzo per raggiungere l’obiettivo inizi a sfaldarsi. Come spiegano gli autori nel loro stesso gergo: “La struttura degli incentivi alla santità è cambiata. La pratica ascetica ha subito una dissacrazione e ha assunto più di un sentore di patologia.” Il risultato, molto semplicemente, è la diffusa infedeltà ai voti: rilassamento nella povertà e nell’obbedienza, ma, più drammaticamente, fallimento nella castità.

In PASSIONATE UNCERTAINTY McDonough e Bianchi citano un Gesuita sulla cinquantina che – ammettendo sconcerto alla domanda “cosa costituisce l’adesione al celibato?” – dice che questa incertezza “mette i preti in un dilemma tra un dannato se lo fai (posizione morale non coerente) e un maledetto se non lo fai (repressione vecchio stile).” Le sue ulteriori osservazioni suggeriscono che la repressione è la strada meno presa: “Ora tutti (quelli con un cervello) si rendono conto che le regole sono cambiate. Posso lavorare a stretto contatto con una collega donna? Andare a pranzo? . . . Posso darle il bacio della buonanotte? Passarci una notte una volta ogni tanto, purché non interferisca con il mio ruolo sacerdotale? Fare le vacanze insieme?”

Anche se mi allineo con i senza cervello nella classificazione di quest’uomo, non ho dubbi che abbia ragione a credere che la maggior parte dei suoi colleghi Gesuiti sia del suo pensiero e che non vivano secondo i loro voti ma secondo le loro nuove regole. Il suo resoconto è fuorviante, tuttavia, nel suggerire che la maggior parte della nuova generazione cerchi la compagnia delle donne.

“Sono entrato per trovare un modo di vivere il mio essere gay”, dice un Gesuita di trentasei anni, “anche se allora non l’avrei detta in questo modo.” Non è il solo. Circa la metà della Compagnia sotto l’età di cinquanta vaga al confine tra omosessualità dichiarata e non dichiarata. Nel 1999 i Gesuiti americani decisero di dare la priorità al reclutamento dei gay (sotto la rubrica di “uomini a proprio agio con la loro sessualità”), e la maggior parte dei formatori americani, Gesuiti incaricati della preparazione, sono essi stessi omosessuali.

C’è una buona dose di dissimulazione tra i superiori su questo punto: alcuni negano l’accusa di un afflusso di gay, alcuni lo ammettono ma insistono sul fatto che è un vantaggio, e probabilmente si spostano da una posizione all’altra a seconda delle simpatie del loro pubblico e delle esigenze del momento. Nel complesso, i superiori hanno favorito con cautela la trasformazione della sottocultura gay nella cultura dominante all’interno delle case dei Gesuiti. Il sito web della Provincia della California ritrae il suo noviziato in termini francamente di campeggio (una foto che mostra due novizi nelle maschere di Carnevale era intitolata “Pretty Boy and Jabba the Slut” (la puttana, N.d.T.). Sull’altra costa, il Boston Magazine ha riconosciuto la parrocchia dei Gesuiti del centro come il “miglior posto per incontrare un compagno gay” nei suoi riconoscimenti per “Il Meglio di Boston”.

Il costo non è trascurabile. Come afferma la “Legge di Neuhaus” (proposta dall’editore di First Things Richard John Neuhaus), “dove l’ortodossia è facoltativa, prima o poi verrà proscritta”. Nella Società di Gesù ciò si applica alla diversità sia nello stile di vita che nella dottrina. Un uomo osserva: “Molti dei miei amici ex Gesuiti menzionavano il gran numero di Gesuiti gay e l’impatto che aveva sulla vita di comunità come una delle maggiori ragioni per cui se ne erano andati. Come Gesuita relativamente giovane ed eterosessuale credo di essere in minoranza, e questo solleva delle domande.” Un Gesuita di trentacinque anni aggiunge: “Il mio maestro dei novizi se n’è andato per sposarsi, il mio direttore di formazione per una relazione con un altro uomo, e così via. Non si può fare a meno di avere la sensazione che noi di questa generazione di Gesuiti possiamo essere ‘l’ultimo degli Shaker’.” (Gli “Indian Shaker” erano una setta religiosa indiana in cui si mescolavano elementi cattolici, protestanti e sciamanici – da qui il gioco di parole che vuol dire “l’ultimo dei Moicani” in senso religioso. N.d.T.)

Sarebbe un’esagerazione dire che non c’è preoccupazione tra i superiori in quello che Passionate Uncertainty chiama – in una frase memorabile – “l’incheccamento e l’invecchiamento dei Gesuiti” (nel testo un gioco di parole traducibile con l’omosessualizzazione e l’ingrigimento dei Gesuiti N.d.T.). Ma chiaramente sono disposti a tollerare l’invecchiamento per accelerare l’omosessualizzazione. Le simpatie omosessuali degli uomini posti nelle posizioni di controllo rendono particolarmente difficile per i candidati eterosessuali e dottrinalmente ortodossi sopravvivere al processo di selezione. Gli uomini del tipo considerato come materiale di prima scelta per Gesuiti negli anni ’50, vengono spesso eliminati prima di entrare nel noviziato. Qualche anno fa uno studente universitario di Harvard mi disse: “Dalla mia lettura della storia avevo ricevuto questa idea di Gesuiti come persone brillanti e fighissime che amano la Chiesa. Così ho pensato di tastare il terreno e sono andato a parlare con il promotore vocazionale. Per tutta l’ora in cui abbiamo parlato, non mi ha mai chiesto una sola volta qualcosa sulla mia vita di preghiera o simile. Ha continuato a fissarmi il pacco continuando a chiedermi quanto spesso mi masturbavo. Così, per tutto il tempo”. Così, amico mio, e tanti saluti a Jabba la Puttana.

Dati i loro settori d’interesse scientifico, è sorprendente che McDonough e Bianchi in Passionate Uncertainty dimentichino di toccare il cambiamento postconciliare più importante di tutti nella struttura di comando dei Gesuiti americani: lo spostamento del potere de facto dalla gerarchia formale (rettori di seminario, provinciali) ai Rettori universitari. Sulla carta, i Rettori rimangono soggetti ai loro superiori religiosi; in realtà sono loro a dettare il tono con cui la vita dei Gesuiti è vissuta e, in occasione di un conflitto tra Rettori e superiori, i Rettori vincono a mani basse. Il destino di padre Joseph Fessio, ex allievo del cardinale Joseph Ratzinger e direttore della Ignatius Press a San Francisco, ne è un’ottima esemplificazione. Quando Fessio è diventato una seccatura per il Rettore della University of San Francisco, padre Stephen Privett, all’inizio di quest’anno (2002, N.d.T.) contribuendo alla fondazione di un college cattolico biennale nelle vicinanze, è stato prontamente riassegnato come cappellano di un piccolo ospedale a Duarte, in California. Pochi Gesuiti furono sorpresi; e a nessuno il messaggio non è arrivato forte e chiaro.

La tipologia sociale della nuova classe dirigente è anche una dimensione importante della realtà attuale. Posizioni prestigiose, come amministratori universitari e teologati, sono per la maggior parte decise da un gruppo informalmente conosciuto come i “Galleristi”: sacerdoti gay discreti, di ottimo eloquio e curati nell’abbigliamento, tra i cinquanta e i sessant’anni. Laddove i Gesuiti più anziani sono famosi per il calore della loro passione anti-Papale, i Galleristi mostrano un’apatia quasi completa nei confronti della religione in tutte le sue forme. Progressisti in modo convenzionale, sostengono i preservativi e le donne sacerdote non tanto per motivi di fede ma perché è una posizione alla moda, un po’ come l’indossare un berretto da baseball all’indietro. L’anno scorso undici delle ventisette università Gesuite americane hanno ospitato ripresentazioni dei Vagina Monologues di Eve Ensler, mentre i Gesuiti più umilmente impiegati, spesso inclini ad essere sconcertati per questi sviluppi, sono stati ufficialmente rassicurati dal quartier generale che “l’identità cattolica dei collegi [Gesuiti] e delle università non è mai stata più forte”. Gli insegnamenti della Chiesa, essendo in gran parte irrilevanti, hanno un’importanza minimale nel plasmare le opinioni dei Galleristi, che tendono a considerare il cattolicesimo ortodosso come la boxe o l’eterosessualità, cioè come uno dei rozzi divertimenti della classe operaia.

Uno dei primi recensori di Passionate Uncertainty (lui stesso membro della nomenklatura Gesuita) ha lanciato una veloce occhiata agli indicatori di declino dati da McDonough e Bianchi, ma ha concluso allegramente: “Il ritratto generale è quello di uomini contenti delle loro vocazioni, che si sono avvicinati alla persona di Gesù lasciando dietro di sé quell’immagine del passato di un Dio Onnipotente.”

Questa osservazione, per quanto paradossale possa sembrare, è un’espressione abile della disconnessione caratteristica tra l’identità Gesuitica (nella nuova modalità) e il servizio sacerdotale a Dio (in quella vecchia). Nel capitolo di McDonough e Bianchi su “Il ministero e il significato del sacerdozio”, sentiamo un altro uomo liquidare languidamente la nozione di dovere sacerdotale come un esempio di immaturità emotiva: “L’azione sacramentale formale è meno centrale, come lo sono le ‘pratiche’ religiose, di come era stato negli anni precedenti – ma spesso molto più coinvolgente. Celebrare la Messa quotidiana, semplicemente perché si fa così, non fa più parte del mio modo di pensare. Sarebbe un approccio simile a quello per cui, in una relazione coniugale, si dovrebbe fare sesso ogni notte”

“A nessuno degli uomini che conosco interessa essere un prete”, riferisce un uomo che si occupa della formazione teologica. “Ciò che conta è essere un Gesuita”. Un direttore spirituale sulla cinquantina concorda: “Se potessi rimanere un Gesuita diventando Quacchero, potrei essere tentato”. Non si dovrebbe immaginare che queste siano le voci di un malcontento trascurato; al contrario, questo è un gesuita chic in rapida ascesa. Nel New York Times , Maureen Dowd ha scritto di un dramma televisivo in cui un “prete giovane, carino e trendy” porta una sua penitente ad abortire: “Non ho pensato che lo spettacolo riflettesse il punto di vista dell’élite del mondo dello spettacolo o, come hanno scritto alcuni critici, dei suoi produttori ebrei ‘non praticanti’. Ho riconosciuto il punto di vista dell’elite dei Gesuiti. I Gesuiti sono i piloti della Chiesa, l’intellighenzia formativa che più probabilmente si può trovare a bere vino costoso e viaggiare all’estero e ad escogitare interpretazioni dei dogma della Chiesa.” A quanto pare, aveva ragione: il co-creatore del programma e uno dei i consulenti esterni erano Gesuiti – Gesuiti, possiamo supporre, che si sono lasciati alle spalle una figura di Dio onnipotente con successo.

Ovviamente uomini così lungimiranti non hanno né vogliono nessun ruolo nel mondo religioso retrogrado dei santi e dei martiri Gesuiti. Edmund Campion, Jean de Brebeuf, Miguel Pro e compagnia bella sono tutti morti per convinzioni che la nuova razza trova adolescenziali e imbarazzanti. Certo, tra i 3.500 Gesuiti americani ci sono alcuni dissidenti: uomini che non sono interessati ad unirsi ai Quaccheri, che si sentono ancora legati dai loro voti, che celebrano la Messa, che desiderano, nel loro modo privo di immaginazione, una certa affinità con la semplicità e zelo di Sant’Ignazio di Loyola. Tendono a parlare poco e scrivono ancora meno: tengono la testa bassa, per la maggior parte, e portano le padelle ai vecchi quando non lo fanno.

Quindi, se la situazione nella Compagnia di Gesù è davvero come McDonough e Bianchi la descrivono in Passionate Uncertainty, perché il Papa (Giovanni Paolo II, N.d.T.) non interviene e fa cambiamenti radicali? Si evidenziano due ragioni. Da un lato, l’atteggiamento di Papa Giovanni Paolo II nei confronti delle congregazioni religiose, sia femminili che maschili, è in qualche modo darwiniano. È contento di far prosperare i gruppi sani – le Missionarie della Carità di Madre Teresa sono un esempio lampante – mentre lasciano morire per conto loro quelli malsani, come un caribù malato in mezzo al permafrost. D’altra parte, i recenti Papi hanno giudicato il costo politico degli interventi per riformare le congregazioni in fallimento come eccessivo in vista dei probabili benefici da ottenere. Una stretta analogia può essere tracciata con le talpe che sono emerse nel British Secret Service negli anni ’50. Il loro tradimento era noto molto prima che venissero presi provvedimenti contro di loro; un po’ alla volta gli è stato negato l’accesso a materiale sensibile, semplicemente perché avrebbero avuto meno da tradire. Allo stesso modo, e per le stesse ragioni, i Papi hanno evitato uno scontro drammatico con i nuovi Gesuiti, preferendo invece, senza fare troppa pubblicità alla cosa, per dare incarichi più importanti ad agenti più affidabili.

“Invecchiando, mi trovo meno centrato sulla Chiesa”, dice un accademico di alto livello. L’eroe della storia di McDonough e Bianchi, il Gesuita appassionatamente incerto, come un uomo separatosi dalla moglie dopo trent’anni conserva una gelida cortesia riferendosi alla sua sposa e adempie al minimo dei doveri sociali. Può essere convinto di essere arrivato alla miglior tregua possibile data la sua storia personale e rocciosa; ma nessun giovane – almeno un giovane con opzioni reali – sceglie di dare la vita per una tregua. È una senescenza solitaria. Qui e là ci sono voci di coraggio, devozione, persino fede. Ma il Gesuita appassionatamente incerto si ritrova chiuso in un piccolo angolo di un piccolo mondo, con le calanti consolazioni della sodomia e del whisky single-malt, barcollando per i corridoi di un crepuscolo sempre più minaccioso.

 

3 giugno, 2002


Paul Shaughnessy, SJ, è un sacerdote Gesuita abituale collaboratore del Catholic World Report




Martin confonde le menti con il suo ambiguo concetto di “prete gay”

Fa specie vedere che Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, tessa le lodi di un sacerdote come il gesuita padre Martin che del discorso ambiguo ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia. Lo mette bene in evidenza padre Longenecker, laureato alla prestigiosa Università di Oxford, a proposito della curiosa espressione spesso usata da Martin: “prete gay”.

Vi riporto la sua opinione nella mia traduzione.

Foto: padre James Martin

Foto: padre James Martin

La settimana scorsa ho postato una domanda sulla costante lamentela di padre James Martin secondo il quale i “buoni sacerdoti gay celibi” non vengono celebrati e riconosciuti.

Ancora una volta ha creato uno spaventapasseri, un uomo di paglia. Come si presenta esattamente questo “buon sacerdote gay celibe“? Indubbiamente ci sono un buon numero di sacerdoti cattolici che sperimentano attrazione per lo stesso sesso. Credo che molti di loro siano uomini santi, che lavorano sodo e sono a posto. La loro sessualità è stata accettata e integrata e per grazia di Dio hanno padroneggiato le loro voglie e sublimato la loro sessualità nella loro vocazione sacerdotale. Tuttavia, non si definiscono “gay”.

Nella mente della maggior parte delle persone, “gay” è un tema che riguarda l’agenda LGBTQ. Ci si riferisce a bandiere arcobaleno, sfilate gay e non certo al celibato.

Quindi, come si presenta un “sacerdote gay celibe”? Se è “gay” e “esplicito e orgoglioso” allora i fedeli presumono che egli sia almeno a favore del sesso gay, anche se lui stesso non è sessualmente attivo. Ci sarà quindi un pregiudizio contro di lui da parte della maggior parte  dei cattolici ordinari che vanno in chiesa.

Se l’uomo non è “esplicito e orgoglioso”, ma sperimenta l’attrazione dello stesso sesso ed è un santo sacerdote che lavora sodo, allora la gente lo ama e celebra il suo ministero e il suo amore per il Signore. Il fatto che non celebrano la sua attrazione per lo stesso sesso è irrilevante.

Pertanto, sono ancora sconcertato all’idea che dovremmo in qualche modo celebrare e riconoscere l’ipotetico “sacerdote celibe gay” per cui padre Martin piange. A cosa assomiglierebbe? La parrocchia dovrebbe avere una giornata gay per padre “Favoloso”? La scuola parrocchiale dovrebbe avere una giornata di scambio degli abiti per tutti i bambini per celebrare l’essere gay di padre “Favoloso”? Durante il mese di giugno padre “Favoloso” dovrebbe indossare i paramenti arcobaleno? Tutti dovrebbero venire a una festa parrocchiale per godersi un incontro di canto di Elton John?

Questo enigma mi ha spinto a scrivere questo post in cui mi chiedo, quindi, cosa voglia dire padre Martin per “celibe”. Ho suggerito che forse – come alcuni sacerdoti cattolici che ho incontrato – si intende semplicemente “celibe” nel senso che una persona ènon sposata“. Gli uomini gay che sono sessualmente attivi potrebbero quindi pretendere di essere “celibi”.

Questo, naturalmente, è ridicolo. Ci porterebbe, per esempio, a sostenere che le Suore dell’Indulgenza perpetua sono celibi perché non sono sposate.

È vero che “Celibato” tecnicamente significa “non sposato”, ma nel diritto canonico il voto di celibato dipende dal requisito della “perfetta continenza“. Un terzo termine è usato per indicare la purezza sessuale “Castità“.

Vale la pena soffermarsi un attimo a definire questi tre termini e spiegare perché c’è una distinzione.

Celibato significa “non sposato“. Continenza perfetta significa “non sessualmente attivo” e castità significa “sessualmente puro e lecito.

Quando si approfondisce, diverse circostanze richiederanno una diversa combinazione di questi termini.

Tutti i cattolici sono tenuti a osservare la castità, ma la castità è diversa per le persone che si trovano in situazioni diverse. Una persona sposata è casta quando è fedele nel matrimonio e ha rapporti sessuali solo con il marito o la moglie. Una persona non sposata tiene fede alla castità osservando la continenza perfetta. Poiché il sesso al di fuori del matrimonio è male, le persone non sposate non possono avere rapporti sessuali di alcun tipo. Una persona che si è consacrata al celibato, quindi, deve anche osservare la perfetta continenza.

Mentre tutto questo sembra perfettamente logico ci sono situazioni che producono anomalie. Così una persona potrebbe essere sposata, ma per vari motivi, anche essere chiamato ad osservare la continenza perfetta. Una persona che vive in un matrimonio irregolare con il permesso del vescovo può vivere insieme ma come fratello e sorella, osservando la continenza perfetta. Non sono celibi, ma osservano la perfetta continenza per osservare la castità. Un sacerdote o diacono sposato può concordare con sua moglie di osservare la perfetta continenza come modo di identificarsi con il Signore e con il clero celibe.

Così, mentre è possibile che alcune persone che non sono celibi possono osservare la perfetta continenza, non è possibile che qualcuno che è celibe sia sessualmente attivo. Questo è sancito dal diritto canonico:

Can. 277 – §1. I chierici sono tenuti all’obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei cieli, perciò sono vincolati al celibato, che è un dono particolare di Dio mediante il quale i ministri sacri possono aderire più facilmente a Cristo con cuore indiviso e sono messi in grado di dedicarsi più liberamente al servizio di Dio e degli uomini.

L’idea, quindi, che un sacerdote possa essere celibe ma impegnarsi in attività sessuali è contraria alla legge della Chiesa.

Può darsi che questo sia ciò che padre Martin intenda per “celibato”, nel qual caso sarò lieto di essere corretto nel caso chiarisse. Tuttavia, dato che è un accanito sostenitore di New Ways Ministry (movimento che sostiene, tra l’altro, il matrimonio gay, condannato sia dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1999 sia dalla Conferenza Episcopale USA nel 2010) che appoggia apertamente il sesso gay, non sembra irragionevole sfidare padre Martin esattamente su cosa intenda per “celibato”.

 

Fonte: dwightlongenecker.com

 

Padre Longenecker è cresciuto in una casa evangelica in Pennsylvania. Dopo essersi laureato all’Università fondamentalista Bob Jones con una laurea in Linguaggio e Inglese, è andato a studiare teologia all’Università di Oxford. Alla termine è stato ordinato sacerdote anglicano e ha prestato servizio come curato, cappellano scolastico a Cambridge e parroco di campagna sull’isola di Wight.

Rendendosi conto che la Chiesa anglicana e lui stavamo percorrendo strade divergenti, nel 1995 lui e la sua famiglia sono stati accolti nella Chiesa cattolica. Per dieci anni hanno continuato a vivere in Inghilterra, dove ha lavorato come scrittore freelance e operaio in opere di carità. Poi nel 2006 la porta si è aperta per tornare negli Stati Uniti ed essere ordinato sacerdote cattolico.

Ora serve come Pastore della Chiesa di Nostra Signora del Rosario a Greenville, Carolina del Sud.

 




CASA BIANCA, NON CASA ARCOBALENO!

Foto: Casa Bianca

A differenza del presidente Obama, che ha illuminato la Casa Bianca con i colori della bandiera arcobaleno, per il secondo anno consecutivo il presidente Donald J. Trump ha scelto di far passare il mese dedicato al Gay Pride senza alcun riconoscimento ufficiale.

Prendiamo esempio!



CON L’IDEOLOGIA GAY A RISCHIO IL SENSO DELL’ESISTENZA

Riprendo da La Nuova Bussola Quotidiana ampi stralci della lectio magistralis pronunciata dal Cardinale prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede Ludwig Gherard Muller alla presentazione dell’edizione italiana del libro di Daniel Mattson Perché non mi definisco gay (Cantagalli) che si è svolta ieri a Roma promossa da Courage Italia. (Testo non rivisto dall’autore)

Il cardinale ci dice che oggi occorre coraggio a contrapporsi all’«Internazionale pansessista» che riduce l’uomo a puro desiderio sessuale. Chi, infatti, osa opporvisi viene violentemente vessato, oppresso e, in alcuni casi, anche perseguitato.

Foto: card. Gerhard L. Müller e Daniel Mattson

Foto: card. Gerhard L. Müller e Daniel Mattson

LA RADICALE ANTROPOLOGIA ANTICRISTIANA RIDUCE L’UOMO A PURO DESIDERIO

Per lui, (Daniel Mattson, ndr), il riconoscimento legale delle unioni tra persone dello stesso sesso come se fossero unite in matrimonio, non indicherebbe il successo della «Homosexual Liberation» – come John Murphy la definisce nell’omonimo libro cult (1971) –, ma piuttosto il fallimento del vero processo di liberazione di queste persone, che verranno così private della verità su loro stesse, l’unica verità che rende davvero liberi. Con la sua chiara distinzione tra la dignità inviolabile della persona e il comportamento (behaviour) giusto o sbagliato, la Chiesa cattolica è la vera avvocatessa dell’uomo – sia per quanto riguarda il fallimento, che il successo nell’intento di perseguire il bene.

 

LA DISINTEGRAZIONE DI SEXUS E EROS VIENE SUPERATA MEDIANTE LA REDENZIONE

 

Il matrimonio sacramentale è il luogo dove avviene l’intrinseco orientamento di sexus e eros verso la loro integrazione nell’agape. L’agape è l’amore che si realizza nel dono di sé, rivelando così anche la sua origine in Dio, che, nella vita trinitaria, è l’amore stesso.

Essere attratti da persone dello stesso sesso, non è di per sé un peccato personale. Soltanto laddove si consente ad un comportamento che è contrario alla sacra e salvifica volontà divina, si imbocca la strada della colpa. Siccome la sola presenza di un disordine negli impulsi psichici e fisici non è qualcosa che ci rende colpevoli dinanzi a Dio e agli uomini, essa non dovrebbe neanche sbocciare in complessi di colpa. Con l’aiuto della grazia e un po’ di buona volontà, l’uomo riesce a fare il bene, evitando il male. Con la grazia di Dio, la castità – e cioè la sessualità ordinata all’amore – è possibile sia nel vincolo del matrimonio che nella forma di astinenza, come nel caso di persone non sposate o consacrate. Ma il peccato originale ha fatto sì che un certo desiderio disordinato sia presente in tutti gli uomini. Si tratta di una sessualità morbosa, opposta alla naturale inclinazione all’amore disinteressato, dominata con difficoltà dalla ragione. E questa concupiscenza non si riferisce solo agli impulsi sessuali, ma a tutte le inclinazioni, a tutti gli stimoli mentali, psichici e fisici.   


Quando l’uomo cede alle inclinazioni disordinate, rimanendo intrappolato in esse, può anche succedere che egli sviluppi un odio verso Dio e i suoi comandamenti che lo rivelano peccatore. Soltanto attraverso la grazia redentrice veniamo creati di nuovo, anche se l’inclinazione al peccato rimane. Essa è inclinazione al peccato, ma non peccato in sé, come dice il Concilio di Trento, e, come tale, funge da strumento di indagine e di maturazione più profonda, nell’obbedienza della fede nei confronti di Dio.



IL PECCATO ORIGINALE HA FERITO LA NATURA UMANA , MA NON L’HA DISTRUTTA

 

L’uomo è chiamato a diventare partecipe della Figliolanza di Dio, attraverso la grazia della giustificazione e dell’ascesi spirituale. L’aiuto dello Spirito Santo ci rende capaci di sconfiggere i desideri della carne e cioè la natura scissa in realtà spirituale-corporea e sociale, nonché la struttura altrettanto divisa della personalità.

L’identità dell’uomo nasce dal suo rapporto con Dio, che è il garante della nostra dignità e libertà. Noi riconosciamo Dio come origine e meta degli uomini. Il senso della vita non può consistere nel soddisfare i sensi, gli stimoli, i nostri desideri sessuali, ma soltanto nella ricerca della verità e nel fare il bene.

Ed è per questo che l’autore giustamente si rifiuta di farsi sequestrare – a causa della sua attrazione per lo stesso sesso – da un’ideologia che, partendo da questa inclinazione disordinata, inventa una terza categoria accanto alla categoria dell’uomo e della donna: quella del gay.

Nell’ideologia gender, questa categoria viene amplificata all’infinito, fabbricando, da qualsiasi forma di preferenza sessuale, una propria identità sessuale. Identificare se stesso come gay, o farsi identificare come tale, significa dunque ridurre l’intera ricchezza dell’essere umano, lo sviluppo dei talenti intellettuali e artistici, la responsabilità per il mondo, nonché l’apertura alla trascendenza con la vocazione alla vita eterna, a mera attrazione sessuale suscitata da persone dello stesso sesso.

Quest’immagine dell’uomo dovuta a una costruzione sociale, si contrappone all’antropologia cristiana, orientata alla natura creata dell’uomo e alla rivelazione della verità e dell’amore di Dio. Il fatto che un termine come quello di gay sia nato da un’invenzione teorica, trasforma la normalità del vincolo matrimoniale tra uomo e donna in una variante della natura umana. La distinzione tra uomo e donna, ad un tratto, cede il posto a due categorie fondamentali di uomini: quelli omosessuali e quelli eterosessuali.

Con il cambiamento della lingua, della terminologia e delle categorie concettuali, cambia la percezione della realtà, ma non cambia la realtà stessa. L’uomo rimane uomo, la donna donna, nonostante il «cambiamento di sesso» artificiale, ma – appunto – non reale. In questo modo era nato anche il termine provocatorio dell’omofobia, con l’intento di screditare a priori ogni alternativa all’ideologia dei movimenti gay o gender. E chi soffre di problemi di disorientamento sessuale, ma si rifiuta di abbracciare questo movimento, viene subito bollato come traditore.

È insita nella natura delle ideologie che essi costruiscano una falsa realtà, che rende l’uomo loro schiavo. Basti pensare alla brutalità con la quale dei governi apparentemente liberali e socialisti, impongono questa agenda con la forza (ne abbiamo parlato qui, ndr).

 

MA CHE COS’E’ LA NATURA UMANA?

 

La riduzione a creatura animalesca, che fa sì che Dio venga sottratto all’uomo con l’inganno, dividendo la società in bugiardi e ingannati, non costituisce alcun progresso verso la perfezione dell’uomo, ma è un deficit enorme nell’antropologia, abbandonando l’uomo ad una vita priva di senso e alla disperazione. Il paradigma segreto di questa riduzione è il nichilismo.

E le rovine di questa riduzione dell’uomo a creatura mossa solamente dagli istinti, lasciano un retaggio davvero sconcertante: aborto; ricerca logorante sugli embrioni; un grandissimo numero di persone tradite dal coniuge o adulteri loro stessi; bambini e giovani privati della sicurezza di un ambiente in cui possono vivere con i propri genitori; e infine l’ingannevole ri-definizione del matrimonio derubato dalla fondamentale unione tra uomo e donna nell’amore fecondo come «complicità sessuale».

Contrariamente a ciò che si vuole far credere, la rivoluzione sessuale non ha liberato gli uomini da una rigorosa e pudica doppia morale borghese. Essa è piuttosto responsabile della disintegrazione di sexus, eros e agape, che si fondano nella sostanziale unità tra anima e corpo.

L’autore riesce a spiegare, in modo convincente, che una vita secondo i comandamenti di Dio, così come vengono spiegati nella dottrina della Chiesa, non fa ammalare l’uomo, ma lo guarisce dall’interno, dandogli speranza e facendogli scoprire un senso che orienta oltre ciò che è puramente umano. I comandamenti divini, non essendo norme imposte dall’esterno, non richiedono una mera obbedienza formale. Sono invece espressione della volontà di Dio che ci ama, ed è proprio per questo che Egli vorrebbe guarirci dal nostro egocentrismo.

Soltanto nell’amore verso Dio e verso il prossimo, che dobbiamo amare come noi stessi, tutti i comandamenti possono essere soddisfatti in modo salvifico.

Nel passaporto che il Creatore ci consegna, la nostra identità non viene descritta come gay o qualcosa di simile, ma come ciò che siamo davvero: figli e amici di Dio.

 

di card. Gerhard L. Müller

(già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede)

 

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana