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Teologi tedeschi: Papa Giovanni Paolo II con la sua teologia ha marginalizzato la Chiesa nel mondo moderno.

arosław Merecki SDS è sacerdote della Congregazione religiosa Societas Divini Salvatoris. Nel 2001 è venuto a Roma come professore all’Istituto Giovanni Paolo II, dedicato agli studi sul matrimonio e la famiglia. Dall’anno 2000 è Vice-direttore della rivista Ethos ed è membro del Comitato Scientifico della Cattedra Wojtyła presso l’Istituto Giovanni Paolo II.

Merecki sul sito Veritas Amoris ha recensito un libro scritto da due teologi tedeschi, Stephan Goertz e Magnus Striet, e intitolato “Giovanni Paolo II. Eredità e ipoteca di un pontificato”. Rilanciamo ampi stralci della recensione perché molto interessa in quanto spiega sia l’opposizione radicale al magistero di San Giovanni Paolo II sia gli eventi che stanno accadendo in Germania con il “Cammino sinodale”. 

 

Papa San Giovanni Paolo II
Papa San Giovanni Paolo II

 

Come ho detto, il tenore di quasi tutti i saggi che la raccolta contiene (tranne uno) è critico (della teologia di Giovanni Paolo II, ndr). Già nella prefazione al libro i suoi curatori spiegano in che senso intendono l’ingombrante ipoteca lasciata alla Chiesa dal Papa polacco. Essa consiste nella pretesa della verità assoluta (absoluter Wahrheitsanspruch) nell’insegnamento morale della Chiesa in una società pluralista. Una tale pretesa rende la Chiesa troppo rigida di fronte agli sviluppi della cultura moderna (come esempi gli autori citano la relazione uomo-donna, la resistenza contro la sempre più crescente liberalizzazione in tema di difesa legale della vita) e in definitiva porta la Chiesa alla perdita del suo ruolo sociale, marginalizzandola.

Verso la fine della loro introduzione i curatori formulano allora il postulato, secondo cui, per evitare la perdita di rilevanza della Chiesa nel mondo contemporaneo e per riacquistare la libertà della teologia (presumibilmente persa o almeno in larga misura limitata durante il pontificato di Giovanni Paolo II – come si sostiene nella prefazione), bisogna prendere le distanze da questo ingombrante pontificato.

(…) 

Più interessante è per noi il secondo contributo in cui Magnus Striet parla della fine di un’epoca nel Magistero della Chiesa. È interessante notare dove l’autore identifichi il nocciolo del problema. La modernità ha messo nel suo centro la libertà della coscienza e l’autonomia della ragione. Secondo l’autore, il vero filosofo della modernità è Immanuel Kant. Con lui si deve abbandonare il vecchio concetto della legge naturale, che era radicato nella metafisica o nella religione, e optare per la legge della ragione (Umstellung von Natur- auf Vernuftrecht) che si realizza nella sua autonomia rispetto alle istanze esterne. Naturalmente così è molto difficile, anzi impossibile, parlare dell’autorità della Chiesa per quanto riguarda le questioni morali (a dire il vero è molto difficile anche parlare dell’autorità del Vangelo e di Gesù stesso, dato che queste sono sempre istanze esterne alla coscienza autonoma dell’individuo). Così, non a caso, nel titolo del suo contributo Striet parla della fine di un’epoca nel Magistero (das Ende einer Lehramtsepoche). Nell’ottica proposta dall’autore sarebbe però più giusto parlare della fine del Magistero come tale, dato che, con la concezione della coscienza che egli propone, ogni autorità nelle questioni morali appare come prepotenza, istanza che minaccia l’autonomia della ragione e della coscienza. Perciò non sorprende che l’autore veda il Magistero piuttosto come strumento che serve al consolidamento del potere romano (die Stabilisierung der römischen Machtansprüche).

(…)

In ultima analisi – e l’autore ne è consapevole – il nocciolo del problema sta nella relazione fra libertà e verità. Per Striet l’autodeterminazione autonoma consiste nel definire la propria verità che viene sanzionata da Dio (das Recht auf autonome Selbstbestimmung, die gewürdigt werden will und Gott selbst diesem Recht entspricht). Per Wojtyła la libertà consiste invece nell’autonoma ricerca della verità che però è oggettiva, nella sua esistenza non dipende dalle decisioni della libertà. Vale la pena ricordare che nelle sue analisi teologiche Joseph Ratzinger ha mostrato che la tesi dell’esistenza della verità oggettiva è parte integrante della fede in Dio Creatore.

Il saggio seguente – dell’altro curatore del libro Stephan Goertz – è intitolato “‘Libertà? Quale libertà?’ La strana lotta di Giovanni Paolo II per la dignità della persona”. La prima parte del titolo riprende le parole dello stesso Giovanni Paolo II, pronunciate in Polonia, a Włocławek, quando il papa, partendo dal testo scritto della sua omelia, ha riflettuto sul senso della libertà ponendo la domanda sul criterio di ciò che è autenticamente europeo. In quell’occasione il pontefice disse: “Libertà? Quale libertà? La libertà di togliere la vita ad un bambino non ancora nato?”. Per un teologo cristiano questo criterio negativo della libertà non dovrebbe essere controverso. Perché allora la lotta di Giovanni Paolo II appare all’autore come strana? Lo spiega già il primo punto del suo saggio dal titolo eloquente: “Per e contro gli uomini – un papa della contraddizione”. In che cosa consiste questa contraddizione? Prima di tutto è la contraddizione di cui parla il Vangelo e di cui ha parlato Karol Wojtyła nei suoi esercizi spirituali al papa Paolo VI – la Chiesa come segno di contraddizione. L’autore cita come esempio di questa contraddizione l’enciclica Evangelium vitae e la sua contrapposizione fra la “cultura della vita” e la “cultura della morte”. Da ciò che scrive non sembra, però, che consideri questa contraddizione come giustificata (la vede nella chiave dell’interpretazione religiosa della politica e dell’interpretazione politica della religione), piuttosto la presenta come esempio dell’opposizione del Papa al concetto moderno di autonomia e sviluppa questa idea nel secondo punto. Qui generalmente troviamo le stesse idee che abbiamo già visto nel saggio precedente. Il papa ha combattuto per la dignità della persona al tempo del comunismo in Polonia, però si opponeva alla libertà della persona come autodeterminazione, così come essa è intesa in Occidente (detto per inciso: vale la pena ricordare che Wojtyła analizza il concetto di autodeterminazione – e lo apprezza – nel suo libro Persona e atto; il concetto appare anche nelle catechesi sull’amore umano di Giovanni Paolo II). Sorprendente, per un teologo cattolico, è però il giudizio critico sull’affermazione di Giovanni Paolo II che soltanto Cristo è in verità Redemptor hominis (Nur Christus ist in Wahrheit Redemptor hominis). Come conseguenza – secondo l’autore – Giovanni Paolo II ha sempre rigettato la possibilità di un umanesimo ateo (il che non corrisponde alla verità storica perché per Wojtyła l’etica ha la sua base nell’esperienza morale che non è confessionale).

Ma questo giudizio spiega il perché del titolo del secondo punto del suo testo: “La Chiesa cattolica come contenitore della verità”. Questo titolo è inteso in senso piuttosto polemico (se non ironico). Perché la Chiesa può intendere se stessa come contenitore della verità? Attraverso il dogma dell’infallibilità nelle questioni della fede e della morale che – secondo l’autore – significa che in definitiva è la gerarchia a decidere come bisogna intendere il messaggio cristiano e di queste decisioni la gerarchia non deve rendere conto davanti ad alcuna istanza esterna alla Chiesa. Essa appare allora come un’istituzione piuttosto autoritaria che con Giovanni Paolo II cerca di formulare “una dottrina morale possibilmente definitiva” (eine möglichst endgültige Morallehre). Una tale dottrina deve essere accettata e seguita senza eccezioni; la vocazione di un fedele non è l’autonomia, ma la sottomissione. Così – sempre secondo l’autore – il Papa chiede: “Si può obbedire Dio senza rispettare in ogni circostanza in precetti presentati dal Magistero?” (Kann man Gott gehorchen ohne die vom Lehramt der Kirche vorgelegten Gebote “unter allen Umständen zu respektieren” [VS 4]). A questo punto un lettore attento rimane un po’ sorpreso. Davvero la Veritatis splendor, a cui si riferisce qui l’autore, insegna che tutti i precetti insegnati dalla Chiesa valgono senza eccezioni? Guardiamo che cosa dice il punto della Veritatis splendor citato dall’autore:

“È da rilevare, in special modo, la dissonanza tra la risposta tradizionale della Chiesa e alcune posizioni teologiche, diffuse anche in Seminari e Facoltà teologiche, circa questioni della massima importanza per la Chiesa e la vita di fede dei cristiani, nonché per la stessa convivenza umana. In particolare ci si chiede: i comandamenti di Dio, che sono scritti nel cuore dell’uomo e fanno parte dell’Alleanza, hanno davvero la capacità di illuminare le scelte quotidiane delle singole persone e delle società intere? È possibile obbedire a Dio e quindi amare Dio e il prossimo, senza rispettare in tutte le circostanze questi comandamenti?” (VS 4).

È chiaro che qui non si tratta dei precetti della Chiesa ma dei comandamenti di Dio la cui validità è messa in questione da alcune posizioni teologiche.

Secondo me qui sta il nocciolo del problema. Per il teologo tedesco i comandamenti, e più generalmente la visione della realtà in cui Dio è il primo legislatore, non costituiscono il punto di riferimento privilegiato del suo discorso. Si tratta piuttosto di evitare – come dice – l’isolamento culturale che si produce attraverso l’opposizione all’idea moderna di autonomia. È proprio ciò di cui è accusato Giovanni Paolo II, che ha guidato la Chiesa attraverso la soglia del terzo millennio con il pesante fardello dell’inflessibile visione teonoma del mondo (mit dem schwerem Gepäck eines festgefügten theonomen Weltbildes). Ci si chiede però: Questo è il capo di accusa da parte di un teologo? Avere la visione del mondo in cui Dio è il primo legislatore è indegno dell’uomo moderno? O forse abbiamo a che fare qui con una teologia che in realtà è anti-teistica? Comunque sia, alla fine del suo testo l’autore formula il compito davanti al quale si trova la Chiesa dopo il pontificato di Giovanni Paolo II: emanciparsi dalle verità definitive che sono state definite dal pontefice (però – la verità, se è verità, vale indipendentemente da chi l’ha definita; le leggi di Newton non dipendono certo da chi le ha formulate). Così soltanto, con una tale libertà emancipata, la Chiesa potrà essere veramente contemporanea. Ma mi domando: questa Chiesa sarà ancora la Chiesa di Gesù Cristo? È significativo che ciò che in tedesco si chiama “la rilevanza per il sistema” è per l’autore più importante della fedeltà all’insegnamento del Vangelo e alla tradizione (probabilmente considerata obsoleta nel mondo moderno). È anche significativo che nella discussione delle questioni come matrimonio, relazione uomo-donna, sessualità non troviamo alcun riferimento alle fonti della rivelazione che comunque dicono qualcosa a proposito. Nella visione del mondo dell’autore probabilmente anche questo è obsoleto.

(…)

Quali sono le applicazioni concrete della visione della sessualità sviluppata da Giovanni Paolo II? Schockenhoff (un altro teologo tedesco che ha contribuito al libro, ndr) ne parla al punto 3 del suo testo. La prima conseguenza presa in esame è il divieto delle relazioni sessuali prematrimoniali. Secondo l’autore (Schockenhoff, ndr) questo divieto è troppo rigido, rigoristico, non prende in considerazione le diverse situazioni in cui le persone vivono. Qui Schockenhoff contrappone l’atteggiamento di Giovanni Paolo II a quello “molto più sensibile”, caratterizzato da profonda empatia di papa Francesco, che nell’esortazione Amoris laetitia, non menzionando i divieti del Catechismo e di Giovanni Paolo II (così Schockenhoff), dice che nel caso delle convivenze “si tratta di accoglierle e accompagnarle con pazienza e delicatezza” (AL 294). Non mi pare che da questa frase di Francesco si possa dedurre la giustificazione morale del sesso prematrimoniale, ma il suggerimento di Schockenhoff è proprio questo.

La seconda conseguenza riguarda il divieto della contraccezione. (…) Schockenhoff sposta invece il giudizio morale dal significato dell’atto al modo in cui l’atto è compiuto. Se è compiuto “seriamente, con senso di responsabilità”, l’atto è buono. Il modo in cui l’atto è vissuto è più importante del suo contenuto.

La terza conseguenza della teologia del corpo si riferisce all’antropologia dei sessi. Secondo l’autore essa è troppo rigida nella sua distinzione fra uomo e donna e non prende in considerazione i risultati della ricerca scientifica contemporanea secondo cui ci sono persone che non possono essere classificate secondo questa bipolarità. Anche in questo caso l’antropologia di Giovanni Paolo II sarebbe troppo rigida. Possiamo però osservare che l’esistenza di situazioni oggettivamente difficili, di confine, non deve di per sé cancellare la bipolarità uomo-donna. Ci possono essere delle persone che per qualche motivo hanno difficoltà nell’identificazione sessuale, ma ciò non toglie che esse si muovano ugualmente all’interno della bipolarità uomo-donna.

Cosa si può dire a mo’ di conclusione? (…) Chi crede in Dio creatore difficilmente può sostenere che ciò non porti con sé alcuna conseguenza per l’agire umano. Credere in Dio Creatore significa proprio adottare la visione del mondo in cui l’uomo è soltanto “il secondo creatore”, che deve rispettare la prima creazione che è di Dio. Difendere la visione della libertà e dell’autonomia umana in cui è l’uomo a decidere della sua verità (l’uomo come misura di ciò che è e non è – secondo il detto dei sofisti) vuol dire difendere la posizione anti-teistica in teologia.

 

Jarosław Merecki SDS

 

 




Veneziani: Dinanzi al delirio della legge Zan, il Centro-Destra giuri che istituirà il Ministero della Famiglia se andrà al governo

Un articolo di Marcello Veneziani rilanciato dal suo sito. 

 

Famiglia naturale

 

Mentre la sinistra detta legge a colpi di omotransbifobia, e i mass media incitano la Meloni e Salvini a scannarsi tra loro nella gara dei consensi, avviene un sorpasso storico che non nota quasi nessuno: la destra venuta dal Msi e da An supera nei sondaggi Swg la sinistra venuta dal Pci e dall’Ulivo. Non era mai accaduto nella storia della repubblica italiana. Mi pare una svolta, pur nella labilità dei sondaggi e nella velocità con cui cambiano gli scenari politici. E il sorpasso avviene proprio mentre il Pd incalza sulla legge Zan e sulle leggi pro-migranti. Le prime due forze del Paese ora sono la Lega e Fratelli d’Italia.

A sinistra fino a ieri ironizzavano sul fatto che la Meloni si è detta pronta a governare, notando che sulla carta non ha nemmeno il quinto dei consensi. Il Pd, scavalcato ora da Fratelli d’Italia, non si limita a dire come la Meloni che è pronta a governare se le urne le daranno i voti, ma pretende di governare e di decidere ora e sempre, e di dettare l’agenda di governo, arrivando a stabilire chi tenere dentro e chi mettere fuori dalla maggioranza. Si sentono al Potere per diritto divino e non hanno neanche un quinto dei voti…

Ma per non restare nel regno delle chiacchiere e dei vani trionfalismi di passaggio, avrei una proposta concreta: perché il centro-destra unito non annuncia proprio ora, nei giorni del delirio di legge Zan, che se andrà al governo istituirà il Ministero della famiglia, per tutelare non più a parole ma con leggi, atti e misure protettive la principale struttura del Paese e la fabbrica naturale in cui nascono i bambini, cioè la società di domani? Aggiungendo magari che non propongono di istituirlo adesso perché, come la legge Zan, sarebbe una proposta divisiva nel governo di unità nazionale; ma entrambe le proposte saranno presentate al giudizio del popolo sovrano alle prossime elezioni. Chi vincerà, poi varerà le sue riforme.

Dopo la pandemia è ancor più necessario un ministero che sostenga la famiglia, che incentivi la natalità e che crei una fascia di prima occupazione giovanile nell’assistenza agli anziani, al posto del demagogico e parassitario reddito di cittadinanza. La retorica dei nostri anni ha generato ministeri di ogni tipo. Perché non dovrebbe esistere un ministero della famiglia? La famiglia è un bene di tutti, trasversale, quasi tutte le nostre principali virtù come i nostri principali vizi, ruotano intorno alla famiglia e suoi annessi e connessi. Anche quando la religione vacilla e la patria non sta bene, la famiglia regge agli urti e resta – con tutte le sue crisi, contraddizioni e fragilità – l’estrema difesa dal caos, dalla disoccupazione, dalle insicurezze sociali, l’elementare ritrovo degli affetti e dei soccorsi reciproci e primari. Ci saranno pure conflitti e separazioni, fughe extraconiugali e vite parallele, disagi e incomunicabilità, ma la famiglia sta sempre lì, nel baricentro della nostra società, che accudisce ma non è accudita. È ancora là, in famiglia, che gli italiani si leccano le loro ferite, si barricano cercando protezione, ammortizzano le sconfitte e le ingiustizie, trovano reciproco sostegno e conforto.

Sulla famiglia reggono nel nostro paese i beneamati e scarsi valori condivisi; persino i registi più di sinistra del nostro paese hanno realizzato i loro film migliori catturando l’anima degli spettatori con temi dedicati alla famiglia: da Benigni a Moretti, da Scola a Rosi, da Virzì a Tornatore, solo per citarne alcuni. Perché le corde degli italiani sono toccate quando si discorre di affetti famigliari, di mamme, padri, figli, nonni, gioie e lutti famigliari. Anche sul piano pubblico e istituzionale la famiglia è la controparte immancabile di ogni attività: la scuola, la tv pubblica e privata, la salute, il lavoro e via dicendo. Non può restare il convitato di pietra nei consigli dei ministri; date la parola alla famiglia.

Nessuno chiede di statalizzare la famiglia, di farne una cellula subalterna al comparto pubblico; come il ministero della salute non statalizza i corpi e non s’ingerisce nelle viscere degli utenti, così il ministero della famiglia non eserciterebbe un’occhiuta ingerenza tra le pareti domestiche. Un ministero della famiglia dovrebbe occuparsi delle garanzie, dei diritti e dei doveri, delle tutele di cui ha bisogno la basilare struttura, naturale e culturale, affettiva e simbolica, del paese.

Un ministero della famiglia si potrebbe occupare organicamente di alcune cose pratiche ed essenziali che spesso cadono nella terra di nessuno, nell’interstizio tra due o più ministeri: per esempio, dicevo, aiutare gli anziani e dar loro compagnia, favorendo l’assistenza domiciliare; per esempio incoraggiare la natalità e far nascere strutture per l’infanzia e tutele per i bambini; per esempio sostenere le famiglie alle prese con una maternità difficile e come invogliare le donne a non abortire. O aiutare le famiglie ad affrontare i nuovi scenari di lavoro, incluso il lavoro a casa. Si tratta di coordinare gli interventi con le regioni e gli enti locali, ma di agire lanciando un piano concreto ma con un grande valore simbolico. La famiglia è al centro dell’universo umano.

Un ministero della famiglia potrebbe studiare come far pesare sul piano democratico ed elettorale i minorenni: anni fa in alcuni paesi europei si propose di attribuire ai genitori un peso elettorale specifico più forte, in rappresentanza dei loro figli minori. Non so se un’ipotesi del genere sia percorribile, ma lo spirito della proposta mi sembra giusto. Ripartire dalla famiglia sarebbe un bel segnale agli italiani e un ritorno alla realtà dopo tanto delirio di omotranslatria. E sarebbe un modo per le forze di centro-destra di non giocare sempre di rimessa e freno sulle proposte altrui, ma di riprendere l’iniziativa politica e legislativa in favore del popolo.




Non è a un governo che spetti “mettere al mondo figli”. Spetta alla famiglia.

Per tornare a convincere le persone del valore della natalità e della bellezza della famiglia bisogna ricominciare daccapo tutto. Ripartire dal principio e dal fondamento, chiedersi cosa sia l’uomo, cosa l’uomo stia al mondo a fare, cosa sia la società che l’uomo anima, cosa sia la storia che l’uomo abita.

Rilanciamo un articolo di Marco Respinti pubblicato su Ifamnews.

 

Famiglia naturale

 

Quando odo il termine «demografia» affiancato alla parola «governo» tremo. Mi vengono subito alla mente i «figli alla patria» oppure la «one-child policy» cinese, follie uguali e contrarie.

Oggi (ieri, ndr) si aprono gli Stati Generali della Natalità, alla vigilia della Giornata internazionale delle famiglie. Sarà una grande cosa, soprattutto sarà una grande occasione. L’occasione per tenere il più possibile lontano il «governo» dalla «demografia». O, quantomeno, è questo l’augurio che faccio ai lavori.

Non la politica, però, lontana dalla «demografia». Se è vero che ogni storico serio non può prescindere dalla demografia, e se è vero che chi sbaglia storia sbaglia politica, significa che demografia e politica negli occhi si debbono guardare.

Ma non è dai governi che vengono le soluzioni. Dai governi dovrebbe invece venire la rimozione degli ostacoli.

Se il governo italiano rimuoverà le barriere, per esempio fiscali, ma non solo, che penalizzano la famiglia e la natalità, allora avrà sgomberato il campo per una politica buona, quella che sono le famiglie, non i governi, a dover fare.

La storia della demografia politica dell’Italia la fanno cioè le famiglie, che sono i luoghi dove le persone nascono e maturano in tutta la propria umanità.

Non è un governo il luogo dove si forma quella fondamentale educazione alla vita che è la premessa necessaria di ogni apertura alla natalità. Non è a un governo che spetti “mettere al mondo figli”. Spetta alla famiglia. Ma oggi la famiglia è demoralizzata: come fare dunque per invertire la rotta?

Nessuno lo sa, e, a modo suo, fa anche parte del bello della cosa. L’unica cosa sicura è che occorra ripartire dalla bellezza della famiglia, dunque dal valore della natalità che ne è parte integrante. E finché le persone non saranno intimamente convinte di questo, non vi sarà politica per la famiglia e nessun governo potrà fare altro se non aggiungere danno a danno.

Per tornare a convincere le persone del valore della natalità e della bellezza della famiglia bisogna ricominciare daccapo tutto. Ripartire dal principio e dal fondamento, chiedersi cosa sia l’uomo, cosa l’uomo stia al mondo a fare, cosa sia la società che l’uomo anima, cosa sia la storia che l’uomo abita. Un’impresa immensa. Ma se non cominciamo mai, mai la rotta si invertirà. Tra «figli alla patria» e «one-child policy», insomma, è la cultura della vita che la sfanga. Affidarsi a surrogati e a prestanome serve solo ad aumentare il danno.

Che gli Stati Generali della Natalità siano oggi una grande oasi di laissez-faire, di sovranità ritrovata della famiglia, di protagonismo della persona, di rinascita della vita. Se sarà così, gli Stati Generali della Natalità scriveranno la storia e cambieranno la politica. È il mio augurio e la mia aspettativa.

 

 




Suor Byrne: Dobbiamo essere preparati, pronti alla battaglia come soldati per Cristo in questo tempo oscuro

“Questa battaglia che affrontiamo per difendere la famiglia e la loro fede non è una battaglia tra repubblicani e democratici, non è dei conservatori o dei liberali, o della sinistra contro la destra”, ha detto Byrne. “Questa è una battaglia tra il diavolo, che è reale, e Nostro Signore”.

Un articolo de Catholic News Agency nella mia traduzione. 

 

Suor Deirdre “Dede” Byrne (foto: Lisa Bourne/Heartbeat International)
Suor Deirdre “Dede” Byrne (foto: Lisa Bourne/Heartbeat International)

 

I cattolici devono essere “pronti alla battaglia” per difendere la famiglia e la loro fede, ha detto suor Deirdre Byrne, POSC, in una conferenza internazionale pro-vita il 30 aprile. 

La Byrne, membro delle Piccole Operaie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, è un chirurgo e un colonnello in pensione dell’esercito americano. Serve come superiore della sua comunità e lavora in una clinica medica a Washington, D.C.  

“Dobbiamo essere preparati, pronti alla battaglia” come “soldati per Cristo in questo tempo oscuro, dove ogni giorno, le cose sembrano dilagare su cose che sono contro la famiglia e la fede”, ha detto alla 50a conferenza annuale del gruppo pro-vita Heartbeat International; la conferenza si è tenuta in presenza e in streaming online per i partecipanti. 

Heartbeat International è un’associazione di centri di assistenza per la gravidanza pro-vita, cliniche mediche, case di maternità e agenzie di adozione senza scopo di lucro. Dice di essere la più grande associazione di centri di assistenza per la gravidanza pro-vita nel mondo.

La conferenza annuale offre formazione per il personale, i membri del consiglio di amministrazione e i volontari delle cliniche per la gravidanza e di altri ministeri pro-vita, insieme agli operatori sanitari e sociali. 

Byrne ha parlato apertamente delle sue convinzioni politiche, dato che si è rivolta alla Convention nazionale repubblicana dell’agosto 2020 a sostegno del presidente Trump sulla questione della vita. Venerdì, tuttavia, ha spiegato che la “battaglia” che i cattolici devono affrontare non è di parte. 

“Questa battaglia che affrontiamo non è una battaglia tra repubblicani e democratici, non è dei conservatori o dei liberali, o della sinistra contro la destra”, ha detto Byrne. “Questa è una battaglia tra il diavolo, che è reale, e Nostro Signore”.

Byrne ha detto che i cattolici devono “combattere con amore” e continuare a pregare per i deputati eletti. 

“Dobbiamo pregare per il presidente [Biden], dobbiamo pregare per la [presidente della Camera Nancy Pelosi], dobbiamo pregare per tutte queste persone, questi politici che vogliono rendere la pillola abortiva da banco, così la gente potrà prenderla come la gomma da masticare o il Tylenol”, ha detto. 

L’amministrazione Biden ha recentemente sospeso i regolamenti del regime della pillola abortiva durante la pandemia, permettendo che sia prescritta e dispensata a distanza invece che in una clinica sanitaria come richiesto in precedenza.

“Dobbiamo pregare per queste persone perché la loro anima è in uno stato [di peccato] mortale”, ha detto dei funzionari eletti pro-aborto.

Parte del lavoro di Byrne nella clinica medica del suo ordine a Washington, D.C., comprende il tentativo di invertire gli effetti della pillola abortiva. Un aborto chimico è un processo in due fasi: la prima pillola taglia la fornitura di nutrienti al bambino non ancora nato, e la seconda fa sì che l’utero espella il bambino deceduto. 

“L’inversione della pillola abortiva” può avvenire con vari gradi di successo dopo l’assunzione della prima pillola. Byrne ha detto venerdì che il suo lavoro sulle inversioni della pillola abortiva è stato “una benedizione incredibile”, e che circa il 60% delle donne che cercano di invertire gli effetti del primo farmaco sono in grado di continuare le loro gravidanze. 

Durante la sua carriera nell’esercito e come missionaria, Byrne ha spiegato che ha avuto una vasta esperienza con le ferite e la morte in seguito a conflitti e disastri naturali. Ha detto che era “orribile vedere la disumanità dell’uomo verso l’uomo” in situazioni di conflitto. 

L’aborto, tuttavia, è “la più grande” disumanità”, ha detto. “È davvero brutta perché la gente non ci pensa nemmeno più, è diventata una cosa naturale”. 

I cattolici saranno costretti a prendere posizione e “scegliere da che parte stare” nella battaglia figurativa, ha detto. 

“Sappiamo che Dio è al comando e che è molto più grande del diavolo”, ha detto Byrne.

 

 

 




C’è un PRIMA che non si può e non si deve manipolare.

 

 

di Un sacerdote

 

Un PRIMA che si chiama:
Sistema solare,
Ciclo lunare,
Maschio e femmina
Famiglia
Vita.

I parlamenti non hanno il diritto di manipolare queste realtà che vengono PRIMA.

Un parlamento che pretenda di stabilire l’inizio della vita fa una cosa che non gli compete, semmai deve riconoscere il disegno della vita e favorirne le condizioni perché si realizzi.
La vita, la famiglia, l’uomo: maschio e femmina vengono PRIMA del Parlamento.

I parlamenti pretendono di fare cose che non competono loro.

Dicono alcuni parlamentari:
Nessuno può dire che un bambino nasce da una donna e da un uomo.

Il problema è un altro.
Il parlamento non ha il diritto di sindacare ciò che viene PRIMA.

Il potere del parlamento è limitato.

C’è un PRIMA che viene PRIMA.

 

 




Benedetto XVI: La Chiesa rappresenta la memoria dell’essere uomini di fronte a una civiltà dell’oblio.

Vogliamo fare i nostri auguri al nostro Papa Emerito Benedetto XVI, che oggi compie 94 anni, con un dei suoi discorsi più belli e profetici, quello tenuto il 21 dicembre 2012 nella Sala Clementina per gli auguri natalizi alla Curia Romana. Un discorso da rileggere e meditare. 

 

Papa Benedetto XVI il giorno della elezione 19 aprile 2005 (AP)
fonte – AP

 

(…)

Tra queste grandi tematiche vorrei riflettere un po’ più dettagliatamente soprattutto sul tema della famiglia e sulla natura del dialogo, per aggiungere poi ancora una breve annotazione sul tema della Nuova Evangelizzazione.

La grande gioia con cui a Milano si sono incontrate famiglie provenienti da tutto il mondo ha mostrato che, nonostante tutte le impressioni contrarie, la famiglia è forte e viva anche oggi. È incontestabile, però, anche la crisi che – particolarmente nel mondo occidentale – la minaccia fino nelle basi. Mi ha colpito che nel Sinodo si sia ripetutamente sottolineata l’importanza della famiglia per la trasmissione della fede come luogo autentico in cui si trasmettono le forme fondamentali dell’essere persona umana. Le si impara vivendole e anche soffrendole insieme. Così si è reso evidente che nella questione della famiglia non si tratta soltanto di una determinata forma sociale, ma della questione dell’uomo stesso – della questione di che cosa sia l’uomo e di che cosa occorra fare per essere uomini in modo giusto. Le sfide in questo contesto sono complesse. C’è anzitutto la questione della capacità dell’uomo di legarsi oppure della sua mancanza di legami. Può l’uomo legarsi per tutta una vita? Corrisponde alla sua natura? Non è forse in contrasto con la sua libertà e con l’ampiezza della sua autorealizzazione? L’uomo diventa se stesso rimanendo autonomo e entrando in contatto con l’altro solo mediante relazioni che può interrompere in ogni momento? Un legame per tutta la vita è in contrasto con la libertà? Il legame merita anche che se ne soffra? Il rifiuto del legame umano, che si diffonde sempre più a causa di un’errata comprensione della libertà e dell’autorealizzazione, come anche a motivo della fuga davanti alla paziente sopportazione della sofferenza, significa che l’uomo rimane chiuso in se stesso e, in ultima analisi, conserva il proprio “io” per se stesso, non lo supera veramente. Ma solo nel dono di sé l’uomo raggiunge se stesso, e solo aprendosi all’altro, agli altri, ai figli, alla famiglia, solo lasciandosi plasmare nella sofferenza, egli scopre l’ampiezza dell’essere persona umana. Con il rifiuto di questo legame scompaiono anche le figure fondamentali dell’esistenza umana: il padre, la madre, il figlio; cadono dimensioni essenziali dell’esperienza dell’essere persona umana.

Il Gran Rabbino di Francia, Gilles Bernheim, in un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante, ha mostrato che l’attentato, al quale oggi ci troviamo esposti, all’autentica forma della famiglia, costituita da padre, madre e figlio, giunge ad una dimensione ancora più profonda. Se finora avevamo visto come causa della crisi della famiglia un fraintendimento dell’essenza della libertà umana, ora diventa chiaro che qui è in gioco la visione dell’essere stesso, di ciò che in realtà significa l’essere uomini. Egli cita l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir: “Donna non si nasce, lo si diventa” (“On ne naît pas femme, on le devient”). In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma “gender”, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: “Maschio e femmina Egli li creò” (Gen 1,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. Egli è ormai solo spirito e volontà. La manipolazione della natura, che oggi deploriamo per quanto riguarda l’ambiente, diventa qui la scelta di fondo dell’uomo nei confronti di se stesso. Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura. Maschio e femmina vengono contestati nella loro esigenza creazionale di forme della persona umana che si integrano a vicenda. Se, però, non esiste la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, allora non esiste neppure più la famiglia come realtà prestabilita dalla creazione. Ma in tal caso anche la prole ha perso il luogo che finora le spettava e la particolare dignità che le è propria. Bernheim mostra come essa, da soggetto giuridico a sé stante, diventi ora necessariamente un oggetto, a cui si ha diritto e che, come oggetto di un diritto, ci si può procurare. Dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio, quale immagine di Dio viene avvilito nell’essenza del suo essere. Nella lotta per la famiglia è in gioco l’uomo stesso. E si rende evidente che là dove Dio viene negato, si dissolve anche la dignità dell’uomo. Chi difende Dio, difende l’uomo.

Con ciò vorrei giungere al secondo grande tema che, da Assisi fino al Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, ha pervaso tutto l’anno che volge al termine: la questione cioè del dialogo e dell’annuncio. Parliamo anzitutto del dialogo. Vedo per la Chiesa nel nostro tempo soprattutto tre campi di dialogo nei quali essa deve essere presente, nella lotta per l’uomo e per che cosa significhi essere persona umana: il dialogo con gli Stati, il dialogo con la società – in esso incluso il dialogo con le culture e con la scienza – e, infine, il dialogo con le religioni. In tutti questi dialoghi, la Chiesa parla a partire da quella luce che le offre la fede. Essa, però, incarna al tempo stesso la memoria dell’umanità che, fin dagli inizi e attraverso i tempi, è memoria delle esperienze e delle sofferenze dell’umanità, in cui la Chiesa ha imparato ciò che significa essere uomini, sperimentandone il limite e la grandezza, le possibilità e le limitazioni. La cultura dell’umano, di cui essa si fa garante, è nata e si è sviluppata dall’incontro tra la rivelazione di Dio e l’esistenza umana. La Chiesa rappresenta la memoria dell’essere uomini di fronte a una civiltà dell’oblio, che ormai conosce soltanto se stessa e il proprio criterio di misure. Ma come una persona senza memoria ha perso la propria identità, così anche un’umanità senza memoria perderebbe la propria identità. Ciò che, nell’incontro tra rivelazione ed esperienza umana, è stato mostrato alla Chiesa va, certo, al di là dell’ambito della ragione, ma non costituisce un mondo particolare che per il non credente sarebbe senza alcun interesse. Se l’uomo con il proprio pensiero entra nella riflessione e nella comprensione di quelle conoscenze, esse allargano l’orizzonte della ragione e ciò riguarda anche coloro che non riescono a condividere la fede della Chiesa. Nel dialogo con lo Stato e con la società, la Chiesa certamente non ha soluzioni pronte per le singole questioni. Insieme con le altre forze sociali, essa lotterà per le risposte che maggiormente corrispondano alla giusta misura dell’essere umano. Ciò che essa ha individuato come valori fondamentali, costitutivi e non negoziabili dell’esistenza umana, lo deve difendere con la massima chiarezza. Deve fare tutto il possibile per creare una convinzione che poi possa tradursi in azione politica.

Nella situazione attuale dell’umanità, il dialogo delle religioni è una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani come pure per le altre comunità religiose. (…) 

Per l’essenza del dialogo interreligioso, oggi in genere si considerano fondamentali due regole:

  1. Il dialogo non ha di mira la conversione, bensì la comprensione. In questo si distingue dall’evangelizzazione, dalla missione.
  2. Conformemente a ciò, in questo dialogo ambedue le parti restano consapevolmente nella loro identità, che, nel dialogo, non mettono in questione né per sé né per gli altri.

Queste regole sono giuste. Penso, tuttavia, che in questa forma siano formulate troppo superficialmente. Sì, il dialogo non ha di mira la conversione, ma una migliore comprensione reciproca: ciò è corretto. La ricerca di conoscenza e di comprensione, però, vuole sempre essere anche un avvicinamento alla verità. Così, ambedue le parti, avvicinandosi passo passo alla verità, vanno in avanti e sono in cammino verso una più grande condivisione, che si fonda sull’unità della verità. Per quanto riguarda il restare fedeli alla propria identità: sarebbe troppo poco se il cristiano con la sua decisione per la propria identità interrompesse, per così dire, in base alla sua volontà, la via verso la verità. Allora il suo essere cristiano diventerebbe qualcosa di arbitrario, una scelta semplicemente fattuale. Allora egli, evidentemente, non metterebbe in conto che nella religione si ha a che fare con la verità. Rispetto a questo direi che il cristiano ha la grande fiducia di fondo, anzi, la grande certezza di fondo di poter prendere tranquillamente il largo nel vasto mare della verità, senza dover temere per la sua identità di cristiano. Certo, non siamo noi a possedere la verità, ma è essa a possedere noi: Cristo, che è la Verità, ci ha presi per mano, e sulla via della nostra ricerca appassionata di conoscenza sappiamo che la sua mano ci tiene saldamente. L’essere interiormente sostenuti dalla mano di Cristo ci rende liberi e al tempo stesso sicuri. Liberi: se siamo sostenuti da Lui, possiamo entrare in qualsiasi dialogo apertamente e senza paura. Sicuri, perché Egli non ci lascia, se non siamo noi stessi a staccarci da Lui. Uniti a Lui, siamo nella luce della verità.

Alla fine, è doverosa ancora una breve annotazione sull’annuncio, sull’evangelizzazione, di cui infatti, a seguito delle proposte dei Padri sinodali, parlerà ampiamente il documento postsinodale. Trovo che gli elementi essenziali del processo di evangelizzazione appaiano in modo molto eloquente nel racconto di san Giovanni sulla chiamata di due discepoli del Battista, che diventano discepoli di Cristo (cfr Gv 1,35-39). C’è anzitutto il semplice atto dell’annuncio. Giovanni Battista addita Gesù e dice: “Ecco l’agnello di Dio!” Un po’ più avanti l’evangelista racconta un evento simile. Questa volta è Andrea che dice a suo fratello Simone: “Abbiamo trovato il Messia” (1,41). Il primo e fondamentale elemento è il semplice annuncio, il kerigma, che attinge la sua forza dalla convinzione interiore dell’annunciatore. Nel racconto dei due discepoli segue poi l’ascolto, l’andare dietro i passi di Gesù, un seguire che non è ancora sequela, ma piuttosto una santa curiosità, un movimento di ricerca. Sono, infatti, ambedue persone alla ricerca, persone che, al di là del quotidiano, vivono nell’attesa di Dio – nell’attesa perché Egli c’è e quindi si mostrerà. Toccata dall’annuncio, la loro ricerca diventa concreta. Vogliono conoscere meglio Colui che il Battista ha qualificato come Agnello di Dio. Il terzo atto poi prende avvio per il fatto che Gesù si volge indietro, si volge verso di essi e domanda loro: “Che cosa cercate?”. La risposta dei due è, nuovamente, una domanda che indica l’apertura della loro attesa, la disponibilità a fare nuovi passi. Domandano: “Rabbì, dove dimori?” La risposta di Gesù: “Venite e vedrete!” è un invito ad accompagnarlo e, camminando con Lui, a diventare vedenti.

La parola dell’annuncio diventa efficace là dove nell’uomo esiste la disponibilità docile per la vicinanza di Dio; dove l’uomo è interiormente in ricerca e così in cammino verso il Signore. Allora, l’attenzione di Gesù per lui lo colpisce al cuore e poi l’impatto con l’annuncio suscita la santa curiosità di conoscere Gesù più da vicino. Questo andare con Lui conduce al luogo dove Gesù abita, nella comunità della Chiesa, che è il suo Corpo. Significa entrare nella comunione itinerante dei catecumeni, che è una comunione di approfondimento e, insieme, di vita, in cui il camminare con Gesù ci fa diventare vedenti.

“Venite e vedrete!” Questa parola che Gesù rivolge ai due discepoli in ricerca, la rivolge anche alle persone di oggi che sono in ricerca. Alla fine dell’anno vogliamo pregare il Signore, affinché la Chiesa, nonostante le proprie povertà, diventi sempre più riconoscibile come sua dimora. Lo preghiamo perché, nel cammino verso la sua casa, renda anche noi sempre più vedenti, affinché possiamo dire sempre meglio e in modo sempre più convincente: Abbiamo trovato Colui, del quale è in attesa tutto il mondo, Gesù Cristo, vero Figlio di Dio e vero uomo. In questo spirito auguro di cuore a tutti voi un Santo Natale e un felice Anno Nuovo. Grazie.

 




“Genitore 1” e “Genitore 2”, ovvero, quando l’uomo, volendo emanciparsi dal suo corpo – dalla “sfera biologica” – finisce per distruggere se stesso.

Benedetto XVI
Benedetto XVI

 

 

di Sabino Paciolla

 

Avantieri abbiamo dato la notizia che il ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, ha deciso di reintrodurre sulla carta di identità dei minori la dizione di “Genitore 1” e “Genitore 2”.

La Repubblica introduce la notizia con queste parole: 

“Dopo i decreti sicurezza, il Viminale cancella un altro lascito dell’era Salvini che aveva fatto molto discutere.

Sulla carta di identità per i minori di 14 anni o sui moduli di iscrizione a scuola dei bambini si torna a ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’, una dicitura che da tempo ormai aveva sostituito il vecchio “madre” e “padre” e che Salvini ministro dell’Interno aveva invece recuperato.”

Avete capito? Il concetto di “padre” e “madre”, secondo Repubblica, sarebbe un “lascito” di Salvini, cioè di un partito e non della civiltà, un concetto che non affonderebbe nella notte dei tempi, ma sarebbe frutto delle decisioni dei partiti della maggioranza di turno. Secondo Repubblica, i concetti ”madre” e “padre” sarebbero vecchi e, addirittura, avrebbero “fatto molto discutere”. Per la élite intellettuale snob e radical-chic, occorre invece essere sempre trendy, up-to-date, alla moda e scaricare tutto ciò che è “vecchio”, per vestirsi dell’uomo nuovo, quello ideologico, ovviamente. 

E invece a noi piacciono le cose sensate, semplici, perché ci mantengono stretti alla realtà, con i piedi per terra.

Per questo ci abbeveriamo alle parole che Benedetto XVI disse il 22 dicembre 2006, e che ci aiutano a capire questi nostri strani tempi.

Eccole: 

Si aggiunge poi, per l’altra forma di coppie, la relativizzazione della differenza dei sessi. Diventa così uguale il mettersi insieme di un uomo e una donna o di due persone dello stesso sesso. Con ciò vengono tacitamente confermate quelle teorie funeste che tolgono ogni rilevanza alla mascolinità e alla femminilità della persona umana, come se si trattasse di un fatto puramente biologico; teorie secondo cui l’uomo – cioè il suo intelletto e la sua volontà – deciderebbe autonomamente che cosa egli sia o non sia. C’è in questo un deprezzamento della corporeità, da cui consegue che l’uomo, volendo emanciparsi dal suo corpo – dalla “sfera biologica” – finisce per distruggere se stesso. Se ci si dice che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in questi affari, allora noi possiamo solo rispondere: forse che l’uomo non ci interessa? I credenti, in virtù della grande cultura della loro fede, non hanno forse il diritto di pronunciarsi in tutto questo?  Non è piuttosto il loro – il nostro – dovere alzare la voce per difendere l’uomo, quella creatura che, proprio nell’unità inseparabile di corpo e anima, è immagine di Dio?

Il ministro Lamorgese dice che ce lo chiede l’Europa. Già l’Europa. Questo “Moloch” a cui dobbiamo solo obbedire, qualunque richiesta, anche la più insensata, ci faccia. Un’Europa che ha rifiutato le sue radici cristiane, perché, come Repubblica, le ha considerate cosa vecchia, da recidere, per “emanciparsi” (si fa per dire). 

Ma è sempre Benedetto XVI che dice:  

…il problema dell’Europa, che apparentemente quasi non vuol più avere figli, mi è penetrato nell’anima. Per l’estraneo, quest’Europa sembra essere stanca, anzi sembra volersi congedare dalla storia. Perché le cose stanno così? Questa è la grande domanda. 

Il problema è diventato così difficile anche perché non siamo più sicuri delle norme da trasmettere; perché non sappiamo più quale sia l’uso giusto della libertà, quale il modo giusto di vivere, che cosa sia moralmente doveroso e che cosa invece inammissibile. Lo spirito moderno ha perso l’orientamento, e questa mancanza di orientamento ci impedisce di essere per altri indicatori della retta via.

Infine, Benedetto XVI va alla radice della questione, e dice: 

La Chiesa deve parlare di tante cose: di tutte le questioni connesse con l’essere uomo, della propria struttura e del proprio ordinamento e così via. Ma il suo tema vero e – sotto certi aspetti – unico è “Dio”. E il grande problema dell’Occidente è la dimenticanza di Dio: è un oblio che si diffonde. In definitiva, tutti i singoli problemi possono essere riportati a questa domanda, ne sono convinto.

Come sarebbe bello se la Chiesa, come ha detto Benedetto XVI, sentendolo come dovere, alzasse la sua voce “per difendere l’uomo, quella creatura che, proprio nell’unità inseparabile di corpo e anima, è immagine di Dio”.




No a padre e madre, sì a “genitore 1” e “genitore 2”. Lamorgese: “Ce lo chiede l’Europa”. Ministro, ma stiamo scherzando?

Ho ricevuto a livello personale e volentieri estendo a voi tutti.

 

Luciana Lamorgese ministro dell'Interno
Luciana Lamorgese ministro dell’Interno

 

Gentile lettore,

Nonostante la crisi sanitaria, nonostante la crisi economica, nonostante la scuola che non riparte, nonostante l’aumento del numero delle famiglie in difficoltà e nonostante l’attuale crisi di governo, qual è la priorità del Ministro Lamorgese ad oggi? Cancellare le diciture di “padre” e “madre” per ri-sostituirli con “genitore 1” e “genitore 2”.

Sì, hai letto bene.

In un momento difficilissimo per il paese, il Ministro degli interni ha avuto il coraggio di ri-presentare un progetto ideologico atto a cancellare il concetto di maternità e paternità per sostituirlo con una sequenza numerica.

L’ennesimo attacco alla famiglia e l’ennesimo tentativo con cui si vorrebbe negare il diritto di ogni bambino ad avere un padre ed una madre!

Il Ministro ha giustificato la sua decisione con un bel “ce lo chiede l’Europa!”

Lamorgese ha infatti spiegando che in questo modo si garantisce “conformità al quadro normativo introdotto dal regolamento Ue e si superano le problematiche applicative segnalate dal Garante della privacy”.

È in atto un progetto di decostruzione della realtà della famiglia che ha come obiettivo l’eliminazione di qualsiasi differenza che potrebbe risultare “discriminatoria”. Un’aberrazione dell’ideologia gender, cioè la volontà scellerata di negare la differenza tra uomo e donna e di distruggere il modello di famiglia naturale tutelato dalla Costituzione.

Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a questa politica ideologica che vuole distruggere la bellezza della famiglia

Firma subito la petizione per mandare un messaggio al Ministro Lamorgese: papà e mamma non si cancellano!

Secondo il Ministro Lamorgese, alla base delle modifiche vi sarebbe un preconcetto, ovvero la discriminazione dei genitori dello stesso sesso, senza contare i problemi legati alla privacy.

Sostituire la dicitura di padre e madre con “genitore 1” e “genitore 2” solo per non discriminare sparute realtà rappresenta una menzogna ideologica!

Infatti, per il nostro ordinamento giuridico un minore può essere figlio solo di un padre e di una madre, non di due uomini e di due donne, come vorrebbero far credere alcuni sindaci e giudici.

Non esiste subdola burocrazia o privacy che possano negare il diritto di ogni bambino ad avere una mamma e un papà!

Firma subito la petizione per mandare un messaggio al Ministro Lamorgese: papà e mamma non si cancellano!

Il governo e la Lamorgese dimostrano di vivere sulla luna, dove le battaglie ideologiche in salsa gender vengono prima ancora del benessere e della tutela delle famiglie, già messe in ginocchio dalla pandemia e ancora in attesa di un aiuto concreto da parte del Governo (che crede di aver risolto tutto con un bonus monopattino).

In un momento storico come quello attuale, dove tutti stanno evidenziando il valore fondativo delle relazioni familiari per fronteggiare l’emergenza, la decisione ideologica della Lamorgese rappresenta un vero e proprio attacco ai legami primari di ogni bambino, quello generativo tra madre, padre e figlio.

La famiglia è il fondamentale ambiente naturale che permette il benessere ed il sano sviluppo dei bambini e dell’intera società. Dobbiamo difenderla!

Firma subito la petizione per mandare un messaggio al Ministro Lamorgese: papà e mamma non si cancellano!

Grazie di cuore per il tuo aiuto! Solo insieme possiamo farcela.

Matteo Fraioli e tutto il team di CitizenGO

P.S: Vuoi davvero impedire che la dicitura di madre e padre venga cancellata? Firma la petizione e condividila con la tua famiglia, i tuoi amici e tutti i tuoi contatti. Così facendo non solo informerai altri cittadini della politica ideologica promossa da questo governo contro la famiglia, ma triplicherai l’impatto della campagna permettendo ad un numero maggiore di eprsone di aprtecipare, e quindi, aumentando le possibilità di vittoria!

Maggiori informazioni:

Lamorgese abolisce “madre e padre” dai documenti dei minori, tornano “genitore 1 e 2” (Il primato nazionale)

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/lamorgese-abolisce-madre-padre-documenti-genitore-1-2-179570/

Carte identità, su documento minorenni torna “genitore 1-2” al posto di “padre” e “madre” (Il Messaggero)

https://www.ilmessaggero.it/politica/carta_identita_minorenni_under_14_padre_madre_genitore_1_2_cosa_cambia_lamorgese_ultime_notizie-5698936.html

Via “madre” e “padre”. Sulla carta d’identità degli under 14 torna “genitore 1” e “genitore 2” (Repubblica)

https://www.repubblica.it/cronaca/2021/01/13/news/via_madre_e_padre_sulla_carta_d_identita_degli_under_14_torna_genitore_1_e_genitore_2_-282372913/

Il caso. Tornano i «genitori 1 e 2» su documenti e moduli scolastici degli under 14 (Avvenire)

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/ritornano-i-genitori-1-e-2




L’Ungheria adotta una reale politica a sostegno della famiglia contro la piaga della denatalità

“Noi siamo, in primo luogo, responsabili del nostro popolo. E se hanno bisogno di più aiuto per poter crescere più figli e avere una famiglia, allora dobbiamo fornire questo aiuto”. Sono parole di Katalin Novák, ministro ungherese per la famiglia.

Una forte identità cristiana, un’efficace politica di incentivi alle famiglie numerose e di contrasto all’ideologia gender è la ricetta dell’Ungheria per affrontare la piaga della denatalità.

Probabilmente la patria del cardinale Mindzenty  è una delle poche nazioni europee in cui è ancora possibile affermare che le foglie son verdi l’estate …

Per approfondire la notizia, proponiamo l’articolo pubblicato su Catholic News Agency (qui) nella traduzione di Wanda Massa.

 

Katalin Novàk: Il Ministero della famiglia e degli affari sociali del governo Orbán
Katalin Novàk: Il Ministero della famiglia e degli affari sociali del governo Orbán

 

L’Ungheria definisce la famiglia come avere una madre e un padre

Il Parlamento ungherese ha approvato martedì una legge che definisce la famiglia come avere una donna come madre e un uomo come padre, vietando di fatto le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso e complicando le adozioni da parte di persone sole.

Il cambiamento è l’ultimo di molti che si sono verificati negli ultimi anni in quello che il governo ha detto essere un tentativo di preservare l’identità cristiana dell’Ungheria e di aumentare il suo tasso di natalità che sta crollando.

Se rinunciamo al nostro cristianesimo, perderemo la nostra identità, come ungheresi, come europei“, ha detto a Cna lo scorso dicembre Katalin Novák, ministro di Stato ungherese per la famiglia.

Circa la metà della popolazione ungherese si identifica come cattolico romano, mentre circa un quinto si identifica come protestante o di qualche altra confessione cristiana. Un altro quinto della popolazione si identifica come non appartenente a nessuna religione, mentre il resto della popolazione è composto da ebrei, musulmani e altre minoranze religiose.

Novák ha detto al CNA nel 2019 che i leader ungheresi erano preoccupati per il futuro del Paese a causa del crollo del tasso di natalità, che è di 1.48, ben al di sotto del livello di sostituzione a 2.1 bambini per donna.

Abbiamo una sfida demografica davanti a noi“, ha detto Novák.

Mentre alcuni paesi possono contare sull’immigrazione, l’Ungheria sta cercando di invertire la tendenza con un duplice approccio: incentivi finanziari per le famiglie ad avere più figli, e la promozione di una cultura a favore della vita e dell’accoglienza delle famiglie numerose, ha aggiunto.

In questo senso, il governo ungherese ha iniziato a offrire incentivi finanziari alle coppie del Paese per sposarsi e avere figli, compresi prestiti agevolati a coloro che si sposano prima del 41° compleanno della sposa.

Gli incentivi per avere figli sono integrati nel prestito. Un terzo può essere condonato se la coppia sposata ha due figli, e l’intero prestito può essere condonato se ha tre figli. Le donne con quattro o più figli saranno esentate dall’imposta sul reddito per tutta la vita. Le famiglie con almeno tre figli hanno diritto a una sovvenzione per l’acquisto di un’auto con sette o più posti a sedere.

L’Ungheria sostiene che le polizze funzionano, poiché il suo ufficio centrale di statistica ha recentemente segnalato un aumento del 20% dei matrimoni nel 2019.

Ma l’aumento della fertilità è ancora da vedere, e altri paesi europei, come Francia e Germania, che hanno tentato di aumentare la fertilità attraverso i sussidi governativi, non hanno visto un aumento significativo dei tassi di natalità.

All’inizio di quest’anno, l’Ungheria ha anche approvato una legge che dichiara il sesso di una persona come sesso biologico alla nascita, bloccando i tentativi delle persone transgender di cambiare la loro identità di genere legale.

I critici hanno anche detto che i cambiamenti politici approvati questa settimana sono un pericoloso allargamento di potere da parte del Primo Ministro Viktor Orban e del suo partito, ha riferito il New York Times.

I critici hanno sostenuto che i cambiamenti politici ridurranno la supervisione della spesa pubblica, così come abbasseranno i requisiti necessari al governo per dichiarare lo stato di emergenza, portando ad una minore responsabilità e ad un maggiore potenziale di controllo da parte del governo.

Ovunque sia stato possibile, Fidesz ha scelto di cementare ancora di più il suo potere con queste leggi“, ha detto al New York Times Agnes Kovacs, esperta legale dell’Eotvos Karoly Policy Institute.

Renata Uitz, docente di diritto costituzionale comparato all’Università dell’Europa Centrale, ha detto al New York Times che le modifiche alla dichiarazione dello stato di emergenza sono state definite in modo così ampio che anche una leggera protesta potrebbe dare al governo l’opportunità di usare i suoi poteri di emergenza.

L’Ungheria vede parte della sua identità cristiana anche nell’aiutare i cristiani vittime di persecuzioni in altri Paesi. In Iraq, il governo ha aiutato a reinsediare le vittime del genocidio cristiano attraverso il suo programma di aiuti Hungary Helps, fornendo più di 3 milioni di dollari per questo sforzo.

Tuttavia, il Paese è stato anche criticato per le sue politiche di immigrazione. Il capo dei diritti umani dell’ONU ha dichiarato che la legge del 2018 che criminalizza l’assistenza ai richiedenti asilo è “palesemente xenofoba“. All’inizio del 2018, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha detto che l’Ungheria ammetteva solo due richiedenti asilo al giorno attraverso le sue zone di transito.

Il relatore speciale dell’ONU sui diritti umani dei migranti, che ha recentemente visitato il paese, ha detto che “i migranti sono ritratti come nemici pericolosi sia nei discorsi ufficiali che in quelli pubblici“.

Novák ha detto nel 2019 che l’Ungheria non “vede l’immigrazione come una soluzione al nostro problema demografico” ed è disposta ad assistere il reinsediamento dei rifugiati, ma non dà priorità all’accettazione dei migranti economici che cercano una “vita migliore“.

Noi siamo, in primo luogo, responsabili del nostro popolo. E se hanno bisogno di più aiuto per poter crescere più figli e avere una famiglia, allora dobbiamo fornire questo aiuto“, ha detto.

 

 




Pianificare centralmente la famiglia

I malintesi sovietici del mercato sono stati replicati come malintesi della famiglia, con conseguenze dannose e disumanizzanti. Anche se la politica familiare sovietica è fortunatamente finita, vale ancora la pena di esaminare le sue idee centrali, perché vivono ancora oggi nella politica familiare occidentale.

L’articolo è di Clara E. Jace, è stato pubblicato su Public Discourse, e ve lo presentiamo nella traduzione di Riccardo Zenobi.

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“Lo Stato non ha bisogno della famiglia, perché l’economia domestica non è più redditizia: la famiglia distoglie il lavoratore da un lavoro più utile e produttivo. Anche i membri della famiglia non hanno bisogno della famiglia, perché il compito di allevare i figli che prima erano loro passa sempre più nelle mani della collettività.” — Alexandra Kollontai

 

Così sosteneva la leader bolscevica in un popolare saggio pubblicato nel 1920. Kollontai stava avanzando un argomento ormai familiare: la famiglia – padre, madre, figlio – è nel migliore dei casi una forma sociale obsoleta e nel peggiore uno sfruttamento.

Kollontai personificava l’approccio sovietico alla vita familiare. Basandosi sugli scritti di Marx e in particolare di Engels, ha combattuto pubblicamente per la liberazione delle donne dai legami familiari e ha vissuto privatamente le sue convinzioni, lasciando il marito e il bambino per studiare con l’economista marxista Heinrich Herkner. Quando l’Unione Sovietica legalizzò il divorzio unilaterale nel 1918 (dopo secoli di matrimonio russo ortodosso essenzialmente senza divorzio), Kollontai rimproverò le donne che erano spaventate, perché “non hanno ancora capito che una donna deve abituarsi a cercare e trovare sostegno nella collettività e nella società, e non dall’uomo individuale “. Profetizzò felicemente all’inizio del XX secolo che tutti gli aspetti della vita familiare – dai lavori domestici alla fedeltà coniugale e agli obblighi dei genitori – sarebbero presto svaniti.

Questo saggio affronta a turno ciascuna parte dell’argomentazione di Kollontai, sottolineando come le sue previsioni siano state paralizzate dalle sue supposizioni errate. Sebbene la politica familiare sovietica sia fortunatamente terminata, vale ancora la pena esaminarne le idee centrali, perché continuano a vivere oggi nella politica familiare occidentale.

 

L’economia domestica

In primo luogo, Kollontai sottolinea che “l’economia domestica non è più redditizia”. È certamente vero che la continua espansione del mercato e la divisione del lavoro hanno portato il luogo della produzione di mercato al di là della piccola fattoria di famiglia o della bottega artigiana. Ma Kollontai fa un ulteriore passo avanti, chiedendosi perché la famiglia manterrebbe un posto nella divisione sociale del lavoro. Secondo lei, tutto ciò che la famiglia fa potrebbe essere (o è già stato) esternalizzato allo Stato. Racconta con passione questo processo:

 

L’economia comunista elimina la famiglia…l’unità economica familiare dovrebbe essere riconosciuta, dal punto di vista dell’economia nazionale, non solo come inutile ma dannosa…Sotto la dittatura del proletariato, quindi, le considerazioni materiali ed economiche su cui era fondata la famiglia cessano di esistere. Scompaiono anche la dipendenza economica delle donne dagli uomini e il ruolo della famiglia nella cura delle giovani generazioni.

 

Lasciando da parte le sue previsioni errate, la vera domanda è più difficile: il comunismo può effettivamente sostituire la famiglia? Con una visione limitata di quanto possa essere perfetto il mondo, scelte come la politica familiare devono essere soppesate l’una contro l’altra, non contro un ideale utopico. Può lo Stato pianificare la vita familiare meglio della famiglia stessa?

Chiaramente no. Le famiglie, dopotutto, sono più antiche della più antica istituzione esistente oggi – la Chiesa cattolica – e certamente del più antico governo. Per metterla in termini economici, altri produttori (lo Stato, le imprese del mercato, ecc.) non sono stati in grado di fornire sostituti sufficientemente buoni per tutti i beni e servizi forniti dalla famiglia. Jennifer Roback Morse ne spiega meravigliosamente la ragione nel suo libro Love and Economics:

 

La maggior parte dei genitori non è in grado di articolare il significato fisiologico e psicologico delle attività che svolgono con i propri figli. In effetti, se viene chiesto alla madre di un bambino cosa ha fatto tutto il giorno, è improbabile che sia in grado di descrivere le sue attività se non nel modo più generale…Potrebbe dire che ha piegato il bucato o ha lavato i piatti. Ma probabilmente non ricorderà che ha premiato ogni piccolo rumore fatto dal suo bambino, sorridendogli, o imitandone il suono, o avendo una conversazione immaginaria.

 

L’argomento hayekiano sulla “conoscenza unica delle particolari circostanze di tempo e luogo” di ogni persona viene solitamente espresso nel contesto del mercato, ma nella visione sovietica della famiglia si può trovare un errore parallelo. In poche parole, i pianificatori centrali semplicemente non hanno e non possono accedere alla conoscenza intima e nascosta necessaria per replicare i beni e i servizi della vita familiare. Il progresso della psicologia dello sviluppo e la nostra crescente comprensione dell’importanza dell’attaccamento dei bambini a un curatore coerente e amorevole hanno solo sottolineato questo punto.

L’errore di Kollontai è stato quello di presumere che lo stato possa pianificare la vita familiare meglio delle famiglie stesse. Per lei, l’unica domanda era esattamente come pianificare le famigerate cucine comuni e le cerimonie matrimoniali sovietiche, non se pianificarle. Poiché parte da questo presupposto errato, non riesce a vedere che le famiglie servono il bene dei bambini e dei genitori in modo più efficace di quanto lo Stato possa mai fare. Ancora più importante, presume che il profitto finanziario e l’efficienza materiale siano più importanti della prosperità umana, che è nutrita nell’istituzione fondamentale della società: la famiglia.

 

La relazione tra famiglia e Stato

Successivamente, Kollontai dichiara che la vita familiare “distoglie il lavoratore” dalle attività “più utili e produttive”. La domanda chiave qui è: utile e produttivo per chi?

Con la scusa dell’“efficienza” (un termine che ha significato solo rispetto a un fine predefinito), Kollontai assume che il valore della famiglia derivi da quanto bene porti allo Stato, e non viceversa. Questo errore ha numerosi parallelismi con gli errori economici dell’Unione Sovietica, quindi merita un confronto con la comprensione economica del valore. La “legge economica” di valore soggettivo (articolata per la prima volta dai teologi scolastici spagnoli presso la Scuola di Salamanca) afferma che il valore economico del bene o del servizio nasce da come le persone lo ritengono prezioso in relazione a ciascuno dei loro fini desiderati.

Per ricostruire la società secondo la propria immagine, l’Unione Sovietica ha dovuto interferire con il modo in cui i membri della famiglia apprezzano le loro relazioni reciproche. L’adozione e l’eredità furono vietate nel 1918 e il matrimonio e il divorzio non registrati furono permessi nel 1926. Kollontai avrebbe poi scherzato sulla crisi che le donne sovietiche stavano affrontando:

 

Secondo le statistiche fornite dal compagno Kurskii alla sessione VTsIk, su settantotto casi solo tre sono ordini di alimenti riguardanti il benessere dei bambini. Questa è la prova che le donne stesse non credono che i padri dei loro figli possano essere trovati. (Risata)

 

Quando la situazione di donne e bambini in queste condizioni divenne chiara, la soluzione fu di screditare ulteriormente il ruolo dei padri, e la propaganda negli anni ’30 era “ancora più nota per essere anti-uomini che per essere anti-controrivoluzionaria”.

Il punto di vista dello stato sovietico secondo cui le famiglie dovevano servire agli scopi dello stato è esemplificato dalla sua vacillante politica sull’aborto. Kollontai spiega perché l’Unione Sovietica divenne il primo governo al mondo a legalizzarlo nel 1920: “Il potere sovietico si rende conto che il bisogno di aborto scomparirà da un lato solo quando la Russia avrà una rete ampia e sviluppata di istituzioni che proteggono la maternità e forniscono educazione sociale, e d’altra parte quando le donne capiscono che il parto è un obbligo sociale “.

Con molte attività familiari e religiose proibite, la sostituzione della “rete di istituzioni che proteggono la maternità” ha portato a una popolazione così bassa che il Partito ha rapidamente re-criminalizzato l’aborto nel 1936 e nel 1944 ha cercato di stabilire una classe di madri single. Kollontai, tuttavia, ha continuato la sua campagna per i diritti delle donne da una nuova angolazione: “C’è una domanda alla quale vorrei rivolgere la vostra attenzione, ed è la questione del controllo delle nascite. Espressa molto brevemente, l’essenza di ciò che voglio dire è questa: lasciate che nascano meno bambini, ma che siano di ‘qualità’ migliore”. Anche quando si adotta una legislazione apparentemente “pro-family”, gli obiettivi sottostanti del Soviet erano di svalutare gli individui, per il loro bene, come persone. Ancora oggi, la Russia deve affrontare una “crisi demografica in tempo di pace”, con l’aborto (ri-legalizzato nel 1955) come principale metodo di controllo delle nascite.

Sebbene Kollontai occupasse posizioni di riguardo nel governo sovietico – Commissario del popolo per la propaganda e l’agitazione, per esempio – le sue opinioni non erano al contempo prive di oppositori. Lo stesso Lenin pensava che fosse andata troppo oltre nel sostenere la promiscuità sessuale sponsorizzata dallo stato, e mentre discuteva seriamente i suoi opuscoli in discorsi pubblici, non poteva nemmeno resistere a scherzare sul fatto che il compagno Kollontai e il suo ex amante fossero “unione di classe”. Ma fu una figura poco conosciuta, E.O. Kabo, un’altra studiosa sovietica degli anni ’20, che ha sottolineato il difetto fatale nella prospettiva di Kollontai sulla famiglia.

 

Discutere il lascito di Kollontai

È vero, come sosteneva Kollontai, che “neanche i membri della famiglia hanno bisogno della famiglia”? Non tutti i sovietici erano d’accordo. Infatti, E.O. Kabo ha sostenuto che la famiglia della classe operaia è “la più redditizia ed efficiente organizzazione dei lavoratori per la distruzione e l’educazione di una nuova generazione”, e che “Marx, Engels, Bebel e Zetkin” erano da biasimare per aver trascurato le “importanti strutture di dipendenza di genere all’interno della famiglia della classe operaia”. Ha sottolineato che in questa visione d’insieme a somma zero, era altrettanto probabile che moglie e figli sfruttassero il padre salariato, poiché ridistribuiscono i frutti del suo lavoro per il consumo familiare.

Kabo ha documentato come le famiglie della classe operaia russa abbiano effettivamente raggiunto molti degli scopi ambiti dai riformatori socialisti sovietici: la distribuzione delle risorse secondo i bisogni, la cura degli anziani e dei malati e l’educazione della generazione successiva. Il declino della produzione economica nelle famiglie russe non ha cambiato molto, né il brutale tentativo sovietico di monopolizzare “il compito di allevare i figli”. Piuttosto, la famiglia è rimasta naturalmente il luogo per il godimento comune dei beni di base della vita, dai pasti e la musica al culto religioso e all’amicizia. Come afferma lo studioso di famiglia sovietico H. Kent Geiger: “Nella lunga visione della storia, questa missione speciale – offrire all’individuo un po’ di privacy e protezione contro l’invasione totalitaria – potrebbe rivelarsi la funzione più importante della famiglia sovietica”.

Sebbene Kabo non fosse la vincitrice nel regno intellettuale dei dibattiti sovietici sulla politica familiare, fu vendicata sul campo di battaglia dell’esperienza vissuta. Nel 1945, il Partito aveva ribaltato quasi tutte le proprie politiche familiari dell’era rivoluzionaria (salvo il divieto del matrimonio religioso), sostituendole con le loro controparti “pro-family”.

Kollontai rimase in silenzio per molti anni, poiché molti dei suoi compagni dalla mentalità simile furono mandati nei Gulag. Poi, parlando un’ultima volta nel 1946, si congratulò con il governo per aver aiutato tante donne a compiere il loro “dovere naturale…di essere madre, educatrice dei propri figli e padrona di casa”. Gli editori sovietici della biografia di Kollontai nel 1964 includevano questo brano: “Sono passati cinquant’anni. . . e ogni giorno diventa più chiaro l’enorme ruolo svolto dalla famiglia, soprattutto perché è un grande fattore nella formazione dell’anima e della coscienza del bambino”.

Oggi, l’eredità di Kollontai è stata riscritta. Viene ricordata principalmente per la sua visione che il sesso dovrebbe essere facile e senza complicazioni come “bere un bicchiere d’acqua”.

Tuttavia, un confronto onesto con gli scritti di Kollontai dimostra che le incomprensioni sovietiche del mercato furono replicate come incomprensioni della famiglia. L’errore caratteristico era una cecità nei confronti della persona umana in quanto creativa e decaduta, vale a dire proprio il tipo di essere che prospera in una famiglia. Per fortuna, come ha osservato una volta un giornalista inglese fumatore di sigari: “l’amore dell’uomo e della donna non è un’istituzione che può essere abolita, né un costrutto che può essere interrotto. È qualcosa di più antico di tutte le istituzioni o contratti, e qualcosa che sicuramente sopravviverà a tutti loro “.

 

 

Clara E. Jace è dottoranda presso il Dipartimento di Economia dell’Università George Mason e docente presso il Dipartimento di Economia dell’Università Cattolica d’America. Le sue principali aree di ricerca includono l’economia familiare, l’economia della religione e l’economia politica. Oltre all’economia, Clara è interessata al pensiero sociale cattolico, in particolare alla conversazione tra economisti e studiosi di questa tradizione.




“La famiglia ha un valore fondamentale” – intervista al Presidente polacco Andrzej Duda

“Cosa c’è da dire se non che non c’è una nazione, uno Stato senza una famiglia che abbia figli, il che a sua volta provoca il rinnovamento delle generazioni, il che significa che la nazione rimane e può creare uno Stato. Quindi, se qualcuno si considera un patriota polacco, se qualcuno pensa che la Polonia debba rimanere, che la nostra nazione debba esistere, allora non ci dovrebbe essere dubbio che la famiglia in tutto questo ha un significato fondamentale. Questo è il mio approccio.”

Ecco l’intervista fatta da Alan Holdren al presidente polacco Duda, pubblicata su Catholic News Agency, nella mia traduzione.

 

Andrzej Duda, Presidente della Polonia
Andrzej Duda, Presidente della Polonia

 

Presidente Duda, lei è cresciuto nel sud della Polonia in una famiglia cattolica. Com’è stata la sua vita di fede nella famiglia, come ha vissuto la fede cattolica e come l’ha portata alla sua presidenza? È stata una sfida?

In effetti sono cresciuto in una famiglia che è sempre stata cattolica, per generazioni. Questo è il tipo di famiglia in cui sono cresciuto. Questo legame con la Chiesa, con la comunità cattolica cristiana, è sempre stato un dato di fatto, fin dall’inizio della mia vita. Ed è sempre stato molto importante in casa mia per i miei genitori e i miei nonni. Da bambino ero un chierichetto. Ho servito la messa in chiesa a Cracovia e a Stary Sacz, dove è nato mio padre, dove vivevano i miei nonni. Sono semplicemente cresciuto in questa atmosfera. Questo è sempre stato importante. E si può facilmente dire che assorbivo questi valori.

I valori cristiani formano la storia profonda, profonda, profonda della Polonia perché a Stary Sacz c’è un monastero fondato da Santa Kinga, molti secoli fa. E questa tradizione rimane ancora oggi. Questa tradizione di questo cattolicesimo molto forte – direi un cattolicesimo conservatore – perché c’è un monastero delle Clarisse – e sono suore di clausura. Quindi, questo cattolicesimo lì è molto, molto forte.

Mi parli della sua specifica devozione a Santa Bobola e ad altri santi in Polonia.

Posso dirle apertamente che sono nato il 16 maggio 1972, che è la festa di sant’Andrea Bobola. E, tra l’altro, è stato proprio perché era la festa di S. Andrea di Bobola che i miei genitori mi hanno dato il nome di Andrea affinché S. Andrea di Bobola fosse il mio santo patrono.

Quindi, c’è questo particolare attaccamento e più tardi sono cresciuto in questa atmosfera particolarmente patriottica. Sono stato attivo nei boy scout, che erano molto patriottici. Sant’Andrea Bobola era un uomo che è morto non solo per la fede. Non solo fu violentemente assassinato dai cosacchi perché era un ecclesiastico cattolico, ma morì anche per la Polonia e per gli ideali polacchi, quindi si potrebbe dire che era un credente, un prete e un patriota.

Anche lei è di Cracovia. Giovanni Paolo II è stato lì per molti anni. Qual è stato il suo rapporto con Giovanni Paolo II?

Chiamiamo questa nostra generazione, la generazione dei ragazzi nati negli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 e anche quelli nati negli anni ’60, “la GPII generation”… [la generazione di] Giovanni Paolo II. Siamo cresciuti con i pellegrinaggi del Santo Padre. E Cracovia è stato il luogo che il Santo Padre, durante la storia del suo pontificato, ha visitato più spesso. Era, dopo tutto, la sua città. Era il metropolita di Cracovia e il cardinale di Cracovia prima di diventare papa. Amava soprattutto incontrare i giovani di Cracovia.

Aveva sempre tempo per i giovani e noi da bambini eravamo portati dai nostri genitori a incontrarlo e poi da giovani andavamo da soli sotto la famosa finestra papale in via Franciszkanska e nei campi di Cracovia dove lui celebrava le Sante Messe, alle quali partecipavano milioni di persone. E questo era sempre incredibile. E il Santo Padre ha fatto la cosa più grande che si potesse fare per i polacchi di quel tempo, cioè ha mostrato alla generazione dei miei genitori quante persone in Polonia la pensano allo stesso modo.

Durante il periodo oscuro del comunismo, nel 1979, venne in pellegrinaggio in Polonia e la gente si radunò e vide che ce n’erano milioni. E che milioni di queste persone sono di fede e la pensano allo stesso modo. In quel momento lo ascoltavano. E fu l’inizio dei cambiamenti in Polonia.

Dopo di che, nel 1980, fu creata Solidarnosc. Quest’anno festeggiamo il 40° anniversario di Solidarnosc. E quello fu l’inizio della fine del comunismo. Nonostante l’imposizione della legge marziale, tutto questo non poteva essere fermato. Il Santo Padre è stato qui [a Roma] ed è stato sempre vigile. Ed è così che abbiamo la libertà, grazie a lui. Non c’è dubbio.

Lei ha fatto della difesa e della promozione della famiglia tradizionale una parte importante della sua piattaforma in Polonia. Oggi ne ha parlato con il Papa. All’inizio di questa settimana ha partecipato a una marcia per la famiglia in Polonia. Se guardiamo alle sue politiche, lei difende costantemente la famiglia e questo di fronte all’Unione Europea che spesso parla male della Polonia per aver difeso questi valori, parlando in altri termini, chiedendo che lei assuma il diritto all’aborto o difenda il matrimonio tra persone dello stesso sesso, o altre cose del genere. Cosa pensa che l’Unione Europea le stia chiedendo, personalmente e come presidente, e qual è la risposta della Polonia?

Lei sta toccando una questione molto importante.

La famiglia nella mia presidenza e nella mia vita ha un valore immenso e nella mia visione dello Stato, ogni Stato, ma prima di tutto ovviamente lo Stato polacco. Cosa c’è da dire se non che non c’è una nazione, uno Stato senza una famiglia che abbia figli, il che a sua volta provoca il rinnovamento delle generazioni, il che significa che la nazione rimane e può creare uno Stato. Quindi, se qualcuno si considera un patriota polacco, se qualcuno pensa che la Polonia debba rimanere, che la nostra nazione debba esistere, allora non ci dovrebbe essere dubbio che la famiglia in tutto questo ha un significato fondamentale. Questo è il mio approccio.

Cerco di proclamare queste opinioni non solo in Polonia, e di costruire questo quadro giuridico e sistemico in modo che la famiglia possa crescere al meglio, avere il maggior numero di figli, essere sostenuta dallo Stato polacco, proprio come stabilisce la Costituzione polacca.

La Costituzione polacca ordina allo Stato di difendere in modo particolare la famiglia.

Il matrimonio, secondo la Costituzione polacca, è un’unione tra un uomo e una donna. E i genitori hanno il diritto di crescere i figli secondo le loro convinzioni. Questi sono i diritti fondamentali scritti nella Costituzione polacca. Quindi, io agisco solo secondo la costituzione polacca. E non esito a parlarne all’Unione Europea. Ma io lavoro, servo la Polonia, questo è il mio dovere. E come i politici di altri paesi, altri presidenti si avvicinano a questo, è una loro prerogativa. E sono le loro società che li ritengono responsabili. Questo è il mio approccio. E questo è anche un approccio cristiano.

E questo è, secondo me, l’approccio più profondamente corretto.

Lei ha fatto notizia per aver raccolto un’ostia che è caduta per terra durante la messa, l’Eucaristia quando è caduta per terra. L’abbiamo visto in tutto il mondo. Lei ha fatto anche un elemento per difendere l’Eucaristia. C’è una mostra artistica in Spagna che sta dissacrando le ostie, l’Eucaristia e la Polonia ha inviato un rappresentante alla Corte dei diritti umani d’Europa per difendere [l’Eucaristia]. In che modo questo fa parte della sua politica?

La nostra religione ci dice di essere docili. La nostra religione cattolica ci dice anche di amare i nostri nemici. Questo è ciò che Gesù ci ha insegnato. Questo è molto difficile, ma tutti dovrebbero provarci e ognuno di noi dovrebbe vivere il meglio possibile.

E penso che questo sia abusato da vari tipi di artisti che sono di nucumento al cristianesimo e al cattolicesimo. E lei ne ha dato un esempio. Lui sa che può permettersi di farlo perché i cattolici, i cristiani non gli faranno del male in alcun modo a causa di questo. E così ha questo coraggio da quattro soldi.

Il tasso di natalità in Polonia è in aumento dopo alcuni sforzi che avete fatto, ma solo leggermente e non è ancora al punto in cui ricostituirà se stessa, la popolazione della Polonia. Lei promuove anche la famiglia, l’educazione, ne ha parlato anche oggi con il Papa. Qual è il lungo gioco in Polonia per difendere la Polonia dalla secolarizzazione che si sta verificando in tutta Europa e come intendete farlo?

Ho detto al Santo Padre oggi che credo che in questo momento in cui da tutte le parti siamo spinti da questa propaganda anticattolica, anticristiana – alcuni direbbero di sinistra liberale [propaganda], in cui c’è questa fortissima pressione a infondere altri valori, soprattutto nei giovani, Completamente opposto ai valori che leggiamo nelle Sacre Scritture, la Bibbia – è semplicemente nostro dovere come persone di fede pronunciare i nostri valori con fermezza, costantemente e incessantemente e cercare con tutte le nostre forze di arginare queste altre correnti che nella mia convinzione distruggono la famiglia tradizionale, distruggono l’essere umano come è meglio inteso. Distruggono l’educazione tradizionale. Penso che dovremmo [pronunciare i nostri valori] nonostante tutto, fare il nostro dovere, ed è quello che faccio.

Come sta lavorando con gli altri Paesi vicini per difendere il cristianesimo, anche nei luoghi dove è perseguitato?

Molte volte, anche nel Parlamento europeo, ho partecipato all’approvazione di vari atti di carattere dichiarativo ma anche legislativo riguardanti la difesa dei cristiani, soprattutto in Medio Oriente dove sono in pericolo o in Asia, nel Sudest asiatico, ci sono molti luoghi dove la gente viene perseguitata per il suo credo religioso, ma la Polonia in questo momento, essendo governata dalla destra unita [coalizione], mentre io sono presidente ci teniamo molto a questo.

Ora siamo membri del Consiglio per i diritti umani. Prestiamo attenzione a questi temi. Eravamo il membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU. E, un anno fa, abbiamo approvato una risoluzione relativa a coloro che sono perseguitati per il loro credo religioso. Sottolineiamo questo problema perché crediamo di doverne parlare.  

Il presidente Duda ha anche offerto un messaggio agli spettatori di EWTN Polska:

Saluti di cuore a tutti i telespettatori dell’EWTN Polonia. Grazie per aver guardato la televisione cattolica. Penso che questa emittente televisiva porti con sé i valori che sono importanti per noi. Qui in questo luogo il nostro Santo Padre Giovanni Paolo II ha servito Dio, la Chiesa e la Polonia. Quest’anno celebriamo il centenario della sua nascita. Vorrei che a volte prendiate in mano le prediche che il Santo Padre ci ha fatto, le sue parole che ci ha detto. Vorrei che ogni tanto cercaste su Internet e su YouTube o su altri canali le parole pronunciate dal Santo Padre, perché è importante ricordarcele per sapere quale cammino noi polacchi, noi persone di fede, noi cattolici, dovremmo seguire nella vita. Vi invito cordialmente a farlo. Grazie per la vostra attenzione, grazie per l’ascolto. Auguri a tutti.




Riscoprire la Bioetica: un corso di formazione per combattere la Buona Battaglia per la vita

 

C’è chi la delimita alla “clinica”, chi la reputa “troppo accademica”, chi la immagina “globale”. Negli ultimi anni, la Bioetica sembra aver smarrito la sua identità e la sua missione. Eppure, se per alcuni questa disciplina sembra caduta in disuso, a non perdere vigore e attualità sono gli attentati alla vita umana, quella nascente come quella morente, così come gli attacchi alla procreazione e alla famiglia, fino a sfide sempre nuove e già controverse.

La scienza va velocissima, cambia lo stile di vita, ci sono nuove problematiche e nuovi interrogativi che prima forse non ci si poneva neppure e, un po’ incoraggiati dalla mentalità consumista dell’“usa e getta”, ma soprattutto trascinati dalla corrente relativista-eraclitiana del “panta rei” (tutto scorre), crediamo che anche i valori di sempre siano ormai sorpassati e ne cerchiamo di nuovi, o forse non li cerchiamo affatto.

In un tempo in cui l’ambito assiologico e ancor prima quello oggettivo e reale sono sovrastati dalla mutevolezza di quello culturale, emotivo e soggettivo, la Bioetica è quanto mai attuale, ma sembra aver perso la sua identità e il suo scopo e, a nostro giudizio, va riscoperta. E l’unico modo per farlo è ripartire da ciò che è valido sempre; non importa dove l’uomo si trovi, in quale epoca, in quale luogo geografico, in quale cultura sia innestato: il valore della vita umana, la sua dignità e la legge scritta da Dio nella sua natura rimangono intatti, anche se il sistema economico, la prassi medica, la legge o le ideologie tentano di sovvertirli.

L’idea del corso di Bioetica dell’associazione “Famiglia Domani” – promotrice da anni della famosa Marcia per la Vita – nasce dal desiderio di recuperare una delle più importanti caratteristiche della Bioetica: un sapere di tipo pratico che educa alla realtà e, dunque, alla verità dell’essere umano. È necessario oggi non solo dire no, ma capire perchéuna certa scelta rispetta o meno il bene della persona umana e la legge morale impressa nella sua natura.  

La sfida allora è Riscoprire la Bioetica per combattere la “Buona Battaglia” in difesa della vita umana, che oggi come non mai ci obbliga a formarci. Per questo, il corso si rivolge soprattutto a chi è in prima linea nell’ambito educativo o nel mondo pro-life; ma anche a chi semplicemente vuole capire più a fondo cosa si cela dietro ai fatti di attualità che toccano la vita umana e si susseguono attorno a lui.

Il nostro è l’invito a una vera e propria “caccia al tesoro”; perché Riscoprire la Bioetica significa riscoprire l’inalienabile valore della persona umana, creata a immagine di Dio, l’inviolabilità della sua vita e l’intangibilità del suo corpo, a scanso del riduzionismo relativista e del nichilismo di cui è permeato il razionalismo moderno.

Per saperne di più, visitate il sito www.corsobioetica.it o scrivete a [email protected]