San Paolo: «annunciare il Vangelo non è per me un vanto, guai a me se non annuncio il Vangelo!»

Raffaello, San Paolo parla agli ateniesi, 1517-1519, arazzo
Raffaello, San Paolo parla agli ateniesi, 1517-1519, arazzo

 

 

di Alberto Strumia

 

Domenica V del Tempo Ordinario

(Anno B)

(Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39)

La liturgia di ogni domenica contiene in sé sempre un insegnamento, non solo “utile”, ma addirittura “indispensabile” per noi, e anche per tutti. (A questo proposito viene alla mente la domanda di Pietro a Gesù: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?», Lc 12,41. È necessario capirlo per essere in grado di decidere come affrontare la vita in ogni situazione e come rispondere a chi ci interpella).

– La parola “centrale” nelle letture della liturgia di questa domenica la troviamo quasi nascosta nel salmo responsoriale: «Risanaci», «Risana». Ed è una richiesta rivolta “direttamente” a Dio, da parte nostra (e in questo senso è per noi) nella preghiera; e da parte di tutti, troppe volte, arrestandosi a considerare come interlocutore qualcosa o qualcuno che non è Dio (le istituzioni, la natura, il cosmo, l’uomo, il proprio io…).

La richiesta di essere “risanati” scatta nel momento in cui ci si accorge di essere stati colpiti dalla “malattia”. La situazione dell’attuale pandemia che non sembra risolversi in tempi ragionevoli, come ci si aspettava, sembra essere la dura “scuola” alla quale l’umanità intera, oggi, è sottoposta.

E qui si vede la differenza tra noi, credenti (i cristiani che non si sono appiattiti sul pensiero unico del mondo),e tutti. Ai credenti – e non è un vanto o un “merito” – è stata “rivelata” la spiegazione “seria”, quella che va all’origine della malattia profonda, perché “originaria”, dalla quale occorre essere “risanati”. E questa spiegazione deve essere fatta conoscere a tutti nel modo più “vero”, “ragionevole”, talmente “comprensibile” e “convincente”, da diventare “evidente”, “irrinunciabile” per capire la storia dell’umanità e la situazione nella quale ci troviamo oggi.

– L’Apostolo Paolo lo ha capito al punto da arrivare a dire: «annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (seconda lettura). Annunciare il Vangelo significa, infatti, mettere davanti–  a tutti la “spiegazione” cristiana della storia e della vita dell’uomo, perché a tutti quelli che lo vogliono sia data la possibilità di capire perché c’è bisogno di essere “risanati” non solo da una malattia “fisica”, ma ben più in profondità.

– Nel Vangelo Gesù guarisce la malattia “fisica” (nel brano del Vangelo di oggi, guarisce dalla febbre la suocera di Pietro e «molti che erano affetti da varie malattie») per arrivare a far capire che la radice originaria di tutto il male che c’è nell’essere umano, sta nel suo modo sbagliato, “ingiusto” di mettersi in rapporto con Dio. Ritorna la tanto censurata questione del “peccato originale”. La richiesta: «risana», rivolta, gridata a Dio da parte dell’uomo che lo ha capito; rivolta a Cristo da parte di quelli che lo avevano riconosciuto come il Figlio di Dio, il Salvatore, ha bisogno di arrivare fino a questo livello di profondità. Signore, risana l’ingiustizia che sta all’origine di tutto il male!

Noi da soli non siamo in grado di farlo! Per questa ragione il Verbo si è fatto carne: per compiere quanto gli uomini, da soli, non sono in grado di fare.

– Lo sconforto di Giobbe, nella prima lettura («a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate»), altro non è che la presa di coscienza dell’incapacità radicale dell’uomo di risanare da solo questa perdita del “giusto modo” di vivere, di guardare a se stesso e agli altri, e a Dio («I miei giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono senza un filo di speranza»).

Tutta la missione di Gesù, nei tre anni della Sua “vita pubblica”, è un “predicare” per spiegare la necessità di arrivare fino a questo “livello serio” di domanda di Verità e di Salvezza («Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!»).

Gesù rifuggiva dal tentativo della gente di “usarlo” come semplice “guaritore” delle malattie del corpo («Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove»). Piuttosto , il suo compito, non era quello di limitarsi ai mali “fisici”, che pur guariva miracolosamente, ma  quello di mettere in guardia nei confronti del vero nemico dell’uomo, di Satana con i suoi seguaci, che è il primo autore della perdita del “giusto modo” di rapportarsi con Dio Creatore. Per questo di Gesù il Vangelo di oggi dice che non solo «guarì molti che erano affetti da varie malattie», ma anche che «scacciò molti demoni». La malattia profonda sta nel cuore dell’uomo, nella sua anima, nella sua intelligenza e volontà che, oggi, sono finite quasi totalmente sotto il potere di Satana, «il principe di questo mondo» (Gv 12,31). Il fatto che non ci si accorga di questo livello di profondità del problema e ci si fermi alla superficie delle cose, nel valutarle, è l’elemento che tiene in scacco l’umanità della nostra epoca. Ed è  un inganno talmente penetrato nella mentalità di quasi tutti, da non aver risparmiato neppure gli uomini di Chiesa, nemmeno i suoi vertici!

Per contribuire a porre rimedio a questo male radicale – che il Signore ha già vinto con la Sua Morte e Risurrezione – occorre pregarlo per chiedere che sia Lui stesso a mettere sulla nostra bocca le parole efficaci per la loro verità. Quelle parole che ci occorrono per renderlo presente e riconoscibile come il Signore della storia e di tutta la creazione.

La Madre di Dio sia la nostra prima intermediaria perché nella Chiesa sorgano persone capaci di predicare come Lui predicava e insegnare come Lui insegnava, e non ci si fermi al solo livello materiale dei problemi: «Di tutte queste cose si preoccupano i pagani» (Mt 6,32).

Piuttosto lei ci ottenga di essere come san Paolo, la prima preoccupazione del quale era quella di «guadagnarne il maggior numero».

Bologna, 7 febbraio 2021

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 




Evangelizzare con l’amicizia. Mistica e missione in Egied van Broeckhoven.

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di Sabino Paciolla

 

E’ stato da poco pubblicato, dalle Edizioni La Scala (Noci-Ba), un agile libretto con un titolo che attira l’attenzione: Evangelizzare con l’amicizia. Mistica e missione in Egied van Broeckhoven. Ne è autore d. Giulio Meiattini, monaco dall’Abbazia Madonna della Scala, già noto ai lettori di questo blog. Il libro ci presenta l’itinerario spirituale di un santo dei nostri giorni che ha attraversato, come una stella luminosa e discreta, il tormentato firmamento della metà del ‘900, in anni pieni di fermenti sociali ed ecclesiali.

Ho rivolto a d. Giulio qualche domanda per saperne di più intorno al personaggio di cui si occupa il libro, perché mi sembra che presenti alcuni aspetti capaci di offrire qualche raggio di luce nel nostro difficile tempo, soprattutto per chi intende vivere la sua fede e la sua testimonianza cristiana in una società sempre più aliena ed estranea al messaggio evangelico.

D. Giulio, innanzitutto potresti dirci chi è Egied van Broeckhoven, al quale hai dedicato questo piccolo libro?

P. Egied van Broeckhoven è stato un sacerdote gesuita belga. Nato nel 1933 è entrato ancora molto giovane nella Compagnia di Gesù (1950). Dopo gli anni di formazione e l’ordinazione sacerdotale (1964), a partire dal 1965 ha scelto, come campo del suo apostolato, l’ambiente scristianizzato dei quartieri più poveri, lavorando come prete operaio in alcune fabbriche metallurgiche nelle periferie di Bruxelles per condividere la vita dei lavoratori e far loro giungere il vangelo dell’amore cristiano. Nel 1967 ha perso la vita in un incidente sul lavoro, cosa purtroppo non rara a quei tempi. Nessuno si ricorderebbe di lui, oggi, se non avesse lasciato un ampio diario che ci permette di spingere lo sguardo all’interno della sua esperienza spirituale e di intravedere la sua straordinaria profondità. Un vero e proprio mistico del secolo scorso.

Dunque sono trascorsi ormai più di sessanta anni dalla sua morte. A dire il vero non mi ero mai imbattuto nel suo nome fino ad ora.

Il suo nome e soprattutto i suoi scritti non sono molto noti. Anche per questo ho voluto scrivere qualcosa su di lui. Dei suoi diari è stata edita fino ad ora solo una piccola parte. Pochi anni dopo la sua morte ne fu pubblicata una scelta antologica. Apparsa nell’originale fiammingo, fu poi tradotta rapidamente in diverse lingue, anche in italiano, col titolo Diario dell’amicizia (Jaca Book 1973). Nonostante questo non fu colto, purtroppo, il valore di questa testimonianza. Quasi nessuno se ne è più occupato. Per avere un’altra edizione italiana, un po’ più ampia e meglio curata, ci sono voluti decenni. E’ del 2018 l’edizione di Marietti-Dehoniane, questa volta titolato L’amicizia. Diario di un gesuita in fabbrica. Bisognerebbe davvero provvedere, e spero che presto qualcuno lo faccia, a pubblicare una edizione integrale dei diari. La mancanza di accesso alle fonti nella loro integralità spiega anche perché esistano fino ad ora pochissimi approfondimenti su questa figura dalla spiritualità e dal messaggio così originali: qualche articolo e appena un paio libri (di cui uno in lingua catalana) difficilmente reperibili.

A quanto si capisce dal titolo del tuo libro, e anche dai titoli con cui il diario è stato di volta in volta pubblicato, l’amicizia sembra essere al cuore della vita di questo gesuita.

Indubbiamente, se volessimo riassumere in una parola sola il filo d’oro che attraversa l’esperienza spirituale e l’itinerario missionario e apostolico che caratterizza la vita di p. Egied, la parola sarebbe certo “amicizia”. E’ questo un aspetto che ha sempre attirato l’attenzione sia di grandi pensatori, come Platone, Aristotele, Cicerone, sia di grandi teologi, come S. Agostino. E nella storia della spiritualità cristiana non mancano pagine ed esempi notevoli che illustrano l’amicizia ai suoi più alti gradi. E’ uno dei temi classici su cui si torna sempre di nuovo a riflettere e che, di sua natura, attrae l’interesse di molti. Già la Bibbia con Gionata e Davide e alcune pagine dei libri sapienziali intesse l’elogio dell’amicizia. Tuttavia, a quanto mi sembra, non è facile trovare qualche opera o qualche personaggio che abbia valorizzato l’amicizia in modo così intenso, profondo e, direi, sistematico, tanto da farne la cifra sintetica di un’intera vocazione ed esistenza, come ha fatto Egied van Broeckhoven. La sua lezione, esistenziale prima ancora che scritta, sul tema dell’amicizia ne fa un maestro fra i più grandi su questa dimensione della vita umana e cristiana. Non dimentichiamo che Gesù dice ai suoi discepoli: “Non vi chiamo più servi, ma amici”. In fondo l’amicizia è anche uno dei concetti più importanti che illustrano la nostra relazione con Dio e con Gesù sotto il profilo del legame di amore e di apertura e fiducia reciproche.

Potresti aiutarci a capire come van Broeckhoven intende l’amicizia? Qual è, secondo te, l’aspetto più originale del modo di vivere e concepire l’amicizia da parte di questo gesuita prete operaio?

Indubbiante l’aspetto più originale e omnicomprensivo è l’interpretazione trinitaria dell’amicizia. La Trinità, per Broeckhoven, è il prototipo dell’amicizia. Sia le relazioni eterne fra le Tre Persone divine sia la loro azione e manifestazione nel mondo e nella storia, rappresentano la fonte e la realizzazione originaria e assoluta delle relazioni fra amici. Per il van Broeckhoven il Padre e il Figlio vivono l’apertura e il dono della loro rispettiva intimità come trasparenza reciproca nell’amore, ma non si fermano qui. Lo Spirito è insieme il terzo Amico, o il Terzo Amato, a cui essi si aprono ammettendolo nella loro amicizia, e insieme lo stesso legame amicale che li lega. Se vogliamo, già un importante teologo medievale, Riccardo di S. Vittore, aveva suggerito di pensare allo Spirito Santo come il Con-dilectus, colui che viene cooptato nel rapporto di amore fra le altre due Persone.

Da questi aspetti elementari di una teologia trinitaria dell’amicizia si può capire tutta la novità che ne deriva per l’amicizia fra creature umane: l’amicizia non è solo un legame a due, in fondo chiuso in una reciprocità fra io e tu – come non di rado la si intende – ma tende ad aprirsi a un terzo, anzi a molti altri, per renderli partecipi del legame di amicizia originario. Questo, per p. Egied, è del tutto evidente nella rivelazione della vita trinitaria nel mondo. Il Padre non trattiene il suo Amato (il Figlio diletto) presso di sé, ma lo invia perché anche gli uomini siano abbracciati in questa relazione amicale e ne divengano partecipi. E questo è possibile grazie al dono dello Spirito, cioè alla condivisione con i redenti della stessa Amicizia comune che lega Padre e Figlio.

Mi sembra che alla luce di queste considerazioni si possa capire anche l’aspetto profondamente missionario dell’esperienza condensata nei diari di p. Egied. Infatti nel titolo del tuo libro parli di mistica e missione.

Sì, quanto appena detto permette di comprendere molto bene che, contrariamente a quanto si pensa, l’amicizia per questo giovane gesuita non è un rapporto ristretto, fra pochi, ma tende ad espandersi. Egli, fedele allo spirito della Compagnia di Gesù, avvertiva la spinta e l’anelito a portare il Vangelo nel mondo operaio scristianizzato, e vedeva nell’amicizia, cioè nel contatto intimo fra persona e persona, proprio questo movimento di apertura e questo abbraccio tendenzialmente universale, espansivo e dunque missionario. A partire dall’esperienza dell’amicizia trinitaria, egli si sente inserito nella stessa traiettoria missionaria che spinge Dio ad andare verso il mondo, a spingere il Figlio nel mondo. Essere missionario per lui è vivere come il Figlio, inviato nel mondo per manifestare al mondo l’intimità del Padre e la loro comune amicizia che è lo Spirito. Meglio far parlare direttamente lo stesso p. Egied, per capire meglio questa connessione fra amicizia e missione. Ecco un suo passaggio eloquente:

«Mio Dio dammi la trasparenza e la generosità del tuo Amore trinitario. Per giungere ad amare vera­mente il proprio amico di un amore che lo spinga verso gli altri, come il Padre ama il Figlio di un amore che lo spinge nel mondo, occorre che l’amicizia sia molto profonda. Per giungere a rende­re partecipi gli altri dell’amicizia che si porta al proprio amico, come il Padre e il Figlio fanno con­dividere al mondo la loro vita d’amore che è lo Spirito, occorre che l’amicizia sia molto profonda, trinitaria»

Grazie alla sua squisita sensibilità umana, p. Egied, come si evince dalle pagine del diario, riusciva a toccare il cuore delle persone che incontrava e a creare con loro legami profondi, attraverso i quali cercava di aprirli all’intimità divina e anche a nuove relazioni autentiche fra di loro.

E in che senso questa spinta missionaria si coniugava in lui con la dimensione mistica? Sembrerebbero due aspetti difficilmente componibili.

Leggendo i suoi appunti si capisce quale profonda vita di preghiera vivesse p. Egied. Era stato fin dalla giovinezza un grande lettore di autori mistici (come Ruysbroeck e Giovanni della Croce, per esempio). Si avverte che la celebrazione quotidiana della S. Messa, la preghiera notturna (fatta dopo una giornata sfiancante di lavoro in fabbrica), e alcuni momenti di improvvisa illuminazione interiore nel bel mezzo degli impegni e delle relazioni quotidiane, erano dei contatti profondi, dei “tocchi di fiamma”, nei quali attingeva all’Oceano divino, come talvolta egli si esprime. Diversamente non avrebbe potuto vivere in modo così generoso e denudante il deserto metropolitano, la durezza dell’ambiente di lavoro. Egli può essere l’amico universale che conduce a Dio in modo missionario, perché attinge al mistero delle relazioni trinitarie, nelle quali talvolta si sente preso e assorbito. Per lui, attirato fortemente fin da giovane, verso la vita contemplativa della Certosa, la scelta della fabbrica e del mondo secolarizzato, in cui i segni della presenza di Dio sono scomparsi, era un modo per vivere l’essenziale, la nudità dell’esperienza contemplativa e mistica. Come scrive in una sua nota: “Vivere con il mondo sulla soglia dell’abisso, per aiutarlo e gettarsi nell’abisso di Dio”.

Potresti in poche parole indicare qualche aspetto che rende questo testimone di Cristo dei nostri giorni fonte di ispirazione permanente per l’evangelizzazione anche oggi?

Il titolo del mio libro è appunto “evangelizzare con l’amicizia”. E una formula che sintetizza l’essenziale del cammino di p. Egied. Questo significa dare la priorità non tanto alla creazione di attività e strutture pastorali, che pure restano importanti, ma puntare soprattutto all’incontro personale e in profondità con le singole persone, per porle poi in relazione di comunione e amicizia tra di loro, proprio nello stile trinitario. Forse, come dico nel libro, da tempo ci si diffonde su una “pastorale del gregge”, che sembra stentare a dare frutti; mentre a p. Egied preme soprattutto il contatto con l’intimità della singola “pecorella”, che il pastore deve amare personalmente, conoscere e chiamare per nome e introdurla a sua volta in un rapporto personale di amicizia-amore con Dio e con gli altri fratelli. In fondo mi sembra di notare, in questo gesuita che comincia il suo ministero subito dopo la conclusione del Vaticano II (fra il 1965 e il 1967), il recupero e il profondo, intelligente rinnovamento di quella che una volta si chiamava “cura d’anime”.

In secondo luogo direi che p. Egied ci indica una possibile strada per vivere la nostra fede in un mondo sempre più privo dei segni della fede. Egli possiede una grande forza interiore, attinta nelle profondità dell’esperienza mistica di Dio; per questo riesce a portare o ritrovare Dio anche negli ambienti in cui Dio sembra più assente. Una sfida oggi sempre più difficile.

 

 

 

 




Mons. Munilla: “Voglio insistere, la evangelizzazione non è secondaria, è prioritaria.”

Omelia del 25/10/2020, Mons. Munilla, vescovo di San Sebastián, Paesi Baschi, Spagna, nella traduzione di Angela Comelli. Il video dell’omelia la trovate qui.

 

mons. Jose Ignacio Munilla, vescovo di San Sebastian
mons. Jose Ignacio Munilla, vescovo di San Sebastián

 

 

Cari fratelli,

permettetemi  di dedicare oggi nell’omelia qualche parola per contestualizzare la situazione che stiamo vivendo .

Oggi è domenica , si è riunito il Consiglio dei Ministri, il presidente del Governo ha annunciato l’attuazione di un nuovo Decreto di Emergenza, della durata di sei mesi che sarà condotto sostanzialmente dalle Comunità Autonome.

In primo luogo dobbiamo dire, da parte della Chiesa, che accogliamo questa decisione con senso di responsabilità e desiderio di collaborazione con le Amministrazioni, qualunque amministrazione sia competente in ogni momento.

Voglio sottolineare ed evidenziare una cosa.

Questa stessa settimana, noi vescovi dei Paesi Baschi ci siamo messi in contatto con le autorità sanitarie del governo basco e abbiamo chiesto loro, esplicitamente, se, tra tutte le indagini fatte in questi mesi,  si sia mai giunti ad individuare un focolaio di contagio in ambito liturgico o cultuale delle chiese. La risposta che ci hanno dato è stata inequivocabile: tra tutte le indagini fatte, tra tutti i contagi presi in esame, non si è mai individuato alcun focolaio in una chiesa, in ambito liturgico o cultuale.

Mi sembra importante riaffermare questo: nemmeno uno in tutti i Paesi Baschi!

Voglio dire, pertanto, grazie a Dio,  che le chiese, per come stiamo operando, non costituiscono luoghi rischiosi, anzi, paradossalmente, sono altri i luoghi rischiosi come le proprie case o altri ancora. Lo dico anche per trasmettere la pace e la fiducia di cui, credo, tutti abbiamo bisogno. Sono dati importanti, confermati questa stessa settimana: in tutta la gestione della pandemia, realizzata dal governo basco, nemmeno un caso di contagio è stato trovato in un contesto di culto o liturgia. Perciò credo sia importante che abbiamo senso di responsabilità, ma che non confondiamo la prudenza con la paura, l’ansia con il panico, le fobie,  le ossessioni che si stanno generando. Prudenza si, panico e paura, no!

Nelle priorità pastorali che la Diocesi  ha considerato per quest’anno, 2020-21, abbiamo detto esplicitamente che è nostro obiettivo adattare la pastorale ordinaria a queste nuove esigenze, facciamo tutti gli sforzi per portar avanti le nostre priorità pastorali, adattandole. Adattare non vuol dire posporre, relegare, tanto meno sospendere, mettere la sordina all’intensità della nostra proposta evangelizzatrice , ancora meno vuol dire silenziare la voce profetica del Vangelo o la dottrina sociale della Chiesa.

No, adattare non è nulla di tutto questo, è un’altra cosa.

E, di fatto, prestate bene attenzione, molte altre attività non hanno rallentato.

Anzi , disgraziatamente aggiungerei io, hanno accelerato. Ad esempio, mentre sta succedendo tutto ciò e la pandemia si sta diffondendo, nel parlamento spagnolo si stanno discutendo le Leggi sull’eutanasia e sul suicidio assistito. E questo non si è fermato né ha rallentato.  Si sta anche discutendo una legge sull’educazione in cui si elimina il diritto alle istanze educative  dei genitori, in cui il diritto alla libertà di educazione viene ridotto in maniera molto grave,  e si annuncia l’ampliamento della legge sull’aborto perché le adolescenti possano abortire senza che i genitori lo sappiano. Tutto ciò non si è fermato!

E qualcuno mi spiegherà che urgenza sociale abbiano tutte queste misure , in tempo di pandemia. Per questo , voglio insistere, la evangelizzazione non è secondaria, è prioritaria.

Il compito di evangelizzazione della Chiesa non si può posporre, l’esercizio della libertà religiosa è un diritto fondamentale, sancito dalla nostra Costituzione.

Persino durante la prima ondata di coronavirus, in marzo, con la dichiarazione dello Stato di emergenza, si riconosceva il permesso di continuare a celebrare pubblicamente la liturgia. Fummo noi che, non conoscendo le dimensioni esatte della  pandemia e come si diffondesse ,  in modo prudenziale, decretammo che, per un periodo di tempo, non si celebrasse il culto in modo pubblico. Fu una misura della Chiesa, il decreto non avrebbe potuto sospendere un diritto fondamentale.

Pertanto, una volta che abbiamo constatato che siamo di fronte ad una pandemia che può essere affrontata con le adeguate misure di precauzione senza che si interrompa la vita pastorale della Chiesa, in questa seconda ondata andiamo avanti con tutte le conseguenze: con tutte le misure di prudenza , ma senza lasciare di dare priorità al compito di evangelizzazione della Chiesa.

In più, nella storia della Chiesa, i tempi di pandemie, non solo non sono stati momenti in cui  le attività della Chiesa siano rimaste paralizzate, ma, al contrario, pagine d’oro sono state scritte in situazione di emergenza come questa.

Ricordiamoci dei nostri predecessori: fecero di queste grandi crisi l’occasione di testimoniare la carità di Cristo, di dare una parola di sollievo e speranza. Oggi più che mai risuona la parola di San Paolo : “Guai a me se non predicassi il Vangelo!”

In questo tempo, più che mai, il mondo ha bisogno di una speranza: se ci sono tanto panico, ansia e fobie è proprio perché manca una speranza, la speranza in Cristo, la fiducia in Lui.

Come all’inizio di questa pandemia, durante la prima ondata, noi vescovi dei Paesi Baschi  e della Navarra abbiamo scritto una lettera pastorale con il titolo “Le Beatitudini in tempo di pandemia”, che credo sia servita per la riflessione, se Dio vuole, la prossima domenica, 1 novembre, noi vescovi  della provincia  ecclesiastica di Pamplona, cui appartengono San Sebastián, Logroño e Jaca,  pubblicheremo una lettera intitolata “La sfida della solitudine”. L’abbiamo pensata  a partire dal momento presente perché questa situazione ha lasciato allo scoperto la gran vulnerabilità delle persone che vivono in solitudine, ha lasciato allo scoperto che nel nostro sistema la maggior parte degli anziani  è accolta negli istituti e questo li lascia in una situazione di terribile solitudine. La solitudine può essere una situazione in cui l’animo umano viene assolutamente tentato perché siamo esseri sociali.

E’ una grande sfida, la sfida della carità cristiana , soprattutto la comunione, l’esercizio della comunione.  La nostra solitudine deve essere abitata, abitata da Dio perché siamo tempio di Dio e abitata dal ministero della consolazione: che tra di noi ci aiutiamo e ci consoliamo mutuamente. Presenteremo, se Dio vuole, questa lettera pastorale la prossima domenica, io la presenterò anche alla stampa, se possibile, la sgraneremo a poco a poco a Radio Maria e nel canale diocesano di youtube. La presenteremo pian piano, vi invito ad immergervi in essa perché è una grande sfida: la grande sfida di come, in  questa pandemia capiamo che la solitudine richiede una grande maturità perché sia vissuta senza deteriorarci. Siamo chiamati ad essere consolatori dei nostri fratelli, uno dell’altro, bisogna portare avanti il mistero della comunione. Questo è ciò che volevo dirvi. Riaffermiamo il nostro impegno con la  evangelizzazione, di responsabilità verso tutte le norme che le autorità ci indicano e andiamo avanti, prendiamo il largo, andiamo avanti in questa situazione in cui Dio ci dà, senza alcun dubbio, opportunità di testimoniare il primato della carità, il primato della fede, il primato della speranza.




Perché la dottrina conta quando si tratta di evangelizzazione

Se affermando che il “compito primario” della Chiesa non è insegnare la dottrina, ma “offrire il kerygma, o la buona novella dell’amore salvifico di Gesù Cristo”,  si dice una cosa giusta. Ma se serve per mettere da parte la dottrina allora si dice una mezza verità. Fonte di grave confusione. Lo spiega Russell Shaw in questo suo articolo pubblicato su Catholic World Report che vi propongo nella mia traduzione. 

 

San Pietro insegna, particolare di Masolino da Panicale cappella Brancacci

San Pietro insegna, particolare di Masolino da Panicale cappella Brancacci

 

Il cattolicesimo è sempre stata una religione intellettuale. Questo non significa dire che – il cielo non voglia – è una religione solo o soprattutto per gli intellettuali, ma solo che la Chiesa si è preoccupata fin dall’inizio di tenere, conservare e condividere ciò che crede essere una verità rivelata su Dio e sul senso della vita.

Senza dubbio ci sono stati momenti in cui questa intellettualità ha fatto sì che il cattolicesimo sia stata – o sia sembrata comunque essere – troppo una religione della testa e troppo poco una religione del cuore. Nel complesso, tuttavia, l’insistenza sul pensiero chiarop e accurate formulazioni ha servito bene la Chiesa cattolica e ha contribuito a renderla attraente per molte persone.

Ho pensato a queste cose quando ho sentito che papa Francesco nella sua riorganizzazione della Curia romana assegnava un posto d’onore all’evangelizzazione piuttosto che alla dottrina. Secondo i resoconti anticipati, il piano prevede la fusione di due dicasteri di evangelizzazione esistenti (“dicastero” in vaticanese sta per “dipartimento”) in un nuovo super dicastero che guidi gli sforzi in questo settore.

Non c’è bisogno di dire che il Papa può riorganizzare la curia come meglio crede, proprio come hanno fatto i papi prima di lui. Inoltre, c’è un buon motivo per mettere l’evangelizzazione in cima al nuovo organigramma.

Ciò che mi preoccupa è la logica offerta da alcuni addetti ai lavori vaticani che sostengono che il cambiamento segnala un declassamento non solo della Congregazione per la Dottrina della fede (CDF) ma della dottrina stessa. La polemica sui cambiamenti di leadership e di programma dell’Istituto Giovanni Paolo II di Roma per gli studi sul matrimonio e sulla famiglia per conferirgli un carattere più “pastorale” sembra sollevare questioni simili.

Secondo il biografo papale Austen Ivereigh, scrivendo su Commonweal, [dice che] il piano della curia comporta la “retrocessione” della CDF. Retrocedere rispetto a cosa? Ivereigh non lo dice, ma presumibilmente significa che il movimento pone la dottrina in una posizione subordinata. E perché? Perché, dice, citando una bozza, il “compito primario” della Chiesa non è insegnare la dottrina, ma “offrire il kerygma, o la buona novella dell’amore salvifico di Gesù Cristo”.

Questo è confuso. Se posso dilungarmi un po’ sulla versione di Ivereigh, la Buona Novella sta nel fatto che in e attraverso il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, crocifisso e risorto – e solo in e attraverso di lui – siamo redenti. Questa è la “Buona Novella dell’amore salvifico di Gesù Cristo”. Ed è incommensurabilmente ricca di contenuti dottrinali.

L’importanza della verità dottrinale al centro del messaggio cristiano percorre tutto il Nuovo Testamento. Per esempio: la lettera agli Efesini esorta i cristiani a non essere come i bambini “sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina” (Ef 4, 13-15); la lettera agli Ebrei dice ai lettori: “Non lasciatevi guidare da varie e strane dottrine” (Eb 13, 9). I testi potrebbero essere moltiplicati, ma il punto è chiaro: la dottrina ortodossa è importante.

In quella Magna Carta dell’evangelizzazione cattolica contemporanea Evangelii nuntiandi, pubblicata nel 1975, Papa San Paolo VI ammetteva che l’evangelizzazione “non consiste solo nella predicazione e nell’insegnamento di una dottrina”. Ma ha anche insistito sul fatto che “l’istruzione catechistica” è uno strumento di evangelizzazione che “non deve essere trascurato”.

“L’intelligenza…..ha bisogno di apprendere attraverso un’istruzione religiosa sistematica gli insegnamenti fondamentali, il contenuto vivo della verità che Dio ha voluto trasmetterci e che la Chiesa ha cercato di esprimere in modo sempre più ricco nel corso della sua lunga storia”, ha scritto.

Con l’avvicinarsi di un’altra riorganizzazione della Curia romana, non ci dovrebbe essere un suo declassamento.

 

 

Russell Shaw è stato segretario per gli affari pubblici della Conferenza Nazionale dei Vescovi Cattolici / Conferenza Cattolica degli Stati Uniti dal 1969 al 1987. È autore di 20 libri, tra cui Nulla da nascondere e l’acclamata Chiesa Americana: The Remarkable Rise, Meteoric Fall e Uncertain Future of Catholicism in America.

 

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Il Sinodo deve annunciare chiaramente che la missione fondamentale della Chiesa è annunciare Gesù Cristo come nostro Salvatore.

Il Cardinal Jorge Urosa Savino, arcivescovo emerito di Caracas, Venezuela, in questo suo intervento, pubblicato su National Catholic Register, indica la questione chiave per rivitalizzare la Chiesa nella terra amazzonica (e, in effetti, dappertutto).

Eccolo nella mia traduzione.

 

Cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo emerito di Caracas

Cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo emerito di Caracas

 

Ci stiamo avvicinando alla fine del sinodo pan-amazzonico. Abbiamo già visto i risultati dei vari circuli minores (piccoli gruppi di lavoro), più interessanti e impegnativi; alcuni piuttosto innovativi. Queste proposte, ovviamente, dovranno essere sottoposte alla votazione finale. Qualunque sia il risultato, vorrei sottolineare in questo articolo il punto chiave per il rilancio della Chiesa in Amazzonia.

Il Sinodo deve annunciare chiaramente che la missione fondamentale della Chiesa è annunciare Gesù Cristo come nostro Salvatore.

E questo vale tanto per le comunità indigene dei vicariati missionari quanto per le chiese già costituite come arcidiocesi e diocesi della Chiesa universale. È importante rafforzare l’opera di evangelizzazione e l’annuncio chiaro, esplicito e manifesto di Gesù come Via, Verità e Vita, colui in cui il mistero dell’essere umano è decifrato e in cui ogni sapienza umana ha senso. Lo afferma chiaramente il Concilio Vaticano II nella costituzione pastorale Gaudium et spes (10 e 22).

 

La missione fondamentale della Chiesa: evangelizzare

 

Non c’è dubbio che la missione fondamentale della Chiesa è annunciare Gesù Cristo. Questo punto è stato ben evidenziato da uno dei circuli minores. Hanno fatto un ottimo lavoro di enunciato. È davvero il centro della missione della Chiesa. Tutti gli altri temi: gli aspetti ecologici, sociali, culturali e anche pastorali come i ministeri, l’organizzazione e l’autorità nella Chiesa sono certamente importanti, ma sono secondari.

Ciò che è veramente importante è che la Chiesa cattolica in Amazzonia, come nel resto del mondo, viva e annunci con la gioia del Vangelo – come ci chiede Papa Francesco – la sua fede in Gesù, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, Re dei Re, e Signore dei Signori, principio e fine.

Come abbiamo detto con rispetto nelle precedenti riflessioni sull’instrumentum laboris (documento di lavoro), sarebbe importante studiare perché, nonostante il grande e sacrificale, costante lavoro e la presenza di molti missionari, le chiese protestanti sono cresciute, mentre i frutti del nostro lavoro pastorale non sono stati quelli sperati. Molte comunità indigene sono grate per il lavoro sociale dei missionari cattolici, ma preferiscono le chiese protestanti. Uno dei circui minores ha sottolineato questo punto. Purtroppo, l’instrumentum laboris non ha studiato le cause di questa realtà di base.

Dobbiamo, quindi, rafforzare l’annuncio di Gesù Cristo ai popoli indigeni e invitarli rispettosamente a convertirsi ed essere battezzati, affinché possano ricevere l’immenso tesoro di diventare figli di Dio e membri della Chiesa.

 

Inculturate il Vangelo

 

Ci siamo: Dobbiamo evangelizzare e inculturare il Vangelo di Gesù Cristo! Naturalmente questo non significa imporre la cultura europea o occidentale alle popolazioni indigene. Significa presentare Cristo come Salvatore e Redentore, come nostro amico e fratello, con le sue esigenze di cambiamento di vita, di moralità familiare, di comportamento sociale, come anche nel mondo economico, di rifiuto degli idoli e della loro schiavitù alle forze della natura – che il Vangelo entri nelle loro culture. Questo è ciò che si intende per “inculturazione del Vangelo”.

Dobbiamo evangelizzare apertamente ed esplicitamente. Il dialogo e l’accompagnamento non sono sufficienti. Certo, sono necessari, ma allo stesso tempo dobbiamo offrire e presentare Gesù. Ricordiamoci di San Paolo:

“E guai a me se non evangelizzo (1 Corinzi 9:16).

La missione della Chiesa è annunciare il Vangelo. E sappiamo che Cristo ci cambierà radicalmente e creerà l’uomo nuovo, la nuova comunità, la nuova famiglia, santificata dalla grazia sacramentale.

E questo richiede a noi, agenti dell’evangelizzazione, e specialmente ai vescovi, ai sacerdoti e ai religiosi, una conversione continua, personale e pastorale. Che riconosciamo, personalmente e vigorosamente, Gesù come Signore della creazione e della storia, come Buon Pastore, come Luce del mondo, come nostro Salvatore. E noi dobbiamo presentarlo come tale ai nostri fratelli. Naturalmente non dobbiamo disprezzare le culture indigene! Ma dobbiamo portare  loro l’antica sapienza divina, rivelata nell’Antico Testamento e in particolare da Gesù Cristo. Dobbiamo portare loro il dono della vita nuova in Cristo, la luce della grazia, la speranza della vita eterna. Dobbiamo liberarli dalla schiavitù della natura, annunciando la signoria di Dio Padre e di Cristo, suo Figlio, volto della Divina Misericordia, sulla creazione e su ognuno di noi.

In questo senso è essenziale che il documento finale del Sinodo promuova un’evangelizzazione aperta, in Amazzonia e nel mondo intero, senza timore di ferire i popoli indigeni e promuovere la parrhesia dello Spirito Santo, con rispetto, naturalmente, ma senza trepidazione – non apologeticamente, come se chiedesse perdono per aver portato il tesoro di Cristo ai popoli indigeni dell’Amazzonia.

 

Il Rito Amazzonico Suggerito

 

In questa stessa linea, dobbiamo anche concentrarci sul possibile rito amazzonico-indigeno [della Messa], che il Sinodo potrebbe suggerire. Non c’è nulla di male. Nella Chiesa, ci sono molti riti.

Naturalmente dovrebbe essere preparato molto bene. E certamente il possibile rito amazzonico deve evitare qualsiasi tipo di sincretismo strano o scorretto. Il sincretismo presente nel rito celebrato intorno a una grande coperta, guidato da una donna amazzonica circondata da strane e ambigue immagini nei giardini vaticani il 4 ottobre, dovrebbe essere evitato. È deplorevole che, nonostante le numerose critiche a quel rituale, nessuno degli organizzatori abbia spiegato cosa fosse quel rituale. La ragione dei molti commenti critici è proprio la natura primitiva e l’aspetto pagano della cerimonia e l’assenza di simboli, gesti e preghiere cattoliche riconoscibili nei movimenti e nelle prostrazioni di quel sorprendente rituale.

Questo tipo di sincretismo deve essere assolutamente evitato. La liturgia o Rito latino romano, in particolare la Sacra Eucaristia offerta solo a Dio, è semplice, sobria, austera e di facile comprensione per coloro che ricevono un’adeguata iniziazione. Un eventuale rito amazzonico deve rispettare la natura sacra dell’Eucaristia e mantenere i suoi elementi fondamentali, e mentre altri gesti possono essere introdotti, nessuno può essere simile ai gesti animisti o gesti naturalisti non cattolici.

 

Conclusione

 

Benediciamo il Signore per il lavoro sacrificale e generoso offerto in Amazzonia, nella giungla come nelle aree urbane, nei vicariati e prelature, arcidiocesi e diocesi, da vescovi, missionari, sacerdoti e diaconi, laici religiosi e consacrati impegnati in molteplici fatiche ecclesiali.

Imploriamo Dio, Creatore dell’universo e Padre nostro, che questo sinodo riaffermi con decisione e chiarezza la missione evangelica della Chiesa in Amazzonia e nel mondo intero, e che i cattolici, specialmente i ministri del Signore e i religiosi, continuino a vivere e ad annunciare con gioia il Vangelo di Gesù Cristo, “l’unico nel cui nome possiamo ottenere la salvezza e il perdono dei peccati” (cfr At 4,12; Gaudium et Spes, 10).

 

+cardinale Jorge Urosa Savino

 

(Questo commento è stato adattato nello stile).

 

 




Video-intervista al card. Burke: proselitismo no, ma l’evangelizzazione è un nostro dovere




Giornata Mondiale della Gioventù del 1993: un punto di svolta

“Non abbiate paura di uscire per le strade e nei luoghi pubblici, come i primi apostoli che predicavano Cristo e la buona novella della salvezza nelle piazze delle città, dei paesi e dei villaggi. Non è il momento di vergognarsi del Vangelo… È il momento di predicarlo dai tetti.”

Questo è quello che ci ricorda George Weigel, biografo e amico di papa San Giovanni Paolo II, in questo articolo che propongo nella mia traduzione.

Foto: papa Giovanni Paolo II nel 1993 alla GMG. (CNS photo/Joe Rimkus Jr.) ripreso da The World Catholic Report

Foto: papa Giovanni Paolo II nel 1993 alla GMG. (CNS photo/Joe Rimkus Jr.) ripreso da The World Catholic Report

 

In questo 25° anniversario della Giornata Mondiale della Gioventù a Denver (dal 10 al 15 agosto 1993, ndr), non posso fare a meno di condividere uno dei miei ricordi personali preferiti di Giovanni Paolo II.

Era il 15 dicembre 2004, e come era diventata la nostra abitudine durante gli anni in cui stavo preparando Witness to hope, stavo facendo una cena prenatalizia con Giovanni Paolo II, che amava il periodo natalizio – e credeva di aprire i suoi regali di Natale quando li ha ricevuti. Quell’anno, gli avevo portato un album fotografico molto grande, National Parks of the United States, che il Papa ha proceduto a scartare non appena gliel’ho dato, con l’aiuto dell’allora arcivescovo Stanislaw Rylko. Il 263° successore di San Pietro guardò l’indice e si rivolse immediatamente al Parco Nazionale delle Montagne Rocciose.

Dopo alcuni minuti di tranquilla navigazione attraverso le immagini, Giovanni Paolo II assunse quello sguardo nei suoi occhi, e disse sul tavolo, “Hmm. Rocky Mountain National Park”. Hmm. Denver. Giornata Mondiale della Gioventù. 1993. Hmm. I vescovi d’America avevano detto che non si poteva fare. Io… dimostrai che si erano… sbagliati!” L’ultima frase fu pronunciata con un grande sorriso, con quanta forza il papa oppresso dal Parkinson potesse raccogliere, e l’ha sottolineata puntando il dito verso il basso sulla pagina con ogni parola drammaticamente pronunciata.

La memoria di quei giorni straordinari dell’agosto 1993 ovviamente ha significato molto per lui, e non stava esagerando l’opposizione che ha affrontato nel portare la Giornata Mondiale della Gioventù in Mile High City. Nonostante i suoi successi altrove, molti vescovi americani pensavano che un festival cattolico della gioventù non avrebbe funzionato negli Stati Uniti. Ma il Papa ha insistito che voleva una Giornata Mondiale della Gioventù in America; l’Arcivescovo J. Francis Stafford voleva che la Giornata Mondiale della Gioventù fosse un inizio per la rievangelizzazione dell’Arcidiocesi di Denver; e dopo alcuni sforzi per tenere l’evento a Buffalo (dove si pensava che potesse attrarre pellegrini canadesi) o a Chicago, Denver ottenne il consenso e l’Arcivescovo Stafford e la sua squadra si misero al lavoro per preparare la GMG del 1993.

Fu un’impresa colossale che esaurì tutte le persone coinvolte (tranne, forse, l’esuberante Giovanni Paolo II), e riuscì ben oltre le aspettative di tutti (tranne, ancora una volta, il Papa). L’evento stesso fu una meraviglia. Il pilota di elicotteri che trasportò John Paul nel vecchio stadio Mile High disse che il rumore della folla accogliente creò turbolenze d’aria del calibro di cui non aveva più sperimentato da quando era stato sotto il fuoco quando volava in Vietnam. Il capo della polizia aveva poi notato che non c’era stato alcun arresto per crimini in città durante l’intera Giornata Mondiale della Gioventù, subito dopo che Denver aveva subito un’ondata di criminalità. Gli scettici che da anni non vedevano l’interno di una chiesa si ritrovarono a dare acqua e caramelle ai giovani pellegrini mentre camminavano per 15 miglia attraverso e fuori la città che avevano trasformato, per la Veglia di chiusura e la Messa al Cherry Creek State Park.

E durante quella Messa, il Papa portò il tutto a una bella e drammatica conclusione con questa sfida:

Non abbiate paura di uscire per le strade e nei luoghi pubblici, come i primi apostoli che predicavano Cristo e la buona novella della salvezza nelle piazze delle città, dei paesi e dei villaggi. Non è il momento di vergognarsi del Vangelo… È il momento di predicarlo dai tetti.

La GMG del 1993 non è stata solo un trionfo per Giovanni Paolo II e per l’attuale cardinale Stafford e la sua équipe, ma una svolta nella storia della Chiesa cattolica degli Stati Uniti, i cui effetti si fanno ancora sentire in questo giubileo d’argento. Prima della GMG del 1993, troppo cattolicesimo in America era accovacciato in difesa, come lo è oggi quello della Chiesa nell’Europa occidentale. Dopo la GMG del 1993, la Nuova Evangelizzazione negli Stati Uniti diventò seria, poiché i cattolici che vi avevano partecipato portarono a casa la parola che il Vangelo era ancora la forza che più poteva trasformare il mondo. Prima della GMG 1993, il cattolicesimo americano era in gran parte una Chiesa che si occupava di manutenzione istituzionale. Con la GMG del 1993, il cattolicesimo in America ha scoperto l’avventura della Nuova Evangelizzazione, e le parti vive della Chiesa negli Stati Uniti oggi sono le parti che hanno abbracciato quel modo evangelico di essere cattolici.

Questa svolta cruciale sulla strada verso il cattolicesimo dei discepoli missionari dovrebbe essere ricordata con gratitudine.

 

Fonte: The Catholic World Report

 




CARD. MULLER: “STIAMO SPERIMENTANDO UNA CONVERSIONE AL MONDO, INVECE CHE A DIO”

In un’intervista esclusiva allo staff del The Catholic World Report, il card. Gerhard Muller, il prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, discute le tensioni sulla proposta di ricevere la Santa Comunione da parte dei protestanti, i continui conflitti sull’insegnamento della Chiesa in materia di ordinazione, omosessualità e ideologia.

Ve la propongo nella mia traduzione.

Foto: card. Gerhard L. Muller e papa Benendetto XVI.

Foto: card. Gerhard L. Muller e papa Benendetto XVI.

CWR: Dal 2014 c’è stato all’interno della Chiesa un flusso costante di conflitti e tensioni che coinvolgono molti vescovi della Germania. Qual è il contesto in cui si inserisce questo fenomeno? Qual è la fonte di questi vari conflitti sull’ecclesiologia, la Santa Comunione e questioni correlate?

Il cardinale Gerhard Müller: Un gruppo di vescovi tedeschi, con il loro presidente (cioè della Conferenza episcopale tedesca, ovvero il card. Reinhard Marx, ndr) in testa, si vede come trendsetter (chi detta la moda, ndr) della Chiesa cattolica nella marcia verso la modernità. Considerano la secolarizzazione e la scristianizzazione dell’Europa come uno sviluppo irreversibile. Per questo motivo la Nuova Evangelizzazione – programma di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – è a loro avviso una battaglia contro il corso oggettivo della storia, simile a quella di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Essi cercano per la Chiesa una nicchia dove si possa sopravvivere in pace. Perciò tutte le dottrine della fede che si oppongono al “mainstream”, il consenso sociale, devono essere riformate.

Una conseguenza di ciò è la richiesta della Santa Comunione anche per le persone senza fede cattolica e anche per quei cattolici che non sono in uno stato di grazia santificante. In agenda anche: la benedizione per le coppie omosessuali, l’intercomunione con i protestanti, la relativizzazione dell’indissolubilità del matrimonio sacramentale, l’introduzione dei viri probati e con essa l’abolizione del celibato sacerdotale, l’approvazione dei rapporti sessuali prima e dopo il matrimonio. Questi sono i loro obiettivi, e per raggiungerli sono disposti ad accettare anche la divisione della Conferenza episcopale.

I fedeli che prendono sul serio la dottrina cattolica sono bollati come conservatori ed espulsi dalla Chiesa, e sono esposti alla campagna diffamatoria dei media liberali e anticattolici.

Per molti vescovi, la verità della rivelazione e della professione di fede cattolica è solo un’altra variabile della politica di potere intraecclesiale. Alcuni di loro citano accordi individuali con papa Francesco e pensano che le sue dichiarazioni in interviste a giornalisti e personaggi pubblici lontani dal cattolicesimo offrano una giustificazione anche per “annacquare” verità di fede definite e infallibili (= dogmi). Nel complesso, ci troviamo di fronte a un palese processo di protestantizzazione.

L’ecumenismo, invece, ha come obiettivo la piena unità di tutti i cristiani, che è già sacramentalmente realizzata nella Chiesa cattolica. La mondanità dell’episcopato e del clero nel XVI secolo è stata la causa della divisione del cristianesimo, che è diametralmente opposta alla volontà di Cristo, il fondatore della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. La malattia di quell’epoca è ora presumibilmente la medicina con cui la divisione deve essere superata. L’ignoranza della fede cattolica in quel tempo era catastrofica, specialmente tra i vescovi e i papi, che si dedicavano più alla politica e al potere che alla testimonianza della verità di Cristo.

Oggi, per molte persone, essere accettate dai media è più importante della verità, di cui dobbiamo anche soffrire. Pietro e Paolo subirono il martirio per Cristo a Roma, centro del potere ai loro tempi. Non sono stati celebrati dai governanti di questo mondo come eroi, ma piuttosto sbeffeggiati come Cristo sulla croce. Non dobbiamo mai dimenticare la dimensione martirologica del ministero petrino e dell’ufficio episcopale.

CWR: Perché, nello specifico, alcuni vescovi tedeschi vogliono permettere che la Santa Comunione sia data a vari protestanti su base regolare o comune?

Il cardinale Müller: Nessun vescovo ha l’autorità di amministrare la Santa Comunione a cristiani che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica. Solo in una situazione di pericolo di morte il protestante può chiedere l’assoluzione sacramentale e la Santa Comunione come viatico, se condivide tutta la fede cattolica ed entra così in piena comunione con la Chiesa cattolica, anche se non ha ancora dichiarato ufficialmente la sua conversione.

Purtroppo, persino i vescovi oggi non conoscono più la fede cattolica nell’unità della comunione sacramentale ed ecclesiale, e giustificano la loro infedeltà alla fede cattolica con presunte preoccupazioni pastorali o con spiegazioni teologiche, che però contraddicono i principi della fede cattolica. Ogni dottrina e prassi deve essere fondata sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione Apostolica, e non deve contraddire le precedenti dichiarazioni dogmatiche del Magistero della Chiesa. Questo è il caso del permesso per i cristiani non cattolici di ricevere la Comunione durante la Santa Messa, a parte la situazione di emergenza descritta sopra.

CWR: Come valuterebbe, prima, lo stato di salute della fede cattolica in Germania e poi, in secondo luogo, in tutta Europa? Pensa che l’Europa possa recuperare o recuperi il senso della sua precedente identità cristiana?

Il cardinale Müller: Ci sono molte persone che vivono la loro fede, amano Cristo e la sua Chiesa, e pongono tutta la loro speranza su Dio nella vita e nella morte. Ma tra loro ce ne sono parecchi che si sentono abbandonati e traditi dai loro pastori. Essere popolare nell’opinione pubblica è oggi il criterio per un vescovo o un sacerdote presumibilmente buono. Stiamo vivendo una conversione al mondo, invece che a Dio, in contrasto con le affermazioni dell’apostolo Paolo: “Sto cercando il favore degli uomini, o di Dio? O sto cercando di compiacere gli uomini? Se fossi ancora un uomo gradito, non sarei un servo di Dio” (Gal 1, 10).

Abbiamo bisogno di sacerdoti e vescovi pieni di zelo per la casa di Dio, che si dedichino interamente alla salvezza degli uomini nel pellegrinaggio della fede alla nostra casa eterna. Non c’è futuro per un “Christianity Lite” (un cristianesimo dietetico, ndr). Abbiamo bisogno di cristiani con spirito missionario.

CWR: La Congregazione per la Dottrina della Fede ha recentemente ribadito l’insegnamento perenne della Chiesa che le donne non possono essere ordinate sacerdoti. Perché lei pensa che questo insegnamento, più volte ribadito negli ultimi anni, continui ad essere contestato da molti nella Chiesa?

Il cardinale Müller: Purtroppo in questo momento la Congregazione per la Dottrina della Fede non è particolarmente stimata e il suo significato per il primato petrino non è riconosciuto. La Segreteria di Stato e il servizio diplomatico della Santa Sede sono molto importanti per i rapporti della Chiesa con i vari Stati, ma la Congregazione per la Dottrina della Fede è più importante per i rapporti della Chiesa con il suo Capo da cui ogni grazia procede.

La fede è necessaria per la salvezza; la diplomazia papale può fare molto bene nel mondo. Ma l’annuncio della fede e della dottrina non deve essere subordinato ai requisiti e alle condizioni del potere terreno. La fede soprannaturale non dipende dal potere terreno. Nella fede è abbastanza chiaro che il sacramento dell’Ordine sacro nei tre gradi di vescovo, sacerdote e diacono può essere ricevuto validamente solo da un battezzato cattolico, perché solo lui può simboleggiare e rappresentare sacramentalmente Cristo come lo Sposo della Chiesa. Se il ministero sacerdotale è inteso come una posizione di potere, allora questa dottrina della riserva dell’Ordine sacro ai cattolici di sesso maschile è una forma di discriminazione contro le donne.

Ma questa prospettiva di potere e di prestigio sociale è falsa. Solo se vediamo tutte le dottrine della fede e dei sacramenti con occhi teologici, invece che in termini di potere, sarà evidente anche per noi la dottrina della fede riguardo ai prerequisiti naturali per i sacramenti dell’Ordine sacro e del matrimonio. Solo un uomo può simboleggiare Cristo Sposo della Chiesa. Solo un uomo e una donna possono rappresentare simbolicamente la relazione di Cristo con la Chiesa.

CWR: Lei ha recentemente presentato l’edizione italiana del libro di Daniel Mattson Why I Don’t Call Myself Gay. Cosa l’ha colpita del libro e del suo approccio? Come si differenzia da alcuni degli approcci “pro-gay” o posizioni adottate da alcuni cattolici? Che cosa si può fare per spiegare, in termini positivi, l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità, il matrimonio e le questioni correlate?

Il cardinale Müller: Il libro di Daniel Mattson è scritto da un punto di vista personale. Si basa su una profonda riflessione intellettuale sulla sessualità e il matrimonio, che lo rende diverso da qualsiasi tipo di ideologia. Aiuta quindi le persone con un’attrazione omosessuale a riconoscere la propria dignità e a seguire un percorso benefico nello sviluppo della propria personalità, e a non lasciarsi usare come pedine nella domanda di potere degli ideologi. Un essere umano è un’unità interiore di principi organizzativi spirituali e materiali, e di conseguenza una persona e un soggetto che agisce liberamente, di natura spirituale, corporea e sociale.

L’uomo è creato per la donna e la donna per l’uomo. L’obiettivo della comunione coniugale non è il potere dell’uno sull’altro, ma piuttosto l’unità nell’amore che dona se stesso, in cui entrambi crescono e insieme raggiungono il traguardo in Dio. L’ideologia sessuale che riduce l’essere umano al piacere sessuale è infatti ostile alla sessualità, perché nega che l’obiettivo del sesso e dell’eros sia l’agape. Un essere umano non può lasciarsi degradare allo status di animale più sviluppato. Egli è chiamato ad amare. Solo se amo l’altro per il suo bene, allora raggiungo il mio bene; solo allora sono liberato dalla prigionia del mio egoismo primitivo. Non ci si può realizzare a spese degli altri.

La logica del Vangelo è rivoluzionaria in un mondo di consumismo e narcisismo. Perché solo il chicco di grano che cade in terra e muore non rimane solo, ma produce molto frutto. “Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna” (Gv 12,25).

Fonte: The Catholic World Report

 




LA BRAMA PER L’APPROVAZIONE NON E’ EVANGELIZZAZIONE

Riporto all’attenzione dei lettori di questo blog questo articolo che George Weigel, scrittore, biografo, nonché amico del papa Giovanni Paolo II, ha scritto per First Thing.

Eccolo nella mia traduzione.

Foto: George Weigel

Foto: George Weigel

Il commento bizzarro e il gesto strano non sono stati, fino a poco tempo fa, associati ad ecclesiastici di alto rango. Entrambi, purtroppo, sono stati in bella mostra il mese scorso, quando i cardinali Reinhard Marx e Gianfranco Ravasi hanno spinto più di uno di noi a grattarsi la testa per la meraviglia.

Il cardinale Marx è l’arcivescovo di Monaco e di Frisinga, una chiesa locale che soffre di gravi carenze nella partecipazione alla Messa domenicale e nelle vocazioni. Il cardinale ha molte opinioni su molti argomenti, e nel 200° anniversario di quell’altro Marx, Karl (Karl Marx, il fondatore del marxismo, ndr), Reinhard Marx ha detto che, senza l’autore del Manifesto comunista, “non ci sarebbe stata alcuna dottrina sociale cattolica”. Quel curioso giudizio è stato rilanciato sulle pagine dell’Osservatore Romano del Vaticano e in esso ampliato per includere l’affermazione ausiliaria che non si può biasimare Stalin a partire da Karl Marx ( cioè, non si può collegare Karl Marx, ideologo del comunismo, alle decine e decine di milioni di morti causati dal comunista Stalin, ndr).

Bene.

Sicuramente un teologo tedesco accreditato come il cardinale Marx sa che uno dei fondatori intellettuali del pensiero sociale cattolico moderno fu il vescovo di Magonza del XIX secolo, Wilhelm Emmanuel von Ketteler, l’uomo che papa Leone XIII, padre della Dottrina Sociale della Chiesa nella sua forma papale, chiamò “il mio grande predecessore”.

Ma forse, si risponderà, il cardinale Marx suggeriva che l’opera di Karl Marx ha spinto von Ketteler e Leone XIII a sviluppare la Dottrina Sociale Chiesa. C’è qui forse una traccia di causalità visibile al microscopio storico, in quanto quei due grandi pensatori cattolici sapevano certamente cosa insegnava il Manifesto comunista (ed entrambi lo respinsero vigorosamente). Ma i cattolici del XXI secolo hanno una voglia così disperata per l’approvazione dell’intellighenzia occidentale di sinistra che noi dovremmo pensare alla Dottrina Sociale della Chiesa come a una mera reazione al marxismo? Il cardinale Marx suggerirà poi che Lord North, non John Adams, Thomas Jefferson, George Washington, e il resto, sia stato l’autore della Rivoluzione Americana?

Per quanto riguarda Marx e Stalin, forse il cardinale Marx potrebbe dedicare una parte della sua vacanza di quest’estate leggendo le opere di Friedrich Hayek e Anne Applebaum. Hayek ha spiegato decenni fa che le economie statali implicano necessariamente la tirannia; più recentemente, Applebaum ha dimostrato come il sistema del lavoro da schiavi dei GULAG  è stato una parte integrante dell’economia marxista di Stalin. (Il GULAG è stato il ramo della polizia politica dell’URSS che costituì il sistema penale dei campi di lavoro forzato nei quali furono rinchiusi milioni di oppositori politici dell’Unione Sovietica, moltissimi dei quali morirono per gli stenti ed il gelo, ndr)

Poi c’è il cardinale Ravasi. Ho imparato molto dalla sua esegesi biblica, attingendo da essa in diversi libri. Ma il suo lavoro al Pontificio Consiglio della Cultura è stato meno edificante. Il progetto del “Cortile dei gentili” da lui condotto sotto papa Benedetto XVI, promosso come tentativo di dialogo con i non credenti di aperte vedute, vedeva spesso protagonista la filosofa esperta di media Julia Kristeva. Un recente articolo, tuttavia, ha suggerito che la Prof.ssa Kristeva non era sempre stata la campionessa di libertà che a lungo ha affermato di essere: ella è stata molto probabilmente un informatore dell’odioso servizio segreto bulgaro durante la guerra fredda, e aveva la brutta abitudine di fornire una copertura pseudo-intellettuale per alcuni dei peggiori regimi del XX secolo.

Poi c’è stato il recente prestito di piviali, tiare, croci pettorali, anelli papali e altri paramenti di proprietà vaticana al Metropolitan Museum of Art di New York, un’altra trovata geniale del Pontificio Consiglio della Cultura diretto da Ravasi. Il cardinale è stato davvero sorpreso dal fatto che l’apertura di una mostra dedicata all’impatto dei paramenti liturgici e dell’arte cattolica sulla moda contemporanea si sia trasformata in un esercizio di ambiguità e di volgarità che ha lambito il blasfemo? In caso negativo, che cosa sa esattamente il cardinale Ravasi della cultura contemporanea, presumibilmente il mandato del suo dicastero vaticano (per la cultura, ndr)?

Sotto tutta questa stravaganza potrebbe nascondersi l’assunto che la Chiesa deve coinvolgersi con queste realtà se vuole seminare il lievito del Vangelo nel mondo postmoderno. Ma come si fa ad assecondare l’evangelizzazione di questa bella gente? Questa patetica tensione per l’approvazione – da parte di persone la cui vita manifesta il loro disprezzo per l’idea cattolica del sacro e per l’insegnamento della Chiesa sulla dignità della persona umana – non è forse un segnale che non siamo davvero seri riguardo a ciò che le élite culturali trovano detestabile? Per un decennio e mezzo ho criticato il “Catholic Lite” (il “cattolico leggero”, ndr) per la sua flaccidità evangelica. Le comiche dei cardinali Marx e Ravasi suggeriscono che il “Cattolico leggero” si sia decomposto nel Cattolico Senza Peso: con le scuse a Milan Kundera, l’insostenibile leggerezza dello chic (Milan Kundera, è stato l’autore del libro L’insostenibile leggerezza dell’essere, che ha a tema la sfuggente evanescenza della vita, ndr).

Adulare le teste pensanti della confusione intellettuale postmoderna e adulare i generatori di mode della decadente cultura postmoderna non è il modo di essere la Chiesa della Nuova Evangelizzazione, o la “Chiesa permanentemente in uscita” che papa Francesco ci chiama ad essere. È il modo per diventare uno zimbello, in viaggio verso il cortile dell’irrilevanza.  

 

(Nota di Redazione: l’espressione Catholic Lite, che in poche parole significa “simile al cattolicesimo senza abbracciare tutta la dottrina del cattolicesimo”, fu un termine che comparve negli anni novanta come critica alla chiesa protestante Episcopale presente negli USA).