Il medico olandese che ha sottoposto ad eutanasia una donna senza il consenso definitivo difende il suo operato

Un medico in Olanda che ha sottoposto ad eutanasia una donna con l’Alzheimer in stadio avanzato, nonostante la donna dicesse di non voler essere uccisa, sostiene di aver preso la decisione giusta.

Ne parla un articolo dello staff del Catholic News Agency che vi propongo nella mia traduzione. 

Eutanasia

 

Un medico in Olanda che ha sottoposto ad eutanasia una donna con l’Alzheimer in stadio avanzato, nonostante la donna dicesse di non voler essere uccisa, sostiene di aver preso la decisione giusta.

“Ho creduto che la sua sofferenza fosse davvero terribile e sapevo che poteva durare a lungo”, ha detto il medico geriatra in pensione Marinou Arends al programma televisivo di Nieuwsuur in una nuova intervista.

Arends – la cui identità è stata resa nota solo pubblicamente – è stata scagionata dall’omicidio in un caso che riguardava la morte nel 2016 di una paziente di 74 anni affetta da grave demenza.

L’eutanasia è stata legalizzata nei Paesi Bassi nel 2002. La procedura è disponibile per i pazienti malati terminali che soffrono di una sofferenza insopportabile e non si trovano di fronte ad alcun miglioramento prevedibile. Ai sensi della legge sulla cessazione della vita su richiesta e sul suicidio assistito, i pazienti sono tenuti a dare il loro consenso per iscritto e in modo permanente nel tempo.

La paziente in questione era affetta dal morbo di Alzheimer. Quando le è stata diagnosticata nel 2012, ha richiesto che la procedura avvenisse nel momento da lei ritenuto opportuno e prima di essere ricoverata in una casa di cura.

“Voglio poter decidere (quando morire) quando sono ancora in me e quando penso che sia il momento giusto”, disse all’emittente pubblica NOS, secondo Courthouse News.

Quattro anni dopo, la donna fu ricoverata in una casa di cura all’Aia, dove fu affidata alle cure di Arends.

Un secondo specialista convenne che stava soffrendo in modo insopportabile. Tuttavia, quando Arends le chiese direttamente se volesse morire, la paziente rispose ripetutamente: “Non ancora”.

“Se le chiedessi: ‘Cosa penseresti se ti aiutassi a morire?’, lei sembrava sconcertata e diceva: ‘Questo è un po’ troppo!’” Arends ha detto a Nieuwsuur.

Tuttavia, ha sostenuto: “Ho visto nei suoi occhi che non capiva più la cosa”.

Nonostante abbia chiesto al paziente tre volte, ricevendo ogni volta una risposta negativa, Arends passò all’eutanasia il 22 aprile 2016. Mise di nascosto un sonnifero nel caffè della paziente. Tuttavia, la paziente si svegliò e sembrò ritrarsi dall’iniezione  letale, e sua figlia e suo marito dovettero trattenerla durante l’intervento.

Nella protesta pubblica che ne seguì, Arends fu accusata di omicidio. I pubblici ministeri hanno sostenuto che la paziente potrebbe aver cambiato idea sull’eutanasia, e hanno detto che Arends avrebbe dovuto fare di più per garantire il suo consenso.

Tuttavia, un tribunale distrettuale dell’Aia ha stabilito nel settembre 2019 che sarebbe stato impossibile identificare ulteriormente il consenso del paziente, dicendo che [la paziente] non comprendeva più la definizione di “eutanasia”. Il tribunale ha stabilito che una decisione presa durante un periodo di cosciente valutazione è valida anche dopo che il paziente ha perso le sue capacità mentali.

La decisione è stata confermata dalla Corte suprema olandese nell’aprile 2020.

Nell’intervista con Nieuwsuur, Arends ha difeso il suo uso del sedativo segreto, oltre all’eutanasia del paziente senza il suo consenso finale e contro le sue ultime volontà espresse a voce.

“E’ bello avere la conferma”, ha detto. “Ma non ho potuto ottenere questa conferma, e senza di essa ho dovuto fare questo passo. È stato tremendamente difficile, ma per il meglio”.

Ha sostenuto di ritenere che le sue azioni fossero legali, perché le norme governative consentivano che un precedente testamento servisse come adeguato consenso all’eutanasia se un paziente diventava in seguito incapace di esprimere i propri desideri.

I sostenitori della libertà religiosa e pro-vita hanno contestato la decisione del tribunale nel 2019 e hanno sottolineato che l’eutanasia legale ha conseguenze pericolose per la società, ha riferito il National Catholic Register.

“Con gli enti regolatori e i sostenitori dell’eutanasia strettamente interconnessi, questo caso mette in luce la debolezza delle procedure di salvaguardia e di revisione, così come, spaventosamente, l’intera cultura che circonda l’atteggiamento verso le cure di fine vita nei Paesi Bassi”, ha detto Gordon Macdonald, CEO di Care Not Killing.

“Il caso in Olanda mette in evidenza la minaccia che la legalizzazione dell’eutanasia rappresenta per gli individui e per la società nel suo complesso”, ha detto Andreas Thonhauser, portavoce di Alliance Defending Freedom International. “Una volta che un paese permette l’eutanasia, come nei Paesi Bassi, non c’è un punto di arresto logico”.

 




Card. Eijk: “un sacerdote non può essere presente quando viene eseguita l’eutanasia volontaria o il suicidio assistito”

In un precedente nostro articolo (vedi anche qui) avevamo dato conto di una intervista concessa da mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo Il, in cui aveva detto che: “Accompagnare e tenere per mano chi muore è un grande compito che ogni credente deve promuovere, così come il contrasto al suicidio assistito”. Ciò aveva creato grande sconcerto. Provvidenziale giunge questa intervista, pubblicata sul Catholic News Agency, fatta da Andrea Gagliarducci al card. Willelm Eijk che guida una diocesi in Olanda, nazione che ha una delle leggi più liberali al mondo in materia di eutanasia e suicidio assistito. È una intervista che fa chiarezza e rimette al centro l’insegnamento di sempre della Chiesa. 

Eccola nella mia traduzione.

 

Card. Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht

Card. Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht

 

Un sacerdote deve dire chiaramente a una persona che sceglie il suicidio assistito o l’eutanasia volontaria che sta commettendo un peccato grave, ha detto questa settimana un cardinale olandese al Catholic News Agency (CNA).

Per la stessa ragione, un sacerdote non può essere presente quando viene eseguita l’eutanasia volontaria o il suicidio assistito. Questo potrebbe significare che il sacerdote non ha problemi con la decisione o anche che “questi atti moralmente illeciti non sono tali in alcune circostanze secondo l’insegnamento della Chiesa”, ha detto al CNA il cardinale Willelm Eijk, arcivescovo di Utrecht e un esperto di eutanasia.

Medico prima della sua vocazione, Eijk ha dedicato la sua tesi di dottorato a metà degli anni Ottanta alle leggi sull’eutanasia. Dirige una diocesi situata in uno dei paesi con la legge sull’eutanasia più liberale del mondo.

Il cardinale Eijk ha spiegato alla CNA che “un sacerdote deve dire chiaramente a chi sceglie il suicidio assistito o l’eutanasia [volontaria] che entrambi questi atti violano il valore intrinseco della vita umana, che è un peccato grave”.

Il cardinale non ha negato la possibilità di un accompagnamento spirituale. Tuttavia, Eijk ha sottolineato che “il sacerdote non deve essere presente quando si compiono eutanasia o suicidio assistito. In questo modo, la presenza del sacerdote potrebbe suggerire che il sacerdote sostenga la decisione o addirittura che l’eutanasia o il suicidio assistito non siano moralmente illeciti in alcune circostanze”.

Il cardinale Eijk ha fatto una distinzione tra eutanasia volontaria e suicidio assistito. Ha detto che “con il suicidio assistito, è il paziente che prende i farmaci che gli sono stati intenzionalmente prescritti dal medico per suicidarsi. Poi c’è l’eutanasia volontaria, quando il medico stesso dà i farmaci per porre termine alla vita del paziente dopo la richiesta del paziente. Tuttavia, le responsabilità del paziente e del medico sono le stesse in entrambi i casi”.

Nel dettaglio, il cardinale Eijk dice che “la responsabilità del paziente è ugualmente grave sia nel suicidio assistito che nell’eutanasia [volontaria] perché ha preso l’iniziativa di porre fine alla sua vita, e questo è lo stesso sia se mette fine alla sua vita o se lo fa un medico”.

I medici sono ugualmente responsabili anche in entrambi i casi, ha detto il cardinale.

Eseguendo l’eutanasia, il medico “viola direttamente il valore della sua vita, che è un valore intrinseco. Aiutando nel suicidio assistito, il medico collabora con la volontà del paziente, e questo significa che condivide l’intenzione del paziente. Per questo motivo, anche la semplice cooperazione è un atto intrinsecamente malvagio, grave come se il medico avesse posto termine personalmente alla vita del paziente”.

Il cardinale Eijk ha ammesso che “il suicidio assistito è forse meno pesante psicologicamente per il medico. Tuttavia, non c’è una differenza morale significativa tra le due cose”.

Il cardinale Eijk ha anche affrontato la questione di un eventuale funerale per persone che hanno optato per il suicidio assistito o l’eutanasia.

“Se un paziente chiede al sacerdote di somministrargli i sacramenti (confessione o unzione dei malati) e progetta un funerale prima che il medico, su sua richiesta, o si suicida, il sacerdote non può farlo”, ha detto Eijk.

Ha aggiunto che ci sono tre ragioni per questo divieto.

La prima è che “una persona può ricevere i sacramenti solo quando è di buona disposizione, e non è così quando una persona vuole opporsi all’ordine della creazione, violando il valore intrinseco della sua vita”.

La seconda ragione è che la persona “che riceve i sacramenti mette la sua vita nelle mani misericordiose di Dio. Ma chi vuole terminare personalmente la sua vita vuole prendere la sua vita nelle sue mani”.

La terza ragione è che “se il sacerdote amministra i sacramenti o progetta un funerale in questi casi, il sacerdote è colpevole di scandalo, poiché le sue azioni potrebbero suggerire che il suicidio o l’eutanasia siano permessi in certe circostanze”.

Eijk ha anche spiegato che un sacerdote può celebrare il funerale di una persona morta per suicidio assistito o eutanasia volontaria solo in alcune circostanze, anche se il suicidio è sempre illecito.

“Fin dall’antichità, i sacerdoti hanno accettato di celebrare i funerali di persone che si sono suicidate o hanno chiesto l’eutanasia nei casi di depressione relativa a qualsiasi altra malattia psichiatrica. In questi casi, a causa della loro malattia, la libertà delle persone è diminuita, e quindi la fine della vita non può essere considerata un peccato mortale”, ha detto il cardinale Eijk sais.

Aggiunge che il sacerdote deve “giudicare prudentemente se si trova di fronte a un caso di minore libertà. Se è così, può celebrare i funerali”.

Per combattere la tendenza pro-eutanasia, la Chiesa deve “annunciare che Dio ha fatto l’essere umano a sua immagine nella sua totalità, anima e corpo. La costituzione del Concilio Vaticano II Gaudium et Spes descrive l’essere umano come “unità di anima e corpo”. Ciò significa che il corpo è una dimensione essenziale dell’essere umano e fa parte del valore intrinseco dell’essere umano. Quindi, non è lecito sacrificare la vita umana per porre fine al dolore”.

Il cardinale ha anche aggiunto che le cure palliative sono una risposta positiva, e la Chiesa raccomanda spesso di chiedere cure palliative, mentre “ci sono molti gruppi cristiani o religiosi che forniscono cure palliative in centri specializzati”.

Eijk ha anche detto che per combattere la tendenza occidentale a favore dell’eutanasia, la Chiesa “deve fare qualcosa contro la solitudine”. Le parrocchie sono spesso comunità accoglienti dove le persone hanno legami sociali e si prendono cura l’una con l’altra. Nella società contemporanea iper-individualistica, gli esseri umani sono spesso soli. C’è un’enorme solitudine nella nostra società occidentale”.

La Chiesa “sprona a formare comunità, non a lasciare le persone sole. Una persona che vive in solitudine, senza l’attenzione e la cura degli altri, è meno capace di sopportare il dolore”, ha detto il cardinale.

Eijk ha aggiunto che la Chiesa “annuncia una spiritualità cristiana e una fede vissuta. Questo implica che potete anche voi potete unirvi a Cristo sofferente e sopportare il dolore con lui. Così, non siamo mai soli”.

 

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Il risveglio canadese di “Moloch”

Dio Moloch

Dio Moloch

 

di Giorgia Brambilla

 

Manco a farlo apposta, nel giorno in cui fanno festa streghe, zombie e vampiri, apprendiamo la notizia (qui) di una legge mostruosa, che prende le sembianze di un moderno Moloch, che permetterà l’eutanasia dei bambini disabili.

Già da un anno l’eutanasia in Canada è legale; ora la scelta di farla finita viene messa in mano ai genitori che possono decidere della vita del figlio (in fondo, è una loro proprietà, no?) disabile (parola che da sola può comprendere un pantone di sfumature infinite) che soffre terribilmente (e come si fa a “misurare” la sofferenza?).

Però queste sono le leggi del mercato: se sulla morte aumenta la domanda (così avrebbero dichiarato i pediatri canadesi), aumenta anche l’offerta. E poiché nel caso dei bambini non si può parlare ancora di “libera scelta”, quale può essere il criterio se non la disabilità?

In realtà, sull’eliminazione del figlio “imperfetto” si sta lavorando da parecchio tempo.

Già nel 1992, dal rapporto “Fare o omettere” dell’Associazione Pediatrica Olandese, risultò che un certo numero di pediatri considerava lecito porre fine alla vita di neonati in ragione della possibilità che la qualità della vita dopo un intervento intensivo potesse essere minacciata da anomalie.

Nel 2004, Eduard Verhagen, primario del reparto di pediatria dell’Ospedale Universitario di Groningen, elaborò un protocollo per regolamentare l’intervento per abbreviare la vita dei neonati in tre casi:  1. bambini che non hanno la possibilità di sopravvivere e che moriranno poco dopo la nascita; 2. bambini con una diagnosi negativa che sono dipendenti da una terapia intensiva (possono sopravvivere con una terapia intensiva, ma posseggono prospettive sfavorevoli riguardo la vita futura); 3. bambini con una prognosi disperata e che, secondo l’opinione dei genitori e dei medici, “soffrono in modo insopportabile”.

Ci concentriamo sul terzo punto. È questo il caso di neonati che non hanno bisogno di una terapia intensiva, ma che avranno, con forte probabilità, una qualità di vita ridotta, anche a seguito di numerose operazioni. Nell’articolo di Verhagen-Sauer (The Groningen Protocol. Euthanasia in Severely Ill Newborns, in “New England Journal of Medicine”, 352/2005, pp.959-962.) veniva citato uno studio effettuato su 22 casi di soppressione della vita di infanti di età inferiore ai sei mesi nei Paesi Bassi. In tutti i casi si trattava di neonati con spina bifida e i motivi della soppressione riguardavano la sofferenza e la mancanza di autosufficienza (totalità dei casi), la mancanza di comunicazione verbale e non verbale (18 casi), la dipendenza dall’ambito medico per ricoveri e interventi chirurgici frequenti (7 casi) e la previsione di una breve durata della vita (13 casi).

Sintetizzando di molto il problema etico, dovremmo chiederci: il medico che si trova a porre fine alla vita di un determinato neonato è nella circostanza di un “conflitto di doveri”, tale da poter invocare la “situazione di necessità”? Poiché, se non è così, ci troviamo di fronte al caso di chi per eliminare la sofferenza elimina il sofferente. Del resto l’espressione “soppressione caritatevole” del bambino nato con malformazioni ci era già nota dopo che nel 1938 Hitler ordinò a Karl Brandt di recarsi in Lipsia per esaminare la richiesta di una coppia di genitori di consentire l’uccisione del figlio malformato che poi divenne un vero e proprio programma per l’eliminazione dei bambini handicappati.

Non solo. Cosa significa “sofferenza insopportabile e senza prospettive”? Qui si sta prendendo una decisione irreversibile come quella di porre fine alla vita di un neonato, in virtù sia di una concezione soggettiva di vita umana accettabile, sia di un calcolo di costi psicologici e perfino economici. Ogni individuo umano, infatti, vive e percepisce la sofferenza, sia quella fisica, sia quella morale, in modo del tutto unico e personale. Così anche un medico sarà portato a giudicare la sofferenza in base a propri vissuti e ancor più lo farà un genitore che in quella situazione è in tutto e per tutto coinvolto.

Diciamocelo, siamo davanti a una vera e propria “handicap-fobia”: il motivo per porre termine alla vita di un neonato in queste condizioni non è la sofferenza insopportabile e senza prospettive del bambino, ma l’incapacità dei medici, dei genitori e della società di accettare l’handicap.

Scriveva Chesterton (Eugenetica e altri malanni, Cantagalli, Siena, 2008, pp.103-104.):

Anche se potessi condividere il disprezzo eugenico per i diritti umani, anche se potessi imbarcarmi allegramente nella campagna eugenica, io non comincerei col togliere di mezzo le persone deboli di mente. Ho conosciuto molte famiglie (..) e non ricordo di essermi imbattuto in mostruose sofferenze umane derivanti dalla presenza di questi individui insufficienti e negativi (..). [Essi] sono lungi dall’essere l’impedimento peggiore alla felicità domestica; non mi risulta che facciano un gran danno (..) e non solo sono considerati con umanità e affetto, ma possono essere adibiti a certe limitate attività umanamente utili.

Utili, appunto. Ricordiamo come si era espresso l’esponente più emblematico della bioetica utilitaristica, Peter Singer (qui) sull’eutanasia dei bambini disabili; secondo lui, la vita non ha valore di per sé, anzi, il suo valore va ponderato con altri “beni”, come ad esempio quelli economici, riferiti ad un concetto astratto di collettività. Quindi, per il bioeticista, se il disabile porta alla società più “costi” che “benefici”, visto che oltretutto non è nemmeno in grado di affermare da sé il suo valore, è “giusto” che si ponga fine alla sua vita.

Ritenere che la società sia compromessa dalla presenza dei disabili è segno di grave forma di discriminazione – quella dei forti e dei sani contro i deboli e i malati –, ed è anche fortemente diseducativo per le nuove generazioni. In primo luogo, la qualità di una società o di una civiltà si misura dal rispetto che essa manifesta verso i suoi membri più deboli. Una società tecnicamente perfetta, nella quale sono ammessi solo i membri pienamente produttivi, è permeata da una discriminazione non meno condannabile della discriminazione razziale. In secondo luogo, abbandonare i genitori facendo sì che essi si carichino da soli, socialmente ed economicamente, della situazione, per non gravare sulla società, non potrà che indurre le persone – come in parte sta già avvenendo – a volersi “liberare” di un tale “fardello”, acconsentendo alla soppressione “pietosa” del figlio, seminando nel pensiero comune una concezione materialistica che calcola il valore di una vita umana in base ai suoi costi.

Come non ricordare, allora, il monito sempre attuale di Giovanni Paolo II a riguardo (No alla legalizzazione dell’eutanasia neonatale, in “Insegnamenti di Giovanni Paolo II”, vol. XI/1, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1988, pp.888-890, nn.3-4):

Il grado di rispetto alla vita nascente in tutte le sue fasi di vita nel seno materno è la premessa di quel rispetto che deve proseguire nella fase neonatale anche e soprattutto verso gli immaturi gravi e i neonati malformi. È la logica di morte, insita nella legittimazione dell’aborto, che spinge oggi in qualche parte alcuni a chiedere la legalizzazione della eutanasia neonatale e ad avviarne la pratica a carico dei feti portatori di handicap e di quelli la cui esistenza neonatale, a causa della loro nascita prematura, risulta, anche se possibile, non priva di qualche difficoltà e di qualche rischio.  Si avanza, da parte di alcuni, il presunto “diritto al figlio sano” e si colloca la così detta “qualità di vita” come criterio dirimente perché venga accettata la vita. Occorre riaffermare con chiarezza che ogni vita è sacra e che l’esistenza di una eventuale malformazione non può costituire motivo di condanna a morte, neppure quando siano i genitori stessi, presi dall’emotività e colpiti nelle attese, a chiedere l’eutanasia attraverso la sospensione delle cure e dell’alimentazione.

 

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Osservatorio di Bioetica di Siena: Sgomento per la sentenza della Corte Costituzionale su suicidio assistito

Eutanasia

 

L’Osservatorio di Bioetica di Siena esprime il proprio sgomento di fronte al pronunciamento della Corte Costituzionale sul cosiddetto “suicidio assistito”.

Con sentenza storica i giudici costituzionali hanno ritenuto “non punibile a determinate condizioni” l’assistenza al suicidio  prevista dell’articolo 580 del codice penale.

 

Dallo scarno comunicato emesso si evince che la Corte:

  • ha demandato al giudice la responsabilità di applicare o meno il citato articolo 580 del codice penale, introducendo quindi un criterio di discrezionalità in una materia delicatissima e potenzialmente fonte di abusi. 
  • fa riferimento alla legge sul consenso informato e sulle palliative, mentre purtroppo la realtà del nostro Paese è che le cure palliative sono ancora largamente non erogate. 
  • prevede il ruolo attivo del Servizio Sanitario Nazionale nella fornitura del suicidio assistito ma non cita più l’obiezione di coscienza per i medici. 
  • Infine, cosa gravissima, contempla tra le situazioni che rendono non punibile l’assistenza al suicidio, oltre alla sofferenza fisica causata da malattia irreversibile (NB: quindi anche malattie come il diabete) anche quella psicologica. 

 

Si confermano quindi i timori espressi alla vigilia della sentenza: da oggi in Italia sarà molto più facile indurre al suicidio le persone deboli, fragili e perché no, quelle che sono “di peso”.

La Corte ha intrapreso  una strada pericolosissima che segna la  fine della civiltà, la fine della tutela del diritto alla vita, fino ad oggi costituzionalmente garantito e protetto. 

La Corte ha legiferato scavalcando l’accertamento della volontà popolare espressa in Parlamento e tutto questo ci viene fatto passare per libertà e autodeterminazione: la morte è “il best interest”.

Spariscono dall’orizzonte improvvisamente temi come le cure palliative, terapia del dolore, sostegno ai pazienti a domicilio, assistenza ai disabili gravi, fondi per le prestazioni minime ai malati cronici. Ma la Corte costituzionale ha in mente un altro Paese, e pensa che il problema da risolvere oggi sia invece come concedere il diritto a farsi uccidere con un farmaco letale dal Servizio Sanitario Nazionale.

Altrettanto grave la responsabilità  di chi ha fatto credere a tutti che questa fosse la priorità e che ha portato un Paese per tradizione e cultura solidale e amante della vita a trovarsi in casa il suicidio assistito legale senza neppure accorgersene, privando con abile furto gli italiani dell’elementare diritto democratico a un dibattito pubblico. 

 

Ci auguriamo che: 

– il Parlamento intervenga almeno per evitare derive peggiori. Lo scenario prossimo venturo lo si vede già nelle nazioni dove il suicidio assistito è legalizzato, ossia Olanda, Belgio e Lussemburgo. In Olanda le cause di morte per eutanasia sono al 4,4% e si uccidono anche i bambini.

– che i medici continuino ad affermare che la loro professione sia svolta per eliminare la malattia e non il malato (secondo il motto “guarire qualche volta, curare spesso, prendersi cura sempre”) e possano almeno esprimere obiezione di coscienza alle pratiche mortifere

– che la terapia del dolore e le cure palliative  siano capillarmente diffuse in tutto il territorio nazionale

– che il nostro Paese continui a diffondere la cultura della vita e della solidarietà all’origine dei nostri Ospedali, come testimoniato nella nostra città in maniera mirabile dal Santa Maria della Scala.

Da oggi esiste il diritto a morire, chiediamo ora che venga stabilito e protetto ad ogni costo il diritto a vivere!

 

 

fonte: Osservatorio di Bioetica di Siena




Papa Francesco: “l’eutanasia solo apparentemente si propone di incentivare la libertà personale”

Ricercare la speranza e perseverare nell’atteggiamento di vicinanza ai malati. È l’esortazione del Papa ricevendo in Vaticano l’Associazione italiana di Oncologia medica. “Quanta amarezza”, dice, di fronte alla scelta della morte: l’eutanasia non è sinonimo di “libertà”. 

Riprendo stralci da un articolo su Vaticannews.

 

 

Il Papa ha parlato oggi ai membri dell’Associazione italiana di Oncologia medica, che ha ricevuto oggi in 150 in Sala Clementina assieme ad alcuni pazienti.

Francesco ha richiamato una “oncologia della misericordia” perché lo sforzo di personalizzare la cura rivela “un’attenzione non solo alla malattia, ma – osserva – al malato e alle sue caratteristiche, al modo in cui reagisce alle medicine, alle informazioni più dolorose, alla sofferenza”. Un’oncologia di questo tipo, riflette il Pontefice, va “oltre” l’applicazione dei protocolli e rivela un “impiego della tecnologia che si pone a servizio delle persone”.

La tecnologia non è a servizio dell’uomo quando lo riduce a una cosa, quando distingue tra chi merita ancora di essere curato e chi invece no, perché è considerato solo un peso, e a volte – anzi – uno scarto. La pratica dell’eutanasia, divenuta legale già in diversi Stati, solo apparentemente si propone di incentivare la libertà personale; in realtà essa si basa su una visione utilitaristica della persona, la quale diventa inutile o può essere equiparata a un costo, se dal punto di vista medico non ha speranze di miglioramento o non può più evitare il dolore.

Non perdetevi mai d’animo per l’incomprensione che potreste incontrare, o davanti alla proposta insistente di strade più radicali e sbrigative. Se si sceglie la morte, i problemi in un certo senso sono risolti; ma quanta amarezza dietro a questo ragionamento, e quale rifiuto della speranza comporta la scelta di rinunciare a tutto e spezzare ogni legame! A volte, noi siamo in una sorta di vaso di Pandora: tutte le cose si sanno, tutto si spiega, tutto si risolve ma ne è rimasta nascosta una sola: la speranza. E dobbiamo andare a cercare questa. Come tradurre la speranza, anzi, come darla nei casi più limite.

 

I deboli al primo posto

 

L’esempio nella dedizione a chi soffre rimane quello di Gesù, “il più grande maestro di umanità”.

La sua figura, la cui contemplazione mai si esaurisce tanto è grande la luce che ne promana, ispiri i malati e li aiuti a trovare la forza di non interrompere i legami di amore, di offrire la sofferenza per i fratelli, di tenere viva l’amicizia con Dio. Ispiri i medici – Lui che in certo modo si è detto vostro collega, come medico mandato dal Padre per guarire l’umanità – a guardare sempre al bene degli altri, a spendersi con generosità, a lottare per un mondo più solidale. Ispiri ognuno a farsi vicino a chi soffre. La vicinanza, quell’atteggiamento tanto importante e tanto necessario. Anche il Signore l’ha attuata, la vicinanza, in mezzo a noi. Ispiri ognuno a farsi vicino a chi soffre, ai piccoli anzitutto, e a mettere i deboli al primo posto, perché crescano una società più umana e relazioni improntate alla gratuità, più che all’opportunità.

 

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La voce di un profeta sull’eutanasia

L’avv. Gianfranco Amato mi ha inviato l’articolo che vi propongo e che ha pubblicato sul suo sito.

Don Luigi Giussani

Don Luigi Giussani

 

 

di Gianfranco Amato

 

Duole molto in questi tempi di grande confusione constatare l’assenza di un giudizio chiaro, netto e soprattutto capace di andare controcorrente rispetto alla mentalità dominante, sui grandi temi della vita come quello dell’eutanasia, che una parte del mondo cristiano ha preferito declassare a questione di secondo piano rispetto ad asserite «nuove emergenze sociali», come quella relativa alle migrazioni. Fino al punto di fare scelte politiche che implichino addirittura il suo sacrificio a vantaggio delle citate emergenze.

Per ritrovare la bussola in questa notte senza stelle, occorre andare a riscoprire, ripercorrendo i decenni, la voce di qualche profeta. Uno di questi è certamente Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, che io ho avuto la grazia di incontrare personalmente quarantaquattro anni fa.

Ricordo che agli Esercizi Spirituali di Comunione e Liberazione del 1986 – sono passati più di trentanni -, Giussani spiegava come nella società moderna «L’amore tende ad essere identificato con alcune reazioni biologiche e la vita tende ad essere ridotta ad un oggetto che si può guardare con cinismo non solo rispetto al tema dell’aborto». In quell’occasione, pose, infatti, una domanda illuminante: «Chi di noi può impedire al potere di dire che per conseguire una umanità giovane l’eutanasia si debba applicare a trentacinque anni? Chi potrà impedirlo al potere? Ciò accade quando la vita si guarda con cinismo, che è frutto dell’egoismo con il quale si educa la classe operaia, visto che oramai quella borghese ne è già da tempo affetta».

In un ragionamento più articolato affermava che questa prospettiva nasce, in realtà, dalla concezione giustamente condannata dal Sillabo nella proposizione XXXIX: «Lo Stato, in quanto origine e fonte di tutti i diritti, gode del privilegio di un diritto senza confini». A questo proposito Giussani chiariva che il principio condannato dal Sillabo, in realtà, altro non è se non «la definizione dello stato moderno, di tutti gli stati moderni, di qualunque natura», come «esito dell’Illuminismo, cioè dell’uomo che diviene misura delle cose». E a questo punto aggiungeva una riflessione: «Ma se lo Stato ha un diritto senza confini, ha anche il diritto di determinare quanti figli devi avere e come debbano essere; e può anche stabilire fino a quando tu puoi vivere. Perché non ci sarebbe ragione, se un potere è potere, che esso non possa stabilire come legge l’eutanasia, per avere una generazione di umanità fresca, “creativa”, e perché nessuno viva oltre i trent’anni. Perché non lo dovrebbe fare? Perché?».

In realtà aveva ragione Giussani, nessuno potrebbe impedire al potere di varare una legge generale sull’eutanasia a trentanni, se la mentalità dominante arrivasse al punto di ritenere un vantaggio per l’umanità mantenere solo una classe di esseri umani giovani, freschi, dinamici e senza i pesi della vecchiaia.

 

Don Luigi Giussani

Don Luigi Giussani

 

Il fatto è che queste cose il fondatore di C.L. non solo le scriveva ma aveva persino il coraggio di proclamarle pubblicamente senza vergognarsi di utilizzare il criterio paolino dell’«opportune et importune». Ricordo di aver personalmente ascoltato dalla sua voce il racconto di quando un giorno egli assistette ad un dibattito in cui un tizio sosteneva una tesi a favore dell’eutanasia. Giussani, pur non essendo tra i relatori, si alzò dal pubblico e affermò: «Beh, ma chi è che fissa l’età in cui l’uomo dovrebbe essere abbandonato dalla società? È lo Stato. Allora, se lo Stato fosse fatto da giovani energici e bellimbusti, tutti atleti, che fissassero l’eutanasia a quarantanni – se loro fossero al governo dello Stato, potrebbero! -, a quarantanni il mondo finirebbe!».

Per questo invitava i giovani ad opporsi veementemente (usava addirittura il termine “ira”) contro la menzogna: «Ho parlato di ira contro la menzogna. Il rapporto uomo-donna non è il sesso, questa è una riduzione, e tutto il mondo di oggi esalta il rapporto uomo-donna in senso biologico o biopsichico e basta. Oppure, dire che occorre che lo Stato sia guidato dalla scienza applicata nella tecnica è una riduzione, perché l’uomo non è un robot. Perciò, la lotta contro questa menzogna può giustamente far dire che sarebbe meglio per l’uomo essere assassinato che perdere la propria umanità. E noi siamo in un’epoca in cui il potere, cioè lo Stato, tenta di abolire l’umanità. E se lo Stato decide di usare la biogenetica in grande stile, benissimo, lo Stato ha il diritto di usare la biogenetica in grande stile; se, come vi ho già detto, decide che l’eutanasia avvenga a trent’anni per mantenere vivace e fresca l’umanità – ragazzi, voi vi salvereste ancora, ma per poco – non vi sarebbe nessun altro tribunale di riferimento! Occorre porre la lotta contro il tiranno che impone il proprio progetto, l’ira contro la menzogna che, per servire il progetto del tiranno, riduce il desiderio, esalta talune esigenze e ne elimina altre. Cosa vuole dire questo discorso su certi valori sociali da tutti condivisibili? “Questo è lo sforzo che dobbiamo fare tutti, anche la Chiesa”, disse qualche porporato: “Il compito della Chiesa è quello di sostenere valori morali condivisibili da tutti”. Ma questo anche un pagano lo fa, non è necessario essere cristiani! Questa è la riduzione del desiderio: alcuni desideri ed esigenze sono sottolineati, altri censurati o ridotti. Per questo dico che è tirannica, menzognera, la mentalità dominante».

 

Don Luigi Giussani

Don Luigi Giussani

 

La cosa che più colpisce del giudizio di Giussani sull’eutanasia «come simbolo della disperazione moderna» è la sua visione profetica: «La storia del popolo ebraico è realmente un miracolo dentro il cammino di tutta l’età umana, perché è il punto in cui per secoli un popolo intero ha affermato la positività della storia, una positività del mondo per qualcosa di buono che sarebbe successo; e questa attesa, questa speranza, ha coagulato e dato forza e consistenza personale al popolo d’Israele. Il popolo d’Israele è il punto del mondo che Dio ha usato come pedagogia per tutti. Che cos’è il mondo, dove va a finire il mondo, quali sono i sussulti e le pacificazioni cui il mondo è destinato, è nella trama della storia del popolo d’Israele che lo si può comprendere. È la grande profezia, è la bibbia, è l’Antico Testamento che focalizza un particolare, che ha come soggetto attivo un particolare, il particolare di un piccolo popolo (piccolo, relativamente): eppure tutti i destini degli uomini, come significato e come profezia, sono stati veicolati dalla coscienza di questo popolo. Parto da questa idea, perché la cosa più difficile, per l’uomo che pensa, è l’affermazione della positività del vivere. È questo che implica subito dopo la questione: in che cosa consiste la positività del vivere, dov’è che questa positività del vivere s’attesta, dove si radica, così da inerpicarsi sulle erte della storia? Dove può mettere fronde, rami, dove può diventare dimora, dove può diventare costruzione e casa per gli uomini? Non sto dicendo una banalità, sto dicendo la cosa che più mi colpisce. La difficoltà più grande che ha l’uomo è accettare e riconoscere la positività del suo vivere. Per questo l’eutanasia è come un simbolo, il simbolo odierno della disperazione».

E la dimensione profetica emergeva ancora di più quando Giussani approfondiva il senso di questa disperazione: «Dico che l’eutanasia è come un simbolo dell’assetto disperante della risposta che l’uomo dà al vivere, perché è come la somma del discorso culturale che si fa oggi: la pace, cioè valori sociali che mantengano la tranquillità, che mantengano la pace, la solidarietà, un ottimismo che tutto copra, che copra il baratro disperante in cui l’uomo versa se fissa gli occhi su di sé. Perciò l’unica salvezza che il mondo può dare (“mondo” significa “modo normale con cui noi pensiamo”) è la distrazione; una distrazione che permetta di non pensare al fatto che da un istante all’altro può succedere la catastrofe, la catastrofe della morte o la catastrofe di un dolore. Per questo nell’Antico Testamento, dopo una certa epoca, i profeti che accusavano il popolo di non fidarsi di Dio, di non porre la propria speranza in Dio, che perciò profetizzavano sventure, erano fatti fuori; i profeti erano fatti fuori, come chiunque dice cose vere, anche adesso. E tutto è pensabile, anche quanto di più orribile si possa immaginare, tutto può diventare ipotesi per il futuro della nostra realtà. Siamo come gente che naviga in un freddo polare e che cerca in qualche modo una tana, un buco in cui riscaldarsi a vicenda per un momento. Senza Cristo io non riesco a capire cosa possa essere pensato di diverso da questa prospettiva tremenda».

Dio solo sa quanto oggi avremmo bisogno di ascoltare maestri capaci di giudicare la realtà con i criteri della fede, capaci di opporre la verità alla menzogna senza tentennamenti o scorciatoie sociologiche, capaci di correre il rischio di “essere fatti fuori” dal mondo perché scomodi.

Preghiamo perché il Signore mandi altri autentici profeti in mezzo a noi. E ci liberi da quelli falsi.

 

 

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Facebook smentisce l’Arcidiocesi, la cui credibilità frana rovinosamente.

Un parrocchiano, Fuller, in procinto di porre fine alla sua vita chiede e riceve la benedizione di un pastore. Prima di suicidarsi si “sposa” con il suo compagno. Riceve un funerale cattolico nella stessa parrocchia. Scoppia lo scandalo. L’Arcidiocesi di Seattle comunica ufficialmente che il sacerdote che aveva dato la benedizione non sapeva nulla delle intenzioni suicide del parrocchiano. Peccato che i post del parroccchiano su Facebook smentiscano la versione dell’arcidiocesi.

Infatti, in un post su Facebook del 16 marzo, Fuller ha affermato di aver completato le procedure legali necessarie per ricevere una prescrizione di farmaci che gli permetteranno di porre fine alla propria vita, e di avere anche l’approvazione di un sacerdote.

“Non ho assolutamente alcuna riserva su quello che sto facendo”, ha scritto. “E il mio pastore/sponsor mi ha dato le sue benedizioni. Ed è un gesuita!”

Il 3 marzo, Fuller ha postato che aveva fatto in modo che uno dei musicisti della parrocchia si esibisse durante la sua “festa” di fine vita per segnare il suo suicidio. Tre settimane dopo, ha postato che si sarebbe esibito anche un coro parrocchiale.

“Oggi ho chiesto al nostro direttore del coro se lui e altri musicisti e cantanti possono venire ad esibirsi durante la prima ora e mezza e lui ha risposto con forza “SÌ, CERTAMENTE” ha scritto Fuller il 24 marzo. Un articolo sul sito web della Seattle Housing Authority conferma che il coro Shades of Praise di Santa Teresa si è esibito alla “festa del fine vita”.

Il direttore del coro parrocchiale Kent Stevenson ha anche detto all’AP (Associated Press) che il suicidio di Fuller “era completamente in linea con chi era Bob” e che Fuller ha fatto la scelta di morire con “tenacia e chiarezza”.

Riporto ora il parere del giornalista e scrittore Phil Lawler pubblicato sul Catholic Culture. Eccolo nella mia traduzione.

 

Fuller riceve la benedizione da padre Dupont- foto Associated Press

Fuller riceve la benedizione da padre Dupont – foto Associated Press

 

Dopo la pubblicazione di un articolo della AP (Associated Press) su un uomo che ha ricevuto la benedizione in una chiesa cattolica solo pochi giorni prima di suicidarsi, l’arcidiocesi di Seattle ha rilasciato una dichiarazione che tra l’altro recita:

Il servizio dell’Associated Press sul signor Fuller è di grande preoccupazione per gli Arcivescovi perché può causare confusione tra i cattolici ed altri che condividono il nostro rispetto per la vita umana.

Confusione? L’articolo della AP non era affatto confuso; il suo messaggio era cristallino. Un uomo ha ricevuto la benedizione in una cerimonia speciale organizzata dalla sua parrocchia prima di realizzare il suo progetto di togliersi la vita e, in buona misura, di contrarre un “matrimonio” con il suo partner maschile poco prima del suicidio. L’implicazione è inequivocabile: la parrocchia approva i piani di Robert Fuller. Il problema non è la “confusione”; è lo scandalo. Se l’articolo di AP è accurato, questo è un oltraggio, un’offesa grottesca contro la fede.

Quindi, l’articolo di AP era vero? Né nella sua risposta originale, né in una dichiarazione successiva, l’arcidiocesi ha negato l’essenziale accuratezza della notizia. Le dichiarazioni, prese nel loro insieme, sostengono che mentre l’articolo non era impreciso, era fuorviante – “confondendo,” sapete – perché “una realtà molto diversa era accaduta”.

“Al momento di questa foto, la direzione parrocchiale non era a conoscenza delle intenzioni del signor Fuller”, ha detto l’arcidiocesi nella dichiarazione iniziale. “Solo più tardi i responsabili parrocchiali sono venuti a conoscenza dei suoi progetti”. Nel comunicato successivo, [in risposta alle critiche della prima dichiarazione, la Diocesi] ha fatto una sottile distinzione tra il sacerdote che ha dato la benedizione e il parroco, ma ha insistito che nessuno dei due fosse a conoscenza delle intenzioni di Fuller. Una volta che il parroco è stato informato del piano di Fuller di suicidarsi, ha detto l’arcidiocesi, il sacerdote ha incontrato l’uomo “e ha cercato di convincerlo a cambiare idea”. Quello sforzo è fallito, ovviamente.

Tuttavia il parroco – con l’appoggio dell’arcivescovo J. Peter Sartain – ha permesso un funerale cattolico per il defunto, “a determinate condizioni per assicurarsi che non ci fosse approvazione o altro sostegno percepito per il modo in cui il signor Fuller ha posto fine alla sua vita”. E quali sarebbero potute essere queste condizioni, lo supponete? Sicuramente anche loro hanno fallito. Alcuni mesi dopo, grazie all’articolo di AP, al mondo è stata data la netta impressione che la parrocchia abbia sostenuto le scelte di Fuller.

Grazie ad alcuni solidi reportage (riporto la versione aggiornata dell’articolo, ndr) di Christine Rouselle del CNA, ora sappiamo che Fuller è stato a lungo membro della Hemlock Society, che sostiene l’eutanasia, che ha ammesso di aver aiutato un amico a suicidarsi anni fa, che aveva discusso i suoi piani di suicidio con gli amici della parrocchia e che ha affermato: “il mio ministro del culto/sponsor mi ha dato le sue benedizioni. Ed è un gesuita!!!”

Il parroco della parrocchia di Santa Teresa non è un gesuita. Ma il sacerdote che ha dato quella benedizione il 5 maggio, padre Quentin Dupont, lo è, anche se non è chiaro se sia il gesuita a cui Fuller si riferiva. La dichiarazione dell’arcidiocesi affermava che padre Dupont era un sacerdote in visita [nella parrocchia], che non conosceva le intenzioni di Fuller. Il rapporto del CNA di Rouselle dà una prospettiva piuttosto diversa: il padre Dupont “celebrava regolarmente la messa domenicale alla quale Fuller partecipava normalmente”. Il 3 maggio – prima della Messa in cui ha ricevuto la sua benedizione speciale – Fuller ha annunciato di avere una settimana di vita, e ha invitato i parrocchiani alla sua “celebrazione della festa di fine vita”.

Dopo una rapida indagine sui fatti, l’arcidiocesi ha ammesso che “alcuni amici del signor Fuller nella parrocchia sapevano delle sue intenzioni”, pur continuando a sostenere che il parroco, e padre Dupont, non lo sapessero. Questo è certamente possibile. È possibile che i sacerdoti fossero nell’oscurità, che padre Dupont non sia il gesuita che ha dato la sua approvazione a Fuller, o anche che non fosse il gesuita che ha dato la sua benedizione al suicidio. Tutto è possibile. Ma è probabile? Purtroppo gli ultimi vent’anni non sono stati gentili con la credibilità dei vescovi cattolici, e si leggono le dichiarazioni degli uffici [dell’arcidiocesi] di Seattle con occhio scettico.

L’articolo di AP include una frase che incoraggia tale scetticismo: “La parrocchia di Santa Teresa era nota per assecondare una serie di convinzioni”. Avete capito il messaggio, vero? Questa è una di quelle parrocchie: una parrocchia in cui un uomo può essere attivo e a suo agio anche se abbraccia (e pratica) l’omosessualità, l’eutanasia e lo sciamanesimo. Ci può essere una certa confusione sulle circostanze esatte della cerimonia che è stata immortalata dal fotografo di AP. Ma non ci dovrebbe essere confusione sulla salute spirituale di quella parrocchia.

Questo è stato un caso di grave scandalo. Chiamarla “confusione” è indegno dei successori degli apostoli.

 

10 maggio 2019, Reese Baxter (sinistra) si “sposa” con Robert Fuller (destra) - Foto: ELAINE THOMPSON, AP

10 maggio 2019, Reese Baxter (sinistra) si “sposa” con Robert Fuller (destra) – Foto: ELAINE THOMPSON, AP

 

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Dr. Nitschke: Ecco a voi la macchina che vi consentirà “una morte molto tranquilla, elegante e quasi euforica”.

La "navicella della morte" del dott. Phillip Nitschke

La “navicella della morte” del dott. Phillip Nitschke

 

di Sabino Paciolla

 

Il dott. Phillip Nitschke è un creativo, ma con un unico problema: la passione per la morte. Infatti, è chiamato “Il dott. morte”. E’ un degno esempio di quella cultura nichilista che sempre più si sta diffondendo nei paesi occidentali.

Perchè il dott. Phillip Nitschke è un creativo della morte? Cosa ha inventato? Sempòlice, attrezzi e servizi per il sostegno al suicidio assistito e per l’eutanasia. E’ un chiaro esempio di dove può arrivare la cultura della morte.

Ad esempio, ha inventato la navicella che porta alla morte. E’ una “capsula del suicidio” stampata in 3D,  vista per la prima volta nel 2012, prodotta per uccidere i pazienti con azoto. Essa contiene bombole di azoto liquido che viene rilasciato quando viene attivato dalla persona che è posta al suo interno, causando il crollo dell’ossigeno a livelli molto bassi tali da portare alla morte la persona. La bombola viene poi staccata dalla capsula che può essere usata come bara per l’occupante. Per tale motivo, tale capsula viene chiamata anche “camera a gas glorificata”. 

Nitschke, orgoglioso della sua creazione, l’ha presentata al workshop chiamato ‘Disrupting Death’, nel Queensland, in Australia, finalizzato ad informare le persone su come porre fine alla loro vita. Rivolto a coloro che hanno più di 50 anni o ai malati terminali, il workshop sostiene che la capsula suicida può uccidere con “stile ed euforia”. Sì, proprio con “stile ed euforia”. Infatti, guardate lo stile ultima moda della navicella, una bara che prima ti uccide e poi accoglie le tue povere spoglie.

Parlando a Exit International, gruppo pro-eutanasia, di cui ne è il fondatore, Nitschke ha detto: “L’idea di usare una macchina per avere il controllo assoluto è stata davvero un mio interesse a lungo termine. Così, una persona può, con il minimo coinvolgimento, entrare nella macchina e premere un pulsante per una morte molto tranquilla, elegante e quasi euforica”.

Non contento di questa invenzione, il dott. Nitschke ha creato un servizio video per poter vedere le persone che si uccidono in tempo reale. Secondo il Daily Mail, Nitschke ha sostenuto che il servizio video, che gli permette di vedere le persone che si suicidano in tempo reale, migliorerà la qualità della morte assistita. Nitschke ha detto: “Questo è tutto molto nuovo. Alcune persone che hanno pianificato di fare questo passo sono state molto generose. A loro non dispiace che la loro morte venga osservata perché sono consapevoli che siamo molto interessati ad avere buone informazioni”.

Da quando il servizio video è stato ideato, già due australiani hanno trasmesso in diretta streaming i loro suicidi a Nitschke , mentre altri due dovrebbero seguirli.

 

Persone vulnerabili

 

Il gruppo pro-eutanasia, Exit International, è stato fondato da Nitschke nel 1997 e sostiene il suicidio legale assistito e l’eutanasia. Nitschke ha recentemente partecipato ad una conferenza a Perth, in Australia, nella quale ha aggiornato i suoi seguaci sui metodi del suicidio, indipendentemente dalla salute fisica degli aspiranti. E’ stato in questa conferenza che il “dott. morte” si è trovato di fronte ad una giovane donna (guardate il video)

Sfidando Nitschke sul palco, la donna ha detto: “Ci sono giovani che sono morti, persone con depressione. È sbagliato, è totalmente irresponsabile, lui era un medico, è sbagliato. Chieda scusa per quello che è successo a mio padre. Le informazioni che lei pubblica uccidono le persone che non sono in uno stato d’animo razionale per prendere questa decisione”.

La donna ha affermato che suo padre, di 60 anni, si è suicidato due anni fa, dopo aver ricevuto consigli dal gruppo di Nitschke. Ha detto che suo padre soffriva di depressione ma non aveva una malattia terminale.

 

Vetrina del Suicidio 

 

Michael Robisnon, SPUC Scotland Director of Communications ha detto: “Le convinzioni e le invenzioni di Nitschke sono oltremodo depravate. Creazioni come una capsula suicida o un servizio di live-streaming sono tattiche usate per sfruttare le persone vulnerabili mostrando il suicidio come se fosse elegante o glamour”.

Robinson ha continuato: “Stiamo ora assistendo al devastante impatto che Nitschke e il suo gruppo dedito all’eutanasia sta avendo sulla vita delle persone vulnerabili. Le creazioni e la pubblicità di Nitschke trasmettono un messaggio mortale: che alcune vite contano più di altre e che uccidere conta più del curare”.

 

 

 

 

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Diritto alla morte? Ronco: “un controsenso giuridico”

Intervista a Mauro Ronco di Massimo Magliocchetti, pubblicata sul numero di giugno 2019 di Sìallavitaweb, rivista online a cura del Movimento per la vita italiano.

 

L’Italia entra nel pieno del dibattito in tema di eutanasia. Lo scorso 24 giugno sono iniziati i lavori alla Camera dei Deputati e comincia il conto alla rovescia per il 24 settembre, data dell’udienza innanzi alla Corte Costituzionale, una giornata che potrebbe segnare il punto di non ritorno per quanto riguarda la non punibilità delle condotte di aiuto al suicidio. Per capire meglio cosa sta succedendo e cosa potrebbe succedere abbiamo incontrato il Prof. Avv. Mauro Ronco, Presidente del Centro Studi Livatino ed Emerito di Diritto Penale all’Università di Padova, curatore di un interessante libro dal titolo “Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto?”

Malato, ospedale, eutanasia

Professore, da pochi giorni è stato presentato un prezioso lavoro da Lei curato, dal titolo “Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto?”.

«Mi sono dedicato alla cura del libro dopo aver letto l’ordinanza della C. Costituzionale 16 novembre 2018 che ha rinviato al settembre 2019 la decisione definitiva sulla questione di costituzionalità dell’art.580 c.p. La motivazione dell’ordinanza è concettualmente inadeguata rispetto alla gravità e alla rilevanza della decisione che dovrà essere assunta. Se si pensa che le due Corti per i diritti umani maggiormente rappresentative nel mondo occidentale – la Corte Suprema degli Stati Uniti nel 1997 e la Corte Europea dei Diritti Umani nel 2002 – hanno entrambe escluso che il principio di autodeterminazione possa configurare un “diritto” al suicidio assistito, si comprende quanto sia rilevante la responsabilità che grava sulla Corte italiana. Il libro nasce come esigenza morale di uno studioso del diritto che non intende sottrarsi alla sua parte di responsabilità omettendo di far conoscere approfonditamente le ragioni per le quali deve considerarsi gravemente ingiusta e pregiudizievole per il bene della generazione attuale e di quelle future un’eventuale pronuncia che dovesse togliere, anche soltanto in parte, il divieto dell’aiuto al suicidio».

 

• La Camera dei Deputati a breve inizierà la discussione in Aula su alcune proposte di legge in materia di eutanasia. Crede che con l’approvazione di una legge sull’eutanasia in Italia assisteremo alla “morte del diritto”?

«Confido che il Parlamento italiano non approvi alcuna legge eutanasica e che il Presidente della Repubblica, come tutore della Costituzione, non promulghi un’eventuale legge di tal genere. Si tratterebbe infatti di una legge contraria alla Costituzione, in specie ai principi espressi, in sinergia tra loro, dagli articoli 2 e 3, 1 e 2 comma, che costituiscono il precipitato giuridico del principio della dignità oggettiva di ogni essere umano Tale principio implica l’indisponibilità assoluta della vita umana innocente. Se le cose dovessero invece procedere nel senso auspicato dalla Corte costituzionale si verificherebbe una ferita dolorosissima dell’intero tessuto giuridico, che coinvolgerebbe la responsabilità dell’istituzione la cui missione è la tutela della Costituzione. Si sancirebbe in qualche modo la fine della Carta secondo l’spirazione solidaristica che, nell’incontro tra le forze di tradizione cristiana e quelle di tradizione socialista, ha focalizzato nella dignità oggettiva di ogni essere umano, nell’uguaglianza ontologica di ciascuno in forza della sua novità di essere venuto al mondo e nella solidarietà per il bene di tutti il nucleo veritativo essenziale della convivenza sociale. Si aprirebbe così una nuova fase storica e giuridica in cui altri e diversi principi- in particolare il soggettivismo e il liberalismo radicalmente relativista – governerebbero la nostra vita sociale, rendendola ancor più “liquida” e ingovernabile, se non con la forza».

 

• Quasi un anno fa il Parlamento ha varato la legge sulle Dat. Sia il Centro Studi Livatino che il Movimento per la Vita, insieme a tante altre associazioni prolife, si sono battute affinché venisse bloccata. Ancora tanti rimangono i punti critici. Tra i tanti, l’assenza di una esplicita previsione del diritto all’obiezione di coscienza. Come giudica questa evidente lacuna?

«La lacuna della previsione dell’obiezione di coscienza rientra in un tentativo attuale di forzare la formazione e la libertà della coscienza. Vero è che il diritto che si pretende liberale e che assume come sua guida il relativismo etico assoluto sente la necessità di consolidarsi con la costrizione. Troppi medici, secondo i relativisti, si vietano per motivi di coscienza, di compiere gli aborti. Occorre stringere le maglie della legge, squalificando l’obiezione di coscienza e cancellandone la memoria nei testi legislativi. E’ una tragica illusione pensare che i relativisti e libertari siano realmente “liberali”, cioè tolleranti. In realtà, se non riescono nei loro obiettivi con la seduzione, sono determinati a usare la forza».

 

• Il prossimo 24 settembre la Corte costituzionale terrà una nuova udienza per decidere la legittimità costituzionale della norma del codice penale – l’art. 580 – che punisce l’aiuto al suicidio. Fare un pronostico dell’esito è difficile. Se venisse dichiarato incostituzionale l’aiuto al suicidio, quali scenari si aprirebbero in Italia?

«Gli scenari giuridici sarebbero quelli di una vera e propria agonia del diritto, quasi da considerarsi un malato terminale, con tutte le conseguenze di disordine e di comprensione che una tale malattia determina nel corpo sociale. La società italiana però conserva molte energie positive. Basti al riguardo ricordare la coraggiosa presa di posizione della Federazione Nazionale dei Medici, che ha recentemente ribadito il divieto incondizionato per tutti i medici previsto dall’art. 17 del codice deontologico, di procurare la morte del paziente, anche su sua richiesta».

• In sintesi, esiste un diritto a morire?

«Parlare di un “diritto” alla morte, come da molti anni fanno alcuni giuristi anglosassoni (“Right-to-Die”), secondo un’ideologia che si è diffusa anche in Italia, è un vero controsenso giuridico. Il suicidio è completamente estraneo alla dimensione della giuridicità, cioè della reciprocità tipica del riconoscimento tra persone uguali e responsabili. La pretesa di giuridicizzarlo, come “diritto” al suicidio assistito, facendolo entrare nell’universo dell’intersoggettività, sfocerebbe comunque nel fallimento, perché con l’atto stesso che dà attuazione alla pretesa si dissolve la relazione intersoggettiva.

Entrambi i membri del rapporto – chi chiede e chi aiuta a morire – sono ridotti a oggetto, perché il riconoscimento dell’altro come persona è indispensabile all’esistenza della relazione giuridica. Nessuno può denegare la dignità ontologica a un’altra persona, contribuendo a ucciderla, senza denegarla nello stesso tempo a se stesso».

fonte: Centro studi Livatino 




Brachetta: L’articolo 580 cp è un argine all’eutanasia solo se è integro, non annacquato

Silvio Brachetta interviene con questo suo articolo nel dibattito su cosa fare dopo la ormai famosa Ordinanza 207/2018 della Corte costituzionale. Ottemperare alle richieste della Consulta, richieste finalizzate all’inserimento nel nostro ordinamento del suicidio assistito e quindi di una estensione dell’eutanasia già prevista dalla cosiddetta legge sulle DAT, accettando la revisione dell’articolo 580 del codice penale mediante una revisione delle pene per i familiari coinvolti significa fermare l’eutanasia? Brachetta in questo articolo spiega il suo punto di vista su cosa significhi la testimonianza, e quindi la battaglia anche politica, dei cattolici.

Ecco l’articolo pubblicato sull’Osservatorio Van Thuân.

Giudice, forum, corte, giustizia

 

Assuntina Morresi, su Tempi, critica le posizioni dell’Osservatorio Van Thuân – espresse da Stefano Fontana – circa la necessità di non scendere a compromessi sull’eutanasia. Il compromesso in questione – che un gruppo di parlamentari cattolici ha richiesto alla Conferenza episcopale italiana di sostenere – prevede, tra l’altro, l’attenuazione delle pene regolate dall’articolo 580 del Codice penale, nella speranza di mantenerlo in essere. Se, infatti, l’articolo 580 non sarà abrogato, costituirà almeno un argine all’eutanasia, che potrebbe essere introdotta da future legislazioni in materia.

E, infatti, l’Osservatorio chiede un impegno «per la conferma di tale articolo e su questo impegnare una battaglia culturale a difesa della vita come valore assolutamente intangibile». Non solo, ma l’articolo 580 è un argine solo se integro: in caso contrario – scrive Fontana – «una legge sul suicidio assistito a maglie larghe si avrà ugualmente, non nonostante ma proprio perché i parlamentari cattolici si impegneranno a ridurre le pene, illudendosi di ottenere in cambio un nuovo art. 580 moderato e non radicale».

Morresi risponde, in sintesi, che la battaglia culturale è ottima, ma che ora non c’è il tempo materiale di sostenerla: la Consulta ha dato la scadenza del 24 settembre prossimo perché le Camere possano legiferare nel merito. «Non è questione di scegliere il “male minore”», dice, ma è «una questione di tempo». A suo parere, l’obiettivo che dovrebbero darsi i cattolici, nel momento presente, è un risultato utile alla causa contro l’eutanasia: «Chi si concentra esclusivamente contro le leggi sull’eutanasia fa una battaglia teoricamente giusta ma in pratica inutile». Non solo, ma «svegliarsi è doveroso e se perderemo questa battaglia tornare indietro sarà impossibile». Per tutti questi motivi, non ci sarebbe altra via che «modificare questo benedetto articolo 580», in modo da neutralizzare la Consulta e la sua intenzione di depenalizzare l’eutanasia. La Morresi è sempre stata convinta che nella battaglia sia necessario privilegiare il successo pratico.

La posizione della Morresi (e dei parlamentari cattolici che hanno proposto la revisione dell’articolo 580) è lodevole, ma contiene alcuni equivoci sul ruolo del singolo cattolico, in particolare, e del cattolicesimo, in generale. E l’equivoco maggiore sta proprio nel ritenere che il cattolico – in politica o in altri ambiti – debba perseguire battaglie utili al raggiungimento del risultato, anche rinunciando a volte alla testimonianza della verità. È, infatti, riduttiva l’espressione di «battaglia teoricamente giusta», quando invece bisognerebbe affermare che la teoria cattolica, in realtà, coincide con la verità rivelata. Si dovrebbe quindi parlare di «battaglia nella verità».

Tutta la storia del cristianesimo è là a dimostrare un fatto: l’apostolato non deve mai limitarsi a ricercare l’utile, ma si fonda sul primato della verità, anche se, a causa di questo primato, dovesse seguire una sconfitta. A cominciare da Gesù Cristo, l’obiettivo della vittoria immediata non è mai stato importante al punto da evitare la sconfitta del patibolo. Viceversa, il patibolo della croce è una causa diretta della rinuncia al compromesso. Il credente cerca la vittoria, ma non quella mondana. Cerca invece la vittoria finale, ultraterrena. Non esistono – o non dovrebbero esistere – per il credente, vittorie e sconfitte terrene, ma solo vittorie e sconfitte ultraterrene.

Quanto alle vittorie conseguite nel secolo, c’è quella ad esempio del monachesimo benedettino, che ha innescato la civiltà medievale e il progresso umano. Il progresso umano, tuttavia, è solo una conseguenza dell’unico obiettivo dei benedettini, che è sempre stato coincidente con la gloria di Dio e la salvezza eterna dell’uomo. Non c’è mai stato un compromesso benedettino tra l’obiettivo unico e ultraterreno e il progresso umano terreno.

Nel caso odierno dell’eutanasia, si vorrebbe la difesa intransigente dei principi non negoziabili mediante la ricerca del compromesso transigente: è una contraddizione logica che si è manifestata storicamente nella sconfitta dei cattolici, a lungo termine, proprio su quei principi sui quali mai si sarebbe auspicato il negoziato. La difesa dei principi non negoziabili, in altre parole, non dev’essere un pretesto per vincere una battaglia nel secolo, fosse anche la battaglia per la verità.

Un altro equivoco è legato all’irrevocabilità dei processi storici. Non è vero – come ritiene la Morresi – che è «impossibile tornare indietro» dopo una sconfitta. Il cristianesimo si fonda invece nella penitenza, nella conversione, nel «tornare indietro», nel riparare, nel restaurare la natura corrotta. La Rivelazione cristiana ha tolto ogni giustificazione al determinismo storicista, al fatalismo, all’irreversibilità dei processi idealistici. Anche in questo caso valgono i fatti. È del tutto possibile, per fare un altro esempio, contrastare l’aborto, com’è avvenuto recentemente in Alabama. In Alabama sono tornati indietro. Per contrastare l’aborto, però, l’esecutivo repubblicano dell’Alabama non è sceso al compromesso: noi la pensiamo così e siamo maggioranza.

Se, dunque, il cattolico in politica non vince, non è perché è soggetto ad un qualche processo storico irreversibile, ma perché è irrilevante, perché è in minoranza. Nemmeno l’essere in minoranza è una condizione irreversibile e il cattolicesimo tornerà maggioranza solo quando – è fattuale – rinuncerà al compromesso.

Tra le molte iniziative attuali, quella dell’Osservatorio Van Thuân s’inserisce tra coloro che ritengono indispensabile agire ‘a monte’. Ricostruire una maggioranza non è qualcosa d’immediato. La ricetta è semplice, ma richiede impegno costante e pazienza: formazione continua sui contenuti e mutazione di atteggiamento nei confronti del compromesso.

 

Fonte: vanthuanobservatory




Card. Burke: “Il paziente in ‘stato vegetativo permanente’ è una persona con una dignità umana fondamentale e deve, quindi, ricevere cure ordinarie e proporzionate”

Nelle ultime ore dalla Francia sono giunte buone notizie, sembra che il caso di Vincent Lambert possa svilupparsi per il meglio. Per intanto, è bene che vengano chiariti alcuni concetti chiave, utili al caso. In questo compito ci aiuta il card. Raymond Burke, nella intervista rilasciata a  Jeanne Smits, che vi propongo nella mia traduzione.

 

card. Raymond Burke

card. Raymond Burke (AP Photo/Riccardo De Luca)

LifeSite: Eminenza, ha certamente sentito parlare del caso di Vincent Lambert in Francia, un uomo tetraplegico e cerebroleso di 42 anni, minacciato di morire nei prossimi giorni, a meno che il ricorso giudiziario dell’ultimo minuto non interrompa il processo (come infatti è avvenuto, ndr), perché le autorità sanitarie e amministrative hanno deciso di non idratarlo e nutrirlo perché è stato ritenuto essere in un cosiddetto “stato vegetativo” e che “non avrebbe voluto vivere così”. Questo caso tocca questioni serie riguardanti il rispetto dovuto alla vita umana innocente. Qual è la sua, o più precisamente, qual è il punto di vista della Chiesa su questa situazione?

 

S.E. Cardinale Raymond Burke: Sono profondamente preoccupato per la situazione di Vincent Lambert, per timore che venga messo a morte per omissione di nutrizione e idratazione come tragicamente accaduto nel caso di Terri Schindler Schiavo negli Stati Uniti d’America il 31 marzo 2005, e di Eluana Englaro in Italia il 9 febbraio 2009. Sono profondamente preoccupato per Vincent Lambert e per le molte altre vittime dell’eutanasia, perché è chiaro che, se il rifiuto di nutrizione e idratazione fosse giustificato nel caso di Vincent Lambert, nessuno che si trovasse in una condizione di grave indebolimento potrebbe godere del rispetto fondamentale per la sua vita.

Ritirare l’alimentazione e l’idratazione, sia essa fornita con mezzi naturali o artificiali, è eutanasia per omissione, cioè, secondo la definizione di eutanasia fornita da Papa San Giovanni Paolo II, nella sua Enciclica Evangelium vitae (25 marzo 1995): “un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore” (n. 65). Papa san Giovanni Paolo II, nella stessa Lettera enciclica, ha chiarito che l’insegnamento sull’eutanasia “si basa sulla legge naturale e sulla parola scritta di Dio” (n. 65).

Il primo precetto della legge naturale è la protezione e la promozione di tutta la vita umana, specialmente della vita umana che è fortemente appesantita da esigenze particolari, da gravi malattie o da anni di avanzata età.

 

LifeSite: Nel caso di Vincent Lambert, le autorità francesi stanno sostenendo che la sua mancanza di autocoscienza e di coscienza del mondo che lo circonda – che è di fatto contestata, poiché reagisce in particolare a sua madre – indica che egli si trova in uno “stato vegetativo” in cui non avrebbe voluto trovarsi. Queste circostanze – stato vegetativo e desiderio della persona stessa – sono mai una giustificazione per somministrare cibo e acqua?

Cardinale Burke. La Congregazione per la Dottrina della Fede, in risposta a due domande riguardanti la somministrazione di cibo e acqua ad una persona in quello che viene chiamato “stato vegetativo” (1° agosto 2007), ha dato un’interpretazione autorevole della legge naturale in questi casi: Il paziente in “stato vegetativo permanente” è una persona con una dignità umana fondamentale e deve, quindi, ricevere cure ordinarie e proporzionate che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo anche con mezzi artificiali”. Come osserva la risposta: “In questo modo la sofferenza e la morte per fame e disidratazione sono impediti”. L’unica eccezione è il caso in cui il corpo non può più assimilare acqua o cibo.

Papa San Giovanni Paolo II ha illustrato l’insegnamento sul dovere morale di fornire “le normali cure dovute ai malati in questi casi”, che comprendono l’alimentazione e l’idratazione, nel suo discorso ai medici cattolici riguardo alla cura di coloro che si dice siano in “stato vegetativo” (20 marzo 2004). Ha dichiarato: “Vorrei sottolineare in particolare come la somministrazione di acqua e cibo, anche se fornita con mezzi artificiali, rappresenti sempre un mezzo naturale di conservazione della vita, non un atto medico. Il suo uso, inoltre, dovrebbe essere considerato, in linea di principio, ordinario e proporzionato, e come tale moralmente obbligatorio, nella misura in cui e fino a quando non si ritiene di aver raggiunto la propria finalità, che nel caso di specie consiste nel fornire nutrimento al paziente e nell’alleviare la sua sofferenza….. La valutazione delle probabilità, fondata sulla diminuzione delle speranze di guarigione quando lo stato vegetativo si prolunga oltre un anno, non può eticamente giustificare la cessazione o l’interruzione delle cure minime per il paziente, compresa l’alimentazione e l’idratazione” (n. 4).

 

LifeSite: Ritiene corretto applicare le parole “stato vegetativo” ad un essere umano?

Cardinale Burke: Il termine, “stato vegetativo”, deve essere usato con grande cura, perché può portare a vedere chi soffre la condizione come meno uomo. Come ha osservato Papa San Giovanni Paolo II nel suo appena citato discorso: Di fronte a pazienti in condizioni cliniche simili, c’è chi mette in dubbio la persistenza della stessa “qualità umana”, quasi come se l’aggettivo “vegetativo” (il cui uso è ormai consolidato), che descrive simbolicamente uno stato clinico, potesse o dovesse invece essere applicato ai malati in quanto tali, sminuendone di fatto il valore e la dignità personale. In questo senso, va notato che questo termine, anche quando fosse limitato al contesto clinico, non è certamente il più felice se applicato agli esseri umani. In contrapposizione a tali tendenze di pensiero, sento il dovere di riaffermare con forza che il valore intrinseco e la dignità personale di ogni essere umano non cambiano, indipendentemente dalle circostanze concrete della sua vita. L’uomo, anche se gravemente malato o disabile nell’esercizio delle sue funzioni più alte, è e sarà sempre un uomo, e non diventerà mai un ‘vegetale’ o un ‘animale'”. (n. 3) Nella Lettera enciclica Evangelium vitae, egli ricorda anche un principio morale fondamentale: “È noto, inoltre, il principio morale, secondo il quale anche il semplice dubbio di essere in presenza di una persona viva impone già l’obbligo del pieno rispetto e dell’astensione da ogni atto che miri ad anticipare la morte della persona” (n. 95).

 

LifeSite: Come cattolici, abbiamo un ruolo particolare in questa situazione in cui molte leggi positive vanno contro la legge naturale che richiede il rispetto della vita umana innocente?

Cardinale Burke: Data la gravità della situazione, in particolare per Vincent Lambert e, in generale, per tutte le persone in condizioni simili, le persone di buona volontà e i cattolici, in particolare, hanno l’obbligo di esigere che lo stato e le strutture sanitarie rispettino la dignità inviolabile della vita umana innocente, specialmente la vita dei nostri fratelli e sorelle con pesanti fardelli di bisogni speciali, malattie gravi o anni avanzati, che hanno il primo titolo per la cura dello stato e la cura del prossimo. Nel caso di Vincent Lambert, il nostro dovere di sostenere la legge naturale significa insistere affinché gli venga fornita la normale cura di una persona nella sua condizione.

Fonte: LifeSiteNews

 




“Un medico non può offrire guarigione in una stanza e assistenza all’uccisione di un paziente in un’altra”

L’alta corte dell’Ontario ha stabilito che i medici che si oppongono a procedure come l’aborto e il suicidio assistito devono indirizzare i pazienti ad un altro medico disponibile.

Un articolo dello staff di CNA nella mia traduzione.

Canada, Marcia per la vita 2018

Canada, Marcia per la vita 2018

 

L’alta corte dell’Ontario ha stabilito che i medici che si oppongono a procedure come l’aborto e il suicidio assistito devono indirizzare i pazienti ad un altro medico disponibile.

Con una una decisione presa all’unanimità emessa mercoledì, la Corte d’appello ha confermato una politica del 2016 stabilita dal College of Physicians and Surgeons of Ontario (CPSO) che richiede ai medici della provincia di fornire un “referral operativo” se si oppongono a trattamenti come l’aborto, contraccezione, chirurgia transgender, o suicidio assistito.

“Mentre la soluzione non è perfetta per alcuni medici, come i singoli appellanti, non è perfetta nemmeno per i loro pazienti. Perderanno il supporto personale dei loro medici in un momento in cui sono più vulnerabili”, si legge nell’opinione.

Sebbene nel gennaio 2018 la Corte di primo grado avesse stabilito che costringere i medici ad eseguire tali procedure violava la loro libertà religiosa ai sensi della Carta canadese dei diritti e delle libertà, aveva anche stabilito che tali violazioni erano necessarie per dare ai pazienti l’accesso a tali servizi.

Dr. Ryan Wilson, Presidente di Medici canadesi per la Vita, ha detto ai giornalisti in una conference call che il gruppo deve ancora decidere se presentare ricorso alla Corte Suprema del Canada, ma ha detto che un appello “non è fuori discussione”, riporta la stampa canadese.

Medici canadesi per la vita è stato uno dei diversi gruppi, insieme a 5 singoli medici, che hanno contestato le regole del CPSO in tribunale. Collettivamente i gruppi hanno detto che sarebbero stati disposti a fornire ai pazienti un numero di telefono generale o un sito web per il servizio di coordinamento del governo provinciale per il suicidio assistito, ma avevano sostenuto che andare oltre questo avrebbe violato la loro fede, The Globe e Mail riporta.

I gruppi avevano anche sostenuto nel ricorso che la decisione originale era irragionevole, perché dava più peso a un presunto problema riguardante un problema sanitario piuttosto che a una reale violazione dei diritti del medico, la stampa canadese ha riportato.

“Questa è una decisione deludente e mette i nostri medici – medici che sono entrati nel campo della medicina per fornire cure di qualità, compassionevoli e centrate sul paziente – in una posizione impossibile”, ha detto Wilson l’anno scorso.

“[Questi medici] Non credono che porre fine alla vita di un paziente sia medicina, e non credono di poter offrire speranza e guarigione in una stanza e assistenza nell’uccisione di un paziente in un’altra”.

“In definitiva è la cura del paziente a soffrire, perché i nostri medici si ritireranno presto, si trasferiranno o cambieranno campo [di attività]. Per molti, i loro diritti religiosi e di coscienza vengono violati e non saranno in grado di praticare la medicina in Ontario. Questa è una perdita significativa per l’intero sistema sanitario della provincia e avrà un impatto diretto sulla cura del paziente”, ha detto.

Ramona Coelho, un medico di famiglia cattolico di Londra, Ontario, ha detto a The Globe and Mail che spera ancora che si possa trovare una soluzione che le permetta di evitare di indirizzare formalmente i pazienti che chiedono il suicidio assistito, nonostante la sentenza.

“Sento che questa decisione escluderà dalla medicina tradizionale la maggior parte delle persone di fede”, ha detto Coelho a The Globe and Mail.

Il Canada ha legalizzato il suicidio assistito nel 2016.  Solo per le persone che abbiano più di 18 anni, siano state considerate “mentalmente sane”, e siano state diagnosticate di una malattia fisica terminale da due medici o due infermieri con competenze e diritti riconosciute per tale funzione.

A livello federale in Canada, alcuni membri del parlamento stanno cercando di far approvare una legge che protegga i diritti di coscienza dei medici.

Il deputato conservatore David Anderson (Cypress Hills-Grasslands, Saskatchewan) ha presentato una proposta di legge C-418 in ottobre come legge di un membro privato, che cerca di proteggere i medici che non vogliono dare l’eutanasia ai loro pazienti o fornire riferimenti per il suicidio medicalmente assistito

Quella proposta di legge renderebbe illegale “intimidire un medico professionista, un infermiere professionista, un farmacista professionista o qualsiasi altro operatore sanitario con lo scopo di costringerli a partecipare, direttamente o indirettamente, alla fornitura di un suicidio medicalmente assistito”.

L’anno scorso, il suicidio assistito ha rappresentato l’1,12% di tutti i decessi in Canada.

L’arcidiocesi di Toronto non ha ancora commentato la sentenza, ma il cardinale Thomas Collins ha spinto per la protezione della coscienza dei medici più volte negli ultimi anni.

“Ai medici di tutto il nostro paese che hanno dedicato la loro vita alla guarigione dei pazienti verrà presto chiesto di fare l’esatto contrario. Non sarà chiesto loro di alleviare la sofferenza [dei pazienti] fornendo trattamenti e cure amorevoli, ma mettendoli a morte”, Collins nel 2016.

“Una volta che facciamo in modo che la dignità alla vita delle persone dipenda dal buon funzionamento del loro corpo, la nostra società ha attraversato il confine di un territorio pericoloso in cui le persone vengono trattate come oggetti che possono essere scartati come inutili”.

fonte: Catholic News Agency