Card. Sarah: “È una falsa esegesi quella che usa la Parola di Dio per celebrare la migrazione”

Identità nazionale e unità europea, è questo il rapporto oggetto di riflessione in questo articolo a partire da alcuni pensieri del Card. Robert Sarah, in cui una parte importante della questione è rappresentata anche dalla migrazione.

Ce ne parla Jerry Salyer in questo suo articolo pubblicato su Catholic World Report.

Eccolo nella mia traduzione.

 

Card. Robert Sarah

Card. Robert Sarah

 

Dal punto di vista di coloro di noi che si preoccupano delle questioni di nazionalità, sovranità e radicamento, è logico che i più risoluti sostenitori della tradizione cattolica debbano essere anche tra i maggiori oppositori della globalizzazione. Infatti, a suo modo, il patriottismo che si oppone al globalismo è una parte critica della tradizione cattolica, come il beato Stefan Wcysynski ha ben compreso. “Dovremmo voler aiutare i nostri fratelli – disse una volta il cardinale ai suoi connazionali – a nutrire i bambini polacchi, a servirli qui e a fare il nostro dovere, piuttosto che cedere alla tentazione di ‘salvare il mondo’ a spese della nostra stessa patria”.

Il cardinale Robert Sarah della Guinea sembra essere d’accordo. Durante una conferenza del 2017, ospitata dalla stessa università polacca denominata in onore di Wycszinski, il cardinale Sarah ha insistito sulla necessità di rispettare sia le comunità che i singoli individui: “In che modo è possibile rimuovere il diritto della nazione di distinguere tra un rifugiato politico o religioso, che deve fuggire dalla sua patria, e il migrante economico, che vuole cambiare il suo indirizzo senza adattarsi, identificandosi e accettando la cultura del Paese in cui vivrà?” Come se stesse rispondendo direttamente allo slogan popolare “accogliete lo straniero”, il cardinale ha ammonito tutti coloro che “sfruttano la Parola di Dio per giustificare la promozione del multiculturalismo e approfittano allegramente della scusa dell’ospitalità per giustificare l’ammissione degli immigrati”.

In un’intervista del 2019 a un giornalista francese in seguito alla visita alla suddetta università del Cardinale Wyszyński, il Cardinale Sarah ha spiegato più dettagliatamente il suo punto di vista sulla questione patriottica:

Quando mi sono recato in Polonia, un Paese spesso criticato, ho incoraggiato i fedeli ad affermare la loro identità come avevano fatto nei secoli. Il mio messaggio era semplice: Voi siete prima polacchi, cattolici, e solo dopo europei. Non dovreste sacrificare i due primi tipi di identità sull’altare di un’Europa senza nazione e tecnocratica. La Commissione di Bruxelles non pensa ad altro che alla costruzione di un libero mercato al servizio delle grandi potenze finanziarie.

Come per dimostrare di non essere un sostenitore dell’ideologia del capitalismo democratico, Sua Eminenza continua a lamentare che “l’Unione europea non protegge più i popoli. Protegge le banche”. Il cardinale Sarah prosegue riassumendo il ruolo proprio della patria di San Giovanni Paolo II nel caos disordinato che è l’Europa del XXI secolo. Come parte della sua “missione unica nel piano di Dio”, dice il cardinale, la Polonia

è libera di dire all’Europa che ognuno è stato creato da Dio per essere collocato in un luogo particolare, con la sua cultura, le sue tradizioni, la sua storia. L’attuale spinta verso la globalizzazione del mondo attraverso l’eliminazione delle nazioni è pura follia. Il popolo ebraico ha sopportato l’esilio, ma Dio lo ha riportato nel suo Paese. Cristo fuggì da Erode ed entrò in Egitto, ma ritornò nel suo Paese alla morte di Erode. Ognuno dovrebbe vivere nel proprio paese. Come un albero, ognuno nella propria terra, il suo luogo dove fiorisce perfettamente. Sarebbe meglio aiutare le persone a prosperare nella loro cultura, piuttosto che incoraggiarle a venire in un’Europa piena di decadenza. È una falsa esegesi quella che usa la Parola di Dio per celebrare la migrazione. Dio non ha mai voluto che questo strappar via.

Se la Polonia seguirà la via eroica tracciata dal cardinale Sarah o se invece soccomberà alle “grandi potenze finanziarie”, solo il tempo lo dirà. Quello che è chiaro è che la posta in gioco è alta, e che l’autore di “Il potere del silenzio” e “Si fa sera e il giorno ormai volge al declino” espone temi che ricordano più Jean Raspail che la Conferenza Episcopale USA:

La Chiesa non può cooperare con questa nuova forma di schiavitù che è venuta dalla migrazione di massa. Se l’Occidente continua su questo percorso disastroso, c’è un grande rischio che, con il declino delle nascite, scompaia, invaso dagli stranieri, come Roma è stata invasa dai barbari. Parlo da africano, il mio Paese è per lo più musulmano. Credo di conoscere la realtà di cui parlo.

Da parte mia, tutto ciò che aggiungerei alle penetranti riflessioni di Sua Eminenza è l’osservazione che quei cattolici che dissentono dai precetti della Chiesa di un tempo sul sesso, sulla natura umana e sul primato del Magistero sono di solito i più favorevoli all’idea di un mondo senza confini. Questo a sua volta suggerisce che esiste un “quadro generale” socioculturale e persino spirituale che deve essere tenuto presente dai guerrieri della cultura che si battono contro problemi specifici come l’aborto, il transgenderismo e lo scientismo militante. Per quanto deplorevoli possano essere tali afflizioni, non andremo mai oltre a lamentarci in modo inefficace di esse a meno che non possiamo evocare il coraggio di collegarle con l’elefante globalista nella stanza.

 




Avv. Amato: Europa: “Hanno tentato di ricostruire la cristianità senza il cristianesimo”

Europa, il punto di vista dell’avv. Gianfranco Amato.

 




Quo Vadis, Europa?

“Il dilemma dell’Europa è un dilemma religioso. Deve riguadagnare la fede che l’ha creata se vuole sopravvivere a lungo termine. Se ciò dovesse accadere, i Cattolici dell’Europa – clerici e laici – devono riguadagnare il tipo di fervore che ha permesso a loro e ai nostri padri di evangelizzare il mondo intero.”

Un articolo di Charles Coulombe, pubblicato su Crisis Magazine, e presentatoci da Annarosa Rossetto nella sua traduzione.

Europa bandiera europea

 

Ora che abbiamo la Brexit, il separatismo catalano, i gilet gialli in Francia e altrove, per non parlare degli scontri in corso tra forze pro e anti-immigrazione, ci si può chiedere dove sia diretta la cara vecchia Madre Europa. Bisogna tenere presente che questi eventi si svolgono nel contesto dai una Unione Europea, le cui tendenze secolarizzanti e centralizzanti ricordano il governo USA sotto Obama, anche se molto più accentuato. Può esserci un altro futuro per l’Europa se non quello di essere strangolato da una burocrazia sovranazionale grigia e senza volto, o tornare al nazionalismo che ha sparso oceani di sangue nell’ultimo secolo? Fortunatamente, ci sono altre voci – sane – anche se non così forti come quelle promosse o stroncate dai nostri media mainstream.

Ho avuto il privilegio di ascoltare una di queste voci lo scorso 25 ottobre nella bellissima città di Salisburgo (che nella mente degli americani si identifica indelebilmente con “Tutti insieme appassionatamente”). In quel fine settimana, i Georgsorden – l’Ordine di San Giorgio, un ordine di cavalieri guidato dall’arciduca Karl von Habsburg (nipote del beato imperatore Carlo e figlio del famoso arciduca Otto) – hanno tenuto il loro incontro semestrale in questa città. I loro 700 cavalieri e dame divisi in 20 commende in tutta Europa, specialmente nelle terre asburgiche, si incontrano spostandosi tra le diverse città della vecchia monarchia austro-ungarica; il precedente era stato a Budapest, il prossimo sarà a Praga. Come si addice a un’organizzazione che si definisce “un Ordine Europeo della Casa degli Asburgo-Lorena”, porta avanti una visione del vecchio continente tradizionalmente tipica di quella dinastia. E così l’incontro è iniziato con una tavola rotonda intitolata “Quo Vadis, Europa?”

Nelle sue osservazioni introduttive, il Procuratore dell’Ordine il Barone Vinzenz von Stimpfl-Abele ha sottolineato alcuni punti molto convincenti: “L’Ordine di San Giorgio è chiamato Ordine Europeo perché la nostra aspirazione è per un’Europa forte e orgogliosa. Un’Europa consapevole sia della sua storia comune che delle lezioni da trarne, così come dei suoi valori condivisi. Non è certamente nostra intenzione fondere le identità di paesi e regioni in un amalgama indefinibile, prescritta centralmente dalla burocrazia. Tutt’altro. Ma neanche il nazionalismo cieco può essere la soluzione. Ciò di cui abbiamo bisogno è un nuovo tipo di patriottismo positivo, che allo stesso tempo significa un profondo attaccamento per le proprie radici individuali e orgoglio per un’Europa comune. Questa non è una contraddizione, ma l’unico modo per rendere la diversità, la versatilità e la complessità, nonché le differenze del nostro continente, la forza centrale dell’Europa sulla base dei valori che ci uniscono. ”

Il barone ha elaborato questo punto di vista il giorno seguente alla riunione del Capitolo dell’Ordine: “La nostra società sta gradualmente perdendo le proprie radici. Di fronte ai nostri occhi, ciò che finora ha tenuto insieme la società viene sempre più attenuato e indebolito. Ad esempio, si accetta – o almeno si sta a guardare – che le basi stesse della comunità, della famiglia, vengano sempre più minate. Inoltre, i valori cristiano-occidentali, che sono un fattore essenziale per la coesione sociale, sono in serio pericolo. Ciò è reso evidente dal fatto che per molti è già politicamente scorretto anche solo parlare di tali valori. Ma come Ordine di San Giorgio siamo deliberatamente politicamente scorretti!”

“La nostra società sta a guardare quasi in modo passivo mentre la nostra libertà viene gradualmente ridotta. Aldous Huxley una volta disse: ‘La credenza in un futuro più grande e migliore è uno dei nemici più potenti dell’attuale libertà’”. Dopo aver osservato che “l’Europa centrale, con le sue radici legate da storia e valori comuni, può e sarà qui un importante contrappeso”, il Procuratore ha dichiarato:

la mancanza di personalità di spicco che rappresentino davvero i valori, che abbiano il coraggio genuino di assumersi la responsabilità, questa mancanza sta diventando sempre più evidente. E quando dico il coraggio di assumersi la responsabilità, ricordo naturalmente il grande Otto von Habsburg, che scrisse su questo argomento nel suo libro omonimo: “La grandezza di uno statista consiste nella capacità di separare l’essenziale dal superfluo, nello “spegnere” il temporaneo e riconoscere negli eventi l’eternamente valido.” Tuttavia, per separare l’essenziale dal superfluo e per poter disconnettere il transitorio, è necessario una base di valori. E per riconoscere ciò che c’è di eternamente valido negli eventi, bisogna credere davvero che ci sia qualcosa di eternamente valido!

Diretto anche dall’arciduca Karl è il ramo austriaco del Movimento Paneuropeo. Il suo manifesto lo definisce “Cristiano, conservatore, Europeo e liberale (nel senso di “libero” in lingua tedesca piuttosto che “progressista” in senso americano)”. Il primo di questi aggettivi è così definito:

Il pensiero e l’azione motivati da una visione cristiana sono l’unica alternativa alle ideologie disumane del marxismo, del consumismo, del fondamentalismo islamico e di altre dottrine settarie di salvezza. Sono radicati nella consapevolezza che esiste un ordine di valori assolutamente fondato che si estende oltre il tempo e le forme di attuazione ed è ancorato nel trascendentale. Chiunque li viola non solo danneggia la comunità, ma diventa anche il giocattolo di forze incontrollate e incontrollabili. Questo è il motivo per cui vogliamo anche conoscere e modellare la politica secondo questi valori. Il cristianesimo ha plasmato l’Europa per quasi due millenni. Ecco perché l’Europa sarà cristiana, o non sarà più l’Europa.

La loro definizione di “europeo” dice anche: “A causa dei loro secoli di destino comune, i popoli del nostro continente formano un’unità spirituale, che alla fine dovrebbe seguire la politica, in modo che l’Europa possa esistere in pace e libertà come un partner paritario delle grandi potenze. L’anima di questo continente è il cristianesimo. Chiunque lo tolga dall’azione politica, rende l’Europa un corpo senz’anima, una costruzione fragile che è esposta a tutte le influenze e correnti dello Zeitgeist.” Questo è davvero ciò che è accaduto all’Unione europea ai nostri giorni.

Il corpo privo di anima che l’Europa sembra stia diventando è dominato da quella che è essenzialmente un’élite paradossalmente consumista-marxista: uomini svuotati che sembrano segnare il tempo fino al giorno in cui i dati demografici consentono al fondamentalismo islamico di ingoiarli in un boccone. In reazione alla loro incapacità, sembra inevitabile che quegli estremisti nazionalisti che denunciano sistematicamente li scalzeranno se, come, e quando gli europei saranno abbastanza spaventati – e che, come già sperimentato nel Vecchio Continente, potrebbe avere un suo prezzo.

Tuttavia, le cose non devono andare così. Nelle tradizioni europee – così ben rappresentate dagli Asburgo e da altre sue precedenti e attuali dinastie al potere – si trova la risposta al suo futuro. Ciò che l’ha resa grande una volta può farlo di nuovo, e non è un caso che sia gli arciduchi Otto e Karl – e parecchi altri reali non regnanti – abbiano concesso il loro patrocinio a innumerevoli sforzi nei campi della cultura e dell’eredità culturale .

In fondo, tuttavia, come implicano tutte le citazioni riportate, il dilemma dell’Europa è un dilemma religioso. Deve riguadagnare la fede che l’ha creata se vuole sopravvivere a lungo termine. Se ciò dovesse accadere, i Cattolici dell’Europa – clerici e laici – devono riguadagnare il tipo di fervore che ha permesso a loro e ai nostri padri di evangelizzare il mondo intero. Se il fondamentalismo islamico è davvero la minaccia che sembra essere, l’unica via per l’Europa è superarli nello zelo. Non si può immaginare che le sorti, positive o meno, dell’Europa lasceranno indenni gli Stati Uniti. Se il nostro Continente Madre  riacquisterà la sua anima, ne trarremo inevitabilmente beneficio. Se cadrà sotto ľorrore proprio o straniero, anche noi dovremo inevitabilmente soffrire in un modo o nell’altro.

Potrebbe essere una lunga strada difficile da dove siamo diretti a quell’obiettivo, ma come ha osservato Samwise Gamgee ne La compagnia dell’anello, “È il lavoro mai incominciato che impieghi più tempo a finire.”

È una fortuna che ci siano voci sane in arrivo dal continente. Possano esse diventare più forti.

 

 




Europa, Grygiel: “Nessuna nazione può imporre il proprio modo di vivere alle altre nazioni. Aiutare non significa comandare.”

“Europa: rinascita o morte?” è il titolo di un incontro che il prof. Stanislaw Grygiel (filosofo, direttore della cattedra Karol Wojtyla al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II presso la Pontificia Università Lateranense a Roma) ha recentemente tenuto per la Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa. È stata l’occasione per delineare i principali tratti della crisi del Vecchio continente, crisi che affonda le radici – prima ancora che nella politica – nella cultura e nella visione dell’uomo. A margine dell’incontro ha rilasciato una intervista a Andrea Mariotto e pubblicata su l’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

 

Grygiel Stanislaw, filosofo

Grygiel Stanislaw, filosofo

 

Professore, nel 2020 cade l’anniversario dei 40 anni dal primo sciopero di Solidarność, iniziato proprio nei cantieri navali di Danzica nel 1980, e proprio da lì è partita la rivoluzione. Che cosa può dire un’esperienza come quella all’Europa di oggi?

Solidarność consiste nel portare gli uni i pesi degli altri. Se posso dire così, è il modo in cui si vive nella famiglia che è communio personarum. Se l’Europa è famiglia delle nazioni, e io l’intendo così, allora anche in essa una nazione deve portare i pesi dell’altra nazione. Altrimenti non potremmo parlare della solidarność europea. Ed è alla luce di questa solidarność che la politica e l’economia europee dovrebbero essere intese e fatte. In tal modo, nel centro della vita dell’Europa si troverebbe la persona umana e, quindi, il matrimonio e la famiglia, perché è nella persona umana che essi avvengono. Nessuna nazione può imporre il proprio modo di vivere alle altre nazioni. Aiutare non significa comandare. Questa solidarność, e non gli interessi economici e politici, deve dare il contenuto e la forma alle forze di difesa dell’Europa.

 

Quali sono gli amici che sembrano nemici e i nemici che sembrano amici di questa Europa?

Da secoli l’Europa è minacciata dall’imperialismo russo ed anche da quello germanico. La geopolitica favorisce tra questi imperialismi una “collaborazione” che influisce in modo fatalmente micidiale sul destino dei Paesi che si trovano tra di essi. Per i polacchi il paradigma di questa “collaborazione” è stato il patto Ribbentrop-Molotov che permise sia a Hitler che a Stalin di aggredire la Polonia nel 1939 e commettere la sua quarta spartizione. Putin ha aggredito la Georgia, l’Ucraina ed è evidente che non gli basta. Oggi però il più grande nemico dell’Europa è l’Europa stessa. Essa odia la propria identità e illuminata dalla ragione innalzata alla dignità di Dea fa tutto il possibile, dalla rivoluzione francese alla rivoluzione bolscevica a quella sessuale più recente, per cancellare dalla memoria degli europei il legame ontologico con il Creatore, cosa che li renderebbe assolutamente liberi da ogni dovere, ma non da se stessi. Così potrebbero essere manipolati da quelli ai quali sarebbero sottomessi.

 

Non è che siamo deboli perché ogni nazione ha un’idea diversa di Europa? Come trovare una sintesi?

Siamo deboli, soprattutto debole è l’Unione Europea, perché essa è basata non sulla cultura che a sua volta non può essere fondata che sulla solidarność, ma sugli interessi economici e politici di allora. Jean Monnet, padre dell’Unione Europea, disse: “Se potessi cominciare adesso a costruire l’Unione Europea, non comincerei dal carbone e dall’acciaio, ma dalla cultura”. Dal carbone e dall’acciaio siamo passati al profumo e al sapone su di cui stiamo scivolando. L’avere, su cui è basata l’economia, sempre divide e provoca conflitti. Li provoca dentro di noi e proprio per questo siamo deboli. Ogni regno diviso crollerà. Oggi sono divisi i matrimoni, le famiglie, le nazioni e, di conseguenza, anche la Chiesa.

 

In Italia è recentemente tornata in voga la questione del crocifisso, che alcuni vorrebbero togliere dalle aule di scuola. In un momento come questo, in cui la cultura dell’Europa non c’è, il gesto di toglierlo non sarebbe come aiutare questa inconsapevolezza dell’Europa?

È proprio così. È un colpo micidiale inferto al cuore dell’Europa che è nata nell’Areopago, nella sua domanda sulla Verità e sul bene, a Gerusalemme nella profezia che questa domanda anticipa, e nella rivelazione di questa Verità sulla croce e nella tomba vuota. L’Europa è nata dalla domanda: “Chi è l’uomo?”. L’evento della croce ci dice che egli è persona. Possiamo comprenderla solo guardando l’uomo alla luce della Santissima Trinità. La persona è relazione, proprio indicata dall’idea della solidarność. Uccide l’Europa chi ne caccia via il nome “persona” che ogni uomo porta. La cosiddetta globalizzazione che oggi viene promulgata persino da tanti uomini della Chiesa, distrugge la persona, distrugge i matrimoni, le famiglie e le nazioni che nascono in essa.

 

Che differenza c’è tra uomo e persona?

Robinson Crusoe è uomo. La persona nasce in lui, quando egli incontra Venerdì e con lui inizia la vita comunionale. Ciascuno si presenta, mostrando l’altro. Venerdì si definisce con l’aiuto che trova in Robinson Crusoe e Robinson Crusoe si definisce con l’aiuto che trova in Venerdì. Gli uomini che si dicono l’uno all’altro “io sono te e tu sei me”, sono persone. L’uno diventa per l’altro la fonte dei doveri e dei diritti. Ciò esige da loro di essere dono. È possibile diventarlo, perché ciascuno di loro vive se stesso come dono fatto a lui stesso. Da chi? La risposta a questa domanda la devono adesso cercare ed aspettare insieme. Il bambino nel grembo materno è persona, poiché è concepito nell’amore della madre e del padre, e se anche loro lo dimenticassero, non lo dimenticherebbe mai Dio. In fin dei conti, ogni uomo è persona in quanto vive nella relazione con Dio che gli è presente dall’istante del concepimento.

 

Il 19 settembre il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione in cui comunismo e nazismo vengono equiparati. Cosa ne pensa e perché, secondo lei, ci sono state voci dissenzienti?

La mia esperienza del nazismo e del comunismo mi dice che essi sono mali addirittura primordiali contro la persona umana. Sia l’uno che l’altro sono prodotti dell’Illuminismo francese che al posto dovuto a Dio mise la ragione assolutamente libera. La ragione divinizzata non conosce limiti. Può dunque andare dappertutto e fare tutto che si vuole. Essa non tiene conto del reale. Chiusa in se stessa vi trova soltanto numeri ed è in essi che cerca l’aiuto conveniente. Tra l’uccidere l’altro, l’aborto, oppure l’eutanasia e il mangiare una pera non c’è alcuna differenza morale. Solo la libertà conta. Ma di chi? Nel rispondere a questa domanda sorgono le dittature di ogni genere. Le parole di Dostoewskij: “Se Dio non c’è, tutto è lecito”, costituiscono principio del funzionamento delle dittature. Le dittature funzionano da parassiti sulla miseria propria della solitudine degli uomini che non vivono come persone. In questo senso c’è una verità fondamentale nel detto “extra ecclesiam nulla salus”.

 

In Europa si troverebbe oggi qualcuno disposto ad ascoltare questi argomenti?

Supponiamo che io sia eletto al parlamento europeo e vada a Bruxelles. Non m’interesserebbe tanto se i padroni dell’Unione Europea sarebbero pronti ad ascoltarmi. M’interesserebbe piuttosto se io sarei pronto, cioè abbastanza coraggioso, a dire loro ciò che la coscienza morale mi obbliga a dire e a fare senza guardare alle possibilità di sopravvivervi. Tanti anni fa dissi al Papa san Giovanni Paolo II: “Lei dice cose vere, indispensabili perché gli uomini possano vivere nella dignità nell’armonia con se stessi. Ma quanti La ascoltano e comprendono da poter identificarsi con ciò che Lei dice?”. Mi rispose: “Alcune cose devono essere dette, anche se attualmente non vengono accettate. Siamo soltanto seminatori”. Il contadino coltiva la sua terra e la semina per il futuro nella speranza che la raccolta non lo deluderà.

 

Come si fa a parlare di fede oggi?

Penso che all’inizio bisogna far vedere la bellezza dell’affidarsi della persona a un’altra persona; del marito alla moglie e della moglie al marito, dei figli ai genitori e dei genitori ai figli, della nazione alla nazione. Alla fine, si arriva alla comprensione della bella verità della Chiesa e della fede di cui essa si nutre – la bellezza della fede in Cristo che è il Figlio del Dio vivente. L’affidamento inizia nell’incontro, come disse la vecchia veggente Diotima a Socrate nel “Simposio” di Platone: incontro dei bei corpi, poi dei bei pensieri e delle belle azioni che avvengono in questi corpi e alla fine in un istante che forse ci viene dato solo una volta nella vita, incontriamo la Bellezza stessa, che sempre e da ogni parte è bella. Proprio qui trovo l’origine della teologia del corpo che ci lasciato san Giovanni Paolo II che oggi molti nella Chiesa vogliono dimenticare. La post-modernità ha deformato il loro pensare e il loro volere.

 

Lei ha sperimentato il comunismo. Dopo la sua caduta è sembrato che l’uomo trovasse la situazione ideale per lo sviluppo, ma ci ritroviamo in una situazione in cui il bene comune è ancora meno perseguito a causa della promulgazione di leggi e modi di vivere contrari alla dignità dell’uomo.

Il comunismo e il nazismo come sistemi e come poteri politici sono stati distrutti (tranne in qualche Paese). Rimangono però, soprattutto in Occidente, coma forma mentis e forma voluntatis. Continuano allora a distruggere le persone, i matrimoni, le famiglie, le nazioni e la Chiesa attraverso la cultura. La situazione d’oggi è peggiore di quella in cui io ho vissuto. Io ho visto in faccia il nemico. Oggi il nemico dell’uomo è nascosto. La menzogna funziona come se fosse verità e persino molti cosiddetti uomini di Chiesa vivono nelle e delle parole falsificate, alcuni senza rendersene conto mentre altri, sapendo di essere ricattabili, mentono a loro stessi e agli altri. Cosa fare allora? Prima di tutto non mentire! E, quando è necessario, dare la testimonianza alla verità e lasciare che essa ci difenda. Non dimentichiamo che la verità accade in due. Lo sapeva anche Nietzsche che disse: Die Wahrheit wird in zwei.

 

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Video dell’intervento del prof. Stanislaw Grygiel, che ha aperto il ciclo autunnale di incontri 2019 per la Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa.

 




La civiltà europea può sopravvivere senza il cristianesimo?

Partendo dalla notizia che in Irlanda studiare Storia verrà reso obbligatorio nei primi tre anni delle scuole secondarie l’autore di questo articolo apparso sull’Irish Time, sostiene che ci sarebbero ottime ragioni per rendere obbligatoria anche l’educazione religiosa per studiare le differenze tra le varie religioni del mondo con quella Cristiana e, a questo proposito, intervista Tom Holland, un rinomato storico britannico che è stato contestato e minacciato per un documentario sull’Islam. Essendo stato accusato di aver usato un “doppio standard” rispetto al proprio retroterra culturale si era reso conto di ritrovarsi, senza averci mai davvero riflettuto davvero, “in una sorta di prospettiva liberale, agnostica e atea che riteneva che la mia eredità morale e tutto il resto derivassero dalla Grecia, da Roma e dall’Illuminismo. Mi sono reso conto che questo era il mio mito”.

In questa intervista, quindi, hanno parlato del suo ultimo libro “Dominion: The Making of the Western Mind” (“Dominio: la creazione del pensiero occidentale”, n.d.t.) in cui lo storico si interroga non solo sulla diffusa mancanza di conoscenza delle origini dei nostri valori, ma, ancora più significativamente, sulla altrettanto diffusa carenza di strumenti filosofici che possano essere usati per verificare quali credenze morali siano più credibili di altre.

Erudito ma molto divertente, Dominion intreccia aneddoti storici con analisi filosofiche rendendo chiaro che non si può capire la situazione odierna del mondo senza apprezzare la nostra eredità cristiana: “In pratica, seguire il filo nel labirinto mi ha riportato al Cristianesimo”.

Ed ecco l’intervista.

               (introduzione e traduzione a cura di Annarosa Rossetto)

Europa e Cristianesimo

Europa e Cristianesimo (foto da Il Cattolico.it)

 

Possiamo capire la nostra Storia senza capire il Cristianesimo?

Tom Holland: “Molto tempo fa sono giunto alla conclusione che il modo tripartito in cui la storia è divisa tra antichità, Medioevo e modernità è [inaccurato] … La vera divisione è la trasformazione del mondo classico in mondo cristiano non solo nella morale e nell’etica ma quasi in tutto ciò che oggi diamo per scontato.

“Come noi concepiamo le relazioni sessuali, la natura della famiglia, la nostra capacità di comprendere i tempi antichi, persino la natura della Fede e dell’incredulità: tutte queste cose sono interamente valutate attraverso una specie di filtro cristiano. E anche il modo in cui guardiamo alla filosofia classica, è attraverso uno sguardo cristiano”.

 

Lei dice che il Cristianesimo ha raggiunto un punto in cui “non ha bisogno di autentici Cristiani perché i suoi presupposti continuino a prosperare”. Quanto può durare?

“Questa è la domanda che Nietzsche pone. E la sua potenza come critico del Cristianesimo deriva dal fatto che non è come un [Richard] Dawkins, che sostanzialmente rimane nella sua morale ed etica come Cristiano – continuando a pensare che tutti gli esseri umani siano essenzialmente uguali e che i forti abbiano un dovere di cura verso i deboli.

“Nietzsche odia il Cristianesimo proprio per quegli argomenti, e in un modo distorto, volgare e imbastardito, questo ha alimentato il nazismo.

“Tale è stato lo shock di quell’esperienza che l’Europa ha subito, che tutto ciò che abbiamo dovuto fare per 70 anni, se volevamo sapere cosa era giusto, è stato guardare ai Nazisti e fare il contrario. Quindi, in un certo senso, il Nazismo è diventato una sorta di ombra che ci dice che non abbiamo bisogno del Cristianesimo.

“Ma penso che questo effetto ora stia svanendo e il fatto che sia diventato quasi un argomento di scherno – si definisce qualcuno “nazista” quando non si è d’accordo con lui – lo dimostra. E questo fa sorgere la domanda: quale terreno di coltura abbiamo per far germogliare queste idee? ”

 

Che ne dice della storia come terreno di coltura? Non possiamo semplicemente imparare le lezioni della storia?

“Ma quali lezioni? Hitler ha studiato storia. Tutti studiano la storia e tutti traggono conclusioni opposte.

“L’argomento secondo cui basterebbe studiare la storia fa sorgere molte domande. Chi può dire qual è il lato giusto della storia? La questione del cristianesimo è che in realtà fornisce un enorme insieme di determinanti morali e una sorta di nucleo mitico. Ma, naturalmente, non tutti i cristiani sono d’accordo tra loro ”.

 

Il nuovo Commissario Europeo Ursula von der Leyen è stata criticata per aver alluso alle radici cristiane dell’Europa. Ma non era una cosa fondata riconoscerle?

“Nel libro scrivo sulla crisi dei rifugiati attraverso il prisma di Merkel e Orbán che rappresentano le tensioni decisive del cristianesimo. La Merkel è ovviamente espressione del Buon Samaritano, l’idea che ci si dovrebbe prendere cura di tutti, ma Orbán – che guida un paese che per molti secoli è stato occupato dagli Ottomani – sostiene che se lo si farà, il Cristianesimo sparirà. Questa è sempre stata una tensione nel cuore del Cristianesimo sin dall’inizio.

“Ma c’è anche un’ulteriore tensione nel fatto che l’idea fondante della tolleranza europea si basa sull’idea che esista qualcosa chiamata laicità. E la nozione di laico è qualcosa di molto tipico del cristianesimo ed è emersa nel corso di molti secoli di evoluzione ed è radicata teologicamente. Ma laicità si è laicizzata.

“La maggior parte della gente dimentica che è un’idea tipicamente cristiana e non è per nulla neutra perché obbliga i musulmani, gli ebrei, gli indù e chiunque a modificare la propria percezione di loro stessi per adattarsi a questo modello. E loro sono molto più pronti a farlo se sentono che la laicità è, come dicono i suoi propagandisti, neutra – una specie di direttore d’orchestra. Ma se la gente dice che devi diventare “laico”, ed essere “cristianizzato” da questo processo, è molto meno probabile che lo voglia fare.

“È un problema perché da un lato è assolutamente vero che essere laici è profondamente cristiano, e in tale misura se le persone di origini non cristiane vogliono diventare cittadini dei paesi europei devono diventare più “cristianizzati”, come lo sono gli Ebrei dal tempo della rivoluzione francese. Lo stesso effetto erosivo dell’ambiente è sperimentato oggi dai musulmani.

“Ma ad essere onesti, bisogna dire che non sono molto propensi. Quindi penso che l’Europa sia fortemente in imbarazzo su questa questione.”.

 

Non si riesce a trovare una difesa della laicità nelle altre religioni?

“Beh, l’idea stessa di una religione è un’idea cristiana. La religione in qualsiasi lingua europea non è una parola neutra. E in Inglese ha subito una sorta di semplificazione protestante, quindi ha un effetto erosivo persino sui cattolici.

“I cattolici sono diventati nel complesso più protestanti quanto più hanno accettato quella cosa chiamata “Stato laico”, e penso che ciò sia in parte quello che è successo in Irlanda. Penso che l’Irlanda sia diventata culturalmente molto più protestante negli ultimi 20 anni ”.

 

Il predecessore di Papa Francesco, Benedetto XVI si oppose strenuamente al laicismo. Allora c’era una logica nella sua posizione?

“Sì, Benedetto era ovviamente uno studioso geniale che ha visto molto, molto chiaramente le implicazioni di ciò. E penso che consideri correttamente il laicismo una sorta di eresia protestante. Penso che il laicismo sia il punto di arrivo logico del Protestantesimo. ”

 

Lei sostiene che una minaccia comune in tutta la civiltà occidentale è la “reformatio” – l’ideale cristiano secondo cui la società può rinascere o purificarsi. Ne vedi una tensione in Brexit?

“Qualcosa come la Brexit è spiegato fondamentalmente dalle ansie geo-politiche ed è una specie di relazione conflittuale con il continente, ma è assolutamente mediata dalla religione.

“L’idea fondante dell’Inghilterra – che gli Inglesi sono in qualche modo un popolo eletto che Beda [il monaco dell’VIII secolo] formula per primo e che durante la Riforma è stato rivitalizzato come protestantesimo confessionale – è svanita ma penso che in qualche modo ne rimanga una traccia nell’immaginario della gente. E penso che lo stesso valga per le persone in Scozia … [dove] il protestantesimo è espresso nell’Alleanza (petizione che nel 1930 chiedeva una sorta di indipendenza legislativa per la Scozia, ndt), l’idea che gli Scozzesi siano in qualche modo una specie di popolo eletto rispetto ai carnai di quella Babilonia che è il Sud del paese.

“Penso che in Irlanda sia leggermente diverso perché il declino della religione confessionale è stato molto più precipitoso. . . ma si potrebbe dire che gli Irlandesi non sono diventati protestanti perché lo hanno fatto gli Inglesi.”

 

 

Chiedi a un saggio:

Domanda: quale dovrebbe essere la legge numero uno nella tua vita?

Gesù risponde (in Matteo 7:12): “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te” (la cosiddetta regola d’oro dell’etica).

Confucio risponde (nei Dialoghi): “Non imporre mai agli altri ciò che non sceglieresti per te stesso ”  (la cosiddetta regola d’argento dell’etica).

 

 




Scriveva Cioran: «Vorrei che l’Europa sparisse al più presto e che ne svanisse il ricordo»

La profezia non è solo dei consacrati, ma proviene – a volte – da chi ignora e rigetta qualsiasi idea di Provvidenza. Il filosofo rumeno Emil Cioran (1911-1995) ha elencato, con largo anticipo, i mali del vecchio continente e ne ha prospettato la dissoluzione, tra l’indolenza delle masse e la mediocrità di chi avrebbe dovuto intervenire.

 

Emil Cioran, filosofo rumeno

Emil Cioran, filosofo rumeno

 

di Silvio Brachetta

 

Già nel 1956, Emil Cioran intonava il suo canto del cigno per l’Europa moribonda. È pura profezia, quella che filtra dalle pagine del suo libro La tentazione di essere (Adelphi, 1984). Notevole è pure il titolo del capitolo in questione: “Su una civiltà esausta”. Cioran è del tutto esplicito:

«Se anche non avessi mai intuito l’irreparabile, un rapido sguardo all’Europa sarebbe bastato a farmene provare il brivido. Preservandomi dal vago, essa giustifica, attizza e lusinga i miei terrori, ricopre per me la funzione assegnata al cadavere nella meditazione del monaco».

Il filosofo rumeno non parla di crisi, ma di situazione «irreparabile». Non difficile, «irreparabile» – umanamente, da scettico qual’era. Predice, con più di mezzo secolo d’anticipo, l’invasione immigratoria:

«Non tutto è perduto: restano i barbari. Da dove emergeranno? Non importa. Per il momento, ricordiamoci che presto si metteranno in marcia, e che, pur preparandosi a festeggiare la nostra rovina, meditano sui mezzi per risanarci, per porre termine al nostro raziocinare e ai nostri sproloqui.

Nell’umiliarci, nel calpestarci, ci conferiranno energia sufficiente per aiutarci a morire, o a rinascere. Che vengano a sferzare il nostro pallore, a rinvigorire le nostre ombre, che ci riportino la linfa che ci ha abbandonati».

I barbari alle porte, dunque, come del resto cantava il poeta Konstantinos Kavafis, in Aspettando i barbari:

«[…] Perché mai tanta inerzia nel Senato?

E perché i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari.

Che leggi devon fare i senatori?

Quando verranno le faranno i barbari. […]»

Cioran ha la stessa sensazione d’inerzia, di colpevole apatia da parte degli europei, incapaci ormai di aggregarsi o federarsi contro chi attenta alla civiltà, all’ordine:

«Avvizziti, esangui, non possiamo reagire contro la fatalità: gli agonizzanti non si coalizzano né si ammutinano. Come contare sul risveglio, sulle collere dell’Europa? La sua sorte e persino le sue rivolte sono decise altrove.

Stanca di durare, d’intrattenersi ancora con se stessa, l’Europa è un vuoto verso il quale muoveranno ben presto le steppe… un altro vuoto, un vuoto nuovo».

Vi è, anzi, un potere che rema contro – «La sua sorte e persino le sue rivolte sono decise altrove» – del quale oggi conosciamo i connotati e che smantella due millenni di giudeo-cristianesimo, comodamente assiso sugli scranni di Strasburgo e di Bruxelles.

Nessuno è in grado d’intervenire, immobilizzato nella paralisi, poiché «l’Europa è un vuoto», contro cui «muoveranno ben presto le steppe», magari camuffate dietro l’innocua via cinese della seta.

Su tutto questo Cioran ci va giù pesante. E preconizza:

«Quando passo in rassegna i meriti dell’Europa, mi intenerisco e me ne voglio per tutto il male che ne dico; se, invece, enumero i suoi punti deboli una rabbia mi scuote. Vorrei allora che sparisse al più presto e che ne svanisse il ricordo. Ma altre volte, nell’evocarne e gli onori e le vergogne, non so verso quali inclinare: la amo con rimpianto, la amo con ferocia, e non le perdono di avermi costretto a dei sentimenti tra i quali non mi è consentito scegliere.

Se almeno potessi starmene indifferente a guardare la delicatezza, le attrattive delle sue piaghe! Per gioco ho aspirato a crollare con lei, e a questo gioco mi sono appassionato. Nessuno sforzo mi è sembrato troppo grande per riappropriarmi della grazia che fu sua e di cui conserva ancora alcune tracce, per riviverla, per perpetuarne il segreto. Vana fatica! – Un uomo delle caverne impigliato in merletti…»

Terribile e impietoso, il filosofo confessa quindi il suo stato d’animo nei confronti del vecchio continente: «Vorrei allora che sparisse al più presto e che ne svanisse il ricordo». Nel 1956. Prima di ogni immigrazione di massa. Prima di Strasburgo e Bruxelles. Prima del Sessantotto. Prima della dittatura radicale e progressista. Prima del gender e del pansessualismo. Prima, tra l’altro, del Concilio Vaticano II.

 

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La Speranza di Benedetto XVI per l’Europa

In questo articolo pubblicato su Catholic Herald, Francis Phillips riflette su un libro rieditato di Joseph Ratzinger che raccoglie un ciclo di conferenze sulla crisi dell’Europa. Eccolo nella traduzione di Riccardo Zenobi.

 

Card. Joseph Ratzinger (Gettyimages)

Card. Joseph Ratzinger (Gettyimages)

 

Ignatius Press ha rieditato un libro del 2007 dell’allora cardinale Ratzinger, intitolato Cultura Occidentale. In questa collezione di conferenze, il cardinale, ora Papa Emerito Benedetto XVI, analizza dove pensa l’Europa abbia perso la sua strada: “rifiutando la sua religione e i fondamenti morali” ha inaugurato un “mondo post-europeo tecnologico secolare”. “L’identità, la cultura e la fede” dell’Europa è giunta alla fine, come l’Impero Romano “non ha più alcuna energia vitale di per sé”.

Nessuno che controlli la scena europea negli anni da quando il cardinale Ratzinger ha scritto il suo libro sarà in disaccordo con tale analisi. Il furore in questo paese negli ultimi tre anni sulla Brexit non deve distrarci da questa verità sottostante. Anche se la Gran Bretagna riprenderà la sua sovranità dalla UE, sperimenteremo ancora in questo paese, come George Weigel scrive nella prefazione al libro, “l’uso della fora coercitiva statale per imporre una morale e un ordine relativistico a tutta la società”.

Ciononostante, dietro la triste analisi di Ratzinger, c’è un piccolo frammento di speranza: citando la visione di Arnold Toynbee che “il destino di una società dipende sempre dalle minoranze creative”, sottolinea che i “credenti cristiani” sono “una di queste minoranze creative”. Come sempre, è lievito, la luce non nascosta sotto il moggio che provvede la forza spirituale per rinnovamento e cambiamento.

Ciò mi viene suggerito con forza guardando l’intervista YouTube tra Michael Voris di Church Militant e The Vortex con un giovane austriaco, Alexander Tschugguel, 26enne di Vienna. Quest’ultimo è giunto alla notorietà ammettendo pubblicamente che era uno degli uomini che ha preso le controverse statuette tribali brasiliane della Pachamama da Santa Maria in Traspontina e le ha gettate nel Tevere. Queste statuette, emblema del recente Sinodo Amazzonico, hanno scandalizzato molto cattolici che li vedono semplicemente come simboli pagani. Alexander non è solo nella sua convinzione che non dovevano essere messe né in Vaticano né in una chiesa dedicata a Nostra Signora.

Ciò che mi ha colpito nel sentire questo giovane – ha detto che ha fatto l’esperienza della conversione 10 anni fa – è che si tratta di un cattolico impegnato e passionale del tipo che a cui il cardinale Ratzinger allude nel suo libro; ossia, non solo fedele a credenze private e devozioni ma determinato a fare una differenza nell’arena pubblica. Con grande charme Tschugguel ha difeso la sua azione senza esitazioni, nonostante il Vaticano chiami lui e i suoi amici “ladri”. Affermando che “Noi obbediamo solo a Nostro Signore e Salvatore”, ha sottolineato, “Vogliamo essere cattolici. Siamo una Chiesa missionaria”, aggiungendo “Vogliamo incoraggiare il buon clero” – infatti, “Vogliamo essere cattolici in pubblico”.

Per questo fine, Alexander e i suoi amici, tutti giovani e appassionati cattolici, hanno fondato l’Istituto Bonifacio per sostenere la fede in fronte al determinato relativismo morale dell’Europa. San Bonifacio, martirizzato in Frisia nel 754 e conosciuto come “Apostolo dei Germani”, è noto per aver preso un’ascia e abbattuto una quercia sacra venerata dalle tribù pagane del nord della Germania. Il parallelo con questo gruppo di giovani germanofoni austriaci che prendono statue pagane e le gettano nel Tevere non sarà sfuggito ai commentatori.

Alexander assicura i visualizzatori che “L’Europa non è persa”. Per lui le glorie della cultura cristiana dell’Europa sono qui per essere rivivificate: “Non visitate l’Europa solo come turisti” fa appello; “Parlate! Non perdete speranza nell’Europa. Abbiamo una meravigliosa eredità cattolica. Lottiamo per essa!”. In maniera inconsueta per qualcuno della sua età, avvisa, “Pregate molti rosari”, ricordandoci che “Noi cattolici abbiamo la più grande cosa da dare alle altre persone – la speranza del Paradiso”.




Mons. Negri: “Noi come i primi cristiani, non abbiamo il problema di convincere nessuno. Abbiamo il problema di essere solo quello che Dio ci ha reso”.

Mons. Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, il 7 Novembre, a Cagliari, ha partecipato al convegno dal titolo: “Ripensare l’Europa tra Civiltà e Pensiero Dominante, Quali Sfide per L’Uomo di Oggi”. Ha tenuto il suo intervento dopo la mia relazione. E’ una profonda testimonianza di un uomo di grande fede. Per questo, ritengo opportuno proporla ai lettori di questo blog. 

Avv. Gianfranco Amato

 

Mons. Luigi Negri

Mons. Luigi Negri

 

di Luigi Negri

 

La grandezza della testimonianza che ci è stata data ci esime dal fare discorsi.

Ci sono momenti, come questo, in cui non si devono fare discorsi. Si deve semplicemente accogliere una presenza che corrisponde al senso profondo della nostra vita.

Può trattarsi di una presenza qualsiasi nel grande concerto dell’esistenza in cui l’uomo vive. Può trattarsi della presenza di una persona che non ha particolare rilievo, ma che quando parla mette a nudo la mia umanità.

Questa è l’autorevolezza di Dio. Chiunque parlando, dando testimonianza della sua vita, mette me in condizione di ritrovare la ragione ultima del mio vivere, del mio esistere, mi pone nella condizione di capire che la vita non è riconducibile a nessun calcolo, a nessun tipo di calcolo: intellettuale, positivo, biologico, affettivo, sessuale, politico, sociale. La vita non è una serie di calcoli, per cui funziona se il calcolo va bene, e non ha più valore se il calcolo va male.

Questa testimonianza afferma una grande verità, che la ragione umana, ancor prima della Chiesa, ha intuito e vissuto, ossia che, come diceva il grande Pascal, l’uomo supera infinitamente l’uomo. L’uomo è infinito nelle dimensioni che costituiscono il suo cuore. L’uomo va verso l’infinito. Non ci potrà essere nessuna meta umana, nessun obiettivo umano, nessun ideale umano capace di corrispondere veramente alla sua esistenza. Illusione e delusione si alternano in una vita non illuminata da Dio. Una vita senza Dio è meschina, triste. Perché è una vita che non ha senso e rotola insensibilmente, quasi senza consapevolezza, da un’origine strana e inconcepibile ad una fine obbiettivamente negativa.

Spetta a chi percepisce la forza della sua umanità, a chi si sente chiamato a percorrere la strada che va verso l’Assoluto, accompagnarsi ad altri amici, perché così la ricerca è meno faticosa, è meno solitaria, è meno rischiosa. Questo vale soprattutto per coloro che hanno incontrato il Mistero che si è fatto carne e storia, che si è fatto presenza, che si è fatto presenza reale e storica dell’uomo Gesù Cristo. Occorre che i cristiani percepiscano la loro responsabilità non soltanto verso se stessi ma verso tutto il mondo.

Noi aspettiamo più che mai che la Chiesa diventi un fatto di vita, per pochi o per tanti non importa. Che diventi un fatto di vita per alcuni e che questi alcuni sappiano testimoniarlo ad altri, i quali, investiti da questa testimonianza, credano e affidino la loro stessa certezza ad altri. Questo genera un movimento di fede che va da cuore a cuore, come diceva il Santo Cardinale Newman. Che va da cuore a cuore e, come ha detto il Concilio, si diffonde con urgenza.

Se abbiamo davvero incontrato il Mistero della verità della nostra vita nell’esperienza di Cristo e della Chiesa, allora dobbiamo saper essere testimoni veri di tale incontro difronte a tutto il mondo, senza alcuna riduzione, senza alcuna discriminazione, perché il nostro compito è portare a tutti quella verità, quella libertà e quella bellezza che l’uomo desidera ma non può darsi con le sue mani. Noi la diamo a tutti gli uomini non perché l’abbiamo costruita con le nostre mani, ma perché le nostre mani povere come quelle di tutti gli altri sono state colmate di una certezza e di una verità che ha travolto la nostra vita, e l’ha messa al servizio di tutti i nostri fratelli uomini, fino agli estremi confini del mondo.

Noi come i primi cristiani, non abbiamo il problema di convincere nessuno. Abbiamo il problema di essere, solo di essere quello che siamo, quello che Dio ci ha reso. E Lui ci ha reso quello che siamo stati capaci di essere, perché abbiamo risposto come abbiamo potuto, e Dio che è Padre non ragiona come tante volte fanno i padri normali quando iniziano a fare i conti. Un Padre non calcola la vita di un figlio. Un Padre non fa i conti alla vita del figlio. Un Padre accompagna il figlio nella grande avventura della vita e quando lo ha portato all’inizio di questa avventura, la sua grandezza non sta nel lasciarlo solo, ma nello staccarsi in maniera quasi impercettibile, segnando una distanza che non verrà mai più colmata nella vita, perché lo stesso figlio, in forza di tutto quello che ha ricevuto, deve misurarsi lui con la vita. Questa è la tradizione in cui siamo nati.

Non so se vi siate accorti, ma quella che è stata scritta oggi fra di noi è un’immagine di nuova bellezza. È davvero un bene che la vita con tutta la sua fatica possa essere vissuta ed offerta.

È una bellezza che non vuole superare la grande bellezza delle magnifiche costruzioni romaniche o gotiche, che non si mette in competizione con niente, ma è una bellezza che nasce dalla certezza che si sta creando un mondo nuovo e bello, faticoso ma nuovo e bello, come diceva Papa Benedetto. Una vita è bella perché è faticosa ed è faticosa perché è bella.

E questa bellezza nuova non esorcizza la fatica, non elimina il dolore, non elide la contraddizione, perché si fa carico di tutto, con la certezza che ogni creatura di Dio è buona, come diceva Sant’Agostino nella Città di Dio (XI, 22), ogni vita è buona perché nasce da Dio ed entra nella storia per affermare la sua appartenenza a Dio, vivendo in modo nuovo la vita, mangiando e bevendo, vegliando e dormendo, vivendo e morendo non per se stessi, non secondo le misure della propria intelligenza umana ma secondo Colui che è morto ed è risorto per noi.

 

+Luigi Negri

       (Vescovo emerito di Ferrara-Comacchio)

 

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Solo una cultura radicata nel sacro è in grado di sostenere a lungo termine una persona o una società umana”

“L’Europa è vecchia, decrepita e sofferente per la stanchezza, come se avesse la consapevolezza che la sua vita stia volgendo alla fine. Gli europei fanno meno figli, oppressi dalla vergogna, dal senso di colpa, dalla paura. Alla radice, questo è un malessere spirituale, una malinconia dell’anima in un’epoca in cui all’anima si crede poco”. 

John Waters, scrittore e giornalista irlandese, così inzia la sua interessante recensione, pubblicata su First Thing, dell’ultimo libro dello scrittore Michel Houellebecq che vi presentiamo nella traduzione di Elisa Brighenti.

Michel Houellebecq

Michel Houellebecq, scrittore

 

Houellebecq e la morte dell’Europa

 

L’Europa è vecchia, decrepita e sofferente per la stanchezza, come se avesse la consapevolezza che la sua vita stia volgendo alla fine. Gli europei fanno meno figli, oppressi dalla vergogna, dal senso di colpa, dalla paura. Alla radice, questo è un malessere spirituale, una malinconia dell’anima in un’epoca in cui all’anima si crede poco.

Quasi tutti sembrano avvertire che ci stiamo dirigendo verso i confini di un dirupo. Forse non siamo d’accordo su cosa intendiamo con questo, ma sentiamo che una catastrofe di qualche tipo – esistenziale, ecologica, demografica o derivante da qualche incerta bellicosità -sia proprio dietro l’angolo. E abbiamo la sensazione che, quando arriverà, avrà il sapore di un’autodistruzione ostinata.

La caratteristica distintiva dell’epoca attuale è data dal desiderio di sovvertire e distruggere le istituzioni, le tradizioni e le credenze, che sono confluite nella civiltà Occidentale. Questa iconoclastia è realizzata nel nome della libertà, ma accompagnata da un abbandono inconscio della forza vitale. La grande massa dell’umanità occidentale sembra contenta di abbandonare le idee che costituivano il cuore della sua civiltà fin dall’inizio.

In un articolo di Harper di gennaio dal titolo “Donald Trump è un buon presidente”, il romanziere francese Michel Houellebecq scrive:

E’ mia convinzione che in Europa non abbiamo né una lingua comune, né valori comuni, né interessi comuni, che, in una parola, l’Europa non esiste, e che non costituirà mai un popolo o non sosterrà mai una possibile democrazia (vedi l’etimologia del termine), semplicemente perché non vuole costituire un popolo. Insomma, l’Europa è solo un’idea stupida che si è gradualmente trasformata in un brutto sogno, da cui alla fine ci sveglieremo.

Con “Europa” qui Houellebecq intende chiaramente “l’Unione Europea”, ma sta anche dicendo altro: una civiltà di successo non equivale necessariamente a una democrazia di successo o “popolo”. L’Europa è stata la fonte della più grande civiltà che il mondo abbia mai visto, ma questo non garantisce che i suoi elementi disparati possano essere politicamente uniti – e cercare che questo avvenga può annullare tutto. Questo è il tema di Houellebecq, più o meno: la strana morte di un’Europa che non è mai esistita veramente. Muore una civiltà, dice Florent-Claude Labrouste, protagonista dell’ultimo romanzo di Houellebecq, Serotonin, “senza preoccupazioni o pericolo o drammaticità e con pochissima carneficina; una civiltà muore solo di stanchezza, per il disgusto di se stessa”.

I desideri dei personaggi di Houellebecq – generalmente uomini in menopausa e alienati – hanno fatto esplodere le riserve della loro umanità. Questi uomini non sanno cosa fare di se stessi. Nella cultura contemporanea, non possono diventare vittime, sono incapaci di incitare alla pietà o all’empatia, e non hanno nessuno da incolpare se non se stessi.

È stato osservato che assomigliano sempre all’autore stesso. Si sentono reali, ma sono creature della cultura più che individui spinti da particolari strutture genetiche, storie o motivazioni. Per lo più si trascinano in una patologia generale, segregata nella noia e dalla mancanza di aspettative. Occasionalmente, cedono al dolore causato dalla nostalgia per qualcosa che a malapena ricordano. Nel loro svelamento, questi personaggi rendono visibile la macabra realtà del mondo che l’uomo ha prodotto, per opera della sua determinazione a diventare il dio di se stesso, anche se Houellebecq potrebbe non esprimerlo in questi termini.

Alcuni cristiani sono ostili a Houellebecq e alle sue opere, poiché i suoi libri contengono fornicazione, bestialità, pedofilia, droga e altre varie dissolutezze . Questo è innegabile, ma non significa che Houellebecq non stia dalla parte degli angeli. Egli è risolutamente dalla parte della ricerca umana e della speranza. Affronta grandi temi – l’Islam, il transumanesimo, il consumismo sessuale, la clonazione, l’edonismo post anni sessanta – ma sempre come sfondo al suo studio dello spostamento degli esseri umani nel tempo e nello spazio. A volte viene frainteso perché il suo lavoro è l’antitesi del politicamente corretto, in quanto rappresenta un mondo crudo e senza filtri.

Houellebecq scrive della delusione, tristezza, solitudine, angoscia, terrore, noia e disperazione imposte da una cultura inadatta alla presenza dell’uomo. Parla della libertà che ha cavalcato dagli anni Sessanta e che ha difeso in nome del progresso. Richiama un mondo malato, lasciando il lettore nella repulsione e nel turbamento, ma anche sollevato, perché finalmente viene detta la verità. Egli non suscita false speranze, ma presenta i suoi personaggi in extremis, all’interno di una cultura in collasso, non essendo il senso dell’umano più in grado di estendersi nello spazio che resta a disposizione. Ma nel mentre, c’è un confronto implicito e inaspettato: che qualcosa di meglio sia possibile – qualcosa che può essere esistito una volta, forse un ricordo nel profondo dei recessi della mente del lettore.

Parte del processo di “godere” di un romanzo è questo stato di confronto speculativo, tra le nostre singole vite e quelle di cui stiamo leggendo. Questo può assumere la forma di identificazione, invidia, empatia o gioia. Può essere ciò che rende il romanzo una misteriosa fonte di soddisfazione, anche ora, quando la realtà minaccia di lavare via ogni innovazione con un ghigno. Con la maggior parte degli scrittori, i confronti sono personali; con Houellebecq, sono invece sociali, nel senso in cui Arthur Miller ne ha parlato, essendo tutti i giochi sociali: coinvolgono una comunità in un viaggio che la porterà a comprendersi per tutta la durata.

Per il suo libro del 2011 The Map and the Territory, Houellebecq ha creato un personaggio chiamato Michel Houellebecq, uno scrittore. L'”eroe” del libro, Jed, un pittore, visita il famoso romanziere per presentargli il suo ritratto. Mentre Houellebecq prepara il pasto, Jed esamina gli scaffali della libreria e resta

sorpreso dallo scarso numero di romanzi classici . Tuttavia, c’era un numero sorprendente di libri di riformatori sociali del XIX secolo: i più noti, come Marx, Proudhon, Owen, Carlyle, così come altri i cui nomi non significano nulla per lui.

Houellebecq non si legge come un semplice o confortante romanziere, ma come qualcuno che ha adottato una forma sempre più ridondante per dire cose che altrimenti non possono essere ascoltate. Non scrive racconti ricreativi, né sedativi a forma di libro. Una sorta di reporter investigativo che riferisce verità piuttosto che fatti, è un Hunter S. Thompson in retromarcia, lo scriba capo della controcultura, il Grande Gonzo della Verità, quello pronto a descrivere le profondità del degrado e della disperazione a cui il libertinaggio e il nichilismo ci hanno trascinato. I suoi libri sono documenti investigativi del declino umano, ai quali capita di assumere la forma di storie.

La serotonina può riguardare la possibilità di felicità o le illusioni che riteniamo relative a tale possibilità. L’amore era tutto ciò che c’era, credeva Florent un tempo. L’amore era tutto, un sogno in cui nasconderti. “Il mondo esterno era duro, spietato verso i deboli e quasi mai ha mantenuto le sue promesse, e l’amore è rimasto l’unica cosa in cui si potrebbe ancora, forse, avere fede”.
Cerca di riconquistare una delle due donne che crede di aver amato, che “avrebbe potuto rendere felice”. Contempla per un po’ l’ipotesi dell’omicidio di un innocente per recuperare ciò che ha perso. Anni fa, avrebbe potuto chiedere a una di quelle amanti, Camille, di sposarlo, ma lo “spirito del tempo” si era opposto.
Non ero stato formattato per una proposta del genere, non faceva parte del mio software; ero un uomo moderno e per me, come per tutti i miei contemporanei, la carriera professionale di una donna era qualcosa che doveva essere rispettata sopra ogni altra cosa: era un criterio ovvio, significava superare la barbarie e lasciare il Medioevo.
Un momento di indubbia follia gli consente di percepire che ciò che spera è impossibile. Si rende conto che “non sarebbe riuscito a modificare il corso delle cose, che il meccanismo di infelicità era il più forte di tutti, che non avrei mai più riconquistato Camille e che saremmo morti da soli, infelici e soli, ognuno nel nostro modo.”
La felicità oggi, osserva lungo la strada, “non è altro che un vecchio sogno, le condizioni passate per la sua esistenza semplicemente non vengono più soddisfatte”. Questa potrebbe essere la meditazione centrale di Serotonina: il tempo ha giocato brutti scherzi che ci portano a inseguire cose che non possono condurci dove portavano una volta .
Solo una cultura radicata nel sacro è in grado di sostenere a lungo termine una persona o una società umana. Houellebecq lo capisce, anche se lotta con la conoscenza. Anche se non ne è molto convinto, organizza lo sguardo attorno al percorso umano, per vedere se c’è un punto in cui il disordine che l’uomo ha prodotto davanti alla propria porta, costringerà il suo desiderio verso percorsi differenti.
Houellebecq è un testimone vitale di un tempo che è, come direbbe Flannery O’Connor, “ossessionato da Cristo”: la logica, la ragione e il razionalismo insistono sul fatto che la storia fondante della sua civiltà sia impossibile, non plausibile e altro, ma il suo cuore vuole ancora che sia altrimenti. Inoltre, la sua società, la società emblematica di Florent, si vive segretamente allo stesso modo, ma inutilmente. Ciò che la storia garantisce è stato indispensabile, la ragione dell’uomo moderno non lo permetterà. Incapace di rimettersi in gioco, l’umanità sacrifica i guadagni derivanti da quella che è diventata una grande confabulazione, la più bella menzogna della storia. L’Europa tramonta perché, per il suo stesso bene, non sa ammettere di essere troppo intelligente
“Dio è uno sceneggiatore mediocre”, dichiara Florent, “questa è la convinzione che quasi cinquant’anni di vita mi hanno permesso di raggiungere, e più in generale Dio è mediocre: l’intera sua creazione porta il segno dell’approssimazione e del fallimento, quando non lo è la cattiveria pura e semplice. ”
Ma più tardi, dopo essersi condannato, mentre si prepara intensamente alla propria fine, diventa un uomo nuovo.
Dio si prende cura di noi; ci pensa ogni minuto e ci dà istruzioni che a volte sono molto precise. Quelle ondate d’amore che invadono il nostro cuore e ci tolgono il respiro – quelle illuminazioni, quelle estasi, inspiegabili se consideriamo la nostra natura biologica, il nostro status di semplici primati – sono segni estremamente chiari.
La morte di Dio è vera solo in questo mondo; quando non riusciamo più nemmeno a vivere, perde il suo valore. Quindi potremmo avere una possibilità. Forse la ragione per cui l’Europa sembra recentemente intenzionata all’autodistruzione è che questa è l’unica via di ritorno al significato ai cui suoi ultimi possono accedere.

 

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Alain Finkielkraut: “L’Europa è una civiltà che deve essere preservata”

Una interessante intervista ad Alain Finkielkraut, filosofo, giornalista e opinionista politico francese, che parla dell’importanza di preservare l’identità dei popoli europei. L’intervista è stata pubblicata su Letemps.ch e noi ve la proponiamo nella traduzione di Elisa Brighenti.

Alain Finkielkraut

Alain Finkielkraut

 

Nel suo ultimo libro, “In prima persona”, Alain Finkielkraut  risponde a coloro che lo definiscono un reazionario. Un’opportunità per intervistare il filosofo, già direttore della rivista “Le Messager européen”, sugli ultimi trent’anni, durante i quali la globalizzazione sfrenata ha infranto le vecchie barriere  sovietiche dell’Europa dell’Est.

Alain Finkielkraut si stabilisce sul retro , nel salone delle Edizioni Gallimard, per le quali dirige, tra il 1990 e il 1996, la rivista Le Messager européen. Una sgradevole pioggia autunnale si abbatte sul Quartiere Latino a Parigi. “Metto le mie carte sul tavolo, dico dove sto parlando, ma non dico ‘ad ognuno la sua visione delle cose’”, dichiara subito. Buon per lui! Di fronte al liberalismo così criticato, al crescente multiculturalismo che ha accompagnato la globalizzazione del commercio e l’allargamento dell’Unione europea dopo la caduta del muro di Berlino, che cosa fa questo intellettuale francese essenziale, felice di dire ancora una volta quanto oggi, di fronte agli sconvolgimenti  delle nostre società, si senta “molto popolare”?

D: “In prima persona”, il suo ultimo libro, prende le difese di “quei cittadini sottratti al sonno dell’ovvio che non intendono più allinearsi al multiculturalismo maggioritario, che non vogliono cadere nella ridicola trappola di proclamarsi unici detentori dell’universale”. La formula, da quanto lei scrive, si applica alla Francia, ma anche  agli europei occidentali, che sono usciti “vincitori” dalla caduta del Muro nel 1989?

R: La Francia sta per diventare una società multiculturale e questa non è la sua vocazione. Potrà rimanere se stessa a condizione che i nuovi arrivati accettino di essere gli eredi della sua cultura e della sua storia. Questo paese non è stato programmato per diventare una sovrapposizione di varie comunità, insieme ad un certo numero di usanze religiose e identitarie, di cui l’uso del velo islamico è uno dei marchi principali. Ciò vale anche per l’Europa? Credo di sì, sì. Mi colpisce quanto gli europei dell’Est, quelli che sono riusciti ad emergere dal totalitarismo comunista dopo la caduta del muro nel novembre 1989, ci ricordino questo fatto ovvio: l’Europa è una civiltà che deve essere preservata. L’applicazione delle norme e procedure che l’Unione europea attua da trent’anni  non è sufficiente a soddisfare la sete di identità dei cittadini. Non possiamo ignorare questa realtà semplicemente umana.

D: Quindi questi trent’anni di riunificazione del continente e di allargamento dell’UE sono prima di tutto un fallimento culturale?

R:Il divario tra l’Europa occidentale e l’Europa centrale o orientale è evidente. Ieri era una cortina di ferro politica. Oggi, è un divario culturale. Gli europei dell’est non vogliono diventare cittadini di società multiculturali. Vogliono preservare il patrimonio europeo. Vedo che dietro a tutto questo agiscono tentazioni politiche autoritarie, ma dobbiamo smettere di guardare ciò che sta accadendo laggiù con condiscendenza! Ho sentito un ex consigliere di Vaclav Havel, ex presidente ceco e grande difensore delle libertà, dirmi che non voleva che la sua città, Brno , diventasse “la Marsiglia dell’Europa dell’Est”. In termini di lavoro, occupazione e opportunità economiche, i nostri paesi attirano giovani dall’Est. Ma per un’intera parte della popolazione di questi paesi, la Francia non è più un faro. Siamo diventati un repellente. Questo fa parte della valutazione di questi tre decenni.

 

D: Non è stato un grosso errore credere troppo nell’economia? In una prosperità che è promessa di democrazia, di libertà e di convergenze culturali?

R: Quello che non mi piace degli economisti è che riconducono tutto alla loro disciplina, alle ricerche di mercato, alle statistiche sull’occupazione o sui consumi. Tuttavia, questa è solo una parte dell’esperienza della gente. Le fortissime reazioni di oggi nell’ex Europa dell’Est ci mostrano che ci troviamo di fronte ad uno scontro di civiltà che non è risolvibile nell’economia! L’immigrazione e il suo corollario, l’emigrazione, non rappresentano, in questi paesi disertati dalla presenza giovanile, soltanto un fattore di crescita. Gli individui non sono viaggiatori senza bagaglio. Non sono intercambiabili, come sostengono gli economisti. Questo è l’errore che è stato commesso. Si è dimenticato che dietro questi regimi comunisti uniformi, bloccati dall’ex URSS, c’erano identità diverse, una ricca storia, una grande cultura, pezzi di una memoria dolorosa. Anche in relazione all’Islam. Ciononostante,  gli storici europei abbondano. Conoscevamo questi paesi. Conoscevamo il loro passato. I loro cittadini, inoltre, ci chiedevano solo di viaggiare dopo il cambiamento del 1989, di sperimentare un altro sistema, di essere liberi….. L’Europa occidentale è stata traumatizzata, e rimane traumatizzata, dall’apocalisse nazista. Viene tutto da lì. La nostra parte d’Europa è uscita dalla sua storia con la speranza di non ricadere nella follia. Gli europei non hanno più voluto  escludere  per la paura di tornare sulla strada del razzismo. Ci siamo accecati per non vedere questa dimensione dell’esistenza che è l’identità. È stata quindi creata una sorta di “homo economicus” europeo standard e formattato , e l’integrazione comunitaria a questo ha contribuito notevolmente. Gli europei dell’est, invece, non sono cresciuti con questa ossessione apocalittica. E possiamo vedere qual è il risultato. Tra le altre cose, un ritorno dell’antisemitismo……. L’antisemitismo rimane molto forte in Polonia, dove non è mai scomparso. La Polonia continua a presentarsi al mondo come nazione vittima e non vuole condividere questo status con nessuno, chiudendo un occhio sull’innegabile ruolo che l’antisemitismo polacco può aver svolto nella Shoah. Resto più vago sull’Ungheria. Se avessi il coraggio, rifarei una rivista come The European Messenger, che abbiamo pubblicato dal 1990 al 1996. Indagherei sul posto. Non ho pregiudizi a carico di Viktor Orban, ma diffido di un George Soros che odia le nazioni e chiede la trasformazione globale dell’Europa in una società multiculturale. Dopo le crisi finanziarie che abbiamo vissuto, trovo difficile concordare con uno speculatore che si presenta come un esempio di virtù umanista. Anche questa è l’eredità dei trent’anni dalla caduta del Muro: gli europei dell’Est hanno imparato a conoscerci, a svelare le nostre menzogne, a decodificare le false verità.

D: Nel suo libro, lei racconta dei suoi (limitati) eccessi degli anni ’70. Aveva 19 anni nel maggio 1968, nel mezzo del tumulto rivoluzionario. L’Europa, all’epoca, ha vissuto sconvolgimenti ancora più forti di quelli che si sono verificati dal 1989, giusto?

R: Il grande errore della generazione del ‘68, che non abbiamo corretto in seguito, è stato quello di voltare le spalle alla storia. Ti ricordi quel barbaro slogan: “Corri, compagno, il vecchio mondo è dietro di te”? Era assurdo. Una sciocchezza. Il 1968 sbagliò profondamente a disconoscere  il ruolo degli insegnanti, a dimenticare che tutti gli studenti dell’epoca erano figli di un mondo più grande di loro stessi. Abbiamo commesso lo stesso errore anche nel 1989, considerando che il semplice fatto di poter commerciare liberamente fosse  qualcosa di nuovo, di  rivoluzionario. Ho capito, dai miei pochi errori, nel maggio del ’68, che il vecchio mondo non è opprimente. Al contrario. Il padrone che opprime è stato confuso con il padrone che insegna. L’insegnamento è diventato un genere chiamato “dominazione”. Stiamo ancora pagando il prezzo di questo disastro. Per questo mi sono separato dalla mia classe generazionale. Il vecchio mondo è fragile, perituro, perché la sua trasmissione alle nuove generazioni diventa sempre più difficile. E’ sempre più difficile sentire la musica dei morti che, però, ci modella. Che ci piaccia o no.

 

D: La sua musica dei morti è quella dei campi di sterminio nazisti, della sua famiglia ebrea decimata. Come risponde a coloro che la accusano di avere un atteggiamento comunitarista nei confronti dell’Islam e dei musulmani?

R: Odio il “cabotaggio d’identità”. Quindi cerco di non “cabotare”. Semplicemente, nel mio libro, parlo in prima persona come se fossi ebreo. Sono cresciuto in una famiglia di sopravvissuti, in mezzo alle ombre. Non sono stato cresciuto secondo la tradizione. Per la generazione dei miei genitori, l’idea di religione dopo la guerra aveva qualcosa di assurdo. Sapevo di essere ebreo, ma non potevo permettermi di incarnare questa ebraicità. Mi sono identificato con la sfortuna dei miei genitori. Poi mi sono reso conto che la stella non la indossano tutte le generazioni.

D: Questo ci riporta alla situazione attuale in Francia e in Europa. La libera circolazione delle persone. Un mercato unico che deve essere difeso contro la Brexit. L’ascesa del populismo. Lei  stesso è stato violentemente attaccato dai “giubbotti gialli”. E’ preoccupato per questa Europa?

R: Non voglio presentarmi come una vittima. Devo solo convivere con questo degrado della vita civile nel mio paese. Ma non dobbiamo confondere tutto. Sulla questione dell’islamismo e del velo, che attraversa l’intero continente, mi sento di condividere il senso comune, quello della gente. Come possiamo in Francia restare indifferenti verso il velo, quando molte donne musulmane lo portano come una bandiera? Non siamo il paese di Molière? Non ridiamo nei nostri teatri di Tartuffe, questo devoto che ci chiede di nascondere “questo seno che non possiamo vedere”? I trent’anni dalla caduta del Muro dimostrano quanto il popolo possa essere in contraddizione con le élite che un tempo difendevano l’ultraliberismo e che oggi accettano il velo islamico. La sensazione di espropriazione dello spazio pubblico non deve essere presa alla leggera, infesta l’Europa nel 2019 ed è la causa di diverse reazioni popolari.

 

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Video: Stanislaw Grygiel – Europa: rinascita o morte?

Video dell’intervento del prof. Stanislaw Grygiel, che ha aperto il ciclo autunnale di incontri 2019 per la Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa.




Alla fine di questo secolo l’Europa sarà islamica?

Un interessante articolo di Giulio Meotti che affronta la questione della immigrazione di massa secondo una prospettiva che tiene conto delle radici culturali e religiose dell’Europa e dell’Occidente. 

L’articolo di Meotti è stato pubblicato su Gatestone Institute.

 

migranti in mare

 

L’Europa si presenta come l’avanguardia dell’unificazione dell’umanità. Di conseguenza, le radici culturali dell’Europa sono state messe a rischio. Secondo Pierre Manent, un illustre politologo francese e docente presso la l’École des hautes études en sciences sociales di Parigi:

“L’orgoglio europeo o l’autocoscienza europea dipendono dal rifiuto della storia europea e della civiltà europea! Non vogliamo avere nulla a che fare con le radici cristiane e vogliamo assolutamente essere perfettamente accoglienti con l’Islam”.

Manent ha consegnato queste parole al mensile francese Causeur. Ha citato come esempio la Turchia:

“Era molto chiaro che non solo il carattere massicciamente islamico (anche prima di Erdogan) non era un ostacolo ma una sorta di motivo, una ragione per far entrare la Turchia. Alla fine sarebbe stata la prova definitiva che l’Europa si era liberata dalla dipendenza cristiana”

La frontiera meridionale dell’Europa è ora la linea del fronte per questa migrazione di massa; l’Italia rischia di diventare un campo profughi. Negli ultimi mesi, l’Italia ha dovuto affrontare una serie di imbarcazioni provenienti dall’Africa, che hanno messo alla prova la sua politica: innanzitutto la Sea Watch 3, poi la Open Arms e l’Ocean Viking. Fino a poco prima delle elezioni italiane del marzo 2018, i migranti attraversavano il Mediterraneo al ritmo di 200 mila all’anno.

Poiché i ministri europei della sicurezza non hanno raggiunto un accordo sulla crisi migratoria del Mediterraneo, il ministro italiano dell’Interno Matteo Salvini, disposto a rimanere praticamente da solo, ha deciso di chiudere i porti italiani. Sebbene la magistratura italiana abbia tentato di accusarlo di “sequestro” di migranti, la politica di Salvini ha funzionato e gli sbarchi sono crollati. Nei primi due mesi del 2019, 262 migranti hanno raggiunto l’Italia via mare, a fronte dei 5.200 arrivati nello stesso periodo dello scorso anno e rispetto agli oltre 13 mila sbarcati nello stesso periodo del 2017.

Il governo italiano è crollato il 20 agosto; esiste ora la grande possibilità che una nuova coalizione di sinistra pro-immigrazione prenda il suo posto. Una nave che tenta di portare in Italia 356 migranti provenienti dall’Africa, più di quelli sbarcati nei primi due mesi dell’anno, è stata bloccata in mare dopo che aveva recuperato i migranti tra il 9 e il 12 agosto, in attesa del permesso di sbarco. In uno stallo dopo l’altro, le ong hanno tentato di smantellare la barricata di Salvini contro l’immigrazione illegale.

Un’imbarcazione l’ha già fatto. A uno dei capitani della Sea Watch3, una cittadina tedesca, Pia Klemp, è stata perfino offerta un’onorificenza dalla città di Parigi per aver forzato il blocco italiano. Secondo l’altra capitana tedesca, Carola Rackete: “La mia vita è stata facile. (…) Sono bianca, tedesca, nata in un paese ricco e con il passaporto giusto” – come se la sua determinazione ad aiutare i migranti fosse, nelle sue parole, legata alla vita relativamente privilegiata che ha condotto in Occidente.

È una falsa idea marxista tra i giovani qui in Europa che se hai successo e sei tranquillo non può che essere a scapito dell’umanità: “Se io vinco, qualcun altro deve perdere”. Non sembra esserci alcun concetto della “vittoria per tutti”. – “Se io vinco, anche voi potete vincere: tutti possono vincere!” che è alla base dell’economia libera e ha permesso a gran parte del mondo di uscire dalla povertà in modo così spettacolare. Molti giovani vedono solo barriere da abbattere. Pascal Bruckner l’ha definita la “tirannia del pentimento“.

Purtroppo il prezzo del relativismo culturale è diventato penosamente visibile in Europa. La disintegrazione degli Stati-nazione è ora una possibilità reale. Il multiculturalismo – costruito su un background di declino demografico, di massiccia scristianizzazione e di auto-ripudio culturale – non è altro che una fase di transizione che rischia di portare alla frammentazione dell’Occidente. Tra le ragioni di ciò, lo storico David Engels ha menzionato la “migrazione di massa”, l’invecchiamento della popolazione, l’islamizzazione e la dissoluzione degli Stati-nazione”.

Le migrazioni di massa hanno già minato l’unità e la solidarietà delle società occidentali e – unite alla demonizzazione di Israele nella speranza di ottenere petrolio a basso costo e di prevenire il terrorismo – hanno destabilizzato il consenso politico post-1945.

La politica delle porte aperte della cancelliera tedesca Angela Merkel – “Wir schaffen das” (“Ce la possiamo fare”) – ha portato un partito di destra nel suo parlamento. Alternativa per la Germania (AfD) è ora in testa ai sondaggi nelle elezioni regionali nella ex Germania orientale. Il Partito socialista francese, che ha governato il paese sotto il presidente François Hollande sta scomparendo. I diktat di Bruxelles sull’immigrazione e sulla distribuzione delle quote hanno spezzato l’unità dell’Europa e hanno provocato la “secessione” di fatto dei paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia). L’utopia della migrazione in Svezia ha portato in parlamento un partito di destra e l’arrivo di mezzo milione di migranti illegali ha spinto la Lega di Matteo Salvini, un tempo marginale, in cima all’establishment politico italiano.

Questo elenco non include nemmeno la Brexit, il voto britannico a favore dell’uscita dell’UE. Secondo la giornalista tedesca Jochen Bittner, scrivendo sul New York Times lo scorso anno:

“Alla fine del 2015, la campagna Leave iniziò ad attaccare manifesti che mostravano l’esodo dei rifugiati siriani e di altri paesi dei Balcani, utilizzando slogan del tipo ‘Punto di rottura’ e ‘Riprendiamo il controllo’. Con la Merkel favorevole a una politica delle porte aperte, il messaggio ha colpito milioni di britannici e di europei preoccupati. Non a caso, fu in questo periodo che l’appoggio alla Brexit iniziò a rafforzarsi”.

Anziché piangere costantemente per il “populismo” e per il “nazionalismo”, l’Europa non potrebbe cambiare idea?

Attualmente, l’Europa, che aveva promesso di evitare di costruire altri muri dopo il 1989, quando il crollò il Muro di Berlino, ne sta innalzando uno dopo l’altro per difendersi da una situazione senza precedenti. Ci sono le barriere nelle enclave spagnole di Ceuta e Melilla; il muro ungherese del primo ministro Viktor Orbán; un muro a Calais, in Francia; una recinzione austriaca prevista al confine con l’Italia, una recinzione che la Slovenia vuole costruire al confine con la Croazia e una recinzione nella Macedonia del Nord, al confine con la Grecia.

Che piaccia o meno, l’Europa sembra avvertire una minaccia culturale esistenziale legata a questi grandi flussi migratori. Non c’è soltanto la pressione dell’immigrazione illegale, c’è anche la pressione dell’immigrazione legale. Più di 100 mila persone hanno chiesto asilo in Francia nel 2017, una cifra “storica“, e più di 123 mila nel 2018. In Germania, sono state 200 mila le richieste di asilo nel 2018.

Questa immigrazione di massa sta cambiando la composizione interna dell’Europa. Ad Anversa, la seconda città più grande del Belgio e la capitale delle Fiandre, la metà dei bambini delle scuole primarie sono musulmani. Nella regione di Bruxelles, si può avere idea del cambiamento in corso osservando la partecipazione alle lezioni di religione nelle scuole primarie e secondarie: il 15,6 per cento frequenta le lezioni di religione cattolica, il 4,3 per cento quelle di religione ortodossa e protestante, lo 0,2 per cento le lezioni di ebraismo e il 51,4 per cento segue le lezioni di religione islamica. Ora è più chiaro cosa accadrà nella capitale dell’Unione Europea? Non dovremmo sorprenderci che l’immigrazione sia in cima alla lista delle preoccupazioni della popolazione belga.

Marsiglia, la seconda città più grande della Francia, è già musulmano il 25 per cento degli abitanti e a Rotterdam, la seconda città più grande di Paesi Bassi, lo è il 20 per cento. Birmingham, la seconda città più grande della Gran Bretagna è musulmana al 27 per cento. Si stima che in una generazione, un terzo degli abitanti di Vienna sarà musulmano. “La Svezia si trova in una situazione in cui nessun paese moderno in occidente si era mai trovato”, ha osservato Christopher Caldwell. Secondo il Pew Research Center, la Svezia raggiungerà il 30 per cento dei musulmani entro il 2050; e il 21 per cento nell’improbabile eventualità che il flusso di immigrati si fermi del tutto. Oggi, il 30 per cento dei bambini svedesi ha madri nate all’estero. La città di Leicester nel Regno Unito, è al 20 per cento islamica. A Luton, su 200 mila abitanti, 50 mila sono musulmani. Gran parte della crescita demografica in Francia tra il 2011 e il 2016 è stata trainata dalle grandi aree urbane del paese. In cima ci sono Lione, Tolosa, Bordeaux e la regione parisienne, secondo uno studio pubblicato dall’Institut national français de la statistique et des études économiques. A Lione, ci sono circa 150 mila musulmani su una popolazione di 400 mila abitanti. Secondo un articolo, il 18 per cento dei neonati in Francia porta un nome musulmano. Negli anni Sessanta, la cifra era dell’1 per cento.

Nello scenario più estremo, si stima che nel 2050 le percentuali dei musulmani in Europa saranno le seguenti: Francia (18 per cento), Regno Unito (17,2 per cento), Paesi Bassi (15,2 per cento), Belgio (18,2 per cento), Italia (14 per cento), Germania (19,7 per cento), Austria (19,9 per cento), Norvegia (17 per cento). Il 2050 si profila all’orizzonte. Cosa ci si aspetta quindi tra due o tre generazioni, quando, come ha detto il compianto storico Bernard Lewis, “alla fine di questo secolo” l’Europa sarà islamica?

Purtroppo, la mentalità europea rifiuta di affrontare la realtà, come se la sfida fosse troppo difficile da affrontare. “L’inarrestabile progressione di questo sistema mi fa pensare a un tè a bordo del Titanic”, scrive l’eminente filosofo francese Alain Finkielkraut.

“Non è distogliendo lo sguardo dalla tragedia che si impedirà che accada. Quale sarà il volto della Francia fra cinquant’anni? A cosa somiglieranno le città di Mulhouse, Roubaix, Nantes, Angers, Tolosa, Tarascon, Marsiglia e tutta la Seine Saint-Denis?”

Se la popolazione cambia, la cultura la segue. Come rileva l’autore Éric Zemmour, “dopo un certo numero, la quantità diventa qualità”.

Mentre il potere del Cristianesimo europeo sembra cadere da una scogliera demografica e culturale, l’Islam fa passi da gigante. Non è solo una questione di immigrazione e di tassi di natalità, è anche una questione di influenza. “Nel settembre del 2002, partecipai a una riunione dei centri culturali dei principali Stati membri dell’Unione Europea, a Bruxelles”, ha scritto Bassam Tibi, professore emerito di Relazioni internazionali, presso l’Università di Göttingen.

“Si è tenuta la conferenza sul tema ‘Pensare l’Europa’ (…) Lì, mi ha infastidito sentire Tariq Ramadan parlare di Europa come di Dar al-Shahada ossia “casa della testimonianza di fede islamica”. Il pubblico presente era allarmato, ma non ha compreso il messaggio della percezione dell’Europa (…) come parte della casa dell’Islam. Se l’Europa non è più percepita come Dar a-Harb/casa della guerra, ma come parte della casa pacifica dell’Islam, allora non è un segno di moderazione, come qualcuno erroneamente pensa: è la mentalità di un’islamizzazione dell’Europa…”.

La buona notizia è che nulla è scolpito nella pietra. Gli europei possono ancora decidere il numero di migranti di cui la loro società ha bisogno. Potrebbero mettere in campo una soluzione che è coerente anziché caotica. Potrebbero ancora riscoprire il loro retaggio umanistico. Potrebbero ricominciare ad avere dei figli e lanciare un reale programma d’integrazione per gli immigrati già in Europa. Ma nessuna di queste misure, necessarie per evitare la trasformazione di gran parte del continente e il suo sgretolamento, ha luogo.

È importante ascoltare la previsione di Pierre Manent e rifiutare il modo attuale dell’umiliazione di sé. L’Europa sembra essere afflitta da uno scetticismo sul futuro, come se il declino dell’Occidente fosse in realtà una punizione giustificata e una liberazione dalle sue colpe del passato. Sì, molti errori possono essere stati terribili, ma sono davvero peggiori di quelli commessi da molti altri paesi come l’Iran, la Cina, la Corea del Nord, la Russia, la Mauritania, Cuba, la Nigeria, il Venezuela o il Sudan, tanto per citarne alcuni? La cosa più importante è che almeno l’Occidente, a differenza di molti altri luoghi, ha cercato di correggere i propri errori. Ma ciò che più conta è evitare un’eccessiva correzione e di ritrovarsi in una situazione peggiore di prima.

“Per me, oggi”, osserva Finkielkraut, “la cosa più essenziale è la civiltà europea”.

 

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