COPENAGHEN: da “meno preti e più prati”, a “meno nati e più prati”

Copenaghen
Copenaghen

 

di Pierluigi Pavone

 

Il fascino delle capitali baltiche e l’efficienza socialdemocratica di accompagnare il cittadino dalla culla alla bara…

Perché non accompagnarlo attraverso “tranquillità” e “senso di comunità”, grazie a nuove forme di armonia urbana total green? A questo, infatti, è votato – secondo quanto riportato da Leonardo Perucca, su il venerdì di Repubblica del 14 Agosto –  il progetto pluriennale City Park dell’artista e designer Ó. Elíasson, coadiuvato da alcuni architetti, che riguarda 10mila metri quadrati. Perché – in fondo – il fine dell’uomo sembra questo: “un ambiente vivo con percorsi olfattivi e istallazioni sonore e aree picnic dove trascorrere del tempo con la famiglia e con gli amici”. Queste le parole dell’ideatore del progetto.

Di per sé, non ci sarebbe nulla di male. Anche per Milano, ad esempio, esiste il progetto Fiume Verde (leggi qui) di riqualificazione green di alcune aree urbane relative a alcuni scali ferroviari merci dismessi. E dotare le città di spazi verdi, di possibilità ricreative, di spazi non inquinati, di vie funzionali al traffico sono esigenze più che opportune e condivise. Naturali, verrebbe da dire, visto il contesto.   

Quello che suscita non poche perplessità è il nucleo di cittadini “eletti umanamente degni”, destinatari di questi spazi total green: certo… ufficialmente la Danimarca è un paese felice di circa 6 milioni di persone, dal programma socialdemocratico talmente efficiente da essere stato fonte di ispirazione anche per il presidente americano Bill Clinton (vedi qui); un paese dove si può con molta elasticità licenziare; si assicura per diversi anni più del 75% dello stipendio percepito dal lavoratore prima della disoccupazione; si garantisce che il sistema riassorbirà, al 98% dei casi, in pochi mesi il lavoratore, orientandolo verso nuovi settori. Un paese dove nel 2019 i socialdemocratici (leggi qui) hanno vinto con un programma economico teso, ancora una volta, ad una enorme irruzione dello Stato nella fornitura dei servizi pubblici. Coerentemente con le linee generali del Walfare State. Per quanto, in questa occasione il tema di contenere il flusso dell’immigrazione da paesi non UE è stato un cavallo di battaglia – paradossalmente – proprio dei socialisti (leggi qui).

Un paese, però, è stato – fatta eccezione del cantone svizzero di Vaud (leggi qui) e solo per un anno (1928) – il primo paese a dotarsi di una legislazione eugenetica, da un secolo a questa parte. Un paese dove, però, è – di fatto – vietato nascere se Down, tanto che 15 anni fa l’Autorità sanitaria danese assicurava – per Welfare State – la totale gratuità dello screening pre-natale non invasivo, fino alla nona settimana, la translucenza nucale fino alla dodicesima, e l’amniocentesi entro la ventesima. Ed e così, come è noto, che nel 2014 (leggi qui) sono nati in Danimarca 2 bambini Down per scelta e 32 per “errore diagnostico”.

Un paese che vanta, 10 anni prima della salita al potere di Hitler in Germania, l’inizio della pianificazione eugenista e sterilizzazione ideata da Christian Keller che determinò – con approvazione governativa – la creazione di un’isola in cui confinare donne ritenute degenerate: l’istituto superò di molti anni il processo di Norimberga (fatto contro i nazisti per crimini contro l’umanità): Sprogø, questo il nome dell’isola danese che ospitò l’inferno, chiuse nel 1961, dopo una serie impressionate e drammatica di sterilizzazioni forzate contro donne che in quei decenni furono condannate alla reclusione, allo stupro e all’aborto coatto o a morire – in caso di tentativo di fuga – nel mare freddissimo del Grande Belt.

Si tratta pur sempre di quella insanabile contraddizione dei regimi social-democratici, che si è acuita dopo la Seconda Guerra Mondiale ed è esplosa dopo la caduta del Muro di Berlino. Accompagnare in una infinità di servizi pubblici (che indirettamente diventano cripto-obbligatori, vista l’altissima tassazione a danno delle individuali libertà e proprietà privata) il cittadino dalla culla alla bara. Ma non concedere a tutti di essere uomini, non concedere a tutti la bara (né diritti, né cure, né assistenza), specie se bambini innocenti, forse malati.

Evidentemente il City Park di Copenaghen sarà il parco total green solo di “quegli esseri” ritenuti  umani a tutti gli effetti, secondo i criteri socialdemocratici e il potere totalitario delle madri, quindi resi cittadini, quindi educati nella scuola di Stato e perfettamente inseriti nel sistema… fino a quando non saranno più adatti e probabilmente invitati a auto-congedarsi dalla società (leggi pure suicidio assistito).




Gattaca returns

Gattaca

Gattaca

 

di Giorgia Brambilla

 

«Dopo la selezione restano due sani maschietti e due sanissime femminucce. Nessuno naturalmente predisposto alle più gravi malattie ereditarie. Non rimane che scegliere il candidato più confacente. (..) Dunque, avete specificato: occhi nocciola, capelli scuri e pelle chiara. Mi sono permesso di eliminare ogni affezione virtualmente pregiudizievole: calvizie precoce, miopia, predisposizione all’alcolismo e alle droghe, tendenza alla violenza, obesità. Fate che vostro figlio parta in posizione di vantaggio. Purtroppo, abbiamo già abbastanza difetti innati, no? Potreste concepirne naturalmente altri mille, mai otterrete un risultato simile» (dal film “Gattaca”).

L’era postgenomica, quella che ha fatto seguito allo Human Genome Project, è dominata da questo desiderio di onniscienza, di conoscere e comprendere il tutto dei sistemi complessi, di descrivere l’informazione genetica per prevedere i fenomeni biologici ed intervenire per modificarli nel loro sviluppo. Quando venne ideato il Progetto Genoma Umano, non si immaginava minimamente che, poco più di vent’anni dopo, il sequenziamento di un intero genoma avrebbe richiesto meno di un giorno. È stato proprio l’aumento della velocità di sequenziamento, allora impensabile, insieme all’abbattimento dei costi, ad aver permesso l’accumulo di una grande quantità di dati genetici.

Proprio alla luce di questi risultati, si è cominciata a ipotizzare la “terapia genica”, ovvero il trattamento di una malattia genetica, mediante l’introduzione nel paziente di un gene normale che sostituisce il gene malato, oppure è in grado di risolvere gli effetti del gene mutato. Il gene editing, attualmente, costituisce il culmine di questi interventi terapeutici di precisione sul genoma, che non solo non è esente da rischi, ma rischia di tramutarsi in un biopotere che reifica il soggetto e modifica la relazione tra le persone, rendendo alcuni “editors” e altri “edited”, specialmente se questo avviene nel contesto riproduttivo.

C’è qualcosa che ci turba nell’immaginare fattibile tutto questo, c’è qualcosa che ci sconvolge guardando film su questo argomento – tra tutti il più famoso è sicuramente “Gattaca”. Eppure, pare che proprio questo film abbia ispirato una startup del New Jersey, la “Genomic Prediction”, che tramite il suo CEO, Laurent Tellier, ha affermato di poter utilizzare l’analisi del Dna per prevedere quali embrioni, ottenuti tramite fecondazione in vitro, avrebbero meno probabilità di ammalarsi (di 11 patologie) o maggiori chance di essere più bassi e meno intelligenti dei “vicini di provetta”. Nelle prossime settimane è prevista la pubblicazione di un case study sui primi “clienti” (vedi qui).

Sostituendo con un atto tecnico l’abbraccio dei corpi, si perverte la relazione con il figlio. Questi non è più un dono, ma un “atto dovuto” nella misura in cui la coppia che desidera un bambino abbia il diritto di esigere che la società ponga a sua disposizione la tecnica richiesta per soddisfare un tale desiderio. Il desiderio di avere un bambino è uno dei desideri più stimabili che esistano, ma in questo modo si tramuta in pretesa narcisista, che si discosta dall’amore a cui la genitorialità deve continuamente tendere. La genitorialità sembra messa davanti all’ottica consumistica: dal poter al dover avere il miglior figlio possibile, fino a degenerare in una cultura dello scarto che “restituisce” il figlio prodotto con la fecondazione artificiale se non è conforme alle aspettative, come è successo a Giovannino (vedi qui).

Quando la Bioetica parla del mutamento di prospettive avvenuto con la rivoluzione tecnologica ragiona sul passaggio avvenuto tra tecnicamente possibile e eticamente accettabile. Io aggiungerei un passaggio intermedio. Cosa rende una tecnica, prendiamo ad esempio lo screening genetico prenatale (diagnosi prenatale e/o diagnosi preimpianto), desiderabile a tal punto da quasi non poterne fare a meno? Le possibilità che oggi la scienza propone entrano a far parte della nostra percezione della realtà, al pari di come il consumismo crea bisogni piuttosto che soddisfarli. Pertanto, ciò che avviene è la creazione non solo di aspettative, ma proprio di nuovi standard a cui conformarsi. Ed è il confronto con questa realtà a mutare poi il sistema valoriale. Il “tecnicamente possibile” muta il nostro approccio alla realtà generando bisogni, insoddisfazione e dunque nuovi bisogni. È qui che avviene il passaggio da ciò che posso a ciò che devo.

Alcuni questo pensiero l’hanno addirittura strutturato, come l’australiano Julian Savulescu che parla di “procreative beneficence” (J.Savulescu, Procreative Beneficience: Why We Should Select The Best Children). Ma “miglior figlio” secondo quale punto di vista? Dei genitori? Della società? Si pensi, ad esempio, al caso Duchesneau-McCollough del 2002: due donne che, volendo un figlio sordo come loro, ricercarono un donatore con cinque generazioni di sordi tra i progenitori. Infatti, per loro come per gli altri membri del “Deafpride”, essere sordi non costituiva una menomazione, ma motivo di orgoglio. Le due donne riuscirono nel loro intento e Gauvin, il bambino, è privo dell’udito dalla nascita (M.Driscoll, Why We Chose Deafness for Our Children, in “Sunday Times”, 14/4/2002).

Scrive Hans Jonas che quella dei genitori nei confronti dei figli, «è la più grande di tutte le incognite che, tuttavia, non può essere inclusa proprio nel dominio della responsabilità totale. Appunto quello che nei suoi effetti sfugge al controllo del soggetto responsabile, la causalità autonoma dell’essere affidatogli diventa, quindi, l’oggetto ultimo del suo dovere di tutela. In relazione a questo orizzonte trascendente, la responsabilità, proprio nella sua totalità, non può tanto avere la funzione di determinare quanto quella di rendere possibile, ossia rendere disponibile e tenere aperto» (H.Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica).

E, in effetti, è proprio questo il problema morale della responsabilità di fronte alla libertà: è bene che si faccia tutto ciò che è in nostro potere di fare? È arrivato il momento di riflettere sul significato dell’essere genitori e sul dovere di riconoscere al figlio il diritto di essere sorpresa a se stesso. Solo così il nascituro si rende presente nel loro orizzonte, ne relativizza i desideri e domanda di riconfigurare il loro progetto procreativo in modo che nella decisione si tenga conto delle esigenze di piena umanità che la sua accoglienza comporta.

 

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Eugenetica liberale: a chi tocca oggi “migliorare” la vita?

“L’obiettivo, in altre parole, non è più apparentemente il miglioramento del patrimonio genetico della popolazione, ma piuttosto l’offerta di “servizi di genetica” per i cittadini, i quali possono usufruirne per motivi propri. Dunque, la modalità principale della prassi eugenetica della società liberale – affidata, per così dire, al mercato e monitorata dallo Stato – è principalmente quella di una diffusione sistematica della diagnosi prenatale e dell’applicazione delle tecniche di ingegneria genetica”.

Cromosomi

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’eugenetica divenne una parola da bandire sia in Gran Bretagna, sia negli Stati Uniti, dove il termine si tramutò in sinonimo di razzismo. E oggi quando parliamo di eugenetica pensiamo a una specie di “fossile”, un concetto che ormai appartiene al passato. Ne siamo così sicuri?

Facciamo un passo indietro.

Il termine “Eugenics” risale a Francis Galton (1822-1911) – cugino nientemeno di Darwin – che sosteneva l’idea di regolare la fertilità e di selezionare le nascite, coerentemente con la nuova “fede” nella scienza, capace di “perfezionare” l’umanità e di liberarla dal dominio del caso. Tale obiettivo si sarebbe potuto raggiungere selezionando i soggetti adatti alla riproduzione per le loro qualità (eugenetica positiva) o facendo in modo che i portatori di caratteri disgenici non giungessero alla riproduzione (eugenetica negativa). Agli albori del nuovo secolo l’eugenetica si diffuse in molti Paesi come “nuovo credo” e nuova “dottrina sociale”, assumendo forme a seconda dei contesti sociali e culturali entro i quali venne pensata, intersezione di svariate discipline, dalla genetica alla medicina e alla sociologia, sempre e comunque caratterizzata da una spiccata volontà d’azione e da una forte connotazione politica.

Si pensi, infatti, all’applicazione che il nazionalsocialismo tedesco fece delle idee di Galton e dei suoi seguaci: preservare la “purezza ariana” evitando le “contaminazioni” con razze giudicate inferiori, mediante programmi di “rigenerazione” della razza tramite la sistematica eliminazione delle vite non degne di essere vissute e fino alla “soluzione finale” verso gli Ebrei.  Così come anche, prima e dopo il nazismo, numerose Società, da quelle anglosassoni a quelle svedesi, coadiuvarono leggi che imponevano la sterilizzazione dei “difettosi” – generalmente individui con ritardo mentale – con programmi di igiene pubblica allo scopo di “immunizzare” la società dai mali che essi avrebbero propagato trasmettendoli alla loro progenie. Così in Svezia, dove la sterilizzazione rimase in vigore fino al 1976 e così in Svizzera, dove la legge approvata nel 1928 fu abrogata soltanto nel 1970.

Nel trattato “Human Heredity” James Neel e William Schull denigrarono l’eugenetica del passato, mettendo in guardia dagli estremi ai quali tale ideologia avrebbe potuto condurre, ribadendo ai colleghi eugenisti che al primo posto per la società vi era l’avanzare delle scoperte genetiche. Le società eugenetiche, sia inglesi che americane, capirono, infatti, che non era possibile continuare con una propaganda aggressiva. I loro obiettivi andavano perpetuati discretamente, attraendo nuovi membri o coinvolgendo nelle loro attività personaggi di spicco del panorama scientifico o di quello politico. Si noti che la società eugenetica britannica continuò ad esistere come circolo più ristretto e che nel 1972 la sua controparte americana divenne la “Society for The Study of Social Biology”, un vestigio dell’originaria organizzazione. Quindi, anche se l’ideale eugenetico era “passato di moda”, un vasto numero di scienziati continuò, chi in un modo, chi in un altro, a portare avanti il programma di riforma eugenetica. Scrive Fredrick Osborne, protagonista del movimento eugenetico americano del Dopoguerra, in un articolo di “Eugenics Review” del 1956: «La parola “eugenetica” è caduta in disgrazia in alcuni ambienti (..): le persone si rifiutano di accettare che la base genetica che compone le loro caratteristiche è inferiore (..), ma accetteranno l’idea di uno specifico difetto ereditario. Andranno a una clinica per l’ereditarietà e chiederanno qual è il rischio di avere un bambino con qualche difetto. Se si porranno condizioni plausibili, la gente avrà figli in rapporto alla propria capacità di prendersi cura di loro. E Se avranno metodi efficaci di pianificazione famigliare, certamente non ne avranno molti (..). Così possiamo costruire un sistema di “selezione volontaria inconsapevole”».

L’obiettivo, in altre parole, non è più apparentemente il miglioramento del patrimonio genetico della popolazione, ma piuttosto l’offerta di “servizi di genetica” per i cittadini, i quali possono usufruirne per motivi propri. Dunque, la modalità principale della prassi eugenetica della società liberaleaffidata, per così dire, al mercato e monitorata dallo Stato – è principalmente quella di una diffusione sistematica della diagnosi prenatale e dell’applicazione delle tecniche di ingegneria genetica. La selezione su base genetica degli individui è resa possibile grazie alla possibilità di analizzare il genoma di embrioni e feti a cui segue la scelta dell’aborto in caso di malformazioni: è questa la “genetica liberale” di cui parla Jürgen Habermas nel celebre testo “Il futuro della natura umana”.

E la “genomania” risponde a un atteggiamento culturale che trasforma, nell’immaginario comune, la volontà di un figlio perfetto in un’idea ragionevole e quindi condivisibile.

L’orizzonte dell’eugenetica liberale è costituito, infatti, dall’impiego di tecniche che vengono proposte alla coppia dalla medicina moderna, come l’amniocentesi – o la nuova metodica di analisi delle cellule fetali presenti nel sangue materno, chiamata “DEParray”, che si sta studiando a Singapore – al fine di sapere se il proprio figlio ha una malattia cromosomica e così eventualmente eliminarlo con l’aborto “terapeutico”. Questo provoca un cambiamento del significato stesso della pratica medica, in quanto la diagnosi non è per la cura ma per l’eliminazione.

Anche l’ingegneria genetica propone una vera e propria sfida al nostro essere: ciò che per Kant era il “regno della necessità” e per Darwin il “il regno della causalità” è diventato “regno della libertà”, per opera della nuova disciplina. E su chi si esercita questa pseudo-libertà? La risposta è semplice: è il potere dei viventi sulla generazione futura, dei genitori sui figli che ancora non sono nati. Un potere che è strumentalizzazione della vita umana che, generata con riserva, deve il suo essere dall’“essere così”.

Ricordo che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno parlato dell’eugenetica come mentalità presente nelle questioni bioetiche.

Giovanni Paolo II, nell’Evangelium Vitae al n.63, scrive: «Accade non poche volte che queste tecniche siano messe al servizio di una mentalità eugenetica, che accetta l’aborto selettivo, per impedire la nascita di bambini affetti da vari tipi di anomalie. Una simile mentalità (..) pretende di misurare il valore di una vita umana soltanto secondo parametri di “normalità” e di benessere fisico».

Benedetto XVI, invece, ne parla nel 2009 come quella «mentalità che tende a giustificare una diversa considerazione della vita e della dignità personale fondata sul proprio desiderio e sul diritto individuale [che privilegia] le capacità operative, l’efficienza, la perfezione e la bellezza fisica a detrimento di altre dimensioni dell’esistenza non ritenute degne» (Discorso alla PAV, 21/02/2009).

In virtù dell’esaltazione dell’uomo come sovrano della propria natura, si professa l’ansia di raggiungimento di un uomo perfetto, ma si pone l’esistenza del proprio simile sotto condizione. Del resto, «l’ascesa dell’uomo, il tentativo di creare, di generare Dio da sé, di raggiungere il superuomo, quest’impresa è già fallita nel paradiso terrestre. L’uomo che vuol diventare egli stesso Dio, e che con sentimenti autoritari cerca di prendere le stelle, approda sempre, alla fine, all’autodistruzione» (Benedetto XVI, Collaboratori della verità).




Aborto ed eugentica: un legame dimenticato

Le recenti leggi restrittive sull’aborto negli Stati Uniti stanno mettendo in moto le coscienze bloccate per decenni sul falso mito dell’aborto come diritto e libertà. In questo articolodi Carol Novielli apparso il 29 maggio 2019 su www.liveaction.org, ci viene raccontato come una sentenza della Corte Costituzionale su una legge dell’Indiana abbia dato occasione ad un giudice (di colore, non a caso) di ricordare le origini eugenetiche della più grande industria dell’aborto negli USA, la Planned Parenthood.

Ecografia in gravidanza (fonte: CNN.Com)

Ecografia in gravidanza (fonte: CNN.Com)

 

Nel decidere sul recente   caso   Box contro Planned Parenthood di Indiana e Kentucky Inc., il Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Clarence Thomas ha inviato un memoriale alla Corte, suggerendo che gli Stati hanno “un interesse preminente ad impedire che l’aborto diventi uno strumento dell’eugenetica dei nostri giorni” arrivando addirittura ad implicare in questo direttamente la fondatrice e i leader della Planned Parenthood. Nella sua decisione la Corte ha consentito che una disposizione di legge dell’Indiana che impone la sepoltura umana dei bambini abortiti rimanesse in vigore, mentre ha negato un’altra disposizione per impedire l’aborto sulla base di sesso, razza o disabilità.

Il giudice Thomas ha  scritto una risposta di diverse pagine per affrontare la decisione della Corte, che iniziava (enfasi aggiunta):

Scrivo separatamente per affrontare l’altro aspetto della legge dell’Indiana qui in questione, “Il divieto di aborto selettivo in base al sesso e alla disabilità” … Ciascuna delle caratteristiche immutabili protette da questa legge può essere conosciuta relativamente presto in una gravidanza, e la legge [dell’Indiana] impedisce che diventino l’unico criterio per decidere se il bambino vivrà o morirà. In altre parole, questa legge e altre leggi come questa promuovono l’interesse preminente di uno stato di impedire che l’aborto diventi uno strumento dell’eugenetica moderna.

Quindi non si è risparmiato ed ha dimostrato che la Planned Parenthood – l’imputato nel caso – è stata fondata in seno all’eugenetica:

L’uso dell’aborto per raggiungere obiettivi eugenetici non è solo ipotetico. Le basi per legalizzare l’aborto in America furono gettate durante il movimento per il controllo delle nascite all’inizio del XX secolo. Questo movimento si sviluppò parallelamente al movimento eugenetico americano. E in modo significativo, la fondatrice di Planned Parenthood Margaret Sanger ha riconosciuto il potenziale eugenetico della sua causa.

Sanger era un noto membro della Società Eugenetica Americana. Oltre a parlare su invito al Ku Klux Klan, come ha  scritto  nella sua  autobiografia, la fondatrice della PlannedParenthood ha anche  sostenuto la  sterilizzazione forzata per liberare il pianeta da coloro che riteneva “inadatti”. Nonostante questo coinvolgimento, come Live Action News ha già documentato in passato, alla Sanger sono intitolati due premi attualmente conferiti dalla Planned Parenthood, nonché strutture della Planned Parenthood e Società di Assistenza, senza suscitare alcuna condanna da parte dei media favorevoli all’aborto.

Il giudice Thomas è entrato molto nel dettaglio, lasciando scritto per i posteri e per il pubblico la verità sulla fondatrice di Planned Parenthood, Margaret Sanger, che è stata ulteriormente raccontata qui . “Laddove Sanger credeva che il controllo delle nascite potesse impedire alle persone non idonee di riprodursi, l’aborto può impedire loro, per prima cosa, di nascere“, ha detto, sottolineando che l’aborto è una mera estensione della mentalità eugenetica della Sanger.

Il giudice Thomas, nel suo rapporto, ha scritto un lungo resoconto storico dell’eugenetica e ha affrontato la figura di uno dei famigerati collaboratori di Margaret Sanger, Lothrop Stoddard, le cui opinioni eugenetiche sono state dettagliate su Live Action News ( qui ).

Thomas ha anche chiamato in causa l’ex presidente della Planned Parenthood e vicepresidente della Società Eugenetica, Alan F. Guttmacher, scrivendo: “Molti eugenisti hanno quindi sostenuto la legalizzazione dell’aborto” e “i sostenitori dell’aborto – incluso il futuro presidente di Planned Parenthood Alan Guttmacher – hanno approvato l’uso dell’aborto per ragioni eugenetiche … Anche dopo la seconda guerra mondiale, il futuro presidente Planned Parenthood Alan Guttmacher e altri sostenitori dell’aborto approvarono l’aborto per ragioni eugenetiche e lo promossero come mezzo per controllare la popolazione e migliorarne la qualità … “.

Live Action News ha documentato come Guttmacher sia stato determinante nella depenalizzazione dell’aborto e abbia poi spinto la Planned Parenthood a praticare aborti. Le idee di Guttmacher sulle misure forzate o obbligatoridi controllo della popolazione erano in stretto accordo con la fondatrice di Planned Parenthood, Margaret Sanger, visto che erano entrambi membri della American Eugenics Society, con Guttmacher in veste di vicepresidente del gruppo. Come documentato in precedenza da Live Action News, Sanger ha fatto in modo che la Planned Parenthood fosse profondamente  eugenetica.

“Questo caso evidenzia il fatto che l’aborto è un atto pieno di potenziale per una manipolazione eugenetica”, ha scritto Thomas.

Le intuizioni del giudice Thomas sull’eugenetica non sono passate inosservate nella comunità legale; le sue osservazioni sono state  elogiate dal Centro americano per la Legge e la Giustizia, che ha scritto un breve articolo sul caso. Sarah Pitlyk, Consigliere speciale della Thomas More Society, ha dichiarato a Live Action News:

“Il giudice Thomas ha speso la parte migliore delle sue 20 pagine descrivendo le origini eugenetiche dell’industria dell’aborto e ha citato, tra gli altri dati, l’incredibile incidenza dell’aborto nelle comunità delle minoranze etniche. Il giudice Thomas non ha lasciato dubbi sulla sua posizione rispetto alla costituzionalità dei divieti verso gli aborti selettivi“.

La presidente e fondatrice di Live Action, Lila Rose, ha sottolineato che Live Action ha visto in prima persona come l’industria dell’aborto si rivolge a settori demografici vulnerabili e delle minoranze come provano numerose telefonate sotto copertura: video:

 

(si sente un donatore – operatore di Live Action sotto mentite spoglie –chiedere al call center della Planned Parenthood se i propri soldi possono essere destinati specificamente per l’aborto di un bambino di colore. La proposta viene accettata con un entusiastico “assolutamente sì!”. Il chiamante sottolinea più volte che è proprio per limitare le nascite di bambini afro-americani che fa la donazione perché sarebbero uno svantaggio per i propri figli, bianchi: risposta “Assoultamente, è stupendo”. Al che il donatore ribadisce “meno bambini neri ci sono, meglio è” e la risposta questa volta è un “Comprensibile!” poi l’operatrice si scusa per l’esitazione essendo la prima volta che riceve una simile richiesta….e che è così eccitata che farà in modo che la cosa vada in porto. Seguono altrtelefonata sotto copertura ad altri centri che ottengono le stesse risposte anche quando il finto donatore dice “Ci sono troppe persone di colore in Ohaio e sto cercando di fare la mia parte” e l’operatrice gli risponde: “accettiamo soldi per qualunque ragione” N.d.T.)

Plaudo all’affermazione di Clarence Thomas: ‘Dato il potenziale per l’aborto di diventare uno strumento di manipolazione eugenica, la Corte presto dovrà affrontare la costituzionalità di leggi come quella dell’Indiana…. Imporre diritto costituzionale quello ad ottenere un aborto per motivi legati esclusivamente alla razza, al sesso o all’invalidità di un bambino non ancora nato, come sostiene Planned Parenthood, renderebbe costituzionali le opinioni del movimento eugenetico del XX secolo.” ha affermato Lila Rose.

Sebbene Thomas fosse d’accordo con la decisione della Corte di non pronunciarsi sulla parte di discriminazione del caso in quel momento, ha riconosciuto che la questa questione dell’eugenetica dovrà prima o poi essere affrontata dalla Corte, scrivendo: “Dato il potenziale per l’aborto diventare uno strumento di manipolazione eugenica la Corte dovrà presto confrontarsi con la costituzionalità di leggi come quella di Indiana … Sebbene la Corte decida oggi di non affrontare questi temi, non possiamo evitarli per sempre. Avendo creato il diritto costituzionale all’aborto, questa Corte è obbligata ad affrontare le sue motivazioni“.

Mentre alcuni media hanno etichettato la risposta di 22 pagine del giudice Thomas come una “invettiva”, la verità è che si tratta di Storia – qualcosa che il popolo americano ha disperatamente bisogno di conoscere.

 

 

Fonte: liveaction