Card. Sarah: “Il Signore è una persona, nessuno accoglierebbe la persona che ama in un sacchetto”

Rilancio gli stralci più interessanti di una intervista che Riccardo Cascioli, direttore de La Nuova Bussola Quotidiana ha fatto al card. Sarah sulla vexata quaestio delle messe e della distribuzione dell’Eucarestia.

 

Card. Robert Sarah (Twitter)

Card. Robert Sarah (Twitter)

 

Solo due giorni fa, i solitamente bene informati vaticanisti della Stampa, riportavano di varie soluzioni allo studio degli “esperti” del governo, in stretta collaborazione con la CEI, che considerano il momento della comunione «ad altissimo rischio contagio». Tra queste l’«impacchettamento» del Corpo di Cristo: «Per consentire ai cattolici italiani di tornare a farla, ma evitando contaminazioni, si sta pensando a una comunione “fai da te” con ostie “take away” precedentemente consacrate dal sacerdote, che verrebbero chiuse singolarmente in sacchetti di plastica poggiati in chiesa su dei ripiani». «No, no, no – ci risponde scandalizzato al telefono il cardinale Sarah – non è assolutamente possibile, Dio merita rispetto, non si può metterlo in un sacchetto. Non so chi abbia pensato questa assurdità, ma se è vero che la privazione dell’Eucarestia è certamente una sofferenza, non si può negoziare sul modo di comunicarsi. Ci si comunica in modo dignitoso, degno di Dio che viene a noi. Si deve trattare l’Eucarestia con fede, non possiamo trattarla come un oggetto banale, non siamo al Supermercato. È totalmente folle».

 

Si avanzano come solito ragioni “compassionevoli”: i fedeli hanno bisogno della Comunione, di cui sono già privati da tempo, ma siccome è ancora alto il rischio contagio bisogna trovare un compromesso….

Ci sono due questioni che vanno assolutamente chiarite. Anzitutto, l’Eucarestia non è un diritto né un dovere: è un dono che riceviamo gratuitamente da Dio e che dobbiamo accogliere con venerazione e amore. Il Signore è una persona, nessuno accoglierebbe la persona che ama in un sacchetto o comunque in un modo indegno. La risposta alla privazione dell’Eucarestia non può essere la profanazione. Questa è davvero una questione di fede, se ci crediamo non possiamo trattarla in modo indegno.

 

A proposito di Messe, anche questo prolungarsi delle celebrazioni in streaming o in tv…

Non possiamo abituarci a questo, Dio si è incarnato, è carne  e ossa, non è una realtà virtuale. È anche fortemente fuorviante per i sacerdoti. Nella Messa il sacerdote deve guardare Dio, invece si sta abituando a guardare alla telecamera, come se fosse uno spettacolo. Non si può continuare così.

 

Si ha la sensazione che negli ultimi anni si stia assistendo a un chiaro attacco all’Eucarestia: prima la questione dei divorziati risposati, all’insegna della “comunione per tutti”; poi l’intercomunione con i protestanti; poi le proposte sulla disponibilità dell’Eucarestia in Amazzonia e nelle regioni con scarsità di clero, ora le Messe al tempo del coronavirus…

Non ci deve stupire. Il demonio attacca fortemente l’Eucarestia perché essa è il cuore della vita della Chiesa. Ma credo, come ho già scritto nei miei libri, che il cuore del problema sia la crisi di fede dei sacerdoti. Se i sacerdoti sono consapevoli di cosa è la Messa e di cosa è l’Eucarestia, certi modi di celebrare o certe ipotesi sulla Comunione non verrebbero neanche in mente. Gesù non si può trattare così.

 




In Germania alcuni vescovi sono più “governativi” del governo

In Germania alcuni vescovi sono stati più governativi del governo. Hanno impedito la partecipazione dei fedeli alle messe eucaristiche anche quando il governo la consentiva. Il vescovo Jung ha persino rifiutato di permettere la celebrazione della Santa Messa con i fedeli disponibili ad astenersi dal ricevere la Santa Comunione per motivi igienici. Tali Messe “contraddicono il significato della celebrazione liturgica”, ha affermato.

Franz Jung di Wurzburg è colui che nel 2018, da poco nominato vescovo da Papa Francesco, invitò tutti i coniugi protestanti, presenti e partecipanti alla due giorni di Messe giubilari di matrimonio nella sua diocesi, a farsi avanti e a ricevere la Comunione.

Ecco un articolo di Martin Bürger, pubblicato su Lifesitenews. Ve lo propongo nella mia traduzione. 

 

Franz Jung vescovo di Wurzburg

Franz Jung vescovo di Wurzburg

 

La diocesi tedesca di Würzburg permette solo servizi di culto non eucaristici, anche dopo l’allentamento delle restrizioni governative sui raduni religiosi a partire dal 4 maggio. “La cosa più importante nella situazione della crisi del coronavirus è proteggere la salute dei fedeli”, ha annunciato la diocesi, guidata dal vescovo Franz Jung.

Né il comunicato stampa ufficiale né il decreto e le relative linee guida si riferiscono alla salute spirituale come più importante della salute fisica.

Il governo dello Stato della Baviera aveva dichiarato che i servizi di culto possono durare solo un’ora, richiedendo ai partecipanti di indossare maschere e di praticare “l’allontanamento sociale”. Gli incontri religiosi erano proibiti dal 21 marzo.

Mentre il governo non ha chiesto alla Chiesa cattolica di offrire solo servizi di culto non eucaristici, comunemente chiamati “liturgia della parola”, il vescovo Jung ha deciso, senza spiegazioni convincenti, di introdurre nella sua diocesi servizi di culto per fasi, che culminano con l’eventuale celebrazione dell’Eucaristia.

“Dopo un certo periodo di tempo, oltre alla raccolta di esperienze e alla loro valutazione, si terrà una nuova consultazione sull’ammissione della celebrazione pubblica dell’Eucaristia”, secondo la diocesi. Nel frattempo, “la Santa Messa può continuare ad essere celebrata tramite servizi in streaming”.

Il vescovo Jung ha persino rifiutato di permettere la celebrazione della Santa Messa con i fedeli che si astengono dal ricevere la Santa Comunione per motivi igienici. Tali Messe “contraddicono il significato della celebrazione liturgica”, ha affermato.

Jung non ha tenuto conto del fatto che per secoli i cattolici hanno ricevuto la Santa Comunione molto raramente, a volte solo per la Pasqua, pur continuando a partecipare alla Messa almeno ogni domenica.

“Tutto sommato – affermano le linee guida – si pone la questione se la forma di celebrazione dei servizi di culto possa essere mantenuta nel suo significato o se sia quasi ostacolata dalle linee guida e dalle restrizioni che devono essere fatte. Questo riguarda soprattutto la celebrazione dell’Eucaristia. La ripresa dei servizi di culto pubblico a livello locale deve quindi essere ben considerata”.

Nessuno dei vescovi tedeschi ha protestato o addirittura messo sostanzialmente in discussione le misure imposte dal governo federale e statale. Al contrario, il Tribunale amministrativo bavarese ha sostenuto poco prima di Pasqua che il divieto delle Messe pubbliche andava bene, in quanto la Chiesa (in questo caso l’arcidiocesi di Monaco e Frisinga) aveva già cancellato comunque tutte le Messe pubbliche.

I cattolici in Germania cominciano ad attribuire ai vescovi almeno in parte la colpa delle attuali difficoltà nell’andare a Messa e nel ricevere l’Eucaristia.

Benjamin Leven ha chiesto nell’edizione di maggio dell’Herder Magazin: “Non potrebbe la fretta e il silenzio con cui le diocesi cattoliche, prima ancora che lo Stato, hanno proibito i loro servizi pubblici e organizzato soluzioni alternative, avere la loro parte nel creare l’impressione che tutto andasse bene con le “devozioni private” e i servizi di culto televisivi?

“Forse le autorità ecclesiastiche – naturalmente senza negare le necessità di fatto – avrebbero dovuto esprimere un po’ più di costernazione per le misure che si vedevano costrette a prendere. Oppure avrebbero potuto semplicemente presentare la decisione alle autorità statali che, poco dopo, avrebbero comunque emesso le relative norme”, ha aggiunto Leven.

Durante tutte le “liturgie della parola” in mezzo alla pandemia di coronavirus nella diocesi di Würzburg, il canto è scoraggiato a causa del maggiore rischio di piccole gocce di saliva potenzialmente portatrici del virus. Le linee guida non sono riuscite a spiegare lo scopo delle maschere in questo contesto.

Oltre alle linee guida per la situazione attuale che consente solo servizi di culto non eucaristici, la diocesi ha fatto riferimento anche alle future celebrazioni della Santa Messa. A quel punto, ai fedeli sarebbe ancora proibito ricevere l’Eucaristia sulla lingua.

Come riferito da LifeSiteNews, diverse diocesi hanno sottolineato che la ricezione della Comunione sulla lingua non è più rischiosa che in mano. “Il rischio di toccare la lingua e di passare la saliva ad altri è ovviamente un pericolo, ma la possibilità di toccare la mano di qualcuno è altrettanto probabile e le mani sono più esposte ai germi”, ha sottolineato l’arcidiocesi di Portland, Oregon.

Il vescovo Jung di Würzburg non è l’unico vescovo in Germania che ha tentato di ritardare la celebrazione delle Messe pubbliche.

Piuttosto che chiedere l’accesso ai sacramenti, il vescovo Gerhard Feige di Magdeburgo ha sostenuto: “Non dovremmo piuttosto noi cristiani prenderci cura in modo responsabile e solidale di contenere il pericolo mortale dell’infezione da coronavirus e di prevenire un’eccessiva pressione medica sulla nostra società, piuttosto che, come i vari lobbisti, cercare di far passare i nostri interessi particolari?

Feige ha anche espresso la sua irritazione per un presunto “risentimento” per non poter andare a Messa e ricevere i sacramenti, che, secondo il vescovo, “alcuni credenti e leaders della Chiesa stanno ora esprimendo in modo lamentoso o belligerante”.

L’unico Stato tedesco che alla fine non ha vietato le messe pubbliche è stato il Nordreno-Vestfalia. Come riconosciuto, ad esempio, dall’arcidiocesi di Colonia, il governo statale “ha ritenuto sufficiente accettare gli impegni volontari” dei vescovi di non tenere riunioni religiose.

In altre parole, sono stati i loro vescovi, non il governo, a vietare ai fedeli della Renania Settentrionale-Vestfalia di partecipare alla Santa Messa nel giorno più sacro dell’anno, la domenica di Pasqua.

 




Bassetti, torni Eucarestia domenicale

card. Gualtiero Bassetti

card. Gualtiero Bassetti

 

“E’ arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell’Eucarestia domenicale e dei funerali in chiesa, oltre ai battesimi e a tutti gli altri sacramenti, naturalmente seguendo quelle misure necessarie a garantire la sicurezza in presenza di più persone nei luoghi pubblici”: a dirlo è il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei e arcivescovo di Perugia nella “lettera settimanale di collegamento” alla comunità diocesana. “Lo dico in coscienza a tutte le istituzioni” sottolinea il porporato.
“Non appena ci si è accorti che anche in Italia il pericolo di contagio era più che reale – ha ricordato il cardinale Bassetti -, abbiamo dovuto sospendere ogni attività pubblica, inclusa la celebrazione dell’Eucarestia con la presenza dei fedeli”. “Ma ‘guardare’ la Messa – ha sottolineato il presidente della Cei -non è celebrarla. Messe senza popolo, popolo senza Messa”.

Fonte: ANSA




Andare a Messa credendo di andare a cena, senza conoscere neppure l’Ospite

Papa San Giovanni Paolo II

 

 

di Pierluigi Pavone 

 

È appena uscita un’inchiesta del Pew Research Center, sull’ignoranza dei cattolici americani circa l’Eucarestia. Anche tra i nostri banchi c’è chi ignora che la Messa sia la rinnovazione non cruenta del Sacrificio di Cristo sulla Croce, chi valuta il pane e il vino dei simboli e chi è convinto di partecipare ad una festa di preghiera.

Certo, se la Messa fosse davvero una allegra riunione di fedeli e l’Eucarestia un prendere parte alla condivisione fraterna di cibo, sarebbe pur logico e coerente ammettere altra materia per la consacrazione, alternativa al pane e al vino. I simboli di solidarietà alimentare sono molti. E potrebbero soddisfare anche ogni più che opportuna esigenza ecologica!

Il punto è se questi fedeli siano diventati ignoranti per proprio demerito o se siano stati educati a credere a queste novità dottrinali. Anzi, a quanto sembra, non sembra neppure un problema di fede, quanto proprio di pura conoscenza dei fondamentali.

È interessante notare uno scacco tra il credere e il sapere. La fede – con buona pace dei luterani e dei loro amici – non è una esperienza spirituale, un affascinante mix tra “mistica” e “abbandoni” paradossali: è piuttosto la libera e razionale adesione al fatto che Gesù di Nazareth – che per alcuni è un profeta, per altri un comunista, per altri ancora un Socrate giudeo (e voi chi dite che IO sia?) – è Dio. Non solo Gesù ha rivendicato questa divinità, superiore alla stessa messianicità attesa dagli ebrei, durante la vita pubblica (prima che Abramo fosse IO SONO dice ai farisei scandalizzati), ma – e questo è il fatto dei fatti – è risorto dopo la Passione. E non è che sia risorto nella fede dei discepoli, nell’affetto dei suoi cari, nel ricordo della sua morale o nell’utopia del mondo nuovo. Non è neppure risorto sulla modalità del fantasma. È proprio risorto dalla morte: mangia con i suoi, asseconda Tommaso nel mostrare il segno dei chiodi e Lui stesso invita a porre il dito. Naturalmente avere fede in questo non è un atto di sola ragione: il mistero nascosto agli angeli è un mistero così immenso che è necessaria la Grazia. A maggior ragione dopo il peccato, dal momento che la ragione – questa volta con tanti saluti alla maieutica socratica – è ferita e incapace persino di comprendere pienamente e lucidamente ciò che è alla sua portata.

Ma a chi ha fede non basta: è anche convinto che il Signore abbia scelto, nella fondazione del sacerdozio, di rinnovare il sacrificio sull’Altare. L’azione che viene compiuta sull’Altare non è semplicemente un simbolo, un ricordo, un memoriale fraterno. E neppure un rendimento di grazie, nel senso umano. È un atto sacrificale: un atto che prevede concretamente il rinnovo di quell’unico atto di sacrificio che Cristo compie tra il giovedì e il venerdì santo. Padre Pio spiegava con estrema chiarezza, quella dei semplici, che assistere alla Messa significa porsi come Maria e Giovanni ai piedi della Croce.

L’analfabeta e l’intellettuale, il credente e l’ateo, se potessero essere posti concretamente ai piedi della Croce di quel Venerdì sarebbero indecisi su cosa credere. Esattamente come, infatti, è avvenuto: uno si inginocchia e salva la sua anima, un altro insulta il Cristo, un altro lo sfida a non compiere ciò che il Padre aveva disposto, un altro ancora passa e si commuove per sentimento umano, altri poi si sentono smarriti perché hanno da sempre cercato la sapienza o la Legge, e ora che la Verità stessa si rivela, non la riconoscono o non la accettano, pur di non rinnegare i propri pensieri o attese. Eppure, quegli stessi – analfabeta e intellettuale, credente e ateo – sarebbero concordi nel valutare che sono di fronte ad una uccisione. Lo stesso ladrone di sinistra – pur rinfacciandolo in modo blasfemo e provocatorio – non nega il fatto della morte di quel Cristo, che avrebbe potuto salvarsi e salvarli.

Tutti sanno ciò che sta accadendo, almeno nella forma materiale. Chi crede è colui che ha fede che quella morte sia il Sacrificio dovuto a Dio, l’espiazione richiesta dalla Giustizia divina, il prezzo del riscatto, il sangue offerto per la liberazione dello schiavo. E solo allora capisce cosa significhi davvero – e non per retorica – l’amore di Dio. Quando vede, insieme all’ateo, l’ultima goccia di sangue cadere da quel corpo inchiodato, crede che se per Giustizia era sufficiente una sola goccia del Cristo, quello stesso Cristo volle versarle tutte per misericordia infinita, e assistendo a quella morte infamante, medita sull’opera di redenzione prevista da Dio, a causa del peccato di Adamo: capisce la misura della sua colpa, la non efficacia delle opere indicate dalla Legge di Mosè. Se capisce davvero qualcosa, non capisce tanto il suo radioso destino, quanto la gravità della sua colpa: una colpa tale che, se anche tutta l’umanità si fosse offerta in sacrificio di espiazione, non sarebbe stato sufficiente. Dio stesso doveva offrirsi come Sacrificio.

Il punto è che questo lo sanno e lo credono persino i demoni. Come si legge nella Lettera di Giacomo – che Lutero considerava di paglia, perché contraddiceva le sue eresie – non c’è identità tra sapere, credere e agire. Giacomo insisteva sulla necessità meritoria delle opere, contro il pericolo di una fede sterile. Infatti per i demoni il problema non è di fede. Il paragone è di quelli forti. Si attribuisce a Lucifero il non serviam, che indica un atto di volontà. Non tanto il non credam, che indica un atto di fede e ragione.

E desta stupore che proprio i cattolici siano tra coloro che non sanno e non credono. Non tanto che non agiscono.

Per quanto oggi molti credano nella salvezza anonima e universale, Cristo con l’opera di redenzione ha in verità restituito la possibilità del Paradiso, non il diritto, né la necessità, né la certezza. Cristo stesso chiarisce la Sua Legge e ciò che è necessario compiere. Il compito che affida ai discepoli è battezzare e insegnare ciò che lui ha comandato. E il comando di Cristo, in riferimento al Sacrifico, è quello di fare altrettanto: l’azione che Cristo compie il giovedì santo non è la zuppetta con gli amici, ma l’atto sacrificale. Nel caso della Messa c’è Cristo stesso: presente in anima, corpo, sangue e divinità. E dal trono della Croce: ragion per cui, sull’Altare (e dico altare, non mensa) è posto il crocifisso!

Eppure, noi durante la Messa partecipiamo con chitarre e tamburi a gridare a più non posso, ci uniamo intorno alla mensa come una fraterna e conviviale festa in cui si prega, balla e danza…! E se nel Vangelo ci scappa qualche riferimento esplicito all’inferno, al giudizio, al fatto che nessuno può andare al Padre se non per mezzo di Cristo, perché solo Lui è la Via, la Verità e la Vita, si fa di tutto nelle omelie per misconoscere quei passi, in nome della tolleranza, del dialogo e del sincretismo. Infine, per non correre rischi che qualcuno, fosse anche l’analfabeta di cui prima, capisse con gli occhi dell’anima che la Messa è la rievocazione del Sacrificio di Cristo, hanno pure girato gli altari – che prima erano posti in alto, come sui gradini del Golgota, verso cui tutti erano ovviamente rivolti, sacerdote e fedeli – per addobbarli con la tovaglia della festa o della pace.

Dunque, perché ci risulta così choc la notizia sull’ignoranza dei cattolici? Se la lex orandi è in continuità con la lex credendi, quanto nella liturgia – specie nelle sue più moderne evoluzioni o riforme – ci aiuta e ci educa a credere nella presenza reale di Nostro Signore e nella rinnovazione del Sacrificio? Non è mostrato né agli occhi della fede, né a quelli della semplice ragione.

Sarà un paradosso: dicevano che la Chiesa era chiusa al mondo, eppure si era mossa per ogni dove, dalle Americhe alla Cina, lasciando scie di sangue di martiri, che offrivano loro stessi per le anime. Ora, invece, si apre al mondo per non evangelizzare più. E non basta: oltre alla trasformazione di radice luterana del sacrificio eucaristico in una festa mondana e profana, i cristiani, a causa della sostituzione del culto a Dio con la religione dell’Uomo, rischiano di diventare «gnostici anonimi» (altro che cristiani anonimi!), caduti in una forma di ignoranza di cui probabilmente non hanno neppure colpa, perché sono stati dis-educati così.

 

 

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Benedetto XVI: “Dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere il dono della Santa Eucaristia dagli abusi”

La giornalista Diane Montagna, in un suo articolo su LifesiteNews, riprende il passaggio del saggio di Benedetto XVI sul modo di ricevere la Santa Comunione da parte dei cattolici.

Ve lo propongo nella mia traduzione.

Papa Giovanni Paolo II riceve la Santa Comunione in ginocchio dal card. Ratzinger

Papa Giovanni Paolo II riceve la Santa Comunione in ginocchio dal card. Ratzinger

 

Un atteggiamento informale verso la Santa Eucaristia è al centro della crisi morale nella Chiesa, ha detto il Papa emerito Benedetto XVI.

Il Papa emerito questa settimana ha sostenuto che al centro della crisi morale che ha travolto la Chiesa c’è un atteggiamento sempre più informale nei confronti dell’accostarsi alla Santa Comunione, come se fosse un semplice rito che avviene alla fine della Messa piuttosto che un entrare nella presenza dell’infinitamente Santo.

In un saggio per una rivista bavarese rivolta principalmente al clero, in cui riflette sulle origini della crisi degli abusi, Benedetto ha individuato come uno dei fattori essenziali che contribuiscono alla crisi morale nella Chiesa la perdita della fede nella Presenza reale di Gesù Cristo nella santa Eucaristia.

Individua anche un abbandono dell’insegnamento di norme secondo le quali ci sono alcuni atti che sono sempre e ovunque immorali, come preparazione del terreno per la crisi degli abusi.

Il Papa emerito dice che ci sono valori che “non devono mai essere abbandonati per un valore maggiore e addirittura superare la preservazione della vita fisica”. Rifiutarsi di abbandonare questi valori non negoziabili può richiedere “il martirio”, dice, ma aggiunge che questa è “una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana”.

Ciò contrasta in modo impressionante con l’affermazione del cardinale tedesco Walter Kasper secondo cui “la virtù eroica non è per il cristiano comune”.

 

Distruggere il Mistero

 

La Chiesa cattolica crede e professa che “il Corpo e il Sangue, insieme all’Anima e alla Divinità di nostro Signore Gesù Cristo, e quindi di tutto il Cristo, è veramente, realmente e sostanzialmente contenuto nel sacramento della Santa Eucaristia” (Concilio di Trento).

Benedetto nota nel suo saggio che, fin dai tempi del Concilio Vaticano II, “il nostro modo di avvicinarci all’Eucaristia non può che suscitare preoccupazione”.

In un evidente riferimento alla Costituzione Vaticana II sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium (capitolo 2), il Papa emerito dice: “Il Concilio Vaticano II si è giustamente concentrato a restituire questo sacramento della Presenza del Corpo e del Sangue di Cristo, della Presenza della Sua Persona, della Sua Passione, Morte e Risurrezione, al centro della vita cristiana e dell’esistenza stessa della Chiesa”.

“In parte”, ha detto, “questo è davvero avvenuto, e dovremmo essere molto grati al Signore per questo”.

Ma, aggiunge, “ciò che predomina non è una nuova venerazione per la presenza della morte e risurrezione di Cristo, ma un modo di rapportarsi con Lui che distrugge la grandezza del Mistero”.

“Il calo della partecipazione alla celebrazione eucaristica domenicale dimostra quanto poco noi cristiani di oggi sappiamo ancora apprezzare la grandezza del dono che consiste nella Sua Presenza Reale”, ha detto.

“L’Eucaristia viene svalutata in un mero gesto cerimoniale quando si dà per scontato che la cortesia esiga che Lo si offra in occasione di celebrazioni di famiglia o in occasioni come matrimoni e funerali a tutti gli invitati per motivi familiari”.

“Il modo in cui la gente in maniera semplice riceve il Santissimo Sacramento in molti luoghi, come se fosse ovvio, dimostra che molti non vedono null’altro che nella Comunione che un gesto puramente cerimoniale”.

“Non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa di nostra iniziativa”, scrive. “Piuttosto, ciò che è richiesto in primo luogo e soprattutto è il rinnovamento della fede nella realtà di Gesù Cristo che ci è stato donato nel Santissimo Sacramento”.

E se non c’è il minimo accenno di critica nelle parole di Benedetto, non si può non notare il contrasto con un pontificato che si è definito nell’abbattere le barriere morali e dottrinali alla ricezione della Santa Comunione da parte di coloro che o non condividono la fede cattolica o non cercano di conformarsi all’insegnamento morale cattolico nella loro vita.

Nel 2015, durante una visita ad una comunità luterana a Roma, Papa Francesco disse ad una donna luterana che lei e il marito cattolico romano potevano “parlare con il Signore e andare avanti” nel decidere se ricevere la Santa Eucaristia.

Poi, nel 2018, meno di un mese dopo che l’arcivescovo Luis Ladaria, S.J., prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva inviato una lettera ai vescovi tedeschi con l’approvazione di Papa Francesco, che respingeva le loro linee guida pastorali per consentire ai protestanti nei matrimoni misti con i cattolici di ricevere in alcuni casi la Santa Eucaristia, senza doversi convertire al cattolicesimo, Papa Francesco ha detto ai giornalisti durante una conferenza stampa in volo che spetta ai vescovi locali determinare se un coniuge protestante può ricevere l’Eucaristia.

Sempre nel 2018, Papa Francesco si è allontanato da una tradizione ristabilita da Papa Giovanni Paolo II e ha spostato la celebrazione del Corpus Domini – con la sua processione eucaristica a lume di candela – dal cuore di Roma. Francesco si è allontanato anche dai suoi predecessori non accompagnando Gesù nel Santissimo Sacramento durante la processione a lume di candela per le strade di Roma.

Nel 2017, Papa Francesco inviò una lettera ai vescovi di Malta ringraziandoli per le linee guida sull’applicazione del controverso capitolo 8 del suo documento di sintesi sul Sinodo sulla Famiglia, Amoris Laetitia. Nelle linee guida, i vescovi maltesi hanno invitato i cattolici divorziati che vivono in una seconda unione a farsi avanti per la Santa Comunione dopo un periodo di discernimento, con una coscienza informata e illuminata, e se sono “in pace con Dio”.

 

Venerazione

 

Durante un episodio di The World Over dell’11 aprile 2019, il canonista e sacerdote dell’Arcidiocesi di New York, padre Gerald Murray, ha risposto al saggio di Benedetto XVI e ha sottolineato che, nell’Eucaristia, Cristo si dona alla Chiesa in forma sacramentale.  

Questo, ha detto, è il motivo per cui Benedetto è così preoccupato che se trattiamo il sacramento con disinvoltura, senza la dovuta venerazione e uno “spirito adorante”, allora la venerazione per Dio e le sue creature “esce dalla porta”.

Padre Murray ha continuato: “Che cosa abbiamo allora? Abbiamo tutti i mali del relativismo, dell’immoralità”, il che significa che “i giovani e gli altri sono vittime di persone potenti che rifiutano questa moralità”.

“Come riformare la Chiesa?”, si è chiesto padre Murray. “Il rinnovamento della teologia, in particolare la teologia morale, basata sul pensiero metafisico che identifica la realtà come una categoria non soggetta alla nostra manipolazione”.

“Possiamo manipolare la nostra risposta alla realtà”, ha detto, ma “è lì che si entra nel mondo della finzione”.

“Qual’è la differenza tra la genuflessione in chiesa e l’ingresso in Disney World?” si è chiesto padre Murray. “Disney World è tutto inventato. Gesù è davvero nel Tabernacolo”.

“La gente si stupisce quando vede il grande castello di Disney World”, ha detto. “Ho pensato che era divertente quando ero bambino, ma poi ho imparato qualcosa di più importante. Dio è fisicamente nel Tabernacolo della mia Chiesa. Il mio dovere nella vita è di vivere in un modo che io sia degno di riceverlo in modo da poterlo vedere quando io morirò”.

“Questo è un bel messaggio”, ha detto padre Murray.

L’autore cattolico Robert Royal ha notato che il papa emerito si è concentrato sul “modo in cui trattiamo l’Eucaristia in occasioni speciali, matrimoni e funerali”.

“Si presume solo che tutti i membri della famiglia o gli amici che si presentano – se sono anche cattolici o se sono cattolici in stato di grazia, o se sono protestanti o qualsiasi altra cosa – hanno il diritto di ricevere l’Eucaristia”, ha detto Royal.

Egli ha anche notato che quando a qualcuno è stata negata l’Eucaristia in tali occasioni, la Chiesa viene spesso raffigurata come “non misericordiosa”. Ma egli ha sostenuto che questo è “sentimentalismo”.

“Si dice spesso che il sentimentalismo è la morte della verità”, ha detto. “Non sorprende che ci sia un sentimentalismo riguardo l’Eucaristia che si diffonde, che la stessa venerazione e la paura di Dio e la paura di come ci comportiamo verso di Lui e gli uni verso gli altri cominciano a scomparire”.

 

Amore personale per Gesù

 

Nel corso degli anni, Joseph Ratzinger (e poi Benedetto XVI) è stato coerente nell’individuare le cause profonde della crisi morale nella Chiesa, così come i rimedi. In un’intervista televisiva del 2003 con Raymond Arroyo, ha identificato un crollo della fede e l’insegnamento morale della Chiesa come il cuore della crisi.

Ha detto: “Solo se sono veramente in una confidenza personale con il Signore, se il Signore per me non è un’idea ma la persona della mia amicizia più profonda….. Se sono veramente convinto e in contatto personale di amore con il Signore, il Signore mi aiuterà in queste tentazioni”.

Nel suo saggio di questa settimana, Benedetto si riferisce ripetutamente alla Santa Eucaristia come “Lui” – non “essa” – per sottolineare che l’Eucaristia è una Persona, non una cosa.

“Dobbiamo fare tutto il possibile”, scrive, “per proteggere il dono della Santa Eucaristia dagli abusi”.

 




MULLER: L’EUCARESTIA E’ “MEDICINA DELL’IMMORTALITA’”, NON RIMEDIO A TRAUMI PSICODRAMMATICI

VERSIONE INTEGRALE

Per il card. Muller, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, le aperture dei vescovi tedeschi alla Comunione ai coniugi protestanti è fonte di confusione, banalizzazione dei sacramenti e divisione Chiesa Cattolica. Solo i battezzati che sono in piena comunione ecclesiale con l’unica Chiesa di Cristo possono ricevere la comunione sacramentale.

Ecco il suo importantissimo e chiarissimo intervento del card. Gerhard L. Muller pubblicato ieri su First Thing (qui).

Foto: card. Gerhard L. Müller

Foto: card. Gerhard L. Müller

Secondo il cardinale Reinhard Marx, i vescovi tedeschi hanno recentemente preparato delle linee guida che contemplano la possibile ammissione alla Santa Comunione dei protestanti sposati con un coniuge cattolico. L’unica condizione assoluta sarebbe che questi protestanti affermino la fede della Chiesa cattolica. (Relazioni più recenti indicano che la Congregazione per la Dottrina della Fede, con l’appoggio del Papa, ha respinto la proposta dei vescovi tedeschi. I vescovi tedeschi, tuttavia, negano che questo sia il caso.)

Il cardinale Marx ha aggiunto che aprire questa possibilità non significherebbe cambiare la dottrina, ma solo modificare il proprio approccio pastorale. Tuttavia, questa nuova procedura “pastorale” non avrebbe implicazioni dottrinali? Basta affermare la fede della Chiesa cattolica per poter ricevere l’Eucaristia, o è necessario appartenere effettivamente alla Chiesa cattolica?

Per la fede cattolica il legame tra la Chiesa e l’Eucaristia è costitutivo. Pertanto, in linea di principio, solo i battezzati possono ricevere la comunione sacramentale che sono in piena comunione ecclesiale con “l’unica Chiesa di Cristo… costituita e organizzata nel mondo come società, che sussiste nella Chiesa cattolica ed è governata dal successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con Lui” (Lumen Gentium n. 8, Vaticano II). Chiunque metta in discussione questa verità rivelata in teoria o la sostituisca in pratica, entra in aperto contrasto con la fede cattolica. Procedendo ora a mostrare la connessione che esiste tra la comunione sacramentale da un lato e la comunione ecclesiale dall’altro, lo farò dal punto di vista della Rivelazione, come è fedelmente e completamente conservata nella Chiesa cattolica, senza discutere le controverse linee guida della Conferenza episcopale tedesca.

Oggi la teologia è spesso subordinata all’ideologia e alla politica ecclesiastica. Invece di scambiare argomenti in un dibattito aperto, si screditano le persone. Ogni problema è fatto per concentrarsi sulle persone, e quindi è neutralizzato. Anche se qualcuno conosce a memoria la Sacra Scrittura, ha studiato i Padri della Chiesa e si dimostra un esperto di filosofia e scienza moderna, per screditarlo basta che qualche giornalista o teologo amatoriale lo definisca “conservatore”, e tutte le sue conoscenze saranno neutralizzate, così come il vino migliore diventa imbevibile quando vi si mescola una goccia di veleno. Ogni vescovo di nuova nomina viene messo alla prova alla prima conferenza stampa ed etichettato come conservatore o liberale – qualunque sia il suo significato – a seconda che si esprima “a favore o contro” l’ordinazione delle donne, “a favore o contro” la benedizione delle coppie omosessuali, “a favore o contro” il celibato sacerdotale e “a favore o contro” la Santa Comunione per i “divorziati e risposati”. Altri argomenti non sono di interesse e non contano argomenti differenziati. Pertanto, le accuse di parzialità ideologica personale sostituiscono la discussione obiettiva. Coloro che vorrebbero vedere una connessione più allentata tra la comunione ecclesiale e la comunione dei sacramenti – presumibilmente per rendere più facile per la gente di oggi giungere alla fede – accusano immediatamente i loro critici di chiusura mentale e di rigida adesione farisea ai dogmi che il cristiano secolarizzato non può più comprendere.

Oggi assistiamo ad un clima antidogmatico che ha effetti negativi sulla comprensione dei sacramenti. I sacramenti allora non sono più considerati come i segni visibili istituiti da Cristo e celebrati nella Chiesa, che compiono una grazia invisibile in coloro che sono ben disposti. I sacramenti si trasformano in mezzi psicologici e sociali di sostegno per facilitare le nostre esperienze mistiche interiori con un “Cristo” che si forma nella nostra coscienza secondo la nostra immagine e somiglianza. La grazia dei sacramenti non è certo una ricompensa per la buona condotta morale, ma ancor meno una giustificazione per la condotta immorale e per una vita vissuta in contrasto con i comandamenti di Dio. Quando si tratta del rapporto tra grazia e moralità, non c’è “o questo o quello”, ma “questo e quello”, come si legge nei documenti del Concilio Vaticano II: “È attraverso i sacramenti e l’esercizio delle virtù che si attua la sacralità e la struttura organica della comunità sacerdotale” (Concilio Vaticano II, Lumen Gentium n. 11).

Molte persone oggi sono incapaci di entrare veramente nella liturgia perché non ricollegano la vita e il dogma della Chiesa al fatto dell’Incarnazione, ma considerano il cristianesimo semplicemente come una variazione storica di un sentimento religioso generale indotto da una vaga trascendenza. La natura, l’azione e l’effetto dei sacramenti sono rivelati solo alla luce dell’Incarnazione e della reale mediazione storica della salvezza nella Croce e nella Risurrezione di Cristo, Verbo Incarnato di Dio. Da questo punto di vista uno percepisce subito che la mentalità di chi dice: “Può essere dogmaticamente corretta, ma non funziona per la cura pastorale” è completamente non cattolica. Cristo Maestro della Verità che è Dio stesso, che ci fa conoscere e amare, è allo stesso tempo il Buon Pastore e il “Vescovo delle nostre anime” (1 Pt 2,25), che ha dato la sua vita per noi sulla Croce. Pertanto, non ci può essere una doppia verità nell’insegnamento cattolico. Ciò che è dogmaticamente sbagliato avrà effetti dannosi sulla pastorale nella misura in cui quest’ultima sarà guidata da falsi principi, mettendo in pericolo la salvezza delle anime.

Nella nostra epoca di social media, comunicazione digitale e opinione dominante totalitaria, ciò che è di primaria importanza non è se il papa e i vescovi raggiungono le persone, ma piuttosto che attraverso il loro messaggio Cristo raggiunge le persone, Cristo che è la verità e la vita di Dio. Perciò, come unico magistero indivisibile della Chiesa, il papa e i vescovi in unione con lui hanno la gravissima responsabilità che da essi non derivi alcun segno ambiguo o insegnamento poco chiaro, che confonda i fedeli o che li culli in un falso senso di sicurezza. Per il papa e per i vescovi, è parte del loro rischio ministeriale ritrovarsi in situazioni in cui gli opinion leader e i potenti di questo mondo li accusino di essere fuori dal contatto con la realtà, ostili alla vita, o bloccati in epoca medievale. I profeti di un tempo erano perseguitati. Gesù avvertiva i suoi discepoli che la gente “avrebbe pronunciato ogni sorta di male” contro di loro falsamente a causa della vera fede (cfr Mt 5, 11). Perché allora i vescovi, come successori degli Apostoli, pensano che la ragione della persecuzione e della calunnia si trovi semplicemente in una falsa politica dei media, alla quale si potrebbe facilmente porre rimedio migliorando le capacità di comunicazione?

Nell’epoca del relativismo dogmatico, che si trasforma rapidamente in una persecuzione verbale e violenta dei testimoni della verità rivelata, occorre chiarezza nel proprio pensiero teologico e nel coraggio dei martiri di portare testimonianza  alla verità, come fece Gesù davanti a Pilato. La preoccupazione della Chiesa è di seguire Cristo nella verità di Dio, e non con la potenza del mondo. Ma vogliamo testimoniare la fede cattolica ed essere esempi viventi di essa in un modo che ci permetta di camminare insieme ai cristiani delle chiese ortodosse e di altre confessioni sulla strada verso la piena unità della Chiesa, così come lo desidera il suo fondatore Gesù Cristo.

Al momento dell’istituzione dell’Eucaristia, Gesù non ha dato risposte dettagliate a tutte le singole domande che sarebbero sorte in una riflessione successiva. Ma tutte le dichiarazioni dogmatiche della Chiesa si basano sulla natura di questo sacramento come lo ha istituito Gesù. Chi vuole ricevere il corpo sacramentale e il sangue di Cristo deve già essere integrato nel corpo di Cristo, che è la Chiesa, attraverso la confessione della fede e il battesimo sacramentale. Così, non c’è comunione mistica, individualistica ed emotiva con Cristo che si possa pensare distaccata dal battesimo e dall’appartenenza alla Chiesa. Dopo tutto, Cristo è sempre il capo del suo corpo, e il suo corpo è la Chiesa. Non esiste una comunione mistica e individualistica con Cristo basata sull’emozione, che prescinda dall’appartenenza al corpo ecclesiale di Cristo.

È sempre stato chiaro ad ogni cattolico che per ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo nell’Eucaristia in modo legittimo e fecondo, bisogna essere in piena comunione con il corpo ecclesiale di Cristo nella professione del Credo, nei sacramenti e nella costituzione gerarchica della Chiesa visibile. Inoltre, i credenti devono essere in stato di grazia santificante, cioè devono essersi pentiti sinceramente di ogni peccato mortale e averlo confessato, proponendosi fermamente di non peccare più. Di solito è nell’assoluzione sacramentale che i fedeli sono liberati da gravi colpe che li separano radicalmente da Dio e dalla Chiesa.

Quando i papi e i concili hanno scomunicato gli eretici e gli scismatici, hanno escluso questi battezzati dalla comunione eucaristica fino al giorno della conversione e della riconciliazione con Dio e con la Chiesa. E viceversa anche gli eterodossi, che si consideravano ortodossi, negavano la comunione ecclesiale ai cattolici non concedendo loro la comunione eucaristica.

Fu solo con l’accordo di Leuenberg del 1973 tra le Chiese della Riforma in Europa che i luterani e i riformati permisero ai loro rispettivi membri di partecipare alle celebrazioni della Cena del Signore e permisero al loro rispettivo clero di predicare nelle rispettive congregazioni. Infatti, fino ad allora, essi si erano attenuti ad un principio che risale alla Chiesa primitiva, cioè al principio che la comunione nei sacramenti non può essere separata dalla comunione ecclesiale. E infatti, non tutte le comunità ecclesiali derivanti dalla Riforma hanno aderito all’Accordo di Leuenberg. Per alcuni, questo accordo aveva risolto la controversia sulla presenza reale di Cristo nella Cena del Signore in un modo che favoriva eccessivamente la visione calvinista, non riuscendo così ad arrivare ad una vera unità di fede su questo tema.

Si sono certamente registrati progressi significativi nel dialogo della Chiesa cattolica con varie comunità protestanti. Tuttavia, la Chiesa cattolica non può allontanarsi dalle dottrine essenziali della fede che riguardano la propria missione e i sacramenti che dispensa. Se lo facesse, diventerebbe infedele a Cristo. Non è sufficiente che un cristiano non cattolico accetti selettivamente per se stesso alcuni degli insegnamenti della Chiesa e ne respinga altri o li consideri irrilevanti. Nell’insegnamento dell’Eucaristia c’è un accordo quasi totale tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse (la Presenza Reale, il carattere sacrificale della Messa, la necessità di un sacerdote ordinato, senza il quale non c’è l’Eucaristia). C’è un accordo parziale tra la Chiesa cattolica e alcune comunità protestanti, specialmente i luterani.

Per i cattolici, i sacramenti non sono semplicemente segni della giustificazione del peccatore che è già avvenuta solo per fede. Piuttosto, sono segni che apportano ciò che significano. E sì, ci possono essere circostanze in cui i sacramenti di grazia non possono essere amministrati come segni visibili, e Dio tuttavia comunica la grazia dei sacramenti a coloro che si aprono a lui nella fede, nella speranza e nell’amore. Ma lo fa per la salvezza degli esseri umani senza rendere così meno importante la visibile, mediazione sacramentale della salvezza, che si basa sull’Incarnazione ed è in accordo con la natura umana.

Nel momento in cui si interpreta la fame spirituale di Dio e della grazia divina dell’essere umano in termini psicologici invece che teologici, si rischia di confondere i sacramenti cristiani con la magia pagana. Per fede e grazia soprannaturali, l’Eucaristia è una “medicina dell’immortalità” (Ignazio di Antiochia, Epistola agli Efesini); non è un rimedio alle esperienze e ai traumi psicodrammatici. Qui è importante utilizzare gli aiuti naturali della medicina e della terapia. È impossibile per l’Eucaristia ripristinare fisicamente, per così dire, la comunione ecclesiale perduta in assenza dell’unione soprannaturale che deriva dalla comune confessione di fede, dai sacramenti e dall’unità visibile con il papa e i vescovi.

Alcuni sostengono, con apparente generosità, che le cose non dovrebbero essere interpretate troppo rigidamente, e che in definitiva la decisione di ricevere la Santa Comunione dovrebbe essere lasciata ai sentimenti pii e alla buona volontà della gente. In realtà, però, questo appello ai sentimenti soggettivi che prevalgono sulla disciplina sacramentale mostra un disprezzo per la fede così come è stata rivelata da Dio e affidata alla Chiesa cattolica. Quando le singole Conferenze episcopali cercano di risolvere le difficoltà con un esercizio di potere, rinunciando a qualsiasi sforzo per giungere a una più profonda comprensione della fede cattolica e emanando invece un dettato autoritario, pur presupponendo tacitamente l’approvazione del Papa, allora il magistero della Chiesa sta minando se stesso. Dopo tutto, la sua autorità si basa non sul potere amministrativo, ma sulla “Parola di Dio, scritta o tramandata”. Il magistero “non è al di sopra della Parola di Dio, ma la serve, insegnando solo ciò che è stato trasmesso, ascoltandola devotamente, custodendola scrupolosamente, e spiegandola fedelmente secondo un incarico divino, e con l’aiuto dello Spirito Santo attinge da questo unico deposito di fede tutto ciò che presenta per credere come divinamente rivelato” (Concilio Vaticano II, Dei Verbum n. 10).

Dio ha nominato solo e soltanto un unico magistero nella Chiesa cattolica. Alcuni propongono che nella Chiesa ci possa essere una diversità e una divergenza in materia di fede e nell’amministrazione dei sacramenti. Si suggerisce anche che le conferenze episcopali o i singoli vescovi abbiano un magistero proprio con cui interpretare la Rivelazione in modo dogmaticamente vincolante, senza legami con il papa e con l’episcopato universale. Questa proposta non solo rivela una spaventosa mancanza di educazione teologica, ma non è altro che un mostruoso attacco all’unità della Chiesa in Cristo. Alla Chiesa universale e al collegio episcopale, il papa è il principio dell’unità della fede e il fondamento della comunione nei sacramenti. Singoli vescovi svolgono un ruolo analogo per le loro chiese locali (cfr. Concilio Vaticano II, Lumen gentium 18; n. 22). Non devono essere la causa della divisione della Chiesa universale in chiese nazionali autocefale. Il principio secolare del decentramento del potere politico può essere applicato alla Chiesa solo in maniera analogica e solo per quanto riguarda le questioni logistiche dell’amministrazione ecclesiastica. Essa non può certo essere applicata alla verità che unisce tutti i credenti in Dio mentre continuano “fermamente nella dottrina e nella comunione apostolica, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (At 2, 42).

Tuttavia, nella situazione estrema di pericolo mortale, quando è in gioco la preparazione immediata del credente al suo giudizio particolare e alla sua vita eterna, la Chiesa non può negare l’aiuto pastorale a un cristiano non cattolico che è battezzato quando lo chieda seriamente. Evidentemente questo può avvenire solo nel rispetto della fede del credente. Infatti, la maggior parte dei cristiani non cattolici non si sono resi colpevoli di eresia e non si sono allontanati dalla Chiesa cattolica di propria iniziativa. A causa del battesimo e di molti altri elementi che costruiscono la Chiesa, i cristiani delle comunità ecclesiali emerse dalla Riforma hanno un legame reale con la Chiesa cattolica. C’è infatti una comunione, anche se non è una comunione piena (Concilio Vaticano II, Unitatis Redintegratio n. 3).

Quando i cristiani non cattolici in situazioni di grave bisogno che incidono sulla loro salvezza eterna – situazioni che non devono essere confuse con le difficoltà sociali o psicologiche – cercano un sacerdote cattolico per il perdono sacramentale dei loro peccati e per la Santa Comunione come viatico, cioè come nutrimento per il loro cammino finale, allora questi sacramenti di grazia possono essere loro dati. Non deve essere soddisfatta nessun’altra condizione se non quella di affermare la fede della Chiesa riguardo a questi sacramenti, almeno implicitamente. Infatti, a causa della loro fede, speranza e amore, Dio dà loro la grazia dei sacramenti. Deve essere evitata ogni forma di relativismo.

Tuttavia, non si devono ampliare arbitrariamente concetti come “necessità grave e urgente” (Codice Iuris Canonici, can. 844 §4) per dar luogo a una unione sacramentale di fatto della Chiesa cattolica con le comunità ecclesiali che non sono in piena comunione con essa. Il diritto canonico deve essere interpretato alla luce della fede rivelata e, per quanto riguarda il diritto meramente ecclesiastico, deve essere corretto nella stessa luce. Al contrario, è impossibile che disposizioni canoniche positive, meramente umane, invalidino praticamente la fede. Una divergenza tra la dottrina della fede e la sua pratica non è possibile se vogliamo rimanere cattolici. Alla fine, l’obiettivo non è l’intercomunione tra le chiese visibili che rimangono separate, ma piuttosto l’unità visibile della Chiesa che è rappresentata e realizzata nell’unità della fede, dei sacramenti e nel riconoscimento dell’insegnamento e dell’ufficio di governo del papa e dei vescovi (Concilio Vaticano II, Unitatis Redintegratio n. 4).

Anche se un matrimonio ed una famiglia miste a livello confessionale è probabile che sia una grande sfida per i coniugi e i loro figli, può, allo stesso tempo, essere un’opportunità dal punto di vista ecumenico. Sicuramente, però, non rappresenta una situazione di “grave e urgente necessità”, che richiede l’amministrazione dei sacramenti della Chiesa cattolica alla parte non cattolica per la salvezza della sua anima. Se i cristiani protestanti giungono alla convinzione interiore che nella loro coscienza essi affermano l’intera fede cattolica e la sua forma ecclesiale, allora devono anche cercare una piena comunione visibile con la Chiesa cattolica.

Per quanto riguarda le Chiese ortodosse, la questione è diversa sia dogmaticamente che praticamente, in quanto hanno la stessa comprensione della Chiesa della realtà sacramentale dei cattolici. Essi hanno validi sacramenti, il sacerdozio sacramentale, e la valida ordinazione dei vescovi, che sono veri e legittimi successori degli Apostoli. Così, a condizione che “la necessità lo esiga o che un autentico vantaggio spirituale lo elogi”, e sia evitato l’errore dell’indifferentismo, e “sia fisicamente o moralmente impossibile avvicinarsi ad un ministro cattolico”, il credente cattolico può chiedere ad un sacerdote ortodosso il sacramento della penitenza, l’unzione dei malati, e l’Eucaristia (Codice Iuris Canonici, can. 844 §2). Per quanto riguarda le disposizioni della Chiesa cattolica, un sacerdote cattolico può legittimamente offrire questi sacramenti ai cristiani ortodossi alla sola condizione che “essi li richiedano spontaneamente e siano adeguatamente disposti” (Codice Iuris Canonici, can. 844 §3). Gli ortodossi, invece, sono più chiusi nei loro rapporti con la Chiesa cattolica. Il motivo è che nella loro dottrina dei sacramenti, non sempre, almeno non sistematicamente, hanno tratto le conclusioni della Chiesa cattolica dalle fondamentali decisioni anti-donatiste del quarto e quinto secolo. In seguito a queste decisioni, la Chiesa cattolica crede che anche un sacerdote eretico o scismatico, o che non stia vivendo una vita moralmente irreprensibile, possa amministrare validamente i sacramenti, a condizione che sia validamente ordinato e celebri i sacramenti secondo la posizione della Chiesa.

Quando si tratta della competenza delle Conferenze episcopali in materia dottrinale, non si deve limitare la questione alle loro competenze giuridiche, canoniche. È della massima importanza ricordare che né i vescovi né il papa hanno alcuna competenza per intervenire nella sostanza dei sacramenti (Concilio di Trento, Decreto sulla Comunione di entrambe le specie, DH 1728) o per avviare tacitamente processi che stabiliscano errori e confusione nella pratica sacramentale, mettendo così a repentaglio la salvezza delle anime.

L’ecumenismo deve mirare a superare le differenze dottrinali nella sostanza della materia stessa. Non può limitarsi a trovare formule di compromesso verbale, che in ultima analisi sono insostenibili. Attribuendo la colpa della divisione del cristianesimo occidentale alla teologia accademica, non si fa altro che promuovere l’indifferenza nelle questioni di fede. La conseguenza sarebbe allora un nichilismo ecclesiologico che aprirebbe un abisso che finirebbe per inghiottire la Chiesa. Tuttavia, c’è un’alternativa che è importante tenere in considerazione: “La Chiesa del Dio vivente… è la colonna e il fondamento della verità” (1 Tm 3,15).