Benedetto XVI: “L’Europa non sarebbe più Europa, se questa cellula fondamentale del suo edificio sociale scomparisse o venisse cambiata nella sua essenza”

Oggi voto per l’Europa. Allora non possiamo non ricordarci di cosa disse Benedetto XVI, e rifletterci, e tenerlo fermo.
Riprendo uno stralcio dall’articolo che vi propongo vivamente di leggere prima di andare a votare.

Papa Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI

 

di Benedetto XVI

 

Nei gravi sconvolgimenti del nostro tempo c’è un’identità dell’Europa che abbia un futuro e per la quale possiamo impegnarci con tutti noi stessi? Non sono preparato per entrare in una discussione dettagliata sulla Costituzione europea. Vorrei soltanto brevemente indicare gli elementi morali fondanti, che a mio avviso non dovrebbero mancare.

 

Un primo elemento è l’incondizionatezza con cui la dignità umana e i diritti umani devono essere presentati come valori che precedono qualsiasi giurisdizione statale. I diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, né conferiti ai cittadini, «ma piuttosto esistono per diritto proprio, sono da sempre da rispettare da parte del legislatore, sono a lui previamente dati come valori di ordine superiore». Il valore della dignità umana, precedente a ogni agire politico e a ogni decisione politica, rinvia al Creatore: soltanto Lui può stabilire valori che si fondano sull’essenza dell’uomo e che sono inviolabili. Che esistano valori che non sono modificabili da nessuno è la vera e propria garanzia della nostra libertà e della grandezza umana; la fede cristiana vede in ciò il mistero del Creatore e della condizione di immagine di Dio che egli ha conferito all’uomo.

 

Oggi quasi nessuno negherà esplicitamente la precedenza della dignità umana e dei diritti umani fondamentali rispetto a ogni decisione politica; sono ancora troppo recenti gli errori del nazismo e della sua dottrina razzista. Ma nell’ambito concreto del cosiddetto progresso della medicina ci sono minacce molto reali per questi valori: se pensiamo alla clonazione, se pensiamo alla conservazione dei feti umani a scopo di ricerca e di donazione degli organi, o se pensiamo a tutto l’ambito della manipolazione genetica, la lenta consunzione della dignità umana che qui ci minaccia non può venir misconosciuta da nessuno. A ciò si aggiungono in maniera crescente i traffici di persone umane, le nuove forme di schiavitù, il commercio di organi umani a scopo di trapianti. Da sempre si adducono finalità buone per giustificare quello che non è giustificabile…

 

Un secondo elemento che qualifica l’identità europea è il matrimonio e la famiglia. Il matrimonio monogamico, come struttura fondamentale della relazione tra uomo e donna e al tempo stesso come cellula nella formazione della comunità statale, è stato forgiato a partire dalla fede biblica. Esso ha dato all’Europa, a quella occidentale come a quella orientale, il suo volto particolare e la sua particolare umanità, anche e proprio perché la forma di fedeltà e di rinuncia qui delineata dovette sempre venir riconquistata, con molte fatiche e sofferenze.

 

L’Europa non sarebbe più Europa, se questa cellula fondamentale del suo edificio sociale scomparisse o venisse cambiata nella sua essenza. Tutti sappiamo quanto il matrimonio e la famiglia siano minacciati: da una parte c’è lo svuotamento della loro indissolubilità ad opera di forme sempre più facili di divorzio, dall’altra si va diffondendo la pratica di una convivenza fra uomo e donna senza la forma giuridica del matrimonio.

 

Al contrario, paradossalmente, gli omosessuali chiedono che sia conferita alle loro unioni una forma giuridica, che sia più o meno equiparata al matrimonio. In questo modo si esce dal complesso della storia morale dell’umanità che, nonostante la diversità di forme giuridiche espresse, non ha mai perso di vista che il matrimonio, nella sua essenza, è la particolare unione di uomo e donna, che si apre ai figli e così alla famiglia.

 

Qui non si tratta di discriminazione, bensì della questione di cos’è la persona umana in quanto uomo e in quanto donna e di quale unione può ricevere una forma giuridica. Se da una parte l’unione fra uomo e donna si distacca sempre più da forme giuridiche, se dall’altra l’unione omosessuale viene vista sempre più come dello stesso rango del matrimonio, siamo allora davanti a una dissoluzione dell’immagine dell’uomo, le cui conseguenze possono solo essere estremamente gravi.

 

L’ultimo elemento è la questione religiosa. Non vorrei entrare qui nelle discussioni complesse degli ultimi anni, ma mettere in rilievo solo un aspetto fondamentale per tutte le culture: il rispetto nei confronti di ciò che per l’altro è sacro, e particolarmente il rispetto per il sacro nel senso più alto, per Dio, cosa che è lecito supporre di trovare anche in colui che non è disposto a credere in Dio. Laddove questo rispetto viene infranto in una società, qualcosa di essenziale va perduto. Nella nostra società attuale, grazie a Dio, viene multato chi disonora la fede di Israele, la sua immagine di Dio, le sue grandi figure. Viene multato anche chiunque vilipenda il Corano e le convinzioni dell’Islam. Se invece si tratta di Cristo e di ciò che è sacro per i cristiani, ecco che allora la libertà di opinione diventa il bene supremo, limitare il quale sarebbe minacciare o addirittura abolire la tolleranza e la libertà in generale. La libertà di opinione trova però il suo limite in questo: che non può distruggere l’onore e la dignità dell’altro, non è libertà di mentire e di cancellare i diritti umani.

 

C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì, in maniera lodevole, di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa, se vuole davvero sopravvivere.

 

La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza basi comuni, senza punti di orientamento offerti dai valori propri. Sicuramente non può sussistere senza il rispetto di ciò che è sacro. Essa comporta l’andare incontro con rispetto agli elementi sacri dell’altro, ma questo lo possiamo fare solamente se il sacro, Dio, non è estraneo a noi stessi.

 

Certo, noi possiamo e dobbiamo imparare da ciò che è sacro per gli altri, ma proprio davanti agli altri e per gli altri è nostro dovere nutrire in noi stessi il rispetto di ciò che è sacro e mostrare il volto del Dio rivelato, del Dio che ha compassione dei poveri e dei deboli, delle vedove e degli orfani, dello straniero; del Dio che è talmente umano, che egli stesso è diventato uomo, un uomo sofferente, che soffrendo insieme a noi dà al dolore dignità e speranza.

 

Da:

“Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, islam” di Joseph Ratzinger (e Marcello Pera)

L’Occidente non si ama più

Joseph Ratzinger – Papa Benedetto XVI

 

Fonte: bpp.it




Andiamo al cuore della crisi di identità dell’Europa!

Oggi in Italia è il giorno delle elezioni europee. Occorrerebbe una giusta riflessione su questo voto, che andasse al cuore della crisi del concetto di identità dell’Europa così come la stiamo vivendo e che ha generato questa notevole insoddisfazione tanto da spingere i britanni alla volontà di uscita dall’Europa e allo sviluppo notevole dei movimenti sovranisti, come abbiamo fatto cenno ieri.

Oggi propongo all’attenzione dei lettori di questo blog questo interessante articolo di David Engels che ci aiuta ad andare a fondo delle ragioni della crisi dell’identità europea.

Eccolo nella mia traduzione.

 

Parlamento europeo

Parlamento europeo

 

La profonda crisi in cui si trova l’Europa non è stata imposta dall’esterno. Viene dall’interno. Stiamo finalmente vivendo le conseguenze di un pericolo che Robert Schuman, uno dei “padri fondatori” dell’UE, ha avvertito più di mezzo secolo fa – e cioè che un’Europa unificata non deve rimanere solo un’impresa economica e tecnocratica: “Ha bisogno di un’anima, di una consapevolezza delle sue radici storiche e dei suoi obblighi presenti e futuri”.

Senza un’identità comune, nessuna solidarietà europea è possibile in tempi difficili come i nostri di oggi; tale identità, tuttavia, deve basarsi non solo sull’idea di “diritti umani universali”, ma deve anche tener conto di ciò che l’Europa e gli europei hanno in comune: una visione occidentale dell’uomo profondamente radicata nella tradizione e nella storia.

Se un tale sforzo dovesse fallire, ci sono solo due possibilità: ricadere negli Stati nazionali, che saranno poi in balia di potenze come la Cina, la Russia, il mondo musulmano o gli Stati Uniti, o scendere ulteriormente in un centralismo burocratico e senza anima.  Sono due rischi di cui Schuman aveva già avvertito quando scriveva: “La democrazia [europea] sarà cristiana, o non lo sarà. Una democrazia anticristiana è destinata a diventare una caricatura che si disintegra in tirannia o in anarchia”.

Come potrebbe essere progettata un’Europa così alternativa e tradizionalista – un'”utopia” per la quale vorrei coniare il termine “Esperialismo” in riferimento al termine greco per la parte più occidentale del mondo? E come potrebbe apparire un giorno?

E’ stato un errore fondamentale giustificare l’esistenza della Comunità Europea come frutto dell’idea dei “Padri Fondatori” e lasciare che il suo sviluppo fosse guidato dal “Méthode Monnet”. Questo meccanismo profondamente disonesto derivava dall’approfondimento dell’integrazione non dal consenso del popolo, ma piuttosto da necessità burocratiche create deliberatamente.

Il modello di un’Europa unita avrebbe dovuto invece ispirarsi a quei secoli di storia occidentale quando il continente era già unificato da uno Stato, il Sacrum Imperium: il Sacro Romano Impero. Con frontiere esterne ben difese e interiormente pacifiche, per quasi un millennio questa entità ha tenuto insieme in territori armoniosi e diversificati che si estendevano dalla Francia alla Polonia e dalla Danimarca all’Italia. Fu una storia di successo che ispirò anche altri grandi imperi multietnici – come il potente Regno Polacco-Lituano – e che si basava su principi fondamentali che ci potrebbero essere utili anche oggi.

Mentre gli stati costituenti del Sacro Romano Impero godevano della massima autonomia e i loro interessi erano rappresentati nelle normali Diete Imperiali, era il ‘Capo di Stato’ (determinato dal voto) che assicurava la difesa militare esterna dell’Impero, nonché la risoluzione interna delle controversie. Egli garantiva anche un insieme minimo di norme, necessarie per la prosperità economica e culturale.

Con una durata di quasi 1.000 anni, il Sacrum Imperium fu certamente una delle istituzioni politiche di maggior successo nella storia europea. Ancora oggi, quando molte delle previsioni di George Orwell si sono realizzate, la diversità interiore di questo impero, così spesso disapprovata dagli studiosi nazionalisti del XIX secolo, rischia di apparire come un baluardo di libertà.  Infatti, la diversità interna dell’Impero ha agito come garante della libertà e dell’umanità. Secondo le parole di Karl Theodor von Dalberg, arcicancelliere del Sacro Romano Impero, era l’equivalente di “un edificio gotico permanente che forse non è costruito secondo tutte le regole dell’architettura, ma in cui si vive al sicuro”.

Un’Europa alternativa sostituirebbe quindi l’attuale processo di unificazione incontrollata con una costituzione unica e definitiva. Questo nuovo ordine politico sarebbe caratterizzato da una riforma fondamentale del sistema di rappresentanza parlamentare, in cui il Parlamento europeo fungerebbe da camera bassa, mentre il Consiglio europeo rappresenterebbe la camera alta. Insieme eserciterebbero la piena sovranità legislativa e di bilancio su quei settori in cui le competenze dell’Unione europea sarebbero saldamente circoscritte.

Nel rispetto delle quote nazionali, tale assemblea nominerebbe un certo numero di segretari di Stato che sostituirebbero la Commissione europea, che verrebbe sciolta. Essi svolgerebbero i compiti necessari per il mantenimento della sicurezza interna ed esterna del continente: il mantenimento di una forza di difesa comune, l’organizzazione di un servizio di polizia sovranazionale per la protezione delle frontiere esterne, lo sviluppo di progetti infrastrutturali chiave, l’armonizzazione dei sistemi giuridici, l’accesso alle risorse strategiche, l’attuazione di progetti comuni di ricerca e l’amministrazione delle relative finanze.

Solo la politica estera, e la presidenza di un comitato permanente di arbitrato per le controversie tra gli Stati membri, dovrebbero essere affidate ad un presidente eletto da tutti i cittadini europei che, come il vecchio capo del Sacrum Imperium, dovrebbero rappresentare l’Europa unita, sia all’interno che all’esterno.

Più importante di una nuova struttura istituzionale, tuttavia, sarebbe lo spirito che dovrebbe animare e ispirare la vita politica, i cui valori fondamentali dovrebbero essere sanciti in una nuova costituzione per contribuire a definire i principi giuridici con cui la Corte di giustizia europea potrebbe svolgere il suo lavoro.

Questi valori non dovrebbero includere solo i diritti umani universali, ma dovrebbero anche servire a sancire nel diritto la visione del mondo e gli ideali umani del passato millenario del mondo occidentale. Dopo tutto, la nascita dell’Europa non è avvenuta nel 1789 o addirittura nel 1945, ma risale al passato più profondo – o, per usare le parole di Paul Valéry: “ogni popolo e ogni terra che è stata successivamente romanizzata, cristianizzata e sottomessa, per quanto riguarda lo spirito, alla disciplina dei greci, è assolutamente europea”. Questo è il Leitkultur da coltivare e difendere; questi sono i valori che dobbiamo proteggere.

L’Europa è molto più della semplice somma delle persone che attualmente vivono nelle nostre terre. Deve rimanere fedele all’eredità dei suoi antenati assicurando un rapporto positivo con la tradizione classica e cristiana, proteggendo l’ideale occidentale della famiglia e favorendo un sano orgoglio per l’unicità della propria ricca eredità. Se deve esserci l’obbligo morale di affrontare i crimini della propria storia – anche generazioni dopo gli eventi – allora c’è anche il dovere di commemorare le grandi conquiste e i grandi risultati della nostra civiltà.

Solo se questo riconoscimento darà forma all’intero spirito europeo sarà possibile arrestare l’attuale disintegrazione, che deriva essenzialmente dal fatto che in ogni ambito della vita c’è quasi un’incapacità metafisica di distinguere tra regola ed eccezione. Così, in nome di una diversità fraintesa, strumentalizzando le nozioni di tolleranza e di uguaglianza, anche le deviazioni più aberranti da norme culturali travolgenti vengono sistematicamente promosse, alimentate e persino idealizzate come norme a sé stanti.  Questa è una tendenza che non porta ad una maggiore coerenza e compromesso, ma, tragicamente, ad una crescente frammentazione della nostra società – e quindi, prima o poi, potrebbe portare a crisi e violenza.

E’ già troppo tardi per un ritorno “Esperialista” alle nostre tradizioni occidentali? L’Europa, come molte società nel corso della storia umana, ha bisogno innanzitutto di un periodo di caos per potersi ricordare ciò che conta davvero e ricordare i suoi valori fondamentali?

Purtroppo, questo non è del tutto improbabile. Eppure, anche la prospettiva di vedere l’Occidente travolto dall’insicurezza, dal caos e forse anche dalla violenza non deve esimerci dal dovere di lavorare sull’Europa e di cominciare già a pensare ad un modello politico – anche se solo come idea utopica – che possa evitare il “doppio pericolo” del centralismo e del nazionalismo. Tale modello potrebbe finalmente aiutare l’Europa a trovare quella forza interiore, di cui ha bisogno per affrontare le varie sfide che sono sorte – non solo dall’esterno, sotto forma di concorrenti internazionali, ma anche dall’interno, sotto forma di molteplici problemi interni (come il degrado morale e la crescente minaccia delle società parallele che vivono in mezzo a noi).

E’ irrealistico sperare in un tale futuro per l’Europa? Per quest’anno elettorale nel 2019 – questa settimana – probabilmente sì. Ma una volta che una nuova crisi economica fosse arrivata e avesse creato le “condizioni greche” in altri stati europei, una volta che l’insoddisfazione dei cittadini con le loro élite avesse generato una resistenza massiccia che andasse oltre il movimento francese gilet jaunes (giubbotto giallo), una volta che il terrorismo politico e religioso avesse sconvolto ciò che resta della solidarietà sociale, e una volta che la lotta tra i cartelli dei partiti “politicamente corretti” e i movimenti populisti avesse completamente paralizzato le istituzioni nazionali ed europee – allora, come suggerisce l’esperienza storica, basterebbe un piccolo innesco per trasformare questo caos in un nuovo ordine.

 

Fonte: The European Conservative

 

David Engels è presidente di Storia Romana presso l’Université Libre de Bruxelles e analista senior presso l’Instytut Zachodni di Poznań. Il suo libro del 2013, Le déclin (Parigi: L’artilleur) ha paragonato la crisi dell’Unione Europea al declino della Repubblica Romana. Recentemente ha curato la collezione, Renovatio Europae (Berlino: MSC Verlagsbuchhandlung, 2019), un manifesto per una riforma conservatrice dell’Unione Europea.




Mentre l’Europa continua a rallentare, le implicazioni per tutti gli altri

Stiamo andando a votare per le elezioni europee. E’ bene avere alcuni dati dai mercati finanziari che ci suggeriscono molte cose sullo stato dell’economia europea. Lo faccio proponendovi questo articolo di Jeffrey Snider.

Eccolo nella mia traduzione.

Parlamento europeo

Parlamento europeo

 

A fine marzo, mentre si rinnovava il pessimismo globale sui mercati obbligazionari mondiali, il presidente della BCE Mario Draghi è apparso, come sempre, sollecitare l’ottimismo. Sì, l’economia europea, in particolare, non ha concluso il 2018 come lui si aspettava. Ma un momento smorzato, ha detto Draghi, non necessariamente “prefigurerebbe [una] grave recessione”.

La domanda nelle menti degli investitori obbligazionari è: come potrebbe saperlo?

 

OCSE - Composit Leading Indicator

OCSE – Composit Leading Indicator

Questo è, in ultima analisi, il problema di una crescita sincronizzata a livello globale. E non ha nessun altro da incolpare. Nel creare aspettative nel 2017, in modo molto esagerato, lui e altri come lui, come Janet Yellen e Jay Powel (banchieri centrali, ndr), si sono predisposti per dichiarazioni come questa consegnata a Washington il mese scorso:

Tuttavia, dopo le riunioni annuali dell’ottobre 2018, i dati in entrata sono stati deboli, in particolare nei settori manifatturiero e dei beni commerciabili, riflettendo un rallentamento della domanda esterna. A ciò si sono aggiunti alcuni fattori specifici per paese e per settore che si stanno rivelando con effetti più duraturi di quanto previsto in precedenza.

Scegliendo costantemente l’interpretazione troppo ottimistica di tutto, Draghi è diventata la Cassandra al contrario. Nella mitologia, a Cassandra fu dato il potere divino di prevedere accuratamente il futuro, ma fu maledetta da Apollo in modo che nessuno potesse mai credere alle sue profezie che erano corrette. Mario Draghi non può prevedere nulla, eppure tutti nel mainstream credono a qualsiasi cosa dica.

Come il mercato del Tesoro americano, però, i mercati obbligazionari europei non sono mai stati molto convinti. Come è diventato il suo modello tipico, prima di ammettere l’attuale debolezza dell’economia europea, il Presidente della BCE lo dichiarerà sempre nei termini più favorevoli. “Nel 2018 l’economia dell’area dell’euro si è espansa a un ritmo più lento, dopo la robusta crescita dell’anno precedente”.

Da boom a un boom un po’ meno boom non suona poi così male, questo è il modo di fare dell’uomo. Ciò però non è un valido.

Per credere alla sua premessa bisogna credere che l’Europa sia stata, ad un certo punto, in piena espansione. Il mercato obbligazionario tedesco, soprattutto, non l’ha mai creduto. Bill Gross aveva ragione sulla sua “breve durata” – se solo avesse avuto ragione sull’efficacia del QE (Quantitative Easing, ndr). Se avesse effettivamente funzionato, creando un vero e proprio boom, i consigli di investimento di Gross avrebbero dato i loro frutti.

Anche al culmine dell’isteria inflazionistica mondiale, unico risultato tangibile dell’opera di Draghi, i rendimenti tedeschi non sono mai stati molto più alti di quanto lo fossero nei punti più bassi della loro lunga storia. Draghi continuava a dire boom, il mercato dei bund continuava a rispondere: ma noi non lo vediamo.

Ora la BCE è passata da boom a un po’ meno boom. I bund tedeschi ancora una volta dicono: ma noi non lo vediamo.

Ieri e oggi i rendimenti decennali sono stati rispettivamente di -11 bps e -10 bps. Questi sono stati i più bassi dall’ottobre 2016 e molto vicini ai minimi storici. Questa fuga verso la sicurezza ha in realtà aumentato le preferenze verso la liquidità. Non c’è davvero nessun altro motivo per cui si dovrebbe possedere un bund a -10 bps “yield” o uno schaetze a -66 bps.

 

Naturalmente, data questa progressione, anche i mercati monetari si sono rivolti contro l’uomo. L’Euribor a dodici mesi, il tasso non garantito per l’assunzione di euro interbancari per un anno, era salito (cioè è diventato meno negativo), mentre Draghi era fiducioso del suo boom. Questo è il fatto con loro, o di coloro che li guardano, tendono a continuare nel futuro prevedibile.

Pertanto, fintanto che Draghi credeva nel boom, i mercati interbancari dell’euro hanno valutato ciò in cui Draghi credeva. Il tasso a 12 mesi è aumentato in previsione della prima serie di aumenti dei tassi della BCE.

Non più. Tornando alla fine di marzo, il precedente crollo dei rendimenti obbligazionari prima dell’attuale Euribor a 12 mesi si è invertito. Solo negli ultimi tre giorni, il tasso è sceso di un punto base completo (non sembra molto, ma si può effettivamente vedere sul grafico sopra). Questo dopo aver rinunciato a più di mezzo punto base rispetto alle precedenti 14 sessioni di trading.

Questo non suggerisce un taglio dei tassi come lo è per i mercati dei dollari USA; a differenza della Fed, la BCE non è mai arrivata al primo aumento. La diapositiva dell’Euribor, più che il tenore a 12 mesi, dice che i mercati scommettono come i bund tedeschi, la probabilità di un aumento, qualsiasi aumento, sta tornando a zero. [Draghi] Può parlare di momento soft, ma non è ciò che vede una sezione molto ampia dei più importanti mercati dell’euro.

Le implicazioni, naturalmente, significano molto più che per la semplice Europa. L’economia europea è ovviamente un’economia importante per diversi motivi, al di là delle sue dimensioni. In termini del solo sentiment, se Draghi fosse riuscito a creare un vero e proprio boom, sarebbe stato un risultato sostanziale. Forse la seconda grande economia più malata del mondo, dopo il solo Giappone, un’Europa che avanzava avrebbe significato parecchio dentro e fuori [di essa].

 

 

Ritornare indietro, tuttavia, segnala ancora una volta lo stesso malessere senza fine, dimostrando solo l’inefficacia degli esperimenti di politica monetaria estrema. Non è cambiato nulla. Non è cambiato nulla. I bund tedeschi, come i titoli di stato degli USA avevano ragione ad essere scettici anche durante i momenti “migliori” del 2017. Non va, non decolla.

Il problema più immediato è quello che Draghi ha detto il mese scorso: “che riflette un rallentamento della domanda esterna”. Questo rallentamento, anche declino, forse la recessione in Europa è un sintomo dello stesso potenziale negativo che si manifesta nel resto dell’economia globale. Gli Stati Uniti sono inclusi. La recessione sincronizzata a livello mondiale è piena di tutti i tipi degli altri rischi di ribasso.

Euro$ #4 (l’ultima fase della curva visibile nel primo grafico, ndr) si è già riflesso nei discorsi di Mario Draghi, anche se lui potrebbe non capire cosa significhi veramente ciò che i mercati obbligazionari e monetari del mondo stanno facendo. E stanno scommettendo che lo farà tra non molto tempo. Non è una profezia molto piacevole.

 

Fonte: Alhambra Investments via ZeroHedge

 




Buchanan: “Dagli Stati Uniti si vede Matteo, non Macron”

Domani in Italia andremo alle urne per votare per i prossimi rappresentanti del Parlamento europeo. A tal proposito, vi propongo l’opinione di Patrick Buchanan, un politico statunitense. È stato consigliere dei presidenti statunitensi Richard Nixon, Gerald Ford e Ronald Reagan. Credo che le sue “impressioni” siano molto interessanti. Eccole nella mia traduzione.

Parlamento europeo

Parlamento europeo

Tra una settimana da oggi (Buchanan ha scritto l’articolo lo scorso 20 maggio, ndr), gli europei potrebbero essere in grado di misurare l’aumento della marea di populismo e nazionalismo nei loro paesi e nel loro continente.

Per tutti i risultati arriveranno a partire da tre giorni di elezioni [che avverranno] nei 28 paesi rappresentati nel Parlamento europeo.

Le aspettative: I nazionalisti e i populisti daranno i risultati migliori da quando è stata istituita l’UE e il loro gruppo parlamentare – Europa delle nazioni e della libertà – potrebbe occupare un quarto delle sedi di Strasburgo.

Si prevede che il nuovo Partito della Brexit di Nigel Farage si candiderà per primo alle elezioni britanniche, vincendo da due a tre volte i voti del partito Tory al potere del primo ministro Theresa May.

In Francia, il Rassemblement National di Marine Le Pen sta gareggiando persino con il partito del Presidente Emmanuel Macron, che chiede “più Europa”.

Matteo Salvini, ministro degli interni e leader della Lega, prevede che il suo partito arriverà primo in Italia e primo in Europa.

Su invito di Salvini, una dozzina di partiti nazionalisti si sono riuniti a Milano questo fine settimana. Tra una settimana, potrebbero essere il terzo blocco più grande del Parlamento europeo. In caso affermativo, i loro guadagni andranno a scapito dei partiti di centro-sinistra e di centro-destra che hanno dominato la politica europea dalla seconda guerra mondiale.

Parlando davanti a decine di migliaia di persone davanti al Duomo di Milano, Salvini ha respinto in faccia ai suoi nemici (concorrenti, ndr) la provocazione che questi nuovi partiti sono radicati nella vecchia e brutta politica degli anni Trenta.

“In questa piazza non ci sono estremisti. Non ci sono razzisti. Non ci sono fascisti. …. In Italia e in Europa, la differenza è tra …. chi parla del futuro e chi fa prove del passato”.

Il domani contro il ieri, dice Salvini.

Mentre l’establishment europeo traccia paralleli tra i partiti populisti del presente e quanto avvenuto negli anni Trenta, non riconosce il suo essenziale contributo nel generare le defezioni di massa verso la destra populista che ora ne mette in pericolo l’egemonia politica.

I partiti populisti-nazionalisti sono energici e uniti sia da ciò che detestano sia da ciò che l’UE ha prodotto.

E di cosa si tratta?

Sono risentiti delle disuguaglianze della nuova economia, dove i salari della classe operaia e della classe media, il nucleo centrale della nazione, sono rimasti molto indietro rispetto alla classe dirigente e alle élite aziendali e finanziarie.

Le persone che lavorano con le mani, gli attrezzi e le macchine hanno visto i loro stipendi bloccarsi e i posti di lavoro scomparire, mentre gli stipendi sono aumentati per coloro che muovono i numeri sui computer.

Le disparità sono cresciute troppo, così come la distanza tra le capitali nazionali e le zone centrali delle nazioni.

Poi c’è l’immigrazione. I nativi europei non accolgono i nuovi gruppi etnici che negli ultimi decenni sono arrivati, non invitati, in numero considerevole, che non sono riusciti ad integrarsi e hanno creato enclave che replicano i luoghi del terzo mondo da cui sono venuti.

Se si potesse identificare un grido comune ai populisti, questo potrebbe essere: “Rivogliamo il nostro paese!”

Qualunque cosa si possa dire dei populisti e dei nazionalisti, sono persone di cuore. Amano i loro paesi. Hanno a cuore le culture in cui sono cresciuti. Vogliono mantenere la loro identità nazionale unica.

Cosa c’è di sbagliato in questo?

Il patriottismo è al centro dei movimenti nazionalisti e populisti. Il globalismo è estraneo a loro. Credono nell’Europa degli Stati nazionali di De Gaulle “dall’Atlantico agli Urali”, non nell’Europa astratta di Jean Monnet, e sicuramente non nella burocrazia di Bruxelles di oggi.

La nazione, la patria, è la più grande entità a cui si può dare lealtà e amore. Chi entrerebbe nella terra di nessuno per la Unione Europea?

I nazionalisti europei non sono tutti uguali. Il Partito della Legge e della Giustizia polacco al potere non è d’accordo sulla Russia di Putin con il Partito Fidesz al potere del Primo Ministro Viktor Orban in Ungheria.

Mentre il Parlamento europeo non possiede un grande potere, queste elezioni non sono prive di significato.

Considerate Farage. Se il suo partito Brexit dovesse arrivare primo in Gran Bretagna, come potrebbe il partito Tory non portare a termine il voto del 2016 per ritirarsi dall’UE, senza tradire i suoi sostenitori più leali sulla questione più critica?

Il nazionalismo in Europa si sta diffondendo, e sta persino approfondendo le divisioni tra le principali potenze dell’alleanza NATO.

La Germania non raggiungerà il promesso 2 per cento del PIL per la difesa che il presidente Donald Trump ha richiesto. E Berlino sta procedendo con un secondo gasdotto per il gas naturale sotto il Mar Baltico verso la Germania dalla Russia, Nord Stream 2.

La Turchia quest’estate prenderà possesso di un sistema di difesa aerea S-400 di costruzione russa, nonostante un avvertimento degli Stati Uniti che la nostra vendita di 100 F-35 non andrà in porto se i turchi andranno avanti con il sistema russo.

I nazionalisti d’Europa hanno preso l’onda del futuro?

O il futuro vedrà la rinascita dell’idea di Una Europa, un’unione politica ed economica che ha ispirato i sognatori di ieri?

Da qui [dagli Stati Uniti], sembra [all’orizzonte]  Matteo, non Macron.

 

Fonte: Patrick Buchanan




DON GIUSSANI: “NON UN BENE COMUNE QUALSIASI, MA UN BENE COMUNE COME IDEALE”

DON GIUSSANI: “NON UN BENE COMUNE QUALSIASI, MA UN BENE COMUNE COME IDEALE”

Qualche giorno fa ho partecipato a Bari ad un incontro pubblico organizzato da alcuni amici in vista delle elezioni del 4 marzo prossimo.

L’incontro è nato dall’esigenza di lavorare sul contenuto di un volantino intitolato “La politica, dimensione essenziale della convivenza civile”, che riprende il discorso tenuto da Papa Francesco a Cesena nell’ottobre scorso. Il punto fondamentale di tale discorso è l’invito a non rimanere ad “osservare dal balcone”, ma a coinvolgersi con la cosa pubblica. Si legge infatti: “è essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune”. E proprio il concetto di bene comune viene ripreso varie volte, fino ad affermare che: “Questa armonizzazione dei desideri propri con quelli della comunità fa il bene comune”.

È, quella del Papa, una sollecitazione molto importante. Occorre però tutta la nostra responsabilità e maturità di cristiani per calarla non solo nell’attuale situazione nazionale, visto che prossimamente vi sarà un importante evento come le votazioni, ma, in generale, nel più ampio panorama che vede potenti forze di natura culturale, politica ed economica che, in un modo o nell’altro, incidono subdolamente o apertamente nella vita di tutti i giorni.

Oggi, specialmente in questo frangente di promesse e slogan elettorali, tutti ci parlano di “bene comune”. Ma ci basta? Ci soddisfa semplicemente dire che occorre impegnarci per il bene comune? Senza altra declinazione?

Credo proprio di no.

Viviamo, infatti, in tempi drammatici, che ci impediscono di accontentarci di un qualche criterio di natura generale, come è appunto quello del bene comune, anche se importante. Le sfide scatenate alla dignità della persona umana, alla struttura antropologia della famiglia, alla sacralità della vita, per essere affrontate, richiedono un sovrappiù di coscienza. È per questo che non può essere un criterio generale, per quanto necessario come il bene comune, che ci muove, ma sono le ragioni che sottostanno al bene comune che ci spronano, che possono darci quella energia vitale. Senza di esse, la persona rimane senza vigore, e lo stesso bene comune risulta oscuro, rimane un concetto come tanti altri.

Date le sfide cui abbiamo accennato, non è detto che una semplice “armonizzazione” dei desideri propri con quelli degli altri possa portare automaticamente al bene comune. Anzi, in alcune circostanze, quando venissero proposte ed approvate leggi lesive della dignità della persona o della famiglia, pur se presentate come espressione del rispetto della libertà altrui, e dunque del “bene comune”, occorre esprimere verso di esse un nostro rifiuto, a volte anche molto netto. E in particolari circostanze, occorre addirittura fare resistenza ed obiezione di coscienza poiché: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (Atti, 5,29).

E ciò perché il bene comune non è necessariamente il frutto di un compromesso o di un accordo, non è neanche la media dei beni comuni individuali.

Il bene comune trae la sua ragion d’essere dalla verità, esso è il riflesso di quella verità che è inscritta da Dio nel cuore dell’uomo, ed è visibile nella legge naturale, ad esempio nella famiglia naturale formata da un uomo ed una donna, aperta alla generazione della prole. Per questo, ogni violazione della legge naturale, perpetrata anche mediante il diritto, non potrà che avere un effetto negativo sull’uomo e sulla società nella sua interezza.

Diceva a questo proposito don Giussani: “La genesi di un popolo è una compagnia alla ricerca del suo destino. E, infatti, un popolo è tenuto insieme sempre da una visione di bene, di un bene comune. Non un bene comune qualsiasi, ché altrimenti la collettività e la solidarietà sarebbero provvisorie proprio in sé e non costituirebbero, non darebbero personalità a quel popolo.” (…) “Ciò che dà personalità a un popolo è un ideale, un bene comune come ideale, che sta al di là, al di là di tutto l’elenco di interessi e di bisogni da soddisfare.” (“Certi di alcune grandi cose 1979-1981, BUR, 2007, pag.432-433).

Per questo, non saranno mai i meccanismi, anche se democratici, come ad esempio la maggioranza, a rendere giusta la nostra società, ma gli uomini giusti. Perché il rischio, nel caso contrario, è che lo Stato, anziché essere al servizio della persona e delle comunità, a cominciare dalla famiglia, imponga dall’alto un suo pseudo “bene comune”.

E a proposito di “uomini giusti”, bello il momento in cui uno dei due relatori, il senatore, ha detto che una delle cose che lo ha sempre guidato nell’attività politica è stato un passo della Bibbia, quello in cui Dio in sogno dice a Salomone di chiedergli un dono. Ci si sarebbe aspettati una richiesta di maggiore potere, maggiori ricchezze, la vita dei suoi nemici. E invece Salomone chiede il dono di essere giusto nel governo del suo popolo, di ricevere il dono di saper “distinguere il bene dal male” (1Re 3,5.7-12).

Ecco, un bene comune che non attingesse o non facesse riferimento al saper “distinguere il bene dal male”, come chiedeva Salomone, sarebbe un bene comune vuoto, buono solo per essere “venduto” a poco prezzo durante le campagne elettorali. Un vero e proprio inganno. Un criterio buono per incamminarci verso non si sa che cosa.

Invece, bellissimo ed istruttivo il verso della canzone di Claudio Chieffo: “cammina l’uomo quando sa bene dove andare”.

In conclusione, la concezione della vita che è alla base di questo folle attacco alla dignità della persona e della famiglia, un attacco che si configura come un vero e proprio “tsunami antropologico”, costituisce la “cartina di tornasole” per giudicare i politici ed i loro programmi, per giudicare le proposte di legge e le riforme costituzionali, le politiche di gestione delle migrazioni e la sanità, e così via.

Il prossimo 4 marzo, nonostante la volgare legge elettorale che impedisce di esprimere una preferenza, credo dovremmo fare qualche seria riflessione prima di mettere la crocetta sulla scheda.

Sabino Paciolla