Papa Francesco: ecco come ho avuto la conversione ecologica, che tutti dovrebbero avere.

Ad inizio di questo mese di settembre papa Francesco, ricevendo in udienza un gruppo di esperti che collaborano con la Conferenza episcopale francese sul tema ecologico dell’enciclica ‘Laudato sì’, ha raccontato come si è evoluta la sua coscienza ambientale che si è trasformata in conversione ecologica. Ha auspicato poi che in tutti avvenga una profonda e duratura conversione ecologica, che sola può rispondere alle sfide importanti cui dobbiamo far fronte.

Agli esperti, dopo aver fatto distribuire il discorso scritto già preparato, ha tenuto un discorso a braccio dal quale riprendiamo ampi stralci.

 

Papa Francesco incontra indigeni dell’Amazzonia (foto: Vatican media/Lapress)

Papa Francesco incontra indigeni dell’Amazzonia (foto: Vatican media/Lapress)

 

Vorrei incominciare con un pezzo di storia. Nel 2007 c’è stata la Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano in Brasile, ad Aparecida. Io ero nel gruppo dei redattori del documento finale, e arrivavano proposte sull’Amazzonia. Io dicevo: “Ma questi brasiliani, come stufano con questa Amazzonia! Cosa c’entra l’Amazzonia con l’evangelizzazione?”. Questo ero io nel 2007. Poi, nel 2015 è uscita la Laudato si’. Io ho avuto un percorso di conversione, di comprensione del problema ecologico. Prima non capivo nulla!

Quando sono andato a Strasburgo, all’Unione Europea, il presidente Hollande ha inviato, per ricevermi, il Ministro dell’ambiente, Ségolène Royale.(…) E la Signora Ségolène Royale mi ha detto questo: “E’ vero che Lei sta scrivendo qualcosa sull’ecologia? – c’était vrai! – Per favore, la pubblichi prima dell’incontro di Parigi!”.

Io ho chiamato l’equipe che la stava facendo – perché voi sappiate che questa non l’ho scritto io di mio pugno, è stata un’équipe di scienziati, un’équipe di teologi e tutti insieme abbiamo fatto questa riflessione –, chiamai questa équipe e dissi: “Questo deve uscire prima dell’incontro di Parigi” – “Ma perché?” – “Per fare pressione”. Da Aparecida a Laudato si’ per me stato un cammino interiore.

Quando ho incominciato a pensare a questa Enciclica, chiamai gli scienziati – un bel gruppo – e ho detto loro: “Ditemi le cose che sono chiare e che sono provate e non ipotesi, le realtà”. E loro hanno portato queste cose che voi oggi leggete lì. Poi, chiamai un gruppo di filosofi e teologi [e dissi loro]: “Io vorrei fare una riflessione su questo. Lavorate voi e dialogate con me”. E loro hanno fatto il primo lavoro, poi sono intervenuto io. E, alla fine, la redazione finale l’ho fatta io. Questa è l’origine.

Ma voglio sottolineare questo: dal non capire nulla, ad Aparecida, nel 2007, all’Enciclica. Di questo mi piace dare testimonianza. Dobbiamo lavorare perché tutti abbiano questo cammino di conversione ecologica.

Poi è venuto il Sinodo sull’Amazzonia. Quando sono andato in Amazzonia, ho trovato tanta gente lì.(…) [alcuni con le penne in testa erano professori universitari ecc.] Ho scoperto, fianco a fianco, la saggezza dei popoli indigeni, anche la saggezza del “buon vivere”, come lo chiamano loro. Il “buon vivere” non è la dolce vita, no, nel dolce far niente, no. Il buon vivere è vivere in armonia con il creato. E questa saggezza del buon vivere noi l’abbiamo persa. I popoli originari ci portano questa porta aperta. E alcuni vecchi dei popoli originari dell’Ovest del Canada, si lamentano che i loro nipoti vanno in città e prendono le cose moderne e dimenticano le radici. E questo dimenticare le radici è un dramma non solo degli aborigeni, ma della cultura contemporanea.

E così, trovare questa saggezza che forse noi abbiamo perso con troppa intelligenza. Noi – è peccato – siamo “macrocefali”: tante nostre università ci insegnano idee, concetti… Siamo eredi del liberalismo, dell’illuminismo… E abbiamo perso l’armonia dei tre linguaggi. Il linguaggio della testa: pensare; il linguaggio del cuore: sentire; il linguaggio delle mani: fare. E portare questa armonia, che ognuno pensi quello che sente e fa; che ognuno senta quello che pensa e fa; che ognuno faccia quello che sente e pensa. Questa è l’armonia della saggezza. Non è un po’ la disarmonia – ma questo non lo dico in senso peggiorativo – delle specializzazioni. Ci vogliono gli specialisti, ci vogliono, a patto che siano radicati nella saggezza umana. Gli specialisti, sradicati da questa saggezza, sono dei robot.

(…)

Inoltre, c’è un’altra cosa che vorrei dire sull’ecologia umana. La conversione ecologica ci fa vedere l’armonia generale, la correlazione di tutto: tutto è correlato, tutto è in relazione. Nelle nostre società umane, abbiamo perso questo senso della correlazione umana. (…) E tante volte abbiamo perso il senso delle radici, dell’appartenenza. Il senso dell’appartenenza. Quando un popolo perde il senso delle radici, perda la propria identità.(…)

L’armonia umana non tollera i patti di compromesso. Sì, la politica umana – che è un’altra arte e necessaria – la politica umana si fa così, con dei compromessi perché può mandare avanti tutti. Ma l’armonia no. Se tu non hai radici l’albero non andrà avanti. C’è un poeta argentino, FranciscoLuis Bernárdez – è morto già, è uno dei nostri grandi poeti – che dice: “Todo lo que el árbol tiene de floridovive de lo que tiene sepultado”. Se l’armonia umana dà dei frutti è perché ha delle radici.

E perché il dialogo con i nonni? Posso parlare con i genitori, questo è molto importante!, parlare con i genitori è molto importante. Ma i nonni hanno qualcosa di più, come il buon vino. Il buon vino più invecchia più è buono. Voi francesi conoscete queste cose, no? I nonni hanno quella saggezza. Mi ha sempre colpito quel passo del Libro di Gioele: “I nonni sogneranno. I vecchi sogneranno e i giovani profetizzeranno”. I giovani sono dei profeti. I vecchi sono dei sognatori. Sembra il contrario, ma è così! A patto che i vecchi e i giovani si parlino. E questa è l’ecologia umana.

Ma ho voluto dire questa testimonianza della mia storia, queste cose, per andare avanti. E la parola-chiave è armonia. E la parola-chiave umana è tenerezza, capacità di accarezzare. La struttura umana è una delle tante strutture politiche che sono necessarie. La struttura umana è il dialogo tra i vecchi e i giovani.

 




Benedetto XVI: promuovere insieme la pace, la giustizia e il rispetto della creazione? Chiacchiere, Dio è sparito, chi agisce è ormai solo l’uomo.

Papa Benedetto XVI (CNS photo/Paul Haring)

Papa Benedetto XVI (CNS photo/Paul Haring)

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di Benedetto XVI
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Nel frattempo si è sviluppata in estesi circoli della teologia, in modo particolare in ambito cattolico, una reinterpretazione secolaristica del concetto di «regno», che dà il via a una nuova visione del cristianesimo, delle religioni e della storia in generale e con questa profonda trasformazione vuole rendere il presunto messaggio di Cristo nuovamente accettabile.
Si asserisce che prima del Concilio avrebbe dominato l’ecclesiocentrismo: la Chiesa sarebbe stata proposta come centro del cristianesimo. Poi si sarebbe passati al cristocentrismo, presentando Cristo come il centro di tutto. Ma – si dice – non solo la Chiesa separa, anche Cristo appartiene solo ai cristiani. Pertanto dal cristo-centrismo si sarebbe saliti al teocentrismo, e ci si sarebbe in questo modo avvicinati già di più alla comunità delle religioni. Con ciò, però, non sarebbe ancora raggiunta la meta, perché anche Dio può essere un elemento di divisione tra le religioni e tra gli uomini.
Per questo bisognerebbe ora fare il passo verso il regnocentrismo, verso la centralità del regno. Questo, appunto, sarebbe stato in definitiva il cuore del messaggio di Gesù e ciò costituirebbe la via giusta per unire finalmente le forze positive dell’umanità nel cammino verso il futuro del mondo. «Regno» significherebbe semplicemente un mondo in cui regnano la pace, la giustizia e la salvaguardia della creazione. Non si tratterebbe di nient’altro. Questo «regno» dovrebbe essere realizzato come approdo della storia. E questo sarebbe il vero compito delle religioni: lavorare insieme per la venuta del «regno»… Per il resto, esse potrebbero ben mantenere le loro tradizioni, vivere ognuna la propria identità, ma pur conservando le loro diverse identità, dovrebbero collaborare per un mondo in cui siano decisivi la pace, la giustizia e il rispetto della creazione.
Ciò suona bene: seguendo questa strada sembra possibile che il messaggio di Cristo venga finalmente fatto proprio da tutti senza dover evangelizzare le altre religioni; ora la sua parola sembra aver assunto finalmente un contenuto pratico, la realizzazione del «regno» sembra diventare così il compito comune, e in tal modo sembra avvicinarsi. Osservando però con maggiore attenzione, si resta perplessi: chi ci dice infatti che cos’è la giustizia? Che cosa nella concretezza si pone a servizio della giustizia? Come si costruisce la pace? A un’osservazione più attenta l’intero ragionamento si rivela un insieme di chiacchiere utopistiche prive di contenuto reale, a meno che sotto sotto vengano presupposte, come contenuto di questi concetti che tutti devono accogliere, dottrine di partito.
Un punto emerge su tutto: Dio è sparito, chi agisce è ormai solo l’uomo. Il rispetto delle «tradizioni» religiose è solo apparente. Esse, in realtà, vengono considerate come un ammasso di abitudini che bisogna lasciare alla gente, anche se in fondo non contano assolutamente nulla. La fede, le religioni vengono usate a fini politici. Conta solo organizzare il mondo. La religione conta in quanto può essere in ciò di aiuto. La vicinanza di questa visione post-cristiana della fede e della religione alla terza tentazione è inquietante.
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(da Benedetto XVI, Gesù di Nazareth pag. 76)
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Intervista a Papa Francesco: “Un tempo di grande incertezza”

Papa Francesco ha rilasciato una lunga intervista al suo biografo di fiducia, Austen Ivereigh, pubblicata oggi su Commonwealmagazine.

Riprendo alcuni brani dell’intervista rimandando per il resto alla rivista. 

Eccoli nella mia traduzione.

 

Papa Francesco triste

Papa Francesco triste

 

La prima domanda ha riguardato il modo in cui papa Francesco stava vivendo la pandemia e l’isolamento, sia nella residenza di Santa Marta che nell’amministrazione vaticana (“la curia”) in modo più ampio, sia pratico che spirituale.

(…)

Come sto vivendo spiritualmente? Prego di più, perché sento che dovrei. E penso alle persone. È questo che mi preoccupa: le persone. Pensare alle persone mi tocca, mi fa bene, mi fa uscire dalla mia auto-preoccupazione. Naturalmente ho le mie aree di egoismo. Il martedì viene il mio confessore e lì mi occupo delle cose.

(…)

La mia principale preoccupazione – almeno ciò che viene attraverso la mia preghiera – è come accompagnare ed essere più vicini al popolo di Dio. Da ciò la Messa delle 7 del mattino trasmessa in streaming [che celebro ogni mattina] che molte persone seguono e apprezzano, così come i discorsi che ho fatto, e l’evento del 27 marzo in Piazza San Pietro. Da qui, anche l’intensificarsi delle attività dell’ufficio degli enti di beneficenza pontifici, che si occupano degli ammalati e degli affamati.

Sto vivendo questo momento di grande incertezza. È un tempo per inventare, per la creatività.

 

Nella mia seconda domanda mi sono riferito a un romanzo ottocentesco molto caro a papa Francesco, di cui ha parlato recentemente: I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Il dramma del romanzo è incentrato sulla peste milanese del 1630. Ci sono vari personaggi sacerdotali: il vile curato don Abbondio, il santo cardinale arcivescovo Borromeo, e i frati cappuccini che servono il lazzaretto, una sorta di ospedale da campo dove gli infetti sono rigorosamente separati dai sani. Alla luce del romanzo, come vedeva papa Francesco la missione della Chiesa nel contesto di COVID-19?

Papa Francesco: Il cardinale Federigo [Borromeo] è davvero un eroe della peste milanese. Eppure in uno dei capitoli va a salutare un villaggio ma con la finestra della sua carrozza chiusa per proteggersi. Questo non è andato giù bene alla gente. Il popolo di Dio ha bisogno che il suo pastore gli stia vicino, che non si protegga troppo. Il popolo di Dio ha bisogno che i suoi pastori siano altruisti, come i cappuccini, che sono rimasti vicini.

La creatività del cristiano ha bisogno di mostrarsi nell’aprire nuovi orizzonti, aprire finestre, aprire la trascendenza verso Dio e verso le persone, e nel creare nuovi modi di stare a casa. Non è facile essere confinati a casa propria. Quello che mi viene in mente è un versetto dell’Eneide in mezzo alla sconfitta: il consiglio è di non arrendersi, ma di salvarsi per tempi migliori, perché in quei tempi ricordare ciò che è accaduto ci aiuterà. Abbiate cura di voi stessi per un futuro che verrà. E ricordare in quel futuro ciò che è successo vi farà bene.

Abbiate cura dell’ora, per il bene del domani. Sempre in modo creativo, con una creatività semplice, capace di inventare ogni giorno qualcosa di nuovo. Dentro la casa che non è difficile da scoprire, ma non scappare, non rifugiarti nella fuga, che in questo tempo non ti serve a niente.

 

La mia terza domanda ha riguardato le politiche governative in risposta alla crisi. Mentre la messa in quarantena della popolazione è un segno che alcuni governi sono disposti a sacrificare il benessere economico per il bene delle persone vulnerabili, ho suggerito che essa stesse mostrando anche livelli di esclusione che prima d’ora erano considerati normali e accettabili.

Papa Francesco: È vero, alcuni governi hanno adottato misure esemplari per difendere la popolazione sulla base di chiare priorità. Ma ci stiamo rendendo conto che tutto il nostro pensiero, che ci piaccia o no, è stato plasmato intorno all’economia. Nel mondo della finanza è sembrato normale sacrificare [persone], praticare una politica della cultura dello scarto, dall’inizio alla fine della vita. Penso, per esempio, alla selezione prenatale. È molto insolito di questi tempi incontrare per strada persone con la sindrome di Down; quando il tomografo [scansioni] le rileva, vengono buttate nel cestino. È una cultura dell’eutanasia, legale o occulta, in cui agli anziani vengono somministrati dei farmaci, ma solo fino a un certo punto.

Quello che mi viene in mente è l’enciclica Humanae vitae di Papa Paolo VI. La grande polemica dell’epoca era sulla pillola [contraccettiva], ma ciò di cui la gente non si rendeva conto era la forza profetica dell’enciclica, che prevedeva il neomalthusianesimo che allora si stava diffondendo in tutto il mondo. Paolo VI lanciò l’allarme su quell’ondata di neomaltusianesimo. Lo vediamo nel modo in cui le persone vengono selezionate in base alla loro utilità o produttività: la cultura dell’usa e getta.

(…)

 

Ero curioso di sapere se il papa veda la crisi e la devastazione economica che si sta scatenando come un’opportunità per una conversione ecologica, per rivalutare le priorità e gli stili di vita. Gli ho chiesto concretamente se sia possibile che in futuro si possa vedere un’economia che, per usare le sue parole, sia più “umana” e meno “liquida”.

Papa Francesco: C’è un’espressione in spagnolo: “Dio perdona sempre, noi a volte perdoniamo, ma la natura non perdona mai”. Non abbiamo risposto alle catastrofi parziali. Chi parla ora degli incendi in Australia, o ricorda che diciotto mesi fa una barca poteva attraversare il Polo Nord perché i ghiacciai si erano tutti sciolti? Chi parla ora delle inondazioni? Non so se queste sono la vendetta della natura, ma sono certamente le risposte della natura.

(…)

In questo momento in Europa, in cui si cominciano a sentire discorsi populisti e si assiste a decisioni politiche così selettive, è fin troppo facile ricordare i discorsi di Hitler del 1933, che non erano poi così diversi da alcuni dei discorsi di alcuni politici europei di oggi.

(…)

Questa crisi colpisce tutti noi, ricchi e poveri, e mette sotto i riflettori l’ipocrisia. Mi preoccupa l’ipocrisia di certe personalità politiche che parlano di affrontare la crisi, del problema della fame nel mondo, ma che nel frattempo producono armi. Questo è un momento per convertirsi da questo tipo di ipocrisia funzionale. È un momento di integrità. O siamo coerenti con le nostre convinzioni o perdiamo tutto.

Mi chiede della conversione. Ogni crisi contiene sia il pericolo che l’opportunità: l’opportunità di uscire dal pericolo. Oggi credo che dobbiamo rallentare il nostro ritmo di produzione e di consumo (Laudato si’, 191) e imparare a capire e a contemplare il mondo naturale. Dobbiamo riconnetterci con il nostro ambiente reale. Questa è l’occasione per la conversione.

Sì, vedo i primi segni di un’economia meno liquida, più umana. Ma non perdiamo la memoria una volta che tutto questo sarà passato, non archiviamolo e tornando al punto in cui eravamo. Questo è il momento di fare il passo decisivo, di passare dall’uso e abuso della natura alla contemplazione. Abbiamo perso la dimensione contemplativa, dobbiamo recuperarla in questo momento.

E a proposito di contemplazione, vorrei soffermarmi su un punto. Questo è il momento di vedere i poveri. Gesù dice che avremo sempre con noi i poveri, ed è vero. Sono una realtà che non possiamo negare. Ma i poveri sono nascosti, perché la povertà è timida. A Roma recentemente, nel bel mezzo della quarantena, un poliziotto ha detto a un uomo: “Non puoi stare per strada, vai a casa”. La risposta è stata: “Non ho una casa. Vivo per strada”. Scoprire un così gran numero di persone che sono ai margini….. E noi non le vediamo, perché la povertà è timida. Ci sono, ma non li vediamo: sono diventati parte del paesaggio, sono cose.

Santa Teresa di Calcutta li ha visti e ha avuto il coraggio di intraprendere un viaggio di conversione. “Vedere” i poveri significa restituire loro l’umanità. Non sono cose, non spazzatura, sono persone. Non possiamo accontentarci di una politica di benessere come abbiamo fatto per gli animali salvati. Spesso trattiamo i poveri come animali salvati. Non possiamo accontentarci di una politica di benessere parziale.

(…)

Noi disincentiviamo i poveri. Non gli diamo il diritto di sognare le loro madri. Non sanno cosa sia l’affetto; molti vivono di droga. E vederli può aiutarci a scoprire la pietà, la pietas, che punta verso Dio e verso il prossimo.

Scendere nel sottosuolo, e passare dal mondo iper-virtuoso e senza carne alla carne sofferente dei poveri. Questa è la conversione che dobbiamo subire. E se non partiamo da lì, non ci sarà conversione.

Penso, in questo momento, ai santi che vivono alla porta accanto. Sono eroi: medici, volontari, suore religiose, religiosi, sacerdoti, commercianti, tutti che fanno il loro dovere affinché la società possa continuare a funzionare. Quanti medici e infermieri sono morti! Quante sorelle religiose sono morte! Tutti in servizio….. Quello che mi viene in mente è qualcosa detto dal sarto, a mio avviso uno dei personaggi più integri de I Promessi Sposi. Dice: “Il Signore non lascia i suoi miracoli a metà”. Se prendiamo coscienza di questo miracolo dei santi della porta accanto, se riusciamo a seguire le loro tracce, il miracolo finirà bene, per il bene di tutti. Dio non lascia le cose a metà. Siamo noi che lo facciamo.

Quello che stiamo vivendo ora è un luogo di metanoia (conversione), e abbiamo la possibilità di cominciare. Quindi non lasciamocela sfuggire e andiamo avanti.

 

La mia quinta domanda ha riguardato gli effetti della crisi sulla Chiesa e la necessità di ripensare il nostro modo di operare. Vede emergere da questo una Chiesa più missionaria, più creativa, meno attaccata alle istituzioni? Stiamo vedendo un nuovo tipo di “chiesa domestica”?

Papa Francesco: Meno attaccata alle istituzioni? Direi meno attaccata a certi modi di pensare. Perché la Chiesa è un’istituzione. La tentazione è quella di sognare una Chiesa deistituzionalizzata, una Chiesa gnostica senza istituzioni, o soggetta a istituzioni fisse, che sarebbe una Chiesa pelagiana. Chi fa la Chiesa è lo Spirito Santo, che non è né gnostico né pelagiano. È lo Spirito Santo che istituzionalizza la Chiesa, in modo alternativo, complementare, perché lo Spirito Santo provoca il disordine attraverso i carismi, ma poi da quel disordine crea armonia.

Una Chiesa che è libera non è una Chiesa anarchica, perché la libertà è un dono di Dio. Una Chiesa istituzionale è una Chiesa istituzionalizzata dallo Spirito Santo.

Una tensione tra disordine e armonia: questa è la Chiesa che deve uscire dalla crisi. Dobbiamo imparare a vivere in una Chiesa che esiste nella tensione tra armonia e disordine provocata dallo Spirito Santo. Se mi chiede quale libro di teologia può aiutarla meglio a capire questo, direi gli Atti degli Apostoli. Lì vedrà come lo Spirito Santo deistituzionalizza ciò che non serve più e istituzionalizza il futuro della Chiesa. Questa è la Chiesa che deve uscire dalla crisi.

Circa una settimana fa un vescovo italiano, un po’ agitato, mi ha chiamato. Andava in giro per gli ospedali volendo dare l’assoluzione a chi si trovava all’interno dei reparti dal corridoio dell’ospedale. Ma aveva parlato con gli avvocati canonici che gli avevano detto che non poteva, che l’assoluzione poteva essere data solo in contatto diretto. “Cosa ne pensa, padre?” mi aveva chiesto. Gli dissi: “Vescovo, adempia al suo dovere sacerdotale”. E il vescovo disse: “Grazie, ho capito” (“Grazie, ho capito”). Ho scoperto più tardi che stava dando l’assoluzione a tutti.

Questa è la libertà dello Spirito nel bel mezzo di una crisi, non una Chiesa chiusa nelle istituzioni. Questo non significa che il diritto canonico non sia importante: lo è, aiuta, e per favore facciamone buon uso, è per il nostro bene. Ma il canone finale dice che tutto il diritto canonico è per la salvezza delle anime, ed è questo che ci apre la porta ad uscire nei momenti di difficoltà per portare la consolazione di Dio.

Mi chiedete di una “chiesa domestica”. Dobbiamo rispondere alla nostra reclusione con tutta la nostra creatività. Possiamo essere depressi e alienati – attraverso i media che possono portarci fuori dalla nostra realtà – oppure possiamo diventare creativi. A casa abbiamo bisogno di una creatività apostolica, una creatività spogliata di tante cose inutili, ma con il desiderio di esprimere la nostra fede nella comunità, come popolo di Dio. Quindi: essere in isolamento, ma con quel ricordo che anela e genera speranza – questo è ciò che ci aiuterà a uscire dalla nostra prigionia.

(…)

 




Il Card. Burke mette in guardia i fedeli sulla chiamata alla “conversione ecologica” (Prima parte)

Sua Eminenza Raymond Leo Cardinale Burke, Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta e Prefetto Emerito della Segnatura Apostolica, ha recentemente visitato il Santuario di Nostra Signora di Guadalupe a La Crosse, Wisconsin. Il 9 dicembre Sua Eminenza ha gentilmente concesso a Bon Fier, del giornale The Wanderer, un’ampia intervista e ha offerto molti spunti illuminanti su questioni che riguardano la Chiesa nel tempo presente. 

Di seguito la prima parte dell’intervista. La seconda uscirà nei prossimi giorni. 

Ecco la prima parte nella mia traduzione. 

 

Card. Raymond Leo Burke

Card. Raymond Leo Burke – Photo: Goat_Girl (Flickr)

 

Parte Prima

 

Domanda: È passato più di un mese dal Sinodo Pan-Amazzonico (3-28 ottobre 2019). Vi prego di esprimere la vostra critica sull’esito del Sinodo, come risulta dalla relazione finale. Il documento scritto congiuntamente da lei e dal vescovo Athanasius Schneider, A Crusade of Prayer and Fasting (Una crociata di preghiera e digiuno, ndr), in cui ha individuato elementi dolorosi contenuti nell’Instrumentum Laboris, ha avuto l’effetto desiderato? Qual è, secondo lei, l’esito più positivo del Sinodo? Qual è l’esito più negativo?

Card. Burke: Il rapporto finale sembra certamente un miglioramento rispetto all’Instrumentum Laboris, il documento di lavoro. D’altra parte, però, senza alcuna correzione al documento di lavoro, si deve supporre che le idee fondamentali che vi stanno dietro, che il vescovo Athanasius Schneider ed io abbiamo individuato in Una crociata di preghiera e digiuno, siano ancora in qualche modo – implicitamente se non esplicitamente – parte del documento finale. Il fattore determinante, naturalmente, sarà l’esortazione apostolica post-sinodale che Papa Francesco emetterà in risposta alle raccomandazioni del Sinodo.

Desidero sottolineare ancora una volta che il documento finale costituisce esclusivamente una raccomandazione del Sinodo. Un sinodo non ha alcun potere legislativo nella Chiesa – non ha nulla a che fare con il cambiamento della dottrina e della disciplina della Chiesa. Lo scopo di un sinodo è di aiutare il Papa ad insegnare la dottrina della Chiesa in modo più efficace e ad applicare la sua disciplina in modo più completo. Questo deve essere tenuto ben presente. Trovo che in molte risposte al documento finale – da parte di coloro che ne scrivono – [vi sia] la falsa presunzione che esso rappresenti in qualche modo un insegnamento autorevole della Chiesa; certamente non è così.

Ciò che trovo più positivo del documento finale è che l’apostasia più oltraggioso del documento di lavoro, cioè la negazione della signoria di Nostro Signore Gesù Cristo e la promozione di una forma di panteismo, il culto della cosiddetta “Madre Terra”, non è esplicitamente promossa. Tuttavia, come ho appena osservato, bisogna sapere che questo tipo di pensiero era nella mente di molti padri sinodali. Pertanto, dobbiamo essere estremamente cauti che nessun elemento di questa apostasia perniciosa entri in nessun tipo di documento ufficiale che segue.

Noi stessi dobbiamo essere rafforzati nella nostra fede nella Signoria di Nostro Signore Gesù Cristo – Lui solo è la nostra salvezza. Nostro Signore non è solo una parte di questo cosmo, che, secondo il falso insegnamento del documento di lavoro, è la fonte della Rivelazione di Dio. Dobbiamo ricordare con fermezza e risolutamente la verità che Nostro Signore Gesù Cristo è la pienezza della Rivelazione di Dio Padre.

Anche qui potrei osservare che le raccomandazioni del Sinodo devono essere soppesate in termini di rappresentanti dei partecipanti al Sinodo, che provengono prevalentemente da una certa piccola parte della Chiesa. Il Sinodo non può, in nessun senso, essere considerato un sinodo dei vescovi della Chiesa universale.

L’esito più negativo del documento finale, che è anche un problema principale del documento di lavoro, è la sua posizione rispetto all’ordinazione dei cosiddetti viri probati – l’ordinazione degli uomini sposati e con famiglia – e il compromesso implicito di quella che è stata la disciplina coerente della Chiesa latina, cioè che il clero deve osservare una perfetta continenza.

Questo non può essere presentato ai fedeli come una semplice misura per la regione pan-amazzonica. Abbiamo già visto questo tipo di inganno in passato nella Chiesa quando è stato detto ai fedeli che un compromesso di una disciplina importante non può che essere molto limitato. Per esempio, sappiamo che, se il Papa concede un allentamento della disciplina della Chiesa sul celibato clericale per la regione pan-amazzonica, la Chiesa cattolica in Germania ha dei vescovi che chiedono questo stesso allentamento da seguire immediatamente per il loro Paese. Si utilizzerà l’argomentazione che, se è un bene per la Chiesa pan-amazzonica, allora è un bene per la Chiesa universale.

 

Domanda: Due temi di rilievo emersi dal Vaticano negli ultimi mesi (così come dal sinodo pan-mazzonico) sono la “conversione sinodale” e la “conversione ecologica”. Può spiegare quali sono i termini da trasmettere e quali saranno i loro effetti sulla Chiesa?

Card. Burke: Devo confessare che anch’io non conosco il significato preciso di questi due termini. Ho dei sospetti su cosa ci sia dietro, ma le persone che li usano non li definiscono, e penso che questo sia molto pernicioso.

La Chiesa non ha bisogno di una “conversione sinodale”. Ha avuto strutture sinodali fin dall’inizio della sua esistenza nella storia, e la legge della Chiesa ha sempre previsto il rispetto dei vescovi in unione con il Santo Padre in termini di leadership della Chiesa. A loro volta, i pastori dovrebbero sempre rispettare le legittime preoccupazioni dei fedeli, un principio che è sancito dal Codice di Diritto Canonico del 1983 (cfr. canone 212).

Temo che dietro a tutto questo ci sia una sorta di idea democratica o molto protestante della Chiesa in cui, improvvisamente, ai nostri giorni, incontri misti di clero e laici (come sta succedendo in Germania nel loro cosiddetto “percorso sinodale“) diventano in qualche modo determinanti della dottrina e della disciplina della Chiesa, al di là della tradizione apostolica. Questo non è altro che un “allontanamento” dalla nostra fede cattolica.

Per quanto riguarda la “conversione ecologica”, quello che vedo dietro a tutto questo è una spinta al culto della “Madre Terra”. In verità, nostra madre non è la terra – nostra madre è la Beata Vergine Maria nel senso che ha dato alla luce il nostro Salvatore. Non abbiamo un’altra madre, certamente non un idolo pagano come la Pachamama, il che è molto rivelatore di ciò che c’è dietro tutta questa faccenda.

Allo stesso modo, la “conversione ecologica” viene usata come argomento a favore di un governo unico mondiale. È un’idea massonica, un’idea di persone completamente secolarizzate che non riconoscono più che il governo del mondo è nelle mani di Dio, che lo affida ai singoli governi, alle nazioni, ai gruppi di persone secondo la natura stessa.

L’idea di un governo unico mondiale è fondamentalmente lo stesso fenomeno che è stato mostrato dai costruttori della Torre di Babele, che presumevano di esercitare il potere di Dio sulla terra per unire il cielo con la terra, il che è semplicemente sbagliato. Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è una conversione religiosa, in altre parole, un forte insegnamento e una pratica di fede in Dio e di obbedienza all’ordine con cui Egli ci ha creati.

A mio giudizio, questi termini sono molto insidiosi e vengono usati per promuovere un certo programma che non ha nulla a che fare con la nostra fede cattolica.

Per quanto riguarda l’ambiente e la “conversione ecologica”, la Chiesa ha sempre insegnato il rispetto per la natura. Per questo motivo si insegna che l’uomo è l’amministratore della creazione di Dio e che dovrà rendere conto della creazione che gli è stata affidata. Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, cioè con intelligenza e libero arbitrio, proprio per la missione di amministratore della terra. Questo è ciò che dovrebbe essere insegnato alle persone, non una cosiddetta “conversione ecologica”.

 

Domanda: La lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis del 1994 di Papa Giovanni Paolo II non ha forse risolto in modo autorevole la questione se le donne possano ricevere il sacramento dell’Ordine? Perché il tema delle donne ordinate al diaconato continua ad essere discusso, e perché è così importante nella relazione finale del Sinodo Pan-Amazzonico?

Card. Burke: Sì, ha assolutamente ragione. L’Ordinatio Sacerdotalis è stato un esercizio del magistero papale. È saldamente radicata nella tradizione immutabile della Chiesa e continua ad avere forza dottrinale. Le donne non possono essere ordinate agli Ordini a nessun livello, incluso il diaconato, il sacerdozio e l’episcopato.

C’è un movimento promosso da persone che vogliono l’ordinazione delle donne al sacerdozio. Una delle donne che hanno servito nella commissione papale riguardo a questa questione ha detto apertamente che lei e coloro che rappresenta non sono interessati al diaconato, ma al sacerdozio. Fondamentalmente, questo è ciò che accadrebbe se le donne fossero ordinate al diaconato.

Se si studia la storia della Chiesa, è chiaro che la Chiesa non ha mai ordinato diaconesse (diaconi donne). Le diaconesse erano donne che assistevano a certi riti, per esempio il Battesimo delle donne. Le donne non hanno mai ricevuto il sacramento dell’ordine per assistere a tali riti. L’ordinazione delle donne semplicemente non può esserci – rappresenta un grande difetto nel documento finale del Sinodo Pan-Amazzonico.

 

Domanda: C’è un collegamento tra la cosiddetta “assemblea sinodale” vincolante iniziata in Germania la prima domenica di Avvento e il Sinodo Pan-Amazzonico? È corretto che il termine “vincolante” sia incluso nella descrizione del sinodo tedesco?

Card. Burke: È chiaro che l’elemento radicale nella Chiesa tedesca ha molto promosso l’ordine del giorno e le discussioni che hanno portato al Sinodo pan-amzzonico. Alcuni di coloro che sono stati coinvolti nei lavori di preparazione al Sinodo hanno rappresentato, infatti, molto l’attuale pensiero radicale in Germania, che è alla base di questa cosiddetta “percorso sinodale“.

Nessun sinodo è vincolante – questa è una contraddizione in termini. Un sinodo è un organo consultivo della Chiesa e lo è sempre stato. Quello che è successo è sbagliato. Le due cose erano sicuramente collegate ed è noto che la Chiesa tedesca ha sponsorizzato finanziariamente il sinodo pan-amazzonico.

 

Idoli Pagani

 

Domanda: Le azioni di Alexander Tschugguel, che ha tolto gli idoli della Pachamama da Santa Maria in Traspontina e li ha gettati nel Tevere, sono state un atto di furto? Quali sono le sue riflessioni sulla fondazione dell’Istituto San Bonifacio? Incoraggia la formazione di altri apostolati laici che permettano ai fedeli ortodossi di esprimersi?

Card. Burke: In questo caso si è trattato di idolatria. Alessandro non ha rubato nulla, ma ha purgato il tempio di Dio dagli idoli pagani. Ne abbiamo molti esempi nella Sacra Scrittura, il più famoso dei fratelli Maccabei raccontato nell’Antico Testamento. Nell’VIII secolo, San Bonifacio abbatté una quercia sacra al popolo che stava evangelizzando. In effetti, questo tipo di purificazione è un evento standard quando i missionari svolgono la loro opera di evangelizzazione. Ad un certo punto, dopo che la gente ha abbracciato la fede cristiana, i missionari distruggono i loro idoli pagani. La gente ne è felice perché la fede cristiana li ha liberati in Cristo – vogliono essere liberati dagli idoli pagani e da ogni altro tipo di influenza diabolica. Quindi, quello che ha fatto Alessandro era perfettamente giusto; era un’espressione di fede cattolica.

Conosco Alexander da diversi anni e ora sto seguendo con attenzione l’Istituto San Bonifacio, che ha fondato insieme ad altri devoti cattolici austriaci. Ho molta speranza in ciò che questo apostolato potrà fare per proteggere e promuovere la nostra fede cattolica in questi tempi di grande prova, confusione e divisione.

La mia comprensione è che l’Istituto San Bonifacio sarà per tutta la Chiesa. È stato fondato in Austria, naturalmente, ma le questioni che affronterà sono di portata internazionale. Alexander è venuto negli Stati Uniti e ha visitato anche altri Paesi dopo l’incidente del Pachamama. Ho ascoltato un discorso che ha tenuto in Virginia appena un paio di settimane fa [Alexander ha tenuto una presentazione a McLean, Va., il 12 novembre 2019]. È molto chiaro che sta affrontando questioni della Chiesa universale. La sua opera, quindi, non si limita all’Austria.

Incoraggio la formazione di altri apostolati laici a nome dei fedeli ortodossi, in modo che possano parlare e difendere la Fede cattolica. Vorrei infatti sottolineare che, poichè oggi c’è un’enorme diffusione di confusione e di errori nella Chiesa, e purtroppo molti vescovi tacciono, tutti noi abbiamo la responsabilità di difendere la nostra fede cattolica. In questi tempi, possono essere i fedeli laici che hanno bisogno di mostrare la vera leadership simile a quella di Alessandro.

Domanda: Il documento firmato da Papa Francesco quando partecipò a un incontro interreligioso ad Abu Dhabi con il Grande Imam di Al-Azhar afferma che la pluralità religiosa è voluta da Dio. Una tale dichiarazione può essere riconciliata con il messaggio del Vangelo?

Card. Burke: Suggerire che Dio ha voluto una pluralità di religioni è falso; è eretico. Dio non vuole una pluralità di religioni. Il Santo Padre è stato messo di fronte a questo errore da Mons. Athanasius Schneider durante la sua visita ad limina, non molto tempo dopo la firma della dichiarazione di Abu Dhabi a febbraio. Il Papa ha ascoltato attentamente le argomentazioni del vescovo e ha indicato che avrebbe chiarito la questione. Nel frattempo, alle università cattoliche è stato ordinato di insegnare questa dichiarazione e così la confusione continua a diffondersi.

L’argomento per giustificare la dichiarazione è che questa è la volontà permissiva di Dio. In altre parole, Dio lo permette ma non lo vuole nel senso che, per rispetto della libertà dell’uomo, permette che si stabiliscano altre religioni. Resta inteso che ciò che Egli permette non è la Sua volontà ed è, in effetti, contrario alla Sua volontà. Pertanto, non si può usare come argomento che Dio vuole una pluralità di religioni.

Ho sentito dire, infatti, che non si dovrebbe fare alcuno sforzo per convertire i musulmani alla fede cattolica perché la loro religione ha una propria integrità perché è voluta da Dio. Questo è semplicemente sbagliato. Dio vuole salvarci attraverso l’incarnazione redentrice di Dio Figlio, Nostro Signore Gesù Cristo – e questo è tutto.

 

Uso scorretto del catechismo

 

Domanda: È stato riferito che Papa Francesco ospiterà un evento in Vaticano nel maggio 2020 con il tema Reinventare l’Alleanza Educativa Globale. Nel lanciare l’iniziativa, il Santo Padre ha detto: “È necessario un patto educativo globale per educarci alla solidarietà universale e a un nuovo umanesimo”. Qual è l’impulso che sta dietro a questo incontro e cosa si può realizzare? Sembra un evento per promuovere un governo unico mondiale.

Card. Burke: Lo è. Tutte queste cose sono collegate. Con la diffusione dell’Islam, specialmente in Europa ma anche negli Stati Uniti, c’è uno sforzo per offuscare la coscienza della gente sulla Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo così come è proclamata nel Vangelo. Questo è un ambito in cui i fedeli devono soprattutto alzarsi e testimoniare la verità.

Mi sembra di capire che ci siano altre iniziative che stanno cercando di insegnare il documento di Abu Dhabi nelle scuole. Questo è preoccupante. È simile a quanto è accaduto in tutto il campo dell’educazione sessuale nelle ultime generazioni.

 

Domanda: Un cambiamento è stato approvato all’inizio di quest’anno da Papa Francesco nell’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica per quanto riguarda la pena di morte. Ora si dice che saranno apportate ulteriori modifiche: (1) definire “peccati ecologici” contro la nostra “casa comune” e (2) che è immorale possedere armi nucleari anche a scopo di deterrenza. Vi prego di offrire la vostra opinione sulla legittimità dell’uso del Catechismo per tali proclami.

Card. Burke: Il Catechismo della Chiesa Cattolica non è uno strumento adeguato per introdurre tali questioni. È una raccolta di tutti gli insegnamenti autorevoli e costanti della Chiesa. Non è uno strumento per la proposta di nuovi insegnamenti. Infatti, l’insegnamento della Chiesa sulla pena di morte non è cambiato. Fare una revisione del Catechismo dà alla gente l’impressione che l’insegnamento sia cambiato, ma non è corretto. Papa San Giovanni Paolo II era molto sensibile al fatto che la pena di morte dovesse essere usata con la massima cura possibile. Era suo pensiero che oggi ci sia una rara incidenza di casi in cui il ricorso alla pena di morte è necessario a causa di altre forme di riparazione per i crimini più gravi. Eppure, egli non ha mai dichiarato che la pena di morte è un male – non lo è.

Allo stesso modo, non ci sono nuovi “peccati ecologici”. Gli stessi dieci comandamenti che il Signore Dio ci ha dato sul Monte Sinai sono oggi in vigore. Dobbiamo rispettare la natura, così come la nostra stessa natura umana. Quindi, non so cosa questo possa significare. In secondo luogo, le armi nucleari sono possedute come forma di deterrenza, come giustificato da argomentazioni morali.

Il mio punto fondamentale, tuttavia, è che l’introduzione di questi tre elementi non è un uso corretto del Catechismo della Chiesa Cattolica.

 




Quale ecologia? Incertezze della scienza e sapienza della fede

Ricevo e volentieri pubblico.
Dom Giulio Meiattini, monaco presso l’abbazia della Madonna della Scala di Noci (Ba), è professore di teologia al Pontificio ateneo Sant’Anselmo, un’istituzione universitaria cattolica con sede a Roma, dipendente dalla Santa Sede.

Cruise ship among icebergs in the Uummannaq fjord, North-Greenland, Greenland

 

di Giulio Meiattini

 

Le tematiche ecologiche sono da tempo un punto sensibilissimo del dibattito politico, scientifico, mediatico. Ma da alcuni anni il confronto ha raggiunto un’intensità inedita, sfiorando ormai i livelli della conflittualità. I toni si fanno accesi e le opinioni in merito sono tutt’altro che unanimi.

Alcuni dati di fatto sono evidenti a tutti. L’aria nelle grandi città è malsana, le acque di molti fiumi sono sporche, l’inquinamento elettromagnetico, anche se non percepito dai nostri sensi, ha i suoi effetti negativi, lo smaltimento dei rifiuti è diventato un problema di igienee decoro pubblici, oltre che di legalità (la cosiddetta “terra dei fuochi”, in Italia, è emblematica). Si aggiunga che le monocolture intensive e la zootecnia su larga scala obbligano rispettivamente a un uso di pesticidi o di prodotti chimici destinati a passare in qualche misura nell’organismo dei consumatori, mentre la grande industria produce una quantità di emissioni e scarti che sporcano l’ambiente e nuocciono alla salute. Inoltre, l’esistenza di varie specie animali è minacciata da una caccia e una pesca talvolta sregolate. Queste ed altre realtà simili esigono indubbiamente un’attenzione elevata, per non mettere in gioco il benessere delle persone e della collettività. Tutto ciò riguarda i dannilocalmente ben osservabili prodotti dall’attività umana, che sono, paradossalmente, una condizione concomitante di un più elevato tenore di vita.

Esiste poi un altro ambito – che potremmo definire, per intenderci, della “macroecologia” – sul quale i pareri non sono univoci. Ci riferiamo alla dibattuta questione dei cambiamenti climatici di dimensione planetaria. A fronte dell’idea, comunemente sostenuta,secondo cui dalla fine dell’Ottocento fino alla fine del secolo scorso la temperatura media del pianeta Terra è andata aumentando in modo inusuale, alcuni non sono così sicuri della piena attendibilità della diagnosi, poiché gli strumenti di rilevamento, il loro grado di precisione e gli stessi criteri di interpretazione dei dati rilevati sono variati moltissimo nel suddetto arco ditempo e potrebbero aver in parte reso poco sicuri i risultati.

In questo medesimo ambito, un altro punto su cui la controversia si fa ancora più acuta, riguarda le cause del menzionato riscaldamento globale, da cui si temono conseguenze gravi, come lo scioglimento delle calotte polari, l’innalzamento del livello del mare, la crescita di zone desertiche, l’aumento di fenomeni atmosferici catastrofici, ecc. L’ipotesi più diffusa e accettata, infatti,è che il predetto innalzamento della temperatura sia un effetto dell’inquinamento operato dall’uomo, in particolare attraverso l’emissione massiccia dei cosiddetti “gas serra”. Anche il processo di deforestazione, dovuto a uno sfruttamento eccessivo delle superfici boschive, influirebbe negativamente, insieme ad altri fattori antropici, sull’equilibrio climatico.

Questa teoria, anche se molto accreditata, è però oggetto di critiche e obiezioni all’interno di una parte non trascurabile del mondo scientifico. Fisici, climatologi, geologi, oceanografi e molto altri specialisti di diversa competenza sostengono che non possiamo affermare con sicurezza, e con veri criteri scientifici, che alla base del riscaldamento ci sia principalmente o esclusivamente l’attività umana. Già da vari anni, per portare solo un esempio, due noti scienziati italiani – il premio nobel per la fisica Carlo Rubbia e il fisico Antonino Zichichi – hanno manifestato il loro netto disaccordo verso questa ipotesi interpretativa, che resterebbe per loro al più una ipotesi bisognosa di vere dimostrazioni. Ma non si tratta solo di illustri eccezioni. Più recentemente è da segnalare la lettera che cinquecento scienziati di tutto il mondo hanno scritto all’ONU, a seguito del duro intervento della sedicenne Greta Thurnberg davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 21 settembre di quest’anno. Dopo che la teen-ager svedese ha lanciato il suo implacabile je accuse ai potenti del mondo, e mentre migliaia di adolescenti, seguendo l’esempio e l’invito della Signorina Thurnberg, disertavano le scuole per protestare contro i “responsabili” del riscaldamento globale, questo nutrito gruppo di scienziati si è dissociato apertamente, affermando che la teoria antropogenetica dei cambiamenti climatici(Antropogenetic Global Warming) non è per nulla «chiara e cristallina», ma ancora tutta da dimostrare. A sostegno dei colleghi, pochi giorni dopo, 145 fra autorevoli cattedratici, ricercatori e studiosi italianihanno scritto alle massime cariche dello Stato una lettera in cui mettevano in guardia dall’adottare la suddetta teoria – definita in contrasto con i dati empirici – come criterio per scelte politiche ed economiche.

Che la questione sia quantomeno difficile da risolvere e chiarire fino in fondo è comprovato dal fatto che, negli ultimi tempi, più che di riscaldamento planetario si preferisce parlare più generalmente di “cambiamenticlimatici”, visto che le temperature medie dal 2000 circa fino ad ora appaiono in lieve e costante diminuzione e che vari studiosi ipotizzano, per il futuro, non tanto unloro aumento, quanto un raffreddamento globale, indipendentemente dal fatto che sia anch’esso causato o no dall’attività umana. Non solo, ma il tanto temuto aumento della CO2, negli ultimi decenni ha prodotto un aumento delle superfici verdi sulla terra.

Verificare da quale parte stia la verità non è cosa semplice per il cittadino medio, soprattutto se si considera che ambedue le possibili letturei cambiamenti sono causati dall’uomo, per gli uni, oppure sono dipendenti da naturali variazioni climatiche simili a quelle avvenute sul pianeta nel passato, per gli altri – sono di per sé “sospettabili” e i loro sostenitori, talvolta,si accusano vicendevolmente di complicità con certi interessi. In effetti, sia negare l’origine antropica dei problemi climatici sia affermarla ha delle ripercussioni di ampia portata sui programmi governativi e sulle politiche economiche e demografiche, con rispettivi vantaggi o svantaggi di alcuni Stati e gruppi sociali o di certi centri di potere piuttosto che di altri e viceversa. Insomma, pronunciarsi in un senso o in un altro, tocca comunque degli interessi e ha dei risvolti pratici enormi, questi sì di proporzioni sicuramente planetarie, e non è su questo piano che si può dirimere la questione. D’altra parte se la scienza, in quanto tale, è obiettiva e neutrale per definizione, è anche vero che gli uomini di scienza non sempre sono liberi da pregiudizi o condizionamenti di vario tipo, come ha sostenuto classicamente Thomas Kuhn nel suo famoso saggio su La struttura delle rivoluzioni scientifiche.

Davanti alla turbolenza e all’incertezza che le discussioni menzionate portano con sé, si può comunque almeno fare una distinzione di fondo tra il fenomeno dell’inquinamento e la teoria del riscaldamento globale antropogenetico. Il primo esiste,e va ridotto quanto più possibile, per il bene di tutti; la seconda resta una questione aperta da chiarire meglio e che esige prudenza, moderazione e prove, non solo indizi o alte probabilità. Ma oltre a questo, cosapossiamo proporre o fare, in attesa che si giunga a un chiarimento maggiore nel campo scientifico?

A fronte delle incertezze della scienza, e alla sua potenziale strumentalizzazione, è possibile e necessaria, in ogni caso, una via ispirata alla sapienza, in particolare a quella proveniente dalla fede cristiana, cioèda una visione non solo materiale e naturalistica del mondo, ma anche spirituale. Cosa significa questo in concreto? Parafrasando un’espressione di Benedetto XVI – «allargare gli orizzonti della razionalità» – potremmo dire, sulla medesima linea, che bisogna “allargare gli orizzonti dell’ecologia”. Proviamo a spiegarci meglio.

Il cristianesimo considera il mondo presente inserito in un disegno divino di creazione che ha il suo polo di attrazione e il suo centro nella persona del Cristo, Parola creatrice del Padre, e la sua forza propulsiva nell’azione dello Spirito creatore. Il Risorto, che per la potenza dello Spirito Santo è transitato da questo mondo all’altro per poi tornare in contatto col tempo e lo spazio mondani col suo vero corpo trasfigurato, è il principio di una nuova comunicazione tra l’invisibile e il visibile. Il Nuovo Testamento dichiara più volte che il Cristo ha riconciliato in sé non solo l’umanità e Dio, ma anche «gli esseri che sono nel cielo e quelli che sono sulla terra», cioè le creature visibili e quelle invisibili, di cui fanno parte in particolare le potenze angeliche (cf. Col 1,16.20; Ef 1,10.20-21), considerate dalla Bibbia anche potenze dall’influsso cosmico. Dobbiamo dunque dire che la risurrezione di Gesù non lascia invariati i rapporti fra il mondo della natura e il mondo celeste. Di conseguenza, l’uomo può vivere correttamente il suo rapporto con la natura, e le leggi e le forze che la regolano, solo se inserito in Colui che ne è l’origine e il punto di destinazione, l’Alpha e l’Omega (cf. Ap22,13).

Non è qui il caso di soffermarci su un tema specifico e delicato, come quello dell’interferenza fra le citate potenze angeliche, sottomesse a Dio, con i fenomeni della natura e gli accadimenti della storia (interferenza attestata comunque dalla Bibbia in più passi e in vari modi). Basti ricordare l’essenziale, cioè che secondo la rivelazione i fenomeni naturali e gli eventi storici non sono governati esclusivamente da leggi e forze immanenti, ma dipendono anche dal costante interscambio fra il visibile e l’invisibile. È importante, in sostanza, in un ottica di fede, sottolineare che il nostro mondo naturale non è un sistema chiuso, ma interagisce con una dimensione trascendente ed eccedente e che il rapporto dell’uomo con la natura non dipende solo da leggi fisiche calcolabili, ma anche dalrapporto fra libertà divina e libertà umana, da cui non sono assenti le Potenze angeliche.

Possiamo dire che sarebbe paradossale guardare all’interconnessione profonda fra tutti i fenomeni naturali e cosmici, di cui oggi si è particolarmente consapevoli (e che viene teorizzata da pensatori e anche uomini di scienza), senza considerare la più profonda e generale interconnessione del mondo fisico con quello spirituale (angelico e divino) che trascende il cosmo, ma anche lo influenza in qualche modo. Qui è in gioco qualcosa di fondamentale che l’uomo moderno ha smarrito, riducendo tutto a fisica e chimica. La desacralizzazione radicale che la mentalità e l’attitudine tecnica hanno provocato nel rapporto col mondo, induce (prima ancora che a un dominio sfrenato sulla natura) a una percezione parziale e distorta della realtà. Quest’ultima non è più avvertita come dotata di un collegamento al mistero e all’aldilà, e dunque resta totalmente disponibile alla manipolazione umana.

Ma attenzione! Anche chi parla di “cura della casa comune” e di programmi planetari volti alla sua conservazione, sottilmente soggiace alla stessa logica pianificatrice e desacralizzante della mentalità tecnicistica, pensando che gli equilibri del mondo visibile siano solo materiali, e dunque gestibili attraverso strategie formulabili da governi e da scienziati. Dovrebbe essere chiaro che gli uomini non hanno la capacità di tenere sotto controllo la temperatura del globo. Pensare il contrario non sarebbe scienza né sapienza! La rappresentazione della Terra come una sfera colorata raccolta fra due mani delicateche la circondano con cura, è certamente suggestiva, ma anche profondamente falsa e sbagliata. Il nostro pianetanon è nelle mani dell’essere umano, non lo è stato nel passato e non lo è neppure oggi. Non solo per cause naturali le più imprevedibili, ma anche perché la realtà mondana, come si è accennato, possiede uno sbocco nel trascendente, nel mondo divino, e questo interviene a suo modo nel creato secondo relazioni di libertà. Lepagine bibliche ricordano spesso che alcune perturbazioni dell’ordine cosmico, che sfuggono comunque all’essere umano (fecondità e siccità, carestie e alluvioni, sconvolgimenti nei corpi celesti e terremoti), sono in qualche misterioso modo collegatianche al rapporto di armonia o disarmonia fra l’uomo e Dio. Liquidare tutto questo in blocco come mentalità mitica ormai superata (salvo poi riabilitarla sotto forma di eco-religione della Madre Terra o delle “divinità dai molti nomi”), sarebbe quanto meno imprudente. Ma è un errore che è stato fatto, pensando che la lettura religiosa e quella scientifica dei processi naturali e cosmici fossero alternativi ed esclusivi, invece che complementari.

Una delle più grandi difficoltà della cultura occidentale odierna è riuscire ad accostarsi alla natura coniugando l’atteggiamento scientifico con quello spirituale, la religione e la tecnica, l’infinita profondità simbolica delle cose e la loro plasmabilità tecnologica, il mistero e la formula, la relativa autonomia del mondo e la sua costante dipendenza da Dio. Un grande genio enciclopedico come Pavel A. Florenkij aveva colto centralmente questo problema e si era orientato sulla strada della conciliazione di questa apparente antinomia. Al di fuori di questa coniugazione, per quanto difficile e ancora tutta da approfondire, si aprono le due strade oggi ben visibili: o il persistere del modello tecnocratico e tecnoscientifico (che tratta la natura come mero oggetto, da sfruttare o da “salvare” e “curare”) o il ritorno regressivo alla magia, all’esoterismo, al rapporto neopagano con la Madre Terra, alla nostalgia per l’animismo ecologista. Infatti, come già accennato di passaggio, in reazione al modello tecnocratico, capita che si scelga una eco-religione che divinizza l’ambiente, un vero e proprio panteismo ecologico che tende a sottoporre e “legare” nuovamente l’essere umano a “potenze” cosmiche personificate.

Questa è l’operazione culturale che ci sta davanti, nella quale va presupposto che il Creatore possiede un’eccedenza infinita nei confronti dell’universo creato. Egli non è riducibile a una delle componentidell’armonia o, peggio, della “comunione” cosmica: con sé, con gli altri, con la natura, con Dio. Senza una teologia della creazione, che preservi l’assoluta trascendenza divina, Dio rischia di essere considerato uno dei lati del poliedro ecologico, importante e coessenziale alla medesima stregua degli altri aspetti nell’equilibrio del tutto, ma non qualitativamente diverso. Al contrario, Dio e il mondo angelico, attraverso la mediazione cristologica, è il punto da cui tutto il resto dipende, il centro decisivo per una teologia del cosmo naturale.

In altre parole, è decisivo recuperare un approccio sapienziale verso la natura, riconoscendo che essa è sì regolata da leggi immanenti (oggetto della scienza), ma è anche collegata ad un mondo multiforme di attività spirituale che termina nella sovranità di Dio. Il mondo non è la macchina o l’orologio di illuministica memoria, che funzionano da soli dopo che l’Artefice (o Architetto dell’universo) li ha confezionati e avviati. Il cielo e la terra sono, biblicamente, non solo la scena estrinseca in cui si affrontano la libertà infinita di Dio e quella finita dell’uomo, ma vengono coinvolti essi stessi in questo dramma della salvezza, come il genere letterario apocalittico e quello profetico spesso ci ricordano. La fede nella creazione e nel Dio creatore resta la base indispensabile per recuperare questa unità fra spiritualità e scienza e dunque per promuovere un’ecologia che eviti due estremi: pensare di risolvere tutto con pianificazioni umane, senza recuperare l’ecologia dell’anima e il rapporto con l’invisibile e il trascendente, o regredire a un rapporto magico e infine panteistico con la natura, non meno chiuso alla vera trascendenza della mentalità tecnocratica. La fede nell’unico Creatore, infatti, permette di pensare il mondo come un’unità ordinata secondo leggi universali e coerenti (che possono essere studiate scientificamente anche secondo modelli matematici), ma al tempo stessocome soggetto all’intervento e al governo di Dio, secondo tempi e modi dipendenti dalla sua libertà (provvidenza divina, miracolo, preghiera, ecc.) e dal nostro rapporto con Lui.

Può sembrare strano ai nostri occhi, e meriterebbe un lungo approfondimento, ma il luogo originario in cui questo equilibrio “ecologico” si radica è il gesto cultuale, la liturgia, come transito e congiunzione fra cielo e terra, sensi e spirito, visibile e invisibile. In pratica, tutte le religioni lo hanno saputo da sempre.Oggi lo dobbiamo reimparare, senza rinnegare le scoperte della scienza e senza cedere alle suggestioni del sincretismo magico-religioso. Nella liturgiacristiana, come luogo di culto al Dio Creatore e Redentore, nel dare e riconoscere a Dio la sua gloria per mezzo di Gesù, sta il fulcro anche di ogni corretto atteggiamento ecologico.

 

 




Card. Turkson: Greta Thunberg è “grande testimone dell’insegnamento della Chiesa sulla cura dell’ambiente e la cura della persona”

Papa Francesco e Greta Thumberg

Papa Francesco e Greta Thumberg

 

Riprendo un dispaccio dall’Agensir:

“È una grande testimone dell’insegnamento della Chiesa sull’ambiente, la cura dell’ambiente e la cura della persona”. Così il card. Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, ha definito Greta Thunberg, la giovane ambientalista svedese nominata “persona dell’anno” dal settimanale americano Times. “Il suo messaggio – ha detto il cardinale rispondendo alle domande dei giornalisti nel corso della conferenza stampa di presentazione del messaggio del Papa per la Giornata mondiale della pace – è questo: sto frequentando la scuola per un futuro che non si può garantire, perché non c’è un’attenzione alla cura dell’ambiente”. Greta, ha sintetizzato Turkson, “chiede coerenza tra la politica di cura dell’ambiente e la politica di formazione della società. Più che modello, direi piuttosto che è una testimone di questo impegno per la cura dell’ambiente e per la cura della nostra casa comune”. “Non ci si può prendere cura dell’ambiente senza pensare alla persona”, ha detto il cardinale, esortando a “superare la separazione tra l’attenzione all’ambiente e la fede”. “Per il popolo della Bibbia – ha ricordato infatti Turkson – la fedeltà all’alleanza proposta dal Signore implica la cura dei più deboli della società e la cura dell’ambiente. Nell’insegnamento della Chiesa, l’attenzione ai poveri e ai più deboli coincide con la cura dell’ambiente”. “Tutto è collegato”, come scrive Francesco nella Laudato si’: “Giovanni Paolo II parlava di ecologia umana, che con Benedetto è diventata ecologia sociale e con Papa Francesco ecologia integrale”.

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Fin qui l’articolo di Agensir.

Giusto per inquadrare la “Grande testimone” dell’insegnamento della Chiesa riporto la seguente foto segnalatami da una lettrice del blog. Greta Thumberg, a quanto pare, è anche “grande testimone” e sostenitrice del Gay Pride di Copenaghen:

Greta Thumberg

Greta Thumberg




Egologia

L’ego contemporaneo, salito a livelli di guardia, ha divelto gli argini del lento fiume della storia e ha inondato la società umana. A seguito del fanatismo antropocentrico, ogni disciplina e scienza è ora al servizio della “sostenibilità”, per cui il cosmo è divinizzato e l’uomo è un parassita da rimuovere.

Ego

 

 

di Silvio Brachetta

 

L’«egologia», secondo il Dizionario Olivetti di lingua italiana, è il «modo di vita basato sull’individualismo più competitivo, che punta solo alla realizzazione di sé e del proprio vantaggio, approfittando dell’altrui disponibilità». Secondo Edmund Husserl, la fenomenologia è inizialmente egologia e punto terminale dell’epoché – della sospensione del giudizio – nonché espressione dell’«ego assoluto», quando rimuove tutto ciò che lo trascende.

Non solo, ma Emmanuel Lévinas sostiene, circa il pensiero di Martin Buber, che l’intera filosofia è egologia, per via del fatto che non c’è verità senza un soggetto che la pensa; e non c’è un soggetto che pensa senza una coscienza il cui «essere» è «isolato» – ovvero, la coscienza «esiste a partire da se stessa» (in Martin Buber, Castelvecchi). È il vecchio ritornello dell’autosufficienza luciferina: per esistere non ho alcun bisogno di Dio, né di un altro essere, ma basto a me stesso.

Le cose, almeno in ambito filosofico o speculativo, non stanno proprio così. Sarebbe più vero dire che è la filosofia moderna ad aver bisogno dell’egologia, soprattutto a seguito delle suggestioni idealiste e razionaliste. La filosofia classica e la teologia (fino alla Scolastica) si riferivano piuttosto a metodologie più umili. Il greco non aveva, in genere, manie di grandezza e lo scolastico considerava se stesso un «nano sulle spalle dei giganti».

Egologia ed egolatria sono dunque separate da una membrana sottilissima, che si lacera spesso e conduce all’egoismo (o solipsismo), puro e mostruoso ad un tempo. Ludwig Wittgenstein affermò, nei Diari, che «vi sono due divinità: il mondo e il mio Io indipendente».

E l’ecologia? Può assumere le forme dell’egologia? Dipende. Innanzi tutto, c’è sempre da diffidare dei neologismi, perché non è mai un errore il sospetto guardingo sulla modernità. In un contesto, inoltre, di «personalismo», di «umanesimo integrale» o di «svolta antropologica» – quale quello moderno – non è infrequente che ogni concetto sia, in qualche modo, ricondotto all’uomo, alla sua coscienza e (immancabilmente) alla centralità del suo ego.

Nel caso dell’ecologia, l’attenzione sarebbe da spostare all’esterno, all’ambiente, alla casa comune. L’ecologia dovrebbe, pertanto, suscitare un interesse positivo, a beneficio dell’uomo e della natura. C’è però un problema. È sempre più in uso l’aggettivo «sostenibile» (ennesimo neologismo), volutamente equivoco e associato ad un ventaglio di concetti: «ecologia sostenibile», «architettura sostenibile», «economia sostenibile», «sviluppo sostenibile», ecc…

La «sostenibilità», introdotta nel 1972, alla prima conferenza ONU sull’ambiente, sembra un termine innocuo: dovrebbe garantire il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni, senza che quella anteriore possa danneggiare quella posteriore.

Ma in che modo una generazione del passato danneggia una del futuro? Ad esempio – dice la Commissione Brundtland (1987) – mediante la crescita della popolazione. E qua si svela il vero obiettivo dei promotori della sostenibilità: il vero nemico dell’ecologia (come anche dello sviluppo) è l’uomo stesso.

L’ecologia, divenuta sostenibile, allora, non è più la salvaguardia del creato o della natura, in modo da promuovere il miglioramento della vita umana. Al contrario, l’uomo è percepito come un intruso, un agente inquinatore, da espellere dal contesto ecologico. Quello che si vuole sostenere non è l’uomo in equilibrio nella natura, ma la natura ripulita dalla presenza umana.

In questo caso – seppure in senso negativo – l’uomo torna al centro dell’attenzione e l’ecologia è, in realtà, un’egologia mascherata. L’egologia ecologica è anche di coloro che difendono la sostenibilità: si tratta di una classe di privilegiati, la cui ricchezza li mette bene al sicuro da ogni pericolo di essere tolti di mezzo dall’ideologia.

Difficilmente, insomma, sia che si tratti di sviluppo, o di ecologia, o di economia troveremo oggi un campo di ricerca esente dall’egoismo. È sufficiente solo accennare al flagello dell’aborto, del divorzio, dell’eutanasia, dell’utero in affitto o di altre disumanità consimili, per capire quanto siano lontani da realizzazione l’«umanesimo integrale» o il «personalismo», vagheggiati soprattutto da certo cattolicesimo. Sono concetti che appartengono più al mondo della retorica che a quello reale.

L’egoismo, o l’egologia filosofica, sono totalizzanti e – se applicati alla politica – profondamente totalitari. Il totalitarismo è la pretesa di ridurre un concetto a totalità del reale e imporre questa follia al prossimo: se qualcuno, ad esempio, mette al centro del suo pensiero lo stato, tutti devono obbligatoriamente guardare allo stato come al principio fondante del tutto.

A questo proposito Oscar Wilde scriveva: «Una rosa rossa non è egoista perché vuole essere una rosa rossa. Sarebbe terribilmente egoista se volesse che i fiori del giardino fossero tutti rossi e tutte rose».

 

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Papa Francesco sta pensando di introdurre il “peccato ecologico” nel Catechismo

Papa Francesco ha detto ieri che sta pensando di aggiungere al Catechismo della Chiesa Cattolica il “’peccato ecologico’ contro la nostra casa comune”. Ce ne parla Dorothy Cummings McLean in questo suo articolo pubblicato su Lifesitenews

Eccolo nella mia traduzione.

Inquinamento

 

Papa Francesco ha detto oggi che sta pensando di aggiungere al Catechismo della Chiesa Cattolica il “’peccato ecologico’ contro la nostra casa comune”. 

“Dobbiamo introdurre nel Catechismo della Chiesa Cattolica il peccato contro l’ecologia, il ‘peccato ecologico’ contro la nostra casa comune, perché è in gioco un dovere”, ha detto Papa Francesco ai suoi ascoltatori. Il pontefice argentino ha fatto questa osservazione in un discorso che ha tenuto oggi (ieri, ndr) al 20° Congresso Mondiale dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale a Roma. 

I migliori pensatori cattolici, tuttavia, hanno detto a LifeSiteNews che è impossibile per l’uomo peccare contro oggetti inanimati come la terra o l’ambiente, ma solo contro Dio e quelli creati a sua immagine. 

L’autore cattolico Dr. Peter Kwasniewski ha detto a LifeSiteNews che quando gli esseri umani abusano della creazione, peccano contro Dio o il prossimo, non contro la terra.

“Non c’è peccato possibile contro il pianeta Terra”, ha detto Kwasniewski. 

“Tutti i peccati sono in definitiva contro Dio o contro coloro che sono a immagine di Dio. Come tutti i teologi hanno spiegato prima del declino postconciliare della teologia, quando abusiamo del mondo naturale o degli animali o delle piante, stiamo peccando contro Dio loro creatore, che ci ha dato loro di usarli per i giusti scopi e secondo la loro natura e la nostra”, ha continuato.  

“Gli unici ‘obiettivi’ del peccato sono le persone, o persone divine che meritano la nostra totale obbedienza, o persone angeliche o umane che meritano la nostra reverenza come immagini di Dio”.

Kwasniewski ha inoltre spiegato che, sebbene una persona non possa peccare contro un albero o un animale, può peccare per l’abuso di un albero (per esempio distruggendoli inutilmente) e per l’abuso di un animale (per esempio con ricerche genetiche o test cosmetici improprii). 

“Chi tortura un animale o brucia una foresta per divertimento è un peccatore non perché l’animale o la foresta abbia dei diritti, ma perché offende Dio, il grande Signore di tutta la terra, dal quale tutte le cose vengono a nostro beneficio e al quale sono ordinate”, ha detto.  

“L’uomo è obbligato per la giustizia a rispettare il dono di Dio e l’ordine che ha stabilito; l’uomo deve anche rispettare la destinazione comune dei beni materiali, cioè che Dio ha fatto la terra per il bene di tutti, non per il bene egoistico di pochi”, ha continuato. 

In questa luce, si può parlare di peccati che implicano l’abuso della “nostra casa comune”, ma bisogna essere precisi su cosa sia il peccato, contro chi sia diretto, e quali diritti e doveri siano effettivamente coinvolti”.

Per quanto riguarda la nuova categoria dei “peccati ecologici”, il Dr. Alan Fimister del Seminario Teologico San Giovanni Vianney di Boulder, Colorado ha detto a LifeSiteNews che mentre le persone non possono peccare contro la terra, di per sé, hanno ancora un obbligo morale nei confronti dell’ambiente. 

“Non si può avere un obbligo morale nei confronti di animali o vegetali irrazionali, ma si deve a Dio di non vandalizzare la sua creazione e il prossimo di non rendere la terra inabitabile”, ha detto Fimister. 

Il professore ha osservato che Benedetto XVI ha trattato il tema della cura delle creature simili nel suo libro Dio e il mondo.  Per quanto riguarda gli animali, il cardinale Ratzinger, come era allora conosciuto, ha detto che non possiamo “fare con loro ciò che vogliamo”.

“Certamente, una sorta di uso industriale delle creature, in modo che le oche siano nutrite in modo da produrre un fegato il più grande possibile, o galline che vivono insieme in modo da diventare solo caricature di uccelli, questa degradazione delle creature viventi a merce mi sembra infatti contraddire il rapporto di reciprocità che si manifesta nella Bibbia”, ha detto.  

“Anche gli animali sono creature di Dio e anche se non hanno lo stesso rapporto diretto con Dio che hanno gli esseri umani, sono comunque creature della volontà di Dio, creature che dobbiamo rispettare come compagni della creazione”.

Anche San Giovanni Paolo II ha parlato della responsabilità dell’uomo nei confronti delle altre creature. Nella sua enciclica Laudato Si’, Papa Francesco cita la chiamata del santo ad una “conversione ecologica”. Giovanni Paolo II ha detto che egli deve “incoraggiare e sostenere” una tale “conversione” che negli ultimi decenni ha reso l’umanità più sensibile alla catastrofe a cui si è diretta. 

Né Benedetto XVI né San Giovanni Paolo II hanno fatto riferimento ai “peccati ecologici”, concetto che è stato formalmente introdotto nella Chiesa durante il Sinodo pan-amazzonico.  

Il teologo morale Dr. Christian Brugger vede il riferimento di Papa Francesco al peccato ecologico come un passo oltre i suoi pensieri in Laudato Si’.

“Facendo riferimento ai peccati contro la natura, Papa Francesco sembra andare oltre quanto ha detto nella sua enciclica sull’ambiente nella Laudato Si’, in cui ha legato strettamente al benessere della persona umana il bene della salute della creazione non umana (cfr. LS 90-92, 136)”, ha detto Brugger a LifeSiteNews.  

“Ha anche parlato a lungo dell’interconnessione del mondo umano e non umano (138-142)”, ha continuato. 

“Si è liberi, credo, di leggere tutta l’enciclica sotto questa luce: che dobbiamo essere buoni amministratori della creazione non umana di Dio, perché Dio ha dato le risorse della terra per il sostentamento di tutto il genere umano, non di porzioni, e soprattutto non dei ricchi.  

Una definizione di “peccato ecologico” come cattiva amministrazione e ingiustizia agli altri, “specialmente alle generazioni future”, sarebbe coerente con l’insegnamento sociale di tutti i padri della Chiesa fino a papa Benedetto XVI, che ha insegnato nella Caritas in veritate: “Il modo in cui l’umanità tratta l’ambiente influenza il modo in cui tratta se stessa e viceversa” (CV, 51)”, ha detto Brugger a LifeSiteNews.    

Tuttavia, anche lui è d’accordo sul fatto che la tradizione cattolica non ritiene che le creature non umane, tra cui piante, animali, torrenti e montagne, abbiano diritti tali da poter essere oggetto di peccato.

Nel suo discorso di oggi, il pontefice ha toccato problemi che ritiene che il diritto penale non affronti adeguatamente, come la “idolatria del mercato”, che esclude le persone e minaccia l’ambiente, e la “macro-delinquenza” delle imprese. 

Francesco ha citato il recente Sinodo dei vescovi per la regione pan-amazzonica, dicendo che il vescovo ha proposto di definire “il peccato ecologico come atto od omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente”.

“È un peccato contro le future generazioni e si manifesta negli atti e nelle abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, nelle trasgressioni contro i principi di interdipendenza e nella rottura delle reti di solidarietà tra le creature”, ha continuato citando il paragrafo 82 del documento finale del Sinodo pan-amazzonico. 

Francesco ha chiesto al suo pubblico di contribuire agli sforzi per “assicurare un’adeguata protezione giuridica della nostra casa comune”.

Il Dr. Kwasniewski ha obiettato all’uso del Catechismo della Chiesa Cattolica come luogo di promulgazione di nuove idee teologiche, cosa che Papa Francesco ha già fatto in precedenza riguardo alla sua antipatia per la pena capitale.

“Un papa non dovrebbe usare il catechismo come trampolino di lancio per le sue idee personali preferite”, ha detto. 

L’autore ha affermato che i catechismi tradizionali hanno sempre sottolineato che l’uomo deve fare un buon e corretto uso delle risorse materiali. 

“Questo non è niente di nuovo”, ha detto, aggiungendo che “ciò che è nuovo è il linguaggio vagamente panteista e certamente piuttosto confuso in cui l’attuale autorità ecclesiastica sta cercando con poca competenza  di parlare di queste cose”. 

Non è la prima volta che il Papa si riferisce a peccati che riguardano la creazione. 

Nel suo messaggio del 2016 per la celebrazione della Giornata Mondiale di Preghiera per la cura del creato, Papa Francesco ha invitato i cattolici a confessarsi per i peccati di non essere stati rispettosi della creazione, dando esempi di esame di coscienza come “evitare l’uso di plastica e carta”, “separare i rifiuti” e “spegnere le luci inutili”. 

Chiede ai cattolici di avere una “conversione ecologica”.

Il mese scorso, il Papa ha pubblicato un libro intitolato “La nostra madre terra”, una raccolta dei suoi discorsi, messaggi e omelie in cui sottolinea la protezione dell’ambiente.

“Spero sinceramente per la crescita della consapevolezza e del vero pentimento da parte di noi tutti, uomini e donne del XXI secolo, credenti o meno, e da parte delle nostre società, affinché ci si lasci trascinare da logiche che dividono, creano fame, isolano e condannano. Sarebbe bene chiedere perdono ai poveri e agli esclusi. Allora potremmo pentirci sinceramente, anche per il danno fatto alla terra, al mare, all’aria, agli animali”, afferma il Papa in un estratto di uno dei suoi messaggi incluso nel libro. 

 

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L’”ecologicamente corretto” e le sue ricadute

Un articolo sulla questione dell’”ecologicamente corretto” e delle varie ricadute sui cittadini che non condividono questa posizione. L’articolo è di Raymond Croella, pubblicato su Les 4 Vérités, tradotto da Elisa Brighenti.

 

Greta Thunberg

Greta Thunberg – Foto: Paul Zinken (dpa)

Lo Stato cerca ogni pretesto per estendere il suo potere, soprattutto perché fallisce in quasi tutte le funzioni di cui si occupa.

L’ecologia arriva al momento giusto per regalare allo Stato la scusa di un’espansione dorata. I suoi fallimenti saranno visibili solo in un futuro molto lontano, ma i cittadini avranno in gran parte dimenticato le cattive decisioni iniziali e coloro che le hanno prese.

Lo Stato capta con avidità le istanze che spaventano i francesi: ibuchi nello strato di ozono, il riscaldamento globale, ecc. Lo Stato si presenta come l’unico protettore della popolazione ed è molto difficile da contrastare. Ogni contestatore viene identificato come   servitore di industrie chimiche o di lobby petrolifere, e accusato di voler aggravare l’inquinamento, la salute delle persone, di essere una disgrazia dell’Umanità e di contribuire alla distruzione del nostro Pianeta.

Lo Stato gioca sulle paure – che cerca persino di amplificare – e sottolinea il suo ruolo di salvatore. Nel campo dell’ambiente, impone una verità scientifica ufficiale, una verità di stato. Senza questa verità, non c’è salvezza (la nostra società attuale si nutre più dell’emotivo che del razionale.  In questo campo, le pietose performances della giovane svedese Greta Thunberg davanti all’Unione Europea, all’Assemblea Nazionale e alle Nazioni Unite, sono utili ai sostenitori della causa climatica, proponendo  argomenti  dello stesso tono di quelli che, nel Medioevo, evocano l’esistenza delle streghe.)

A conferma di questa verità ufficiale e come sua applicazione, accade che i politici concedono crediti solo a coloro che difendono le loro tesi e servono i loro interessi, mentre esso vengono rifiutati per coloro che sono definiti gli “scettici del clima”.

D’altra parte, i politici concedono i loro favori – sostenuti da generosi sussidi provenienti dai nostri fondi – a coloro che abbondano nel senso dell’”ecologicamente corretto”. In primo piano c’è l’IPCC, un gruppo di “esperti del clima”,  ben pagati per fornire alla politica le giustificazioni che si aspetta.

L’argomento guida è che le soluzioni approvate dallo Stato nonpossono che essere le migliori e che quindi l’infallibilità dello Stato sia indiscutibile. Se i fatti mostrano un fallimento, si troverà il colpevole, ossia chi non ha “giocato la partita” nell’industria privata.

L’intervento dello Stato è sempre lo stesso: norme, regolamenti, tasse, divieti di ogni genere….. Stiamo già parlando di decine di miliardi di euro – prelevati dal nostro denaro – per investire nella “transizione energetica”,  e con i quali si  propone di aumentare la carbon tax, limitare i viaggi aerei, vietare i motori diesel, limitare l’accesso alle auto nei centri urbani, ecc.

E tuttavia, per i francesi, è naturale che lo Stato possa intervenire in ogni settore.

E’ una cosa molto seria. Poiché l’ecologia abbraccia tutte le attività umane, questo offre allo Stato l’opportunità inaspettata di intervenire autorevolmente in quasi tutti i campi operativi.

L’ecologia di Stato costituisce oggi una seria minaccia alle nostre libertà, perché è il trampolino di lancio ideale per il “grande balzo in avanti” che ci porterà alla dittatura.

Ma respireremo bene!




Putin rimprovera Greta Thunberg e i suoi consiglieri sull’agenda ambientale

Secondo un articolo pubblicato su ZeroHedge, il presidente russo Vladimir Putin mercoledì ha rimproverato l’ambientalista svedese Greta Thunberg e i suoi consiglieri adulti, dopo che la sedicenne ha tenuto un discorso emotivo all’ONU alla fine del mese scorso.

 

Il presidente Vladimir Putin e Greta Thumberg

Il presidente Vladimir Putin e Greta Thumberg

 

“Certo, Greta è gentile, ma le emozioni non dovrebbero avere la meglio sulla questione”, ha detto Putin. 

“Andasse a spiegare ai paesi in via di sviluppo perché dovrebbero continuare a vivere nella povertà e non essere come la Svezia”, ha aggiunto, prima di dire che è deplorevole come alcuni gruppi stiano usando Thunberg per raggiungere i loro obiettivi.

Nel suo discorso della settimana scorsa, Thunberg si è rivolta alle Nazioni Unite – dicendo: “Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote”.

Thunberg ha anche presentato una denuncia legale accusando cinque paesi di inazione sul riscaldamento globale – suscitando l’ira del presidente francese Emmanuel Macron, e molti altri che hanno notato come [la Thumberg] abbia lasciato fuori la Cina dalle sue diatribe e cause legali, nonostante essa sia il peggior inquinatore del mondo per volume totale.

 

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Il fantasma marxista dell’opera: Gesù l’anarchico, il pianeta e gli efficaci oppioidi.

C’è forse una convergenza tra il Gesù comunista e filantropico e la religione ecologista?

Forse sì. È Marx. È la critica marxista alla religione come oppio dei popoli. Eh già! Proprio i catto-comunisti moderni e gli ambientalisti liceali potrebbero rendere ragione dell’effetto narcotizzante della religione…. 

 

"Day for future" a Milano

“Day for future” a Milano

 

 

di Pierluigi Pavone

 

C’è forse una convergenza tra il Gesù comunista e filantropico e la religione ecologista?

Forse sì. È Marx. È la critica marxista alla religione come oppio dei popoli. Eh già! Proprio i catto-comunisti moderni e gli ambientalisti liceali potrebbero rendere ragione dell’effetto narcotizzante della religione…. 

Tutte le profezie marxiste si sono rivelate false e profondamente erronee. L’attuale vitalità di questa ideologia risiede nell’unico aspetto che ha conosciuto una evoluzione: la critica alla religione. Da un lato, infatti, l’emancipazione religiosa e laicista è stata molto più radicalmente ottenuta all’interno dei sistemi liberali: il liberalismo religioso e l’indifferentismo egualitario hanno ottenuto maggiori risultati, rispetto alla persecuzione diretta dei cristiani. D’altro canto, il capitalismo ha dimostrato una capacità di evolversi, assorbire le proprie contraddizioni, espandere i mercati, educare ad una mentalità di consumo che alimenta il sistema stesso, molto oltre qualsiasi semplicistica, riduttiva e miope profezia marxista. Al contrario, uno dei limiti strutturali del marxismo è stata proprio la rigida staticità e incapacità ideologica di misurarsi con i fenomeni reali della società. Non è un caso che una delle maggiori deficienze economiche del sistema sovietico è infatti rintracciabile proprio in questa caratteristica. A determinare il fallimento assoluto del socialismo reale fu anche l’incapacità e il rifiuto di revisione critica dell’analisi storica, sociale, antropologica, economica che aveva contrassegnato l’ideologia marxista e la rivoluzione bolscevica. Paradossalmente l’unico aspetto che, dalla metà degli anni cinquanta fino alla rivoluzione culturale del 1968 – che amplificò e destinò alle masse ciò che era stato formulato su un piano prettamente intellettuale, accademico e teologico –, fu vero oggetto di revisione fu la religione e il suo ruolo sociale. 

Quanto più il comunismo dei paesi occidentali per un verso e di quelli latino-americani dall’altro ottenevano una misurata autonomia dal bolscevismo russo, tanto più diventava possibile creare i presupposti per un connubio tra la visione marxista della storia e della società e il cristianesimo. Questo connubio che segnò la matrice teologica maggioritaria in America Latina e l’evoluzione partitica della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano fu determinato da canali di compensazione. Filosoficamente era possibile. La critica marxista alla società borghese, ad esempio, era in grado di assorbire linearmente l’analisi freudiana dell’origine della società – come vedremo in un’altra occasione –; ma il marxismo non aveva mai avuto modo di confrontarsi con lo sviluppo della psicanalisi e a sua volta la psicanalisi rileggeva la religione in una verità nevrotica collettiva. In questo senso, l’analisi freudiana dell’origine della società e dello sviluppo del monoteismo erano complementari al marxismo: in entrambi i casi Dio rappresentava l’onnipotenza della oppressione e della repressione e la religione il culto che alimentava questa sudditanza. Al contrario, il connubio col cristianesimo esigeva un revisionismo di notevole levatura teorica, quanto alla critica che Marx aveva fatto alla religione e al senso ultimo che aveva conferito al processo di emancipazione umana. Se Dio restava l’onnipotenza nemica dell’uomo – come nella tradizione gnostica antica – la religione non era più da intendersi come culto nei confronti di Dio, ma in un certo senso come restituzione di una legittima e inconscia speranza umana. 

Intellettuali come Bloch, riconobbero alla religione una verità umana. Non si limitarono a condannare la religione a menzogna o superstizione, ma valorizzarono, sul piano della utopia, i meccanismi di proiezione inconscia dei desideri e delle attese umane di un nuovo mondo, socialmente giusto e fraterno. Il messaggio del Vangelo conteneva, quindi, una verità umana di speranza e questa speranza era di giustizia sociale, di solidarietà, di fratellanza, di pace. Il paradiso non era più illusione o ostacolo; al contrario era una metafora o un mito da valorizzare, come prospettiva efficace da determinare nella storia, fra tutti i popoli. Da oppio, la religione diventava ancella della rivoluzione. 

Chiaramente anche il cattolicesimo avrebbe dovuto fare la sua parte: intenzioni e presupposti erano squisitamente congeniali. Per molte altre vie, vari teologi erano da tempo impegnati – seppur in modo che solo «altri eventi non politici» avrebbero reso omogeneo e allineato – a costruire una matrice dottrinale e pastorale di decostruzione, sovversione e destabilizzazione. Una componente essenziale di questa matrice era «il presupposto dicotomico». Da una parte esisteva l’effettivo e originario messaggio dell’uomo Gesù e dall’altra la sovrastruttura teologica, ecclesiastica, dottrinale. Attraverso questa distinzione sostanziale – che in generale si lasciava cadere nel IV secolo, alla luce della svolta costantiniana (che ora si voleva sacralmente superare e condannare) – era possibile rifiutare in blocco qualsiasi aspetto dottrinale o l’intera formazione filosofia e teologica della Chiesa e determinare a piacimento il messaggio evangelico nella sua presunta purezza. I protestanti avevano già così operato, per condannare il papato a manifestazione dell’Anticristo o gli illuministi tedeschi per salvaguardare, del Vangelo, un messaggio morale di eco socratica. Naturalmente ogni aspetto divino di Cristo, il senso del Sacrificio espiatorio, il fatto della Resurrezione, l’istituzione del sacerdozio e della Chiesa, la presenza del diavolo, l’inferno, il Giudizio erano tutte credenze che venivano meno, relativizzate, misconosciute, oggetto di diretta apostasia. Il dialogo con il mondo doveva partire necessariamente dalla rinuncia a vedere il mondo come il luogo della battaglia satanica. Non c’era più nessun nemico; non c’era in fondo nessuna colpa e nessun peccato, quindi nessuna redenzione e nessun giudizio. Il Vangelo non era più la rivelazione dell’amore di Dio che si incarna per morire in Croce a causa del peccato degli uomini, per permettere nuovamente la possibilità del Paradiso. Il Vangelo era ed è un messaggio di giustizia sociale, di accoglienza e fraternità mondana, di condivisione di spiritualità. Come nello gnosticismo, di auto-coscienza dell’uomo e del suo destino divino. Dall’Incarnazione del Verbo si è passati all’incarnazione dell’utopia sociale.

In questo si coglie l’aspetto paradossale. Da una parte il Cristo viene nuovamente consegnato nelle mani degli uomini, per essere ancora tradito e vilipeso, nella subdola menzogna luciferina di misconoscere la sua divinità per apprezzarne una umanità anarchica, globalista, comunitarista. D’altra parte, proprio questa umanizzazione gnostica della religione produce un doppio effetto narcotizzante. 

Il primo effetto si ripercuote sulla Chiesa: la religione, vale a dire, diviene narcotico proprio dei cristiani, proprio nella misura in cui secolarizzandosi e apostatando non illumina più le coscienze, non è oggetto di contraddizione rispetto al peccato, al Giudizio, all’inferno, al mondo, al principe di questo mondo. Per Marx la religione era oppio della coscienza di classe del proletariato internazionale. È sconcertante notare che la sottile e paradossale verità di questa critica sia resa attuale e concreta proprio da coloro che tradendo dall’interno la religione di Cristo, onnubilano – come falsi profeti e lupi rapaci travestiti da agnelli – le coscienze dei cristiani.         

Il secondo effetto ha una portata globale: le masse sono distratte, stordite, narcotizzate da nuove forme religiose, radicate nell’umanesimo italiano. L’ambientalismo è una di queste e forse la più efficace. Che l’ecologismo sia l’effetto ultimo dell’umanesimo gnostico, che concepisce l’universo come dimora divina, è dimostrabile, per mezzo della cabala e delle sue eredità. Molti si rincorrono nel denunciare il nuovo umanesimo. Sarebbe da denunciare ancora più radicalmente l’umanesimo fiorentino in sé! Altrimenti siamo come coloro che denunciano i pericoli del sinodo per l’Amazzonia – come se fossero fiori del deserto –, senza però risalire alla cause prime (e non seconde o terze o ultime….) di quelle teorie (chi ha orecchi, intenda!). 

È, infatti, nella tradizione filosofica umanista che si radica l’idea moderna dell’uomo divino, che rivendica il potere illimitato di dare la vita e la morte, di plasmare se stesso, la storia, l’identità sessuale, la società e persino la Chiesa di Cristo. A differenza della Gnosi antica, questa rivendicazione di auto-deificazione accade però in un mondo pensato – in virtù della Cabala – come tempio e dimora di Dio. In questo panteismo a volte velato, a volte indiretto, oggi ecologista, si nasconde la strategia satanica e il potere narcotizzante dell’ambientalismo, usato dal potenti del mondo come oppio delle masse, per la conservazione di quella gloria da parte delle nazioni, che Satana concede a chi è disposto ad adorarlo come dio.  

 

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