Vivendo il dolore nel nostro cuore, sapendo per fede che Dio è presente, Dio è con noi, e non ci abbandonerà mai.

Stralci da un articolo di Rod Dreher, l’autore de L’Opzione Benedetto, pubblicato sul suo blog, nel quale riflette su questa pandemia di coronavirus. Ve li propongo nella mia traduzione.

 

Monaci di Norcia

Monaci di Norcia

 

 

Dalle parole di dom Benedict Nivakoff, il priore del monastero benedettino di Norcia:

 

Cara famiglia e amici,

San Benedetto ci esorta: “Tenete la morte ogni giorno davanti ai vostri occhi”. In questo suggerimento tratto dal quarto capitolo della Regola del nostro patrono, ci viene ricordato che Dio è il padrone supremo della nostra vita, anche se la sua presenza non è sempre evidente. In modo paterno, San Benedetto ci chiama anche a piangere per i nostri peccati nel timore del prossimo Giudizio. La realtà della morte e del giudizio ci ricorda di confidare solo nella misericordia e nella giustizia di Dio, mentre l’essere dimentichi della morte può portarci a fare affidamento su noi stessi e sulle soluzioni del mondo ai nostri problemi.

In mezzo alla pandemia di coronavirus, la vita dei monaci di Norcia (tutti sani al 30 marzo) continua come al solito, con poche eccezioni. Ogni mattina, durante l’alta messa solenne conventuale, abbiamo aggiunto preghiere contro la pestilenza. Nel pomeriggio, abbiamo percorso la proprietà con le reliquie della Vera Croce, pregando per la liberazione da “pestilenze, carestie e guerre”, come facevano gli antichi, che sapevano che queste tribolazioni spesso sorgono insieme. In particolare nelle nostre preghiere ci sono i molti medici e infermieri che stanno sacrificando molto – e rischiando molto – per mantenere in vita gli altri e restituirli alla salute. La popolazione della nostra regione dell’Umbria è geograficamente dispersa, quindi i casi di coronavirus che ci circondano sono meno numerosi che nell’estremo nord. Sappiamo che la situazione potrebbe cambiare rapidamente.

(…)

Diventa ogni giorno più chiaro che tutti noi soffriremo per qualche tempo le conseguenze fisiche, economiche, psicologiche e spirituali del coronavirus. Dovremmo essere disposti a imparare le lezioni che Dio vuole insegnarci. Una grande tentazione è quella di chiedere a Dio di restituirci ciò che abbiamo perso. Nel campo della tragedia, Dio semina semi di vita nuova. Tutti noi dobbiamo annaffiarli con le nostre preghiere (viste e non viste), con i nostri sacrifici e, forse, anche con la nostra vita. Ma la morte non ha l’ultima parola.

 

Dice Rod Dreher: ricordate le parole di Dom Benedict:

 

Una grande tentazione è quella di chiedere a Dio di restituire ciò che abbiamo perso. Nel campo della tragedia, Dio semina semi di vita nuova.

 

I monaci di Norcia persero la loro basilica e il loro monastero. Persero praticamente tutto, in pochi istanti di scossa 8del terremoto, ndr). Si trasferirono in una proprietà che possedevano sul versante della montagna che dominava Norcia, e partirono da zero. Ma, come mi disse più tardi dom Benedict, c’era una benedizione nascosta. Il loro precedente monastero era proprio nel centro della città, sulla piazza. Ricevevano molti visitatori. Il rumore di essere al centro delle cose rendeva più difficile la vita contemplativa. Non si sono resi conto di quanto avessero bisogno di un maggiore silenzio fino a quando il terremoto non gli ha portato via la loro casa e la loro chiesa. Dio non ha restituito loro ciò che avevano una volta, ma ha dato loro ciò di cui avevano veramente bisogno. Se avessero desiderato un ritorno alla vecchia chiesa, al vecchio monastero, al vecchio stile di vita della città, sarebbero ancora disperati. Scoprirono, però, che avevano già le cose più importanti per loro: la fede, la messa, la fratellanza, la Regola.

Sarà così anche per la maggior parte di noi, in un modo o nell’altro. Questo farà male. Ma se permettiamo che sia per la nostra stessa purificazione, per abbatterci in modo che possa costruirci nella fede, nella speranza e nell’amore, allora sarà stata una dura misericordia.

Una cosa che questa crisi sta rendendo chiara è la mancanza di una vita spirituale nascosta in molti di noi. Sto scoprendo quanto io abbia trattato la liturgia domenicale come una stampella, e ho lasciato che la mia vita spirituale quotidiana si allentasse. Non è che avessi smesso di pregare, ma, senza rendermi conto di ciò che stava accadendo, mi ero lasciato andare alla pigrizia, e a dipendere più di quanto avrei dovuto dall’esercizio esteriore del culto domenicale, invece di coltivare anche la preghiera quotidiana come avrei dovuto fare.

(…)

Quando dom Benedetto dice che il nascondimento che è così emblematico di questo virus, e la crisi che ha provocato, può insegnarci a riscoprire il mistero, penso che questo sia ciò che intende. Non riusciremo a capire perché Dio ha permesso che ciò accadesse. Ma è successo, e Dio rimane Dio. Dobbiamo imparare a cercare Dio nella quiete delle nostre case la domenica mattina e nella solitudine del nostro cuore. Quando i predicatori della Parola tacciono la domenica, dobbiamo ascoltare la Sua voce pronunciata in luoghi meno ovvi, specialmente nelle azioni coraggiose e compassionevoli di medici, infermieri e operatori sanitari. Non aspettatevi di comprendere. Chi potrebbe mai capire perché un buon Dio permette che una malattia come questa si diffonda in tutto il mondo. I teologi hanno le loro teodicee (spiegazioni del perché un Dio onnipotente e buono per eccellenza permetta il male e la sofferenza), ma chi è veramente convinto da argomenti aridi, anche se sono veri? È qui che entra in gioco la fede.

Penso ad Alexander Ogorodnikov, un cristiano ortodosso russo inviato dai sovietici nel gulag negli anni Settanta, a causa della sua fede. Lì ha subito terribili torture e privazioni, ma ha continuato la sua evangelizzazione tra i detenuti. Una notte, soffrì la disperazione, sopraffatto dal suo dolore e dalle sue fratture. Perché, si chiedeva, Dio ha permesso che questo gli accadesse? Quella notte, Dio gli mandò la prima di una serie di visioni, che rivelarono al prigioniero agonizzante che, poiché lui (Ogorodnikov) era lì in prigione, raccontando ai condannati a morte di Gesù, alcuni di quegli uomini – quelli che risposero all’appello della conversione – andarono incontro alla morte come credenti, e ora erano con Cristo in paradiso. Quelle rivelazioni fecero capire a Ogorodnikov l’opera nascosta dello Spirito, attraverso la sua sofferenza nel suo corpo.

Vi chiederete: Dio non avrebbe potuto fare questo in un altro modo? Perché ha dovuto mettere Ogorodnikov in prigione a soffrire per il bene di quei condannati a morte? Ebbene, tanto vale chiedersi perché Dio ha dovuto prendere la forma di un uomo e soffrire e morire per il bene di tutti noi. È un mistero che possiamo esplorare, ma che non possiamo comprendere appieno. Arriviamo a conoscere questo mistero non risolvendolo in modo logico, ma prendendolo nel nostro cuore, e vivendolo, sapendo per fede che Dio è presente, Dio è con noi, e non ci abbandonerà mai.

Dio ci è stato manifestato in chiesa la domenica per tutta la nostra vita – nell’annuncio della sua parola, alla presenza della comunione dei credenti e, per molti di noi, nell’Eucaristia. Ora questo ci è stato tolto per un periodo indefinito. Crediamo che anche Dio ci sia stato tolto? Che ci sia stata rubata la Sua parola? Che la comunione con gli altri nella Chiesa abbia cessato di esistere? Certo che no! Queste cose ora sono nascoste. Siamo nel deserto. Anche Dio è lì. “Apriamo gli occhi alla luce che viene da Dio”, dice san Benedetto, nel prologo della sua Regola. La luce è nascosta ora nelle tenebre, e nell’assenza. Questo è un mistero.

Non posso dirvi di più. Ma posso mostrarvi questo passaggio del film di Terrence Malick To The Wonder. La voce che sentite è quella di Javier Bardem; egli interpreta Padre Quintana, un sacerdote che sta avendo una profonda crisi di fede, e che cerca la presenza di Dio… e lo trova nel volto delle persone povere e sofferenti che serve.

 

(se il video non si carica fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

 

 

 

 




Mons. Negri: “La vita umana è bella perché porta dentro di noi un Mistero più grande di noi, aprendo il nostro cuore a dimensioni nuove dell’esistenza”

Mons. Luigi Negri e Papa Benedetto XVI

Mons. Luigi Negri e Papa Benedetto XVI

 

Carissimi amici, mentre le vicende quotidiane segnano una quasi inesorabile consumazione della realtà con un lento e inesorabile degradare, noi non possiamo lasciarci sorprendere da nessuna tristezza e da nessuna sfiducia.

I nostri occhi sono, infatti, fissi con Cristo in Dio e la nostra vita respira, ormai in modo definitivo, della sua Presenza. Essa è carica certamente di provocazione e di fatica, ma insieme è comunicatrice di una pace e di una bellezza inaspettata che trova corrispondenza nelle esigenze più profonde del nostro cuore.

Noi siamo salvati dal Mistero della Morte e della Risurrezione del Signore e non lo siamo una volta sola, perché veniamo salvati ogni giorno: generati ogni giorno da una novità di vita che anima in profondità il nostro cuore, che riempie di fecondità l’esistenza, anche quella che può sembrare per moltissimi nostri fratelli così inutile, così condannata al non senso, così segnata dalle tante vicissitudini nelle quali siamo immersi.

La vita umana è bella perché non è espressione del nostro potere. Se fosse espressione del nostro potere non avrebbe nessuna possibilità di esserlo. La vita umana è bella perché porta dentro di noi un Mistero più grande di noi, aprendo il nostro cuore a dimensioni nuove dell’esistenza: le dimensioni della verità, della bellezza, della giustizia, del bene. In questo modo la nostra esistenza assume una capacità di sguardo verso Dio e verso i fratelli che rende la nostra vita così piena, così totalmente nostra perché, paradossalmente, non è più assolutamente nostra.

Camminiamo insieme in questa dimensione di novità che ci viene donata ogni giorno dal Mistero di Cristo; basta che noi lo fissiamo e volgiamo i nostri occhi – poveri, pieni di domanda e qualche volta pieni di tensione – verso la sua Presenza misericordiosa, ritrovando, in fondo al nostro cuore, la grande preghiera della Chiesa: «Vieni, Signore Gesù!».

Accompagniamoci insieme nel chiedere umilmente, ogni giorno, al Signore che venga nella nostra esistenza, che prenda possesso totalmente della nostra vita, che non lasci neanche una piccola parte di questa nostra vita – come ci ricordava Jean Guitton – senza averla posseduta e trasformata tutta.

Il mondo aspetta la nostra testimonianza, il mondo aspetta di essere evocato da noi a quella presenza umana di Cristo che rende la vita veramente umana perché totalmente di Dio.

Accompagniamoci insieme lungo questa strada, avendo misericordia l’uno dell’altro, e chiediamo, soprattutto, che il tempo riveli sempre più questa novità, mettendoci in grado di comunicarla a tutti.

Vi benedico di cuore.

+ Luigi Negri

 

 




Padre Hollowell: “Signore, se c’è qualcosa che posso soffrire per portare la guarigione alla Chiesa, lo farei volentieri con grande gioia”

La settimana scorsa, padre John Hollowell ha annunciato ai lettori del suo blog e ai suoi followers su Twitter che gli è stato diagnosticato un tumore al cervello e che offrirà le sue sofferenze per le vittime della crisi di abusi sessuali della Chiesa cattolica.

Ecco l’intervista che padre Hollowell ha rilasciato a Bree A. Dail del Catholic World Report . Eccola nella mia traduzione. 

 

John Hollowell

padre John Hollowell

 

La settimana scorsa, padre John Hollowell ha annunciato ai lettori del suo blog e ai suoi followers su Twitter che gli è stato diagnosticato un tumore al cervello e che offrirà le sue sofferenze per le vittime della crisi di abusi sessuali della Chiesa cattolica.

Padre Hollowell, 40 anni, è un sacerdote dell’arcidiocesi di Indianapolis che serve due parrocchie. Ha detto che a pochi giorni dal suo annuncio, centinaia di vittime di abusi sessuali da parte del clero si sono rivolte a lui, ringraziandolo, chiedendo preghiere o condividendo le loro esperienze.

(…)

Padre Hollowell ha chiesto che le vittime della crisi di abusi sessuali nella Chiesa cattolica si rivolgano a lui, affinché preghi per loro per nome durante il trattamento, l’intervento chirurgico e la guarigione. Può essere contattato direttamente all’indirizzo [email protected]

Padre Hollowell ha parlato con il  Catholic World Report (CWR) della sua diagnosi e dell’enorme risposta che ha ricevuto.

 

CWR: Quali sono state le circostanze che hanno portato alla sua diagnosi?

Padre John Hollowell: Circa un anno fa, mentre correvo, mi sono sentito stordito e mi sono dovuto stendere. In seguito mi sono reso conto che è stato quando ho avuto il mio primo (lieve) attacco su un lato del mio corpo. Non ho perso conoscenza. Come tipico per un ragazzo, tre minuti dopo mi sono sentito bene, quindi non ho pensato di andare in ospedale. Ho pensato di cercare su WebMD (sito di informazioni mediche, ndr), di capire da solo, non ho preso il fatto troppo sul serio. Ma è successo di nuovo, circa sei mesi dopo. È stato allora che ho iniziato a cercare aiuto medico.

Sono finito in ospedale perché pensavano che fosse un ictus. La Mayo Clinic ha fatto altri esami. È stata questa settimana [12 febbraio] che hanno scoperto che si trattava di un tumore.

La cosa assurda è che ho avuto cinque episodi di queste crisi di 60 secondi, e questo è stato l’effetto totale del tumore sulla mia vita fino ad ora. Di solito la gente lo scopre – questi tumori crescono molto lentamente – perdendo la vista o avendo emicranie quando il tumore raggiunge una certa dimensione. Sono stato in grado di scoprirlo correndo e non essendo stato quasi colpito. Ovviamente, ho una strada difficile da percorrere con l’intervento, ma per ora non è niente.

 

CWR: Ha paura?

Padre Hollowell: Non sto cercando di fare il “macho” o altro, ma ho letteralmente zero paura. Non so a cosa attribuire questo, a parte la grazia. C’è una piccolissima possibilità, mi dicono i miei medici, che possa essere un tumore terminale, ma lo verificheranno mentre lo tolgono, quindi c’è la sensazione che lo sapranno solo allora. Sono molto ottimisti sul fatto che, poiché sta crescendo così lentamente, non sia un tumore terminale.

 

CWR: Cosa comporterà il suo trattamento?

Padre Hollowell: Dopo l’intervento in sé, una cosa scioccante, si è in grado di lasciare l’ospedale sei-otto giorni dopo. Probabilmente farò una fisioterapia, possibilmente una logopedia. Riceverò radiazioni e chemioterapia solo per essere sicuri che si faccia tutto. Il mio tumore si trova sul lato sinistro del mio cervello, verso l’alto – hanno detto che non è quello che controlla la funzione motoria. Dicono che le altre parti del cervello – è meraviglioso – cominciano quasi subito a compensare.

 

CWR: Quando ha annunciato la sua diagnosi, ha detto che dopo la rivelazione degli scandali di abusi sessuali clericali nell’estate del 2018, ha chiesto a Dio di farla partecipare alle sofferenze delle vittime. Questa offerta di sé non è qualcosa che si prende alla leggera: aveva paura di ciò che Dio le avrebbe mandato come croce?

Padre Hollowell: Quel giorno l’ho fatto, sì. Ero in canonica a dire la preghiera del mattino. Era chiaro, questa chiamata. C’era una parte di me che – guardandola ora mi fa sorridere – anche allora una parte di me sapeva che ero nei guai… in senso buono. Non è qualcosa in cui entrare con leggerezza. Immagino che tutto quello che ho letto, e che ho imparato a conoscere – tutti gli studi teologici che ho potuto fare in seminario, leggere San Giovanni della Croce ed essere realmente formato da lui, e l’autobiografia di Madre Teresa – mi abbiano portato a questo punto, trovandomi totalmente a mio agio nel fare quella preghiera. Ho detto: “Signore, se c’è qualcosa che posso soffrire per portare la guarigione alla Chiesa, lo farei volentieri con grande gioia”.

 

CWR: Ha sentito le vittime da quando ha reso pubblica la sua diagnosi?

Padre Hollowell: Sì, ho ricevuto messaggi da centinaia di vittime che chiedevano preghiere – alcuni mi ringraziavano, altri mi fornivano solo i loro nomi e le loro storie. Alcune sono fuori dalla Chiesa, altre rimangono.

 

CWR: Racconti ai nostri lettori un po’ di lei e della sua storia di vocazione.

Padre John Hollowell: Ho 40 anni, e sono stato sacerdote per 10 anni, ordinato nel 2009. Sono un sacerdote dell’arcidiocesi di Indianapolis e attualmente servo due parrocchie dell’Indiana occidentale – sono il parroco della chiesa cattolica dell’Annunciazione in Brasile, Indiana, e della chiesa cattolica di St. Paul a Greencastle, Indiana, che è un Centro Newman per gli studenti della DePauw University. Sono anche cappellano del penitenziario di Putnamville. Dal punto di vista liturgico, celebro sia nella Forma Straordinaria (Messa tradizionale in latino) sia nel Novus Ordo, portando a quest’ultimo i principi che si trovano all’interno del primo.

Sono stato cresciuto come cattolico da genitori fantastici: sono il più grande di 11 figli. Ho frequentato la scuola elementare cattolica, il liceo cattolico – mio padre è il presidente del liceo cattolico Roncalli, quello che ho frequentato. In seguito sono andato al college e mi sono laureato in matematica. Andavo ancora a messa tutte le domeniche, ma non credo di aver avuto una fede molto vivace allora: una fede più “matematica”, una fede costruita sulla ragione. All’università ho iniziato a leggere la Bibbia ogni giorno, e così facendo ho cominciato a sentire un richiamo molto chiaro verso il sacerdozio, che non avevo mai considerato prima. Decisi di insegnare matematica e di fare da allenatore di calcio al liceo e la pista per due anni prima di entrare in seminario.

 

CWR: Lei è stato impegnato nel ministero dei social media – perché ne è stato attratto, e ha visto dei frutti?

Padre Hollowell: Quando sono stato ordinato nel 2009, avevo una grande avversione per i social media e i blog – non li capivo, non mi piacevano per niente. Eppure, in quel primo anno di sacerdozio, Papa Benedetto XVI ha rilasciato una dichiarazione in cui chiedeva ai sacerdoti di scrivere su un blog e di usare i social media per evangelizzare. Io amo Papa Benedetto XVI – è un eroe personale e ha avuto un grande impatto su di me in seminario – così ho pensato: “Beh, me l’ha chiesto, quindi proverò a farlo!” Da allora mi ci sono impegnato.

C’è sempre, credo, la tentazione dell’orgoglio quando si ha un modesto seguito, ma per me è stato più un mistero. Perché ho tutti questi seguaci, o perché alcuni dei miei contenuti sono diventati “virali cattolici”? Sono un prete di campagna dell’Indiana! Non saprei davvero dire cosa Dio stia facendo con tutto questo. Non fino ad ora. Mentre tornavo a casa dalla Mayo Clinic, mi è sembrato di capire che questa diagnosi, e la chiamata che mi è stata data, è uno dei motivi. Sono stato messo in una posizione che mi permette di far uscire velocemente questo messaggio e di aiutare a portare la guarigione. Ho una piattaforma per farlo.

 




Oltre l’utile e il dilettevole. La Bioetica di fronte all’urlo inascoltato del sofferente

Ultimamente si sono susseguiti vari casi di richiesta eutanasica e di suicidio assistito. L’utilitarismo edonista avalla queste “scelte”, soffocando la voce del sofferente. E la Bioetica sembra venire meno alla domanda di senso insita nelle sue questioni più delicate. Ancora una volta, la questione è profondamente antropologica.

 

Anziano

Anziano

 

Il dolore è insito nell’identità stessa dell’uomo. E l’umanità, provata, si cimenta con esso abbozzando risposte: ora lo sublima, ora lo subisce, ora lo percepisce come ineluttabilità. L’esperienza greca si configura come pathos, che è insieme empatia e compassione. La reazione del greco di fronte al dolore è immedesimazione immediata col soffrire, quasi nel senso materiale dell’esser preso dalla pena. Secondo Kierkegaard, «nella tragedia antica la pena è più profonda, minore il dolore; nella tragedia moderna il dolore è più grande, minore la pena» (S.Kierkegaard, Il riflesso del tragico antico nel tragico moderno).

Il dolore è qualcosa che si prova e che, al tempo stesso, mette alla prova. Ed è proprio l’elemento probatorio a condurre alla domanda stessa di senso e, dunque, all’elemento esistenziale: undemalum? In questa domanda cruciale, poi, si colloca la scoperta di unione di tutto il genere umano: il dolore è veramente il ponte tra l’individuale e l’universale. Se è vero, però, che nel dolore l’uomo è pienamente umano e riscopre la sua unità con l’umanità degli altri uomini, è altrettanto vero che uno dei tratti più sconvolgenti della sofferenza è dato dal fatto che essa traccia un vero e proprio solco di divisione intorno a chi soffre. La via del dolore consente all’uomo di rientrare in se stesso scoprendo la sua peculiarità individuale, per il fatto stesso che nessuno potrà sostituirsi a lui nel suo dolore.

In una società che ci vuole, per motivi di mercato, felici “per forza” e per aiutarci a ricercare la felicità trasforma tutto in merce, da vendere e da acquistare, compreso il benessere psico/fisico (Z. Bauman, Consumo, dunque sono), la sofferenza non è permessa. La sofferenza implica fragilità e debolezza. Ma noi dobbiamo essere belli, forti e sani, di una salute che è “completo benessere psico-fisico”. La sofferenza implica tempo per curarsi, riflettere, ricominciare. Ma noi non possiamo fermarci, noi dobbiamo correre, abbiamo fretta di incastrare tutto con ritmi da capogiro perchè non possiamo, non dobbiamo rinunciare a nulla. In altre parole, vietato stare male, vietato andare in crisi, vietata ogni imperfezione.

E se succede? Se mi chiedi aiuto, saprò sentire il tuo grido mentre corro o mentre mi arrovello nel mio perfezionismo? No. E se lo sentirò, metterò dei tappi, o delle cuffie come i giovani (indicativo che rigettino a tal punto il silenzio da non avere mai le orecchie “libere”) perché il tuo dolore darà voce anche al mio.

Una ragazza qualche settimana fa ha espresso la sua volontà di uccidersi asetticamente in Belgio: Kelly, se si guarda allo specchio, non si piace (http://www.ilgiornale.it/news/mondo/kelly-che-vuole-eutanasia-perch-non-si-sente-bella-1769565.html). Evidentemente, la situazione di Kelly è più complessa di come ci è stata presentata. Tuttavia, nel sistema a cui stiamo facendo riferimento, la volontà suicidaria di Kelly potrebbe essere giustificata da come lei giudica la qualità della sua vita: se non sto bene con me stessa, allora non serve vivere.

Può essere questo un criterio che decide della vita o della morte di una persona? È davvero libero chi “sceglie” di procurarsi la morte? Si vive solo finché la vita “serve” a qualcosa o a qualcuno?

Questa visione centripeta, dove tutto ruota attorno alla contingenza dell’utile e alla cecità del piacere come estremo rifiuto della sofferenza, senza limiti, ma soprattutto senza criteri di senso, oltre che senza rispetto per le conseguenze sulla salute del singolo e della collettività tramuta la persona da soggetto a oggetto e oggetto utile a oggetto non più utile, travestita da “libertà”. Interessante notare che in polacco il verbo uzjwac” traduce entrambi i nostri “usare” e “godere”. E, in effetti, i due concetti sono strettamente connessi: è quello che chiamiamo utilitarismo edonista.

È importante provare a comprendere più a fondo questo concetto, emblematico per l’impostazione Bioetica di stampo «laico». Certamente, all’idea di «qualità della vita» molto ha contribuito la nuova definizione di salute del 1948 già citata. Bisogna, peròconsiderare che le origini della nozione sono essenzialmente di stampo utilitaristico: l’intento è quello di misurare con parametri oggettivi i fattori di benessere, in modo da poterne calcolare i risultati; è, potremmo dire, il risultato dell’interazione tra un’etica deontologica basata sul rispetto dell’autodeterminazione e un’etica utilitaristica del benessere collettivo.

Il più lampante paradosso di questo sistema presentato come massima espressione della libertà come autodeterminazione è l’approccio essenzialmente paternalistico. Infatti, chi decide della qualità della vita? Il singolo? Lo Stato? Chi è il garante della “bontà” di questa decisione tanto da autorizzare la procedura secondo gli standard legali?

Già si intravede che ancora una volta il problema a monte è di tipo prettamente antropologico, tanto che in questo sistema la libertàsi collocherebbe nel fatto che, non tollerando niente che sia ricevuto e non autofondato, la decisione riguardante «chi decide»consiste nell’autoproclamazione degli agenti morali alla dignità di «persone». Dunque, chi appartiene al club delle persone? L’essere persona «non può identificarsi con l’avere una vita degna di essere vissuta, ma solo con la capacità di misurare e giudicare la qualità della vita. La persona è in qualche modo “distaccata dalla vita, è un soggetto che gestisce una vita. La vita è vista, quindi, in un’ottica strumentale, è qualcosa che serve per raggiungere altri beni. «La vita degli individui può essere concepita come un recipiente che può contenere liquidi dolci (valori positivi) o liquidi amari (valori negativi). Di per sé tale recipiente non ha alcun valore, ma lo assume sulla base del valore del liquido che esso contiene» (P. Singer, Animals and the value of life). Va da sé che questo esempio portato all’estremo dell’utilitarismo edonistico porta a dire che trattasi di recipienti tranquillamente sostituibili.

Capiamo allora che quando la Bioetica riflette sulla liceità o meno del suicidio assistito (così come su tutti gli altri temi classici di questa disciplina, aborto..) ha a che fare in realtà con la ricerca di una risposta relativa all’esperienza quotidiana della sofferenza, del dolore e della morte. La questione alla radice delle problematiche bioetiche è, infatti, quella di senso; ed è forse proprio per sfuggire a tale angosciante domanda che l’uomo cerca di assicurarsi un controllo completo sulla vita attraverso la pretesa di assoluta libertà illudendosi di avere potere su di essa, ricalcando l’antico sogno di autofabbricarsi.

Ma la ricerca di senso di fronte al dolore e alla morte è prima ancora una domanda esistenziale: chi sono? Chi sei? In fondo, un essere umano si procura la morte perché non riesce a considerare se stesso per ciò che è e dunque a riconoscere in sè quel valore, quella preziosità del suo essere persona.

Infatti, il valore dell’uomo dipende non dal fatto che egli è vivo, perché di questo sarebbe titolare anche un animale, ma per il fatto che egli è una persona. E la vita di una persona ha questo valore inalienabile a partire da un’antropologia teologica cristocentrica, per cui il bene della vita umana può essere precisato nell’articolazione delle sue dimensioni fondamentali, evitando deprezzamenti materialistici o indebite sacralizzazioni:

La vita terrena è nello stesso tempo relativa e sacra: non è il bene supremo a cui tutto sacrificare o da preservare a ogni costo; non è nemmeno un bene strumentale a nostra completa disposizione. Di essa è padrone assoluto solo il Creatore, cui solo spetta la scelta di darle un termine, perché a lui si deve l’iniziativa di averle dato origine. L’uomo non ha verso di essa “una signoria assoluta, ma ministeriale”, riflesso della signoria unica e infinita di Dio (Evangelium Vitae, n.52).

Questo è il punto: le questioni di cui si occupa la Bioetica, che racchiudono quella domanda di senso della sofferenza, come scrive Joseph Ratzinger riguardano sempre un uomo (lo scienziato ricercatore o il medico) posto davanti a un altro uomo che egli è tentato di non considerare e di non trattare come una persona (J. Ratzinger, La Bioetica nella prospettiva cristiana).

L’uomo, infatti, è sempre tentato da una forma di utilitarismo. Del resto, se egli da solo deve garantirsi la sua esistenza e il suo futuro, non può essere completamente disinteressato, l’altro gli apparirà sempre in qualche modo come un mezzo per la sua felicità, un mezzo per sé, per garantirsi la sua esistenza. Questi saranno gli occhiali con cui guarderà il suo simile, ma anche se stesso, incapace ormai di riconoscersi. E in un continuo palleggio tra individuo e società, anche la società stessa comincerà a chiedersi chi le serve e chi no, oppure chi supererà i costi rispetto agli utili. Così, come nel film “The giver” comincerà a “congedare” gli anziani con l’eutanasia, aprirà nuove strade che conducano ad un moderno Taigeto da cui buttare neonati disabili con l’aborto post nascita, imbavaglierà chi “sceglie” il suicidio come un ultimo grido disperato di un bambino, che pur di ricevere attenzioni da un genitore anaffettivo ed evitante è disposto a riceverne di negative come forma di considerazione.

Interessante notare, invece, che, salvo la visione personalista, nelle impostazioni bioetiche che in qualche modo abbracciano la visione utilitarista o edonista la risposta alla domanda esistenziale del sofferente “Non ce la faccio più: è giusto che io viva?” è cancellarla con la morte: che si chiami aborto, eutanasia, suicidio assistito, la scelta proposta sembra non essere mai l’accoglienza della sofferenza, del limite, della malattia, dell’imperfezione, ma una mega “aspirina” chiamata “libertà” che cancella finchè può il sintomo con l’alienazione (si pensi a tutte le forme possibili di dipendenza da sostanze e non) o cancellando chi detiene quel sintomo. Si tratta di una cecità del luogo dove origina la domanda stessa di senso che l’uomo ha dentro di sé, che è al tempo stesso domanda di verità su di sé e sul mondo, domanda su Dio.

Come afferma Evangelium Vitae, «la scelta incondizionata a favore della vita raggiunge in pienezza il suo significato religioso e morale quando scaturisce, viene plasmata ed è alimentata dalla fede in Cristo. Nulla aiuta ad affrontare positivamente il conflitto tra la morte e la vita, nel quale siamo immersi, come la fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo ed è venuto tra gli uomini “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10)».

 

 




Benedetto XVI: “Il mistero terribile del Sabato santo della storia”

Papa Benedetto XVI, in questa sua meditazione della Settimana Santa, ci parla del mistero del dolore e del silenzio del sabato della storia.

Croce senza Gesù Cristo

 

di Benedetto XVI

 

PRIMA MEDITAZIONE

Con sempre maggior insistenza si sente parlare nel nostro tempo della morte di Dio. Per la prima volta, in Jean Paul, si tratta solo di un sogno da incubo: Gesù morto annuncia ai morti, dal tetto del mondo, che nel suo viaggio nell’aldilà non ha trovato nulla, né cielo, né Dio misericordioso, ma solo il nulla infinito, il silenzio del vuoto spalancato. Si tratta ancora di un sogno orribile che viene messo da parte, gemendo nel risveglio, come un sogno appunto, anche se non si riuscirà mai a cancellare l’angoscia subita, che stava sempre in agguato, cupa, nel fondo dell’anima. Un secolo dopo, in Nietzsche, è una serietà mortale che si esprime in un grido stridulo di terrore: «Dio è morto! Dio rimane morto! E noi lo abbiamo ucciso!». Cinquant’anni dopo, se ne parla con distacco accademico e ci si prepara a una “teologia dopo la morte di Dio”, ci si guarda intorno per vedere come poter continuare e si incoraggiano gli uomini a prepararsi a prendere il posto di Dio. Il mistero terribile del Sabato santo, il suo abisso di silenzio, ha acquistato quindi nel nostro tempo una realtà schiacciante. Giacché questo è il Sabato santo: giorno del nascondimento di Dio, giorno di quel paradosso inaudito che noi esprimiamo nel Credo con le parole «disceso agli inferi», disceso dentro il mistero della morte. Il Venerdì santo potevamo ancora guardare il trafitto. Il Sabato santo è vuoto, la pesante pietra del sepolcro nuovo copre il defunto, tutto è passato, la fede sembra essere definitivamente smascherata come fanatismo. Nessun Dio ha salvato questo Gesù che si atteggiava a Figlio suo. Si può essere tranquilli: i prudenti che prima avevano un po’ titubato nel loro intimo se forse potesse essere diverso, hanno avuto invece ragione.

Sabato santo: giorno della sepoltura di Dio; non è questo in maniera impressionante il nostro giorno? Non comincia il nostro secolo a essere un grande Sabato santo, giorno dell’assenza di Dio, nel quale anche i discepoli hanno un vuoto agghiacciante nel cuore che si allarga sempre di più, e per questo motivo si preparano pieni di vergogna e angoscia al ritorno a casa e si avviano cupi e distrutti nella loro disperazione verso Emmaus, non accorgendosi affatto che colui che era creduto morto è in mezzo a loro? 

Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?

L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui. 

C’è una scena nel Vangelo che anticipa in maniera straordinaria il silenzio del Sabato santo e appare quindi ancora una volta come il ritratto del nostro momento storico. Cristo dorme in una barca che, sbattuta dalla tempesta, sta per affondare. Il profeta Elia aveva una volta irriso i preti di Baal, che inutilmente invocavano a gran voce il loro dio perché volesse far discendere il fuoco sul sacrificio, esortandoli a gridare più forte, caso mai il loro dio stesse a dormire. Ma Dio non dorme realmente? Lo scherno del profeta non tocca alla fin fine anche i credenti del Dio di Israele che viaggiano con lui in una barca che sta per affondare? Dio sta a dormire mentre le sue cose stanno per affondare, non è questa l’esperienza della nostra vita? La Chiesa, la fe­de, non assomigliano a una piccola barca che sta per affondare, che lotta inutilmente contro le onde e il vento, mentre Dio è assente? I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore per svegliarlo, ma egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede. Ma è diversamente per noi? Quando la tempesta sarà passata, ci accorgeremo di quanto la nostra poca fede fosse carica di stoltezza. E tuttavia, o Signore, non possiamo fare a meno di scuotere te, Dio che stai in silenzio e dormi, e gridarti: svegliati, non vedi che affondiamo? Destati, non lasciar durare in eterno l’oscurità del Sabato santo, lascia cadere un raggio di Pasqua anche sui nostri giorni, accompàgnati a noi quando ci avviamo disperati verso Emmaus perché il nostro cuore possa accendersi alla tua vicinanza. Tu che hai guidato in maniera nascosta le vie di Israele per essere finalmente uomo con gli uomini, non ci lasciare nel buio, non permettere che la tua parola si perda nel gran sciupio di parole di questi tempi. Signore, dacci il tuo aiuto, perché senza di te affonderemo.

Amen.

SECONDA MEDITAZIONE 

Il nascondimento di Dio in questo mondo costituisce il vero mistero del Sabato santo, mistero accennato già nelle parole enigmatiche secondo cui Gesù è «disceso all’inferno». Nello stesso tempo l’esperienza del nostro tempo ci ha offerto un approccio completamente nuovo al Sabato santo, giacché il nascondimento di Dio nel mondo che gli appartiene e che dovrebbe con mille lingue annunciare il suo nome, l’esperienza dell’impotenza di Dio che è tuttavia l’onnipotente – questa è l’esperienza e la miseria del nostro tempo.

Ma anche se il Sabato santo in tal modo ci si è avvicinato profondamente, anche se noi comprendiamo il Dio del Sabato santo più della manifestazione potente di Dio in mezzo ai tuoni e ai lampi, di cui parla il Vecchio Testamento, rimane tuttavia insoluta la questione di sapere che cosa si intende veramente quando si dice in maniera misteriosa che Gesù «è disceso all’inferno». Diciamolo con tutta chiarezza: nessuno è in grado di spiegarlo veramente. Né diventa più chiaro dicendo che qui inferno è una cattiva traduzione della parola ebraica shêol, che sta a indicare semplicemente tutto il regno dei morti, e quindi la formula vorrebbe originariamente dire soltanto che Gesù è disceso nella profondità della morte, è realmente morto e ha partecipato all’abisso del nostro destino di morte. Infatti sorge allora la domanda: che cos’è realmente la morte e che cosa accade effettivamente quando si scende nella profondità della morte? Dobbiamo qui porre attenzione al fatto che la morte non è più la stessa cosa dopo che Cristo l’ha subita, dopo che egli l’ha accettata e penetrata, così come la vita, l’essere umano, non sono più la stessa cosa dopo che in Cristo la natura umana poté ve­nire a contatto, e di fatto venne, con l’essere proprio di Dio. Prima la morte era soltanto morte, separazione dal paese dei viventi e, anche se con diversa profondità, qualcosa come “inferno”, lato notturno dell’esistere, buio impenetrabile. Adesso però la morte è anche vita e quando noi oltrepassiamo la glaciale solitudine della soglia della morte, ci incontriamo sempre nuovamente con colui che è la vita, che è voluto divenire il compagno della nostra solitudine ultima e che, nella solitudine mortale della sua angoscia nell’orto degli ulivi e del suo grido sulla croce «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», è divenuto partecipe delle nostre solitudini.

Se un bambino si dovesse avventurare da solo nella notte buia attraverso un bosco, avrebbe paura anche se gli si dimostrasse centinaia di volte che non c’è alcun pericolo. Egli non ha paura di qualcosa di determinato, a cui si può dare un nome, ma nel buio sperimenta l’insicurezza, la condizione di orfano, il carattere sinistro dell’esistenza in sé. Solo una voce umana potrebbe consolarlo; solo la mano di una persona cara potrebbe cacciare via come un brutto sogno l’angoscia. C’è un’angoscia – quella vera, annidata nella profondità delle nostre solitudini – che non può essere superata mediante la ragione, ma solo con la presenza di una persona che ci ama. Quest’angoscia infatti non ha un oggetto a cui si possa dare un nome, ma è solo l’espressione terribile della nostra solitudine ultima. Chi non ha sentito la sensazione spaventosa di questa condizione di abbandono? Chi non avvertirebbe il miracolo santo e consolatore suscitato in questi frangenti da una parola di affetto? Laddove però si ha una solitudine tale che non può essere più raggiunta dalla parola trasformatrice dell’amore, allora noi parliamo di inferno. E noi sappiamo che non pochi uomini del nostro tempo, apparentemente così ottimistico, sono dell’avviso che ogni incontro rimane in superficie, che nessun uomo ha accesso all’ultima e vera profondità dell’altro e che quindi nel fondo ultimo di ogni esistenza giace la disperazione, anzi l’inferno. Jean-Paul Sartre ha espresso questo poeticamente in un suo dramma e nello stesso tempo ha esposto il nucleo della sua dottrina sull’uomo. Una cosa è certa: c’è una notte nel cui buio abbandono non penetra alcuna parola di conforto, una porta che noi dobbiamo oltrepassare in solitudine assoluta: la porta della morte. Tutta l’angoscia di questo mondo è in ultima analisi l’angoscia provocata da questa solitudine. Per questo motivo nel Vecchio Testamento il termine per indicare il regno dei morti era identico a quello con cui si indicava l’inferno: shêol. La morte infatti è solitudine assoluta. Ma quella solitudine che non può essere più illuminata dall’amore, che è talmente profonda che l’amore non può più accedere a essa, è l’inferno. 

«Disceso all’inferno»: questa confessione del Sabato santo sta a significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile e insuperabile della nostra condizione di solitudine. Questo sta a significare però che anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo come bambini cacciati via, piangenti, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce. La solitudine insuperabile dell’uomo è stata superata dal momento che Eglisi è trovato in essa. L’inferno è stato vinto dal momento in cui l’amore è anche entrato nella regione della morte e la terra di nessuno della solitudine è stata abitata da lui. Nella sua profondità l’uomo non vive di pane, ma nell’autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e gli è permesso di amare. A partire dal momento in cui nello spazio della morte si dà la presenza dell’amore, allora nella morte penetra la vita: ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata – prega la Chiesa nella liturgia funebre.

Nessuno può misurare in ultima analisi la portata di queste parole: «disceso all’inferno». Ma se una volta ci è dato di avvicinarci all’ora della nostra solitudine ultima, ci sarà permesso di comprendere qualcosa della grande chiarezza di questo mistero buio. Nella certa speranza che in quell’ora di estrema solitudine non saremo soli, possiamo già adesso presagire qualcosa di quello che avverrà. E in mezzo alla nostra protesta contro il buio della morte di Dio cominciamo a diventare grati per la luce che viene a noi proprio da questo buio.

TERZA MEDITAZIONE 

Nel breviario romano la liturgia del triduo sacro è strutturata con una cura particolare; la Chiesa nella sua preghiera vuole per così dire trasferirci nella realtà della passione del Signore e, al di là delle parole, nel centro spirituale di ciò che è accaduto. Se si volesse tentare di contrassegnare in poche battute la liturgia orante del Sabato santo, allora bisognerebbe soprattutto parlare dell’effetto di pace profonda che traspira da essa. Cristo è penetrato nel nascondimento (Verborgenheit), ma nello stesso tempo, proprio nel cuore del buio impenetrabile, egli è penetrato nella sicurezza (Geborgenheit), anzi egli è diventato la sicurezza ultima. Ormai è diventata vera la parola ardita del salmista: e anche se mi volessi nascondere nell’inferno, anche là sei tu. E quanto più si percorre questa liturgia, tanto più si scorgono brillare in essa, come un’aurora del mattino, le prime luci della Pasqua. Se il Venerdì santo ci pone davanti agli occhi la figura sfigurata del trafitto, la liturgia del Sabato santo si rifà piuttosto all’immagine della croce cara alla Chiesa antica: alla croce circondata da raggi luminosi, segno, allo stesso modo, della morte e della risurrezione.

Il Sabato santo ci rimanda così a un aspetto della pietà cristiana che forse è stato smarrito nel corso dei tempi. Quando noi nella preghiera guardiamo alla croce, vediamo spesso in essa soltanto un segno della passione storica del Signore sul Golgota. L’origine della devozione alla croce è però diversa: i cristiani pregavano rivolti a Oriente per esprimere la loro speranza che Cristo, il sole vero, sarebbe sorto sulla storia, per esprimere quindi la loro fede nel ritorno del Signore. La croce è in un primo tempo legata strettamente con questo orientamento della preghiera, essa viene rappresentata per così dire come un’insegna che il re inalbererà nella sua venuta; nell’immagine della croce la punta avanzata del corteo è già arrivata in mezzo a coloro che pregano. Per il cristianesimo antico la croce è quindi soprattutto segno della speranza. Essa non implica tanto un riferimento al Signore passato, quanto al Signore che sta per venire. Certo era impossibile sottrarsi alla necessità intrinseca che, con il passare del tempo, lo sguardo si rivolgesse anche all’evento accaduto: contro ogni fuga nello spirituale, contro ogni misconoscimento dell’incarnazione di Dio, occorreva che fosse difesa la prodigalità inimmaginabile dell’amore di Dio che, per amore della misera creatura umana, è diventato egli stesso un uomo, e quale uomo! Occorreva difendere la santa stoltezza dell’amore di Dio che non ha scelto di pronunciare una parola di potenza, ma di percorrere la via dell’impotenza per mettere alla gogna il nostro sogno di potenza e vincerlo dall’interno.

Ma così non abbiamo dimenticato un po’ troppo la connessione tra croce e speranza, l’unità tra l’Oriente e la direzione della croce, tra passato e futuro esistente nel cristianesimo? Lo spirito della speranza che alita sulle preghiere del Sabato santo dovrebbe nuovamente penetrare tutto il nostro essere cristiani. Il cristianesimo non è soltanto una religione del passato, ma, in misura non minore, del futuro; la sua fede è nello stesso tempo speranza, giacché Cristo non è soltanto il morto e il risorto ma anche colui che sta per venire.

O Signore, illumina le nostre anime con questo mistero della speranza perché riconosciamo la luce che è irraggiata dalla tua croce, concedici che come cristiani procediamo protesi al futuro, incontro al giorno della tua venuta.

Amen.

PREGHIERA

Signore Gesù Cristo, nell’oscurità della morte Tu hai fatto luce; nell’abisso della solitudine più profonda abita ormai per sempre la protezione potente del Tuo amore; in mezzo al Tuo nascondimento possiamo ormai cantare l’alleluia dei salvati. Concedici l’umile semplicità della fede, che non si lascia fuorviare quando Tu ci chiami nelle ore del buio, dell’abbandono, quando tutto sembra apparire problematico; concedici, in questo tempo nel quale attorno a Te si combatte una lotta mortale, luce sufficiente per non perderti; luce sufficiente perché noi possiamo darne a quanti ne hanno ancora più bisogno. Fai brillare il mistero della Tua gioia pasquale, come aurora del mattino, nei nostri giorni; concedici di poter essere veramente uomini pasquali in mezzo al Sabato santo della storia. Concedici che attraverso i giorni luminosi e oscuri di questo tempo possiamo sempre con animo lieto trovarci in cammino verso la Tua gloria futura.

Amen.

 

 

(brano tratto da “Il sabato della storia”, vedi qui)

 




Freddie Mercury: “La noia è la più grave malattia del mondo, tesoro…”

Non ho visto il film intitolato “Bohemian Rhapsody”, su Freddie Mercury dei Queen, non conosco la musica del suo gruppo musicale, quel poco che ho ascoltato mi ha fatto capire che non è il mio genere. Prediligo il jazz e la classica. Molti stanno parlando del film uscito nelle sale. Vari gli articoli scritti.

Io prendo però uno stralcio da un articolo scritto nel 2015 dall’amico Rodolfo Casadei, che stimo molto. Lo prendo perché penso che possa dirci qualcosa di interessante per noi, che viviamo in tempi in cui spadroneggia il regno dell’emozione. Considerazioni che prescindono dal film in questione.

Freddie Mercury

Freddie Mercury

La musica dei Queen risponde a un bisogno sociale diffuso, è un balsamo da strofinare sopra il malessere antropologico dell’uomo occidentale. È l’equivalente musicale della psicologia comportamentalista da bancarella, quella del potere del pensiero positivo: sii ottimista e ti sentirai meglio, continua a sorridere e i pensieri cupi se ne andranno, visualizza l’immagine di te stesso che agisce con successo e successo otterrai. Psicanalisti di scuole diverse – dal post-reichiano Alexander Lowen allo junghiano Claudio Risé, solo per dirne due – convergono nella diagnosi che le nevrosi dell’uomo di oggi dipendono dalla frattura fra l’io e il sé, dalla mancata integrazione fra psiche e corpo. La cultura dominante è sempre più centrata sui rapporti virtuali e sul narcisismo, il corpo è ridotto alla sua immagine, e la conseguenza è l’impoverimento emotivo, sentimentale, vitale. La via d’uscita che la musica dei Queen propone è afferrare l’emozione che non si prova realmente, musicarla, portarla sul palco davanti a 50 mila persone e recitarla nel modo più enfatico possibile: lieviterà fino a diventare esperienza psichica e fisica soddisfacente.

Coscienza del dramma personale

Tutta l’ironia e l’autoironia di cui il gruppo e il suo leader danno prova, tutta la vena parodistica che pervade la loro musica (i Queen sono la parodia permanente dell’heavy metal, della musica operistica, del gospel, e chi più ne ha più ne metta) sono il logico pendant della consapevolezza dell’operazione che conducevano. Che è anche, in Freddie Mercury, coscienza amara e sarcastica del proprio dramma personale. Della sua vita affettiva dice: «Godo a essere una troia. Godo a essere circondato da troie. La noia è la più grave malattia del mondo, tesoro… A volte penso che la vita debba essere qualcosa di più che non correre per il mondo come pazzi, ma non sopporto di annoiarmi». E ancora: «Ho avuto più amanti di Liz Taylor – maschi e femmine – ma le mie storie non sembrano mai durare. Sembra che io divori la gente e la distrugga».

Per Lowen l’omosessualità e la bisessualità altro non sono che manifestazioni della personalità narcisista (in Italia Lowen è stato tradotto da Feltrinelli: altri tempi), e all’uomo Freddie Mercury si attaglia perfettamente una frase di un testo dello psicanalista americano: «L’io rigido è come un cavaliere rigido in sella, che rischia di essere sbalzato a ogni movimento (sentimento) brusco. Per l’io la salvezza sta allora in un corpo insensibile, quasi privo di emozioni. Ma proprio questa insensibilità crea una fame di sensazioni che porta all’edonismo tipico di una cultura narcisistica» (Il narcisismo, pagina 154).

Freddie Mercury ha fatto con la musica quello che Van Gogh ha cercato di fare con la pittura: liberarsi della propria sofferenza interiore attraverso la forma artistica. Nessuno dei due ci è riuscito. Lo strumento non è adeguato allo scopo. Ma l’errore ce li fa sentire fratelli e ci mette ancora una volta davanti al consueto mistero: la creatività è indissociabile dalla sofferenza. I doni di bellezza che gli artisti ci lasciano – la musica ilare e bambina di un istrione gaio – grondano di un dolore insostenibile.

Fonte: Tempi



Riflessione sul senso della malattia⁩

Dalle corsie di un ospedale, dalla prima linea della sala operatoria, dalla passione per la storia, una riflessione sul senso della malattia inviataci da un neurochirurgo.

 

“La fanciulla malata”, olio su tela, di Edvard Munch (1885-1886)

“La fanciulla malata”, olio su tela, di Edvard Munch (1885-1886)

 

 

di Giuseppe Talamonti

 

“In questi giorni ho letto la testimonianza di un missionario che cerca di dare conforto ai moribondi di un ospedale del terzo mondo. Raccontava che nessuno gli ha mai chiesto: “perché Dio mi ha fatto accadere tutto ciò?”, mentre tutti gli chiedono: “tornerai domani?”.

Penso che ognuno di noi, nel proprio intimo, almeno una volta nella vita, si sia chiesto: “perché Dio permette la sofferenza nel mondo?”

Il cardinale Ratzinger lo spiegò, senz’altro molto meglio di quanto non sappia fare io (qui il link).

Anche lo stesso Vangelo è molto chiaro in merito al perché della sofferenza nel mondo. Chiesero a Gesù, a proposito del cieco nato: “cosa avrà fatto di male costui, oppure i suoi genitori, perché Dio lo abbia punito così?”. Gesù rispose che né il cieco né i suoi genitori avevano peccato, ma che ciò che era accaduto faceva parte del disegno di Dio “affinché, in lui, possa manifestarsi la gloria del Padre mio” e difatti lo guarì. Magari l’abbiamo letto o ascoltato tante volte senza mai renderci conto dell’immensa svolta culturale che ha proposto il Cristianesimo.

L’uomo convive con la malattia fin da quando esiste. Prima di Gesù , per millenni, sciamani e stregoni avevano cercato di guarire le malattie scacciando i demoni che ne sarebbero stati responsabili. Persino i greci, di solito culturalmente smaliziati e relativamente laicisti, avevano a lungo considerato la malattia una sorta di dispetto o vendetta di qualche divinità invidiosa o dispettosa. Anche se furono i greci Alcmeone e Ippocrate a gettare le basi della medicina moderna, la loro “filosofia” rimase patrimonio di pochi ricchi ed eruditi e il concetto di malattia mandata dagli dei rimase invariato per secoli. A Sparta, solo i feriti di guerra avevano diritto di essere curati, mentre i malati, i gracili e i deformi, venivano abbandonati sul monte Taigeto. Soltanto quelli che si dimostravano capaci di sopravvivere da soli, avendo sconfitto la divinità avversa, potevano essere riammessi in società. Per i Romani della Repubblica, la malattia non andava curata. Catone il censore riteneva che la malattia, se non uccideva, fortificava il cives romanus. Si trattava dunque di una specie di selezione naturale che avrebbe forgiato il romano conquistatore del mondo.

In questo panorama di malattia animista e teocratica, spiccava per differenza la tradizione giudaica dell’antico testamento. Per essa, la malattia era iniziata quando l’uomo era stato cacciato dal paradiso terrestre. Non più demoni crudeli o divinità dispettose, ma sofferenza come espiazione del peccato. La malattia veniva intesa come punizione di una colpa e di conseguenza l’eventuale guarigione poteva essere ottenuta solo come perdono, dopo espiazione. E quando la malattia colpiva qualcuno palesemente innocente, per esempio un bimbo, la colpa non era sua ma degli antenati. Magari persino di Adamo ed Eva e del loro peccato originale. Era già un passo avanti se si pensa che, in molte culture, i malati gravi, in quanto invisi a demoni potenti, dovevano essere allontanati e abbandonati, se non direttamente uccisi per placare il demone  (ahimè, è storia recente come, mutati i contesti, alcuni sciamani contemporanei continuano ancora a chiedere sangue innocente sull’altare di un malinteso laicismo moderno).

Come dicevo, era già un passo avanti, ma la svolta definitiva arrivò con la rivoluzione cristiana. Nacque il concetto che non vi è colpa nella malattia. Essa accade perché è un avvenimento che fa parte del grande disegno di Dio. Probabilmente, su due piedi, l’uomo non è quasi mai in grado di comprendere il quadro generale voluto da Dio. Però la malattia, per i cristiani, rappresenta un’occasione per mostrare o trovare amore, fraternità, solidarietà e tanto altro. L’occasione per dimostrare la grandezza del Signore, magari in una maniera che non ci si aspetta e che non si sarebbe immaginata.

Qualche tempo fa, in Africa, un bambino con un’evidente malformazione cranica fu abbandonato in una chiesa. Il frate missionario che lo accolse dovette tenerlo nascosto per qualche anno perché, chiunque lo incontrava, pensando fosse portatore di qualche demone, cercava di ucciderlo a bastonate. Nonostante tutto il bimbo sopravvisse. Quale poteva essere il disegno di Dio nei riguardi di questa creatura?

Grazie ad un’organizzazione umanitaria, il bimbo riuscì a venire in Italia, dove fu sottoposto ad alcuni interventi chirurgici e nel giro di sei mesi guarì. Nel frattempo, una famiglia italiana l’aveva avuto in affido e l’avrebbe volentieri adottato in via definitiva.

Il frate missionario dall’Africa si oppose strenuamente all’adozione italiana, pretendendo che il bimbo tornasse al suo paese. Quando gli fu chiesto “non è meglio per questa creatura restare in Italia, in una famiglia che lo ama, piuttosto che tornare in Africa, dove sarà comunque un trovatello?”, la risposta del frate fu la seguente:

Se questo bimbo tornerà in Africa, quelli che lo credevano portatore di un demone vedranno che Dio è più forte. Vedranno come Dio, attraverso la sua Chiesa, l’ha guarito. Il senso delle sofferenze che il bimbo ha patito è questo: attraverso lui si è manifestata la gloria del Signore e forse qualcuno, grazie a lui, si convertirà”.

Un missionario ragiona in maniera diversa da noi “borghesi d’occidente”. Tuttavia, riflettiamo un attimo e mi si perdoni il gioco di parole: non pensiamo che il senso della malattia acquisti finalmente un senso nella spiegazione del missionario?

 

Il dott. Giuseppe Talamonti è un neurochirurgo di un importante ospedale italiano, con specializzazione in neurochirurgia pediatrica, oncologica e vascolare. Si è formato professionalmente anche in alcune nazioni europee e statunitensi.