La prossima persecuzione dei cristiani sarà attuata dagli Stati

Le nuove sfide che l’Occidente deve affrontare quattro decenni dopo la decisiva alleanza tra Papa Giovanni Paolo II e il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan per sconfiggere il comunismo sono state al centro di una conferenza internazionale che si è tenuta a Roma il 4 febbraio scorso. Il convegno ha riunito diverse personalità di spicco del rinnovamento culturale e politico conservatore in Europa e negli Stati Uniti. Tra questi anche Rod Dreher,  senior editor e blogger di The American Conservative e autore di lOpzione benedetto: Una strategia per i cristiani in una nazione post-cristiana. Un commento a questo libro lo trovate qui. Il suo libro di prossima pubblicazione si concentrerà sulle nuove forme di totalitarismo e sul modo di affrontarlo e sconfiggerlo.

Rod Dreher è stato intervistato in proposito da Solène Tadié corrispondente da Roma del National Catholic Register. Riprendo da questa intervista alcuni brani. Potete leggere l’intera intervista sul qui.

Eccoli nella mia traduzione. 

 

Rod Dreher, scrittore

Rod Dreher, scrittore

 

Nel suo discorso incentrato sul totalitarismo e sulle sue nuove forme, lei ha sottolineato che il contesto storico e l’ambiente sociale sono totalmente diversi oggi rispetto al XX secolo. Quali sono le differenze e le evoluzioni contestuali più profonde?

Penso che uno dei più grandi cambiamenti sia la perdita del cristianesimo come forza guida della società, il processo di scristianizzazione. Viviamo in una società post-cristiana. Non intendo dire che non ci siano più cristiani, siamo ancora qui. Ma la storia cristiana non è più la narrazione che i Paesi occidentali usano per capire se stessi. È stata sostituita dal culto di sé, dalla dittatura del relativismo e dalla tirannia di sé. Questo rende così difficile riconoscere il totalitarismo che sta arrivando, perché sei stato addestrato a pensare che questa sia la libertà, che scegliere ciò che vuoi sia la libertà. Le persone che sono cristiane sono state formate in un modo più classico di pensare, teologia morale o ragionamento morale. Capiscono che la libertà non è la capacità di fare quello che si vuole. La maggior parte delle persone nella società è diventata molto fragile. Sono arrivati a pensare che tutta la vita pubblica sia un’espansione dei diritti. Quindi, sotto quei regimi di “giustizia sociale”, come li chiamano, e diritti civili, non essere d’accordo con qualcuno significa ferirlo, significa minacciarlo. E questo rende patologici tutti i disaccordi. Questo rende la persona che non è d’accordo un criminale.

 

Quali sono gli strumenti che si usano per far rispettare quello che spesso si chiama “totalitarismo soft”?

Uno degli strumenti principali per far rispettare la legge è la vergogna, la cosiddetta “cultura dell’annullamento” che abbiamo negli Stati Uniti. Se dici una piccola cosa che diverge dalla loro ideologia, cercheranno di distruggere te e il tuo nome, soprattutto professionalmente. Anche se non sei colpevole. Questo è esattamente ciò che hanno fatto i regimi comunisti. Questa è la principale forma di applicazione negli Stati Uniti, ma ci sono anche leggi sui diritti civili e l’idea di uno “spazio sicuro”. Tutti vogliono che ci sia uno spazio civile di discussione. Ma gli ideologi di sinistra fanno di te una persona insicura se non sei d’accordo con loro, e ti spingono fuori. Ancora una volta i comunisti hanno fatto la stessa identica cosa. Proprio la settimana scorsa ho visto che un produttore svizzero di cioccolato, che era a favore della vita e impegnato nell’attivismo cristiano nel suo Paese, è stato abbandonato dalla Swiss International Air Lines dopo che alcune persone “LGBT” hanno costretto l’azienda a smettere di usare il suo cioccolato. Le compagnie sono dei veri e propri codardi, e si sottomettono alle intimidazioni perché sanno che i cristiani non hanno potere, mentre gli LGBT hanno tanto potere culturale.

 

Il fatto che quasi il 60% dei giovani americani sia favorevole al socialismo è un sintomo della marcia verso il ritorno degli ideali totalitari?

Non credo che il socialismo in termini di socialdemocrazia sia necessariamente totalitario. L’esperienza dell’Europa occidentale ce lo dice. Ma il fatto che tanti giovani siano così rapidi nell’abbracciare il socialismo mi dice che non sanno nulla della storia della sinistra. Infatti, negli Stati Uniti non si parla di storia. Nessuno ha la memoria di qualcosa che sia accaduto più di cinque minuti fa. Questo è un grande problema. E questo ci dice anche che lo stato di polizia di cui parlavo nel mio discorso è qualcosa che i giovani apprezzerebbero perché promette di dare loro tutta la libertà sessuale che vogliono, tutta la libertà del consumatore che vogliono, per proteggerli dalle conseguenze delle loro decisioni. Lo Stato paternalistico si occuperebbe di tutto ciò che li riguarda, in modo che possano essere liberi di vivere come vogliono. Il fatto che vogliano il socialismo mi dice che esiste una mentalità pre-totalitaria. Ad essere onesti, vorrei dire che mio figlio ha 20 anni, è cristiano ma è a favore di Bernie Sanders (esponente indipendente affiliato al Partito Democratico, si qualifica come un socialista democratico, uno degli sfidanti di Donald Trump, ndr), e la ragione è che è molto preoccupato per il suo futuro economico. Penso che sia un problema della destra politica: Abbiamo adorato talmente tanto il mercato che non ci siamo resi conto di quanto siano fragili le condizioni per l’affermazione delle giovani generazioni. Se non saremo in grado di capire come affrontare questo problema in modo efficace, manderemo tanti giovani nelle mani dei socialisti.

(…)

Parliamo de Opzione Benedetto. Ha avuto un successo e un impatto significativo in Europa. Pensa che il suo successo nel Vecchio Continente possa essere spiegato dalle stesse ragioni del suo successo negli Stati Uniti?

Il libro ha venduto bene negli Stati Uniti, ma credo che abbia venduto proporzionalmente di più in Europa. Ora è in 11 lingue, e la Francia è stato il primo paese a pubblicare una traduzione. Quando ho visitato la Francia nell’autunno del 2017 per il tour del libro, sono rimasto stupito nel vedere che il pubblico del mio libro era composto da cattolici di età inferiore ai 40 anni. Ed è quasi lo stesso in tutti gli altri Paesi d’Europa. Come mai? Mi rendo conto che nel mio libro ho sostenuto che siamo in una società post-cristiana e che se vogliamo salvare la nostra fede, dobbiamo vivere in modo più radicale. Le generazioni più anziane, che hanno più di 53 anni, non vogliono credere che sia vero; vogliono credere che se facciamo quello che abbiamo fatto, ma lo facciamo con più abitudine, tutto cambierà. Al contrario, coloro che hanno 40 anni ed anche meno in Europa sanno che è un’illusione. Hanno già vissuto la scristianizzazione delle loro società. Penso che sia il motivo per cui il libro ha avuto tanto successo qui in Europa.

Mentre negli Stati Uniti devo ancora convincere i cristiani che per noi è finita – finita nel senso che non hanno più potere culturale. Ho la sensazione che quando Trump lascerà il suo incarico, che sia l’anno prossimo o tra quattro anni, le cose diventeranno molto più chiare per i cristiani che credevano ancora che tutto andasse bene. Perché c’è questa aggressiva laïcité [secolarismo] del Partito democratico, che arriverà con grande forza contro le istituzioni cristiane, soprattutto verso le scuole cattoliche e protestanti. Dovranno affrontare le persecuzioni dello Stato.

 

In che modo il patrimonio europeo e la situazione attuale l’hanno ispirata a scrivere questo libro?

L’Europa è la mia patria. Tutti coloro che vivono nella civiltà occidentale vengono da Atene, Roma e Gerusalemme. Sono diventato cristiano grazie a Chartres. Avevo 17 anni. Mia madre vinse un viaggio in Europa attraverso la sua chiesa, e mi mandò al suo posto. Ero l’unico giovane a salire sull’autobus. Il tour in autobus si fermava in diverse chiese in Francia, e mi dava fastidio vedere tante chiese, come il ragazzo diciassettenne che voleva solo vedere Parigi. E sulla strada per Parigi, si è fermato in una chiesa a un’ora di distanza dalla città: Era la cattedrale di Chartres. Lì ho incontrato Dio. Ero così sopraffatto dalla presenza di Dio e dal vetro e dalla pietra di questa cattedrale. Sapevo di essere alla presenza del Divino. Uscii da quella chiesa non come cristiano, ma come qualcuno che era alla ricerca. E la mia ricerca alla fine mi ha portato al cristianesimo. Queste vecchie chiese in Europa sono la mia casa spirituale e culturale. La amo e voglio difenderla.

 

Ha mai incontrato una figura religiosa che potrebbe essere il nuovo Benedetto di Norcia, e se no, come pensa che un tale personaggio dovrebbe affrontare le sfide attuali? 

Per ora non ho incontrato nessun potenziale San Benedetto. Ma incoraggio le persone a trovare il Benedetto in sé. Il mio eroe è Benedetto XVI perché gli voglio tanto bene, ma vorrei anche menzionare Marco Sermarini. È un avvocato di cinquant’anni, un uomo comune di una piccola città italiana che ha avuto l’ispirazione di costruire una comunità [la Compagnia dei tipi loschi del Beato Pier Giorgio Frassati]. È molto tradizionale nel suo cattolicesimo, ma la sua comunità non è opprimente, è piena di gioia. Per me è un ideale.

Cito anche un altro ragazzo dell’Opzione Benedetto che si chiama Giovanni Zennaro. È un ragazzo giovane con quattro figli. Lui e sua moglie hanno deciso di mettere insieme una piccola comunità di giovani famiglie benedettine, e hanno appena comprato una casa vicino a Norcia. E vogliono trasferirsi tutti lì e cercare di lavorare e vivere in una comunità di famiglia. È stata ispirata da l’Opzione Benedetto. Questi giovani hanno molto da perdere, ma vedono un obiettivo più grande e più alto per la loro vita. Vogliono dimostrare che un diverso stile di vita è possibile. Hanno ricevuto la benedizione del loro vescovo, e stanno lavorando con i monaci di Norcia. Credo che questo sia il genere di cose di cui abbiamo bisogno.

 

C’è qualche paese o gruppo europeo specifico che può essere una forza trainante per l’Occidente?

Come persona cresciuta ai tempi di Giovanni Paolo II, ho sempre pensato alla Polonia come a una fortezza della fede. Quando ci sono andato per la prima volta l’anno scorso, sono rimasto scioccato nel sentire i giovani cattolici che vanno ancora a messa. Sentono che alla Polonia mancano forse 10 o 20 anni per diventare come l’Irlanda. Temono che il cattolicesimo sia diventato per lo più culturale. Non so se sia vero, ma questa preoccupazione è molto reale.

Nei miei viaggi non ho trovato molte ragioni per sperare in modo molto ampio per la Chiesa, perché siamo tutti in crisi. Ma quando incontro queste piccole comunità di giovani cattolici che vedono davvero attraverso la nebbia la realtà della nostra situazione e vogliono trovare il modo di vivere secondo le verità che la Chiesa, le loro famiglie e le loro tradizioni hanno insegnato loro, è una cosa bellissima.

Non posso dire che un paese stia meglio dell’altro, ma ho visto nei paesi dell’Est europeo come la Polonia o la Slovacchia un senso molto forte di ciò che stiamo perdendo, soprattutto perché hanno un ricordo di come era sotto il comunismo e di ciò che i comunisti hanno cercato di portargli via.

Una cosa che trovo anch’io è la sensazione che dobbiamo formare reti al di là dei confini nazionali. È stato un grande piacere per me, da quando ho iniziato il progetto “Opzione Benedetto” di connettermi con i cristiani in Italia, Francia, Germania, Spagna ed Europa dell’Est, in modo che possano conoscersi. Dobbiamo conoscerci perché non sappiamo quanto sarà importante in futuro sapere dove sono i tuoi amici. Una cosa che ho imparato parlando con i cristiani che hanno sofferto a causa del comunismo è quanto la situazione possa peggiorare molto rapidamente. Continuo a parlare di “totalitarismo soft”, ma le persone con cui parlo, che sono cresciute sotto il comunismo, mi dicono: “Smettila di dire ‘soft’; quello che sta succedendo sta diventando molto duro”. Quindi, forse non sono abbastanza allarmista, ma vedremo.

Dobbiamo respingere con forza gli attacchi che stiamo ricevendo, ma una cosa importante è che non possiamo dire contro che cosa siamo senza dire per che cosa siamo. La prima volta che sono andato a Subiaco, sono stato così sopraffatto dalla bellezza di quello che il Signore ha fatto per San Benedetto; e una delle ragioni per cui sono cristiano oggi è per quello che è successo in quella grotta nel VI secolo. Fa parte dell’essenza della civiltà romana ed europea. Se non la amiamo e non la difendiamo, è come tradire il proprio padre.

(…)




Reno: “I nostri sistemi politici rimangono liberali, forse, ma le nostre società sono in preda a un potente totalitarismo culturale”

“Ma è chiaro che i progressisti del nostro tempo cercano di stabilire una nuova cristianità secolare intollerante al dissenso. La policy dei pronomi (frutto della teoria gender, ndr) e gli omicidi professionali di coloro (fioristi, pasticceri, fotografi, ecc, ndr) che sono considerati ‘bigotti’ o ‘fobici’  sono strumenti di integrismo. I nostri sistemi politici rimangono liberali, forse, ma le nostre società sono in preda a un potente totalitarismo culturale. Le università e le corporazioni sponsorizzano sessioni di lotta per sradicare il ‘privilegio’, mentre i dissidenti custodiscono con ansia le loro parole”. Così R. R. Reno nella sua recensione di Catholic Modern: The Challenge of Totalitarianism and the Remaking of the Church, scritto da James Chappel, Harvard, 352 pages, $36.

Ecco la sua intera recensione, pubblicata su First Thing, che vi propongo nella mia traduzione.

             Riccardo Zenobi

 

Il Grande dittatore - Charlie Chaplin

Il Grande dittatore – Charlie Chaplin

 

Negli ultimi cinquant’anni, la maggior parte degli scritti sul cattolicesimo moderno ha trattato il Vaticano II come il grande spartiacque. Secondo la narrazione standard, la Chiesa prima del Concilio era sposata a uno scolasticismo stremante e affondava in un autoritarismo che schiacciava l’anima. Dopo il Concilio, emerse un nuovo spirito, di apertura e dialogo. Finalmente il cattolicesimo abbandonò la sua mentalità difensiva e antimoderna e iniziò a coinvolgere il mondo contemporaneo. In Catholic Modern, James Chappel demolisce questa presunzione.

Chappel descrive come, nel corso del ventesimo secolo, il cattolicesimo si sia adattato alla modernità politica e sociale. Sebbene non adotti il termine più preciso, la modernità di cui parla Chappel è la modernità liberale, distinta dal fascismo e dal comunismo, due forme politiche decisamente moderne. La modernità liberale è caratterizzata da tre elementi: pluralismo religioso, stato secolare e diritti umani.

Dalla rivoluzione francese, il cattolicesimo aveva ampiamente resistito a questi principi. L’accettazione del pluralismo religioso era stata denunciata come un segno di “indifferentismo”. La difesa dello stato confessionale era stata una tavola importante nell’apologetica cattolica. E i cattolici avevano insistito sul fatto che una società ordinata dalla dottrina della Chiesa, non una dottrina secolare dei diritti, era la migliore garanzia di dignità umana. Lo spirito prevalente era di opposizione, incarnato nel Sillabo (1864), che termina con il ripudio entusiasta della proposizione che “il Romano Pontefice può, e deve, riconciliarsi, e venire a patti con il progresso, il liberalismo e la moderna civiltà.”

Ancora oggi non c’è stata riconciliazione tra cattolicesimo e modernità, se per “riconciliazione” intendiamo un matrimonio confortevole della Chiesa con le condizioni intellettuali e politiche del moderno Occidente. Eppure, come mostra Chappel, i leader cattolici a metà del XX secolo hanno fatto i conti con la modernità. Abbandonarono gli sforzi per ripristinare una cultura politica cattolica integrale e formularono principi per l’impegno politico che operavano all’interno piuttosto che contro le assunzioni prevalenti della vita civile moderna.

La storia di Chappel inizia all’indomani della prima guerra mondiale. Quella conflagrazione mise in dubbio le verità politiche e culturali della cultura europea della fine del diciannovesimo secolo. La modernità sembrava aver fallito. Molti fedeli considerarono quella conflagrazione come un evento che vendicò l’intransigenza antimoderna della Chiesa. Gli intellettuali cattolici sperimentarono nuove idee, ma secondo il racconto di Chappel rimasero decisamente antimoderni.

Un movimento neo-medievale ha visto i disastri della prima guerra mondiale e le dislocazioni della modernità come sintomi di un corpo sociale disintegrato. I suoi sostenitori rappresentavano la società premoderna come un armonioso mondo di gilde, corporazioni e classi sociali riunite da doveri reciproci e uniti dal loro spirito cristiano. I neo-medievisti sostenevano un adattamento e il ripristino di queste forme sociali, sostenendo che si sarebbero difesi dal materialismo e dall’individualismo competitivo delle moderne società liberali. Charles Maurras e il suo discepolo, il giovane Jacques Maritain, furono i sostenitori di questa visione integralista per la Francia. I neo-medievisti austriaci denunciarono “lo stato pagano” e invocarono il restauro del Sacro Romano Impero.

Gli anni ’20 videro emergere un’altra tendenza, che Chappel chiama “ultramoderna”. Come i futuristi utopici, gli anarchici e i socialisti del decennio, i cattolici d’avanguardia teorizzarono forme di vita completamente nuove. In Germania, i pensatori cattolici proposero un “solidarismo” che avrebbe trasceso il conflitto di classe. Il convertito cattolico Max Scheler chiese il “socialismo profetico”. Sebbene più incipiente del neo-medievale, anche l’ultramodernismo mostrò un’antipatia per il materialismo e l’individualismo. Gli ultramodernisti immaginavano una società caratterizzata da solidarietà e cooperazione piuttosto che da conflitti di partito e concorrenza economica.

La depressione economica, i disordini del lavoro e la paralisi politica nei primi anni ’30 cambiarono il terreno politico. I movimenti completamente moderni e spietatamente secolari del fascismo e del comunismo arrestarono l’immaginazione pubblica. Entrambi i movimenti promettevano di risolvere i problemi di frammentazione sociale, conflitto di classe e di insignificanza proposta dal materialismo. La tesi principale di Chappel è che, di fronte a questi concorrenti, il cattolicesimo cambiò rotta negli anni ’30.

Il pensiero cattolico andò in nuove direzioni perché i cattolici stavano affrontando nuove minacce. “Negli anni ’30”, scrive Chappel, “la Chiesa è passata da un’istituzione antimoderna a un’istituzione antitotalitaria”. I cattolici di destra sottolinearono l’anticomunismo, mentre i cattolici di sinistra sottolinearono l’antifascismo. Ma il loro giudizio comune era che la Chiesa dovesse essere un baluardo contro la conquista totalitaria dell’Occidente. Sebbene all’inizio non fosse evidente, la battaglia contro il totalitarismo richiese che il cattolicesimo della metà del secolo si spostasse verso un’affermazione della modernità liberale. Questa svolta segnò l’inizio di un cattolicesimo decisamente moderno, che si estende fino ai giorni nostri.

Secondo i calcoli di Chappel, ci sono due tipi di modernità cattolica. Il primo e più diffuso è il “cattolicesimo paterno”. Questo approccio si concentra sulla Chiesa e sulla famiglia come istituzioni prepolitiche e come le più profonde fonti di rinnovamento morale e spirituale nella società. Preoccupato di limitare il potere statale, il cattolicesimo paterno abbraccia anche i diritti umani, sottolinea la dignità umana e difende la libertà dell’individuo.

Uno dei punti di forza di Catholic Modern è l’attenzione che Chappel presta agli attivisti e agli intellettuali laici cattolici impegnati nelle lotte del momento. Catholic Modern non è uno studio delle encicliche papali o delle monografie teologiche. Durante gli anni della crisi degli anni ’30, cattolici paterni come la scrittrice e burocrate austriaca Mina Wolfring incoraggiarono lo sviluppo di politiche governative per le famiglie, compresi i sistemi di welfare finanziati dallo stato. L’economista Theodor Brauer ebbe un ruolo nella riorganizzazione nazista delle relazioni sindacali in Germania. Dalla rivoluzione francese, il cattolicesimo aveva considerato lo stato secolare come un’invenzione moderna illegittima. Ora i cattolici stavano lavorando all’interno di quegli stati verso fini consapevolmente cattolici.

Dopo il 1945, questa specie di cattolico moderno si unì a liberali secolari e protestanti nel formare partiti democratici cristiani. Queste parti approvarono leggi e formularono politiche economiche che sostenessero la famiglia e creassero un equilibrio tra lavoro e capitale. La politica non era più inquadrata in termini confessionali. Si diceva che la causa comune fosse basata sui valori condivisi “dell’Occidente”.

Chappel fornisce un resoconto dettagliato di come la democrazia cristiana – la politica sociale orientata alla famiglia, un’economia sociale di mercato e l’anticomunismo – prevalse negli anni ’50, poi perse la presa negli anni ’60. È sbiadita in gran parte a causa del suo stesso successo. La prosperità del dopoguerra e il radicamento delle norme democratiche liberali in Germania sembrò portare a compimento il progetto di democrazia cristiana, rendendolo semplicemente sinonimo di ampio consenso politico. Le trasformazioni culturali innescate dal ’68 hanno reso il suo conservatorismo sociale fuori luogo.

L’uso di “paterno” di Chappel è appropriato. Come mostra, i cattolici di questa fascia erano preoccupati di proteggere la famiglia dall’erosione, sia dai costumi sessuali moderni sia dalla pressione economica. Eppure Chappel non comprende appieno la logica liberale del cattolicesimo paterno.

Il cattolicesimo paterno adottò una strategia di “contro-autorità” per resistere al totalitarismo. Il padre in casa e il Padre celeste governavano “sfere pubbliche alternative”, come dice Chappel, che divennero le basi della resistenza anti-totalitaria. Il cattolicesimo paterno prevede una separazione culturale dei poteri non dissimile dalla separazione politica dei poteri nella costituzione americana. Sebbene la dottrina sociale cattolica insegni un’armonia delle tre “società necessarie”, nel contesto del ventesimo secolo, la Chiesa e la famiglia devono smussare il potere del partito e dello stato, gli strumenti del totalitarismo fascista e comunista.

Dagli anni ’30 agli anni ’50, il comunismo era la minaccia atea contrastata dal cattolicesimo paterno. Ma nel tempo i cattolici paterni hanno adattato questo approccio a nuove minacce. Contro la cultura della morte, Giovanni Paolo II fece appello all’autorità della verità morale, con la massima forza in Veritatis Splendor. La paternità dell’autorità morale nutre la resistenza, proprio come la paternità della famiglia naturale o della Chiesa si oppone all’affermazione totalitaria secondo cui la Storia o il Leader sono il vero padre di ognuno.

Come giustamente osserva Chappel, il cattolicesimo paterno non considerava il fascismo con la stessa antipatia del comunismo. Descrive in dettaglio casi in cui attivisti e intellettuali cattolici tedeschi e austriaci hanno collaborato con i fascisti al fine di promuovere gli interessi della Chiesa e delle famiglie e garantire un buon ordine pubblico. In una certa misura, questa cooperazione può essere spiegata dal fatto che i nazisti detenevano il potere in Germania, non i comunisti, il che significava che i cattolici tedeschi dovevano fronteggiarli affrontando le realtà pratiche del momento.

Ma c’è una ragione più profonda. Il fascismo è un’espressione antiliberale della modernità politica, un integralismo secolare paterno, se si vuole. La singolare concentrazione di potere nel movimento, nel partito e nel leader prometteva di dissolvere le azioni concorrenti, porre fine alla guerra di classe e unire la nazione in uno scopo comune di significato trascendente. Quella promessa non era vuota. Come osserva Chappel, il nazionalsocialismo di Hitler fu il primo partito nella storia tedesca a trascendere le differenze confessionali e regionali. Distrusse ciò che restava del privilegio aristocratico, livellò le classi sociali e generò una potente mitologia del destino collettivo.

Non vi è dubbio che molti intellettuali e attivisti cattolici erano attratti dal fascismo, vedendo in esso una realizzazione secolarizzata dei loro vecchi sogni di uno stato confessionale restaurato e immaginando scioccamente di poter infondere nel nazionalsocialismo i loro principi spirituali. Fu solo dopo che la forma fascista dell’integralismo moderno si concluse con l’appiattimento delle città tedesche e milioni di ebrei assassinati che il cattolicesimo paterno abbracciò pienamente la modernità liberale: governo limitato, una società pluralista con interessi confessionali ed economici in competizione e una piazza pubblica secolarizzata.

La seconda specie di modernità cattolica è il “cattolicesimo fraterno”. Meno chiaramente definito e più diffuso, questo approccio resiste al totalitarismo facendo appello allo spirito di fratellanza, cooperazione e reciprocità. Il cattolicesimo paterno tendeva a una politica pratica e limitata entro i limiti della vita economica e sociale della metà del ventesimo secolo. Al contrario, i cattolici fraterni proposero ideali antitotalitari, anche di spiritualità, che miravano alla trasformazione globale.

Jacques Maritain è stato tra i più importanti portavoce del cattolicesimo fraterno e figura in primo piano in Catholic Modern. Nei suoi primi anni, Maritain seguì Maurras. Si oppose al capitalismo e alle concentrazioni di potere. Sostenne il monarchismo e il federalismo. Lo stato moderno sarebbe unito in alto dal calore della persona del sovrano e frenato in basso dalla dispersione del potere nelle regioni. Negli anni ’30 aggiornò questa visione, chiedendo “confraternite civili” e altri collettivi. Un nuovo spirito di fratellanza, un personalismo politico, per così dire, supererebbe le divisioni, mentre il pluralismo spezzerebbe il potere e resisterebbe al “paternalismo totalitario”.

Maritain ha contribuito a sviluppare la Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite (1948) e il cattolicesimo fraterno ha condiviso con il suo partner paterno una difesa della dignità umana. Pio XII mise i diritti al centro della sua prima enciclica nel 1939. Ma la visione di Maritain era più ampia di quella del Papa. A suo avviso, i diritti non limitano solo lo stato. Sono il fondamento di un nuovo ordine mondiale. Maritain fu il campione di un governo globale. Insisteva sul fatto che i pericoli dell’era nucleare richiedessero un’immaginazione politica trasformata in grado di trascendere la competizione tra le nazioni, proprio come l’uomo moderno deve liberarsi dalla competizione ristretta del sistema capitalista.

Mentre il cattolicesimo paterno si appoggiava alle contro-autorità per resistere al totalitarismo – la cultura morale della famiglia assicurata dalla legge naturale e l’autorità della Chiesa fondata sulle verità divine – il cattolicesimo fraterno chiedeva un ethos antiautoritario. Immaginava “umanità fraterna senza padre”, cooperazione senza autorità, pluralismo senza centro dominante e mondo senza nazioni. Questi ideali conservano la loro forza oggi, trovando espressione nella teoria del genere, nel multiculturalismo e nel globalismo di “fine della storia”.

Chappel si sofferma sulla reinterpretazione fraterna del matrimonio. Per i cattolici paterni, la famiglia è uno stile di vita ordinato da autorevoli norme morali, una società domestica con le sue leggi. Per i cattolici fraterni (tra i quali Chappel colloca Dietrich von Hildebrand), il matrimonio è l’arena sacra dell’amore reciproco, l’incarnazione del libero dono interpersonale. Il matrimonio come completamento era quindi il modello per un nuovo ordine sociale. Maritain cercava una politica fraterna, in cui una serie diversificata e cooperativa di organismi sociali sorgesse spontaneamente una volta sollevata la mano morta della politica paterna.

Il cattolicesimo fraterno era antifascista piuttosto che anticomunista. Ciò derivava in parte dalle esigenze degli anni ’30 e dalla resistenza in tempo di guerra. Ma c’erano ragioni più profonde. Dopo il 1945 e per tutta la Guerra Fredda, i cattolici fraterni si risentirono dell’ardente anticomunismo della Chiesa. La loro simpatia per il comunismo è nata dalla speranza di una trasformazione fondamentale. Maritain respinse il materialismo metafisico di Marx e la sua teoria del conflitto di classe, eppure parlò del “grande lampo di verità” in Marx. Il comunismo promuoveva l’appassimento dello stato. Sosteneva di porre fine alla concorrenza economica e dare vita alla profonda solidarietà che ha eluso il moderno Occidente.

Il comunismo è stato straordinariamente brutale nella pratica. Ciò era vero non solo nell’Unione Sovietica, ma in tutti i paesi o movimenti in cui ha guadagnato potere. Ma poiché in teoria è fraterno, ha attratto a lungo gli uomini idealisti. Come il fascismo, opera come un moderno integralismo secolare, che prevede un corpo politico singolare e unificato. Ma a differenza del fascismo, il comunismo afferma di usare il potere solo per rimuovere l’oppressione. Che Maritain e altri cattolici fraterni trovassero questa promessa affascinante era quasi inevitabile. Insistevano sul fatto che i cattolici avevano molto da imparare dai socialisti e dai comunisti non stalinisti.

Le simpatie di Chappel risiedono nel cattolicesimo fraterno, che vede come la tradizione continuata oggi dai progressisti cattolici. Forse a causa di quelle simpatie, non riesce a vedere la logica integralista del progressismo moderno. Maritain e i suoi alleati erano meno riconciliati con la modernità, come la definisce, di quanto lo fossero i cattolici paterni.

Il pluralismo in politica significa resistere a sintesi di alti principi e accettare la politica di interessi spesso di poveri principi, sia essa basata in regioni, classi, etnie o confessioni religiose. Nella modernità liberale, i diritti riflettono una base morale e nella democrazia cristiana hanno svolto un ruolo ampiamente negativo nella vita pubblica, limitando la politica piuttosto che ispirare movimenti nuovi e trasformativi. Nella modernità liberale, e per il cattolicesimo paterno, l’autorità galvanizzante di alti ideali è riservata alle famiglie e alle comunità religiose. Questi regni della vita, non lo stato, sono fonti di reciprocità altruista e di profonda solidarietà.

Il cattolicesimo fraterno non accettò questa visione limitata della politica, non più di quanto fecero i progressisti contemporanei. Mentre il personalista francese Emmanuel Mounier entusiasticamente dichiarava nel 1950, “Se il cristianesimo sbagliasse, dovrebbe errare in uno spirito di grandezza, coraggio, sfida, avventura e passione. Ciò che non possiamo rispettare è che dovrebbe essere confuso con la timidezza sociale, lo spirito di equilibrio e una debole paura della gente”.

I principali sostenitori del cattolicesimo fraterno non stavano cercando di ripristinare lo stato confessionale. Erano moderni in questo senso. Ma hanno mantenuto un’ambizione integralista. Chappel cita le loro visioni della società rifatte dall’alto verso il basso secondo i più alti principi. Nel 1939, Gaston Fessard invocò una “nuova cristianità” basata su uno spirito fraterno che respingesse il desiderio fascista di “surrogate figure paterne”. Durante la seconda guerra mondiale, Maritain scrisse un opuscolo sollecitando la costruzione di un “mondo più umano orientato verso un ideale storico della fratellanza umana “.

Maritain è stato influente nella Chiesa cattolica dopo la guerra in gran parte perché ha proposto un nuovo integrismo fraterno: una ricostituzione mondiale della vita economica e politica in accordo con le nozioni di pluralismo, dialogo e fratellanza. Questa visione si combinava con i vecchi modi di pensare. Maritain non è tornato alla speranza neo-medievale per il restauro del Sacro Romano Impero. In quel senso era moderno. Ma le sue richieste di “governo mondiale” fanno eco al vecchio sogno di un mondo unito da un potere benevolo che trascende gli interessi in competizione. Il credo che univa le persone si trovava nei diritti umani. Il pluralismo era una terapia sociale trasformativa, non un fatto della vita politica.

Il cattolicesimo paterno mirava a governare nelle nuove circostanze dell’Europa del XX secolo. Ciò ha portato a molti compromessi, alcuni brutti. Ha inoltre incoraggiato la conveniente cecità all’ingiustizia e all’oppressione, che in alcune circostanze si è trasformata in complicità. Chappel descrive avidamente come alcuni cattolici paterni cooperarono con i nazisti e fossero indifferenti all’antisemitismo. Al contrario, i cattolici fraterni hanno cercato di trasformare la società, non di governarla. Il loro modo di impegnarsi era profetico piuttosto che pratico, il che significava che tenevano le mani pulite. Per la maggior parte, non afferrarono le leve del potere.

Chappel conclude con Friedrich Heer, un cattolico austriaco che ha portato avanti il ​​progetto cattolico fraterno. All’inizio degli anni ’60, Heer pronunciò l’alba di una “nuova era dell’incontro”. Nel 1968, esortò la Chiesa ad affermare “responsabilità globale, amore, sesso, fratellanza, partenariato politico, responsabilità nazionale e internazionale, umanità, umanità universale”. Il cattolicesimo fraterno cercava un’utopia antiautoritaria. Sotto questo aspetto può sembrare proprio il contrario del mondo premoderno che Pio IX desiderava restaurare. Ma l’ambizione utopica, così caratteristica del cattolicesimo fraterno, propone un integralismo più profondo di qualsiasi cosa un papa del Rinascimento avrebbe potuto immaginare.

Il fallimento di Catholic Modern sta nel modo in cui Chappel definisce la modernità. La limita alle sue espressioni liberali. In verità, la modernità politica è stata convulsa in molte occasioni dalle promesse utopiche di una ricostruzione integrale della società. Cercando di aggiornare gli ideali più vecchi della cristianità, i cattolici fraterni si entusiasmarono per quelle promesse, anche se venivano falsificate da società dedite alla loro piena realizzazione.

Il cattolicesimo paterno, che continua ancora oggi in forme modificate, è anti-utopico. Vede la politica come una gara di interessi vincolata da principi morali ma raramente al loro servizio. Sospetta la mentalità progressista di ospitare tendenze totalitarie, motivo per cui cerca la modesta solidarietà della cittadinanza condivisa piuttosto che un’unità derivante da movimenti apparentemente nobili che promettono di trasformare il mondo. Promuove una strategia delle autorità di contrasto al fine di difendere la dignità umana. Disperdere l’autorità verso la famiglia, la Chiesa, la scuola e il mercato, così come l’aula del tribunale e la camera legislativa, impedirà le concentrazioni di potere che troppo facilmente possono diventare strumenti di oppressione, inclusa l’oppressione esercitata dai riformisti di alto livello che vogliono mobilitare tutti i membri della società. Il cattolicesimo paterno considera il pluralismo un fatto, non un potere riduttivo. Rifiuta di santificare la politica con una missione morale che tutto conquista, e vede in Dio la giustizia finale, non nei motori della storia o nelle crociate degli uomini.

I critici della modernità liberale sostengono che anche questo spinge verso un integralismo liberale, rendendo obbligatorio il suo secolarismo e individualismo. Mentre predicano il pluralismo e la diversità, i liberali insistono sul fatto che solo loro possono garantire giustizia, pace e prosperità. Poiché non può tollerare alcuna autorità se non la sua, il liberalismo si rivolge inevitabilmente alla distruzione della Chiesa e della famiglia.

Rimango agnostico sulla logica del liberalismo, scettico sul fatto che le realtà disordinate della vita civile possano essere mappate su teorie, sia che si definiscano liberali o meno. Ma è chiaro che i progressisti del nostro tempo cercano di stabilire una nuova cristianità secolare intollerante al dissenso. La policy dei pronomi e gli omicidi professionali di coloro che sono considerati “bigotti” o “fobici” sono strumenti di integrismo. I nostri sistemi politici rimangono liberali, forse, ma le nostre società sono in preda a un potente totalitarismo culturale. Le università e le corporazioni sponsorizzano sessioni di lotta per sradicare il “privilegio”, mentre i dissidenti custodiscono con ansia le loro parole. Gli eredi contemporanei al cattolicesimo fraterno hanno poco da dire contro questo integralismo moralistico e liberazionista.

Nelle nostre circostanze contemporanee, non saremo protetti dal liberalismo classico e dai suoi principi, che non hanno maggiori probabilità di essere rispettati dai progressisti di oggi di quanto non lo fossero dai fascisti e dai comunisti, che hanno anche affermato di servire il futuro. Il cattolicesimo paterno lo sa bene. L’unica sentinella affidabile contro il totalitarismo – dura o dolce, imposta dalla punizione o avanzata dalla seduzione, che si presenti sotto le sembianze del liberalismo o sotto qualche altra etichetta politica – sono potenti contro-autorità radicate in feroci lealtà verso verità naturali e rivelate.

 

 




Non credere nel transgenderismo è forse incompatibile con la dignità umana?

Dan Hitchens scrive un articolo su The Spectator sullo strano giudizio della corte di un tribunale del lavoro su un dottore cattolico che aveva espresso l’opinione di non potersi riferire, per ragioni di fede, ad un transgender con il pronome da lui desiderato. Di questo caso ci siamo occupati in un precedente articolo (qui).

Ecco la riflessione di Hitchens nella traduzione di Elisa Brighenti.

 

Distruzione della identià

 

I giudici, come i comici, sembrano sempre più convinti che il loro ruolo nella società sia quello di diffondere le loro opinioni politiche. Come afferma Jonathan Sumption nelle sue lezioni di Reith, la magistratura assomiglia spesso a una “casta sacerdotale” che vuole che i loro valori liberali siano portati al livello di “diritti umani fondamentali”.

Questa settimana, un tribunale del lavoro a Birmingham ha prodotto l’esempio più ridicolo di superamento del limite giudiziario. Gran parte del giudizio del tribunale è a malapena leggibile – ne parleremo più avanti – ma ne mette chiaramente in evidenza il punto centrale: una “mancanza di fiducia nel transgenderismo” è “incompatibile con la dignità umana e” – sì – “è in conflitto con i diritti fondamentali degli altri ‘.

Il caso è stato riportato come una storia di un “medico cristiano”. Ma il medico, David Mackereth, sostiene un’opinione condivisa da molti milioni di britannici, indipendentemente dalla loro religione. Gli capita di pensare che sia impossibile per un uomo diventare una donna, o viceversa. L’anno scorso, il dott. Mackereth seguì un percorso di formazione  per lavorare come valutatore della salute e della disabilità, in un centro gestito dal Dipartimento per il lavoro e le pensioni. Il tema dell’identità transgender emerse e il dottor Mackereth affermò che, se un maschio biologico avesse chiesto di riferirsi a lui come “lei” o registrarlo su un modulo come “signora”, non sarebbe stato in grado di soddisfare la richiesta.

I capi del dottor Mackereth avrebbero potuto facilmente cercare un compromesso: ad esempio, le persone che si identificano come trans avrebbero potuto chiedere di passare ad un altro medico. Sfortunatamente – come afferma il giudizio del tribunale – tale politica sarebbe stata causa di “offesa o potenziale offesa”. Immaginate! Quindi il manager del dottor Mackereth, James Owen, gli ha detto che la politica del DWP era quella di usare pronomi transgender, aggiungendo che se il dott. Mackereth non fosse stato d’accordo, allora aveva il “diritto di rescindere il contratto”. Il dottore se ne andò. Sostenne in seguito, al tribunale del lavoro, di aver subito discriminazioni, spingendo il giudice per l’impiego Perry e il suo staff a dichiarare che, se non pensi che un uomo possa diventare una donna – come molti di noi non fanno – allora la tua opinione è “incompatibile con la dignità umana”.

Le implicazioni sono doppiamente allarmanti. In primo luogo, se questo giudizio è corretto, presumibilmente chiunque potrà essere costretto a lasciare un posto di lavoro nel settore pubblico nell’ipotesi , a un certo punto non specificato, di “offendere” una persona trans non specificata. In secondo luogo, la formulazione espansiva del giudizio dice a tutti coloro che non condividono la narrativa transgender che le loro opinioni, prima ancora delle loro azioni, sono contrarie alla “dignità umana”.

Ora, questo potrebbe essere un goffo testo legale che verrà corretto in appello. (Il caso potrebbe ancora avere una lunga strada da percorrere.) In effetti, l’intero giudizio è scritto così male che è difficile prenderlo sul serio. Presenta errori di battitura imbarazzanti, semplici errori grammaticali, confusioni linguistiche (a un certo punto è scritta la parola “sessualità” quando la giuria intende “genere”) e paragrafi eleganti e lucidi come quello che segue:

“Scopriamo che il 6 giugno 2018 il dott. Ahmed, che era il principale medico del corso, stava intraprendendo la formazione quel giorno, durante una discussione, sull’opportunità di riferirsi agli utenti dei servizi con il loro nome o cognome e titolo. Uno degli altri tre HDA, che stavano frequentando  il corso con il dottor Mackereth, chiese come ci si dovesse riferire a qualcuno che fosse transgender. Il dottor Ahmed ci disse, e lo accettiamo, che questa non era la prima volta che i dottori in formazione gli ponevano questa domanda e, dopo averla esaminata in precedenza, sapeva che la politica di DWP era di riferirsi a persone transgender con il loro nome preferito, e così abbiamo risposto che avrebbe dovuto rivolgersi alle persone transgender in base al titolo con cui loro scelgono di essere indicate.”

Ma il caso del dottor Mackereth dovrebbe essere preso sul serio, perché il giudizio del tribunale rivela ciò che è accaduto in relazione alla legge sui diritti umani. Sembra il tipo di questione su cui nessuno potrebbe obiettare. Si è finito per vietare opinioni che, fino a pochi anni fa, erano ritenute di buon senso. Sembra un modo utile per risolvere le controversie. Si finisce con un dottore a cui viene detto che la sua opinione è “ incompatibile con la dignità umana” da una giuria che non ha ancora padroneggiato le basi della grammatica inglese.

Lord Sumption ha osservato che, in alcuni settori, i “principi liberali” sono diventati un’ideologia paragonabile al “comunismo, fascismo, monarchismo, cattolicesimo, islamismo e tutti gli altri grandi –ismi  che hanno storicamente rivendicato il monopolio del legittimo discorso politico, in un terreno su quale i loro sostenitori li consideravano ovviamente giusti”. Il tribunale di Birmingham suggerisce che avesse ragione. Si scopre che la legge sui diritti umani fornisce un modo conveniente per i giudici di iscriversi alla religione del liberalismo.

 

_________________________

[wpedon id=”15469″ align=”center”]




Facebook e la “libertà vigilata”

Dittatura LGBT

 

Amici, è quasi matematico. Accade sempre così. È bastato che ieri pubblicassi tre post “forti” per il pensiero debole delle nuove “guardie rosse” del Pensiero Unico, perché a qualcuno saltasse in mente di limitare la mia libertà, segnalandomi ai controllori zelanti del social network per antonomasia, che di buon grado hanno approvato. Risultato: blocchi su Facebook, e senza dare neanche spiegazioni. 

Finché dici cose che non toccano i canoni del politicamente corretto, ti lasciano con una certa libertà di manovra, apparentemente ampia. Ma se, come è avvenuto ieri, parli in un certo modo di padre James Martin, il padre gesuita con la fissa LGBT, che ha denunciato davanti ad una organizzazione governativa USA la presunta presenza nella Chiesa Cattolica del “razzismo, sessismo e omofobia”; se dici che Planned Parenthood è un abortificio a tutti gli effetti, anche se si chiama “pianificazione genitoriale”, e che ora si trova in difficoltà di fronte alle vittorie dei movimenti pro-life, tanto da cambiare in meno di un anno il suo presidente perché non abbastanza aggressivo e trans-inclusivo (poverina, la ex presidente, parlava di “donne incinte” anziché di “persone incinte”, e così, anche per questo, l’hanno fatta fuori); se posti un pezzo della Veritatis Splendor di papa San Giovanni II che dice che la Chiesa non può mai rinunciare al «principio della verità e della coerenza, per cui non accetta di chiamare bene il male e male il bene», e che dunque un atto omosessuale, nonostante l’attacco di “misericordite” di padre Martin, rimane sempre un atto in se stesso disordinato, lo dice il Catechismo……allora le sirene cominciano a suonare, le “guardie rosse” arrivano, ti bloccano e non puoi far conoscere agli altri quello che abbiamo poco fa descritto.

Per loro, tre post così “pesanti”, tutti in un solo giorno, è troppo. “Come ti permetti”, avranno pensato.

Cari signori di Facebook, ma cosa temete? Siete così potenti!

Sappiate che a noi non interessa una libertà qualunque, una libertà a tutti i costi, una libertà a basso costo. Con Augusto Del Noce, noi sappiamo che «la libertà non si capisce se non in relazione a Dio». 

E allora toglietecela pure questa vostra libertà, questo vostro fantoccio di libertà, perché sappiamo benissimo che la libertà è in Dio.

E tu Facebook, sta tranquillo, non sei Dio!

(P.S.: Cari amici, visto che fino a domenica a sera – se non prorogano ulteriormente la “libertà vigilata” – non potrò né commentare né condividere su un altro gruppo, se ritenete che il contenuto dei vari post sia interessante, fatelo voi. Grazie)

 




“Gli uomini sono diversi dalle donne? Un punto di vista estremo”

Sì, oggi dire che un uomo e una donna sono diversi sembra che si stia affermando qualcosa di estremo, qualcosa fuori dal mondo, qualcosa che non può essere accettato, tantomeno tollerato!!! Ascoltate cosa è successo a questo professore. Ce lo racconta Aurelio Porfiri in questo breve video.

 




Arciv. Chaput: I nuovi “inquisitori laici” cercano di imporre una nuova ortodossia che rifiuta le verità umane fondamentali

Come non vedere in questo intervento di mons. Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, una chiara consonanza con la testimonianza data qualche giorno fa dal papa Emerito Benedetto XVI. Egli dice che i cristiani non sono chiamati ad essere testimoni passivi dei tempi. Ha ricordato ai cattolici che ogni persona è al tempo stesso soggetto e autore del suo posto nella storia.

Vi propongo la sintesi della relazione di Chaput fatta dal Catholic News Agency nella mia traduzione.

Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia  (CNS photo/Matthew Barrick, Knights of Columbus)

Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia (CNS photo/Matthew Barrick, Knights of Columbus)

 

La cultura un tempo cristiana dell’Occidente ha dimenticato le sue radici, ha detto venerdì l’arcivescovo Charles Chaput, avvertendo che i principi fondamentali della dignità umana e della libertà sono ora a rischio.

Il leader dell’arcidiocesi di Philadelphia ha detto ad un incontro di sacerdoti, seminaristi e laici, tenutosi il 12 aprile al Seminario del Cuore Immacolato di Maria a Winona, Minnesota, USA, che è sacra responsabilità della Chiesa essere attrice della storia, ricondurre la società sulla via verso Dio.

Dobbiamo capire che, sempre più spesso, i principi morali fondamentali della Dichiarazione d’Indipendenza – cose di cui i Fondatori potrebbero dire: “Riteniamo che queste verità sono evidenti” – non sono affatto evidenti o permanenti per molti dei nostri leader intellettuali e politici”, ha detto Chaput, durante la cerimonia di ricevimento del Premio del Cuore Immacolato di Maria nel 2019 in occasione della cena annuale dei Vescovi e del Rettore del seminario.

“I diritti naturali che la maggior parte di noi americani diamo per scontati non significano nulla se non esiste una natura umana permanente – una natura che molti di coloro che cercano di governarci, o già ci governano, già rifiutano. E questo ha delle conseguenze“.

L’arcivescovo ha notato una crescente ostilità pubblica ai valori della legge naturale e ha detto che “gli inquisitori laici” cercano di imporre una nuova ortodossia che rifiuta le verità umane fondamentali.

“Il sesso è la loro arma scelta”, ha detto Chaput, “una specie di coltello dell’esercito svizzero [fatto] di confusione di genere (Gender, ndr), licenza sessuale e feroce moralizzazione contro tutto ciò che allude alla classica moralità cristiana, purezza, modestia, fertilità e fedeltà a vita basata sulla complementarietà sessuale di donne e uomini”.

“Per dirla in un altro modo: I veri nemici della libertà umana, della grandezza, dell’immaginazione, dell’arte, della speranza, della cultura e della coscienza sono quelli che attaccano il credo religioso, non i credenti”.

Chaput ha detto che la società americana rifiuta sempre più spesso la fede in Dio che una volta era il suo tratto distintivo, chiamando la fede la fonte perduta della “decenza e vitalità” americana.

“La mancanza di fede – che sia deliberata e ideologica, o frutto di indolenza e pragmatismo – è la religione di Stato del mondo moderno. Il frutto di questa ortodossia è la fame e la distruzione dello spirito umano, e una società senza uno scopo superiore”.

“Qualunque sia stata una volta la nostra nazione, oggi rischia di diventare sempre più certamente una nuova Roma con tutti i difetti disumani che ciò implica”, ha detto.

L’arcivescovo ha detto che i cristiani non sono chiamati ad essere testimoni passivi dei tempi. Ha ricordato ai cattolici che ogni persona è al tempo stesso soggetto e autore del suo posto nella storia.

I cristiani, ha detto, hanno il dovere di rifare la società a immagine di Cristo in ferma contraddizione con la cultura dominante, ricordando che le azioni di ciascuno hanno delle conseguenze.

“Nella misura in cui cerchiamo di inserirci in una cultura sempre più ostile verso ciò che i cattolici hanno sempre creduto – che è quello che facciamo da decenni ormai – ripudiamo con le nostre azioni ciò che sosteniamo di ritenere sacro con le nostre parole”, ha detto Chaput.

“Nessuna persona, e nessuna Chiesa, può sopravvivere a lungo con lealtà divise”.

Chaput ha detto all’uditorio che i cattolici hanno il dovere di “servire la verità dicendo la verità nel modo più gioioso e persuasivo possibile”.

“La nostra fede ha cambiato il corso della storia e ha dato senso a un’intera civiltà. E in Cristo risorto, Dio ci chiama ora, proprio ora, a cominciare da quelli di noi qui presenti stasera, a fare lo stesso”.

L’arcivescovo ha detto che è attraverso la fede in Dio che la società ha apprezzato la dignità della natura umana e la libertà dell’anima umana. Se i cattolici americani non conoscono più la loro fede, o il loro privilegio della discepolanza, o la loro chiamata alla missione, allora “non abbiamo nessuno da incolpare se non noi stessi”, ha detto.

“Il problema della vita cattolica americana non è la mancanza di denaro o di risorse o di personale o di influenza sociale”, ha detto Chaput.

“Il problema centrale nella costruzione di una cultura cristiana è la nostra mancanza di fede e la codardia che produce. Dobbiamo ammetterlo. E poi dobbiamo sottometterci a un cammino di pentimento e di cambiamento, e di testimonianza disinteressata agli altri”.

“La vostra diocesi, il vostro meraviglioso seminario, e ciascuna delle vostre vite, deve essere un motore di quel rinnovamento. Questo è il nostro scopo. Questa è la nostra vocazione. Per questo Dio ci ha fatto e ci ha messo qui”.




Sconfiggere la rivoluzione culturale

Nella nostra società occidentale c’è davvero libertà di pensiero e parola? Ci sono persone che perdono il lavoro, che vengono arrestate, che sono bullizzate sui social media per le loro opinioni o stili di vita dissidenti rispetto a quelle del mainstream culturale. Molti altri tacciono o chinano il capo ai dictat del Politically Correct per non perdere prestigio sociale o addirittura pagare in modo ancora più caro le loro opinioni difformi.

Basta vedere cosa sta succedendo in questi giorni per il Congresso Mondiale delle Famiglie in programma a Verona la prossima settimana: sugli organizzatori si è scatenato un uragano diffamatorio che ha dell’incredibile da parte dei “progressisti” mentre molti altri, pur non in disaccordo, fanno distinguo imbarazzanti tra “sostanza” e “modalità”. Molti tacciono e basta.

Rod Dreher, riflettendo su questi temi, fa un paragone azzeccato con la Rivoluzione Culturale tipica della Cina ma anche di altri regimi comunisti.

Propongo all’attenzione dei lettori di questo blog un articolo di Rod Dreher, nella mia traduzione.

                                   Annarosa Rossetto

 

Guido Barilla, presidente della multinazionale alimentare Barilla

Guido Barilla, presidente della multinazionale alimentare Barilla

 

Un saluto dallo stato di New York, dove sto assistendo ad una conferenza al monastero e seminario Russo-Ortodosso. A cena ieri sera con alcuni partecipanti alla conferenza, stavo parlando delle mie idee per il mio prossimo libro. Come sapete voi lettori abituali, ho in programma di scrivere su come le persone che vivono qui, dopo essere cresciute sotto il comunismo sovietico e dell’Europa orientale, ora ci stiano mettendo in guardia sul totalitarismo emergente nella nostra cultura sempre più post-liberale. Molti di voi non erano entusiasti di considerarlo una recrudescenza del Socialismo perché parlo principalmente di cultura, non di economia politica.

Il fatto è che il socialismo non riguarda solo l’economia politica. È un modo di vedere il mondo. Uno dei miei amici professori Ortodossi qui alla conferenza ha detto che Dostoevskij, non un aristocratico, la vedeva così. Ho trovato questo stralcio ieri sera online, dove si capisce il pensiero di Dostoevskij sul socialismo :

La visione rousseauiana della natura umana su cui poggiava il socialismo utopico fu seriamente messa in discussione dall’esperienza di Dostoevscky nella prigionia in Siberia. La nozione teorica della bontà fondamentale degli esseri umani è stata ora testata contro la realtà della natura umana denudata. I rissaioli, i ladri e gli assassini impenitenti con cui trascorse quattro anni non erano solo vittime innocenti che avrebbero vissuto felicemente in fratellanza e armonia una volta liberati dalle istituzioni repressive. Di ritorno da dieci anni passati in Siberia Dostoevskij si imbatté in un socialismo che aveva assunto una forma molto più rivoluzionaria. Le sue osservazioni al riguardo, sia nella narrativa che nel giornalismo, nei successivi due decenni sono quasi uniformemente ostili. L’inimicizia – in gran parte teorica – tra il cristianesimo e il socialismo del defunto [Vissarion] Belinsky e della sua cerchia, era ormai diventata una realtà, e questa dottrina rivoluzionaria e ateistica il principale rivale del cristianesimo per i cuori e le menti della nuova generazione. La critica di Dostoevskij sul socialismo, quindi, inizia dal suo ateismo. Lasciando da parte la essenziale natura spirituale degli esseri umani, i socialisti possono preoccuparsi solo dei bisogni materiali dell’uomo. Come Dostoevskij scrisse nel suo quaderno nel 1863-1864: “I socialisti vogliono rigenerare gli esseri umani, per liberarli, presentandoli senza Dio e senza la famiglia. Concludono che, avendo cambiato forzatamente il modo economico in cui vivono gli esseri umani, raggiungeranno i loro obiettivi. Ma gli uomini non vengono trasformati da  ragioni esterne , ma solo da  cambiamenti morali”. Nei suoi appunti per un articolo incompiuto, “Socialismo e Cristianesimo”, Dostoevskij scrisse che “i socialisti non vanno oltre la pancia”. Mancando di ogni base spirituale per una fratellanza tra gli uomini, i socialisti devono ricorrere alla costrizione per instaurarla. Il socialismo francese, scrisse nel 1877, “non è altro che una unione obbligatoria tra gli uomini”; o, come ha detto, più vividamente, sullo slogan del Cattolicesimo romano, che vedeva come condivisione degli obiettivi del socialismo, ” Fraternité  ou la mort” (‘Sii mio fratello, o ti stacco la testa’).  Queste due idee – che i problemi umani possano essere risolti con rimedi esclusivamente materiali, ma che questo non possa essere fatto senza costrizione – percorrono tutta la critica di Dostoevskij al socialismo.

Il punto è che c’è davvero molto “socialismo” in Qualsiasi Cosa Sia Questa Cosa Con Cui Abbiamo A Che Fare. I modelli di pensiero marxisti sono davvero efficienti nel demolire ciò che abbiamo, ma nella misura in cui nessuno crede più alla Rivoluzione, non offrono molto per sostituirla. Il teorico della politica Augusto Del Noce ha identificato un aspetto chiave di ciò di cui ci stiamo occupando ora quando ha scritto: “Il nuovo totalitarismo è molto diverso dalle forme più antiche perché è un totalitarismo della disintegrazione, prima ancora di essere un totalitarismo della dominazione. Domina disintegrando. “

Tuttavia, alcune recenti conversazioni offline mi hanno convinto che definire questo come socialismo confonda più che chiarire. Due punti che un amico ha fatto rendono la cosa chiara:

  1. Questo fenomeno non è guidato solo dallo Stato (e forse nemmeno principalmente dallo Stato), ma da attori privati, in particolare istituzioni educative e grandi multinazionali. Come fa ad essere socialismo?
  2. Se avessimo eletto repubblicani – membri del partito apparentemente anti-socialista – da ora fino all’eternità, e se lasciassimo invariato il mercato libero, questo non farebbe alcuna differenza significativa nel fermare l’avanzata di questa disintegrazione. Quindi, come possiamo francamente etichettarlo come socialismo?

Trovo che questi punti siano senza risposta. Magari non siete d’accordo.

Un lettore mi ha mandato un link all’ultima colonna di Peggy Noonan  (articolo per abbonati). Dice che la nostra condizione negli Stati Uniti in questi giorni le ricorda la Rivoluzione Culturale della Cina, specialmente le “sessioni di lotta” in cui i giovani comunisti fanatici costringevano i presunti nemici della Rivoluzione a confessare pubblicamente i loro peccati (che fossero colpevoli o no). Noonan scrive:

Non voglio essere troppo drammatico, ma lo spirito della “sessione di lotta” è tornato ed è qui, in parte a causa di Internet, in parte a causa dell’estremismo della nostra politica, in parte perché più persone sono sole. “E’ meglio la discordia che la solitudine”, come diciamo noi Irlandesi, e lo sappiamo bene.

L’aria è piena di accuse e umiliazioni. Abbiamo visto questo atteggiamento, come è noto, soprattutto nei campus, dove gli studenti contestano duramente, a volte anche violentemente, opinioni che vorrebbero mettere a tacere. I social media sono pieni di nugoli brulicanti di persone politicizzate e ideologicizzate. In un interessante allontanamento dalla tradizione democratica, non cercano di convincere la controparte. Si limitano a condannarla e a tentare di zittirla.

Lo spirito della “sessione di lotta” è ovunque su  Twitter . Ci sono account Twitter che si occupano di letteratura, dove i guerrieri della giustizia sociale ottengono anticipazioni di nuovi libri e li denunciano per “deviazionismo” – cioè come insensibili, razzisti, anti-LGBTQ.  I libri alla vigilia della pubblicazione sono stati ritirati, a volte addirittura dagli autori stessi che si profondono in richieste di perdono. Tutti hanno paura. E ai persecutori non sono soddisfatti da una richiesta di perdono. E’ servita ad eccitarli e si aggirano in cerca di altre prede.

Ancora:

C’è una sensazione nell’aria, vero? Tutti notiamo pezzi della storia qua e là, in questo o quell’episodio spiacevole. Ma forse c’è un significato globale. E forse quel significato non è buono.

Leggendo questo, sono rimasto colpito: avevo in mente i “rossi” sbagliati! Ciò che gli ex dissidenti anti-comunisti che vivono qui stanno rilevando è il totalitarismo inerente a una nuova Rivoluzione Culturale, i cui contorni stiamo iniziando a intravvedere solo ora.

Il libro che sto per scrivere riguarda come resistere attraverso la Rivoluzione Culturale che stiamo vivendo noi ora. Ha molte caratteristiche in comune con il socialismo più duro, ma è anche significativamente diversa – tant’è che tentare di incolpare il socialismo vero e proprio è piuttosto problematico.

È indubbio che se i nostri socialisti americani arrivassero al potere, implementerebbero l’intera panoplia identitaria della sinistra politica, anche se questa non sarebbe la loro priorità principale. Ma Del Noce, di nuovo, è assolutamente corretto quando sottolinea che è un errore pensare che il totalitarismo richieda uno Stato di polizia. Può esistere anche nelle democrazie, diceva, perché il totalitarismo è una condizione in cui la politica invade tutta la vita.

Vorrei che voi poteste vedere le mie e-mail o ascoltare le conversazioni personali che ho con accademici e persone coinvolte nella vita pubblica. Fanno dichiarazioni moderatamente critiche sul risveglio, ma mi chiedono di non renderli identificabili. Hanno paura. Vedono cosa succede ai dissidenti. Un amico mi ha detto questa settimana: “Sei fortunato, in un certo senso. Non sarai mai di nuovo assunto nella redazione di un giornale dopo le cose che hai scritto. Puoi dire quello che pensi. “

Sì, finché c’è The American Conservative (grazie, donatori). Ma se perdessi il lavoro anche qui? Non siamo in uno Stato che dice alle persone di non assumere quelle persone come me. Non serve. Il 60% dei datori di lavoro in questo sondaggio ha affermato di controllare i profili dei social media dei potenziali assunti e di tener conto di ciò che trovano nel prendere le loro decisioniPensate che la Cina sia l’unico paese con un sistema basato sulla reputazione sociale?

Un amico di DC mi ha raccontato questa settimana che era stato di recente ad una cena dove uno degli altri ospiti gli ha detto: “Essendo cresciuti nell’Unione Sovietica, i miei genitori mi hanno insegnato a non credere mai a ciò che sento dai media ed a stare molto attento a ciò che dico ad alta voce. Ora mi ritrovo a dire ai miei figli la stessa cosa”.

Questo è il nostro Paese. Questa è la nostra rivoluzione culturale. Questa è lo scenario per questo mio prossimo libro. Alla fine si autodistruggerà (spero), ma non a breve termine, e non prima di aver fatto un sacco di danni. Il nostro compito è combatterlo apertamente dove possiamo, ma potenziare anche la resistenza in noi stessi e nelle nostre comunità. Quasi esattamente un anno fa ho trascorso una delle serate più importanti della mia vita con la famiglia Benda a Praga. Qui c’è il mio resoconto di ciò che ho imparato lì. La lezione più importante: le stesse strategie che i Bendas hanno usato per sopportare il comunismo senza perdere l’uso della ragione o l’anima, sono le stesse che li stanno mantenendo solidamente radicati nella loro fede e nelle loro tradizioni ora, nella loro società capitalista post-comunista che è la più atea in Europa.

Quelle persone sanno come vivere. Hanno saggezza per tutti noi. Così fanno altri che sono passati attraverso il comunismo. Possono aiutarci a battere la Rivoluzione Culturale.

AGGIORNAMENTO: Theodore Dalrymple:

Nel mio studio sulle società comuniste, sono giunto alla conclusione che lo scopo della propaganda comunista non era quello di persuadere o convincere, né di informare, ma di umiliare; e quindi, meno corrispondeva alla realtà, meglio era. Quando le persone sono costrette a rimanere in silenzio mentre vengono loro raccontate le bugie più evidenti, o anche peggio, quando sono costrette a ripetere le bugie stesse, perdono una volta per tutte il loro senso di integrità. Assentire a menzogne ​​plateali è cooperare con il male e, in un certo senso, diventare malvagi. La capacità di resistere a qualcosa viene quindi erosa e persino distrutta. Una società di impotenti bugiardi è facile da controllare. Penso che se esaminassimo tutto ciò che è “political correct”, ha lo stesso effetto ed è ciò che si vuole ottenere.

 

Fonte: The American Conservative




Il card. Joseph Ratzinger e la “dittatura del relativismo”

Un articolo molto chiaro sulla tolleranza oggi tanto in voga, una tolleranza che è sulla bocca di tutti, che si fa dittatura quando non sopporta coloro che sono percepiti come “intolleranti” solo perché esprimono un punto di vista diverso dal pensiero unico della maggioranza.

Questo articolo ci spiega in maniera semplice l’espressione “dittatura del relativismo” pronunciata dall’allora card. Joseph Ratzinger durante la Messa pro eligendo Romano Pontifice.

Di seguito l’articolo di padre Dwight Longenecker, nella mia traduzione.

Foto: card. J. Ratzinger

Foto: card. J. Ratzinger

 

Papa Benedetto XVI ha parlato molto della “dittatura del relativismo“, ma non sempre era chiaro di cosa esattamente stesse parlando. Questo non deve sorprendere perché uno dei tratti distintivi del relativismo è l’ambiguità, la confusione di espressione e la nebbia del pensiero.

Un’altro modo di dire della frase “dittatura del relativismo” potrebbe essere la “tirannia della tolleranza”.

Muoversi tra la tolleranza e la tirannia è come camminare su una corda tesa.

Nessuno vuole contestare il fatto che la tolleranza è una virtù, e nessuno vuole sostenere l’intolleranza, tuttavia, c’è bisogno di un ordine di virtù. La tolleranza è troppo spesso scambiata per carità, e avere buone maniere è troppo spesso scambiata per essere buona. La vera bontà, come la vera carità è amore duro perché la vera bontà, come la vera carità, ama la verità e la verità fa male.

Per parafrasare G.K. Chesterton, “Tolleranza è una bella parola per l’indifferenza e indifferenza è una parola elegante per l’ignoranza”. La ragione per avere una mente aperta (come il motivo per avere una bocca aperta) è alla fine di chiuderla, perché è stata riempita con qualcosa di buono.

La tolleranza, da sola, è una virtù debole che alla fine si attorciglia su se stessa con un’inclinazione suicida.  Questo perché l’unica cosa che la tolleranza non può tollerare è l’intolleranza, e più una persona diventa tollerante, più ogni piccolo pezzo di intolleranza diventa intollerabile. Così la persona che pone la tolleranza come l’unica e più alta virtù, alla fine è incapace di tollerare qualcuno o qualsiasi cosa o qualsiasi legge che limiti o definisca qualcosa perché limitare o definire qualsiasi comportamento o qualsiasi tipo di persona è percepita come una forma di intolleranza.

Il relativismo diventa l’unica regola. L’unico dogma è che non ci può essere un dogma. L’unica disciplina è che non ci deve essere disciplina. L’unica autorità ultima è che non ci deve essere autorità. L’unica cosa che ha senso è che nessuna cosa ha senso.

Di conseguenza, la persona “tollerante” sosterrà le restrizioni più draconiane su coloro che percepisce come intolleranti, e poiché l’intollerante sarà sempre con noi, quelle leggi contro l’intolleranza devono diventare sempre più restrittive, e la società tollerante si trasforma nella società più intollerante. Così, in nome della tolleranza, la libertà di parola sarà limitata, la libertà di religione cesserà, la libertà di associazione sarà limitata e la libertà di coscienza sarà violata.

Inoltre, il relativismo porta ad un vuoto morale e intellettuale. Dove non c’è verità, nulla è vero e l’umanità non può vivere a lungo senza verità. Quello che succede allora è che cercheremo qualcuno che ci dia la sicurezza e la “verità” che desideriamo, e questo tipo di sicurezza deve essere imposta. Di conseguenza, non è la persona più vera a prevalere, ma quella più forte.

Quando la tolleranza è l’unica virtù, alla fine la tirannia prende il sopravvento.

Qual è la risposta? La Chiesa cattolica insegna che la tolleranza è buona, ma il chiaro insegnamento della verità cattolica è migliore. Quell’insegnamento non dovrebbe mai essere impartito con la forza o la condanna. Invece dovrebbe essere predicato sia con chiarezza che con carità, e soprattutto dovrebbe essere predicato con la nostra vita e non solo con le nostre labbra.

Fonte: National Catholic Register




PERSONA UMANA, NON MERO FUNZIONARIO DI UNO STATO

foto: scena dal film "1984"

foto: scena dal film “1984”

I casi di limitazione, se non azzeramento, della libertà di espressione della fede e della libertà di manifestazione della religione nello spazio pubblico sono oramai sempre più numerosi. Sarebbe colpevole prenderli sottocamba, o considerarli come casi eccezionali.

Negli ultimi giorni siamo venuti a conoscenza di numerosi episodi che ci portano nell’unica amara direzione: oggi rimanere cristiani nelle nostre società occidentali sta diventando sempre più difficile.

Abbiamo sentito qualche giorno fa il Primo Ministro Irlandese affermare che Non sarà, tuttavia, possibile per gli ospedali finanziati con fondi pubblici, indipendentemente da chi sia il loro sostenitore o proprietario, scegliere di non fornire questi servizi necessari (l’aborto, ndr) che saranno legali in questo Stato una volta che questa legislazione sarà approvata dal Governo e dal Senato”. Abbiamo sentito la Corte Suprema del Canada impedire, di fatto, l’apertura di una università di legge solo perchè essa osserva convinzioni morali sulla omosessualità che si trovano nella Bibbia ma che non combaciano con il credo LGBT. Abbiamo sentito qualche giorno fa di alcuni Stati dell’Australia che hanno approvato una legge che “abbatte” il segreto della Confessione, costringendo i sacerdoti, pena una multa o la reclusione, a rivelare i peccati di abusi sui minori. Abbiamo sentito di casi in Canada in cui il Primo Ministro, cattolico, sta tagliando i fondi persino alle opere cattoliche senza scopo di lucro rivolte ai più poveri solo perché non riconoscono tra i benefit per i dipendenti la copertura dell’aborto. Abbiamo sentito negli Stati Uniti di un pasticcere che è stato portato in tribunale solo perché a due omosessuali ha detto che avrebbe offerto qualsiasi altra cosa o servizio della sua pasticceria ma che non avrebbe prodotto una torta con una scritta di sostegno al matrimonio omosessuale.

Abbiamo preso i casi degli ultimi giorni, ma potremmo continuare con tanti altri.

Tutti questi casi hanno a che fare con l’obiezione di coscienza, con il rispetto delle manifestazioni più profonde della persona. Questi episodi ci costringono non solo a riflettere sul nostro essere cristiani nel mondo moderno, ma ci spingono a pensare a come sta evolvendo la concezione stessa della democrazia. Saremo portati a chiederci sempre più spesso quanto una concezione della democrazia fatta propria da frange elitarie, imposta sempre più facilmente e subdolamente alle masse della popolazione, non sconfini poi nell’autoritarismo. Infatti, nel caso dell’università australiana più sopra riportato, sono stati proprio alcuni degli stessi giudici della Corte Suprema australiana ad ammettere di aver imposto all’università una sorta di apostasia forzata (sì, hanno usato esattamente questi termini), poiché tra la libertà di religione ed il concetto di uguaglianza, hanno fatto prevalere quest’ultimo.    

Del resto, la legge italiana sul fine vita approvata a dicembre scorso non contempla l’obiezione di coscienza per i medici. Un fatto grave, tanto che all’indomani della sua approvazione, alcune strutture cattoliche hanno fatto duramente presente che, nel caso, avrebbero fatto obiezione di coscienza poiché la loro mission, dettata dal credo religioso, non contempla il servizio di portare la morte alle persone ma solamente la vita. Al momento, però, la legge con cui fare i conti è quella approvata.

Scrive Wesley J. Smith: “Fino a poco tempo fa, l’assistenza sanitaria non era culturalmente controversa. La medicina era vista come un settore che si occupava principalmente di prolungare la vita, curare malattie, curare lesioni, applicare misure palliative, far partorire bambini e promuovere il benessere, e quindi (l’assistenza sanitaria era vista) come una sfera in cui le persone di tutte le convinzioni politiche e sociali erano generalmente in grado di andare d’accordo.

Tale consenso è stato infranto. Ai medici di oggi può essere chiesto di fornire interventi medici che sono sì legali ma moralmente controversi come l’aborto selettivo sulla base del sesso, il suicidio assistito, la diagnosi genetica preimpianto di embrioni mediante FIVET, anche i farmaci che inibiscono l’insorgenza della pubertà per i minori con diagnosi di disforia di genere. Di conseguenza, la pratica medica è stata coinvolta in un conflitto politico e culturale.

Al fine di evitare discriminazioni, qualsiasi scrupolo religioso o morale gli operatori sanitari possano avere si troverà in secondo piano al fine di soddisfare il desiderio del paziente. Molti sostenitori sostengono che se i medici non possono lasciare la propria moralità alla porta della clinica, dovrebbero uscire dalla medicina.

Avete sentito bene, “lasciare la propria moralità alla porta della clinica”, in caso contrario si viene espulsi. Quello che sta avvenendo, dunque, è la forzata trasformazione della persona umana, essere morale, in un semplice funzionario, esecutore amorale di ordini, alla mercè della soddisfazione dei desideri e dei diritti altrui, fatti rispettare da un arcigno Leviatano.

Wesley J. Smith conclude: “le persone sono libere di accedere a procedure mediche legali fornite da professionisti disponibili. Ma il loro diritto di farlo “non viene violato semplicemente perché non possono essere imposti contro una persona che esercita la sua libertà di coscienza e di religione, altrimenti questa stessa libertà sarebbe priva di significato”. In altre parole, la libertà è una strada a doppio senso. I pazienti possono ottenere cure mediche da professionisti consenzienti, ma non possono trascinare chi non è disposto ad agire contro le proprie opinioni morali”.

Il compito di noi cristiani, dunque, è prima di tutto quello di renderci coscienti ed edotti di tutto quello che sta subdolamente accadendo e diffondendo intorno a noi nel villaggio globale, e poi, per quanto possibile, esprimere una serena resistenza.

di Sabino Paciolla




J. TRUDEAU, OVVERO LA DITTATURA DEL RELATIVISMO ALL’OPERA

Un articolo di George Weigel, scrittore e docente, nonché biografo del santo papa Giovanni Paolo II, sulla dittatura del relativismo. Quella che sta avvenendo in Canada ad opera del premier Justin Trudeau, che si proclama “cattolico” mentre discrimina senza pietà chi non si allinea all’agenda liberal.

Foto: Justin Trudeau

Foto: Justin Trudeau

Probabilmente non avete mai sentito parlare della fattoria della famiglia Waupoos. Neanche io, fino a quando non ho incontrato alcune persone coinvolte durante una recente visita a Ottawa (Canada). La loro storia illustra in modo vivido la dittatura del relativismo all’opera.

L’agriturismo (della famiglia Waupoos, ndr) è un luogo di villeggiatura per famiglie povere che non possono permettersi una vacanza insieme. È gestito da cristiani che applicano un solo criterio ai loro potenziali ospiti: i candidati devono avere un reddito inferiore alla soglia di povertà individuato dall’Istituto statistico canadese. Questo è tutto. Nessun requisito religioso.  Nessun requisito per il lavoro di squadra. Tutto quello che serve è essere povero.

Per anni, la Waupoos Foundation, che sostiene la fattoria, ha ricevuto fondi dal governo canadese, attraverso il programma per l’occupazione estiva, per aiutare il personale della fattoria e assistere le persone a basso reddito che la fattoria serve. Una situazione in cui tutti traggono un vantaggio, giusto? Le famiglie povere ottengono vacanze; i tirocinanti estivi hanno un’esperienza nel mondo reale e un reddito modesto lavorando con e per le famiglie a basso reddito; i contribuenti hanno la certezza che i loro dollari vengono utilizzati bene tra le persone che apprezzano veramente l’aiuto.

Bene, sbagliato. O almeno sbagliato secondo il dipartimento canadese per l’occupazione e lo sviluppo sociale, che quest’anno non finanzierà i lavori estivi presso la fattoria di Waupoos perché la Fondazione Waupoos ha rifiutato di accettare un nuovo requisito imposto dal governativo: che i destinatari dei fondi per i lavori estivi devono “attestare” che rispettare i diritti umani significa rispettare i “diritti riproduttivi“, che includono “il diritto di accedere all’aborto sicuro e legale“. Quindi, a meno che qualcosa non cambi presto, la Fondazione Waupoos dovrà trovare il denaro del settore privato per sostenere i lavori estivi presso la Fattoria della Famiglia Waupoos. E se la Fondazione deve ridurre il personale a causa del rifiuto del governo di finanziare i lavori estivi nella fattoria – che equivarrà a un rifiuto governativo dell’obiezione di coscienza della Fondazione di affermare l’aborto su richiesta come un diritto umano – le persone povere ne soffriranno di conseguenza.

Da quando ha assunto il potere nel novembre 2015, il governo del primo ministro liberale Justin Trudeau è stato un esempio di correttezza politica (cioè del politicamente corretto, ndr), a volte fino all’auto-parodia. Un disposizione obbligatoria ha recentemente istruito i dipendenti del governo canadese ad evitare di usare i titoli “Sig.”, “Sig.ra” e “Sig.na” e le parole “padre” e “madre” durante l’interazione con il pubblico, in quanto questi termini potrebbero essere intesi come “gender specific” (cioè individuante uno specifico sesso, ndr). Lo stesso primo ministro, durante una riunione pubblica, ha corretto una donna che usava la parola “(mankind) umanità”, dicendo che il termine preferito era “peoplekind” (la prima parola inglese iniziava con “man”, che individua il sesso maschile, nel secondo caso il termine inizia con “people”, che significa “gente”, che è più generico, ndr). Ahimè, è tutta una questione di un governo che, sfidando ogni logica e buon senso linguistico, insiste sul fatto che i “diritti riproduttivi” includono il “diritto” di interrompere volontariamente la gestazione uccidendo un essere umano innocente.

Un’ampia coalizione di leader religiosi ha protestato contro la coercizione delle coscienze implicita nell’attestato sui “diritti riproduttivi“, compresi i rappresentanti di comunità religiose che non condividono le convinzioni cristiane ortodosse sull’aborto. Finora le loro proteste sono state infruttuose, anche se si parla di un riesame dell’attestato per l’anno prossimo. Nel frattempo, però, e finché l’attestato “diritti riproduttivi” rimarrà in vigore, il governo Trudeau continuerà a incarnare la dittatura del relativismo: l’imposizione di una morale relativistica a tutti da parte di un potere statale coercitivo, con i poveri che spesso sono i perdenti.

Spero che l’attestato scompaia, così come spero che il Primo Ministro Trudeau inizi a usare correttamente la lingua inglese; almeno un capo di governo nordamericano dovrebbe essere in grado di farlo. Ma anche se l’amministrazione Trudeau cambiasse su questa palese coercizione di coscienza, ci può essere una lezione importante per le organizzazioni no-profit canadesi, compresa la Chiesa cattolica: attenzione ad un abbraccio troppo vicino di Cesare e ad una dipendenza troppo grande dalla moneta di Cesare.
(…)

 

di George Weigel

Fonte: First Thing




CARD. MÜLLER: “L’OMOFOBIA SEMPLICEMENTE NON ESISTE”

Della questione delle Veglie ecumeniche di preghiera contro l’omotransfobia abbiamo parlato oggi (qui). Ora, riprendo ampi stralci dell’intervista al card. Gerhard Ludwig Müller, fino all’anno scorso prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, fatta da Costanza Miriano proprio sul tema dell’omofobia in quanto oggi è la giornata internazionale contro l’omofobia.

 

Foto: card. Gerhard L. Müller

Foto: card. Gerhard L. Müller

Costanza Miriano: Vostra Eminenza, partiamo dall’attualità: domani è la giornata mondiale contro l’omofobia. Sappiamo che la parola è stata inventata in America nel 1971, ma sappiamo anche che le persone che provano attrazione verso lo stesso sesso a volte davvero vivono nella sofferenza. Noi cristiani, chiamati ad amare tutti, come dobbiamo comportarci su questo tema?

Gerhard Ludwig Müller: L’omofobia, semplicemente non esiste, è chiaramente un’invenzione, uno strumento del dominio totalitario sulla mente degli altri. Al movimento omosessualista mancano gli argomenti scientifici, per questo hanno costruito un’ideologia che vuole dominare, cercando di costruire una sua realtà. E’ lo schema marxista, secondo cui non è la realtà a costruire il pensiero, ma il pensiero che costruisce la realtà. Quindi, chi non accetta questa realtà deve essere considerato malato. Come se, tra l’altro, si potesse agire sulla malattia con la polizia o con i tribunali. D’altra parte in Unione Sovietica i cristiani venivano chiusi nei manicomi: sono i mezzi dei regimi totalitari come il nazionalsocialismo e il comunismo. Oggi in Nord Corea la stessa sorte tocca a chi non accetta il pensiero dominante.

CM: Ci sono alcuni vescovi che hanno appoggiato veglie o altre iniziative “cattoliche” contro l’omofobia. Alcuni ne conosco personalmente e sono per quello che posso capire molto aderenti alla dottrina. Perché secondo lei accettano di stare a questo gioco, perché già accettare la parola omofobia significa accogliere una certa visione ideologica?

GLM: Alcuni vescovi oggi non hanno il coraggio di dire la verità e si lasciano intimidire: non capiscono che l’omofobia è un inganno che serve a minacciare la gente. Ma noi cristiani non dobbiamo avere paura delle minacce: nei primi secoli i seguaci di Cristo venivano gettati in carcere, o fatti dilaniare dalle belve. Oggi si dilania la gente con lo psicoterrorismo, approfittando dell’ignoranza. Però da un vescovo, un sacerdote possiamo aspettarci che sia in grado di non andare dietro a queste ideologie. Noi siamo quelli che cercano, con la grazia di Dio, di amare tutte le persone, comprese quelle che provano attrazione verso lo stesso sesso, ma deve essere chiaro che amare non è obbedire alla propaganda genderista.

CM: Il libro di Mattson dedica un ampio capitolo proprio a smontare le parole della propaganda, a cominciare dal titolo: perché non mi definisco gay. Lei sarà presente alla presentazione del volume a Roma, con l’autore. Cosa ne pensa?

GLM: Mattson è un uomo che basa le sue parole sulla sua propria esperienza, e questo vale più di tutte le ideologie. La sua storia mostra anzi come queste ideologie siano forti ed esercitano una oppressione nei confronti di tutti coloro che hanno problemi con la propria sessualità. Si possono avere problemi per diverse cause, ma la realtà è che si è solo o uomo o donna. Esistono due sessi, questa è la realtà.  Il resto sono interpretazioni. Papa Francesco viene molto frequentemente citato nella sua intervista rilasciata in aereo, quel famoso “chi sono io per giudicare…?”. Ma il Papa ha detto la stessa cosa che è nel Catechismo: ogni persona merita rispetto perché è a immagine di Dio, e noi non possiamo usare le persone per nessuno scopo. Ma nello stesso momento Francesco ha parlato di lobby gay. Ed è vero, purtroppo. (…)Una persona è sempre molto più di questo. Noi siamo creature che grazie alla redenzione abbiamo la vocazione alla vita eterna. E chi vive questa attrazione deve vivere in castità, cosa a cui sono chiamati tutti i cristiani che non vivano in un valido e vero matrimonio.

CM: Perché questo tema occupa i primi posti delle agende politiche dell’Occidente? Sembra che sia la priorità di tutti i governi?

GLM: I nostri politici in Europa devono occuparsi di tante persone che sono senza lavoro, della denatalità, delle famiglie, di tanti problemi seri, e invece si preoccupano di trasformare le nostre democrazie in sistemi totalitari. Le ideologie in sé sono violente. Come può un Parlamento stabilire cosa è vero e cosa no? Come può affermare che due più due fa cinque?

CM: Uno dei tanti passaggi interessanti del libro mette in correlazione la diffusione in massa della contraccezione e l’affermarsi della ideologia genderista. Ne approfitto per farle una domanda su un tema che mi sta molto a cuore. Lei sa meglio di me come nella Chiesa ci siano forze avverse alla Humanae Vitae, che ne chiedono una revisione. Che ne pensa? Come spiega questo fenomeno?

GLM: Lo spiego con la mondanizzazione della Chiesa: per alcuni dei pastori la Chiesa è solo materiale per fare politica, per piacere. Per loro il rispetto delle masse vale più del rispetto della Parola di Dio. Sono contro la creazione. Io paragono chi vuol rivedere HV per compiacere le masse con chi ha fatto i compromessi durante i regimi totalitari. Invece i testimoni hanno la responsabilità della verità rivelata. L’Humanae Vitae è stata profetica, tutti i pericoli che prevedeva si sono realizzati e sono entrati nella vita moderna: il nichilismo, il materialismo. Manca il senso superiore dell’esistenza umana e quindi dietro le facciate c’è il vuoto. Invece il vero piacere è ogni parola che viene dalla bocca di Dio, e se noi smettiamo di annunciare dove è il vero piacere, dove è la vera gioia, saremo responsabili dell’infelicità di tanta gente. Se i pastori non vigilano, vincono i lupi. Con i lupi non si possono fare compromessi, magari per salvare qualche pecora. Con l’illusione di non perdere qualcuno, si perde tutto il gregge. Non è questa la logica di Gesù. Lui per non perdere nessuna pecora ha sacrificato se stesso, non le pecore.

CM: I pastori che aprono alla contraccezione di solito lo fanno ribadendo che è, sì, un male, ma che in casi estremi…

GLM: Questa è solo una tecnica per aprire la strada: si fa un ragionamento solo emotivo, basato su situazioni estreme. Anche in situazioni estreme un buon pastore trova una soluzione unica e particolare per preservare l’intrinseca unità tra procreazione e sessualità. Invece il trucco di teologi e vescovi che attaccano la dottrina è di emozionalizzare… Per esempio cominciano a dire che c’è un padre di quattro figli, che ha perso il lavoro, e la moglie è malata… e allora si fa una discussione sull’onda dell’emotività e del caso singolo. Ma questo non è un modo serio di affrontare le questioni.

Fonte: dal Blog di Costanza Miriano




MA LA OSTPOLITIK È PROPRIO LA SCELTA MIGLIORE NEI RAPPORTI CON LA CINA?

 

MA LA OSTPOLITIK È PROPRIO LA SCELTA MIGLIORE NEI RAPPORTI CON LA CINA?

È questo l’interrogativo che molti si pongono, e cioè se la Ostpolitik, ossia una sorta di politica di compromesso con un governo piuttosto tiranno con chi abbia una fede religiosa, sia la scelta migliore, soprattutto dopo che dal primo febbraio scorso il governo cinese ha stretto le maglie dei controlli e dei divieti per i fedeli. Sembra di essere ritornati ai tempi della Rivoluzione Culturale maoista.

Riprendo alcuni stralci da un articolo di (qui) AsiaNews che ci ragguaglia della situazione:

“Il paragone con la Rivoluzione Culturale non si ferma qui. Proprio come allora, ai fedeli è proibito pregare anche in privato, nelle loro case. La polizia ha minacciato che se trova due persone che pregano insieme in casa loro, esse saranno arrestate e obbligate a subire rieducazione.

Secondo i nuovi regolamenti sulle attività religiose, proposti lo scorso settembre e messi in atto lo scorso primo febbraio, si può svolgere attività di culto solo in chiesa, negli orari fissati dal governo. Ogni altro luogo è considerato un ‘luogo illegale’ e chi infrange tali regolamenti sarà soggetto a prigione, multe, esproprio dell’edificio che ospita l’attività religiosa illegale. Perfino le abitazioni private sono considerate ormai ‘luogo illegale di culto’: nelle case private è vietata ogni conversazione religiosa o preghiera, sotto minaccia di arresto. I fedeli possono pregare solo in chiesa, al servizio domenicale.

All’entrata di tutte le chiese deve essere esposto il cartello che annuncia che l’edificio è ‘vietato ai minori di 18 anni’ perché a bambini e giovani è proibito partecipare ai riti religiosi.

Va notato che le chiese di cui si parla non sono edifici illegali, ma chiese registrate ufficialmente. Il punto è che la ‘sinicizzazione’ (cioè l’attività da parte del governo finalizzata al completo controllo di ogni fede religiosa da parte del Partito cinese, ndr) implica la sottomissione al Partito comunista cinese, che deve agire come ‘guida attiva’ delle religioni, da cui dipende la loro vita o la loro morte, ogni costruzione e ogni distruzione.

Il controllo spietato e asfissiante del Partito sulle religioni è spiegabile solo con la paura. E’ ormai esperienza di tutti in Cina – confermata da diversi sociologi – che il Paese assiste a una rinascita religiosa impressionante, fino a calcolare che oltre l’80% della popolazione ha qualche credenza spirituale e che almeno un quinto dei membri del Partito aderisce in segreto a qualche religione. Tutto questo lascia prevedere un maggiore controllo e persecuzione in futuro. ‘Sono molto triste – dice ad AsiaNews un fedele di Urumqi – che il Vaticano scenda a patti con questo governo. In questo modo esso si fa complice di chi vuole il nostro annientamento’”.

Questo il quadro della vita in Cina per un cattolico tratteggiato da AsiaNews. Non è certamente confortante. Per questo il card. Zen, vescovo emerito di Hong Kong, è molto critico riguardo l’accordo Vaticano-Cina che le voci danno per imminente.

Riporto alcuni stralci di quanto il card. Zen scrive a tal proposito sul suo blog tradottto da Magister (qui):

“Papa Francesco non ha mai avuto delle conoscenze dirette del partito comunista cinese e per giunta è male informato dalle persone che ha attorno. Queste persone vogliono far compromessi senza limiti, sono già disposti ad arrendersi completamente. Sulla base di quanto detto da papa Francesco al sottoscritto e all’arcivescovo Hon, egli non conosceva i dettagli del loro progetto. Qualora egli firmasse l’accordo da loro voluto, noi potremo soltanto accettarlo, senza protestare.

L’elezione ‘democratica’ (di ogni nuovo vescovo) e poi la sua nomina da parte della illegittima conferenza episcopale cinese significano che sarà il governo a scegliere il vescovo. Quindi l’ultima parola riservata al papa non potrà salvare la sua funzione; la formalità di mantenere l’autorità pontificia nasconderà il fatto che si sarà consegnata la reale autorità di nominare i vescovi nelle mani di un governo ateo.

Perché le autorità governative hanno tollerato attività religiose clandestine per così lungo tempo, ma ora vogliono applicare strettamente la legge (che riduce fortemente la libertà, ndr)? Perché la stessa Santa Sede (con questo accordo, ndr) sta aiutando le autorità di governo a far così. Come dire che chi non segue l’ordine del governo di obbedire alle Chiese ufficiali non segue neppure il papa.”

In sostanza, dopo questo accordo, si teme che il cristiano che che continuasse a comportarsi come cristiano della Chiesa sotterranea, ad esempio a celebrare o partecipare alla messa in casa, risulterebbe “disubbidiente” non solo nei confronti del governo cinese ma anche verso il papa.