Legge ingiusta e male minore

Rilancio a beneficio dei lettori di questo blog una interessantissima intervista fatta dal prof. Stefano Fontana a Tommaso Scandroglio sul suo ultimo libro intitolato “Legge ingiusta e male minore”. L’intervista è apparsa sull’Osservatorio Van Thuan.

 

Legge Ingiusta e Male Minore libro di Scandroglio

 

GPII avrebbe voluto esplicitare meglio il n. 73 della “Evangelium vitae”

Intervista a Tommaso Scandroglio sulla lotta alle leggi ingiuste

di Stefano Fontana

 

Ringrazio Tommaso Scandroglio di questa ampia e importante intervista su un tema di cui è esperto di livello mondiale: la lotta alle leggi ingiuste. L’ho raggiunto con alcune domande a seguito della recentissima uscita del suo libro “Legge ingiusta e male minore” (Phronesis Editore 2020 acquistabile qui ). Il nostro colloquio, come il lettore potrà vedere, tocca molti temi scottanti circa la posizione dei cattolici e della Chiesa su un tema vivo ed attuale di teologia morale e di impegno politico. Ricordo che ho fatto riferimento a due punti importanti del libro di Scandroglio in due brevi articoli pubblicati nel mio blog su La Nuova Bussola Quotidiana (vedi QUI  e  QUI ).

Ricordo infine che il nostro Osservatorio si interessa da tempo al tema della lotta alle leggi ingiuste, a cui abbiamo dedicato il Quinto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo (2013) dal titolo “La crisi giuridica ovvero l’ingiustizia legale” e il fascicolo 3 (2015) del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” dal titolo “La lotta contro le leggi ingiuste su vita e famiglia”. Per ambedue rimando al nostro sito

 

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Professor Scandroglio, il primo capitolo del suo libro è dedicato a precisare con san Tommaso d’Aquino il concetto di legge naturale e i suoi rapporti con l’azione morale. Però l’impostazione metafisica del realismo tomista oggi è considerata superata sia da parte delle principali correnti di filosofia giuridica sia da parte della teologia morale cattolica. Questo rende il suo libro “inattuale”?

La verità può essere anche inattuale, ma rimane verità. Se, ad esempio, battersi contro l’aborto può apparire oggi anacronistico, ciò non toglie che l’aborto rimanga un assassinio. Ampliando il discorso, l’unica impostazione corretta, perché vera, della morale è quella di impronta metafisica, propria del personalismo ontologicamente fondato, perché la persona è costituita da un principio materiale (il suo corpo) ed uno meta-fisico (la sua anima). Dunque prima del giudizio morale occorre domandarsi chi è l’uomo, ossia come è “fatto” per scoprirne le sue reali esigenze. Dato che possiamo provare con l’uso della ragione che la persona è sinolo di materia e forma, ossia unione strettissima di un principio corporeo e di uno spirituale, va da sé che le azioni buone saranno quelle conformi alle esigenze materiali e soprattutto spirituali dell’uomo. Oggi si rigetta la metafisica anche in morale perché si considera la persona solo nel suo profilo fisico, si intende l’uomo come un centro di esigenze unicamente materiali. Lo sguardo sull’uomo – quindi il piano gnoseologico – condiziona l’etica. Pensare ad un uomo senza anima conduce ad una morale immanente, utilitarista e proporzionalista, mandando in soffitta la metafisica.

Il suo testo riguarda sia il diritto che la morale. La teologia morale cattolica oggi dà molta importanza alle “circostanze”. L’esortazione apostolica Amoris Laetitia sembra trasformarle addirittura in “eccezioni” alla norma. Le circostanze, intese come la storia e la situazione particolare di una persona o di una coppia, possono mutare la forma morale dell’azione e il discernimento personale può concludere che quelle circostanze sono addirittura  luogo di grazia. Può spiegarci, in breve, la corretta interpretazione del ruolo delle circostanze nell’azione morale? Sono solo accidentali o possono cambiare, in bene o in male, l’azione morale?

La qualificazione morale di un atto si deduce dal fine prossimo ricercato che informa l’azione materiale. Incidere con una lama tagliente la pelle di una persona è azione buona o azione malvagia? Dipende dal fine prossimo ricercato dall’agente: incidere per curare è azione (in genere) buona, incidere perché si vuole uccidere una persona innocente è azione malvagia. Ma attenzione al seguente aspetto: ogni nostro fine è calato in una circostanza concreta. Insegna Tommaso D’Aquino che vi sono circostanze essenziali ed altre accidentali in ordine al fine, ossia circostanze che incidono sulla essenza, sul fine dell’atto mutandone la coloritura morale ed altre invece ininfluenti. Ad esempio la circostanza di voler uccidere un ingiusto aggressore o una persona innocente fa cambiare il fine dell’atto, ossia la sua natura. Nel primo caso avremo come fine dell’atto, come oggetto dell’azione, “difesa”, nel secondo caso “assassinio”: la specie morale della prima azione sarà buona, la seconda malvagia. La circostanza invece che vedeva l’ingiusto aggressore o la persona innocente vestiti di rosso, non cambia – in ipotesi – la natura dell’atto, ossia l’atto rimane “difesa” e “assassinio”. Oggi si assiste sempre più al tentativo di mutare la natura di atti intrinsecamente malvagi in atti buoni richiamando circostanze che sono ininfluenti. Se Tizio, divorziato, ha un rapporto sessuale con una donna con cui è sposato civilmente, il rapporto sessuale configura sul piano morale “adulterio”. È la circostanza che vede Tizio sposato che assegna la natura di adulterio a quel rapporto sessuale. Definita la natura morale dell’atto sessuale, nessuna ulteriore circostanza può cambiarne la natura. Nessuna buona intenzione, nessun progetto a due, nessun figlio nato da questa relazione potrà mai far mutare la natura del rapporto sessuale da adulterino a coniugale. Nessuna circostanza sarà dunque in grado di cambiare l’oggetto dell’azione. In questa prospettiva il divieto di compiere atti adulterini non tollera eccezioni. Trattasi di un assoluto morale, ossia di un’azione intrinsecamente malvagia che tale rimane al di là delle condizioni in cui è calato l’atto.

Nel suo libro lei dedica un significativo spazio ai mala in se. Fino alla Veritatis splendor di Giovanni Paolo II la dottrina morale cattolica riguardante le azioni intrinsecamente cattive era chiara. In seguito però essa è stata messa in questione dallo stesso magistero pontificio al punto che uno dei dubia dei quattro cardinali riguardava proprio questo punto. Secondo lei la morale cattolica può fare a meno di questa dottrina? È possibile e auspicabile una sua revisione?

La dottrina cattolica non può fare a meno dei mala in se semplicemente perché dovrebbe mentire sulla natura dell’uomo. Il fondamento della morale naturale è il seguente: comportati in modo adeguato alla dignità della persona, ossia scegli quelle azioni che sono conformi, proporzionate alla intrinseca preziosità della persona che è sempre elevatissima. Ora alcune azioni non sono mai conformi a tale preziosità: l’assassinio, la menzogna, il furto, la tortura, la fecondazione artificiale, la contraccezione tra coniugi, etc. Uccidere una persona innocente non è mai azione consona alla preziosità della persona dell’assassino e dell’assassinato. La persona innocente non si merita di essere uccisa e così non è degno di una persona voler compiere un assassinio. I doveri negativi assoluti, cioè i mala in se, sono dunque come degli scudi che vogliono proteggere la persona da atti non congrui, non conformi alla sua dignità. Non sono delle regole astratte, ma sono divieti che discendono dalla comprensione profonda della preziosità della persona che è una realtà data e quindi da riconoscere come tale.

Un capitolo del suo libro si intitola “le leggi ingiuste non sono norme imperfette”. A quanto capisco, il principio vale sia per la legge morale che per la legge giuridica. Questa sua affermazione mi sembra molto importante perché oggi si ritiene proprio il contrario e questo è uno dei principali mutamenti della teologia morale cattolica. Una legge che riconosca e disciplini una relazione omosessuale non è considerata ingiusta ma solo imperfetta, perché la relazione oggetto della legge è considerata non come un male ma come un bene imperfetto. Ma in questo modo non sparisce il concetto di male morale e di ingiustizia giuridica (nonché il concetto di peccato in ambito religioso)?

Esattamente. Il concetto di imperfezione è applicabile solo alla gradazione che parte dal bene, passa dal meglio e approda all’ottimo. Solo l’azione buona è perfettibile, non quella malvagia. Una legge che concede sgravi fiscali per le famiglie numerose, al netto di altre circostanze che qui tralasciamo, è di per sé una legge astrattamente buona. Sicuramente perfettibile: se possibile, si potrebbero trovare più fondi, si potrebbero allargare il bacino di possibili beneficiari di questi sgravi, etc. Di contro una norma che legittima le unioni omosessuali è una legge intrinsecamente malvagia. Può essere più o meno malvagia, ma non è perfettibile e dunque non è una norma imperfetta: è semplicemente una norma ingiusta. Di fronte a norme come queste, se non si possono abrogare, è lecito intervenire per limitarne la portata negativa, ma tale intervento non configura un atto perfettivo – predicabile solo in relazione a norme giuste – bensì limitativo del male.

Nel suo libro lei esamina nello specifico i vari possibili atteggiamenti verso le leggi ingiuste, considerando criticamente soprattutto il criterio (sbagliato) del perseguimento del male minore. Di fatto abbiamo assistito ad una applicazione sistematica di questo concetto da parte dei parlamentari cattolici. Come spiega questo fenomeno così persistente, massiccio e con rarissime eccezioni, di fronte anche a leggi che con grande evidenza contraddicono la legge morale naturale?

Credo che la motivazione sia almeno duplice. In primo luogo la pessima formazione in filosofia morale. Votare una legge ingiusta è un male morale. Può essere una legge meno ingiusta di un’altra e quindi votarla sarebbe scegliere un male minore.  Ma non si può scegliere un male minore per un semplice motivo: mai si può compiere il male. Poco importa che sia minore di un altro: mai è lecito compiere il male, proprio perché il male, come accennato sopra, è ciò che non è conforme alla dignità della persona. Per ipotesi potrebbe accadere che votare questa legge meno ingiusta di un’altra provocherà meno danni rispetto alla legge più ingiusta che si vuole evitare che venga varata, ma l’uomo è sempre chiamato a compiere il bene, non sempre ad ottenere l’utile. Se l’utile deriva da un’azione malvagia, seppur piccolissima, noi abbiamo il dovere morale di astenerci da quella azione. Paolo VI nell’Humanae vitae scriveva: «non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali» (14). Ecco, questo semplice principio della legge naturale è assolutamente ignorato da molti cattolici, politici compresi, che hanno invece esaltato, anche esplicitamente, il principio del compromesso. Si tratta di una, tra le moltissime, lacune di carattere formativo presenti nei nostri rappresentanti in Parlamento e al governo, anche di estrazione cattolica.

La seconda ragione per cui molti politici cattolici o sedicenti tali si sono votati alla scuola del male minore, può essere rinvenuta in un errore di strategia. Mancando anche di una visione soprannaturale della storia, credono che le leggi sull’aborto, sul divorzio, sull’eutanasia, sulla fecondazione artificiale, sulle unioni civili siano imperiture, non abrogabili e non irriformabili. Non vogliamo ovviamente qui affermare che ciò avverrà dall’oggi al domani: occorre un impegno culturale che durerà decenni per invertire la rotta, ma ciò è possibile. Le recenti esperienze giuridiche di alcuni Stati lo confermano. Ora chi pensa di aver perso la partita per sempre, cerca di salvare il salvabile. Farebbe di tutto per portarsi a casa anche un solo punticino. Dunque non va molto per il sottile questionando su mali morali e beni possibili, su natura dell’azione e fini prossimi. Se per evitare i “matrimoni” omosessuali devo votare le unioni civili ecco che le voterò. Ma, anche al netto della valutazione morale e concentrando il nostro focus solo sul principio di opportunità o di efficacia – che sono comunque principi morali – questa strategia è perdente e la storia lo ha dimostrato ampiamente. Difendere la 194 per evitare le pillole abortive ci ha regalato l’aborto cosiddetto farmacologico. Votare e difendere la legge 40 sulla fecondazione artificiale per evitare l’eterologa, l’accesso a queste tecniche di coppie fertili ed altro, ci ha regalato proprio questi danni che volevamo evitare. Votare la legge Cirinnà per evitare l’omogenitorialità ha regalato ai magistrati la sponda ideale per introdurre proprio l’omogenitorilità. E gli esempi potrebbero continuare all’infinto. Perché è accaduto tutto questo? Perché accettate le premesse – sì all’aborto, sì alla reificazione del nascituro, sì alla legittimazione delle coppie omosessuali – si spalancano necessariamente le porte anche alle conclusioni contenute implicitamente nelle premesse. Accettata la ratio di una norma non si possono poi fermare quelle conseguenze giuridiche che discendono logicamente da quella stessa ratio. Accolto il male minore presto giungerà quello maggiore, semplicemente perché come il minore anche il maggiore è un male.

Lei è un profondo conoscitore di John Finnis, autorevolissimo filosofo del diritto che si rifà a san Tommaso. Su di lui ha anche pubblicato dei testi specifici [La legge naturale di John Finnis, Editori Riuniti, Roma 2008; La teoria neoclassica sulla legge naturale di Germain Grisez e John Finnis, Giappichelli, Torino, 2012. Sul tema della lotta alla legge ingiusta lei concorda con Finnis?

No. Finnis, sicuramente in buona fede, erra (così come spesso erra nella interpretazione di Tommaso). La questione è tecnica e rimando al libro per un approfondimento. Molto in sintesi il ragionamento di Finnis e di moltissimi altri autori di estrazione cattolica è il seguente: voto la legge ingiusta al fine di limitare i danni e non al fine di approvare l’iniquità contenuta nella legge. Gli effetti negativi prodotti dal voto a favore sarebbero solo effetti collaterali non voluti. Ma in realtà si compie un’azione malvagia – il voto ad una legge ingiusta – per un fine buono – limitare i danni. E mai è lecito compiere un male anche a fin di bene. Il percorso argomentativo del saggio mira sostanzialmente a validare la seguente tesi: votare a favore significa approvare, al di là delle intenzioni buone di chi vota a favore. Parimenti chi uccide una persona innocente per testare delle cure compie un assassinio per un fine buono. Costui non può informare l’azione materiale dell’uccisione dell’innocente con il fine prossimo “curare”, perché in realtà, anche se per ipotesi non ne è consapevole, il fine prossimo da lui scelto è oggettivamente “assassinio”. Dunque votare a favore significa dal punto di vista morale approvare – è addirittura tautologico sottolinearlo. In modo più analitico dovremmo dire che l’atto materiale di premere un pulsante o di alzare la mano è informato oggettivamente dal fine “approvare” – perché è questo il significato giuridico convenzionale assegnato a tali azioni e dunque il significato morale (trattasi di condizione che incide sulla essenza dell’atto) – e non può essere sostituito da nessun altro fine, come “limitare i danni”. Questo semmai sarà un fine secondo. In estrema sintesi, Finnis e molti altri individuano nella limitazione del danno di una legge ingiusta il fine prossimo che informa l’atto materiale del votare a favore e qualificano gli effetti negativi prodotti dal voto a favore come effetti meramente tollerati e non voluti; il sottoscritto, di contro, individua l’approvazione degli effetti negativi come fine prossimo che informa l’atto materiale del voto a favore e la limitazione dei danni come fine remoto.

Di grande interesse nel suo libro è la parte dedicata al paragrafo 73 della Evangelium vitae. Un paragrafo scabroso e famoso, diversamente interpretato e citato da molti a sostegno di interventi legislativi di presunta riduzione del danno che lei invece considera incompatibili con esso. Il cuore della sua analisi mi sembra essere che interventi migliorativi di una legge ingiusta che in una certa situazione non è possibile abolire e condotti nel senso di limitarne i danni non possono comportare l’approvazione di un male nemmeno minore. Mi permetta di chiederle a questo proposito: ma questo non è stato di fatto mai insegnato da chi avrebbe dovuto farlo. Se le cose non vengono insegnate e chiarite come aspettarsi poi che vengano seguite ed applicate? 

Prima di rispondere alla sua domanda mi permetta di sottolineare un particolare snodo concettuale. Limitare i danni è un fine buono, ma tale fine deve essere soddisfatto per il tramite di un atto parimenti buono. Io potrei uccidere una persona innocente per evitare che periscano altre 100: limiterei sicuramente i danni ma attraverso un atto malvagio. E dunque, bene limitare i danni di una legge ingiusta quando è impossibile abrogarla o impedirne il varo, ma la limitazione del danno deve avvenire scegliendo un atto eticamente buono (nel mio testo indico concretamente molte soluzioni eticamente valide per limitare i danni) e votare una legge ingiusta, seppur meno ingiusta di un’altra, non è un atto buono. Ora tutti questi passaggi argomentativi sono impliciti nel n. 73 dell’EV, perché portato dottrinale cattolico di carattere morale dato per assodato. Però a seguito di molte manipolazioni di questo numero forse sarebbe stato bene esplicitare in modo più chiaro il senso di tale paragrafo. Questa era infatti l’intenzione di Giovanni Paolo II. Il compianto cardinal Elio Sgreccia, che fu presidente della Pontificia Accademia per la Vita regnante Giovanni Paolo II e che, così pare, insieme al cardinal Tettamanzi ebbe un certo ruolo nella estensione dell’Evangelium vitae, in un colloquio privato a casa sua mi raccontò che il Santo Padre avrebbe voluto esplicitare ancor meglio il numero 73. Non lo fece, così mi rivelò, per non entrare in rotta di collisione con la Conferenza episcopale polacca che solo due anni prima aveva dato il proprio appoggio a una nuova legge sull’aborto perché più restrittiva di quella precedente, varata nel 1956. Avendo io consultato, almeno credo, tutta la letteratura mondiale sul tema del voto ad una legge ingiusta al fine di limitarne i danni – produzione letteraria per la gran parte proveniente da ambiente cattolico –  posso affermare che la stragrande maggioranza degli autori, spesso assai ortodossi su altre tematiche, è in definitiva favorevole nel votare una legge ingiusta per evitarne un’altra peggiore che sta per essere approvata o per riformare in meglio una già vigente oppure per limitare le condotte inique già presenti nella società e non ancora disciplinate dalle norme giuridiche (è il famigerato caso della legge 40 sulla fecondazione extracorporea). Dunque, e veniamo alla sua domanda, non stupisce che la tesi sostenuta nel mio saggio non venga insegnata, né divulgata anche perché, oggettivamente, il percorso per giungere alle conclusioni che qui ha indicato in modo molto sintetico è assai accidentato e ricco di insidie.

 




Oltre DPCM, FAQ e utopie costituzionali: l’eterno ritorno del diritto naturale

Lo stato di emergenza ha evidenziato tutta la crisi di un sistema giuridico fondato sulle utopie, tant’è che diritti e libertà che si pensava non potessero essere mai violate, sono state di fatto cancellate con pochi tratti di penna. Questo chiama il vero Giurista ad interrogarsi sulle cause profonde di una crisi annunciata, ad ergersi quale ultimo baluardo in difesa della Civiltà attraverso l’unica strada percorribile, quella di un realismo giuridico fondato sulla verità, rilanciando l’eterno ritorno del Diritto naturale, che essendo basato sull’essere, sempre risorge soprattutto nei momenti più oscuri.

 

Giuseppe Conte

 

 

di Luca De Netto

 

Ci sono voluti quasi due mesi, ma finalmente anche il mondo del diritto sembra essersi svegliato dal torpore in cui era precipitato stante l’emergenza COVID-19.

Invero, pochissime voci si sono sollevate, al momento dell’ormai famoso lockdown dichiarato urbi et orbi dal Presidente del Consiglio dei Ministri, al fine di sollevare criticità, irrazionalità e illegittimità dei provvedimenti adottati.

Sicché oggi entrare nel dibattito che sembra vertere sul ruolo giuridico delle c.d. FAQ o sulla costituzionalità dei DPCM nulla aggiungerebbe a quanto è stato già detto. Soprattutto se determinate osservazioni erano già state anticipate.

Piuttosto ciò che deve essere sottolineato è il precedente che si è manifestato in maniera palese, e che comporta tutta una serie di conseguenze per il sistema del nostro ordinamento.

Che si voglia oggi mettere la “toppa” riportando tutto nell’alveo della Costituzione, non cambia nulla: domani, qualsiasi supposto, reale, ipotetico “stato di emergenza”, consentirà a qualsiasi governo, di qualunque colore politico, di annullare con una conferenza stampa a reti unificate tutte le libertà costituzionali.

Con tanto di controlli e sanzioni da parte delle forze dell’ordine.

Questo fatto, dimostra tutta la profonda crisi del c.d. costituzionalismo, ossia l’idea che basti una Costituzione, ossia una legge scritta e formale, quand’anche nella sua dimensione “materiale”, a tutelare i cittadini nei loro diritti e alla tenuta di un ordine che si suppone pluralista e popolare.

Già Carl Schmitt, in polemica con Hans Kelsen, aveva sottolineato che alla fine è sovrano chi decide nello stato di eccezione. E non è certo la norma positiva a porre limiti al sovrano né a decidere i contorni dell’eccezionalità.

Carl Schmitt, giurista

Carl Schmitt, giurista

Tanto è vero che lo “stato di emergenza” – ossia lo schmittiano stato di eccezione – , si è instaurato estendendo oltre ogni limite un mero regolamento di protezione civile, fino a sovvertire di fatto persino i principi fondamentali della Carta.

E se è vero che l’operatore pratico del diritto possa e debba ergersi a difesa del cittadino sanzionato o occuparsi di risarcimenti, il Giurista deve svolgere un ruolo molto più ampio, ossia essere l’ultimo baluardo a difesa di un ordine oggettivo su cui nemmeno il potere pubblico può agire.

Il Giurista, cioè, deve riprendere quel ruolo che per secoli lo ha contraddistinto, essere il Sacerdote che tratta le cose sante, secondo la nota espressione di Ulpiano poi ripresa dai Re normanni e tenuta presente per tutto l’ordine giuridico medievale, dove Teologia e Diritto viaggiavano di pari passo ed erano al vertice dell’assetto sociale: “Giustamente qualcuno ci ha chiamati Sacerdoti; noi invero coltiviamo la Giustizia, insegniamo la conoscenza del bene e del giusto, distinguiamo il giusto dall’ingiusto, il lecito dall’illecito; noi vogliamo rendere buoni gli uomini e aspiriamo alla vera saggezza di vita”.

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Del resto, che il costituzionalismo non possa rappresentare una barriera efficace, è dato oggettivo: si pensi allo stravolgimento completo della nostra Costituzione operata dal diritto europeo, per molti aspetti completamente incompatibile, soprattutto per ciò che concerne i rapporti economico-sociali, con il modello tratteggiato dai “padri costituenti”. Che, in una Repubblica che si dichiara fondata sul lavoro, non è certo questione di poco conto.

Per Miguel Ayuso il costituzionalismo, da qualsiasi punto di vista lo si voglia osservare, resta comunque irrealistico perché caratterizzato da utopia e non fondato sulla realtà ontologica: esso rappresenta infatti il tentativo di modificare la natura della società e talvolta della stessa giuridicità.

Ad autori del calibro di Danilo Castellano si deve, ancora, proprio la sottolineatura dei limiti del costituzionalismo, che, fondandosi su una visione pessimistica – e quindi ideologica e non veritiera – della natura umana, ha impedito ed impedisce di chiedere il rispetto del vero Diritto. La Costituzione, del resto, consente soltanto una razionalizzazione del potere, può garantire una transizione pacifica, può fornire garanzie al potere. Ma non offre garanzie né per difendersi dal potere, né per chiedere e pretendere che l’esercizio del potere politico avvenga nel rispetto della verità e della Giustizia.

Danilo Castellano, giurista

Danilo Castellano, giurista

Se guardiamo ai contributi emersi in sede europea in un periodo particolarmente turbolento, ci rendiamo conto di come l’esperienza dei totalitarismi avesse trasmesso a grandi intelligenze del ‘900 l’esigenza di individuare argini ben più ampi di una Costituzione.

Per Ernst Junger, fine intellettuale tedesco, cantore della Libertà sin da partecipare all’attentato ad Hitler, il problema di una dittatura, di qualsiasi natura, non è stato risolto con la caduta del nazismo, ed anzi una tirannia si fa altamente probabile anche nelle democrazie parlamentari: “Nella nostra epoca, ogni giorno può portare alla ribalta sistemi inauditi di coercizione, di schiavitù e di sterminio, diretti contro alcune categorie sociali o estesi a interi territori. La legalità è invece rappresentata dalla resistenza, in quanto essa rivendica i diritti fondamentali del cittadino, che sono garantiti, nella migliore delle ipotesi, dalla Costituzione, anche se spetta al singolo metterli in atto. Esistono metodi efficaci a questo scopo, e chiunque si trovi sotto tiro deve essere preparato ed esercitato a farne uso. (…) È già importantissimo che chiunque sia minacciato sia abituato a pensare che la resistenza comunque è possibile: solo in seguito una infima minoranza che avrà fatta sua questa idea sarà in grado di abbattere il colosso“.

E, lo stesso Junger, arriva a chiosare che “Lunghi periodi di pace favoriscono l’insorgere di alcune illusioni ottiche. Tra queste la convinzione che l’inviolabilità del domicilio si fondi sulla Costituzione, che di essa si farebbe garante. In realtà l’inviolabilità del domicilio si fonda sul capofamiglia che, attorniato dai suoi figli, si presenta sulla soglia di casa brandendo la scure.”.

Ma tale concezione si fonda sulla libertà del singolo, che non è affatto risolutiva. Manca infatti della fondamentale dimensione sociale che caratterizza la natura umana, tant’è che lo stesso Junger, influenzato da Stirner, è costretto poi ad abbracciare la prospettiva dell’Anarca, cioè di colui che norma sé stesso a prescindere dal potere pubblico. Ma soprattutto a prescindere dalla socialità naturale.

Carl Schmitt, invece, cerca di risolvere la questione utilizzando le categorie di “legalità” e “legittimità”, sostenendo, in buona sostanza, che assorbendosi la legittimità nella legalità, come avviene ovunque domini il positivismo giuridico, il rischio che un governo faccia precipitare nell’illegalità chiunque vi si opponga è sempre in agguato, anche nelle democrazie parlamentari. Sicché, quando tra le istituzioni parlamentari e governative si crea uno iato profondo con le esigenze ed il sentire popolare, è pienamente legittima un’azione politica di un “terzo estraneo” che ripristini e risolva de facto il problema, sebbene tale intervento sia illegale o addirittura anti-costituzionale.

Tant’è che è noto che lo stesso Schmitt, nel caso di specie, auspicasse, per il bene del popolo, l’intervento dell’esercito guidato dalla saggia guida del Presidente della Reich. Sebbene il rischio di tale opzione sia evidente, comunque il problema posto dal grande giurista tedesco rappresenta uno spaccato di ogni realtà politica pienamente legale, ma carente di legittimità, come avviene assecondando le utopie di Kelsen e dei costrutti giuspositivisti.

Ricordiamo infatti che per Hans Kelsen il giurista deve limitarsi all’osservazione, allo studio e all’applicazione del solo diritto positivo, il quale di per sé non è giusto né ingiusto, ma semplicemente è quello che è stato prodotto secondo la procedura stabilita dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato. Sicché anche norme palesemente ingiuste, si mantengono giuridiche, perché nessun giudizio di valore può essere mai posto. Dal che discende che anche uno stato totalitario con leggi liberticide ed anti-umane, avendo tutti i crismi della legalità, richiede il rispetto delle norme che pone.

Ernst Junger

Ernst Junger

In verità, anche nell’Italia post-bellica, in sede di assemblea costituente, qualche voce cercò di rafforzare il debole argine del costituzionalismo, che, volenti o nolenti, recepisce molto del pensiero di Kelsen. Si provò così a codificare quello che all’apparenza poteva sembrare l’antico diritto di resistenza.

A Giuseppe Dossetti si deve, ad esempio, l’inserimento del comma 2° a quello che poi sarebbe diventato l’attuale art. 54: “Quando i pubblici poteri violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino”.

In realtà, la visione di Dossetti non riprendeva affatto la tradizione più antica: anzi, ponendo una frattura tra passato e futuro, dove la Costituzione rappresentava l’eterno presente di riferimento per un domani da costruire edificando la nuova società italiana, finiva per indicare nella Repubblica, il soggetto che conferiva e determinava i diritti. Sicché l’unico diritto vigente finiva per essere quello ingessato negli schemi costituzionali.

In sede di discussione, tale comma relativo al “diritto di resistenza”, pur vedendo favorevole nel contenuto “ideale” la stragrande maggioranza delle forze politiche, fu soppresso per ragioni di opportunità politica, non tanto per contrarietà al merito.

Costantino Mortati rilevò, infatti, che, qualora si considerasse il diritto di resistenza come esercitabile nei confronti di singoli atti del potere esecutivo, allora “è possibile che la legge stabilisca il diritto di resistenza individuale senza bisogno di una norma costituzionale”; mentre nel caso in cui il diritto di resistenza venisse riferito come diretto contro le supreme cariche istituzionali, sarebbe stato sufficiente il meccanismo di tutela previsto dalla Costituzione.

Va detto che il diritto di resistenza è attualmente sancito in circa trenta costituzioni del mondo, ma resta sempre il problema di fondo, ossia l’evidente pecca del costituzionalismo che, come ogni impostazione che abbraccia il normativismo, cade nell’irrealtà.

Un tentativo differente è stato posto in essere da altri Autori, che, consci dei limiti del costituzionalismo, hanno provato a recuperare sia la dimensione fattuale del diritto, che il richiamo, ex art. 2 Cost., a quei diritti inviolabili che la nostra Costituzione riconosce.

Utilizzando quel termine, si dice, è evidente che nemmeno una legge costituzionale possa cassare quei diritti che la Carta non fonda, ma, appunto, riconosce come pre-esistenti.

Ragionamento pregevole e tentavo degno di lode. Ma di nessuna valenza concreta considerando che tali supposti diritti sarebbero i famosi diritti dell’uomo, sulla cui critica e portata effettiva si rimanda in altra sede. Basti qui citare Antonio Rosmini, secondo cui, l’unico diritto che possa dirsi veramente umano, è il diritto che ha l’uomo al vero bene, diritto che non è contemplato dall’ideologia del diritti umani, che finiscono, con la pretesa di liberazione, per incarnare l’evizione del diritto e della stessa giuridicità.

Ma nemmeno la sottolineatura della dimensione fattuale risolve il problema: pur avendo il pregio di recuperare il pluralismo giuridico e la dimensione sociale del diritto, sottraendo il fenomeno giuridico all’assolutismo normativo dello stato moderno, pecca di carenza di giustificazione. Se infatti è il puro fatto che fonda la norma, allora anche un’organizzazione criminale, esistendo di fatto tramite affiliati, disciplina e gerarchie, dovrebbe ricevere tutela giuridica.

E’ nota e pienamente condivisibile, in proposito, la critica di Francesco Olgiati, il quale spiega il problema con una famosa battuta: sull’esempio di Caligola, le forze politiche possono arrivare a far nominare senatori dei cavalli, ma tale fatto, non cambia la realtà che il cavallo resti un cavallo, nonostante la veste “giuridica”. Semmai, ironizza il co-fondatore dell’Università Cattolica, bisognerebbe chiedersi se i colleghi senatori, plaudendo tale scelta, siano rimasti uomini o diventati bestie anch’essi…

Altro tentativo degno di nota fu quello di Giorgio La Pira, che, influenzato da Maritain e da Mounier, cercò di identificare il “personalismo” quale cardine della Costituzione e della Repubblica. Il problema, è che per il personalismo, la persona è tutto, mai parte, ed ogni realtà tra cui anche lo Stato, esiste soltanto affinché la persona raggiunga il suo bene proprio. Sicché, come ben spiega Guido Sojae Ramos, si nega alla radice il primato del bene comune, che non è dato dalla somma del bene proprio, e si può giungere agli esiti dello stato totalitario, dove lo stato è concepito in senso personalistico: la ricomparsa del grande Leviatano.

Giorgio La Pira

Giorgio La Pira

La soluzione al dilemma, ci viene, come sempre dall’osservazione della Realtà. Ossia dal ritorno all’essere delle cose, e, quindi, dal ritorno all’essere più autentico del Diritto. Che, pur potendo sembrare un gioco di parole, è proprio un Diritto fondato sull’essere, ossia l’imperituro diritto naturale. Distorto, accantonato, nascosto, vilipeso, rinasceva come l’araba fenice sulle ceneri del secondo conflitto mondiale, in un momento storico in cui si avvertì forte, soprattutto in Europa, l’esigenza di superare la concezione giuridica della Modernità.

Moltissimi Autori si impegnarono in tal senso, ma prevalse, purtroppo, la vecchia linea liberale che assumeva la libertà come indifferenza garantita dall’ordinamento giuridico positivo. Ma lungo tale strada, la libertà, fondata sull’individuo astratto e non sulla vera natura umana, si trasforma in licenza, e il diritto in mera regola, in norma, da cui la Giustizia è completamente assente.

Un ormai anziano Francesco Carnelutti, ricorda infatti come accettando questa prospettiva, si ha la perdita di verità del diritto. Ossia la perdita del diritto, che senza verità si fa sopruso e talvolta violenza. Ecco che dunque è necessario ammettere senza esitazione alcuna che non possa esistere un Diritto senza verità, salvo a precipitare nel nichilismo giuridico.

E questo ci pone davanti alla prima vera grande questione, ossia che la verità esista e che sia, almeno parzialmente conoscibile. Del resto, chi negasse ciò, entrerebbe in contraddizione.

Il fatto è che se ci si cristallizza sull’assurda idea cara ai positivisti secondo cui il diritto ha fonti, si perde l’essenziale, ossia che il diritto ha piuttosto un fondamento, che è la Giustizia. Tanto è vero che anche il nostro codice civile non crea diritto attraverso norme, ma semplicemente regolamenta, avendo dovuto il Legislatore accettare la natura delle cose, di cui la giustizia è criterio.

Nonostante il pregiudizio del normativismo e del costituzionalismo, il diritto naturale non solo ha intriso con più o meno valenza e forza gli ordinamenti degli Stati, ma è destinato a tornare sempre, soprattutto nei momenti più critici, perché è fondato sull’essere. Ed esso solo garantisce la vera libertà, imponendo di scegliere tra bene e male, tra giusto ed ingiusto, tra alternative che si pongono dinanzi all’uomo inteso nella sua complessità e nella sua naturale relazionalità.

Essendo tracciato sulla concordanza tra i fini esistenziali del nostro essere uomini – tra cui soprattutto conoscere la verità che ci trascende – e la nostra condotta – fare il giusto, evitare l’ingiusto, a ciascuno il suo -, il diritto naturale permette di perseguire davvero il bene comune perché è bene comune e tutti gli uomini.

Inoltre, sottolineando l’origine naturale della comunità politica organizzata, in virtù della natura sociale dell’essere umano, si erge a difesa del vero pluralismo degli ordinamenti, nonché di ogni smembramento artificiale delle relazioni umane, ma al tempo stesso a barriera invalicabile dal potere, a prescindere da ogni legalismo e da ogni formalismo.

Sicché, mentre il sistema kelseniano rinchiude il giurista nella gabbia predisposta dal potere, e, di fatto, ne fa un esecutore della volontà di chi ha scritto le norme, il diritto naturale,  fondando la sua forza sull’essere, ridona al Giurista il ruolo suo proprio, ossia di custode della Giustizia, di tutore della vita, di difensore della libertà vera, e di garante del Bene Comune che nessun potere può mai travalicare.

E siccome il diritto naturale, a differenza del normativismo che è fondato sul dover essere, si fonda sull’essere, possiede cioè una dimensione ontologica, giocoforza deve essere razionale, equo, ragionevole e quindi può essere rintracciato da ogni essere umano nelle scelte concrete utilizzando la retta ragione in funzione di ciò che è naturalmente giusto.

E infatti, ogni norma di diritto positivo è veramente tale, ossia è davvero giuridica e vincolante, soltanto se è razionale, ossia se rispetta l’uso corretto della ragione teleologicamente orientata al bene comune. Va da sé, che una norma positiva irrazionale, nel senso che leda il Bene Comune e non garantisca la giustizia, è antigiuridica. E, come tale, deve essere considerata tamquam non esset. Perché la giuridicità non scaturisce dal comando, ma da ciò che è giusto in sé e per sé.

Ad esempio, una norma che vietasse in via generale a tutte le famiglie di viaggiare nella stessa autovettura per spostarsi da una dimora ad un’altra al fine di godere di un paesaggio naturale e quindi del bello, o a tutti i cittadini di passeggiare solo per il piacere di meditare camminando, sarebbe una norma prettamente ingiusta ed irrazionale, che si scontra con il senso comune, e, pertanto anti-giuridica per il diritto naturale.

Non è un caso che il diritto positivo, nella specie quello amministrativo, abbia in un certo senso mutuato tale evidenza, sia pur restringendone molto la portata ed il senso, fino a limitarla spesso ad una sorta di “funzionalismo”: tra le figure sintomatiche dell’eccesso di potere, hanno infatti un ruolo centrale l’illogicità e l’irragionevolezza, tramite cui, proprio sottolineando l’iter logico-giuridico non rispettato, si evidenzia l’inopportunità della scelta del provvedimento adottato dai pubblici poteri in relazione al fine da raggiungere.

O, volendo fare un altro esempio, un divieto generale al culto religioso sarebbe incostituzionale se si assume tale divieto come lesione alla libertà dal punto di vista dei diritti soggettivi, mentre risulterebbe lesivo del Bene Comune – e quindi del dovere a cui sono tenuti i governanti – sul piano del diritto naturale, che considera l’uomo integralmente e facente parte in un ordine dato, sicché tale divieto lederebbe profondamente la natura umana e la sua essenza.

La differenza, pur potendo giungere astrattamente allo stesso risultato, è evidente: mentre i diritti soggettivi partendo dai soggetti possono essere limitati dal potere pubblico e richiedono comunque forme di tutela specifica, il diritto naturale, avendo natura oggettiva, e ponendo l’accento sul dovere, e sul senso di giustizia, non può mai essere castrato.

Ma la differenza è evidente parlando di “libertà”: per diritto naturale la libertà è la capacità di scelta che ogni uomo possiede per natura, non è realizzare la propria volontà. Sicché mentre quest’ultima può essere compressa, la libertà di scegliere tra giusto ed ingiusto, tra bene e male è insopprimibile salvo a voler danneggiare la stessa natura umana. Ne consegue che libertà e diritto (naturale) non sono affatto conflittuali: come ben sottolinea Danilo Castellano, “il diritto potenzia la libertà, e la libertà trova nel diritto la sua giustificazione. Essa infatti come libero arbitrio è un diritto naturale fondamentale ed inalienabile e come scelta del bene, in quanto cioè esercitata nel rispetto della giustizia, è realizzazione piena di sé stessa”.

E’ chiaro che non possa essere taciuta la fondamentale questione dell’obbedienza, che è adesione personale, razionale e libera, ad un comando che a sua volta deve essere razionale, intendendo con questo termine insidioso, quanto specificato. Le cose, per chiunque usi criticamente l’intelligenza secondo il senso comune, hanno un ordine intrinseco e quindi un valore che l’intelletto con crea, ma ritrova. Lo ricorda, senza scomodare i Classici, Giuseppe Bettiol nella sua opera dedicata al diritto penale in aperta polemica con la Scuola positiva, sottolineando che soltanto il realismo giuridico possa essere la chiave di volta su cui persino la regolamentazione dell’aspetto criminale deve reggersi affinché vi sia vera giustizia. Anche qui, per realismo deve intendersi il riconoscere che tutte le cose hanno uno statuto ontologico immodificabile, sui cui nemmeno il Legislatore può agire.

Sicché è evidente che torna con evidenza inconfutabile la questione antropologica: se si riconosce l’uomo come essere sociale dotato di ragione, non si può negare il diritto naturale.

Invece, considerando l’uomo – ed il cittadino – come un irresponsabile incapace di agire con rettitudine e di riconoscere l’ordine naturale, nel tipico pessimismo antropologico dello stato hobbesiano (che il costituzionalismo recepisce), le conseguenze sono quelle dell’evidenza che ci circonda in questi giorni.

*

Orbene, alla luce del quadro tinteggiato, emerge con chiarezza che anche il diritto di resistenza assume forme e valenza differente rispetto a quelle immaginate durante l’Assemblea Costituente. Se seguendo Giuseppe Dossetti, infatti, si finiva per ridurre il diritto naturale nelle maglie del diritto positivo, ancorché di rango costituzionale, con il risultato di  negare la stessa “naturalità” del diritto, precipitando così in un immanentismo di fondo, nemmeno la linea Costantino Mortati può essere seguita. Fondando infatti il “diritto di resistenza”, come riteneva Mortati (che non ha mai superato il problema del potere costituente e dell’ordinamento quale prodotto della volontà), sulla sovranità popolare, si dovrebbe accettare come vera quella che è soltanto una fictio iuris, un vero e proprio mito ideologico che si scontra con la realtà politica e sociale, dove, come ha ben dimostrato la c.d. scuola elitista, il potere è sempre esercitato e detenuto da una stretta oligarchia.

Né risolverebbe il problema anche se si ammettesse che davvero la sovranità popolare sia concretizzata nelle forme tipiche previste dalla Costituzione, perché semplicemente indicherebbe “una fonte del diritto di resistenza”, ma non il suo contenuto, e quindi il fondamento.

Invece, il diritto naturale, con il suo essere diritto razionale finalizzato al Bene Comune, essendo estrinsecazione della vera essenza dell’uomo che è in grado di utilizzare la retta ragione e di riconoscere la verità, delinea i confini e le forme del “diritto di resistenza”. Che non è altro il ripristino del Bene Comune e della Giustizia per mezzo dell’uso corretto della ragione e della libertà naturale avverso un dovere venuto meno da parte dei governanti.

Antonio Rosmini

Antonio Rosmini

E’ vero anche che parlare oggi di diritto naturale, come temeva Antonio Rosmini, si rischia il pregiudizio e la levata di scudi: pertanto egli suggeriva di utilizzare il termine diritto razionale. Ma come già detto, l’attributo “razionale” rischia equivoci interpretativi ben più grandi: si pensi, solo per fare un esempio, alla nota affermazione di Hegel.

Pertanto resta preferibile mantenere l’espressione “diritto naturale”. Distinguendo, però, lo stesso da quella forma di falso giusnaturalismo (quello c.d. “ateo” e contrattualista) che, ponendo l’uomo come misura e metro di tutte le cose, cade in un razionalismo cieco che nega la partecipazione alla lex aeterna, ma così facendo nega la verità. Né il problema viene risolto con i sistemi di diritto positivo che pongono quale riferimento la c.d. laicità in una supposta neutralità:  come ben dimostra ancora una volta Danilo Castellano, non può esserci neutralità negli ordinamenti, e la laicità aggrava i problemi, anziché risolverli. D’altronde, ogni sistema di potere politico – come ha sottolineato il già citato Carl Schmitt – si regge sulla scelta che opera tra concepire l’uomo sempre buono o l’uomo sempre cattivo, mentre per la constatazione veritiera e reale su cui si fonda il diritto naturale è che l’uomo, creato buono ma ferito nella sua natura, può scegliere liberamente di allontanarsi dal bene, compiendo dunque il male.

Certo, forse anche per questi motivi, gli avversari del diritto naturale sono molti, e ne negano l’esistenza.

Ma per negare l’esistenza del diritto naturale, dovrebbero, in via consequenziale, assumersi l’onere di provare a negare la natura umana e la sua essenza razionale e sociale e, perciò, di negare che l’uomo sia responsabilmente libero e quindi capace di scegliere.

Ma ciò, significherebbe negare anche totalmente l’esperienza giuridica e precipitare nel nichilismo, trasformando il diritto in mera esperienza e strumento di potere.

Un diritto senza verità e senza giustizia.

Papa Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI

Qui si comprende meglio il famoso discorso di Benedetto XVI al Bundestag, che richiamando proprio all’uso della ragione, poneva l’attenzione sul fatto che il diritto naturale fosse fondamentale per la Politica nella sua ricerca di ciò che è oggettivamente giusto ed evitare abusi e soprusi. Ma è lo stesso diritto naturale, in quanto naturalmente esistente, a ripresentarsi spontaneamente con maggior forza in ogni periodo di crisi.

Sta al Giurista con la G maiuscola, non certo al “praticone” delle leggi, ossia a chi si limita a conoscere a memoria il contenuto dei codici o che oggi è costretto a sguazzare tra FAQ e DPCM, cogliere la sfida e l’opportunità. Innalzandosi là dove osano solo le aquile. A difesa della Civiltà.

Perché, come ricorda Heinrich Rommen, il diritto naturale ritorna, e ritornerà sempre. Dopo la sua fine che alcuni avevano preconizzato, al vero Giurista, ai popoli e ai governanti, per rinascere  dalla crisi, non resta null’altro che ritornare proprio e sempre più al diritto naturale.

 

 

Luca De Netto, avvocato, è Presidente del Centro Studi Internazionale “EUROPAITALIA”

 




Mons. Crepaldi: senza la dimensione pubblica della fede, essa diventa una gnosi individuale

Riprendo l’intervento di mons. Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste, tenuto il 27 settembre 2018 presso Istituto Nicolò Rezzara a Vicenza.

Foto: mons. Giampaolo Crepaldi

Foto: mons. Giampaolo Crepaldi

 

  1. Dedico questo mio intervento ad una riflessione sulla centralità del tema della difesa della vita umana dal concepimento alla sua fine naturale per la Dottrina sociale della Chiesa e, in generale, per continuare a permettere che la religione cattolica abbia un ruolo pubblico, come deve necessariamente avere[1]. Ritengo importante situare la riflessione sulla difesa della vita dentro la Dottrina sociale della Chiesa, ossia dentro il rapporto della Chiesa con il mondo. Perché in questo consiste il ruolo pubblico della fede cattolica, che non parla solo all’interiorità delle persone, non è un viatico solo per i fedeli, non è un positivismo cattolico, ma esprime la Verità e, così facendo, parla a tutti gli uomini con il linguaggio di tutti gli uomini. Senza questa dimensione pubblica, la fede cattolica diventa una gnosi individuale, un culto non del Dio Vero ed Unico ma degli dèi, una setta che persegue obiettivi di rassicurazione psicologica rispetto alla paura di essere “gettati” nell’esistenza.

 

  1. Innanzitutto il tema della difesa della vita porta con sé il messaggio della natura. Ci dice che esiste una natura e, in particolare, una natura umana. Non ci sono altre motivazioni valide per chiedere il rispetto del diritto alla vita e, per contro, chi non lo rispetta è perché nega l’esistenza di una natura umana o la riduce ad una serie di fenomeni governati dalla necessità o caratterizzati dal caso. La vita, invece, ci riconduce alla natura orientata finalisticamente, come lingua, come codice[2], come vocazione. La nostra cultura ha perso l’idea di fine[3]. Ha cominciato a perderla quando Cartesio ha interpretato il mondo come una macchina e Dio come colui che ha dato un calcio al mondo, o forse anche prima. Oggi viviamo in una cultura post-naturale, come dimostra ampiamente il perversare dell’ideologia del gender[4], da vedersi come una cultura post-finalistica. Il principio di causalità, che nella filosofia classica, era connesso con quello di finalità, se ne è staccato. La realtà non esprime più un disegno ma solo una sequenza di cause materiali. Rilanciare una cultura della difesa della vita significa allora anche recuperare la cultura della natura così intesa e la cultura dei fini.

 

  1. Il concetto di natura porta con sé la dimensione dell’indisponibile. Se la natura è “discorso” e “parola”, essa esprime un senso che ci precede. Non siamo solo produttori di parole, siamo anche uditori della parola che promana dalle cose, dalla realtà, dalla sinfonia dell’essere. Ammettere la vita come dono inestimabile significa riconoscere che nella natura c’è una parola che ci viene incontro e che ci precede. Ogni nostro fare deve tener conto di qualcosa che viene prima: il ricevere precede il fare[5]. C’è qualcosa di stabile prima di ogni divenire. Negare la natura apre la porta culturale alla manipolazione della vita, perché viene meno la dimensione dell’accoglienza e della gratitudine. Non si è accoglienti e grati nei confronti di ciò che produciamo noi, ma solo di ciò che ci viene incontro e si manifesta come un dono di senso. Se questa dimensione viene meno a proposito della vita nascente si indebolirà anche in tutte le altre situazioni della vita e la società perderà inesorabilmente la dimensione della reciproca responsabilità, come afferma la Caritas in veritate al paragrafo 28[6].

 

  1. Se la natura è un discorso che ci interpella non ne è però il fondamento ultimo. La natura non dice mai solo se stessa. La vita nascente non dice mai solo se stessa. È discorso che rimanda ad un Autore. Anche nella persona umana nessun livello dice solo se stesso e non c’è nulla nell’uomo di esclusivamente materiale. Nessun livello della realtà è pienamente comprensibile rimanendo al suo proprio livello. Quando pretendiamo di considerare qualcosa solo al suo livello finisce che non la consideriamo più nemmeno a quel livello: «Quando le cose ci sembrano essere solo quel che sembrano, presto ci sembreranno essere ancor meno»[7]. La natura rivela il Creatore, si presenta non solo come discorso ma anche come “discorso pronunciato”, come Parola. Quando si è tentato di staccare la natura dal Creatore si è finito per perdere anche la natura. Quando si vuole staccare il diritto naturale dal diritto divino si finisce per perdere anche il diritto naturale. Quando si stacca la dimensione fisica della persona dalla sua dimensione spirituale e trascendente si finisce per non tutelare più nemmeno la sua dimensione fisica. Se si pensa che la natura dica solo se stessa, finisce che la natura non ci dice più niente. Oggi la vita nascente rischia di non dire più niente, ossia di non venire nemmeno più compresa  come vita nascente, ma come semplice processo biologico. Nei suoi confronti ci si comporta sempre più come produttori piuttosto che come uditori. Ma non è la natura a non dirci più niente, è la nostra cultura che ha perso il codice per comprenderla. E questo codice non è solo un alfabeto umano.

 

  1. Allora il tema della difesa della vita rimanda alla natura, rimanda a quanto ci precede e rimanda al Creatore. Difendere la vita è difendere la vita, ma è anche fare un’operazione culturale alternativa alla cultura attuale: ricominciare a parlare di un ordine e non solo di autodeterminazione. C’è un ordine che ci precede voluto da un Ordinatore. Il Creato è un ordine e non un mucchio di cose gettate a caso. Questo ordine è ordinato ed ordinativo, ossia esprime un dover essere e un dover fare. In altre parole è un ordine morale. Se quello ontologico è un ordine, non può non tradursi in un ordine morale[8]. Eliminato il bene ontologico non c’è più spazio per il bene morale. All’ordine morale radicato nell’ordine ontologico appartiene anche la società, la convivenza umana. Ecco perché il tema della difesa della vita è centrale per la costruzione della convivenza umana degna della dignità naturale e soprannaturale della persona. Ecco perché – credo di poter dire – negli elenchi dei cosiddetti “principi non negoziabili” il principio del rispetto della vita figura sempre al primo posto e non manca mai.

 

  1. Solo se c’è una natura, e solo se questa natura è in sé un discorso, è possibile l’uso della ragione. Parlo qui non della ragione misurante i fenomeni, ma della ragione che scopre orizzonti di senso. Solo se l’ordine sociale si fonda su una simile natura è possibile l’uso della ragione pubblica. Viceversa, si avrà solo la ragione operativa o procedurale[9]. Si capisce quindi perché la difesa della vita abbia una importanza fondamentale per ricostruire la possibilità stessa di un uso pubblico della ragione. Ed infatti – lo vediamo – la negazione del dovere pubblico di proteggere la vita nascente nasce da una diserzione della ragione ad essere ragione pubblica, riducendosi a ragione privata. La verità accomuna, le opinioni dividono. È molto significativo che anche filosofi come Habermas abbiano di recente riconosciuto la fondamentale importanza del concetto di natura[10], vista ancora in senso non pieno, ma comunque tale da riconoscere i limiti di una ragione solo procedurale.

 

  1. L’uso pubblico della ragione è di fondamentale importanza per il ruolo pubblico della fede cattolica. Questa, infatti, non trasferisce immediatamente il diritto rivelato nel diritto civile, ma si affida al diritto naturale, quindi al concetto di natura e di ragione pubblica[11]. A quest’ultima spetta il compito di riconoscere l’ordine sociale come un discorso finalistico sulla convivenza umana. La fede non si sostituisce alla ragione. Ma non la abbandona nemmeno a se stessa. Se non c’è ordine naturale non c’è ragione pubblica, se non c’è ragione pubblica non c’è dialogo pubblico tra ragione e fede. Se non c’è dialogo pubblico tra ragione e fede non c’è dimensione pubblica della fede cattolica. Se non c’è dimensione pubblica della fede cattolica non c’è la fede cattolica. Lo riscontriamo: man mano che la ragione si privatizza anche la fede si privatizza. Se il credente, quando entra nella pubblica piazza, deve rinunciare alle ragioni della propria fede, alla fine pensa che la propria fede non abbia ragioni. Ma senza ragioni viene meno non solo il versante pubblico della fede, bensì anche quello personale ed intimo. Ecco perché il tema della difesa della vita umana fin dal concepimento è fondamentale per mantenere e sviluppare il dialogo tra la ragione e la fede. E, come si sa, proprio in questo consiste la Dottrina sociale della Chiesa.

 

  1. Oggi, da molte parti nel mondo cattolico si pensa che le comunità cristiane e soprattutto i laici debbano limitarsi a seminare valori piuttosto che impegnarsi nel campo delle leggi a favore della vita o delle politiche governative pro-life. Si ritiene che un impegno pubblico pro-life “visibile” e organizzato costituisca una prova di forza che trasforma la fede cristiana in una ideologia politica. Inoltre si pensa che sia venuto il momento di espandere il tema della vita al di là dei due momenti della nascita e della morte (aborto ed eutanasia) per affrontare il tema della vita in tutti i suoi aspetti. La bioetica e la biopolitica dovrebbero allargare il proprio orizzonte. A questo proposito vorrei fare due brevi osservazioni. L’idea che affermare la verità in pubblico, compresi i livelli politico e giuridico, sia un atto di forza che trasforma la fede in ideologia risente dell’influenza del moderno pensiero debole secondo cui l’affermazione della verità è una sostanziale arroganza. Noi pensiamo invece che sia un dovere morale e un atto di carità. Quanto all’allargamento del tema della vita oltre i temi, diciamo così, classici, per comprendere anche gli immigrati, i disoccupati o la difesa dell’ambiente dal riscaldamento globale, segnalo il pericolo che, aumentando l’estensione diminuisca la comprensione, e si perda di vista la particolare e tragica gravità dell’aborto, dell’eutanasia o del sacrificio di embrioni umani con la fecondazione artificiale, mettendo tutto sullo stesso piano. Ne risulterebbe un cambiamento inaccettabile dell’agenda della lotta per la vita.

 

  1. La fede nella vita è benefica anche per la vita della fede. Per ottenere questo risultato è necessario collocare il tema della difesa della vita dentro la Dottrina sociale della Chiesa, come del resto ha fatto il Magistero a cominciare dalla Evangelium vitae. In questo caso non si chiude il tema della vita dentro un recinto. In realtà così facendo lo si colloca là dove la Chiesa si interfaccia con il mondo e dove ragione pubblica e fede pubblica dialogano tra loro dentro l’unità della Verità.

S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Istituto Nicolò Rezzara – Vicenza

[1] Ho illustrato le ragioni teologiche del ruolo pubblico della fede nel primo capitolo del mio libro Il Cattolico in politica. Manuale per la ripresa, Cantagalli, Siena 20122.

[2] Della natura umana come “lingua” ha parlato, per esempio, Benedetto XVI nel Discorso ad un gruppo di Vescovi degli Stati Uniti in visita “ad limina”del 19 gennaio 2012.

[3] Cf R. Spaemann-Reinhard Löw, Fini naturali. Storia e riscoperta del pensiero teleologico, Ares, Milano 2013.

[4] Cf G. Crepaldi e S. Fontana, Quarto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo – La colonizzazione della natura umana, Cantagalli, Siena 2012.

[5]J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico, dodicesima edizione con un nuovo saggio introduttivo, Queriniana, Brescia 2003, pp. 41. Ho ritenuto di dover interpretare l’intesa enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate in questa chiave: G. Crepaldi, Introduzionea Benedetto XVI, Caritas in veritate, Cantagalli, Siena 2009, pp. 7-42.

[6] «Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono” (Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate  n. 28).

[7] In margine a un testo implicito, Adelphi, Milano 1996.

[8] Lo spiega molto bene J. Pieper in La realtà e il bene, Morcelliana, Brescia 2011.

[9] G. Crepaldi, Ragione pubblica e verità del Cristianesimo negli insegnamenti di Benedetto XVI, in G. Crepaldi, Dio o gli dèi. Dottrina sociale della Chiesa, percorsi, Cantagalli, Siena 2008, pp. 81-94.

[10] M. Borghesi, I presupposti naturali del poter-essere-se-stessi. La polarità natura-libertà di Jürgen Habermas, in F. Russo (a cura di), Natura cultura libertà, Armando, Roma 2010.

[11] Benedetto XVI, Discorso al Reichstag di Berlino, 22 settembre 2011.




Università di gesuiti propone incontro pro aborto, ma viene redarguita dall’arcivescovo

bimbo (foto Unplash)

bimbo (foto Unplash)

 

 

di Sabino Paciolla

 

Come ci informa un articolo di CNA, in una università gesuita messicana si è tenuto un evento in cui degli attivisti hanno promosso il diritto all’aborto. Il presidente della Conferenza episcopale messicana ha dovuto emettere un comunicato nel quale ha ribadito che la Chiesa si oppone all’aborto, precisando inoltre di non essere stato a conoscenza dell’evento e che quell’evento non aveva avuto l’autorizzazione dalla Chiesa.

L’aborto è illegale in Messico. Tuttavia, nel 2007 Città del Messico, la capitale del paese, ha depenalizzato l’aborto fino a 12 settimane, per qualsiasi motivo.  Secondo alcune stime, da allora ci sono stati due milioni di aborti.

Sempre CNA ci informa che nel suo comunicato intitolato “No all’aborto”, il cardinale Francisco Robles Ortega ha dichiarato: “La nostra posizione di credenti si fonda sia sulla Sacra Scrittura e sul magistero della Chiesa, sia sul diritto naturale e su ciò che la scienza ha dimostrato riguardo all’inizio dell’esistenza dell’essere umano”.

“Studi scientifici seri dimostrano l’esistenza di una vita, di una persona diversa, dal momento del concepimento. Il rispetto per la vita non deve essere oggetto di dibattito, né di qualche desiderio di “apertura” o di essere “all’avanguardia”, tanto meno per questioni di gusto o di sentimenti, come se il rispetto per la vita potesse dipendere da ciò che alcuni sentono o pensano“, ha sottolineato il presule.

Né il rispetto per la vita, ha aggiunto, “può essere soggetto all’arbitrarietà della sola coscienza personale, perché la coscienza deve essere oggettivamente formata e perché si tratta della vita di una persona innocente“.

Quando parliamo di questo tema – e non accettiamo l’aborto – non si tratta di intolleranza o di rifiuto del dialogo, ma di coerenza con il diritto di ogni persona a vivere, soprattutto se si tratta di una persona innocente, quella che deve ancora nascere“, ha sottolineato il cardinale Ortega.

Il controverso programma universitario si è tenuto il 26 settembre all’ITESO (Institute of Technology and Higher Studies of the West), Università gesuita di Guadalajara.  Esso si intitolava “Dialogo sul diritto di decidere“, con i tre relatori che indossavano il fazzoletto verde del movimento a favore dell’aborto in America Latina. I relatori erano affiliati ad organizzazioni che promuovono la legalizzazione dell’aborto in Messico e in altri paesi del mondo: CLADEM, il Comitato latinoamericano e caraibico per la difesa dei diritti della donna; GIRE, il Gruppo Informativo sulla Riproduzione Scelta, e Donne Cattoliche per il Diritto di Decidere.

 

CLADEM si batte per promuovere l’aborto legalizzato in tutta l’America Latina. La GIRE a quanto si legge ha ricevuto più di 100 milioni di dollari dalla International Planned Parenthood Federation negli ultimi dieci anni. Il movimento Donne Cattoliche per il Diritto di Decidere (cattoliche per scelta negli Stati Uniti) è stata condannata dai vescovi in varie parti del mondo.

Al centro della controversia c’è il sacerdote gesuita e rettore uscente dell’università, padre José Morales Orozco.

Nel difendere la decisione dell’università a tenere l’evento, il gesuita padre Orozco ha affermato che “ITESO è per la vita, è contro l’aborto, ma prima è per la libertà di coscienza“, spiegando che “la gente ha tutto il diritto e l’obbligo di decidere in coscienza ciò che vede, e nessuno può giudicare, se non solo Dio”.

In una dichiarazione all’ACI Prensa, l’agenzia sorella di lingua spagnola della CNA, il portavoce dell’ITESO, ha dichiarato che “la vita umana è sacra e deve sempre essere curata e rispettata” e ha sottolineato che padre Orozco durante l’evento “ha chiarito che l’università è per la vita e contro l’aborto, e per la libertà di coscienza“.

ITESO “dialoga con persone di diverse convinzioni religiose e politiche, di diversa origine etnica e culturale.  Si realizza un rispettoso scambio di idee con chi la pensa diversamente, perché è così che si sviluppa e si approfondisce la riflessione dell’università e si accresce la conoscenza“.

Come si vede, si dice, almeno formalmente, di essere contro l’aborto, però durante l’incontro non era presente alcun esponente che presentasse l’insegnamento cattolico sulla difesa e promozione della vita.

Non c’è dubbio che tra i gesuiti ci saranno ancora padri che sono, diciamo così, ortodossi riguardo all’insegnamento della Chiesa, ma quello che colpisce è che da qualche anno a questa parte le proposte o le affermazioni che provengono da esponenti di quel mondo sono estremamente eterodosse. A volte esse sono al limite dello scandalo o dell’eresia. La doppiezza, l’ambiguità la fanno da padrona.

 

Questi padri gesuiti che fanno questo non hanno alcuna preoccupazione per la confusione che lentamente ma inesorabilmente instillano nei fedeli.

 

Parlano della coscienza come fosse il regno dell’arbitrio e dell’assoluto individualismo. Parlano del dialogo come si fosse in una annoiata serata salottiera. Parlano del divieto di giudicare nascondendosi dietro il paravento della infinita misericordia di Dio, unico a poter giudicare, come se Dio non ci avesse dato i dieci comandamenti, ma solo la libertà di fare quello che ci pare.

 

Meno male che ci sono pastori come il cardinale Francisco Robles Ortega che, oltre a proclamare la verità sull’uomo, oltre a confermare l’insegnamento di sempre della Chiesa, infonde nei semplici fedeli quel minimo di buon senso che sembra tanto mancare in giro.

 

 

 

Fonte: Catholic News Agency




Wondeful life!

Nuovo meraviglioso  video illustra l’umanità del bambino prenatale nel grembo materno




ALFIE, BENEDETTO XVI: SERVIRE IL DIRITTO E COMBATTERE IL DOMINIO DELL’INGIUSTIZIA

In questi giorni, prima e dopo la morte del piccolo Alfie, si sono succedute prese di posizione e comunicati che, in un modo o nell’altro, hanno mancato di evidenziare una questione centrale: il diritto naturale gravemente violato.  

Foto: papa Benedetto XVI

Foto: papa Benedetto XVI

Perché i vescovi inglesi e gallesi hanno emesso il famoso comunicato (qui) in cui sostenevano le ragioni dell’ospedale Alder Hey piuttosto che quelle della famiglia Evans? Perché l’arcivescovo di Liverpool, mons. Malcolm Patrick McMahon, ha affermato (qui) che nel caso di Alfie è stato fatto tutto quanto umanamente possibile, una frase che a molti è sembrata un beffa? Perché il card. Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, Londra, nonostante il piccolo Alfie fosse stato sottratto ai genitori con la forza pubblica per farlo morire, domenica scorsa, proprio il giorno dopo la morte del bambino, ha affermato (qui): “È molto difficile agire nell’interesse del bambino quando questo non è sempre come vorrebbero i genitori – ed è per questo che un tribunale deve decidere cosa è meglio non per i genitori, ma per il bambino”? Perché mons. Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, in un comunicato (qui) nel quale, piuttosto che chiamare per nome la violenza perpetrata, afferma semplicemente: “Date le soluzioni comunque problematiche che si prospettano nell’evoluzione delle circostanze, riteniamo importante che si lavori per procedere in modo il più possibile condiviso. Solo nella ricerca di un’intesa tra tutti – un’alleanza d’amore tra genitori, famigliari e operatori sanitari – sarà possibile individuare la soluzione migliore per aiutare il piccolo Alfie in questo momento così drammatico della sua vita”? Perchè queste posizioni, ma anche altre che abbiamo letto, e che ci hanno lasciato l’amaro in bocca, non menzionano per nulla il fatto che quel bambino era stato “imprigionato” in un ospedale col fine di farlo morire nel nome del suo “miglior interesse”?

La risposta, ci sembra, stia nel fatto che questa faccenda non ha a che fare, o quanto meno non primariamente, con la commozione umana, con la compassione, con “l’intesa” tra gli attori, ma ha a che fare con il semplice, basilare, diritto naturale che è stato violentemente calpestato. Quel diritto naturale, dato dal Creatore, che è “come una chiamata a realizzare fedelmente l’universale progetto divino inscritto nella natura dell’essere umano(Benedetto XVI, qui).  

E’ questa dimenticanza che fa passare in secondo piano, se non perdere completamente di vista, la completa irrazionalità della vicenda. Una irrazionalità, degna di un regime, che si è manifestata platealmente nel fatto che lo “Stato-Padrone” ha sottratto un bambino, un innocente, ai genitori per farlo morire per mancanza di ossigeno, cibo e acqua. Uno Stato-Padrone che, attraverso le sue articolazioni (medici, giudici, ecc.), si arroga il diritto di definire quale sia il bene oggettivo, il miglior interesse, di una persona.

È questa dimenticanza che fa apparire le parole di mons. Paglia, quelle che invocano “la ricerca di un’intesa tra tutte le parti”, piene di ragionevolezza. E lo sarebbero, ma solo se a monte fosse affermato che “tutte le parti” NON sono sullo stesso piano. Infatti, nessun giudice o medico può avere per un figlio la stessa “preoccupazione” di un genitore. Il coinvolgimento delle “ALTRE parti” è stato previsto dalla legge solo nelle situazioni in cui i genitori non siano in grado o non riescano a trovare un accordo sul modo migliore di prendersi cura del proprio figlio. Certo, non sempre i genitori hanno ragione se dicessero che il sostegno alla vita deve essere continuato contro ogni consenso medico e fatti oggettivi. Ma non era certamente questo il caso di Tom Evans e Kate James.

E’ stato papa Benedetto XVI, nel discorso al parlamento tedesco del 2011 (qui), a mettere in evidenza che: “nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine”.

Purtroppo, alla luce degli eventi e delle dichiarazioni sopra riportate, si ha come la sensazione che ci si vergogni a parlare di diritto naturale persino nell’ambito cattolico stesso.  

Ed è stato ancora Benedeto XVI, in quello stesso discorso, a dire: “‘Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?’ ha sentenziato una volta sant’Agostino (nel De civitate Dei IV, 4, 1, ndr). Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico”.

La giustizia, infatti, non deve essere intesa come la concessione di un’autorizzazione allo Stato a prendere decisioni sul bene e sulla vita delle persone, ma ad aiutare le persone a vivere la loro vita in una società giusta, secondo il bene comune.

Per questo, Benedetto XVI, nel concludere quel discorso, dice qualcosa che, alla luce di questa tristissima vicenda, diventa un richiamo alla nostra responsabilità, un richiamo a portare il nostro contributo perché la cultura e la società siano più umane, ad intervenire perché certe leggi siano cambiate o non siano affatto approvate: Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro (tra Gerusalemme, Atene e Roma, ndr) ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico”.

di Sabino Paciolla

 




DALLO STATO “NEUTRALE” ALLO STATO “TIRANNO”

diritto all’aborto, aborto

DALLO STATO “NEUTRALE” ALLO STATO “TIRANNO”

 

Lunedì 19 febbraio, S.E. Mons Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuan, ha svolto a Milano – su invito e per iniziativa del Centro studi Livatino – una conferenza sul tema “La civiltà della vita e le leggi che la minacciano”.

La relazione di mons. Crepaldi è molto interessante. Per questo vi invito a leggerla (studiarla). Per agevolare la sua lettura ho fatto una sua sintesi dal testo pubblicato sul sito del Centro Studi Livatino.

In fondo trovate anche il link dell’intero incontro.

LA “SVOLTA” NELL’ATTUALE LEGISLAZIONE CONTRO LA VITA

La prima e fondamentale conclusione è che nelle leggi sul diritto alla vita c’è stata una “svolta” molto significativa quando è stato programmato il “diritto” a nuovi diritti. Per una lunga fase, la legislazione in materia aveva tollerato alcuni comportamenti contrari al rispetto della vita nascente con leggi che prevedevano l’aborto solo in casi particolari ed eccezionali. (…)

Va comunque riconosciuto che fino ad un certo stadio della sua evoluzione, il diritto alla vita veniva addirittura proclamato nei primi articoli dei testi di legge sulla disciplina dell’aborto volontario per poi passare a prevedere la possibilità di alcune eccezioni. (…)

In seguito le leggi iniziarono invece a contemplare l’aborto come diritto. La legge francese è stata cambiata e l’espressione “a tutte le donne incinte che si trovano in una situazione di sofferenza a causa del loro stato”, è stata sostituita con la seguente: “a tutte le donne incinte che non vogliono una gravidanza”. Di conseguenza, da due anni una legge francese punisce chi nel Web cercasse di dissuadere le donne ad abortire.

Il riconoscimento del diritto all’aborto cambia completamente il quadro. Se l’aborto è un diritto umano e lo Stato protegge e sviluppa i diritti umani, allora lo Stato deve promuovere l’aborto per dare realizzazione ad un diritto umano, deve favorire l’accesso, deve perfino educare ad esso le nuove generazioni e l’obiezione di coscienza diventa inammissibile. (…)

Se le relazioni omosessuali godono di riconoscimento pubblico e, quindi, contribuiscono al bene comune, lo Stato le deve insegnare nelle scuole, come insegna l’uguaglianza in dignità di tutte le persone contro il razzismo.

Da questa caratteristica derivano poi le altre che contribuiscono a definire la pericolosità della situazione. Mi riferisco alla carattere SISTEMICO e a quello ISTITUZIONALE delle leggi contro la vita. Il primo è particolarmente preoccupante: se un cittadino fa ricorso alle Corti di giustizia internazionali contro il proprio ordinamento statale, in genere non trova soddisfazione, data la omogeneità dello spirito che informa le decisioni delle Corti internazionali e quello che informa gli ordinamenti nazionali. Anzi, come è noto, sono spesso le Corti internazionali di giustizia a processare gli ordinamenti giuridici degli Stati membri quando questi non prevedano una legislazione contro la vita. Questo per quanto riguarda l’aspetto “sistemico”. Il secondo – ossia l’aspetto “istituzionale” – ci dice che tutto ciò è diventato “macchina” che, procedendo per inerzia in virtù di atti dovuti all’interno dell’apparato burocratico, permea univocamente la pubblica amministrazione. (…)

IL MODERNO LEVIATANO E LA SUA NASCITA DALL’ANGOSCIA

(…) Cerchiamo di proporre qualche analisi delle sue cause, dal punto di vista del pensiero giuridico e politico e nella visione della Dottrina Sociale della Chiesa.

Carl Schmitt ha illustrato, in modo forse insuperato, la prospettiva giuridico-politica di Thomas Hobbes e come essa sia alla base di ogni forma di “positivismo giuridico”. Il Leviatano di Hobbes è nello stesso tempo “Dio, uomo, animale e macchina”. Il proton pseudos, “l’errore iniziale del pensiero politico moderno, come ricordava Marino Gentile, è stato di affidare al consenso pattizio gli stessi fondamenti della comunità politica”. (…)

In questo modo si giunge alla neutralità dello Stato rispetto ai contenuti. Se lo Stato è magnum artificium, allora esso è uno strumento tecnico-neutrale il cui valore sta nell’essere una buona macchina “indipendente da ogni contenuto di fini e di convincimenti politici, e acquisisce la neutralità rispetto ai valori e alla verità propria di uno strumento tecnico“. (…) Non è forse vero che le attuali leggi contro la vita presuppongono questa concezione del potere e della legge? Anche oggi ci si trova di fronte ad uno Stato “neutrale“ e ad una macchina tanto efficace quanto formale e puramente procedurale. (…)

Il pensiero politico e giuridico moderno di Hobbes e di Bordin nasce non solo dalla disperazione dell’uomo del Seicento davanti alle guerre di religione, ma dalla disperazione dell’uomo solo e nudo nello stato di natura, l’uomo talmente disperato di poter godere la pace al punto di affidare l’attuazione non ad un Defensor pacis, come suonava ancora nel XIV secolo l’opera di Marsilio che pure iniziava questo lungo processo di reductio ad unum da parte dello Stato, ma di un Creator pacis, quale appunto il Leviatano è. Disperato quell’uomo dato che il Dio-Stato che gli garantisce la pace non può garantirgli la speranza. Con lo Stato-macchina di Hobbes viene lucidamente e tragicamente fondata la “neutralità”, secondo cui lo “Stato proprio ordine in stesso e non fuori di sé“. Esso può pretendere obbedienza incondizionata e se oggi lo Stato non consente l’obiezione di coscienza – come ricordavo all’inizio – è perché il leviatano non può ammettere un “diritto di resistenza“, di cui l’obiezione di coscienza è tuttavia espressione.

IL MODERNO “STATO DI DIRITTO”

La neutralità dello Stato rispetto al contenuto di verità stabilita in modo così determinato Hobbes e così plasticamente espressa nella sintesi di “Dio, uomo, animale e macchina”, alimenta anche lo Stato liberale costituzionale e parlamentare del XIX secolo, quello che si è soliti chiamare “Stato di diritto“. È la situazione in cui, come disse Max Weber, la “legalità” coincide con la “legittimità” e lo Stato è un “sistema di legalità statale funzionante in modo calcolabile senza riguardo a contenuti dei fini o di verità o di giustizia“. (…)

Quando poi la volontà dello Stato fu identificata nella volontà del popolo, ogni legge che fosse frutto della volontà popolare espressa dal Parlamento ebbe l’autorità e la dignità che le derivava dal suo rapporto col diritto. Arriviamo così all’attuale nozione di legge: “La legge in una democrazia è la volontà contingente del popolo di volta in volta dato, cioè in pratica la volontà di quella che di volta in volta è la maggioranza dei cittadini elettori“. (…)

La neutralità tra diritto e ingiustizia rende possibile che la fattispecie del “tiranno“ sia presente anche nello Stato borghese di diritto. Tiranno è chi ha ottenuto il potere in modo illegale o che, o che ottenutolo in modo legale, lo esercita in modo illegale. Chi ha la maggioranza non rientra in nessuna di queste due tipologie e quindi non può essere tiranni. La maggioranza “non commetterà mai ingiustizia ma trasformerà ogni sua azione in diritto e legalità”. Ma, proprio questa è la peggiore tirannia.

INSUFFICIENZA DELLA FORMULA DI BÖCKENFÖRDE

È agevole riscontrare nell’attuale legislazione contro la vita la perfetta applicazione di queste concezioni della legalità vista come coincidente con la legittimità. (…) anche le moderne democrazie liberali rientrano nella fattispecie del Leviatano. (…). Oggi la legge non si colloca più come neutrale rispetto alla natura, ma si pone a servizio della contro-natura. Oggi lo Stato pone come obbligatori i principi contrari a quelli naturali, ossia quelli innaturali. Ad essere non negoziabile oggi è il diritto all’aborto, ho il diritto al matrimonio per tutti, o il diritto al figlio tramite la fecondazione artificiale. È evidente che non si tratta più di semplice neutralità. Può essere utile riprendere a questo punto, la nota formula di Böckenförde secondo cui “lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire“ (…) o come diceva Maritain alla base della democrazia tempo ci sono alcuni valori che essa deve presupporre per funzionare. (…)

Nei confronti del processo di secolarizzazione il pensiero cattolico ha nel tempo espresso una sudditanza poco giustificabile. (…) Oggi la legislazione contro la vita vuole riplasmare la natura umana e annullare la presenza di Dio nel mondo. Nella secolarizzazione c’è quindi un’anima coerente e inarrestabile che, senza l’azione frenante di un Katheon, tende alla soluzione finale. Anche la disperazione ha una logica a cui non si sfugge. Bisogna comprendere che la fase della “neutralità“ preludeva alla fase successiva della sistematicità e istituzionalizzazione del male. Dapprima il pensiero politico fa a meno di Dio, ma poi lo combatte per eliminarlo; dapprima fa a meno della natura, ma poi la combatte per eliminarla e riplasmarla. (…) Quando la ragione, in questo caso la ragione giuridica, si stacca dalla religione non può non diventare antireligiosa. Sia Augusto del Noce sia Cornelio Fabro ci avevano messo in guardia da questo possibile equivoco, invitandoci a non cadere nel tranello.

ALCUNE CONSIDERAZIONI DI PROSPETTIVA

Quando Joseph Ratzinger, nel suo non dimenticato discorso di Subiaco del 1 aprile 2005, invitó i non credenti a vivere “come se Dio fosse”, tutti colsero il carattere provocatorio della affermazione. Con quella provocazione il cardinale e futuro pontefice voleva criticare la secolarizzazione della ragione che, una volta staccatasi dal fondamento religioso, non può che procedere in una continua corrosione del senso, portatrice di sventura. La critica di Ratzinger al processo di secolarizzazione è più profondo di quanto non si pensi solitamente. Egli ne diede molti esempi, dal Discorso all’università di Regensburg del settembre 2006 fino al Discorso al Bundestag tedesco del 22 settembre 2011 che, dato il suo tema, ci riguarda da vicino in questa occasione.

Concentrandoci brevemente su quest’ultimo testo, notiamo una condanna spietata nei confronti della democrazia della maggioranza (…). Sentenza di condanna della equiparazione tra legalità e legittimità che non può fermarsi solo alla neutralità dello Stato ma che necessariamente si evolve nello Stato creatore di un nuovo diritto: l’ingiustizia legale. La visione positivistica della natura, fa notare i Ratzinger, non solo non riesce a cogliere nella natura un discorso sulla giustizia tale da dare legittimità alla legalità, ma addirittura pone le basi per la riplasmazione della natura, compresa la natura dell’uomo. La posizione positivista non è solo di neutralità, come abbiamo più volte detto, ma è una contro-natura, una violazione della natura che lo Stato promuove in prima persona.

L’invito, allora, è di ritornare pienamente alla natura come espressione di una legge morale naturale e di un diritto naturale. Nel Discorso al Bundestag, Benedetto XVI ha ben chiarito che “il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto, ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio”. Sì faccia attenzione alle due parti di questo importante passo. Si dice che il terreno della giustizia è prima di tutto quello del diritto naturale, ma si aggiunge subito che dopo che ciò non è in grado di stare in piedi da solo senza il fondamento trascendente in Dio creatore. E non può essere sufficiente fondare il diritto naturale sulla ipotesi del Dio creatore – etsi Deus daretur – mentre è possibile attraverso il riconoscimento dell’esistenza del diritto naturale recuperare il suo fondamento in Dio creatore, come garanzia della stessa laicità del diritto naturale. Con il che il processo di secolarizzazione viene combattuto fino in fondo.

RIASSUNTO CONCLUSIVO

Ecco allora la sintetica conclusione di questo mio lungo intervento. La secolarizzazione ha dapprima prodotto la neutralità dello Stato, poi però ha fatto dello Stato il primo soggetto impegnato nell’imporre una contro-verità. La risposta deve essere quella di ribadire il valore universale e puramente razionale del diritto naturale, ma come via per un recupero anche del suo fondamento trascendente, senza del quale anche il diritto naturale viene concepito come neutrale e, quindi, incapace di reggere e sempre incline ad essere manipolato nella contro-natura.