EUTANASIA/ “Samaritanus bonus”, tre sì (e tre no) a difesa della vita

La lettera della Congregazione per la Dottrina della fede “Samaritanus bonus” interviene sul delicato e decisivo tema antropologico del fine vita. Rilanciamo l’intervento di don Roberto Colombo, genetista clinico, professore ordinario della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica presso il Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” di Roma. Inoltre, insegna antropologia e bioetica presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia; è membro della Pontificia Accademia della Vita. L’articolo di don Roberto Colombo è stato pubblicato su Il Sussidiario

 

Eutanasia

 

Una lunga lettera della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), quella presentata ieri presso la Sala stampa vaticana. Dal titolo Samaritanus bonus: Sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, il corposo e robusto documento dottrinale e pastorale consta di cinque capitoli (l’ultimo articolato in dodici paragrafi), racchiusi da una introduzione e una conclusione, e con un apparato di novantanove note di citazione. Porta la firma del prefetto, il cardinale gesuita Luis Francisco Ladaria Ferrer, e del segretario della Congregazione, l’arcivescovo Giacomo Morandi, entrambi nominati da papa Francesco, che ha anche approvato il documento il 25 giugno scorso e ne ha ordinato la pubblicazione.

Nessuno può ragionevolmente dubitare che il testo rifletta direttamente il pensiero di Francesco sul delicato e decisivo tema antropologico, etico, sociale, giuridico e politico che va sotto il nome di “fine vita” e che appartiene di fatto e di diritto al magistero del pontefice argentino.

In estrema sintesi, la Lettera dice tre “sì” e tre “no” con un peso specifico notevole e di tutta rilevanza per il dibattito in corso da anni su questo tema, che ha visto anche incredibili interpretazioni e illazioni speculative su un (impossibile) mutamento della posizione della Chiesa cattolica rispetto all’eutanasia, al suicidio medicalmente assistito, alla sospensione dei supporti vitali e alla cosiddetta “sedazione profonda”.

I tre “sì” sono:

(1) quello alla doverosa rinuncia al cosiddetto “accanimento terapeutico” (nel significato originale e autentico del termine: “ostinarsi nel praticare terapie inappropriate” rispetto allo stato clinico del paziente e perfino onerose e dannose per lui; e non, invece, in quello surrettizio di “prosecuzione delle cure fisiologiche essenziali” per le funzioni vitali del malato);

(2) quello alle “cure palliative” (in riferimento all’assistenza non strettamente terapeutica – di natura medico–infermieristica, psicologica, spirituale e sociale – rivolta a migliorare e accompagnare la vita del paziente inguaribile e del disabile cronico grave, ma senza, in alcun modo, porre in essere azioni od omissioni volte ad abbreviarla intenzionalmente);

(3) quello alla “sedazione” farmacologica, limitatamente ai casi in cui questa si renda necessaria per alleviare il dolore incoercibile e non sia la condizione scelta intenzionalmente per sopprimere la coscienza neuropsicologica prima di attuare un protocollo clinico volto a causare la morte del paziente.

I tre “no” riguardano:

(1) l’eutanasia, intesa come ogni azione od omissione che di sua natura e nelle intenzioni di chi la decide, la attua o la consente conduce alla morte anzitempo del malato o del disabile grave in qualunque stadio della sua vita post–natale: dal neonato e dal bambino affetti da malattie congenite inguaribili all’adulto con una grave patologia cronica o degenerativa per la quale non esiste una terapia efficace, sino al paziente in fase terminale di malattia, all’anziano non più autosufficiente fisicamente e cognitivamente e a chi si sta avvicinando alla morte;

(2) il “suicidio medicalmente assistito”, in tutte le situazioni e condizioni in cui si può presentare la richiesta da parte del paziente stesso, sia essa contestuale o pregressa (la cosiddetta “disposizione anticipata”), condivisa o non condivisa da congiunti, medici, infermieri, legali e altri soggetti coinvolti nella decisione;

(3) la sospensione di idratazione e nutrizione nei soggetti in “stato vegetativo” o “di minima coscienza” e in altre condizioni assimilabili a queste per cronicità e inguaribilità, per le quali la somministrazione di acqua, elettroliti e sostanze alimentari risulta efficace nel mantenere le funzioni fisiologiche vitali e l’omeostasi del corpo.

Le ragioni che portano a questi “sì” e a questi “no” ruotano attorno a due pilastri antropologici, clinici, etici e giuridici. Da una parte, il valore fondamentale e il bene irrinunciabile della vita umana che – come scriveva San Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium vitae più volte citata nella Lettera della Congregazione – “è sempre un bene”. “Il valore inviolabile della vita è una verità basilare della legge morale naturale ed un fondamento essenziale dell’ordine giuridico”, afferma Samaritanus bonus. “Così come non si può accettare che un altro uomo sia nostro schiavo, qualora anche ce lo chiedesse, parimenti non si può scegliere direttamente di attentare contro la vita di un essere umano, anche se questi lo richiede”.

Togliere la vita ad un malato che chiede l’eutanasia non significa – come spesso si sente affermare – “riconoscere la sua autonomia e valorizzarla”, ma, al contrario, vuol dire “disconoscere il valore della sua libertà, fortemente condizionata dalla malattia e dal dolore, e il valore della sua vita”. In questo modo si “decide al posto di Dio il momento della morte”. Per questo, prosegue la Lettera, “l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario guastano la civiltà umana, disonorano coloro che così si comportano più ancora che quelli che le subiscono e ledono grandemente l’onore del Creatore”.

Il secondo pilastro delle argomentazioni del documento è quello della fondamentale distinzione medico–infermieristica, clinica, antropologica ed etica tra “curare” e “guarire”, tra “prendersi cura” (in inglese “care”) della vita integrale di un ammalato e “fare terapia” (nel linguaggio anglosassone spesso indicata come “cure”) per cercare di sconfiggere o almeno di contrastare la malattia di cui il paziente soffre.

La “cura” – il cui esempio evangelico, l’azione del buon samaritano (cf. Lc 10, 29-37), dà il titolo alla Lettera –, è il primo e fondamentale atto del medico e dell’infermiere, che precede, accompagna e sostituisce (nei casi e nelle circostanze in cui ogni altra azione clinica risulta essere inappropriata) gli atti della diagnosi, della terapia e della riabilitazione. Atti medici e infermieristici che, purtroppo, ancora oggi non portano in ogni caso alla “guarigione”. “Guarire se possibile” il malato e il disabile, usando mezzi terapeutici (distinguibili formalmente e materialmente da quelli curativi) proporzionati nei loro effetti benefici per il paziente e che non causano a lui sofferenze troppo gravose. Ma, al contempo, “avere cura sempre” di ogni malato, anche quando non è praticabile o deve venire sospesa la terapia.

Non si può non riconoscere che l’enorme incremento del numero e dell’efficacia ed efficienza dei mezzi terapeutici a disposizione, e la quasi esclusiva concentrazione del pensiero e dell’azione di medici (sin dalla loro formazione universitaria di base e specialistica) e dei parenti su procedure e protocolli terapeutici considerati di “successo”, hanno progressivamente obnubilato clinicamente ed eticamente la “cura degli inguaribili” che era all’origine della medicina, quando per pochissime malattie esisteva un rimedio efficace e ci si doveva fare carico comunque del malato.

Anche oggi non tutte le malattie sono guaribili, ma tutti i malati sono curabili. La conseguenza, denunciata dalla Lettera, è che si è creata una nuova categoria di malati e disabili, gli “incurabili” (al posto degli “inguaribili”), quelli per cui non si vogliono impegnare risorse umane, strutturali e finanziarie per assisterli in quanto segnati da una vita considerata “indegna” di essere vissuta perché priva di sufficiente salute e di “qualità” desiderabili secondo la pubblica opinione o gli operatori sanitari.

Dalla ragionevole, giusta rinuncia alle terapie futili, quelle che non giovano alla salute e configurano un deleterio, inaccettabile “accanimento terapeutico”, si è progressivamente passati – quasi senza che ce ne si accorgesse, sia da parte degli operatori sanitari che dei parenti dei malati, della società civile e della politica assistenziale – all’abbandono della cura essenziale, irrinunciabile perché sostiene le funzioni fisiologiche indispensabili per la vita di un ammalato così come quella di un sano, e che allevia il dolore, favorisce le relazioni familiari e sociali ancora possibili per il malato o il disabile grave e rende possibile anche la coltivazione del senso religioso che è nell’uomo.

Questi i punti fermi della Lettera, che si pone in continuità con tutto il magistero precedente e quello attuale di papa Francesco, riproponendo e ribadendo la posizione irrinunciabile della Chiesa in materia di “fine vita” terrena. Posizione che nessun protocollo clinico, nessuna legge o decreto e nessuna sentenza giudiziaria può scalfire, e che deve essere testimoniata e difesa da ogni credente anche attraverso il ricorso – qualora se ne presentasse la necessità come extrema ratio – alla “obiezione di coscienza” contro leggi e disposizioni ingiuste che “non creano obblighi per la coscienza” e “sollevano un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse”, perché il “medico non è mai un mero esecutore della volontà del paziente” e di quella del legislatore o del giudice e conserva sempre “il diritto e il dovere di sottrarsi a volontà discordi al bene morale visto dalla propria coscienza”.

“La Chiesa – afferma la Lettera – ritiene di dover ribadire come insegnamento definitivo” che ogni forma di eutanasia (incluso il suicidio medicalmente assistito, ossia l’eutanasia di un richiedente la morte) “è un crimine contro la vita umana perché, con tale atto, l’uomo sceglie di causare direttamente la morte di un altro essere umano innocente”. Siamo di fronte ad “un atto intrinsecamente malvagio, in qualsiasi occasione o circostanza. La Chiesa in passato ha già affermato in modo definitivo ‘che l’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale. Una tale pratica comporta, a seconda delle circostanze, la malizia propria del suicidio o dell’omicidio’ (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae). Qualsiasi cooperazione formale o materiale immediata ad un tale atto è un peccato grave contro la vita umana: ‘Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta, infatti, di una violazione della legge divina, di una offesa alla dignità della persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità’ (Congregazione per la Dottrina della Fede, Iura et bona). Dunque, l’eutanasia è un atto omicida che nessun fine può legittimare e che non tollera alcuna forma di complicità o collaborazione, attiva o passiva. Coloro che approvano leggi sull’eutanasia e il suicidio assistito si rendono, pertanto, complici del grave peccato che altri eseguiranno. Costoro sono altresì colpevoli di scandalo perché tali leggi contribuiscono a deformare la coscienza, anche dei fedeli (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica)”.

Di fronte a questo insegnamento autorevole e definitivo – la nota n. 30 della Lettera ricorda che “è una dottrina proposta in modo definitivo nella quale la Chiesa impegna la sua infallibilità: cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della Professio fidei, 29 giugno 1998” – ci si augura che cessino le sterili (e a volte anche polemiche) diatribe tra medici cattolici intorno a ipotetiche interpretazioni e posizioni individuali che non coltivano l’amore alla realtà del bene del paziente che la ragione rende evidente attraverso l’esperienza umana e clinica e la fede illumina in una prospettiva cristiana, ma, al contrario fomentano una divisione che non è di testimonianza al Vangelo della vita che si incarna nella comunità ecclesiale che coltiva e valorizza la sua tradizione attraverso il magistero.




Tre domande sulla fecondazione artificiale

(se il video qui sotto non si carica fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

 

 

Oggi gli Universitari per la vita hanno pubblicato “un video completamente dedicato al tema della fecondazione artificiale, tema di cui purtroppo molto spesso non si parla ma che è strettamente e intimamente legato alla pratica abortiva. Come molti sanno, la legge italiana che disciplina la pratica di fecondazione artificiale è la legge 40 del 2004 ed è stata acclamata da più parti come una legge unica nel suo genere, finanche pro-life, in quanto poneva fine al far-west procreativo in atto fino alla sua promulgazione. Per di più, è l’unica legge nell’ordinamento giuridico attuale che parla espressamente di “diritti del concepito”.

In particolare, in questo video, tenteremo di rispondere a tre principali domande:

  1. La legge 40 tutela davvero i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito?
  2. La legge 40 è una legge cattolica?
  3. La fecondazione artificiale di tipo omologo va bene mentre quella di tipo eteronomo no?

Vedremo assieme quali sono le conseguenze della fecondazione artificiale sulla coppia che vi ricorre e sul figlio concepito, ma vedremo anche l’iter di modifica della legge 40 ad opera principalmente della Corte Costituzionale. Infine, analizzando la relazione ministeriale sull’applicazione della legge 40 cercheremo di capire qual è una stima plausibile degli embrioni che vengono sacrificati annualmente (purtroppo è possibile solo una stima e non un calcolo preciso a causa della mancanza di dati sufficienti). Sfortunatamente gli ultimi dati contenuti nella relazione del 2019, risalgono all’anno 2017 e non ve ne sono di più recenti, ma è comunque possibile farsi un’idea su cosa nasconda effettivamente questa pratica e perché comporti una sistematica violazione del diritto alla vita.”

Faccio i miei complimenti agli Universitari per la vita, ed in particolare all’amico Fabio Fuiano che compare nel video.

 




La crassa insensibilità degli argomenti degli editorialisti del New York Times è stupefacente

Feto di 12 settimane nel grembo materno

Feto di 12 settimane nel grembo materno

 

di Sabino Paciolla

 

Appena qualche giorno fa, causa la crisi da coronavirus, il governo del Regno Unito aveva autorizzato temporaneamente la possibilità di effettuare aborti a casa. Le proteste sono subito montate subito tanto che il giorno dopo il governo di Boris Johnson ha dovuto fare marcia indietro. Il comunicato del governo è scomparso dal sito e un portavoce del Dipartimento della Salute e dell’Assistenza Sociale ha detto al giornale The Independent che “Questo è stato pubblicato per errore. Non ci saranno modifiche alle norme sull’aborto”.

Evidentemente questo fatto deve aver molto colpito e impensierito la crème culturale, o sedicente tale, dell’importante giornale progressista statunitense The New York Times tanto da indurli a pubblicare un editoriale a nome niente di meno che dell’Editorial Board. Questo è formato da un gruppo di stimati giornalisti opinionisti esperti in vari settori. Come dire, il meglio del meglio dell’autorevole giornale statunitense.

Questi opinionisti sono preoccupati delle morti che arriveranno (speriamo di no) a causa del coronavirus? Noooooo!!!!! Sentite di cosa sono preoccupati e come esprimono questa preoccupazione.

 

Scrivono in questo loro editoriale

 

“Non è una novità per i politici anti-aborto cogliere ogni scusa per cercare di limitare l’autonomia del corpo delle donne, ma viene toccato un nuovo minimo [quando si cerca di] sfruttare una pandemia che è già costata centinaia di vite americane, e ne minaccia molte altre migliaia.

Nei giorni scorsi, i leader di diversi stati – tra cui Texas, Ohio e Louisiana – hanno spinto a chiudere le cliniche per l’aborto o a limitare gravemente l’accesso, sostenendo che l’aborto è una procedura non essenziale che dovrebbe essere ritardata.

La parte ‘non essenziale’ è una sciocchezza evidente e il ritardo un tentativo trasparente di mettere l’aborto fuori dalla portata di chi ne ha bisogno. Come hanno notato diversi importanti gruppi di assistenza sanitaria in una dichiarazione congiunta la scorsa settimana: ‘L’aborto è una componente essenziale dell’assistenza sanitaria globale. È anche un servizio sensibile al tempo per il quale un ritardo di diverse settimane, o in alcuni casi di giorni, può aumentare i rischi o potenzialmente renderlo completamente inaccessibile. Le conseguenze dell’impossibilità di ottenere un aborto hanno un profondo impatto sulla vita, la salute e il benessere di una persona’.

Questi leader dello Stato sanno che una volta che una clinica per aborti chiude per un periodo significativo, diventa difficile riaprire.” (…) 

A questo punto, ecco la soluzione che è simile a quella che il governo del Regno Unito stava per prendere: 

“Ma questi sforzi sottolineano un problema reale per le persone che cercano assistenza sanitaria riproduttiva nel mezzo di questa crisi: Molte più cure devono poter essere prestate da casa.

Gli esperti dicono che la maggior parte dei pazienti che cercano il controllo delle nascite e anche gli aborti eseguiti con i farmaci possono farlo in modo sicuro senza doversi recare in una struttura sanitaria. Ma ci sono ostacoli politici e normativi che devono essere superati per rendere possibile un accesso diffuso all’assistenza sanitaria riproduttiva a casa”.

Come noto, la pandemia costringe le famiglie a stare chiusi in casa, e questo potrebbe essere anche un’occasione di maggiore intimità, e di …. Infatti, i nostri opinionisti continuano: 

“Nelle prossime settimane, le gravidanze indesiderate potrebbero aumentare a causa di persone bloccate nelle loro case, potenzialmente senza un accesso costante al controllo delle nascite. Tra coloro che sceglieranno di abortire – in America ci sono stati circa 860.000 aborti nel 2017 – un numero crescente di persone potrebbe non essere in grado di ottenere questi servizi, sia a causa dei pericoli del viaggio (sia per i pazienti che per chi pratica l’aborto), sia per la crescente incapacità di permettersi la procedura o per la necessità di prendersi cura dei bambini e degli altri membri della famiglia che sono costretti a casa”.

Avete notato con quanta nonchalance questa élite culturale parla di 860.000 aborti, cioè di quasi un milione di vite umane soppresse? 

“La posta in gioco di qualsiasi interruzione dell’assistenza sanitaria riproduttiva è sempre alta, soprattutto durante una crisi. La mancanza di un tempestivo accesso all’aborto, in particolare, minaccia la salute e la stabilità economica delle donne e delle famiglie in un momento in cui così tante persone stanno perdendo il loro reddito e la loro assicurazione sanitaria.

Ma non ci deve essere un’interruzione. Ci sono misure che gli Stati e il governo federale possono prendere ora per garantire che le donne ricevano le cure di cui hanno bisogno. Qui ce ne sono alcuni.”

Come si vede, gridano che non ci deve essere una interruzione della pratica abortiva. E che si fa? Semplice, si rendono disponibili per posta le pillole per l’aborto. Per posta!!!!

“Gli aborti farmacologici, approvati dalla Food and Drug Administration (o FDA, è l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, ndr) fino a 10 settimane di gravidanza, sono già popolari e rappresentano circa il 40% di tutti gli aborti [fatti] oggi nel paese. Questo numero sarebbe molto probabilmente ancora più alto se non fosse per un regolamento F.D.A. vecchio di un anno sul mifepristone – il primo dei due farmaci che vengono presi durante un aborto farmacologico – che richiede ai pazienti di ottenere il farmaco in una clinica o in un ospedale dopo che è prescritto da una persona abilitata. (I pazienti vengono poi inviati a casa con una dose di misoprostolo, che inizia il processo di sanguinamento attivo).

La F.D.A. dice che il regolamento, noto come REMS (risk evaluation and mitigation strategy), è necessario “per garantire che i benefici del farmaco superino i suoi rischi”. (…)

Data la pandemia di coronavirus, spetta all’F.D.A. allentare la regolamentazione del mifepristone, almeno temporaneamente. (…)

Purtroppo, 18 stati vietano efficacemente la cura dell’aborto tramite la telemedicina – misure che dovrebbero essere revocate, almeno per il momento.”

Certo è impressionante con quanta insensibilità queste persone, questi opinion maker, si occupino di pratiche che portano allo soppressione di centinaia di migliaia di vite umane, parlando astrattamente di diritti, di “autonomia del corpo della donna”, di “salute riproduttiva” quando di riproduttivo non vi è un bel nulla, visto che è proprio il “frutto” della riproduzione, cioè l’essere umano, che viene fatto fuori.  

E la cosa è ancora più impressionante perché quello che sta accadendo in Italia ed altrove, le morti ed i drammi, non sta insegnando nulla. Ma proprio nulla. 

Ieri sera in tanti abbiamo pregato in maniera accorata con Papa Francesco il Signore perché allontani da noi questa terribile “pestilenza” del coronavirus. Abbiamo pregato che sia il più possibile allontanato da noi lo spettro della morte, che riguarda tutti, nessuno escluso, in particolare coloro che hanno una certa età.

Eppure, tutti questi padri, figli, nonni che ci vengono portati via dal coronavirus dovrebbero far riflettere sul senso della vita, su cosa si intenda per essere umano, su quale mistero si celi dietro e dentro il corpo di una persona. E invece, niente. Dinanzi a tanta morte, dinanzi a tanti lutti avvenuti ed a venire, questi signori di cosa si preoccupano? di apportare, anzi, di garantire ulteriore morte.

 

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A sole 20 settimane, si muove, gira la testa e scalcia.

Si vede anche il suo cuore che batte.

La vita umana è un miracolo.

 

 




“Tanti bambini oggi ci sono grazie a questa preghiera”




Trump sarà il primo presidente a partecipare alla March for Life

Oggi, venerdì 24 gennaio, nell’anniversario della sentenza Roe Vs Wade (RvW) che ha obbligato gli Stati Uniti a legalizzare l’aborto in tutti gli Stati, si terrà a Washington l’annuale Marcia per la Vita. Con un tweet il Presidente Trump ha annunciato la sua partecipazione dopo aver proclamato il 22 gennaio, data della famigerata sentenza RvW, “Giornata Nazionale della Sacralità della Vita Umana”.

I dettagli ce li racconta un articolo di LifeSiteNews che abbiamo tradotto per voi.

Annarosa Rossetto

Il Presidente Donald Trump parla in videoconferenza alla Marcia per la vita 2019 1

Il Presidente Donald Trump parla in videoconferenza alla Marcia per la vita 2019 (CNS)

 

Per la prima volta nella storia, un presidente degli Stati Uniti parteciperà di persona e parlerà all’annuale Marcia per la Vita che si terrà venerdì a Washington DC.

Il presidente Trump ha annunciato oggi che parlerà alla March for Life 2020 che avrà luogo il 24 gennaio, un evento annuale a cui partecipano centinaia di migliaia di persone per protestare contro la legge sull’aborto.

“Siamo profondamente onorati di dare il benvenuto alla 47a edizione annuale della March for Life al presidente Trump”, ha dichiarato Jeanne Mancini, presidente della Marcia per la Vita USA.

“Sarà il primo presidente della storia a partecipare e siamo davvero entusiasti di fargli sperimentare di persona quanto i nostri manifestanti siano appassionati difensori della vita e dei nascituri”, ha continuato.

“Dalla nomina di giudici e amministratori federali pro-life, alla riduzione dei finanziamento dell’aborto con i soldi dei contribuenti qui e all’estero, alla richiesta di porre fine agli aborti tardivi, il presidente Trump e la sua amministrazione sono stati campioni coerenti  a favore della vita e il loro sostegno alla Marcia per la Vita è stato incrollabile. Siamo grati per tutti questi traguardi pro-life e non vediamo l’ora di ottenere in futuro ulteriori vittorie per la vita”, ha aggiunto.

Trump ha twittato oggi che vedrà la “grande folla” venerdì.

Ci vediamo venerdì … Grande folla! https://t.co/MFyWLG4HFZ
– Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 22 gennaio 2020

 

Il tema di marzo di quest’anno è Life Empowers: Pro-Life is Pro-Woman (La Vita è Emancipazione: essere Pro-Life è essere Pro-Donne)

In un’apparizione a sorpresa l’anno scorso tramite un intervento via video, il presidente Trump si è rivolto ai sostenitori della vita alla March for Life 2019, dicendo loro che “ogni vita merita di essere protetta” e che metterà il veto a qualsiasi legislazione per “indebolire la protezione della vita umana”che arrivi alla sua scrivania.

“Oggi ho firmato una lettera al Congresso per chiarire che se faranno arrivare alla mia scrivania una legislazione che indebolisca la protezione della vita umana, metterò un veto. E abbiamo le forze  per sostenere veti del genere. Ogni bambino è un dono sacro di Dio”, aveva detto nel videomessaggio preregistrato.

“Oggi sono molto orgoglioso di dare il benvenuto a decine di migliaia di famiglie, studenti e persone di ogni fede e provenienza nella capitale della nostra nazione per la 46a Marcia annuale per la Vita”, aveva affermato il Presidente in quell’occasione.

Trump è considerato da molti attivisti pro-life veterani il presidente più pro- life della storia.

Come presidente, Trump ha ripristinato e ampliato il divieto di aiuti ai paesi stranieri per gli enti che si occupano di aborto (inclusa la International Planned Parenthood Federation), ha eliminato i gruppi che eseguono o propongono l’aborto dai fondi di pianificazione familiare del Titolo X, ha annullato le normative dell’era Obama che impedivano agli Stati di togliere fondi alla Planned Parenthood e ha emanato leggi per proteggere gli Americani dall’obbligo di sovvenzionare, su mandato del governo, l’aborto nei piani di assicurazione sanitaria.

Il presidente ha anche denunciato con forza l’aborto, richiamando l’attenzione sull’opposizione dei democratici alla legislazione anti-infanticidio e chiedendo al Congresso di inviargli da firmare una legge per il divieto di aborto tardivo. Anche la maggior parte dei giudici da lui nominati  sono noti pro-life.

Inoltre, l’amministrazione ha costantemente lavorato per difendere la vita e contrastare l’aborto alle Nazioni Unite, dall’opposizione sui temi dell’agenda per l’aborto all’affermazione che l’aborto non è un diritto umano nella risoluzione contro gli abusi e alla promozione dell’educazione all’astinenza .

Quest’anno, Trump ha dichiarato il 22 gennaio, anniversario della decisione Roe v. Wade del 1973 che impone l’aborto su richiesta in tutto il paese, come “Giornata Nazionale della Sacralità della Vita Umana”.

In una dichiarazione pubblicata ieri , Trump ha dichiarato che “ogni persona – i nati e i non nati, i poveri, gli scoraggiati, i disabili, gli infermi e gli anziani – ha un valore intrinseco” e ha affermato che gli Stati Uniti “ribadiscono con orgoglio e con fermezza il proprio impegno per proteggere il prezioso dono della vita in ogni fase, dal concepimento alla morte naturale “.

Ha poi ribadito i risultati a favore della Vita della sua amministrazione in patria e all’estero.

La dichiarazione faceva riferimento agli sforzi della sua amministrazione per costruire “una coalizione internazionale per rimuovere il concetto di aborto come diritto umano fondamentale” e affermava che la sua amministrazione si sarebbe “opposta a qualsiasi progetto che tentasse di far valere un diritto globale all’aborto su richiesta, fino al momento della nascita, finanziato dai contribuenti.”

“Non ci stancheremo mai di difendere la vita innocente – in patria o all’estero”, ha promesso.

 




Video: La vita umana, una meraviglia!

Ecco la risonanza magnetica più dettagliata di un bambino non ancora nato.

A sole 20 settimane, si muove, gira la testa e scalcia.

Si vede anche il suo cuore che batte.

La vita umana è un miracolo.

 

 




I radicali pensano di ridurre il dramma della vita ad una app

Uomo e robot

 

Intelligo ut moriam.

L’intelligenza artificiale che ti dà istruzioni su aborto ed eutanasia

 

di Giorgia Brambilla

 

L’ha presentato Luca Coscioni, il che non fa presagire nulla di buono. È stato sviluppato nella sua parte tecnologica dal Gruppo Revevol fondato da Massimo Cappato; e andiamo sempre peggio. Ma quando capisci cos’è quasi non ci credi. Si chiama CitBot, è un’intelligenza artificiale in grado di dare risposte ai cittadini 24 ore su 24 su questioni finora considerate se non “bioetiche”, perlomeno sensibili, visto che ne va della vita delle persone: testamento biologico, aborto e, tra poco, fecondazione artificiale e contraccezione, ma anche diritti dei detenuti e sostanze stupefacenti. In pratica, vuoi sapere come fare ad abortire dopo un “rapporto non protetto” o come fare per evitare di “vivere attaccato a una macchina”? Parlane in chat, nel più totale anonimato, con CitBot!

La notizia (qui) riporta la solita retorica falsa ma “gentile” di stampo radicale: agevolare la conoscenza dei diritti e dell’attuazione pratica per aumentare la libertà dei cittadini.

Io, invece, non ci vedo né conoscenza, né diritti, né libertà. Ci vedo solo tanta solitudine.

Le “istruzioni per l’uso” vanno bene se devi montare un mobile o cucinare una torta. Su temi, invece, nei quali è insita inequivocabilmente una domanda di senso come accogliere o rifiutare un figlio se già c’è e non lo volevi, o “produrlo” se non arriva, oppure richiedere l’aiuto al suicidio perché sei disperato o valutare se un tuo caro ha “diritto” di morire oppure no, non si può trovare risposta “via chat”. E questo perché la risposta a questi problemi non è data dal risultato della somma delle informazioni. Queste sono domande che cercano una risposta che supera infinitamente definizioni, nozioni e tecnicismi. L’esistenziale non si esaurisce nel materiale e nel contingente. Questo un cyborg non potrà mai decodificarlo.

Inoltre, la persona è un essere costitutivamente relazionale, il suo essere è un esse per, profondamente “rivolto” verso l’altro (persona, in greco antico, è pros-opon). Qualsiasi domanda di senso ci interpella come uomini e richiama una relazione e, dunque, una responsabilità verso l’altro. Il concetto di responsabilità si evince dal quadro dell’esperienza etica originaria in cui ogni uomo si trova coinvolto per il fatto stesso di essere uomo. Esperienza che la ragione comprende e interpreta e che inizia nel momento in cui l’uomo coglie se stesso come esistente e chiamato, nello stesso tempo, a prendere posizione e a rispondere all’esistenza di fronte a un quadro di valori. La responsabilità reclama pertanto un paradigma antropologico di riferimento, una struttura umana di fondo, intesa come un dato e come un compito, ove i valori etici indicano le condizioni attraverso cui passa la realizzazione in quanto uomo.

Senza questo ancoraggio e questa fondazione antropologica, viene a mancare la giustificazione ultima del proprio agire e della propria libertà: tutto diventa semplice questione di convivenza politica o di giustizia nello scambio sociale. Si diventa ciechi – perché si smarrisce il valore dell’uomo in quanto tale e, dunque, viene a mancare la risposta al lecito o all’illecito – e sordi al dolore altrui e proprio. È la responsabilità stessa, insita nella nostra umanità, a spingerci, invece, ad indagare continuamente sui valori che fondano e rendono possibile la dimensione umana dell’esistenza, sui diritti inviolabili dell’uomo e sulle sue esigenze irrinunciabili relativizzando il mito di una libertà totale non responsabile di fronte a nessuno al di fuori di se stessi.

Rifugiarsi in una chat per trovare risposte fondamentali sulla propria vita e su quella degli altri, se da un lato è coerente con il solipsismo del dipendente tecnologico che sostituisce le relazioni umane e affettive e anche la realtà stessa con quella virtuale, dall’altro spinge l’individuo sull’orlo dell’abisso nichilista di chi esalta libertà prive dell’unico contenuto capace di dare loro voce, ovvero il valore inalienabile dell’essere umano.

Come può un’intelligenza non umana cogliere quella “nudità” del volto sofferente (E. Levinas, L’epifania del volto) che interpella ogni uomo inequivocabilmente? Non dovrebbe essere questo, oltretutto, uno dei compiti più profondi della professione medica, basata su quell’alleanza terapeutica tanto sottoscritta e già dimenticata? La notizia accenna al rapporto medico-paziente, dicendo che il cittadino “verrà rinviato ad approfondimenti col proprio medico”, ma l’idea contraddice a monte l’essenza stessa dell’atto medico. È il medico non può che trovarsi spaesato di fronte a questa “nuova etica”, tanto da cominciare a pensare di cambiare addirittura il proprio codice deontologico (qui), originariamente fondato sul quel “primum non nocere” di Ippocrate, cancellato ormai dall’impunibilità dell’aiuto al suicidio stabilita recentemente dalla Corte Costituzionale.

Dunque, spodestato pure il medico, che tipo di conoscenza si vuole promuovere? Evidentemente, una conoscenza filtrata, dunque parziale ab origine, e frammentata, oltre che condizionata e condizionante.

Prendiamo come esempio l’aborto. La donna normalmente non compie la sua scelta in condizioni di serenità, bensì di grande ansia e pressione, che sovente le fanno provare un senso di costrizione e di impotenza. In uno stato emotivo come questo, immaginiamo si rivolga a CitBot, che le mette sul tavolo tante informazioni tecniche: a che settimana gestazionale si trova, gli ospedali dove può optare per l’aborto farmacologico, magari con CAP, mappa e numeri di telefono, l’ente preposto per ottenere il certificato e quanta acqua bere prima di fare l’ecografia. Ha risposto alle sue domande? Forse sì. Era questo ciò di cui aveva davvero bisogno quella donna? Sicuramente no. Quella donna, infatti, tra le righe di quelle risposte cercava qualcosa che nemmeno il cyborg più “intelligente” di tutti potrà dare mai: la prossimità. Solo l’uomo può mettere olio sulle ferite del suo prossimo, come il “buon samaritano”; solo l’uomo sa “sporcarsi” col dolore dell’altro, accogliendolo intimamente. E questo perché le persone dialogano con un linguaggio che va ben oltre quello verbale: cor ad cor loquitur (sant’Agostino).

Anche l’ennesimo accento sulla libertà è fuorviante. Torniamo all’esempio di prima. Ciò che la donna – spesso in una posizione ambivalente riguardo al proprio aborto – sperimenta è che l’aborto era per lei “l’unica scelta possibile”. Ora, avere un’unica scelta (o credere di averla) significa non poter effettuare un vero atto di autodeterminazione; al contrario, significa essere determinati in una certa direzione, essere determinati da altro, cioè essere “eterodeterminati” (C. Navarini, Post-aborto e autodeterminazione della donna). La libertà della donna nel percorso che la porta fino all’aborto è generalmente limitata e, se la sua autonomia le conferisce la capacità e la possibilità di richiedere per se stessa l’aborto volontario, la sua reale autodeterminazione risulta nei fatti compromessa, quando non del tutto assente. CitBot non aumenterà in queste donne la libertà – come se poi la libertà “aumentasse” scelta dopo scelta come sommando le palline di un abaco – ne rimarcherà soltanto la solitudine, allargando il baratro del male morale. Come può rendere liberi sapere quel poco che basta per realizzare il desiderio del momento senza né aver vagliato con la ragione quel desiderio né conoscere in maniera completa ciò che si va a fare (effetti collaterali, identità dell’embrione, ecc.)? E tutto questo senza essersi confrontati con qualcuno di reale, prima ancora che competente, con qualcuno che sia umanamente coinvolto, affettivamente o professionalmente. Questo rimpicciolisce l’essere umano a mero esecutore di un impulso del momento, carico di una sofferenza di cui nessuno si è fatto carico e, quindi, riduce, anziché ampliare, la sua libertà.

I doveri nei confronti delle altre persone e del mondo in cui viviamo si definiscono all’interno di una situazione concreta di relazioni umane, all’interno di un ordine di prossimità. L’identità del mio io dipende dalla fedeltà al patto originario col “tu”, che lega la mia libertà e la orienta alla realizzazione del “noi”: in ciò consiste precisamente il fondamento della dimensione etica dell’agire umano. Come scrive Hans Jonas (Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica), che cosa capiterà a quell’essere, se io non mi prendo cura di lui? Quanto più oscura risulta la risposta, tanto più nitidamente è delineata la responsabilità umana.

 

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Video di una neonata trovata rinchiusa in un sacchetto di plastica e lasciata nel bosco

L’ufficio dello sceriffo della Forsyth County Sheriff martedì ha rilasciato un video che mostra una bambina appena nata, con il cordone ombelicale ancora attaccato al corpo, chiusa in una busta di plastica abbandonata nel bosco.

India, questo il nome dato alla bambina. è stata trovata il 6 giugno su un tratto isolato di Daves Creek Road (Georgia) nella parte meridionale della Forsyth County, secondo lo sceriffo Ron Freeman. Le sue grida hanno attirato l’attenzione di una famiglia in una casa vicina. Il bambino ha avvertito i genitori delle grida  che venivano dal bosco.

Il proprietario di casa Alan Ragetz ha detto a Channel 2 Action News che non sarebbe mai andato nei boschi per indagare se non fosse stato per la perseveranza delle sue figlie. Pensava che fosse un animale selvaggio che piangeva nel bosco, ma quei lamenti continuavano, quindi le ragazze hanno afferrato le loro torce, il suono proveniva da un mucchio di foglie: “Siamo scesi, l’abbiamo tirato su, c’era una povera bambina piccola avvolta in un sacchetto di plastica”, ha detto. “Era viva, piangeva, quindi abbiamo pensato che fosse un buon segno”, ha detto Ragetz. La bambina non poteva avere più di qualche ora.

 

 




Anziano 85nne sostenitore pro-life aggredito brutalmente (video)

Un sostenitore  pro-vita di 85 anni è stato brutalmente aggredito fuori da una struttura di Planned Parenthood (la più grande multinazionale dell’aborto, ndr) a San Francisco giovedì scorso. L’anziano pro-life stava partecipando ad una veglia pacifica di 40 giorni per la vita.

Ecco l’articolo ed il video dell’accaduto proposti dalla Life Legal Defence Foundation, nella mia traduzione.

anziano pro-life aggredito

anziano pro-life aggredito

 

di Life Legal

 

Un sostenitore  pro-vita di 85 anni è stato brutalmente aggredito fuori da una struttura di Planned Parenthood (la più grande multinazionale dell’aborto, ndr) a San Francisco giovedì scorso. L’anziano pro-life stava partecipando ad una campagna pacifica di 40 giorni per la vita quando l’autore ha rubato lo striscione della vittima e l’ha brutalmente picchiato. Lo stesso aggressore aveva attaccato la vittima e un altro uomo appena due giorni prima.

L’anziano ha cercato di fermare il furto dello striscione mettendo il bastone che sostiene lo striscione nei raggi della bicicletta. L’esecutore ha spinto l’uomo a terra e ha iniziato a calciarlo e minacciarlo violentemente e ripetutamente.

Solo due giorni prima, lo stesso autore aveva gettato per strada un cartello, un tavolo e il materiale stampato a favore della vita. Ha sbattuto due uomini a terra anche durante quell’incidente, compresi gli stessi anziani pro-life che ha attaccato di nuovo il giovedì.

Gli attacchi sono stati segnalati alle forze dell’ordine, ma non è chiaro se sia stata avviata un’indagine formale. I sostenitori pro-life non hanno veduto alcuna presenza supplementare delle forze dell’ordine intorno allo stabile di Planned Parenthood dal momento dell’attacco iniziale.

È stato segnalato che Planned Parenthood ha una videosorveglianza dell’area dell’attacco, ma non è disposta a rilasciare il filmato.

Abbiamo visto un aumento degli attacchi violenti durante le veglie pacifiche a favore della vita nei pressi delle strutture di Planned Parenthood e di altre strutture per l’aborto in tutta la nazione.

Life Legal rappresenta l’anziana vittima, che ha paura per la sua sicurezza. Stiamo lavorando a stretto contatto con 40 giorni per la vita per assicurarsi che i sostenitori pro-life a San Francisco e in tutta la nazione siano protetti e che i responsabili siano portati davanti alla giustizia.

 

Fonte: Life Legal Defence Foundation

“40 days for life” (40 giorni per la vita) riunisce prolife di diverse associazioni e appartenenze cristiane in una mobilitazione corale delle comunità (parrocchie, quartieri, città) attraverso momenti (veglie) di confronto, preghiera e penitenza.

 




Cruciani: “È in atto una vera campagna di criminalizzazione” contro il Congresso Mondiale delle Famiglie a Verona

Il governatore Andrew Cuomo firma il Reproductive Health Act che codifica il Roe v. Wade nella legge dello stato di New York.

Il governatore Andrew Cuomo firma il Reproductive Health Act che codifica il Roe v. Wade nella legge dello stato di New York.

 

di Sabino Paciolla

 

“La verità mi fa male, lo so. La verità mi fa male, lo sai”, sono questi i versi della canzone che Caterina Caselli cantava alcuni decenni fa, e che mi sono venuti in mente nel vedere l’aggressione verbale cui è stato sottoposto il Congresso mondiale sulla famiglia in corso a Verona. Il motivo di tutta questa aggressione mediatica è che non si vuole che si dica la verità, non si vuole che si ricordi qualcosa che fa male. Un settore della pubblica opinione, una parte dell’apparato mediatico e politico non sopportano che si ricordi che l’aborto è la soppressione, l’uccisione, di una vita umana e non di un semplice “feto”, che l’unione tra un uomo (biologicamente inteso) ed una donna (biologicamente intesa) costituisce la famiglia naturale aperta alla generazione di una nuova vita umana, e che l’adozione di bambini concessa alle coppie omosessuali significa negare ad un bambino il diritto naturale alla mamma ed al papà. Contro queste primordiali verità inscritte nel cuore e nella natura umana si sono scagliati tanti con improperi ed offese di ogni genere. Sugli organizzatori, sugli ospiti e sui partecipanti sono piovute parole come “trogloditi”, “medioevali”, “reazionari”, “omofobi”, “estremisti di destra” e così via. Un autentico scempio, non all’altezza della democrazia. Di quella democrazia di cui costoro si fanno forti e rappresentanti per sparare democraticamente a pallettoni sugli altri.

Per rendere evidente in maniera plastica la verità che l’aborto è la soppressione di una vita umana, gli organizzatori hanno distribuito un essere umano in plastica alla decima settimana di vita con la scritta: “L’aborto ferma un cuore che batte”. Di fronte a questo, il fuoco di fila. Hanno cominciato con una nota Paola De Micheli e Marco Miccoli del coordinamento nazionale del Partito Democratico dicendo: “La vicenda di un feto trasformato in gadget descrive meglio di ogni altra cosa che cos’è la manifestazione che si sta tenendo a Verona. Un festival dove tutto è permesso, anche offendere la vita, la dignità delle donne e i diritti delle persone”. A loro si è unita Laura Boldrini, deputata di Leu, affermando: “È semplicemente mostruoso fare un’operazione di questo genere. Se l’obiettivo è quello di suscitare sdegno collettivo nei confronti delle donne che sono costrette a interrompere la loro gravidanza sappiano, questi signori, che a vergognarsi dovrebbero essere loro”.

Capite? Dire la verità per alcuni è “semplicemente mostruoso”. Per altri, rappresentare cosa avviene durante un aborto, significa offendere la vita”. Dimenticano questi signori una verità elementare: è l’aborto che offende la vita!

Perchè tutto questo? Semplice, perché una parte della realtà, quella che consciamente o inconsciamente fa male, è meglio non ricordarla. Per questo, secondo alcuni, non è bene ricordare, come ha fatto Gandolfini, che “In Italia, dal 1978 a oggi, sono stati uccisi sei milioni di bambini e ne sono stati salvati 200mila. Li ha salvati ad esempio il Movimento per la vita. Ecco lo Stato ha tradito se stesso”. Per loro, non è bene evidenziare che la legge 194 formalmente non riconosce il diritto all’aborto o che essa è stata applicata soltanto negli articoli che permettono la soppressione di una vita umana e non in quelli, fondamentali ed iniziali della legge, che aiutano la maternità. E invece tanti pensano che questo diritto all’aborto esista.

La cosa grave però è che non si vuole che altri ne parlino e lo ricordino. Alcuni, infatti, si riempiono la bocca di diritti e tolleranza ma poi in maniera intollerante non vogliono riconoscere agli altri il diritto di parlare di queste cose. Per questo, sembra quasi una mosca bianca il giornalista Cruciani, che, ricordiamolo, è a favore delle nozze gay e dell’utero in affitto, quando dice  “Io non sono uno di voi. Ma non trovo giusto quello che è stato messo in atto da coloro che vorrebbero spegnere questo microfono: una vera campagna di criminalizzazione. Quindi sono qui. Ovunque vieteranno di esprimere il vostro pensiero, io sarò uno di voi”.

Come si vede, la questione viene ridotta a desideri, la verità viene coperta dalla coltre politica della difesa dei diritti. Sì, il diritto del più forte sul più debole, il diritto del “potente” che sopprime l’innocente.

Chi è l’innocente? Beh, semplice, guardate questo splendido video:

 

 

E invece quello che respiriamo in tutte le salse, su tutti i canali, è un pensiero borghese della vita, fatto di grandi difese di piccoli desideri, chiusi al Mistero della vita. Vediamo gente come il deputato Vincenzo Spadafora, M5S, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle pari opportunità e ai giovani, il quale, riferendosi alla manifestazione in programma a Roma per promuovere i diritti LGBT, dice: “A Roma si celebreranno le idee e il futuro, a Verona si rivanga il passato”. Oppure, vediamo gente che festeggia con grida ed urla di gioia la firma da parte del Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, della legge che permette l’aborto fino ad un attimo prima della nascita, cioè un infanticidio (si tratta del Reproductive Health Act, vedi foto). Altro che diritto fondamentale delle donne!

Questo il concetto di libertà, questi i diritti che tali signori affermano.

Se avete lo stomaco per vedere questa oscenità piena di autocompiacimento e allegria nell’approvare una legge che permette un simil infanticidio, guardate questo video:

 




Portando una croce addosso, percorre 4.500 km a piedi per partecipare alla Marcia per la vita

Venerdì scorso si è tenuta l’annuale Marcia per la vita degli Stati Uniti. Il luogo dell’incontro è stato Washington. Lì è arrivato anche John Moore, che ha percorso 4.500 km a piedi, con una croce addosso perché ha fatto “una promessa ai Cavalieri, al popolo della Marcia per la Vita, ai non ancora nati e a Dio”.

Ecco l’articolo di CNA, nella mia traduzione.

John Moore nella sua solitaria pre-Marcia per la vita

John Moore nella sua solitaria pre-Marcia per la vita

 

Lo scorso fine settimana, John Moore è arrivato al Washington Monument nella capitale degli Stati Uniti, dopo un pellegrinaggio a piedi da San Francisco, iniziato nell’aprile 2018, in tempo per partecipare alla Marcia per la vita di venerdì (scorso 18 gennaio, ndr)

Moore è stato accompagnato nel suo pellegrinaggio di 2.800 miglia (cioè 4.500 km, ndr) da Laura, una dei suoi sei figli, che lo ha guidato e gli ha dato assistenza lungo il cammino.

I Moores sono di Gallup, New Mexico, dove possiedono un’azienda che affitta spazi a camper e camper, e John è membro dei Cavalieri di Colombo.

Sono partito dal sito della Marcia per la vita del West Coast di San Francisco per arrivare al National Mall di Washington DC”, ha detto John a Voice of the Southwest. “Finirò il 18 gennaio 2019 – questa è la Marcia per la Vita a Washington DC”.

Parlando al giornale della diocesi di Gallup a maggio, Laura ha detto: “Di solito se siamo vicini alla città in cui alloggiamo, ci sistemiamo in un hotel e poi lo riprendiamo alla fine della sua passeggiata, ma oggi sta percorrendo una strada sterrata che non appare molto chiaramente sulle mappe, quindi ogni 20 minuti mi accosto (a lui)”.

Laura cerca il percorso per suo padre, assicurandosi che abbia cibo e acqua per tutta la sua giornata di cammino, e riprendendolo alla fine di ogni giorno di viaggio.

Una volta usciti da San Francisco, ha detto Laura, hanno ricevuto un sacco di sostegno da parte della gente lungo il percorso.

A San Francisco c’erano molte persone che si sono messe di fronte a mio padre e gli urlavano in modo piuttosto volgare. E poi, più ci allontanavamo da San Francisco, più gli veniva dato sostegno. Non che non si aspettasse le cose brutte. Ha tenuto la bocca chiusa e ha continuato a camminare”.

In realtà mi sorprende quante persone non religiose sono incuriosite da quello che fa. Abbiamo avuto un paio di persone che si sono fermate a parlare con noi e non erano affatto religiose. Non sapevano nulla della Marcia per la Vita”, ha detto Laura.”La gente si fermerà a dare acqua a mio padre, alcuni cammineranno con lui il più a lungo possibile, altri gli daranno dei soldi. Un sacco di gente gli dice quanto è figo quello che fa“.

John intende donare i soldi che ha ricevuto lungo la strada ai Cavalieri di Colombo per il loro sforzo di fornire macchine ad ultrasuoni ai centri per la gravidanza a favore della vita; il progetto ha recentemente donato la sua 1000esima macchina alla Clinica Medica Libera Madre di Misericordia nella diocesi di Arlington.

Ha fatto pellegrinaggi a piedi per un certo tempo: ha camminato almeno 13 volte fino al santuario di Chimayo; ha fatto un pellegrinaggio nel Kansas in onore di padre Emil Kapaun, un cappellano dell’esercito che è morto in un campo di prigionieri di guerra durante la guerra di Corea; e ha camminato fino alla Nostra Signora di Guadalupe Fiesta a Las Cruces, e al Monte Cristo Rey fuori El Paso.

Mentre cammina, John porta una delle due croci di legno: una che mostra la Divina Misericordia, una croce e filo spinato del cappellano in onore di Padre Kapaun, e un’altra con il Sacro Cuore e Nostra Signora di Guadalupe.

Laura ha detto a Voice of the Southwest che è un’opportunità di crescita spirituale per lei, e un’occasione per avvicinarsi ancora di più al padre.

Penso che Dio mi stia preparando ad imparare ad essere sola, e sento che questo è ciò che è questo viaggio – mi aiuterà ad essere sola con me stessa, ad essere amica di me stessa e ad avvicinarmi a Dio in questo aspetto”, ha detto. “Mi sento come se fossi davvero benedetta da questa opportunità di passare tutta la giornata concentrandomi su di essa invece di dover trovare il tempo per farlo”.

John ha parlato recentemente alla rivista Columbia del suo pellegrinaggio di attraversamento degli Stati Uniti, dicendo che cammina “per umiliarmi davanti a Dio, per essere testimone di Cristo e pregare per gli altri….. È un cammino di fede”.

Se sono sul sentiero da qualche parte, pregherò il rosario. Ma quando si cammina in un pellegrinaggio come questo, è molto pericoloso. Non si può ascoltare la musica. Devi sempre prestare attenzione e rimanere concentrato”.

Ha detto che la sua devozione a padre Kapaun è radicata nel fatto che “la sua fede era più grande delle sue paure. Vi dirò una cosa: sono una specie di grande pollo. Odio le alture e devo attraversare grandi ponti. E più a est andiamo, tutto questo traffico ti rende ansioso”.

E’ una sfacchinata quotidiana e a volte non voglio camminare, ma devi solo andare e non fare niente di stupido. Ci vuole molta fede. La fede deve essere più grande delle tue paure“, ha detto John alla Columbia.

Questa non è una questione che io abbia successo. Si tratta di mantenere una promessa – una promessa che ho fatto ai Cavalieri, al popolo della Marcia per la Vita, ai non ancora nati e a Dio”.

 

Fonte: Catholic News Agency




La prima causa di morte del 2018? L’aborto. 42 milioni di vite umane distrutte!!!

All’inizio dell’anno, su questo blog, vogliamo essere politicamente scorretti, e cominciare con una notizia che molti non vogliono ascoltare, ma che è decisamente triste e vera allo stesso tempo. L’aborto, cioè la distruzione di una vita umana, è di gran lunga la prima causa di morte al mondo. Anche nel 2018.

Ce lo ricorda Micaiah Bilger. Vi riporto la notizia nella mia traduzione

Bimbo nell'utero materno

Bimbo nell’utero materno

 

Sono morti più esseri umani per l’aborto di qualsiasi altra causa di morte nel 2018, come indica un nuovo rapporto.

Un promemoria straziante sulla prevalenza dell’aborto, le statistiche compilate da Worldometers indicano che nel 2018 ci sono stati quasi 42 milioni di aborti in tutto il mondo. Il sito indipendente raccoglie dati dai governi e da altre organizzazioni rispettabili e poi riporta i dati, insieme a stime e proiezioni, sulla base di questi numeri.

Breitbart ha contrapposto i numeri dell’aborto ad altre cause di morte, tra cui cancro, HIV/AIDS, incidenti stradali e suicidio, e ha scoperto che l’aborto è di gran lunga superiore ad ogni altra causa.

Ecco uno stralcio dal rapporto:

Al 31 dicembre 2018, ci sono stati circa 41,9 milioni di aborti effettuati nel corso dell’anno, ha rivelato Worldometers. Al contrario, 8,2 milioni di persone sono morte di cancro nel 2018, 5 milioni di fumatori e 1,7 milioni di persone sono morte di HIV/AIDS. …

Riporta anche il numero totale di aborti nel mondo, sulla base delle ultime statistiche sugli aborti pubblicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

A livello globale, poco meno di un quarto di tutte le gravidanze (23 per cento) sono state interrotte a causa dell’aborto nel 2018, e per ogni 33 nati vivi, dieci neonati sono stati abortiti.

Worldometers stima circa 59 milioni di morti in tutto il mondo nel 2018, ma questo numero non include le morti per aborto di bambini non ancora nati. I bambini non nati non sono riconosciuti come esseri umani anche se la biologia indica che sono esseri umani viventi e unici fin dal momento del concepimento e che muoiono in maniera brutale e violenta per l’aborto.

Il numero di aborti è incomprensibile, ma ognuno di questi 42 milioni di aborti rappresenta un essere umano vivente la cui vita è stata violentemente distrutta nel grembo materno. Ogni bambino non ancora nato aveva già il proprio DNA unico, che lo distingueva dalla madre. Quel DNA indicava se il bambino era un ragazzo o una ragazza, il colore degli occhi e dei capelli, la sua altezza, possibili malattie genetiche e altre disabilità, e molto altro ancora. Nella maggior parte dei casi, anche i cuori dei bambini non ancora nati battono quando vengono abortiti.

In America, poco meno di 1 milione di bambini vengono abortiti ogni anno. Anche se i tassi di aborto sono diminuiti nell’ultimo decennio, l’aborto rimane la principale causa di morte anche negli Stati Uniti.

Si stima che circa 60 milioni di bambini non ancora nati sono stati uccisi in aborti negli Stati Uniti da Roe v. Wade (la causa che portò alla legge sull’aborto, ndr) nel 1973. In gennaio, i sostenitori pro-vita si riuniranno per l’annuale Marcia per la Vita a Washington, D.C. per ricordare l’anniversario di quella scellerata decisione e per chiedere il ripristino delle protezioni per i non ancora nati.

 

Fpmte: Lifenews