Card. Burke: Occorre rimanere fermi nella lotta per la verità. Questo è esattamente ciò che deve accadere anche oggi. (seconda parte – ultima)

Sua Eminenza Raymond Leo Cardinale Burke, Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta e Prefetto Emerito della Segnatura Apostolica, ha recentemente visitato il Santuario di Nostra Signora di Guadalupe a La Crosse, Wisconsin. Il 9 dicembre Sua Eminenza ha gentilmente concesso a Bon Fier, del giornale The Wanderer, un’ampia intervista e ha offerto molti spunti illuminanti su questioni che riguardano la Chiesa nel tempo presente. 

Di seguito la seconda ed ultima parte dell’intervista. La prima parte l’abbiamo pubblicata ieri, ed è possibile leggerla qui.  

Ecco la prima parte nella mia traduzione.

 

Card. Raymond Leo Burke

Card. Raymond Leo Burke

Seconda parte

 

Domanda: L’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, è il curatore di un volume di prossima pubblicazione dal titolo Catechismo della Chiesa Cattolica con commento teologico (la sua pubblicazione è in ritardo di alcuni mesi, ma sembra che sarà disponibile all’inizio del 2020). Può dirci qualcosa su questo nuovo catechismo e quale sarà la sua autorevole portata?

Card. Burke: Questo nuovo numero del Catechismo non avrà l’autorità del testo approvato con la promulgazione nel 1994, che continuerà ad essere il testo autorevole. Qualunque commento l’arcivescovo Fisichella e altri collaboratori offrano nel nuovo volume avrà il valore della loro fedeltà all’immutabile dottrina della Chiesa. Questo non è un nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica e non deve essere considerato come tale. Io, da parte mia, esorto a studiare il Catechismo ufficialmente pubblicato. Ancora una volta, sottolineo che qualsiasi autorità abbia la nuova edizione dipenderà dalla correttezza della sua fedeltà alla dottrina.

 

Domanda: Alla recente Assemblea generale dell’USCCB a Baltimora, l’arcivescovo Christophe Pierre, nunzio pontificio, ha affermato che “la spinta pastorale di questo pontificato deve raggiungere il popolo americano, soprattutto perché le famiglie continuano a chiedere alle diocesi e alle parrocchie l’accompagnamento previsto da Amoris Laetitia”. In altre parole, come dicono molti nuovi rapporti, i vescovi degli Stati Uniti devono “mettersi in linea con il magistero di Papa Francesco”. Il messaggio evangelico non esige piuttosto che l’evangelizzazione e le pratiche pastorali comportino l’annuncio della verità immutabile [cioè: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a tutta la creazione” (Marco 16, 15)]? Con una tale enfasi su Amoris Laetitia, prevede una qualche possibilità che ai cinque dubia venga finalmente data una risposta? In caso contrario, come si può utilizzare questa esortazione apostolica per “l’accompagnamento pastorale”?

Card. Burke: Non credo che il Santo Padre risponderà mai ai cinque dubia – tanto tempo è passato, e non l’ha ancora fatto. Se egli rispondesse ai cinque dubia in accordo con l’insegnamento perenne della Chiesa, significherebbe che le false interpretazioni pastorali di Amoris Laetitia non potrebbero andare avanti. In altre parole, si dovrebbe insegnare ciò che è sempre stato proibito nella Chiesa, cioè che coloro che vivono in modo coniugale con qualcuno che non è realmente il loro marito o la loro moglie non dovrebbero presentarsi a ricevere i sacramenti. Certamente, tali relazioni non costituiscono un matrimonio valido. Gli insegnamenti di Nostro Signore sono chiari: il matrimonio è indissolubile, fedele, e tra un uomo e una donna.

Per quanto riguarda la nozione di “accompagnamento pastorale”, mentre la Chiesa accompagna sempre tutti i suoi membri e cerca di aiutarli a condurre una vita santa, la questione diventa: “Dove va questo accompagnamento?” Quando si accompagna qualcuno, lo si accompagna a una destinazione. La destinazione che deve essere ricercata è la fedeltà alla parola di Cristo, compreso il suo piano per il matrimonio. Ciò significa che quando si accompagnano persone in unione matrimoniale irregolare, bisogna aiutarle a non ricevere i sacramenti fino a quando non siano in grado di rettificare la loro situazione, il loro status canonico.

 

Domanda: Un’altra questione che è emersa all’Assemblea generale dell’USCCB (la Conferenza Episcopale degli USA, ndr) è stata quella di stabilire se l’aborto continui ad essere o meno la questione sociale preminente. Il vescovo Robert McElroy di San Diego si dice che abbia dichiarato: “Non è insegnamento cattolico che l’aborto sia la questione preminente che affrontiamo nel mondo dell’insegnamento sociale cattolico. Non lo è”. Fortunatamente, con un voto di 143-69, il  linguaggio originale è stato mantenuto. Cosa si può paragonare all’aborto come questione sociale alla luce del fatto che oltre 60 milioni di bambini non nati sono stati abortiti negli Stati Uniti da quando la decisione della Corte Suprema di Roe contro Wade è diventata la “legge del territorio” nel 1973?

Card. Burke: È assolutamente chiaro che l’aborto è la questione sociale preminente. L’aborto, fin dai primi giorni della Chiesa, è sempre stato considerato tra i peccati più gravi. Nella legge morale, la prima e principale legge ha a che fare con il rispetto della vita umana. Attaccare in qualsiasi modo la vita umana innocente e indifesa – tanto meno nella misura in cui sono stati praticati più di 60 milioni di aborti – è assolutamente la questione sociale preminente dell’epoca. Fino a quando non ristabiliremo il rispetto per la vita umana, nessuno degli insegnamenti sulle altre questioni sociali ha una solida base.

Ciò che mi delude di più è che 69 vescovi avrebbero votato a favore della rimozione di quel linguaggio – è un segno nefasto. Anche se non hanno prevalso (grazie a Dio!), qual è la situazione dei 69 vescovi che non considerano l’aborto come la questione sociale preminente? Dobbiamo ringraziare Dio per quei vescovi che hanno parlato – e dobbiamo pregare che sempre più vescovi fedeli facciano sentire la loro voce.

 

Domanda: Sa se all’Assemblea generale dell’USCCB si è discusso in merito a recenti sondaggi che indicano che i “nones” (coloro che non hanno alcuna fede religiosa) sono oggi la religione più diffusa negli Stati Uniti, e che il 69 per cento dei cattolici non crede nella Presenza Reale nella Santa Eucaristia? Cosa possono fare i vescovi statunitensi per invertire queste dolorose tendenze che sembrano peggiorare di anno in anno?

Card. Burke: Non ho informazioni sulle discussioni che hanno avuto luogo all’Assemblea Generale. Tuttavia, sono pienamente d’accordo sul fatto che le due questioni da lei menzionate avrebbero dovuto essere in prima linea nelle preoccupazioni dei Vescovi degli Stati Uniti. La fede nella presenza reale nella Santa Eucaristia è il cuore della nostra fede cattolica. Se il 69 per cento di coloro che si professano cattolici non crede nella presenza reale, le loro credenze non sono in accordo con la fede cattolica. Tutto il possibile deve essere fatto per correggere questa situazione.

La sfortunata deriva di così tante persone che non si identificano con alcuna fede religiosa dovrebbe essere di immensa preoccupazione per i Vescovi degli Stati Uniti. Deve significare che in qualche modo la Chiesa si sta sempre più identificando come una realtà secolare che la gente può scegliere o meno, invece del segno della salvezza e della luce delle nazioni.

È mia convinzione che dobbiamo dedicarci ad insegnare, nelle omelie e in altre forme educative, la Fede cattolica nella sua piena integrità. Soprattutto, dobbiamo istruire il popolo sulle verità fondamentali come la Presenza Reale. Chiaramente, i sacerdoti devono essere incoraggiati a predicare frequentemente su questi argomenti e a dare una forte testimonianza attraverso devozioni eucaristiche come l’Esposizione e la Benedizione del Santissimo Sacramento, le processioni eucaristiche, ecc.

L’arcivescovo Fulton Sheen mi viene in mente mentre parlo di questo argomento. Il suo messaggio è stato trasmesso in TV a tutti gli americani. Certamente, la percentuale di cattolici a quei tempi non era più grande di quella attuale. Eppure, era una delle figure più popolari nell’etere – la gente voleva sentire le verità della nostra fede che lui insegnava.

Ai nostri tempi, siamo diventati troppo politicamente corretti, troppo preoccupati di piacere alle persone. Piuttosto, dobbiamo dire alla gente la verità, certamente nel modo più attraente possibile, ma senza mai compromettere la piena integrità della verità.

 

Domanda: Alla luce della recente notizia che un sacerdote della Carolina del Sud ha negato la Santa Comunione all’ex vicepresidente Joe Biden, la prego di spiegare l’insegnamento della Chiesa sull’azione del sacerdote. Più recentemente, Padre James Martin, SJ, è apparso nella notizia anche per i suoi commenti su una questione simile. Come consiglierebbe ai vescovi e ai sacerdoti che ritengono che la ricezione della Santa Comunione non debba essere “politicizzata”?

Card. Burke: L’incidente riguardante padre James Martin, a cui lei allude, è avvenuto nella diocesi di Grand Rapids, Michigan. Un sacerdote ha giustamente detto a un giudice che viveva in una relazione lesbica aperta che non doveva avvicinarsi all’altare per ricevere la Santa Comunione finché non avesse corretto la sua situazione. Sono lieto di dire che il vescovo John Walkowiak ha fatto un’eccellente dichiarazione a sostegno del sacerdote. Mi è chiaro che P. Martin non insegna la Fede cattolica in queste materie e non ha un’autorità particolare per fare dichiarazioni su questo punto della disciplina della Chiesa.

Quello che il sacerdote ha fatto nella Carolina del Sud è stato corretto e giusto – che altri sacerdoti agissero in modo simile!

Nel 2007 ho scritto un ampio articolo sulla disciplina della Chiesa riguardo alla negazione della Santa Comunione a coloro che perseverano nel peccato grave manifesto che intendo aggiornare e ristampare presto (vedi qui). Dimostro che in tutta la tradizione della Chiesa, la disciplina riguardo al non ammettere persone che sono coinvolte in pubblici peccati gravi, dopo essere state ammonite, è stata costante e che certamente si applica a coloro che sostengono pubblicamente l’aborto e la cosiddetta legislazione sul matrimonio omosessuale.

Tutta questa materia non è una questione di politica, ma di legge morale. La legge morale si applica ai politici come a chiunque altro. Se uno è ignorante della verità e promuove la legislazione sull’aborto, questa è una cosa. Ma se uno è un cattolico romano professo che è stato ammonito sul fatto che non può sostenere una legislazione contro la legge morale naturale, è obbligato ad essere obbediente a quella legge. Come possono i vescovi rimanere fuori dalla questione, quando i politici che si professano cattolici danno scandalo all’intera nazione votando a favore dell’aborto? Come possono rimanere in silenzio?

Ricordo un incidente nel 2004, quando un funzionario governativo non cattolico di alto rango a Washington D.C. mi chiese se pensavo che l’insegnamento della Chiesa sull’aborto potesse cambiare. Ricordo che rimasi scioccato dalla domanda e risposi: “Come puoi fare questa domanda?” Dopo tutto, la questione era una delle leggi morali naturali e non aveva a che fare con nessuna specifica questione confessionale o confessionale. “Beh”, rispose, “potrei darvi i nomi di circa 80-100 legislatori cattolici che votano regolarmente a favore della legislazione sull’aborto. Quindi, immagino che non possa essere un insegnamento molto fermo della vostra Chiesa”. Questo è un grande scandalo!

 

Domanda: Ha qualche informazione o aspettativa riguardo all’appello del Cardinale George Pell fatto alla più alta corte australiana?

Card. Burke: Ho una grande speranza che il Cardinale Pell riceva finalmente un giudizio giusto. Non ho dubbi che l’accusa mossa contro di lui da una sola persona non identificata non possa essere plausibilmente accaduta nel modo in cui il Cardinale è accusato. Personalmente non credo che l’incidente sia realmente accaduto.

Il primo processo si è concluso con una sospensione del giudizio (impasse della giuria, ndr); la giuria del secondo processo lo ha poi condannato. In un appello infruttuoso davanti a tre giudici, il più colto dei giudici [il giudice Mark Weinberg] non era d’accordo con il voto degli altri due ed ha scritto un lungo e dottissimo dissenso.

Spero che a livello di Corte Suprema, si esprimeranno nuovamente a favore dell’opinione del giudice Weinberg. Spero che leggano le sue osservazioni e si rendano conto di quanto sia ingiusta la presente decisione.

 

Domanda: Che cosa motiva l’elemento rivoluzionario nella Chiesa?

Card. Burke: Per me, è ciò che c’è sempre stato dietro questo tipo di rivoluzione. È una questione di orgoglio; è una questione di pensare di conoscere meglio della legge di Dio, dei Dieci Comandamenti, e dell’immutabile insegnamento magisteriale della Chiesa riguardo alla fede e alla morale.

La gente vuole poter definire liberamente il significato della vita umana, definire il matrimonio, definire la natura umana stessa. Questo è l’orgoglio nella sua manifestazione più orribile.

Quindi, penso che la motivazione sia l’orgoglio e l’assenza di obbedienza alla Parola di Dio.

 

Domanda: In un tempo di continua confusione riguardo alla dottrina e alla disciplina nella Chiesa, chi ha la legittima autorità di determinare se i nuovi insegnamenti e le nuove pratiche pastorali rappresentano l’apostasia? A chi dovrebbero rivolgersi i fedeli sacerdoti e i laici per ottenere risposte autorevoli e rimanere così fedeli all’autentico insegnamento della Chiesa?

Card. Burke: L’unica risposta nella situazione in cui ci troviamo attualmente è quella di ripiegare sull’insegnamento costante della Chiesa, contenuto nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nell’insegnamento magisteriale ufficiale della Chiesa. Questo deve essere il nostro punto di riferimento. Esso è a disposizione dei buoni sacerdoti e dei fedeli laici – e devono farvi ricorso.

Per esempio, quando l’eresia ariana era dilagante, e l’elemento eretico stava apparentemente per prevalere perché la maggioranza dei cattolici era diventata ariana, è stato per l’eroica insistenza su ciò che la Chiesa aveva sempre insegnato sulle due nature e su una Persona divina di Nostro Signore Gesù Cristo che la verità ha prevalso.

È stato a costo di grandi sofferenze. Sant’Atanasio, per esempio, fu mandato in esilio. A un certo punto, Papa Liberio lo scomunicò per “amore della pace” in una sorta di decisione politica. Sant’Atanasio accettò tutte le sofferenze inflittegli e rimase fermo nella lotta per la verità. Questo è esattamente ciò che deve accadere anche oggi.

I sacerdoti fedeli e i laici devono essere preparati. Abbiamo il Catechismo della Chiesa Cattolica nella sua forma inalterata, che contiene l’insegnamento magisteriale. La gente continua a parlare del “magistero di Papa Francesco”. Recentemente ho parlato con due giovani sacerdoti che mi hanno raccontato di una conversazione con un terzo giovane sacerdote che studiava teologia morale. Ha detto loro: “Abbiamo il magistero di Papa Francesco che è completamente nuovo; ora dobbiamo abbandonare tutte le vecchie categorie e sviluppare una nuova teologia che sia all’altezza di questo magistero”. Questo è semplicemente assurdo – questo non è il magistero! I sacerdoti e i fedeli laici devono capirlo.

 

Il Sacro Cuore

 

Domanda: Quali pratiche e devozioni specifiche consigliate a chi fa fatica a mantenere la propria fede? Ci sono parole di incoraggiamento e di speranza da offrire a coloro che lottano contro lo scoraggiamento?

Card. Burke: Vorrei sollecitare in particolare la devozione al Sacro Cuore di Gesù, che è anche il Cuore di Cristo Re del cielo e della terra. Dobbiamo ricorrere alla pratica di questa devozione per aiutarci a riconoscere la presenza viva di Cristo con noi nella Chiesa in tempi in cui Egli non sembra essere presente a causa di tutta la confusione e persino dell’errore. Allo stesso modo, dobbiamo partecipare all’adorazione eucaristica e fare frequenti visite per adorare il Santissimo Sacramento.

Inoltre, raccomando la devozione alla Madonna, specialmente il Rosario che la Chiesa, in tempi di grande pericolo per la Fede, ha raccomandato ai fedeli. Per esempio, in occasione dell’invasione musulmana dell’Europa nel XVI secolo, Papa San Pio V ha implorato il popolo di recitare il Rosario e la Madonna è intervenuta con forza. Anche altri Papi, in situazioni in cui la Fede è stata seriamente minacciata, hanno incoraggiato la preghiera del Rosario. Allo stesso modo, la Madonna di Fatima ha sollecitato la preghiera del Rosario. Da parte mia, raccomando alla gente di recitare cinque decine del Rosario ogni giorno, se possibile.

Invito anche a partecipare alla campagna “Operation Storm Heaven” (vedi qui). Molte persone in tutte le parti del mondo stanno partecipando – è qualcosa di cui abbiamo disperatamente bisogno.

Semplicemente non possiamo perdere la speranza che Nostro Signore è con noi, anche se è difficile capire perché Egli trattenga la Sua mano in un momento di confusione e di errori. La situazione si sta mettendo così male. Si pensi, ad esempio, alla recente processione dell’idolo pagano (Pachamama, ndr) nella Basilica di San Pietro a Romaanche davanti alla tomba di San Pietro.

In passato, Nostro Signore sarebbe intervenuto in qualche modo per porre fine a tali pratiche. Ma per qualche motivo ora lo permette. Questo è per noi un motivo per purificare la nostra fede cattolica da ogni influenza estranea, soprattutto da influenze idolatriche. Soprattutto, non dobbiamo mai perdere la fiducia che Egli è con noi. Per esprimere questa fiducia, dobbiamo impegnarci a conoscerlo meglio attraverso la Parola di Dio tramandata nella Sacra Scrittura e nella Tradizione, ad adorarlo, a pregare, ad essere forti nelle nostre devozioni e a fare in modo che la nostra vita quotidiana sia coerente con la Fede cattolica che professiamo.

 




Papa Paolo VI: ho la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio»

[Il Santo Padre Paolo VI] Riferendosi alla situazione della Chiesa di oggi, il Santo Padre afferma di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: «Non so, non sappiamo, non possiamo sapere». La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno.

Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecumenismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli.

PER UN «CREDO» VIVIFICANTE E REDENTORE

Come è avvenuto questo? Il Papa confida ai presenti un suo pensiero: che ci sia stato l’intervento di un potere avverso. Il suo nome è il diavolo, questo misterioso essere cui si fa allusione anche nella Lettera di S. Pietro. Tante volte, d’altra parte, nel Vangelo, sulle labbra stesse di Cristo, ritorna la menzione di questo nemico degli uomini. «Crediamo – osserva il Santo Padre – in qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio Ecumenico, e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno della gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé. Appunto per questo vorremmo essere capaci, più che mai in questo momento, di esercitare la funzione assegnata da Dio a Pietro, di confermare nella Fede i fratelli. Noi vorremmo comunicarvi questo carisma della certezza che il Signore dà a colui che lo rappresenta anche indegnamente su questa terra». La fede ci dà la certezza, la sicurezza, quando è basata sulla Parola di Dio accettata e trovata consenziente con la nostra stessa ragione e con il nostro stesso animo umano. Chi crede con semplicità, con umiltà, sente di essere sulla buona strada, di avere una testimonianza interiore che lo conforta nella difficile conquista della verità.

OMELIA DI PAOLO VI

Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
Giovedì, 29 giugno 1972




Bux: “Oggi invece abbiamo preti che si battono per la legalità, non in nome del Vangelo, ma della Costituzione italiana”

Mons. Nicola Bux e il Prof. Massimo Viglione hanno tenuto un incontro dal titolo: “Tenebre e Speranza. Quale futuro per la Chiesa in un momento epocale della storia”. La conferenza è stata organizzata dalla Confederazione Triarii “Viva Maria” di Arezzo, e si è tenuta il 21 Settembre scorso presso la “Sala Montini” di Arezzo. Una mia cara amica, la prof.ssa Eva Montanari, ha preso appunti dell’intervento di mons. Nicola Bux e ce li ha inviati. Essi sono stati rivisti dall’autore.

Con piacere ve li presento perché meritano una attenta lettura.

 

Mons. Nicola Bux

Mons. Nicola Bux (screeshot)

 

Ringrazio il professor Massimo Viglione per la testimonianza che dà di giudizio cattolico e anche di resistenza, per l’esplicitazione del credo cattolico, e anche voi. Sono sempre stupito quando incontro dei laici che si sentono parte in causa della realtà attuale. Questi sono laici fedeli, cristiani.

Primo punto: Gesù Cristo. Noi dobbiamo avere una certezza, che il Signore ha già salvato il mondo. Noi non abbiamo da salvare nessuno e nulla; la verità di questa affermazione è che ogni giorno celebriamo la Santa Messa. E’ un’affermazione tranquilla e allo stesso tempo drammatica che la croce di Gesù Cristo davvero sconfigge il male ed è quindi capace di fronteggiare l’evolversi delle diverse stagioni storiche. Probabilmente per noi che viviamo in questo segmento del tempo, potrebbe sembrare di vivere in uno dei tempi peggiori e che quindi il passato fosse migliore, però S. Agostino dice che è insipiente chi afferma che i tempi antichi erano migliori degli attuali. Il dramma è che siccome l’uomo vive un periodo determinato, assolutizza il tempo in cui vive, 70-80 anni più o meno. E quindi il grande vescovo di Ippona mette in guardia da questa insipienza. Certo, il passato sembra che si riproponga nell’oggi; inevitabilmente ci sono tante analogie, per esempio Il tempo attuale richiama quello del paganesimo, tempo in cui il cristianesimo era assolutamente inerme, addirittura insignificante perché in diaspora, eppure dopo tre secoli, anche di martirio, il cristianesimo si è affermato grandemente, dimostrando la verità della parola di Cristo: voi siete il sale della terra, la luce del mondo. Non dobbiamo mai dimenticare queste parole di nostro Signore perché costituiscono la nostra certezza, il nostro faro.

Il problema odierno è che oggi gli uomini di Chiesa misconoscono Gesù Cristo. Se si parla di nuovo umanesimo, se si parla di fratellanza umana, senza Gesù Cristo, noi siamo in quella che, nella terminologia classica, si chiama apostasia, cioè allontanamento dalla verità. Ed è tanto più grave perché questo allontanamento lo compiono gli uomini di Chiesa. Non che si neghi formalmente Gesù Cristo, come nel IV secolo, al tempo del  grande dibattito cristologico, quando si discuteva se Cristo fosse vero Dio o vero uomo, anche se taluno tenta pure questo. No, il livello culturale si è abbassato e quindi affrontare un dibattito cristologico sarebbe inaccessibile ai più. Invece, come diceva il grande cardinale Biffi, Cristo è diventato una scusa per parlare d’altro. Negli anni ’70 la Conferenza Episcopale Italiana lanciava piani decennali sulla di “evangelizzazione e sacramenti”, poi sulla “evangelizzazione e promozione umana”, e così via, nei quali si sosteneva l’urgenza di far conoscere Gesù. Adesso, di evangelizzazione non se ne parla più; si è tutti appassionatamente protesi verso una proposta “nuova” che superi le divisioni e ottenga finalmente quel meraviglioso risultato che, invece, san Paolo descrive così nella lettera agli Efesini: “Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia” (Ef 2,14). San Paolo attribuisce questo risultato a Gesù Cristo perché è Lui che ha abbattuto il muro, ha fatto la pace. Allora il primo punto è Gesù Cristo: è diventato scomodo. A seminaristi, nel momento in cui venivano mandati in missione, è stato detto dagli educatori: “Non parlate di Gesù Cristo perché è divisivo”. Sembrerebbe incredibile, detto poi da sacerdoti che formano altri sacerdoti. Sì, è divisivo. Eppure Giovanni XXIII, nel discorso di apertura del Concilio ecumenico disse. “Il problema del mondo sarà sempre lo stesso: essere con Cristo o essere contro Cristo”.

Certo, non siamo nel periodo delle eresie cristologiche che impegnavano i grandi pastori e dottori, oggi il livello è tanto più basso…Affermare che qualcuno è eretico è un azzardo, anche perché sant’Agostino diceva che per essere eretici bisogna essere grandi uomini(Non fecerunt haereses, nisi magni homines). Eresia significa scegliere alcuni aspetti della verità cattolica ed assolutizzarli, e ciò implica una capacità pensante. Il cardinal Giacomo Biffi se n’era reso conto già 15-20 anni fa.

Secondo punto della crisi attuale è la Chiesa, cioè l’idea di Chiesa. Anche qui non sarò originale. Nel 1985 il cardinale, prefetto della fede, Joseph Ratzinger, dette un’intervista a Vittorio Messori, diventata celebre, “Rapporto sulla fede”. Lanciò il classico sasso in piccionaia, denunciando: “E’ in crisi l’idea di Chiesa”. Voleva dire che l’idea di Chiesa, intesa come “sacramento di salvezza del mondo”, come “l’arca che salva l’umanità dal diluvio” – sono immagini patristiche – oppure con il Concilio Vaticano II, come “segno e strumento di salvezza del genere umano”, cominciava ad offuscarsi. La Chiesa cominciava ad essere percepita più come una comunità sociale che s’interessa dei bisogni umani della gente. Come è stato obiettato da qualcuno: “…prima di parlare di Cristo dobbiamo riempire la pancia!”. Ma come: Gesù Cristo ha detto “Cercate il cibo che non perisce”! Anzi, è rimasto molto perplesso quando i discepoli gli hanno detto che c’era tanta gente che l’aveva seguito, perché affamata dalla Sua parola e ora non sapeva dove procurarsi cibo materiale. Così li ha licenziati: “Date loro voi stessi da mangiare!”. Come a dire non sono io a occuparmi dei problemi materiali. Altre volte, dinanzi a chi lo voleva trascinare in questioni testamentarie, ha osservato: “Chi mi ha fatto giudice di queste cose?”. Oggi, invece, vi sono preti che trascinano la Chiesa nelle campagne per la legalità, quando, notoriamente, la Chiesa, per sua natura, si è preoccupata di evangelizzare chi viveva nell’illegalità, i malviventi, i briganti. Abbiamo avuto santi che andavano a cercare i banditi. Non necessariamente grandi santi. Io ne ricordo uno che da ragazzo nella mia parrocchia veniva sempre proposto: San Gaspare, che nel periodo napoleonico, andava nelle campagne romane a cercare chi si era dato alla macchia, per catechizzare e quindi civilizzare. E ancor prima lo ha fatto San Leone Magno con l’evangelizzazione e la civilizzazione dei barbari. Già, perché evangelizzare è mettere le premesse solide della civiltà. Oggi invece abbiamo preti che si battono per la legalità, non in nome del Vangelo, ma della Costituzione italiana, per arrivare fino alla questione dei migranti. Un tempo, dei migranti, la Chiesa si interessava per evangelizzarli, per farli diventare cristiani. Pensiamo a Santa Francesca Saverio Cabrini. Leggevo una lettera di san Pietro Claver, un gesuita santo che riscattò gli schiavi: Abbiamo cercato di salvare i loro corpi e subito dopo abbiamo cercato di catechizzarli perché imparassero le preghiere, il catechismo, perché fossero battezzati e si salvassero le loro anime. Quindi la Chiesa percepiva l’importanza della missione per salvare le anime che sono quanto di più prezioso abbiamo. Gesù ha detto “A che serve all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima?”. Gli uomini di Chiesa, sembrano protesi ad una Chiesa “biologica”: ma questa, come ha osservato un mio collaboratore, precipita verso una “fossa biologica”.

Terzo passaggio. La crisi della liturgia. E’ forse l’aspetto che la gente percepisce per prima, perché la maggior parte dei cristiani va a messa, non alle catechesi né alle conferenze, salvo le persone più avvertite. La gente va a messa e la prima cosa che vede, non è più un culto divino (culto significa un rapporto coltivato, una relazione curata, nel caso della sacra liturgia, tra Dio e me). Sin dall’antichità, l’uomo religioso va al tempio per incontrare la divinità. Perché si costruivano i templi? La parola tempio vuol dire lo spazio sacro “delimitato”, – dal termine greco temno. Ritagliavano uno spazio dove potesse abitare la divinità e l’uomo potesse incontrarla. Gli ebrei hanno fatto la stessa cosa: andavano al grande tempio di Gerusalemme alla presenza del Signore. Allora la liturgia era l’occasione perfetta per incontrare Dio e rivolgersi a Lui con tutti i problemi, le  pene, le domande. Che è successo? La liturgia negli ultimi decenni è diventata sempre più un intrattenimento sociale. In una cerimonia sociale, tu puoi impedire che tutta la gente partecipi agli atti previsti? No, perché altrimenti fai brutta figura. E così, nella messa trasformata in intrattenimento, la Comunione la devono fare tutti. Come si fa ad impedire, in un funerale, con tanta gente che in chiesa non mette mai piede, di fare la comunione? Giorno dopo giorno la liturgia ha mutato pelle, è diventata quest’intrattenimento, questo happening. Si viene per stare bene insieme per fraternizzare, per abbracciarsi, per baciarsi….tutti vanno a prendere l’eucaristia che, invece, dovrebbe essere il sacramento culmine dell’iniziazione, dell’itinerario di catechizzazione, di catecumenato. Per non dire che l’eucaristia è anche il culmine dell’itinerario di chi si è allontanato dalla Chiesa, e quindi dopo un periodo penitenziale, dopo la confessione riceveva la riconciliazione e infine l’eucarestia. Questo è scomparso, e la liturgia si è ridotta ad occasione per stare insieme. Non pochi preti la pensano così. Quindi, c’è un profondo dissenso sulla natura della liturgia. E questo Ratzinger l’ha rimarcato nei suoi studi. Siamo arrivati alle prime comunioni dei bambini per cui nelle chiese imbandiscono le tavolate dove i bambini si siedono come al ristorante, e da sé prendono l’ostia; così, dicono taluni, capiscono che l’eucaristia è un banchetto …

Quindi è avvenuto l’offuscamento del sacrificio eucaristico, che è l’essenza del culto, non solo cristiano, ma umano. Nelle religioni, il sacrificio è l’atto del rapporto con Dio. San Paolo l’ha detto chiaro nella lettera ai Romani: “Offrite i vostri corpi in sacrificio spirituale”(12,1). Quindi la messa va concepita come l’atto sacrificale, il sacrificio della mia vita e, solo secondariamente occasione di comunione.

Comprendiamo –  qui vengo al quarto punto che accenno soltanto: l’uomo – che con la crisi della cristologia, con la crisi dell’ecclesiologia, cioè dell’idea di Chiesa, con la crisi del culto divino, della liturgia, entra in crisi l’antropologia, cioè la concezione dell’uomo, tant’è vero che oggi vediamo cattolici che fanno le battaglie che una volta erano dei radicali, sostengono l’aborto e l’eutanasia. Un “effetto domino”: è crollata la concezione dell’uomo. La crisi morale non è la crisi primaria, ma la conseguenza della crisi ontologica, dell’essere, che ha inizio dalla dimenticanza dall’essere per eccellenza, che è Gesù Cristo, e arriva all’essere umano.

Conclusione: Che cosa possiamo fare? Nella misura in cui in noi si è svegliato il giudizio, il giudizio cattolico, magari non ben strutturato, a livello istintivo o intuitivo, la percezione di qualcosa che non va, allora è evidente che dobbiamo resistere. E’ alla resistenza che siamo chiamati. E siccome non siamo un esercito regolare, come tutte le resistenze, dobbiamo attrezzarci, cioè dobbiamo dotarci delle armi opportune, come sta avvenendo oggi grazie ai social, dotarci di argomenti in grado di confutare certe tesi erronee che vengono propagandate anche all’interno di ambienti ecclesiastici. E quindi, figure come quelle del professor Viglione sono significative, perché coagulano quell’esigenza di strumentazione che tutti noi abbiamo; però, evitando di usare la carta millimetrata: “quello la pensa esattamente come me, allora vado d’accordo”. Dobbiamo avere una certa larghezza che è quella che aveva Gesù, quando qualcuno gli andava a dire: “Alcuni là fuori stanno cacciando i demoni, non sono dei nostri”. E Gesù risponde: “Chi non è contro di noi, è per noi”. Un esempio di larghezza, che vada all’essenziale, alla sostanza. Se si è troppo spigolosi, si finisce per suddividersi ulteriormente.

Dunque, sono grato all’Associazione dei Triari per l’invito, e al professor Viglione per l’opera che compie. Ciascuno di noi opera dove sta, ma nessuno sta da solo. E’ un invito a essere uniti, uniti i sacerdoti, uniti i laici nel promuovere occasioni di raduno fra voi per cercare di formarsi, di attrezzarsi alla battaglia. Vi lascio con questa frase che il cardinal Caffarra ha detto ad un nostro raduno dieci giorni prima di morire. In genere nella Sacra Scrittura, vediamo che il Signore compie le Sue grandi imprese con pochi. Celebre è il caso di Gedeone, che voleva fare la battaglia con migliaia di persone. E il Signore: ”No, sono molti, seleziona ulteriormente”, finché Gedeone non arriva a qualche centinaio. Caffarra osserva: ”… il Signore fa grandi cose, quasi sempre nel silenzio e con poche persone!…” Di questo dobbiamo essere convinti, perché le cose fatte senza rumore, ma nel silenzio, sono meditate e razionali. Noi dobbiamo fare affidamento unicamente sulla forza di Dio.

Ecco perché, mi permetto di dire, il punto di maggiore resistenza oggi al dilagare dell’anticristianesimo, è la liturgia celebrata come culto a Dio, celebrata nella forma antica che, come sapete, sta avendo un costante avanzamento, nonostante l’opposizione, o nella forma nuova, in maniera corretta, rivolta al Signore; così non potrà non produrre il suo risultato di conversione, come già sta avvenendo in tanti giovani.

 

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Card. Müller: “Vescovi e papi non hanno un filo diretto con lo Spirito Santo che, accanto alla testimonianza di Scrittura e Tradizione, riveli loro una nuova forma di cristianesimo”

Il Cardinal Müller ha tenuto questa conferenza “Requisiti per la ricezione del sacramento dell’ordine” davanti allo “Schülerkreis und Neuer Schülerkreis Joseph Ratzinger / Papst Benedikt XVI” [Circolo degli alunni e Nuovo circolo degli alunni di Joseph Ratzinger / Papa Benedetto XVI].

Riprendiamo la relazione del Cardinal Gerhard L. Müller da Kath.net, nella traduzione di Alessandra Carboni Riehn.

 

Card. Gerhard L. Müller

Card. Gerhard L. Müller

 

Il Concilio Vaticano II, nel suo “Decreto sul ministero e la vita dei sacerdoti” (7.12.1965), “ha richiamato la grande dignità del sacerdozio nella Chiesa” (PO 1). Proprio i vescovi, i presbiteri (= sacerdoti) e i diaconi hanno un ruolo estremamente significativo da svolgere per il “rinnovamento della Chiesa di Cristo” nel nostro tempo.

La Chiesa non è infatti un’impresa umana o un’azienda internazionale, non è una lobby per interessi particolari o un circolo segreto come la Massoneria, che combatte la Chiesa in quanto fondazione divina, eppure le assegna una nicchia nel suo tempio dell'”umanesimo senza Dio” (Henri de Lubac), costruito da mani di uomo. Piuttosto, essa è “in Cristo il sacramento universale della salvezza del mondo, segno e strumento per la più intima unione con Dio e per l’unità di tutta l’umanità”. (LG 1; 45; GS 48). Solo l’eterno Figlio del Padre, il Verbo incarnato, il Cristo presente nella sua Chiesa, è la ragione, il contenuto e il criterio della fede che ci giustifica e santifica. La fede cristiana non ha nulla a che vedere con una divinità pagana che si manifesta in miti e utopie o nella dinamica di eventi storici o nei processi messi in moto dall’uomo, nel “sangue della razza”, nello “spirito del popolo” o in realtà immorali della vita.

La Parola di Dio nella Sacra Scrittura e nella Tradizione Apostolica è l’unico e vero locus theologicus, mentre il Magistero ha solo una funzione interpretativa. “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità”. (Gv 1,14).

È solo un paganesimo risorgente, che Papa Pio XI già rigettò con grande chiarezza e severità nella sua enciclica “Mit brennender Sorge” (Domenica delle Palme, 14 marzo 1937) contro la falsificazione nazionalsocialista del concetto cristiano di rivelazione: un paganesimo che accanto alla pienezza della rivelazione in Gesù Cristo presume o riconosce ulteriori presunte rivelazioni divine o nei processi dinamici della coscienza popolare o nelle realtà della vita, anche se queste contraddicono la volontà di Dio, che è obbligatoria per sempre e in ogni circostanza, nella legge naturale e nella Nuova Via del discepolato di Cristo. (Cfr. l’enciclica “Veritatis splendor” di San Giovanni Paolo II).

“La rivelazione culminata nell’Evangelo di Gesù Cristo è definitiva e obbligatoria per sempre, non ammette appendici di origine umana e, ancora meno, succedanei o sostituzioni di «rivelazioni» arbitrarie, che alcuni banditori moderni vorrebbero far derivare dal così detto mito del sangue e della razza.”

Questo vale per tutti i vecchi miti pagani, ma anche per i nuovi miti pagani del capitalismo liberista, del marxismo socialista e dell’ideologia narcisistica omosessuale e del gender, che sono tutti radicati nella riduzione dell’uomo a mera materia. Sono irrimediabilmente senza Dio e quindi radicalmente nemici dell’uomo.

Se non si vuole che il cosiddetto processo sinodale in Germania o il Sinodo amazzonico finiscano nel disastro di un’ulteriore confusione e secolarizzazione della Chiesa, i suoi protagonisti devono lasciare che a guidarli sia la constatazione di Papa Pio XI: “Ogni riforma genuina e duratura ha avuto propriamente origine dal santuario, da uomini infiammati e mossi dall’amore di Dio e del prossimo; i quali, per la loro grande generosità nel rispondere ad ogni appello di Dio e nel metterlo in pratica anzitutto in se stessi, cresciuti in umiltà e con la sicurezza di chi è chiamato da Dio, hanno illuminato e rinnovato i loro tempi. Dove lo zelo di riforma non scaturì dalla pura sorgente dell’integrità personale, … fu sovente punto di partenza di errori ancora più funesti dei danni, a cui si volle o si pretese portare rimedio. … Ma Egli, che ha fondato la Chiesa e l’ha chiamata in vita nella Pentecoste, non spezza la struttura fondamentale della salutare istituzione, da Lui stesso voluta.”

Questa è appunto la chiesa gerarchica, cioè la chiesa sacramentalmente costituita del Dio uno e trino, così come è presentata nel capitolo 3 della Lumen gentium (LG 18-29). Essa si basa sulla rivelazione storica come autocomunicazione di Dio in Gesù Cristo e nello Spirito Santo, come rappresentato dal Concilio Vaticano II nella Dei verbum (DV 1-10). Al Magistero dei Vescovi e al Papa è solo affidata l’interpretazione fedele e completa della Parola di Dio scritta e tramandata. “Il quale magistero non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso… e in quanto da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio.” (DV 10).

Vescovi e papi non hanno un filo diretto con lo Spirito Santo che, accanto alla testimonianza di Scrittura e Tradizione, riveli loro una nuova forma di cristianesimo in cui Cristo dovrebbe ridursi al  ruolo di precursore storico del paradigma valido oggi. Qualsiasi espressione ambigua (come ad es. “abbiamo bisogno di una nuova Chiesa” o “la Chiesa deve convertirsi”) tradisce “i molti falsi profeti il cui spirito non è da Dio” (1 Gv 4,1). Perché Cristo edifica la Sua Chiesa su Pietro e non Pietro edifica la sua Chiesa su un Gesù come la gente lo immagina e desidera, e sa cosa direbbe se vivesse oggi. (Mt 16,18).

Ma solo perché è la Chiesa di Cristo non sarà sopraffatta dalle porte degli inferi (apostasia, eresia e scisma). Nonostante l’importanza del Magistero infallibile del Papa e dei Vescovi, che è costitutivo per la fede cattolica, il Concilio Vaticano II ricorda contro ogni positivismo del magistero: “Ma non ricevono alcuna nuova rivelazione pubblica come appartenente al deposito divino della fede (fidei depositum)”. (LG 25). Lascia ormai solo costernati il fatto che in alcuni “testi di riforma” ecclesiastica Dio, Cristo, la Sacra Scrittura dell’Antico e del Nuovo Testamento o non compaiano affatto o il Vangelo rischi di soffocare sotto un ammasso di retorica socio-psicologica e pastorale.

Ciò che è il ministero degli apostoli, che viene esercitato dal vescovo nella sua pienezza e dai sacerdoti e dai diaconi in partecipazione diversa (LG 21; 28), può essere compreso e spiegato solo alla luce della missione di Gesù inviato dal Padre per la salvezza del mondo. È partecipazione (kleros) di uomini alla missione e all’autorità di Gesù (LG 19-21), che dopo la risurrezione disse ai discepoli: “Come il Padre mi ha mandato, così io mando voi… Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi…”. (Gv 20,21 ss). Quando si dovette eleggere un dodicesimo apostolo al posto di Giuda, Pietro disse: “la sua parte (kleros) nell’apostolato e nell’episcopato dovrà essere di un altro. Ma questo fu poi scelto dallo Spirito Santo, mentre gli apostoli tirarono a sorte (kleros, sors) e poi presero tra gli apostoli al suo posto Mattia. (Atti 1,17-20).

Ne consegue che questi rappresentanti e responsabili della Chiesa del Dio trinitario non sono né “nominati da uomini né tramite uomini” – come sottolinea Paolo riguardo alla sua vocazione al ministero apostolico solo “per mezzo di Gesù Cristo e per mezzo di Dio Padre” (Gal 1,1) – né possono agire come funzionari o azionisti di una grande azienda religioso-sociale.

Il ministero del vescovo, dei sacerdoti e diaconi è trasmesso da Dio attraverso l’ordinazione sacramentale, e solo a coloro che sono chiamati a ciò da Lui stesso. Così il Concilio Vaticano II riassume l’intera dottrina cattolica sulla base della Scrittura e della Tradizione: “I presbiteri, in virtù della sacra ordinazione e della missione che ricevono dai vescovi, sono promossi al servizio di Cristo maestro, sacerdote e re; essi partecipano al suo ministero, per il quale la Chiesa qui in terra è incessantemente edificata in popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo.” (PO 1).

Non agiscono in una propria perfezione di potere, secondo discrezione privata e secondo insegnamenti e ideologie ideate a loro stessi, dalla gnosi al gender, dal neo-marxismo alla New Age. Vescovi e sacerdoti, invece, sono come gli apostoli esclusivamente “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio, cui solo si richiede che ognuno risulti fedele.” (1 Cor 4,1 s). Non hanno bisogno di reinventare il Cristianesimo, considerandosi più intelligenti di Gesù stesso, che era ancora limitato dalla vecchia visione del mondo e i cui insegnamenti avrebbero urgente bisogno di essere adattati al pensiero illuminato dei suoi discepoli di oggi. Da 2000 anni in qua, questo è veramente nuovo: che improvvisamente dei discepoli si innalzino sopra il Maestro (Mt 10, 24). Paolo raccomanda a Timoteo e quindi a tutti i vescovi cattolici dopo di lui: “Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà, costui è accecato.” (1 Tm 6,3)

Paolo, che deve essere un modello per ogni vescovo e sacerdote per come concepì e praticò la sua autorità e missione, chiede a se stesso e a noi: “È forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio?” E ci dà la risposta normativa: ” Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!” (Gal 1,10).

I criteri decisivi che un vescovo deve applicare per l’ordinazione di un candidato a vescovo, sacerdote o diacono sono quindi di natura teologica e non sociologica o psicologica. Per la teologia sociologia e psicologia sono solo scienze empiriche – ma ben distinguendone l’origine nell’ateismo di un Auguste Comte (1798-1857) e nell’agnosticismo di Sigmund Freud (1856-1939). I risultati di tutte le scienze empiriche, ma anche della filosofia, non possono mettere in discussione o ridefinire l’autorivelazione di Dio nella sua Parola e il riconoscimento della sua volontà nell’essere del mondo e nella natura delle realtà create. Perché altrimenti l’uomo muterebbe da ascoltatore della Parola e destinatario della Grazia a produttore di un’ideologia che si redime da sola, che inevitabilmente già è finita e sempre tornerà a finire nel dominio dell’uomo sull’uomo e nella devastazione della Terra.

Come l’uomo in generale non può pretendere l’essere e la vita dal suo Creatore o giustificare se stesso davanti a Lui perché deve tutto a LUI – vita e grazia – così non può fare specificamente del ministero apostolico – e dei ministeri che ne derivano del vescovo, del sacerdote e del diacono – l’oggetto di una pretesa nei confronti di Dio o di una richiesta alla Chiesa e al suo magistero.

Nella chiamata dei Dodici a divenire apostoli di Cristo (e anche nella chiamata dei 72 discepoli ad essere missionari del Vangelo e del Regno di Dio) si dice che Gesù – mostrando la sua autorità divina – “salì su un monte e simbolicamente “dall’alto”, dalla grande cerchia dei suoi discepoli “chiamò a sé” per nome “quelli che EGLI volle” (Mc 3,13), che liberamente gli rispondono e vengono a lui. “Ne nominò dodici, affinché fossero con lui e li mandasse a proclamare e cacciare i demoni con autorità.”(Mc 3,14 s).

Dopo la risurrezione, questa è la missione e l’autorità per annunciare la Parola e amministrare i sacramenti (con il perdono dei peccati e la mediazione della grazia). La riconciliazione universale dell’umanità con Dio in Cristo diventa presente in ogni tempo nel “ministero della riconciliazione” affidato agli apostoli ed esercitato dai loro legittimi successori, in modo tale che essi sappiano cosa sono: “Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro.” (2 Cor 5,20). È questa la ragione biblica della missione essenziale del sacerdote: in persona Christi, capitis ecclesiae, agere (PO 2). Questo “glorioso ministero della Nuova Alleanza e della Giustizia” non può essere esercitato per perfezione propria, intelligenza innata e acquisita, pretesa di leadership di “animali alfa” e prepotenza di carrieristi ego-manici, ma solo da coloro che sono chiamati, scelti, resi capaci e inviati da Dio a farlo. Perché, secondo l’esempio di San Paolo, a un vescovo e sacerdote deve diventare chiaro ogni giorno: “Non però da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello Spirito”. (2 Cor 3,5 s).

Se in origine gli apostoli furono chiamati e dotati di autorità direttamente dal Cristo storico e dal Signore risorto, dopo la Pasqua, nell’epoca tardo- e postapostolica, la nomina dei “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1) a “collaboratori di Dio” (2 Cor 6,1) per le singole Chiese locali – allora nascenti – avviene ad opera dello stesso Cristo, ma ora nel sacramento dell’ordinazione, ovvero nel segno dell’”imposizione delle mani e preghiera” (Atti 6,6; 14,23; 1 Tm 4,14; 5,22; 2 Tm 1,6). Prima che gli apostoli affidassero il “servizio delle mense”, i fratelli avrebbero dovuto scegliere tra loro uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza”. (Atti 6, 3).

Nel suo discorso di addio ai “vescovi presbiteri” della Chiesa di Efeso, che si erano riuniti intorno a lui a Mileto, l’Apostolo li ammonisce: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue.” (Atti 20,28). Per tutti, come per lui, si tratta di “non dare importanza alla propria vita”, purché il servizio al Vangelo sia pieno della grazia di Dio (Atti 20,24). Il vero servo di Cristo prende dunque su di sé tutti gli strapazzi del ministero apostolico. Nella sequela di Cristo, sopporta derisione e persecuzioni da parte dei “lupi rapaci, che sorgono perfino tra le proprie fila e minacciano il gregge di Dio”. (Atti 20,29).

Al servizio del “supremo pastore” (1 Pt 5,4), “del pastore e guardiano delle vostre anime” (1 Pt 2,25) – come Cristo è espressamente chiamato nella Prima Lettera di Pietro – i presbiteri devono pascere il gregge di Dio loro affidato, “non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo.” (1 Pt 5,2). E come Gesù ha già ammonito i discepoli a non orientarsi alla potenza e allo splendore dei signori del mondo, ma al Figlio dell’Uomo venuto a servire (Mc 10,43 ss) e a LUI, il buon pastore che dà la vita per le sue pecore (Gv 10,11), così i presbiteri, come l’apostolo Pietro che con loro è presbitero (1 Pietro 5,1), devono essere “modelli del gregge e non spadroneggiare su di lui” (1 Pt 5,3). Infatti, i “capi della Chiesa” nel ministero episcopale e sacerdotale sono modello per i fedeli attraverso il loro stile di vita, la fermezza e la forza della loro fede, che i fedeli devono imitare (Eb 13,7). E i fedeli sono esortati, quanto al loro comportamento verso i loro pastori: “Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi, come chi ha da renderne conto; obbedite, perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per voi.” (Eb 13,17).

Nelle tre Lettere Pastorali troviamo già un catalogo di criteri che il Vescovo deve osservare per l’ordinazione di vescovi e presbiteri. Nei due co-apostoli di Paolo e suoi successori Timoteo e Tito siamo di fronte all’immagine ideale del vescovo. Sempre e in ogni circostanza vale l’ammonizione dell’apostolo: “Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui.” (1 Tm 5,22). Il vescovo ha anche autorità disciplinare sui sacerdoti. Ma sa anche che i capi della Chiesa meritano “doppio onore, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento.” (1 Tm 5,17).

Le condizioni per l’ordinazione sono, da un lato, caratteristiche naturali positive come assennatezza, ospitalità, capacità di insegnare e, dall’altro, l’esclusione di comportamenti negativi, come l’incapacità di controllare l’impulso istintivo a mangiare e bere, la dipendenza dal piacere e dalla ricchezza terrena, che portano a violenza, avidità di denaro e ingordigia (cfr. 1 Tm 3,1-7). Il sacerdote deve diffondere verso l’interno e l’esterno la fama di una vita ineccepibile. Tutto questo contraddistingue la vita cristiana. I pastori devono da una parte praticare le virtù e dall’altra evitare i vizi, vivendo la sequela di Cristo in modo esemplare e ideale, come typoi del gregge – forma facti gregis ex animo (1 Pietro 5,3).

Se il vescovo e il sacerdote, nel nome di Gesù, sono ministri della Parola (del Logos) come gli apostoli (Lc 1,2; 1 Tm 5,17), la condizione più importante del loro ministero è la promessa che fanno davanti a Dio e a tutta la Chiesa – nell’ordinazione – di conservare fedelmente la fede cattolica. Così Paolo disse a Tito: il vescovo deve essere un uomo che “è attaccato alla dottrina sicura (il Logos), secondo l’insegnamento trasmesso (ovvero degli apostoli e della Chiesa), perché sia in grado di esortare con la sua sana doctrina e di confutare coloro che contraddicono.” (Tt 1, 9; cfr. 2 Tm 2, 2, 2).

Sebbene il celibato come rinuncia al matrimonio non esista ancora dal punto di vista del diritto ecclesiastico, al futuro sacerdote si richiede di essere un uomo che è stato sposato una sola volta e quindi non si risposa dopo la morte della moglie. Egli deve dirigere bene la propria famiglia, perché solo una tale persona è adatta ad “aver cura della Chiesa di Dio” (1 Tm 3,5). Il vescovo deve sapere “come comportarsi nella casa di Dio (1 Tm 3,5), … che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità. ” (1 Tm 3, 15).

Ma il ministero spirituale – nelle gradazioni di vescovo, sacerdote e diacono – non è solo un peso e una pesante responsabilità che supera le capacità di ogni essere umano. Lo zelo per la casa del Signore, che deve consumare ogni apostolo come Gesù stesso, sommo sacerdote della Nuova Alleanza, porta anche la gioia della comunione intima con Cristo, al quale è stato con-formato in virtù dello speciale carattere ricevuto (PO 2). “Coloro infatti che avranno ben servito, si acquisteranno un grado onorifico e una grande sicurezza nella fede in Cristo Gesù. (1 Tm 3, 13).

Quando ci viene chiesto quali siano le condizioni per ricevere l’ordinazione, bisogna mettere in gioco il rapporto tra natura e grazia. Il candidato al sacerdozio deve essere un uomo psicologicamente sano, virtuoso e discepolo convinto di Cristo, che può dire di se stesso: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”. (Gal 2, 20). Ma non annuncia se stesso nelle sue esperienze religiose e non deve pensare di essere chiamato a spiegare il mondo e la Chiesa ai fedeli a lui affidati secondo i suoi sogni, le sue visioni e utopie. I fedeli sono tenuti a obbedienza religiosa nei suoi confronti solo se “segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà” (1 Tm 6,3) – il depositum fidei (1 Tm 6,20). Deve essere coraggioso e capace “di annunziare la parola, insistere in ogni occasione opportuna e non opportuna, anche quando sia venuto giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie.” (2 Tm 4, 2-3).

Egli ascolterà la chiamata di Cristo nel suo cuore e la seguirà con gioia, ma anche volentieri si sottoporrà all’esame dell’autorità ecclesiastica, perché la nomina all’episcopato e al sacerdozio viene data attraverso un sacramento della Chiesa. Questa autorità deve, naturalmente, prendere la decisione secondo i criteri prescritti da Cristo e dagli apostoli e non deve abusare della sua autorità spirituale come fanno i potenti del mondo o misurare i candidati al sacerdozio in base ai valori dello mainstream liberal di sinistra e cedere al potere dei media. È legittimo “aspirare al ministero spirituale, perché è un compito buono e grande.” (1 Tm 3,1).

Per quanto debbano essere date le condizioni naturali di una formazione umana ed etica della personalità, come pure la fede nella Parola di Dio e l’amore per Cristo nello Spirito Santo sulla base dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, il ministero spirituale è tuttavia affidato tramite un sacramento particolare “per il quale i presbiteri, in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, capo della Chiesa.” (PO 2). Paolo ricorda dunque a Timoteo: “Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza.” (2 Tm 1,6 s.).

La ragione e la fonte del ministero spirituale sta nella vocazione da parte di Dio. La partecipazione alla missione e all’autorità di Cristo e il conferimento dello Spirito Santo avviene attraverso l’azione di Dio nel sacramento dell’ordinazione, che il Vescovo compie attraverso l’imposizione delle mani e le parole della consacrazione.

Secondo la volontà e la disposizione di Dio, così come riconosciuta dalla Chiesa nella sua Tradizione sotto la guida del Magistero, solo un uomo battezzato può ricevere validamente il sacramento dell’ordine.

Ma per mettere in pratica in modo degno tale ministero, si richiede la maturazione del carattere, uno stile di vita cristiano, una formazione teologica approfondita dei futuri ministri del Logos, il Verbo incarnato, e una spiritualità intesa come vita nello Spirito Santo della verità e dell’amore. È lo Spirito che ricorda ai discepoli la Parola della Scrittura, quando Gesù riconsegnò il Tempio alla sua vera destinazione: ad essere il luogo del rendimento di grazie a Dio, del dono della sua vita come vittima sacrificale e della comunione con lui nell’amore.

“Lo zelo per la tua casa mi consuma.” (Gv 2,17).

Colui in cui brucia questa fiamma è un sacerdote secondo il cuore di Gesù, quel cuore da cui, trafitto dalla lancia, sgorgarono sangue e acqua (Gv 19,34): Gesù Cristo, la salvezza del mondo.

 

 




Card. Müller: “Dobbiamo rifiutare in modo assoluto espressioni come ‘conversione ecologica’. C’è solo la conversione al Signore”

Molto chiara, ma anche molto “dura” questa intervista al card. Gerhard Müller, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sull’Instrumentum Laboris del Sinodo per l’Amazzonia, che viene bocciato senza appello: «Nasce da una visione ideologica che nulla ha a che fare con il cattolicesimo». E alla domanda se lui sia d’accordo con il card. BrandMüller quando definisce eretico il contenuto del documento, egli risponde: “Eresia? Non solo, è anche mancanza di riflessione teologica. L’eretico conosce la dottrina cattolica e la contraddice. Ma qui si fa solo una grande confusione, e il centro di tutto non è Gesù Cristo ma loro stessi, le loro idee umane per salvare il mondo”.

L’intervista è stata rilasciata dal card. Müller a Riccardo Cascioli, direttore de La Nuova Bussola Quotidiana.

Card. Gerhard L. Muller

Card. Gerhard L. Muller

 

«Il Sinodo dell’Amazzonia è un pretesto per cambiare la Chiesa, e il fatto che si faccia a Roma vuole sottolineare l’inizio di una nuova Chiesa».

«È soltanto un documento di lavoro che non ha alcun valore magisteriale – premette il cardinale Müller – quindi solo degli ignoranti possono dire che chi lo critica è un nemico del Papa. Purtroppo questo è il loro trucco per evitare qualsiasi dialogo critico, se provi a porre un’obiezione sei subito etichettato come nemico del Papa». 

 

Eminenza, lei dice “vogliono cambiare la Chiesa”, ma quali sono i segnali chiari di questa volontà?

L’approccio dell’Instrumentum Laboris è una visione ideologica che non ha direttamente a che fare con l’approccio teologico alla autorivelazione di Dio in Gesù Cristo, che è il Verbo incarnato, vero Dio e vero uomo. Vogliono salvare il mondo secondo la loro idea, magari utilizzando alcuni elementi della Sacra Scrittura e della Tradizione apostolica. Non a caso, sebbene si parli di Rivelazione, di Creazione, di sacramenti, di rapporti con il mondo, non si fa quasi nessun riferimento sostanziale ai testi del Concilio Vaticano II che definiscono questi aspetti: Dei Verbum, Lumen Gentium, Gaudium et Spes. Non si parla della radice della dignità umana, della universalità della salvezza, della Chiesa come sacramento universale di salvezza del mondo. Ci sono solo idee profane, su cui si può anche discutere, ma non c’entrano nulla con la Rivelazione.

 

A questo proposito mi sembra importante citare il no. 39 dell’Instrumentum Laboris, laddove parla di «un ampio e necessario campo di dialogo tra le spiritualità, i credo e le religioni amazzoniche che richiede un avvicinamento amichevole alle diverse culture». E dice: «L’apertura non sincera all’altro, così come un atteggiamento corporativo che riserva la salvezza esclusivamente al proprio credo, sono distruttivi di quello stesso credo». 

Trattano il nostro Credo come se fosse una nostra opinione europea. Ma il Credo è la risposta illuminata dallo Spirito Santo alla Rivelazione di Dio in Gesù Cristo, che vive nella Chiesa. Non ci sono altri credo. Ci sono invece altre convinzioni filosofiche o espressioni mitologiche, ma nessuno ha mai osato dire, ad esempio, che la Sapienza di Platone è una forma della rivelazione di Dio. Nella creazione del mondo, Dio manifesta solo la sua esistenza, il suo essere punto di riferimento della coscienza, del diritto naturale, ma non c’è altra rivelazione fuori di Gesù Cristo. Il concetto di Lógos spermatikòs (i “semi del Verbo”), ripreso dal Concilio Vaticano II, non significa che la Rivelazione in Gesù Cristo esiste in tutte le culture indipendentemente da Gesù Cristo. Come se Gesù fosse solo uno di questi elementi della Rivelazione. San Giustino, il martire, rifiutava tutte le mitologie pagane e diceva che gli elementi di verità nelle filosofie sono proprietà di Cristo (II. Apol. 13), nel quale sono tutti i tesori della sapienza e conoscenza» (Col 2,3).

 

Allora lei è d’accordo con il cardinale Brandmüller, quando parla di “eresia” a proposito di questo documento (clicca qui).

Eresia? Non solo, è anche mancanza di riflessione teologica. L’eretico conosce la dottrina cattolica e la contraddice. Ma qui si fa solo una grande confusione, e il centro di tutto non è Gesù Cristo ma loro stessi, le loro idee umane per salvare il mondo.

 

Nel documento si pone come modello di ecologia integrale la “cosmovisione” dei popoli indigeni, che sarebbe una concezione per cui spiriti e divinità agiscono «con e nel territorio, con e in relazione alla natura». E la si associa al «mantra di Francesco: “tutto è collegato”» (no. 25)

La “cosmovisione” è una concezione panaturalista o – detto nel contesto europeo moderno – materialista, simile a quella del marxismo, alla fine possiamo fare ciò che vogliamo. Dio non è la natura, come Baruch de Spinoza (1632-1677) formulava. Ma noi crediamo in Dio, creatore dell’Universo. La Creazione è per la glorificazione di Dio ma è anche una sfida per noi, chiamati a collaborare con la volontà salvifica di Dio per tutti gli uomini. Nostro compito non è conservare la natura così come è, ma abbiamo la responsabilità per il progresso dell’umanità, nell’educazione, nella giustizia sociale, per la pace fra i popoli. Per questo i cattolici costruiscono scuole, ospedali, anche questo fa parte della missione della Chiesa. Non si può idealizzare la natura come se l’Amazzonia fosse una zona del Paradiso, perché la natura non è sempre amorevole verso l’uomo. Nell’Amazzonia ci sono predatori, ci sono infezioni, malattie. E anche questi bambini, questi giovani hanno diritto a una buona educazione, di fruire della medicina moderna. Non si può idealizzare, come si fa nel documento sinodale, solo la medicina tradizionale. Un conto è trattare un mal di testa, altra cosa quando ci sono malattie serie, operazioni complicate. L’uomo non solo ha il diritto, ma anche il dovere di fare di tutto per conservare o restituire la salute. Anche il Concilio valorizza la scienza moderna, perché grazie a questa abbiamo sconfitto tante malattie, abbiamo abbassato la mortalità infantile e anche i rischi per la madre. La tecnica moderna non è per sé il diavolo, ma deve servire per risolvere i tanti problemi dell’esistenza umana. I cristiani hanno una responsabilità per la promozione del bene comune temporale (Gaudium et Spes 34 ss.), senza confonderlo con la salvezza eterna.

 

Le culture e le religioni tradizionali dei popoli indigeni amazzonici vengono però descritte come modello di armonia con la natura.

Dopo il peccato originale non c’è alcuna armonia con la natura. Molte volte essa è nemica dell’uomo, in ogni caso è ambivalente. Pensiamo ai quattro elementi: terra, fuoco, acqua, aria. Terremoti, incendi, alluvioni, tempeste sono tutte manifestazioni della natura, pericoli per l’uomo. E l’uomo e diventato nemico del suo fratello invece di amico (adulteri, rapine, bugie, omicidi, guerre). “Sappiamo infatti che tutta la creazione geme e soffre unitamente le doglie del parto fino al momento presente. Non solo essa, ma anche noi, che abbiamo il primo dono delle Spirito, a nostra volta gemiamo in noi stessi, in attesa dell’adozione a figli, del riscatto del nostro corpo.” (Rom 8, 22-23).

 

Tutto è letto nella chiave di una doverosa “conversione ecologica”….

Dobbiamo rifiutare in modo assoluto espressioni come “conversione ecologica”. C’è solo la conversione al Signore, e come conseguenza c’è anche il bene della natura. Non possiamo fare dell’ecologismo una nuova religione, qui siamo in una concezione panteista, che va rifiutata. Il panteismo non è solo una teoria su Dio ma è anche disprezzo dell’uomo. Dio che si identifica nella natura non è una persona. Dio creatore invece ci ha creato a Sua immagine e somiglianza. Nella preghiera abbiamo un rapporto con un Dio che ci ascolta, che capisce cosa vogliamo dire, non un misticismo in cui possiamo dissolvere l’identità personale. “Non riceveste infatti uno spirito di schiavitù così da essere di nuovo in stato di timore, ma riceveste lo Spirito di adozione a figli, in unione con il quale gridiamo: Abbà, Padre”. (Rom 8,15).

 

…E si considera la Terra madre.

La nostra madre è una persona, non la Terra. E la nostra madre nella fede è Maria. Anche la Chiesa è descritta come madre, in quanto sposa di Gesù Cristo. Ma non si devono inflazionare queste parole. Un conto è avere rispetto di tutti gli elementi di questo mondo, un altro idealizzarli o divinizzarli. Questa identificazione di Dio con la natura è una forma di ateismo, perché Dio è indipendente dalla natura. Costoro ignorano totalmente la Creazione.

 

Già all’inizio degli anni ’80 dello scorso secolo, l’allora cardinale Ratzinger vedeva che nelle chiese non si predicava più sulla Creazione e ne prevedeva le drammatiche conseguenze.

Infatti tutti questi sbagli nascono dalla confusione tra Creatore e creatura, dall’identificazione della natura con Dio, che tra l’altro genera il politeismo, perché a ogni elemento naturale viene associata una divinità. L’essenza del monoteismo biblico è la differenza ontologica tra Creatore e creato. Dio non fa parte della sua opera, è sovrano sopra tutte le cose create. Questo non è disprezzo, ma elevazione della natura. Un  assioma fondamentale della teologia cattolica dice: “Gratia non tollit naturam sed perficit eam” (S.Tommaso de Aq., Summa theologiae I, q. 1 a.8). E gli uomini non sono più schiavi degli elementi, non devono più adorare il dio del fuoco, o fare sacrifici al dio del fuoco per pacificarci con un elemento che ci fa paura. L’uomo è finalmente libero.

 

In questa visione panteistica che viene sposata dall’Instrumentum Laboris si sottende anche una critica all’antropocentrismo, che la stessa Chiesa dovrebbe correggere.

È un’idea assurda, pretendere che Dio non sia antropocentrico. L’uomo è il centro della Creazione, e Gesù si è fatto uomo, non si è fatto pianta. Questa è un’eresia contro la dignità umana. Al contrario la Chiesa deve sottolineare l’antropocentrismo, perché Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. La vita dell’uomo è infinitamente più degna della vita di qualsiasi animale. Oggi c’è già un rovesciamento di questo principio: se un leone viene ucciso in Africa è un dramma mondiale, ma qui si uccidono i bambini nel ventre della madre e tutto va bene. Anche Stalin sosteneva che bisognasse togliere questa centralità alla dignità umana; così poteva chiamare tanti uomini per costruire un canale e farli morire per il bene delle generazioni future. Ecco a cosa servono queste ideologie, a far sì che alcuni dominino su tutti gli altri. Ma Dio è antropocentrico, l’Incarnazione è antropocentrica. Il rifiuto dell’antropocentrismo viene solo da un odio verso se stessi e verso gli altri uomini. L’uomo in Cristo da figlio del Padre è teocentrico e mai comoscentrico. L’amore a Dio sopra ogni cosa e l’amore verso il prossimo, questo è il campo gravitazionale dell’esistenza umana.

 

Altra parola magica dell’Instrumentum Laboris è l’inculturazione, spesso associata all’Incarnazione.

Usare l’Incarnazione quasi come sinonimo di inculturazione è la prima mistificazione. L’Incarnazione è un evento unico, irripetibile, è il Verbo che si incarna in Gesù Cristo. Dio non si è incarnato nella religione ebraica, non si è incarnato in Gerusalemme. Gesù Cristo è unico. È un punto fondamentale, perché i sacramenti dipendono dall’Incarnazione, sono presenza del Verbo incarnato. Non si può abusare di certi termini che sono centrali nel cristianesimo. La Chiesa nei simboli della catechesi e della liturgia secondaria si esprime nelle forme delle culture particolari. Ma i segni sacramentali (parola e egnis) effettuano la grazia sopranaturale del Cristo presente. Per questo non si deve disprezzare la liturgia come “un pezzo da museo o possesso di pochi” (no.124). La “sostanza dei sacramenti” è più importante dei riti secondari (la lingua, la musica etc.) e non può essere cambiata da parte dell’autorità ecclesiastica (Concilio di Trento, 21. sess. 1562 :DH 1728)..

 

Torniamo all’inculturazione: dal documento sinodale si capisce che si devono adottare tutte le credenze dei popoli indigeni, i loro riti e le loro usanze. Si fa anche un riferimento a come il Cristianesimo delle origini si è inculturato nel mondo greco. E si dice che come si è fatto allora si deve fare oggi con il popolo amazzonico.

Ma la Chiesa cattolica non ha mai accettato i miti greci e romani. Anzi ha rifiutato una civiltà che con la schiavitù disprezzava gli uomini, ha rifiutato la cultura imperialista di Roma o la pederastia tipica dei greci. Il riferimento della Chiesa era al pensiero della cultura greca, che era arrivata a riconoscere elementi che aprivano la strada al cristianesimo per via della ragione. Il rapporto fra fede rivelata e intelletto umano è la base della nostra relazione con Dio, origine e fine di tutto il creato. Aristotele non ha inventato le dieci categorie: queste esistono già nell’essere, lui le ha scoperte. Così come accade nella scienza moderna: non è qualcosa che riguarda solo l’Occidente, è invece la scoperta di alcune strutture e meccanismi che esistono nella natura. Stesso discorso vale per il diritto romano, che non è un qualsiasi sistema arbitrario. È invece la scoperta di alcuni princìpi giuridici, che i Romani hanno trovato nella natura di una comunità. Certamente altre culture non hanno avuto questa profondità. Ma noi non viviamo nella cultura greca, romana, gotica, longobarda, franca. Il cristianesimo ha trasformato totalmente la cultura greca e romana. Certi miti pagani possono avere una dimensione pedagogica verso il cristianesimo ma non sono elementi che fondano il cristianesimo.

 

In questo processo di inculturazione, l’Instrumentum Laboris “rilegge” anche i sacramenti, soprattutto per quel che riguarda gli ordini sacri, con il pretesto che ci sono pochi sacerdoti in un territorio tanto vasto. 

È qui che si dimostra ulteriormente che l’approccio usato è sociologico e non teologico. La Rivelazione di Dio in Cristo si fa presente nei sacramenti, e la Chiesa non ha alcuna autorità per cambiare la sostanza dei sacramenti. Questi non sono alcuni riti che ci piacciono, e il sacerdozio non è una categoria sociologica per creare un rapporto nella comunità. Qualsiasi sistema culturale ha i suoi riti e i suoi simboli, ma i sacramenti sono mezzi della Grazia divina per tutti gli uomini in tutti tempi e luoghi, per questo non ne possiamo cambiare né contenuto né sostanza. E neanche possiamo cambiare il rito quando questo rito è costituito da Cristo stesso. Non possiamo fare il battesimo con qualsiasi liquido, si fa con l’acqua naturale. Nell’Ultima cena Gesù Cristo non ha preso qualsiasi bevanda o cibo, ha preso vino d’uva e pane di grano. Alcuni dicono: ma il grano non cresce in Amazzonia, prendiamo un’altra cosa. Ma questo non è inculturazione. Non vogliono cambiare solo ciò che è diritto ecclesiastico, ma anche ciò che è di diritto divino.

 

Eminenza, un’ultima cosa, lei fa spesso riferimento a “loro” che vogliono cambiare la Chiesa. Ma chi sono questi “loro”?

Non dipende da una sola persona o un gruppo specifico di persone. È un sistema autoreferenziale, immune da qualsiasi argomento critico, un pensiero che deve apriori squalificare altri fedeli cattolici e teologi moralmente bollandoli come farisei, dottori della legge, rigidi, conservatori. Si parla con grande rispetto della sapienza degli antenati e si disprezza la lunga traditione della Chiesa, e si tratta i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI come ormai sorpassati. Ci si vuole adattare al mondo: matrimonio indissolubile, celibato, donne sacerdote, autorità apostolica come se fosse un problema politico: tutto deve essere cambiato nella convinzione che così ci sarà una nuova primavera della Chiesa, una nuovo Pentecoste – anche questa è un’idea bizzarra, poiché l’effusione dello Spirito Santo è un evento unico, escatologico e vale per sempre. Come se non bastasse l’esempio dei protestanti a smentire questa illusione. Costoro non vedono che invece distruggono la Chiesa, sono come ciechi che cadono nella fossa. La Chiesa deve svilupparsi secondo i principi della teologia cattolica e non della sociologia o del naturalismo e positivismo (cf. Dei Verbum 8-10). “La sacra teologia si basa sulla parola di Dio scritta, insieme con la tradizione, come su un fondamento perenne, e in essa vigorosamente si consolida e sempre ringiovanisce, scrutando alla luce della fede tutta la verità racchiusa nel mistero di Cristo” (Dei Verbum 24).

 

Fonte: LNBQ




Mons. Luigi Negri: La sfida della Chiesa non sono i problemi, la sfida è la sua identità

“La Chiesa è il luogo dove il mistero di Cristo continua a perseguitare (come ci ha insegnato Giussani), a per-seguitare, cioè a seguire da vicino, il mistero dell’uomo: continua ad imporgli la Sua Presenza, continua a chiedergli la sua responsabilità e questa dialettica formidabile fra grazia e libertà costituisce il cuore e la genialità del Cattolicesimo”.

Così mons. Luigi Negri in questo articolo, che rilancio da CulturaCattolica.it, diretto don Gabriele Mangiarotti.

 

Mons. Luigi Negri

Mons. Luigi Negri

La singolarità del momento ecclesiastico che viviamo (e con ecclesiastico intendo tutto l’impatto della realtà ecclesiale, coi suoi problemi, condizionamenti, le forze di carattere politico, culturale e sociale) la singolarità è certamente dovuta al fatto che sembra che la Chiesa abbia una serie di problemi: sono i problemi del mondo, che recepisce dal mondo, cioè dalla cosi detta mentalità mondana – che ultimamente è una mentalità di tipo consumista, individualista, certamente anti cristiana – e che si trova a risolvere il più possibile secondo le intenzioni e gli intendimenti di quella stessa mentalità; quindi, siamo realmente vicini alla possibilità che la Chiesa scompaia come presenza. Ridotta ad un piccolo fattore, quello religioso, in un contesto globale, culturale e sociale sostanzialmente laicista e ateistico in cui bon gré mal gré si cerca di conservare anche un piccolo resto di religiosità o di senso religioso.

Questa situazione è certamente l’esito di una profonda crisi culturale, illustrata da grandi maestri come Jean Guitton, San Giovanni Paolo II, come san Paolo VI: in questo contesto è come se la Chiesa dovesse accettare una profonda sfida; la sfida non sono i problemi, la sfida è la sua identità. La Chiesa non ha mai cercato di ridurre la sua identità ad aspetti alquanto importanti della sua esistenza: non ha accettato, a suo tempo, di ridurre la sua identità ad essere greca piuttosto che barbara e dunque, nella sua storia, la Chiesa ha sempre rifiutato l’identificazione, pur esauriente, con un aspetto pur importante della sua esistenza.

L’identità della Chiesa pesca direttamente nel mistero di Dio, nel mistero di Cristo: la Chiesa è il luogo dove il mistero di Cristo continua a perseguitare (come ci ha insegnato Giussani), a per-seguitare, cioè a seguire da vicino, il mistero dell’uomo: continua ad imporgli la Sua Presenza, continua a chiedergli la sua responsabilità e questa dialettica formidabile fra grazia e libertà costituisce il cuore e la genialità del Cattolicesimo.

Il Cattolicesimo ha sempre salvaguardato, sia di fronte al protestantesimo, – ci dispiace per i filo protestanti che stanno aumentando nella realtà della Chiesa – sia nei confronti dei laicisti, la Chiesa ha sempre difeso la compresenza di grazia e di libertà: senza la grazia la libertà è un’irriflessa ed autoreferenziale istintività, ma senza la libertà la grazia è un macigno gettato sulle spalle dell’uomo, che anziché edificarlo lo deprime.

Diceva il grande Papa Benedetto XVI (al quale ci auguriamo vengano riconosciuti presto i suoi meriti con il titolo di dottore della Chiesa) “la nostra vita è una vita dura ma bella”: dura perché si incontra ogni giorno con le fatiche, le tensioni, le sfide, i condizionamenti; ma bella perché affronta tutte queste difficoltà con la serena certezza di avere in sé la forza per viverle positivamente. È questo il dono della fede, questo dono della fede come vita nuova, ed e posto nello scrigno della nostra libertà e che sollecita la nostra libertà a pronunciarsi sempre di nuovo per Dio – e raggiungere la pienezza della nostra umanità – o contro Dio – e pagare il fio di una sostanziale irrealizzazione.

“Vita dura ma bella”: noi la sperimentiamo ogni giorno, nella sua durezza e nella sua bellezza; per questo, alla fine di tutto, il sentimento che prevale in noi è quello della gratitudine, che ci fa ripetere con la grande tradizione ecclesiastica “Noi siamo lieti perché Dio vive”.

 

+Mons. Luigi Negri

Vescovo emerito di Ferrara-Comacchio

 

fonte: CulturaCattolica.it




Card. Brandmüller: “Se poi è messo in discussione ovvero frainteso addirittura il fatto della Rivelazione divina, bisogna parlare di apostasia”

Roma (kath.net/as/wb) Oggi (ieri, ndr) il Cardinale Walter Brandmüller critica espressamente il documento di lavoro (“Instrumentum Laboris”) pubblicato il 17 giugno 2019 per il Sinodo Panamazzonico che si terrà nell’ottobre 2019. Il Cardinale ha scritto questo documento per il sito web americano-canadese LifeSiteNews e per il quotidiano online cattolico kath.net.

Ma, soprattutto, lo storico della Chiesa si occupa in quattro sezioni di quattro problemi fondamentali del testo, uno dei quali comporta, a suo modo di vedere, il pericolo della “decadenza dalla fede”. Per quanto riguarda l’affermazione che gli indigeni del Brasile siano una fonte speciale della Rivelazione, egli afferma: “Se poi è messo in discussione ovvero frainteso addirittura il fatto della Rivelazione divina, bisogna parlare di apostasia”

L’articolo del card. Walter Brandmüller pubblicato su Kath.net è stato tradotto da Alessandra Carboni Riehn.

card. Walter Brandmüller

 

Una critica dell'”Instrumentum Laboris” per il Sinodo sull’Amazzonia

Introduzione

Può certo suscitare meraviglia Il fatto che, a differenza di precedenti assemblee, questa volta il Sinodo dei Vescovi si debba occupare esclusivamente dei problemi di un’area della terra la cui popolazione è solo la metà di quella di Città del Messico, cioè circa 4 milioni. Così pure vi è motivo di nutrire sospetti riguardo alle vere intenzioni che in tal modo si intende perseguire clandestinamente. Ma in particolare ci si dovrà chiedere quale idea di religione, di Cristianesimo e di Chiesa sia alla base del testo dell’”Instrumentum laboris” appena pubblicato. A questa analisi s’intende procedere in base a singoli elementi del testo.

Perché un Sinodo su questa regione?

In linea di principio ci si deve domandare perché un sinodo dei vescovi dovrebbe trattare temi che –come si articolano per tre quarti dell’Instrumentum laboris – hanno a che fare tutt’al più marginalmente con il Vangelo e la Chiesa. Evidentemente si sta verificando qui, da parte del Sinodo dei Vescovi, un’ingerenza invadente in affari puramente laici dello Stato e della società del Brasile e degli altri Stati menzionati nel documento (Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese). Che cosa hanno a che fare – ci si domanda – l’ecologia, l’economia e la politica con la missione della Chiesa? E soprattutto: quale competenza specialistica legittima un sinodo ecclesiale dei vescovi a esprimersi su tali argomenti?

Se il sinodo dei vescovi lo facesse davvero, si tratterebbe effettivamente di uno sconfinamento e di una dimostrazione di arroganza clericale che l’autorità statale dovrebbe respingere con decisione.

Sulle religioni naturali e l’inculturazione

A questo si aggiunge un ulteriore momento che permea l'”Instrumentum laboris” nel suo complesso: la valutazione estremamente positiva delle religioni naturali, ivi comprese le pratiche indigene di guarigione ecc., e addirittura anche di pratiche e forme di culto mitico-religiose. In relazione all’esigenza di armonia con la natura, per esempio, si parla anche di dialogo con gli spiriti (n. 75).

Non è solo l’ideale illuministico e rousseauiano del “buon selvaggio” che viene opposto all’uomo europeo decadente. Questo filo di pensiero continua finché, all’inizio del XX secolo, sfocia in un’idolatria panteistica della natura. Hermann Claudius (1913) scrisse l’inno del movimento operaio socialista “Wenn wir schreiten Seit an Seit’…” [Quando marciamo fianco a fianco…], in cui una delle strofe recita: “Verde delle betulle e verde dei semi, come in un gesto orante, la vecchia madre Terra tende le mani piene all’uomo, perché diventi suo…”.

Va detto che questo testo fu adottato nel repertorio dei canti della Gioventù Hitleriana, presumibilmente perché corrispondeva al mito nazionalsocialista di “sangue e terra”. Questa vicinanza ideologica è degna di nota. Vi si esprime il medesimo rifiuto anti-razionale della cultura “occidentale”, accentuante invece l’importanza della ragione, che è caratteristico dell'”Instrumentum laboris”, dove al n. 44 si parla di “Madre Terra”, e poi anche del “grido della terra e dei popoli” (n. 101).

Coerentemente anche il territorio – quindi le foreste dell’Amazzonia – diventa addirittura un “locus theologicus”, una fonte speciale della Rivelazione Divina. Qui ci sono luoghi dell’epifania, dove si rivelano le riserve di vita e saggezza del pianeta, le quali parlano di Dio (n. 19). Come già detto, tale rifiuto anti-razionale della cultura “occidentale”, accentuante invece l’importanza della ragione, è caratteristico dell'”Instrumentum laboris”. Ad esso si associa una ricaduta dal Logos al mito – e questa ricaduta viene invece elevata a criterio di ciò che l'”Instrumentum laboris” intende per inculturazione della Chiesa. Il risultato è una religione naturale mascherata da Cristianesimo.

Qui il concetto di inculturazione è addirittura pervertito, poiché in realtà esprime esattamente l’opposto di ciò che stabilisce il documento della Commissione Teologica Internazionale del 1988 e che già aveva insegnato il decreto missionario “Ad gentes” del Concilio Vaticano II.

Sull’abolizione del celibato e sull’introduzione di un sacerdozio femminile

Non poteva rimanere nascosto che il “Sinodo” doveva servire soprattutto a realizzare due “desideri del cuore” coltivati da decenni e finora mai esauditi: l’abolizione del celibato e l’introduzione del sacerdozio femminile, per cui si intende cominciare con la consacrazione delle diaconesse. In ogni caso, si tratta di “accettare il ruolo, la leadership delle donne all’interno della Chiesa” (n. 129a3). Similmente si aprono “ulteriori spazi per la creazione di nuovi ministeri, così come li richiede questo momento storico. È tempo di ascoltare la voce dell’Amazzonia…” (n. 43).

Contemporaneamente, si tace il fatto che da ultimo anche Giovanni Paolo II ha constatato con la massima autorità magisteriale che non è in potere della Chiesa conferire il sacramento dell’Ordine sacro alle donne. Infatti, in duemila anni la Chiesa non ha mai conferito a una donna il sacramento dell’Ordine sacro. La richiesta, opponendosi a tale constatazione, permette di riconoscere il concetto puramente sociologico di “Chiesa” degli autori dell'”Instrumentum laboris”, che in tal modo ne negano implicitamente il carattere sacramentale-gerarchico.

Sulla negazione del carattere sacramentale-gerarchico della Chiesa

In modo simile, quasi casuale, nel n. 127 si attacca direttamente la costituzione gerarchico-sacramentale della Chiesa, quando si chiede se non sia opportuno “riconsiderare se l’esercizio della giurisdizione in tutti gli ambiti (sacramento, giustizia, amministrazione) debba essere per sempre legato al sacramento dell’Ordine sacro”. Da una tale errata visione deriva quindi (al n. 129) la richiesta di creare nuovi uffici che corrispondano alle necessità dei popoli amazzonici.

Il campo in cui deve esprimersi in modo particolarmente spettacolare l’ideologia dell’indigenismo di una malintesa inculturazione, tuttavia, è la liturgia, il culto. Qui l’intenzione è di assumere senz’altro forme delle religioni naturali. Non spetta all'”Instrumentum laboris” esigere che “il popolo dei poveri e dei semplici possa esprimere la sua (!) fede attraverso immagini, simboli, tradizioni, riti e altri sacramenti” (!!) (126e). Ciò non corrisponde in alcun modo a quanto previsto dalla Costituzione “Sacrosanctum Concilium” e dal decreto missionario “Ad gentes”, e dimostra una comprensione puramente orizzontale della liturgia.

Conclusione

Summa summarum: l’Instrumentum laboris richiede al Sinodo dei Vescovi e infine al Papa una grave rottura con il “depositum fidei”, il che di conseguenza significa l’autodistruzione della Chiesa o la sua trasformazione da “Corpus Christi mysticum” in una ONG secolare con missione eco-socio-psicologica.

Dopo queste osservazioni sorgono naturalmente domande: si ha intenzione, soprattutto in relazione alla struttura sacramentale-gerarchica della Chiesa, di rompere decisamente con la tradizione apostolica costitutiva per la Chiesta stessa, oppure gli autori partono più dal presupposto di un concetto di sviluppo dogmatico che vada a giustificare teologicamente le rotture menzionate?

In effetti sembra che sia proprio questo il caso. Stiamo vivendo una nuova edizione del modernismo classico dell’inizio del XX secolo. Da un approccio decisamente evoluzionista, all’epoca, si ritenne che nell’ambito del costante progresso dell’uomo verso stadi evolutivi superiori si sarebbero verificati anche sviluppi verso un più alto livello di coscienza o di cultura, da cui sarebbe potuto risultare che oggi fosse vero ciò che ancora ieri era sbagliato. A tale dinamica evolutiva sarebbe stata soggetta, naturalmente, anche la religione ovvero la coscienza religiosa con tutte le sue forme in dottrina e culto – naturalmente anche nella morale.

Questo, tuttavia, presupporrebbe un concetto di sviluppo dogmatico che è nettamente contrario alla genuina comprensione cattolica. Quest’ultima intende piuttosto lo sviluppo del dogma e della Chiesa non come mutamento, bensì come sviluppo organico del soggetto che rimane identico a se stesso. Così insegnano i due Concili Vaticani nelle Costituzioni “Dei filius”, “Lumen gentium” e “Dei verbum”.

Va detto con forza che l'”Instrumentum laboris” contraddice in punti decisivi la dottrina vincolante della Chiesa e deve quindi essere qualificato come eretico. Se poi è messo in discussione ovvero frainteso addirittura il fatto della Rivelazione divina, bisogna parlare di apostasia.

Ciò è tanto più giustificato in quanto bisogna constatare che l'”Instrumentum laboris” parte da un concetto puramente immanentistico di religione e la considera come il risultato e la forma espressiva della personale esperienza spirituale dell’uomo. L’uso di parole e concetti cristiani non deve ingannare sul fatto che essi, senza considerarne il loro contenuto originale, sono usati come puri involucri di parole.

L'”Instrumentum laboris” per il Sinodo sull’Amazzonia rappresenta un attacco ai fondamenti della fede come finora non lo si sarebbe ritenuto possibile, e deve quindi essere respinto con la massima fermezza.




Card. Sarah: Benedetto XVI, “Le sue parole ci confortano e ci rassicurano”. Lei è un testimone, un “martire” della verità”.

Notevole riflessione del card. Robert Sarah sugli “appunti” di Benedetto XVI sulla crisi degli abusi sessuali nella Chiesa. Intervento in francese tradotto in inglese da Edward Pentin.

Eccolo nella mia traduzione.

Card. Robert Sarah e Il Papa Emerito Benedetto XVI

Card. Robert Sarah e Il Papa Emerito Benedetto XVI

 

Il cardinale Robert Sarah ha elogiato i recenti “appunti” del Papa emerito Benedetto XVI sulla crisi degli abusi sessuali del clero, affermando che essi si sono “dimostrati essere una vera fonte di luce nella notte della fede che tocca tutta la Chiesa”.

Il cardinale, che avrebbe dovuto discutere il suo nuovo libro Le soir approche et déjà le jour baisse in un incontro del 14 maggio a Roma, ha invece sorpreso l’uditorio di intellettuali francesi invitati e diplomatici vaticani dedicando interamente il suo intervento alle riflessioni di Benedetto.

Benedetto aveva scritto le note in coincidenza con il vertice dei vescovi vaticani del 21-24 febbraio sulla protezione dei minori nella Chiesa.

Nel suo intervento, pubblicato in versione integrale in francese dal giornalista vaticanista veterano Sandro Magister, il cardinale Sarah ha detto che Benedetto è un “martire della Verità” che vede “correttamente” la crisi. Le sue riflessioni hanno potuto toccare il “cuore più profondo” della crisi, ha detto, ma le reazioni ad esse hanno “a volte rasentato l’isteria intellettuale” e il cardinale Sarah ha detto di essere “colpito dalla miseria e dalla stupidità di diversi commenti”.

Il prefetto guineano della Congregazione per il culto divino ha iniziato il suo intervento sottolineando che Benedetto XVI ha “brillantemente illustrato, esposto e mostrato” le “idee fondamentali” che egli stesso ha analizzato nel suo nuovo libro: le crisi della fede, il sacerdozio, la Chiesa, l’antropologia cristiana, così come “il crollo spirituale e la decadenza morale dell’Occidente e tutte le conseguenze”.

Riassumendo la tesi di Benedetto in una citazione del testo, ha detto il cardinale Sarah: “Perché la pedofilia ha raggiunto tali proporzioni? In ultima analisi, la ragione è l’assenza di Dio”. Questo è il “principio architettonico” di tutta la riflessione di Benedetto, ha detto il cardinale, che spesso è tornato a sottolineare questo punto.

“La spaventosa moltiplicazione degli abusi ha una sola e unica causa ultima: l’assenza di Dio”, ha detto, aggiungendo un’altra citazione di Benedetto che “solo dove la fede non determina più le azioni dell’uomo sono possibili tali crimini”.

La crisi dell’abuso sessuale è “sintomo di una crisi più profonda: la crisi della fede, la crisi del senso di Dio”, ha proseguito il cardinale Sarah, aggiungendo che Benedetto ha voluto indicare qualcosa di “molto più profondo e radicale” della semplice deviazione dottrinale come causa.

Ha continuato dicendo che “da nessuna parte Benedetto afferma che l’omosessualità è causa di abusi”, ma allo stesso tempo il cardinale ha attirato l’attenzione su studi che mostrano la “tragica estensione tra il clero delle pratiche omosessuali” o atti “semplicemente contrari alla castità” – una “manifestazione dolorosa” di un clima dove c’è “assenza di Dio e perdita di fede”.

Si è preso il compito di chiarire a coloro che hanno accusato Benedetto di “ignoranza storica” poiché egli aveva suggerito di aver imputato la crisi alla rivoluzione sessuale del 1968. La crisi è iniziata prima di questo, ha detto, e “naturalmente Benedetto lo sa bene”. Il suo riferimento alla rivoluzione era “proprio per dimostrare che la morale della crisi del 1968 era già di per sé una manifestazione e sintomo della crisi della fede e non una causa ultima”.

Riflettendo su come Benedetto ha mostrato come si è generata questa crisi di fede, ha detto che essa comporta, in primo luogo, “il completo abbandono della legge naturale come fondamento della morale”.

Questo ha portato alla “seconda fase”, che è stata una questione di teologia morale “definita esclusivamente ai fini dell’azione umana”, dove “nulla è fondamentalmente sbagliato” e ci sono “solo giudizi di valore relativo”.

Il terzo passo è stato quello di affermare che il magistero della Chiesa potrebbe insegnare infallibilmente solo in materia di fede e non di morale. Benedetto afferma che esiste un “insieme minimo di valori morali” che sono “indissolubilmente legati al principio fondamentale della fede”, ha detto, e che rifiutando il magistero morale, “togliamo dalla fede ogni legame con la vita concreta”.

Vivere come se Dio fosse assente ha lasciato la persona umana “disperatamente sola” con le sue “intenzioni soggettive e la sua coscienza solitaria”, ha osservato il cardinale Sarah. La morale si riduce alle sole “motivazioni e intenzioni” del soggetto umano. Il rifiuto della legge naturale “porta inevitabilmente al rifiuto della nozione” di moralità oggettiva e, di conseguenza, “non ci sono più atti oggettivamente e intrinsecamente sbagliati”, ha osservato.

Papa San Giovanni Paolo II ha cercato di combattere questa tendenza con la sua enciclica Veritatis Splendor del 1993, e riassumendo ancora una volta la posizione di Benedetto XVI, il Cardinale Sarah ha detto che “se nessun valore è così oggettivo da morire per esso, è perché Dio stesso non è più una realtà oggettiva che vale il martirio”.

Al centro della “crisi della teologia morale” vi è quindi un “rifiuto dell’assoluto divino”, ha detto il cardinale – cosa che ha racchiuso in un’altra citazione, questa volta presa dallo scrittore russo Dostoevskij: “Se Dio non esiste, tutto è lecito!”

Ad esempio, il cardinale Sarah ha sottolineato che “l’ideologia del 1968 ha talvolta cercato di rendere legittima la pedofilia” perché se un atto morale dipende solo dalle “intenzioni e dalle circostanze, allora nulla è definitivamente impossibile” o “radicalmente contrario alla dignità umana”.

“È l’atmosfera morale di rifiuto di Dio, il clima spirituale di rifiuto dell’oggettività divina, che rende possibile la proliferazione degli abusi sui minori e la banalizzazione degli atti contrari alla castità tra i chierici”, ha affermato il cardinale Sarah. E citando Benedetto, ha detto in un mondo dove le norme del bene e del male non esistono più, “allora il potere è l’unico principio” e “la verità non conta”.

È ritornato all’analisi di Benedetto sulle conseguenze di questa crisi di fede sulla Chiesa, e in particolare sui sacerdoti che sono “i primi ad essere colpiti dalla crisi di fede”. Ha ricordato l’osservazione del Papa emerito sui seminari “trasformati in luoghi secolarizzati”, dove “cricche omosessuali” hanno potuto fiorire. Ancora una volta, ha detto che questa era “non tanto la causa” dell’abuso quanto “il segno della dimenticanza di Dio” che era “già ampiamente affermata”.

La “cosa più grave”, ha detto, è che di fronte a questo degrado, gli educatori “non hanno detto nulla, o hanno volontariamente promosso la concezione orizzontale e mondana del sacerdozio”. Ha detto che è “impressionante” vedere l’oggettività di Dio “eclissata da una forma di religione della soggettività umana”, e che “l’autoreferenzialità” ha avuto l’effetto di negare il “riferimento a Dio”.

Dimenticando Dio si “apre la porta a tutti gli abusi”, ha detto il cardinale Sarah, aggiungendo che “purtroppo ci sono sacerdoti che, praticamente, non credono più, pregano pochissimo, non vivono più i sacramenti come dimensione vitale del loro sacerdozio”.

“Sono diventati tiepidi e quasi atei”, ha detto.

La Chiesa non dovrebbe quindi stupirsi degli abusi, ha detto. “Se Dio non esiste, tutto è permesso! Se Dio non esiste in termini concreti, tutto è possibile!

Passando agli aspetti canonici delle riflessioni di Benedetto, il cardinale ha osservato che se le “intenzioni soggettive” di una persona diventano l'”unica realtà”, allora tale “idolatria del soggetto esclude di fatto qualsiasi punizione, sia dei teologi eretici che dei chierici abusivi”.

Questo porta ad abbandonare i “piccoli” e a non punire i colpevoli. Un tale senso di impunità è “vero clericalismo”, ha detto. “Sì, il clericalismo è l’atteggiamento di rifiutare pene e punizioni” di fronte alle violazioni della fede e della morale. “Il clericalismo che papa Francesco ci chiama a sradicare consiste in definitiva in questo soggettivismo impenitente dei chierici”! ha detto il cardinale Sarah.

Concorda anche con l’ammonimento di Benedetto contro la creazione della Chiesa “a nostra immagine”.  Ha detto che è proprio perché “abbiamo ceduto a” questa tentazione e “abbiamo messo da parte Dio che vediamo oggi il moltiplicarsi dei casi di abuso. Non cadiamo di nuovo nella stessa trappola!” E ha anche messo in guardia dal dire che la Chiesa è colpevole di un “peccato collettivo” o che contribuisce a una “struttura di peccato”. Un tale approccio porta al “puro soggettivismo”, ha detto.

La Chiesa, ha detto, non è in crisi – anzi, “noi siamo in crisi”. E la via d’uscita è semplice. Ancora una volta, citando Benedetto, il cardinale Sarah ha detto: “Se la causa della crisi è la dimenticanza di Dio, allora rimettiamo Dio al centro!” Ha detto che dobbiamo mettere la “Presenza Reale al centro della Chiesa e delle nostre liturgie” e rinnovare la “fede nella presenza di Gesù nel Santissimo Sacramento”.

Con il Papa emerito, ha detto di essere “profondamente convinto” che gli abusi sui minori aumenteranno “se non adoriamo il corpo eucaristico del nostro Dio, se non lo trattiamo con timore gioioso e riverente”.

“Il diavolo vuole farci dubitare”, ha detto. “Vuole farci credere che Dio sta abbandonando la sua Chiesa”, ma citando ancora una volta Benedetto, ha detto che è ancora “il campo di Dio” con “pesci buoni e cattivi” e proclamare questi due aspetti è “un servizio necessario alla Verità”.

Benedetto lo dimostra, ha detto. “La sua presenza orante e docente in mezzo a noi, nel cuore della Chiesa, a Roma, lo conferma per noi. Sì, in mezzo a noi c’è il buon grano di Dio”.

Il cardinale Sarah ha chiuso ringraziando Benedetto per essere fedele al suo motto episcopale di “collaboratore della Verità”.

“Le sue parole ci confortano e ci rassicurano”, ha detto.  Lei è un testimone, un “martire” della verità”.

 

Finte: National Catholic Register




Card. Eijk: “Ho chiesto al Papa di fare chiarezza, semplicemente richiamando i documenti del magistero della Chiesa”

Il cardinale Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, è attualmente uno dei più espliciti difensori dell’insegnamento cattolico perenne nella Chiesa.  Egli ha ripetutamente chiesto “chiarezza” a Roma e soprattutto al Papa, sia per quanto riguarda l’interpretazione di Amoris laetitia o altri punti come l’intercomunione nella Messa cattolica per alcuni fedeli protestanti.

Ecco l’intervista al card. Willem Eijk condotta da Jeanne Smits nella mia traduzione.

Card. Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht

Card. Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht (foto Olivier Figueras)

 

LifeSite:  Eminenza, sono rimasta molto colpita dall’articolo da lei pubblicato nel National Catholic Register e La Nuova Bussola Quotidiana nel maggio del 2018. Lei aveva menzionato per la prima volta del suggerimento che la Comunione potesse essere data ai coniugi protestanti di fedeli cattolici. Lei ha fatto notare la confusione che ciò avrebbe causato. Da allora la situazione si è evoluta: ha avuto informazioni, ad esempio, su coppie che hanno chiesto di beneficiare di questa possibilità, o se il suggerimento è in corso di attuazione in alcuni luoghi?

Cardinale Eijk: Ho reagito a questo documento della Conferenza episcopale tedesca per un motivo molto specifico. Succede che nella nostra diocesi, durante le cerimonie più grandi, abbiamo attirato l’attenzione sul fatto che solo le persone che vivono in piena comunione con la Chiesa cattolica possono ricevere la comunione.  Gli altri possono farsi avanti, con le braccia incrociate sul petto, per ricevere una benedizione. Precisiamo ulteriormente: “Potete anche semplicemente rimanere al vostro posto e unirvi al Signore attraverso la preghiera silenziosa”. Abbiamo inserito questo testo anche nei libretti di cerimonia, ad esempio per le ordinazioni sacerdotali o le cresime….”. In molti luoghi, vediamo che le persone ne tengono conto. Ovunque vediamo persone che si fanno avanti con le mani incrociate sul petto; spesso sono protestanti sposati con i cattolici. Queste persone sono molto felici di questa benedizione.  Apprezzano molto di potersi fare avanti con gli altri e di ricevere qualcosa.

Quando i media hanno reso pubblico il documento programmatico della proposta della Conferenza episcopale tedesca (quello che proponeva la Comunione anche per i coniugi protestanti,ndr), i miei vescovi ausiliari ed io abbiamo pensato che quest’idea avrebbe potuto raggiungere il nostro Paese. Per questo motivo ho chiarito ancora una volta molto chiaramente ciò che la Chiesa insegna sull‘intercomunione. Quell’articolo ha fatto il giro del mondo: è apparso in inglese ma anche in italiano su La Nuova Bussola Quotidiana Christiana (1).  Ci ha permesso di raggiungere un gran numero di persone.

In questo articolo, ho menzionato non solo l’intercomunione, ma anche il fatto che due cardinali, di cui non ho dato i nomi, avevano sostenuto la benedizione dei “cosiddetti matrimoni omosessuali” (uno di essi è il vescovo Bode, vice presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, ndr).

Seguendo questo concept document tedesco sull’intercomunione, e a causa di questa esplicita richiesta dei cardinali a favore della benedizione delle relazioni omosessuali, ho chiesto al Papa di fare chiarezza, semplicemente richiamando i documenti del magistero della Chiesa.

Ebbene, ad oggi, la situazione rimane immutata. Non c’è stata alcuna reazione, almeno non in pubblico. E questo significa che c’è ancora molta confusione tra i cattolici su questi temi. Possiamo vederlo in molti modi. E lo rimpiango profondamente, perché sono a favore della chiarezza.

 

LifeSite:  Hai usato parole straordinariamente forti.  Ha parlato di “apostasia all’interno della Chiesa”.  Potrebbe spiegare cosa intendeva dire con questo?

Eijk: Ho citato il numero 675 del Catechismo della Chiesa Cattolica. Poiché ci sono cardinali che chiedono la benedizione delle relazioni omosessuali, ho fatto riferimento a questo paragrafo del Catechismo come un monito. Esso afferma che poco prima dell’Apocalisse si leveranno voci all’interno della Chiesa stessa, e anche tra le massime autorità della Chiesa che esprimeranno opinioni divergenti in relazione alla dottrina cattolica.  L’ho fatto come monito: stiamo attenti a non trovarci in questa situazione. Devo dire che, con mia grande sorpresa, il cardinale Müller ha ripreso questa idea: il 9 febbraio di quest’anno, ha pubblicato una dichiarazione sugli elementi fondamentali della fede cattolica, in cui ha fatto riferimento anche al numero 675 (2).  È anche degno di nota che la mia intervista e la citazione completa sono state riprese anche dal vescovo Gänswein durante la presentazione di un libro di Rod Dreher, The Benedict Option.

Tutto questo ha raggiunto molte persone e molti hanno iniziato a pensarci. In questo modo, spero di far sì che sempre più persone nella Chiesa aprano la bocca e facciano chiarezza, perché molti cattolici – ma voi lo sapete come me – sono davvero confusi.

 

LifeSite:  Il problema oggi non è che molte persone in posizioni di autorità non dicono nulla? Questo silenzio non è forse la grande prova del nostro tempo?

Eijk: Sì, ma vorrei aggiungere che, se questo è davvero il dovere di cardinali e vescovi, sacerdoti, diaconi, laici e volontari che lavorano nelle parrocchie non ne sono esenti. Come regola generale, i cattolici sono timidi nel mostrare la propria fede in Cristo e nei principi della dottrina della Chiesa. Tra i cattolici olandesi, questa timidezza è anche molto forte. Ciò è certamente dovuto al fatto che nei secoli successivi alla Riforma siamo stati costretti a tacere: è stato difficile per noi esprimere apertamente qualsiasi punto di vista. Mentre potevamo celebrare la nostra liturgia nelle chiese sotterranee, che ci ha permesso di continuare a proclamare la nostra fede, siamo stati obbligati a farlo con grande cautela, e questo atteggiamento continua a manifestarsi oggi tra i cattolici. Ma è una tendenza che si può vedere anche in altre parti del mondo.

Anche tra i genitori…..  Nella loro vita, i bambini non incontrano per primo un sacerdote, ma i loro genitori. È importante che questi genitori parlino esplicitamente ai loro figli di Gesù, della preghiera e dei fondamenti della fede.

Abbiamo qui a Utrecht ogni domenica alle dodici e mezza nella cattedrale una messa in inglese, alla quale partecipano un gran numero di stranieri. Vediamo un intero sciame di giovani che portano anche i loro figli – questi giovani hanno spesso famiglie – quindi la messa è anche molto vivace, perché di tanto in tanto vediamo un bambino che inizia a correre, urlare, piangere o qualsiasi altra cosa – tutto questo non ha davvero importanza. Ma questi bambini, anche se non capiscono quello che si dice, vedono già qualcosa del rispetto dimostrato dai loro genitori, ad esempio durante la preghiera eucaristica durante la consacrazione, quando rimangono in completo silenzio. I bambini lo vedono, e quello che vedi, quello che impari dai tuoi genitori da bambino, non lo dimentichi mai. Quello che impariamo più tardi, a volte lo dimentichiamo….. Da qui la grande importanza di questo periodo per l’apprendimento della fede. Perciò vorrei invitare tutti i genitori a trasmettere veramente la fede ai loro figli.

Devo, naturalmente, aggiungere che una delle cause del problema è che i genitori stessi sanno poco della loro fede. Dico sempre – e molti sacerdoti si sforzano di farlo quando offrono la preparazione al battesimo – che è necessario catechizzare i genitori stessi quando preparano i loro figli alla prima comunione e alla cresima: è necessario coinvolgere in qualche modo i genitori. Ci deve essere anche un programma di catechesi per i genitori.

Io stesso ho frequentato la scuola secondaria ad Amsterdam nella seconda metà degli anni Sessanta; ho iniziato nel 1965. Nei primi due anni ho ricevuto un’ottima catechesi. I problemi sono iniziati nel 1967-68.  I corsi religiosi erano ancora tenuti da sacerdoti, ma si discuteva di tutto tranne che di fede. Queste erano sessioni di dibattito, ci era permesso fumare, si parlava di aborto e di Che Guevara, e non so cos’altro – tutto quello che c’era nelle notizie di allora. La fede non era più all’ordine del giorno. E quello era cinquant’anni fa.  La generazione di coloro che ora sono nonni ha già ricevuto un’educazione alla fede relativamente scarsa. E poi, cosa è successo negli anni successivi? Quindi ci troviamo di fronte a un compito enorme.

 

LifeSite:  Lei ha anche chiesto al Papa nel gennaio 2018 di porre fine alla confusione su Amoris laetitia e all’accesso alla Comunione per i cattolici divorziati e risposati. Chiede ancora questo chiarimento?

Eijk: Sì, certamente. Ho scritto un articolo, poco prima del secondo Sinodo sulla Famiglia – ero presente ad entrambi -, partecipando a un libro scritto da undici cardinali. Ho testimoniato che la pratica è estremamente antica nella Chiesa, e che la dottrina stessa è stata a lungo esplicita, secondo la quale una persona divorziata che si risposa civilmente non può – perché non è di buona disposizione – ricevere la Comunione, così come non può ricevere l’assoluzione in quella situazione.

Accade così che Amoris laetitia non dice letteralmente che le persone divorziate e civilmente risposate, il cui primo matrimonio non è stato dichiarato nullo, possono ricevere la comunione. Non arriva a quel punto. Ma sulla base di alcuni elementi e di una nota a piè di pagina, alcuni pensano di poter dedurre che sia possibile, che sia permesso. E oggi vediamo alcune Conferenze episcopali che pubblicano documenti per dire che, se hanno fatto un cammino di accompagnamento con un sacerdote e hanno cercato il discernimento con lui, le persone divorziate e civilmente risposate possono prima o poi ricevere la comunione. Alcune Conferenze episcopali hanno regolato le cose in questo modo, molte Conferenze episcopali non hanno regolamentato nulla, e altre Conferenze episcopali hanno detto esattamente il contrario.  Ebbene, ciò che è vero nel posto A non può essere falso nel posto B. Questo va contro uno dei principi della filosofia, il principio di non contraddizione – quello che si impara come seminarista all’inizio del corso di filosofia: è uno dei principi fondamentali della logica, del pensiero. Sì, penso che sia importante chiarire, che la gente sappia dove si trova.

 

LifeSite:  Ma il Papa stesso ha sostenuto le Conferenze episcopali che hanno scelto l’interpretazione liberale.

Eijk: Sì, ma lo ha fatto in una lettera alla Conferenza episcopale di Buenos Aires. Infatti, questa Conferenza episcopale ha dichiarato che dopo un percorso di accompagnamento e discernimento con un sacerdote, esiste la possibilità per una persona divorziata e civilmente risposata di ricevere la comunione. Nella sua lettera, il Papa dice anche che questa è l’interpretazione corretta. Tuttavia, una lettera di un Papa a una conferenza episcopale non fa parte del magistero.  Questo deve essere molto chiaro. Si deve quindi distinguere tra, da un lato, l’opinione che il Papa può esprimere in un dato momento e, dall’altro, il suo magistero, cioè le dichiarazioni che appartengono veramente alla sua autorità didattica, il magistero in quanto tale. Questa affermazione non è una di queste.

Ma tutto questo non crea chiarezza. Penso che il Papa debba quindi creare chiarezza, in termini di dottrina, attraverso una dichiarazione che si può dire con certezza di appartenenza al magistero. Direi: al magistero ordinario o autentico. Va da sé che questi non sono dogmi o espressioni straordinarie, ma semplicemente espressioni del magistero autentico.

 

LifeSite:  Spero che non vi sconvolga quando dovrei dire questo: come cattolici, abbiamo il diritto alla verità dalla Chiesa. Questo è anche ciò che chiediamo alla Chiesa al momento del nostro battesimo. “Cosa chiedete alla Chiesa di Dio?  – Fede”. Come cattolici confusi abbiamo spesso l’impressione che molti vescovi e cardinali agiscano davvero come se tutto fosse a posto e che non ci sia confusione. Qual è il nostro ruolo in questa situazione di laici?

Eijk: Prima di tutto, vorrei sottolineare che non sono solo i credenti che hanno diritto alla verità, ma tutte le persone. Gesù ci ha mandato ad annunciare il Vangelo nella sua interezza – compreso il passaggio in cui afferma che il matrimonio è uno e indissolubile – a tutta l’umanità. Così ognuno ha diritto all’annuncio del Vangelo. Le persone hanno il diritto di avere almeno l’opportunità di incontrare Cristo e di conoscerlo. Questo significa che abbiamo davvero bisogno di avere questa preoccupazione.

Cosa si può fare come cattolici ordinari? Beh, molto, in realtà. Prima di tutto, c’è la preghiera. La fede nel potere della preghiera è troppo debole. La preghiera è efficace.  La preghiera ha una forza straordinaria. È soprattutto sant’Alfonso Liguori che lo ha sottolineato molto spesso nei suoi scritti spirituali, per esempio dicendo che chi prega non si perderà mai.

C’è anche la ricezione dei sacramenti. Quando celebro l’Eucaristia – e anche se la celebro nella mia cappella privata – allora lo faccio non solo per me stesso o per le persone che sono presenti e che ricevono la comunione.  Lo faccio per la Chiesa nel suo insieme, per le diocesi, per la comunità dei fedeli, e anche per coloro che non credono. E anche per coloro che non partecipano all’Eucaristia e che non si sognerebbero nemmeno di farlo: preghiamo anche per loro. Il sacrificio è offerto anche per loro, e ha senso per loro. Perciò vorrei raccomandare davvero ai laici la messa quotidiana.  Anche la confessione regolare. E la penitenza – in Avvento e Quaresima, ma anche al di fuori di questi periodi. Ci sono molti modi per fare penitenza ed è davvero qualcosa che si può fare per gli altri. Puoi anche offrire le sofferenze che ti capitano, ponendole, per così dire, sulla patena, perché siano assunte nel sacrificio di Cristo. Queste sofferenze possono anche essere offerte a beneficio di coloro che sono atterrati nella confusione, e si può aggiungere una preghiera perché queste persone trovino la fede.

Inoltre, è straordinariamente importante che noi cattolici viviamo la nostra fede con gioia, con entusiasmo e coraggio. Dobbiamo renderlo chiaro in pubblico. È anche importante che mettiamo in pratica la nostra fede: che diamo veramente alla nostra parrocchia un volto diaconale. Le persone che ci conoscono come cattolici praticanti devono vedere dal nostro comportamento ciò che Gesù ci chiede, specialmente nel discorso sulla montagna, e noi dobbiamo metterlo in pratica. Questo è ciò che la gente si aspetta da noi.

Molto spesso, si sente dire: “Ho avuto questa esperienza con i cattolici, o quell’altra, ho visto un sacerdote che ha oltrepassato il limite. Beh, non ho più bisogno di questo tipo di fede”. Questa reazione può anche essere inverosimile, ma a volte le persone sono state davvero scioccate, e questo le ha portate a prendere le distanze dalla fede e dalla Chiesa. In tutto questo, abbiamo quindi una responsabilità straordinariamente grande. Non lo sottolineo mai abbastanza.

È anche importante che i cattolici siano molto ben informati. Quando siamo in confusione, ci sono dei modi: qui, per esempio, abbiamo molti siti Internet, anche stranieri, pubblicazioni diocesane, siti diocesani e i loro comunicati. Pubblichiamo una newsletter elettronica a cui le persone possono iscriversi. Tutto questo permette di essere informati e ci sono molti elementi sui dati di fede. E questo è importante: leggere della fede, imparare sulla fede aiuta a porre fine alla propria confusione e permette anche di aiutare gli altri a superare la loro confusione.

 

LifeSite:  Hai parlato molto della preghiera. Ha un legame particolare con il Rosario e le richieste della Madonna di Fatima?

Eijk: In realtà, all’inizio avevo un legame soprattutto con la Madonna di Lourdes. Questo ha a che fare con la parrocchia dove sono cresciuto, a Duivendrecht – un piccolo villaggio ai margini di Amsterdam. C’era un sacerdote che vi avrebbe trascorso circa trent’anni e che arrivava al momento peggiore della polarizzazione all’interno della Chiesa nei Paesi Bassi. Venne da noi nell’agosto 1969. Ho partecipato alla sua messa di insediamento, e ho costruito un legame molto forte con lui. Ad esempio, quando ero seminarista, trascorrevo le mie vacanze nelle stanze dei diaconi nella sua casa canonica, e ne ho dei bei ricordi. Ho anche celebrato il suo funerale nel 2012. Ha vissuto abbastanza a lungo per sapere che sarei stato creato cardinale, anche se non ha partecipato alla cerimonia della creazione perché nel frattempo è morto. Questo sacerdote mi ha portato a Lourdes – era un vero frequentatore di Lourdes.

In seguito, come vescovo di Groningen, mi sono unito a diversi pellegrinaggi di quella diocesi, offrendo un accompagnamento spirituale. Ma è soprattutto l’arcidiocesi dove mi trovo ora che è segnata da una spiritualità mariana molto forte: è davvero notevole. Una volta ogni tre anni, andiamo in pellegrinaggio a Lourdes.  Hanno partecipato da 1.300 a 1.500 persone: per la nostra arcidiocesi è un gruppo significativo. Molti seminaristi mi hanno detto di aver scoperto la loro vocazione a Lourdes. Così potete vedere quanto dobbiamo alla Vergine Maria! La sua intercessione è incredibilmente fruttuosa…..

Conoscevo la Vergine Maria di Fatima, naturalmente, grazie alle mie letture, soprattutto per quanto riguarda l’applicazione del terzo segreto di Fatima dell’attacco a Papa Giovanni Paolo II nel 1981. Ma il mio rapporto con Lei si è intensificato nel 2017: era il centenario della sua apparizione ai pastorelli nei pressi di Fatima.

Anche il 13 maggio 2017, come vescovi dei Paesi Bassi, abbiamo consacrato le nostre diocesi al Santissimo Cuore di Maria: lo abbiamo fatto nella Basilica di Maria Stella del Mare a Maastricht. Sono io che ho tenuto l’omelia. Ed è a causa di questa omelia che ho dovuto immergermi nei segreti di Fatima. E il primo segreto, sull’inferno, beh, penso che sia davvero un segreto che rimane di grande attualità per il nostro tempo. Questo è il nostro dovere: assicurarci, perché abbiamo il compito di annunciare la fede cattolica, che la gente non finisca all’inferno, e metterli in guardia al riguardo. A questo proposito, possiamo chiederci sinceramente se lo facciamo abbastanza spesso. Perché quando parliamo dell’inferno, questo suscita spesso molte emozioni.  Eppure penso che abbiamo davvero il dovere di farlo.

Il secondo segreto si riferiva alla situazione politica e riguardava soprattutto il XX secolo: la fine della prima guerra mondiale, la rivoluzione russa, e anche l’annuncio, già avvenuto, della seconda guerra mondiale. Maria ci chiama a pregare per la pace.  Questa preghiera è altrettanto importante oggi, perché viviamo in un mondo straordinariamente insicuro. La corsa agli armamenti, la corsa agli armamenti nucleari, minaccia di riprendere. Naturalmente, non conosciamo la guerra in Europa dal 1945, e preghiamo e speriamo che continui ad esserlo, ma dobbiamo sempre pregare per essa, perché gli uomini sono esseri molto imprevedibili – noi stessi compresi. Devo dire che durante questa omelia ho elaborato la storia della Madonna di Fatima, che ho anche evidenziato.

All’epoca, come vescovi olandesi, ci chiedevamo se la gente si sarebbe presentata. Ma un’ora prima dell’inizio della cerimonia, la chiesa era già piena di gente. In effetti, la reazione a questa iniziativa è stata estremamente positiva.

Come vescovi, l’anno scorso abbiamo preso l’iniziativa – ormai conclusa – di istituire un Anno del Rosario.  Durante questo anno hanno partecipato tutti i vescovi olandesi, compresi i miei due vescovi ausiliari: siamo andati a recitare il Rosario con i fedeli in vari luoghi delle nostre diocesi, prima o dopo la messa, come parte dell’adorazione o in altri modi. L’ho fatto, per esempio, nella Basilica di Santa Croce a Raalte: una chiesa enorme, di una bellezza fantastica, sembra una cattedrale. Dovevamo recitare il Rosario alle 18.30, seguito dalla Messa alle 19.00, in occasione del giorno di Ognissanti. Ho pensato: una messa così solenne nei Paesi Bassi nei giorni feriali – è una solennità che abbiamo celebrato a lungo la domenica più vicina e non nei giorni feriali, e che ora è stata riprogrammata fino alla sua data esatta – quanti fedeli attirerà? Beh, non è stato per niente male. E quello che mi ha sorpreso veramente, e mi ha fatto sentire bene, è che alle 18:30 la maggior parte dei fedeli erano già presenti, e che hanno recitato attivamente il Rosario. E ho pensato a me stesso: “Così anche tu sei abituato a recitare il rosario!”  Ed era un gruppo piuttosto numeroso. Perciò, la preghiera del Rosario è ancora viva nei Paesi Bassi.

Ho anche dedicato un editoriale al Rosario nella nostra rivista diocesana. Ho scritto: non sapete pregare? Beh, prendete il vostro rosario. È una preghiera molto semplice. Tutti possono impararla (perché, siamo onesti, non si può nemmeno dire che tutti i cattolici olandesi conoscono il Padre Nostro e l’Ave Maria, anche se molti li conoscono ancora). Ma è anche una preghiera profonda e meditativa. Quando preghiamo tutto il Rosario, tutti i misteri, contempliamo tutta la vita di Gesù Cristo e finiamo con l’Assunzione di Maria in cielo, corpo e anima, e la sua Incoronazione. In verità, guardiamo la vita di Gesù, la contempliamo, la consideriamo con gli occhi di Maria, che dà un grande valore aggiunto a questa meditazione sulla vita di Gesù – con i suoi occhi, con il suo aiuto, con la sua intercessione.

Nessuno può prenderci per mano nella preghiera, se non Maria. Lei è la figura della Chiesa, dice il Concilio Vaticano II. Infatti, tutti noi dovremmo essere come lei: il suo “Fiat” – “Io sono la serva del Signore, sia fatto a me secondo la tua parola” – è un “Fiat” che nessuno di noi può dire semplicemente perché non siamo liberi dal peccato originale come lo era lei. Ancora una volta, lei è il nostro esempio più bello, anche nella preghiera, ed è per questo che è così bello pregare in unione con lei.

Papa Giovanni Paolo II ha detto che per lui è stata la preghiera più bella che ci sia. Ha avuto molti momenti difficili nella sua vita: la perdita del fratello e del padre quando era ancora giovane; c’è stata la sua prigionia durante la guerra; è stato un lavoratore forzato nelle miniere di sale. Più tardi, quando era vescovo in Polonia, il KGB, i comunisti intercettavano il suo confessionale. È stato Papa – capo della Chiesa per 27 anni – in un periodo estremamente difficile. E ha detto che per tutto questo tempo ha pregato Maria attraverso il Rosario, e che ha ricevuto un aiuto straordinario da lei. Ne ho parlato anche nel mio editoriale.  Penso che abbiamo molto da imparare da questo Papa polacco su questo argomento.

 

LifeSite:  Come è nata l’idea della consacrazione dei Paesi Bassi al Santissimo Cuore di Maria?

Eijk: È stata discussa alla Conferenza Episcopale. Un certo numero di vescovi era molto favorevole. Infine, tutti i vescovi l’hanno adottata e vi hanno partecipato. Così, è nata semplicemente durante le discussioni della Conferenza episcopale. Quando vado a Roma come vescovo, la gente pensa spesso quando mi vede: “Ecco arriva un progressista!”  Perché abbiamo…… abbiamo avuto una reputazione negli anni Sessanta e Settanta di essere una Conferenza episcopale eccezionalmente progressista. Ma non siamo più così. La proposta fu fatta alla Conferenza episcopale, per inciso da uno dei miei vescovi ausiliari, e fu ripresa dagli altri vescovi.



LifeSite:  Qual è lo stato della pratica religiosa nei Paesi Bassi, e della fede stessa? Questa è fondamentalmente la stessa questione di quella relativa al catechismo: lei ha detto che molte persone che ora hanno 50 o 60 anni non sanno molto della loro fede. Il modo in cui il catechismo viene insegnato ai bambini è stato cambiato?

Eijk: Sì, c’è stato un punto di svolta. Come ho detto, la crisi è scoppiata durante il periodo in cui studiavo in un liceo ad Amsterdam, tra il 1965 e il 1971. Nel 1965, tutti gli studenti del mio liceo cattolico andavano ancora a messa la domenica con i genitori. Inoltre, era qualcosa su cui non si discuteva. Nel 1971, nell’ultimo anno di liceo, eravamo solo in due. Quindi vedete quanto velocemente è successo tutto questo. Un’intera generazione di giovani era allora disposta a fare la guerra la domenica mattina pur rifiutare di andare in chiesa. Decisero in massa: “Non andremo più, usciremo dalla Chiesa”. Non dimenticate che questi sono i nonni di oggi. Non hanno trasmesso la fede ai loro figli, figuriamoci ai loro nipoti. Questa è la situazione che stiamo affrontando. Questa situazione è rivelata anche dal numero dei cattolici. Nel 2000, nei Paesi Bassi c’erano ancora più di 5 milioni di cattolici. Al 2015, erano rimasti solo 3,8 milioni di noi: si può vedere il tasso di diminuzione del numero di cattolici. I cattolici più anziani stanno morendo; e ora, più del 50 per cento delle volte, i genitori cattolici non hanno più i loro figli battezzati. È impossibile che il numero di fedeli non diminuisca.  Secondo le statistiche, circa il 17 per cento dei cattolici frequenta la chiesa di tanto in tanto. Può essere, ad esempio, a un funerale, perché si conosce la persona, e naturalmente si va. Ma se guardiamo la partecipazione reale alla messa domenicale, è crollata: attualmente è tra il 4 e il 5%.

Quando sono diventato vescovo di Groningen, ho ricevuto la visita del direttore del KASKI – un istituto di ricerca dell’Università di Nijmegen che studia le statistiche della pratica cattolica: quante volte si va a messa, il numero di battesimi e conferme, ecc…..  Da diversi decenni fa ricerche anche per altre Chiese cristiane. Ebbene, questo direttore è venuto ad incontrarmi – era alla fine del 1999 o all’inizio del 2000 – e mi ha detto: “Devo attirare la vostra attenzione su una cosa, ed è una legge di ferro: ogni 10 anni, la pratica religiosa cade del 40 per cento”. Ed è vero. Se guardo, per esempio, al numero di candidati alla confermazione nella mia diocesi – sono arrivato qui nel 2008 e sono arcivescovo di Utrecht da 11 anni – posso assicurarvi che questo numero si è dimezzato. E lo stesso vale per i ragazzi della prima Comunione , ecc. È una tendenza che può essere seguita senza errori.

 

Stiamo diventando una piccola Chiesa, ma ci sono anche segni di speranza. E un segno importante di questa speranza è questo: quando vediamo giovani cattolici che vanno in chiesa, spesso si impegnano al 100%. Conducono una vita di preghiera personale, hanno un rapporto personale con Cristo, e spesso accettano la totalità dell’insegnamento della Chiesa. Il loro numero non è grande, ma forse sono il lievito del futuro. Questo è ciò che spero. E penso anche che sia importante che prima ristabiliamo la situazione nella Chiesa – cioè che i fedeli conoscano di nuovo la loro fede. Dobbiamo assicurare la corretta formazione della piccola minoranza, il gregge che rimane: deve essere intrisa di fede e avere un rapporto personale con Cristo, perché solo quando questa è diventata una realtà possiamo veramente dedicarci ancora una volta alla rievangelizzazione, che è la nostra grande missione. Il Vangelo, credo, è per tutti – ma in questo momento si tratta di mettere in primo piano la nostra casa.

 

LifeSite:  Esiste un buon metodo di catechismo per i giovani nei Paesi Bassi?

Usiamo lo Youcat. Sono consapevole delle critiche che lo circondano, soprattutto perché a un certo punto c’è stato un errore nel tradurlo in una certa lingua – forse è stato anche un errore deliberato, chi lo sa? Così, una delle traduzioni affermava che la Chiesa autorizzava la contraccezione in certi casi. Si afferma anche che tutti gli uomini sono salvati da Cristo: questa è la dottrina della salvezza universale. Sì, è vero che Cristo vuole salvare tutti gli uomini, ma bisogna aprirsi ad essa. Quindi c’è una condizione ad essa collegata, e la salvezza non è quindi automatica. Bisogna davvero scegliere Cristo.

Come vescovi dei Paesi Bassi – è stata soprattutto la diocesi di Roermond, ma hanno collaborato anche persone della nostra arcidiocesi – abbiamo sviluppato un corso di formazione, Licht op je pad (“Light on your way”): è un corso di formazione catechetica che va dai 4 ai 18 anni e può essere utilizzato sia in parrocchia che a scuola. Coloro che completano tutto il cammino sono pienamente formati nella fede cattolica, vi assicuro. Ma non è così facile, perché bisogna radunare i giovani.

La maggior parte delle parrocchie oggi preferisce provvedere alla preparazione alla prima comunione e alla confermazione, non affidandola più alle scuole. Con mia grande gioia posso vedere, dopo circa vent’anni di vescovato, che in questi vent’anni si è approfondita la conoscenza dei candidati alla confermazione di questo sacramento e di ciò che lo Spirito Santo produce in essi.  Incontro sempre i candidati, sia qui al vescovato dove mostro loro vari elementi della vita episcopale, o almeno prima della celebrazione in parrocchia, e parlo con loro. Queste discussioni sono sempre più brevi in parrocchia – la maggior parte del tempo che devono venire a toccarmi sulla spalla per ricordarmi che devo indossare i paramenti per la cerimonia, perché quando una discussione è impegnata diventiamo sempre più entusiasti, e i bambini fanno domande. Queste sono spesso ottime riunioni. Noto che tra i candidati che rimangono, la conoscenza della fede è aumentata. Non dobbiamo rassegnarci, dobbiamo semplicemente aspettare.

Mi ha detto il sacerdote che mi ha aiutato nel cammino della mia vocazione – e al quale quindi devo eterna gratitudine -: “Wim, tu hai il dovere di tenere duro: è la virtù della perseveranza”. Mi ha detto che la maggior parte delle persone non può farlo: “Se tieni duro, vedrai che vincerai”. Lui stesso ha dovuto superare, non so quanti ostacoli. Si è rifiutato di prendere uno stipendio, ha vissuto in grande povertà, insieme alla sua governante, ed è così che è riuscito a restaurare la sua chiesa. È lui che l’ha tenuta in piedi, ed è ancora lì. È ancora orgoglioso di avere molti fedeli ed è circondato da una vivace comunità di fede. Questo grazie anche ai molti immigrati che sono molto più fedeli di noi olandesi.

Non lo dimenticherò mai. Continuate ad andare avanti.  Continua. Continuate a proclamare la fede.

E si può vedere che non c’è solo il declino della Chiesa nei Paesi Bassi. È vero che i numeri stanno diminuendo, ma a volte dico: la quantità è in costante diminuzione, ma la qualità è in aumento. Quando ho iniziato io stesso come sacerdote nel 1985, ero cappellano a Venlo Blerick: c’erano ancora chiese affollate, soprattutto il sabato sera alle 19 e la domenica mattina alle 11, ma c’erano molte persone che non erano d’accordo con le mie prediche. Oggi non è più così. Quando celebro una messa parrocchiale la domenica mattina, la cerimonia è spesso seguita da un caffè per incontrare i parrocchiani.  E’ diventato molto raro che qualcuno mi dica che non è d’accordo con quanto ho detto. Infatti, vediamo che c’è molta più unità. Così, la comunità è diventata piccola, ma è anche una comunità più forte. La persona che ti sta di fronte non è una persona che si è rassegnato – o rassegnata – a non fare niente o che pensa: “Che senso ha?” Sono ancora di buon umore, ho una fede ardente, e credo sempre anche nella potenza del Signore: Egli trionfa. Christus vincit. Non noi, ma Lui in noi.

 

LifeSite: Sul piano liturgico, ho letto che lei ha recentemente scelto di celebrare la Messa ad orientem nella cappella dell’arcivescovado. Perché?

Eijk: Un giornalista che parla spesso in modo critico di me ha scritto con derisione che non è nemmeno ad orientem perché in questa cappella, l’altare è rivolto a nord-ovest. Perché in passato le chiese sono state costruite ad orientem? Ci siamo rivolti a pregare verso est, dove è sorto il Sole della giustizia, Cristo. Ma alla fine non fa alcuna differenza: la chiesa può anche avere una direzione diversa. Con le parole ad orientem, intendiamo dire che stiamo celebrando la messa rivolta a Cristo. Qualcun altro ha scritto criticamente che ora celebro la messa voltando le spalle alla gente. No, non celebro la Messa con le spalle al popolo, lo dico volgendo il volto verso Cristo, verso il tabernacolo, in modo che tutti nella chiesa o cappella siano rivolti verso Cristo.

Ciò che ha innescato tutto ciò è stata in realtà una ragione molto pratica. La cappella è neogotica, ma l’altare ausiliario che fu installato negli anni ’60 era una tavola rinascimentale – per gli intenditori d’arte, era ovvio che non era al suo posto. Devo anche dire che questo altare era piuttosto basso, il che non è pratico per il celebrante, specialmente quando si invecchia. Ora ho gli occhiali bifocali, e la lettura è diventata complicata. È imbarazzante.

Quindi c’era un motivo legato alla storia dell’arte, un motivo artistico per dire che l’altare ausiliario non “si adattava”; un motivo pratico: era troppo basso; e c’era anche un terzo motivo. L’altare maggiore della cappella è decorato con una bellissima tavola di legno inciso che rappresenta i santi vescovi di Utrecht: Willibrord e altri.  Si tratta di un altare che esisteva prima che questo edificio diventasse il palazzo arcivescovile – la cappella fu costruita in quell’occasione. Sapete che nei Paesi Bassi dal 1853 era possibile avere di nuovo una gerarchia episcopale, ma l’arcivescovo di Utrecht doveva ancora mantenere un profilo basso, rimanere un po’ sotto il radar perché era una città protestante abbastanza ortodossa. Non aveva un palazzo arcivescovile, ma viveva nella residenza del sacerdote della cattedrale. Ancora oggi troviamo la stanza dove viveva, compreso il suo letto a castello. Lì aveva una cappella privata dove si trovava questo altare maggiore.  L’altare ausiliario, che non gli corrisponde affatto, ha bloccato la vista di questo altare maggiore, con le sue belle formelle, per i fedeli. Queste erano quindi una serie di ragioni pratiche per cui avremmo preferito festeggiare sull’altare maggiore.

Devo dire che l’ho fatto diversi mesi prima che la cappella fosse messa in funzione per il suo restauro, e che mi si addiceva molto bene. Insieme alla gente, siamo veramente rivolti verso Cristo. Non celebro più con le spalle rivolte a Cristo, ma guardando Cristo, che è presente sotto il sacramento dell’Eucaristia nel tabernacolo. Per me, questo potrebbe essere fatto ovunque, ma è ovviamente qualcosa che non può essere imposto perché il Concilio Vaticano II ha autorizzato la presenza di un altare ausiliario, e ci sono anche ragioni pratiche: in alcune chiese sarebbe impossibile. Ma trovo molto bello celebrare in questo modo. Lo trovo arricchente.

 

LifeSite:  Pensi che ci sia un legame tra la cultura della morte e la morte del culto?

Eijk: Sì, questo collegamento esiste certamente.  Perché i Paesi Bassi si sono secolarizzati così rapidamente, al punto da essere in prima linea tra i paesi europei in questo senso? Questo è il risultato della crescita della prosperità – una vera e propria traiettoria della cometa durante gli anni Sessanta. E quale è stato il risultato? Le persone di successo sono arrivate a vivere senza dipendere dagli altri, possono diventare individualistiche, ed è quello che è successo. Viviamo in una cultura iper individualistica. Le persone fanno poco insieme, a meno che non sia necessario, ad esempio in un’associazione sportiva o quando ci vogliono più persone per difendere un interesse collettivo. Ma per il resto dipendiamo molto da noi stessi; questa è una tendenza molto forte nel nostro paese.

E allora cosa succede al giovane individualista? Si mette su un piedistallo e vede gli altri come persone intorno a lui, niente di più; deve distinguersi dagli altri – non solo ha il diritto di farlo, ma anche il dovere. E lo fa anche scegliendo le sue convinzioni religiose, la sua visione di vita, il suo insieme di valori etici. In pratica, la verità è che la maggior parte delle persone si lascia semplicemente guidare dall’opinione pubblica, da ciò che vedono nei media o sui social network o nella pubblicità. Ma l’idea è quella di sentirsi autonomi.

Un individualista così autonomo non ha bisogno di qualcuno che lo trascenda.

Non ne ha bisogno nella società – lo Stato – ed è così che alcuni rinunciano al matrimonio civile e vivono semplicemente insieme, giustificandolo dicendo: “È la nostra relazione, perché qualcun altro dovrebbe avere a che fare con essa?” Questa è una conseguenza dell’individualismo.

L’individualismo ci ha portato anche a spingere Dio ai margini, se non siamo già diventati atei totali. La maggior parte degli olandesi oggi non crede più in un Dio personale. E se non credete in un Dio personale che è creatore e che è, di fatto, Padre per tutti noi, non credete neppure che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Gli individualisti autonomi credono di avere il diritto di controllare la propria vita e la propria morte – attraverso l’eutanasia, il suicidio assistito – perché non hanno più bisogno di tutto questo, per non parlare di un Dio. L’ascesa dell’individualismo, la scomparsa della fede cristiana o almeno il suo indebolimento, nel grandissimo numero di persone, sono certamente legati alla comparsa della cultura della morte. Questa è una certezza assoluta, c’è un legame diretto.

 

LifeSite:  Alcuni cattolici sono tentati di rivolgersi ad altre chiese cristiane – la Chiesa ortodossa per esempio – a causa della situazione di confusione nella Chiesa cattolica. È il caso, ad esempio, di Rod Dreher. Come possiamo lottare contro questo, per noi stessi e per gli altri?

Eijk: Questo è successo anche tra i cattolici olandesi, non in modo massiccio, ma è successo. Nei Paesi Bassi, il movimento pentecostale è cresciuto fortemente fino al 1995 circa. Molti cattolici vi si sono uniti. Una volta ho ricevuto la visita di un uomo che mi ha spiegato che un tempo era cattolico, prima di entrare nella Chiesa Riformata Liberata. “Vi dirò anche perché. Nella mia parrocchia, non avevano mai parlato di Gesù o del significato della fede per 15 anni, e a un certo punto ho capito che ne parlavano alla maniera della Chiesa Riformata Lliberata, ed è per questo che ci sono andato”, mi ha detto. È una Chiesa che è in grave crisi da una quindicina d’anni e, a mio avviso, quest’uomo avrà certamente incontrato nuove difficoltà.

La parrocchia cattolica che frequentava era molto progressista. A mio parere, si parlava di fare del bene agli altri, l’accento era sull'”azione diaconale”, ma praticamente non si diceva nulla di Gesù. Né si parlava dell’essenza della fede cattolica: era ignorata.  Quest’uomo fu privato della sua fede. È ovviamente molto triste che una persona abbia rinunciato alla fede cattolica per unirsi a un gruppo ortodosso protestante, perché parla di Cristo. Ma ad essere onesti, lo capisco in una certa misura. Ovviamente, ciò che ha fatto è proibito, è qualcosa che non è stato fatto, e oggettivamente, lasciare la Chiesa cattolica è un peccato. Ma ancora una volta, credo che il Signore lo consideri con grande misericordia perché sa bene che noi che dobbiamo proclamare la fede in Gesù Cristo spesso non siamo all’altezza del compito.

Fortunatamente, ora le cose vanno meglio grazie alla nuova generazione di sacerdoti. Ma il pensiero rimane molto presente nella nostra mente: non dovrei essere ancora più esplicito? Ancora più chiaro? Questo mi sembra di singolare importanza.

Ci sono anche cattolici, spesso persone più comuni, che hanno ricevuto visite dai testimoni di Geova. Questi prendono la Bibbia alla lettera: sono persone che vanno porta a porta e quindi finiscono anche con cattolici che sono in uno stato di confusione. Questi cattolici possono arrivare a pensare: “Ehi, questa è la vera fede!  Finalmente stiamo sentendo di nuovo quello che ci è stato insegnato a casa in passato!” Che ci sono anche delle differenze, o non se ne rendono conto o pensano: “Beh, tutto questo può anche essere vero perché corrisponde di più alla nostra fede che a ciò che sentiamo in chiesa”. Sì, ci sono stati dei casi. Penso che questa tendenza non sia più molto forte oggi, ma non molto tempo fa, dagli anni Sessanta agli anni Novanta.

 

LifeSite:  In risposta all’attuale situazione di confusione, come pensa che la Chiesa possa essere riformata oggi? Come può l’autorità porre rimedio a questa situazione?

Eijk: Il Papa è il principio dell’unità di tutta la Chiesa; il Vescovo è il principio dell’unità della fede e del modo in cui la fede è vissuta nella propria diocesi. È qui che bisogna prima di tutto fare chiarezza: attraverso il Papa e i vescovi. Noi vescovi guidiamo i nostri sacerdoti, li nominiamo, siamo responsabili della loro formazione.  Queste sono responsabilità molto grandi, ma dobbiamo assumercele. Dobbiamo prenderci cura della buona formazione dei nuovi sacerdoti. E anche dei sacerdoti che sono già al loro posto! Offriamo loro corsi di formazione sacerdotale. Sono tutte opportunità che noi vescovi dobbiamo cogliere per assicurare che ci siano buoni sacerdoti, sacerdoti chiari, che annuncino il Vangelo in modo solido e affidabile.

Devo dire che l’attuale generazione di sacerdoti sta già facendo molto per spiegare la fede – come ho detto, questo è qualcosa che ho visto negli attuali candidati alla confermazione, che sono molto più consapevoli del significato di questo sacramento rispetto a vent’anni fa.  E questo è già un grande passo avanti.

La liturgia viene celebrata sempre più spesso secondo il messale dell’altare, anche se i Paesi Bassi erano un tempo l’epicentro della liturgia sperimentale. Durante la seconda metà degli anni Sessanta, l’obiettivo finale era quello di improvvisare l’intera Messa, e avevamo anche iniziato a modificare la liturgia prima dell’inizio del Concilio Vaticano II.

Tutto è iniziato con noi. Speriamo che anche i Paesi Bassi possano essere un punto di partenza per la ripresa. Penso che siamo sulla strada giusta, ma potremmo fare molto di più!


 

 

Fonte: LifeSiteNews

 




Ultimo libro del Card. Sarah: “Coloro che annunciano ad alta voce il cambiamento e la rottura sono falsi profeti”

Di seguito la recensione dell’ultimo libro del cardinal Robert Sarah intitolato Le soir approche et déjà le soir baisse (“È quasi sera, e il giorno già volge al declino”). La recensione è di Jeanne Smits, corrispondente da Parigi per LifeSiteNews, la propongo ai lettori di questo blog nella mia traduzione.

Card. Robert Sarah (CNS photo/Paul Haring) via Catholic Herald

Card. Robert Sarah (CNS photo/Paul Haring) via Catholic Herald

 

Nel suo ultimo libro, Le soir approche et déjà le soir baisse (“È quasi sera, e il giorno già volge al declino”, una citazione dall’episodio dei pellegrini di Emmaus nel Vangelo di San Luca), il cardinale Robert Sarah ha deciso di “parlare” per i ” cattolici disorientati” che soffrono per la profonda crisi che la Chiesa sta attraversando.

“Non sono più in grado più tacere. Non posso più tacere”, scrive il cardinale Sarah nel suo paragrafo di apertura. Egli ha preso piena coscienza della “notte oscura” della Chiesa e “Lei è avvolta e accecata dal mistero dell’iniquità”.

Giorni prima dell’uscita del libro in Francia, il 20 marzo scorso, è stata pubblicata online (qui) la sua introduzione, che anticipa un testo davvero avvincente che affronta a viso aperto i problemi di oggi: abusi sessuali, ma anche relativismo dottrinale, attivismo sociale e mancanza di preghiera, false accuse di omosessualità generalizzata e ipocrisia, e i dubbi dei fedeli che vedono i nemici della Chiesa proprio nel suo interno.

Il cardinale Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, non offre alcuna strategia, dice. Invece, annuncia le risposte senza tempo senza le quali ogni sforzo è inutile – una vita di preghiera profondamente radicata, la fedeltà al vero insegnamento trasmesso dalla Chiesa piuttosto che svendere la dottrina cattolica come fanno “tanti pastori”, la carità fraterna e l’amore per Pietro.

Ma le sue parole non sono in alcun modo una minimizzazione della prova che la Chiesa sta attraversando.

Il cardinale Sarah non esita a parlare – con le parole di papa Paolo VI – del “fumo di Satana” che ha invaso la Chiesa, designando apertamente i “traditori” che, come Giuda Iscariota, sono diventati “agenti del maligno“.  “Hanno cercato di contaminare le anime pure dei più piccoli. Hanno umiliato l’immagine di Cristo presente in ogni bambino”, umiliando e tradendo così tanti sacerdoti fedeli, ha scritto.

La Chiesa sta attraversando il mistero della flagellazione” per mano di coloro che “devono amarla e proteggerla”, ha avvertito il cardinale Sarah.

Ma la causa dello scandalo degli abusi sessuali, ha aggiunto, può essere trovata solo in precedenti tradimenti: “La crisi che il clero, la Chiesa e il mondo stanno attraversando è radicalmente una crisi spirituale, una crisi di fede”.

Il cardinale africano ricorda che il “mistero di Giuda” – parole prese in prestito da papa Francesco – risiede nell’allontanarsi dagli insegnamenti di Gesù, e può quindi essere paragonato al mistero del male nel nostro tempo.

Gesù lo ha chiamato come tutti gli apostoli. Gesù lo amava! Lo aveva mandato ad annunciare la Buona Novella. Ma a poco a poco, il cuore di Giuda è preso dai dubbi. Impercettibilmente, comincia a giudicare l’insegnamento di Gesù. Egli disse a se stesso: questo Gesù è troppo esigente, e non abbastanza efficace.  Giuda voleva che il regno di Dio venisse subito sulla terra, con mezzi umani e secondo i suoi progetti personali”. Ha smesso di pregare con Gesù e “ha cercato rifugio nelle vicende del mondo”, probabilmente mormorando nel suo cuore “Non servirò” quando Gesù gli lavò i piedi nell’Ultima Cena, scrive il cardinale Sarah.  “Ricevette la Comunione quando i suoi piani erano già completi. Fu la prima Comunione sacrilega della storia.  E ha tradito”.

Secondo il cardinale Sarah, le stesse colpe, gli stessi tradimenti, sono commessi oggi: “Abbiamo abbandonato la preghiera. Il male dell’attivismo efficiente si è infiltrato ovunque. Cerchiamo di imitare l’organizzazione delle grandi aziende. Dimentichiamo che solo la preghiera è il sangue che può irrigare il cuore della Chiesa….. Chi non prega ha già tradito. È già preparato ad ogni compromesso con il mondo. Cammina sui passi di Giuda”.

Il cardinale ha parole dure per l’abbandono della dottrina cattolica. È qui che vede la causa degli attuali scandali di abusi sessuali:

Tolleriamo ogni messa in discussione (della dottrina, ndr). La dottrina cattolica è messa in discussione e, in nome di sedicenti posizioni intellettuali, i teologi si divertono a decostruire il dogma e a svuotare la morale del loro significato profondo. Il relativismo è la maschera di Giuda travestito da intellettuale. Come possiamo stupirci che così tanti sacerdoti infrangano i loro voti? Ridimensioniamo il significato del celibato, chiediamo il diritto alla vita privata, che è l’opposto della missione del sacerdote. Alcuni arrivano a rivendicare il diritto all’attività omosessuale. Uno scandalo dopo l’altro, che coinvolgono sacerdoti e vescovi”.

Il cardinale Sarah avverte poi i suoi confratelli che saranno tutti contaminati da accuse che sono vere solo per una minoranza. Ma “che i vostri cuori non siano turbati”, ha aggiunto, ricordando che Cristo stesso è stato deriso con le parole “Crocifiggilo” e pregandoli di non essere turbati da una “ricerca parziale” che presenta i pastori a capo della Chiesa come “uomini di Chiesa irresponsabili con una vita interiore anemica”.

Sacerdoti, vescovi e cardinali senza morale non offuscheranno in alcun modo la luminosa testimonianza di oltre 400.000 sacerdoti nel mondo che ogni giorno, con lealtà, gioia e in modo santo, servono il Signore.  Nonostante la violenza degli attacchi che Lei stessa teme, la Chiesa non morirà. Questa è la promessa del Signore, e la sua parola è infallibile”.

In particolare, rivolgendosi a quei cattolici che sono portati al dubbio, ha parlato del “sottile veleno” del tradimento di Giuda. Il diavolo “vuole che noi vediamo (la Chiesa) come un’organizzazione umana in crisi” quando Lei è “Cristo che continua se stesso“. Satana spinge i fedeli verso la divisione e lo scisma nel “farci credere che la Chiesa ha tradito”. “Ma la Chiesa non tradisce. La Chiesa, piena di peccatori, è Lei stessa senza peccato. Ci sarà sempre abbastanza luce in Lei per coloro che cercano Dio”.

Il cardinale Sarah ha messo in guardia i fedeli cattolici contro la tentazione di “voler prendere le cose nelle nostre mani” – una tentazione che porterebbe alla divisione attraverso la critica e lo smantellamento. “Non esitiamo (…..) a denunciare il peccato a partire dal nostro”.

Tremo all’idea che l’abito senza cuciture di Cristo possa essere strappato ancora una volta. Gesù ha sofferto l’agonia vedendo in anticipo le divisioni dei cristiani. Non crocifiggiamolo di nuovo”, ha implorato il cardinale.

Il cardinale Sarah non cerca la popolarità o il successo, ha insistito. “Questo libro è il grido della mia anima! È un grido d’amore per Dio e per i miei fratelli. Io devo a voi, cristiani, l’unica verità che salva. La Chiesa sta morendo perché i pastori hanno paura di parlare in tutta verità e chiarezza. Abbiamo paura dei media, dell’opinione pubblica, dei nostri fratelli. Il buon pastore dà la vita per le sue pecore”.

Quanto ai cattolici confusi a cui si rivolge, il cardinale Sarah li ha esortati, e soprattutto i sacerdoti, alla preghiera. “Chi prega non danneggia se stesso”, scrive citando Sant’Alfonso. “Non si tratta di accumulare devozioni. Si tratta di tacere e adorare, di essere in ginocchio, di entrare con timore e rispetto nella liturgia.  È opera di Dio. Non è un teatro”.

Continua la sua meditazione: “Cari amici, volete rimettere in piedi la Chiesa? Mettetevi in ginocchio! È l’unico modo! Se fate diversamente, quello che farete, non sarà di Dio. (…) Se non mettiamo la nostra testa, alla maniera di San Giovanni, sul cuore di Cristo, egli non avrà la forza di seguirlo fino alla croce. Se non ci prendiamo il tempo di ascoltare il battito del cuore del nostro Dio, lo abbandoneremo, lo tradiremo come hanno fatto gli stessi apostoli”.

Oltre alla preghiera, la fedeltà alla dottrina è necessaria nella crisi attuale. Il cardinale Sarah è chiaramente consapevole delle ragioni della confusione odierna.  “Come possiamo accettare che le conferenze episcopali si contraddicano a vicenda? Dove regna la confusione, Dio non può risiedere”, ha scritto.

L’unità della fede suppone l’unità del magistero nello spazio e nel tempo. Quando ci viene dato un nuovo insegnamento, va sempre interpretato in coerenza con l’insegnamento che lo precede. Se introduciamo rotture e rivoluzioni, rompiamo l’unità che governa la santa Chiesa attraverso i secoli”, ha insistito: “Coloro che annunciano ad alta voce il cambiamento e la rottura sono falsi profeti. Non cercano il bene del gregge”.

Fedeltà alla verità significa accettare la Croce, scrive il cardinale Sarah, aggiungendo che Cristo richiede di nuovo questa fedeltà.

Ci guarda dritto negli occhi e chiede a ciascuno di noi: mi abbandonerai? Rinuncerai ad insegnare la fede in tutta la sua pienezza? Avrai il coraggio di predicare la mia presenza reale nell’Eucaristia? Avrai il coraggio di chiamare questi giovani alla vita consacrata? Quando avrai la forza di dire che senza confessione regolare, la comunione sacramentale rischia di perdere il suo significato? Avrai l’audacia di ricordare la verità sull’indissolubilità del matrimonio? Avrai la carità di fare lo stesso per coloro che minacciano di rimproverarti per averlo fatto? Avrai il coraggio di invitare gentilmente i divorziati e risposati a cambiare vita? Preferisci il successo o mi seguirai? Preghiamo Dio che con San Pietro rispondiamo, pieni di amore e umiltà, “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68)”.

Tutto questo richiede “l’amore per Pietro“, scrive il cardinale Sarah: “Il mistero di Pietro è un mistero di fede. Gesù ha scelto di affidare la sua Chiesa ad un uomo. Perché non lo dimenticassimo, egli ha lasciato che quest’uomo lo tradisse tre volte di fronte a tutti, prima di consegnargli le chiavi della sua Chiesa. Sappiamo che la barca della Chiesa non è stata affidata ad un uomo per le sue straordinarie capacità. Ma sappiamo che quest’uomo sarà sempre aiutato dal divino Pastore a non allontanarsi dalla legge della fede”.

Questa è la ragione per non aver paura, ha aggiunto, parlando del “filo d’oro delle decisioni infallibili dei pontefici, successori di Pietro” in contrapposizione al “filo nero degli atti umani e imperfetti dei Papi, successori di Simone”, in cui ancora “sentiamo il piccolo ago guidato dalla mano invisibile di Dio”.

Nella stessa sezione della sua introduzione, il cardinale Sarah ha chiarito che i cattolici non ci si aspetta che siano ciechi:

Cari amici, i vostri pastori sono coperti di difetti e imperfezioni. Ma non è disprezzando che costruirete l’unità della Chiesa. Non abbiate paura di esigere da loro la fede cattolica, i sacramenti della vita divina. Ricordate le parole di sant’Agostino: ‘Quando Pietro battezza, è Gesù che battezza. Ma quando Giuda battezza, è ancora Gesù che battezza’”.

E ha aggiunto: “Se pensate che i vostri sacerdoti e vescovi non siano santi, siate santi per loro. Fate penitenza, digiunate per riparare le colpe e la codardia.  Questo è l’unico modo per sopportare il peso dell’altro”.

La quarta esortazione del cardinale riguarda la “carità fraterna”, riflettendo sulla Chiesa come madre che ci apre le braccia: “Nel suo grembo, nulla può minacciarci.  Cristo ha aperto le sue braccia una volta per tutte sulla croce perché la Chiesa possa aprire le sue per riconciliarci con lei, con Dio e tra noi stessi:” un appello contro la divisione che “perseguita Gesù”.

In breve, il Cardinale Sarah invita i fedeli a riconoscere “la grandezza e la trascendenza di Dio”, che dobbiamo amare fino alla morte – l’unica condizione che ci permette di ascoltare le parole pronunciate a San Francesco d’Assisi: “Andate a riparare la mia Chiesa“.  Il Cardinale Sarah ha aggiunto: “Andate, riparate attraverso la vostra fede, la vostra speranza e la vostra carità. Andate a riparare attraverso la vostra preghiera e la vostra fedeltà. Grazie a voi, la mia Chiesa tornerà ad essere la mia casa”.

Queste parole sono state firmate il 22 febbraio, durante il summit degli abusi sessuali in Vaticano, nel momento in cui le accuse orribili cominciarono ad accumularsi contro la Chiesa, specialmente contro i suoi membri che erano più fedeli al suo insegnamento senza tempo.

 

Fonte: LifeSiteNews




Mons. Schneider: “L’affermazione di Abu Dhabi è la più pericolosa dal punto di vista dottrinale. I cardinali chiedano al Santo Padre di correggerla ufficialmente”

Nella loro recente visita ad limina a Roma, i vescovi del Kazakistan e dell’Asia centrale hanno sollevato una serie di preoccupazioni che sono state ampiamente condivise nella Chiesa negli ultimi anni. Durante l’incontro del 1° marzo, il vescovo Athanasius Schneider, ausiliare di Astana, Kazakistan, ha ottenuto da Papa Francesco un chiarimento riguardo alla nota frase, quella sulla “diversità delle religioni”, contenuta nella Dichiarazione sulla Fratellanza umana, firmata ad Abu Dabi il 4 febbraio scorso, che tante perplessità ha sollevato in molti fedeli.

Schneider ha quindi rilasciato una lunga intervista alla giornalista Diane Montagna, una intervista ad ampio raggio, che vi presento nella mia traduzione. Salto la prima domanda, che è di apertura e generica.

Papa Francesco e il vescovo Athanasius Schneider, ausiliare di Astana, Kazakistan

Papa Francesco e il vescovo Athanasius Schneider, ausiliare di Astana, Kazakistan

 

Può dire qualcosa di più su come papa Francesco ha risposto alla sua preoccupazione per la dichiarazione di Abu Dhabi sulla diversità delle religioni? Si legge nel passaggio controverso: “Il pluralismo e la diversità delle religioni, il colore, il sesso, la razza e il linguaggio sono voluti da Dio nella sua saggezza, attraverso la quale ha creato gli esseri umani”.

A proposito della mia preoccupazione per la frase usata nel documento di Abu Dhabi – che Dio “vuole” la diversità delle religioni – la risposta del Papa è stata molto chiara: ha detto che la diversità delle religioni è solo la volontà permissiva di Dio. Lo ha sottolineato e ci ha detto: anche voi potete dire questo, che la diversità delle religioni è la volontà permissiva di Dio.

Ho cercato di approfondire la questione, almeno citando la frase come si legge nel documento. La frase dice che come Dio vuole la diversità di sesso, colore, razza e lingua, così Dio vuole la diversità delle religioni. C’è un evidente confronto tra la diversità delle religioni e la diversità dei sessi.

Ho accennato questo punto al Santo Padre, e lui ha riconosciuto che, con questo paragone diretto, la frase può essere compresa erroneamente. Ho sottolineato nella mia risposta a lui che la diversità dei sessi non è la volontà permissiva di Dio, ma è positivamente voluta da Dio. E il Santo Padre lo ha riconosciuto e ha convenuto con me che la diversità dei sessi non è una questione di volontà permissiva di Dio.

Ma quando menzioniamo entrambe queste frasi nella stessa frase, allora la diversità delle religioni viene interpretata come volontà positiva di Dio, come la diversità dei sessi. La frase porta quindi a dubbi e interpretazioni erronee, e così è stato il mio desiderio, e la mia richiesta che il Santo Padre rettifichi questo. Ma egli ha detto a noi vescovi: potete dire che la frase in questione sulla diversità delle religioni significa la volontà permissiva di Dio.

 

Per i lettori che non hanno familiarità con la distinzione tra la volontà permissiva e positiva di Dio, può dare alcuni esempi di altre cose che Dio permette attraverso la sua volontà permissiva?

Sì, la volontà permissiva significa che Dio permette certe cose. Dio ha concesso o permesso il peccato di Adamo e tutte le sue conseguenze; e anche quando pecchiamo personalmente, in un certo senso Dio lo permette o lo tollera. Ma Dio non vuole positivamente il nostro peccato. Lo permette in vista del sacrificio infinitamente meritorio di Nostro Signore Gesù Cristo sulla croce e perché non vuole distruggere la nostra libertà. Questo è il senso della volontà permissiva di Dio.

 

Vertice vaticano sugli abusi sessuali

 

Molte persone, comprese le vittime di abusi sessuali che erano venute a Roma per il vertice vaticano del 21-24 febbraio sulla protezione dei minori nella Chiesa, sono rimaste deluse dall’incontro per quella che consideravano la mancanza di azioni concrete. Eccellenza, quale ritiene sia il modo più efficace per risolvere il problema dellabuso sessuale e dell’insabbiamento nella Chiesa?

Quando c’è un problema enorme – che certamente è l’abuso di bambini, minori e adulti subordinati da parte del clero – dobbiamo sempre andare alla radice più profonda, come ogni buon dottore e medico.

Non possiamo risolvere una malattia solo facendo una diagnosi superficiale. È necessaria una diagnosi profonda e integrale. E a mio avviso, questo non è stato fatto al vertice, perché una delle radici evidenti, osservabili e più profonde dell’abuso sessuale sui minori è l’omosessualità tra il clero. Naturalmente, non dirò che tutti gli omosessuali abusano necessariamente dei bambini. Sarebbe ingiusto e falso. Ma stiamo parlando di abusi clericali nella Chiesa, e quindi dobbiamo concentrarci su questa malattia. E’ stato dimostrato che più dell’80 per cento delle vittime erano maschi post-pubescenti. È quindi evidente che la natura della maggior parte di questi abusi riguardava atti omosessuali. Dobbiamo sottolineare che questa è una delle radici principali.

L’altra radice principale della crisi degli abusi è il relativismo sull’insegnamento morale iniziato dopo il Concilio Vaticano II. Da allora, viviamo in una profonda crisi del relativismo dottrinale, non solo della dogmatica ma anche della morale – la legge morale di Dio. La morale non è stata insegnata chiaramente nei seminari negli ultimi 50 anni; spesso non è stato insegnato chiaramente nei seminari e nelle facoltà teologiche che un peccato contro il sesto comandamento è un peccato grave. Soggettivamente ci possono essere circostanze attenuanti, ma oggettivamente si tratta di un peccato grave. Ogni atto sessuale al di fuori di un matrimonio valido è contro la volontà di Dio. Offende Dio ed è un peccato grave, un peccato mortale. Questo insegnamento è stato così relativizzato. E questa è una delle altre radici profonde. Dobbiamo sottolinearlo. E, a mio avviso, questo non è stato sottolineato al vertice: il relativismo dell’insegnamento morale, in particolare sul sesto comandamento.

Un’altra causa profonda è la mancanza di una vera, seria e autentica formazione dei seminaristi. C’è stata una mancanza di ascetismo nella vita e nella formazione dei seminaristi. È stato dimostrato da duemila anni, e dalla natura umana, che senza l’ascesi fisica come il digiuno, la preghiera e anche altre forme di mortificazioni corporali, è impossibile vivere una vita costante nella virtù senza peccato mortale. A causa della profonda ferita del peccato originale e della concupiscenza ancora all’opera in ogni essere umano, abbiamo bisogno della mortificazione corporale.

San Paolo dice: “Non fare nulla per la carne, per appagare i suoi desideri”. Possiamo parafrasare queste parole, dicendo: non nutrire troppo la tua carne o la concupiscenza ti dominerà. E questo è esattamente quello che spesso accadeva nei seminari. Seminaristi e sacerdoti hanno nutrito la carne attraverso una vita comoda senza ascetismo, senza digiuni e altre mortificazioni corporee e spirituali.

Ma per me, la causa più profonda della crisi degli abusi sessuali clericali è la mancanza di un rapporto profondo e personale con Gesù Cristo. Quando un seminarista o un sacerdote non ha un profondo rapporto personale con Gesù Cristo, in costante fedeltà a una vita di preghiera e godendo veramente di un amore personale per Gesù, è facile preda delle tentazioni della carne e di altri vizi.

Inoltre, quando si ha un amore profondo e personale per Cristo, non si può commettere deliberatamente un peccato orrendo. Occasionalmente, a causa della debolezza della natura umana, un sacerdote o un seminarista potrebbe commettere un peccato mortale contro la purezza. Ma nello stesso momento, è profondamente pentito e decide di evitare ad ogni costo il peccato successivo. Questa è la manifestazione di un vero amore di Cristo. Ma è per me completamente escluso che una persona che ama profondamente Cristo possa abusare sessualmente dei minori. È per me impossibile. A mio parere, un amore profondo di Cristo esclude questo.

Queste sono le radici principali: l’omosessualità tra il clero, il relativismo della dottrina, la mancanza di ascesi e soprattutto l’assenza di un amore profondo e vero per Cristo. E questo non è stato sottolineato nel vertice. Pertanto, ritengo che il summit sia stato un fallimento, in quanto un medico non riesce a curare una malattia quando non ne affronta le cause. Questo problema si ripresenterà di nuovo.

 

Lei ha citato la statistica secondo cui l’80 per cento delle vittime erano maschi post-pubescenti. Come risponde al cardinale Blase Cupich e ad altri che indicano il report John Jay (*) e altri studi come prova che non c’è una relazione causale tra omosessualità e abusi sessuali clericali?

È una negazione della realtà. Come posso parlare con un uomo che nega la realtà? Questo è spiegabile solo come posizione ideologica.

 

Quali misure concrete ritiene che il vertice avrebbe dovuto adottare per offrire soluzioni reali al problema dell’abuso sessuale clericale?

Il summit avrebbe dovuto emanare norme canoniche concrete, ma non lo ha fatto, e quindi credo che il summit sia stato un fallimento. E’ stato un bellissimo spettacolo clericale, è stato uno spettacolo di clericalismo – tutti i chierici con i loro titoli che provenivano da tutto il mondo. E sono state pronunciate molte belle parole – parole molto emozionanti. Ma queste radici profonde non sono state affrontate, e non sono state date norme concrete e incisive.

A mio avviso, dovrebbero essere date norme molto precise, convincenti e incisive.

La prima norma canonica che proporrei è questa: che le persone con inclinazioni omosessuali non siano categoricamente accettate nei seminari. E se vengono scoperti, naturalmente con rispetto e amore, devono essere allontanati dal seminario e aiutati ad essere guariti e a vivere come un buon laico cristiano.

Attualmente le norme dicono solo che quelli con “radicate tendenze omosessuali” non dovrebbero essere ammessi in seminario, ma per me questo non è sufficiente. Che cosa significa “radicata”? Se un uomo adulto viene in seminario e sente l’attrazione omosessuale, anche se non è ancora profondamente radicata, è comunque un’attrazione omosessuale. E già di per sé è una condizione che, in alcune circostanze – come ad esempio nell’atmosfera esclusivamente maschile di un seminario – potrebbe svilupparsi in una tendenza più profonda o più aggressiva.

E quando diventerà sacerdote, sarà con i seminaristi, con i chierichetti e così via. E così, mentre forse in seminario queste tendenze non erano profonde, in certe circostanze possono diventare più profonde.

Per me è in qualche modo falso. Supponiamo che un giovane non sia un omosessuale aggressivo. Non si diverte ad avere tendenze omosessuali, e non sono così profondamente radicate. Ma quando riconosce di avere queste tendenze, o quando è dimostrato da atti o segni esteriori che egli ha tendenze omosessuali, anche se non sono radicate in profondità, deve essere caritatevolmente allontanato dal seminario. E questa dovrebbe essere una norma canonica: che chi riconosce di avere tendenze omosessuali, anche non profonde, non può essere accolto in un altro seminario e non può essere ordinato.

Le tendenze omosessuali sono una sorta di tratto di disturbo della personalità e una percezione distorta della realtà, poiché ciò significa desiderare un oggetto di piacere contro l’ordine naturale dei sessi. I documenti magisteriali lo chiamano disordine “oggettivo”. Come si può ordinare un uomo con un disordine nella sua personalità o nella sua struttura psicosomatica? Naturalmente, ci sono anche altri disturbi psicologici. Non si ordinano uomini con certi disturbi psicologici, anche quando non sono così profondi. Danneggerebbe il sacerdozio.

 

Lei ha parlato di segni esterni. Nella norma canonica che lei propone, che tipo di segni esterni ha in mente?

Se avesse un’amicizia esclusiva e ostentata con un uomo, sarebbe già un segno esteriore. Oppure, se guardasse la pornografia maschile su internet, questo sarebbe un altro segno. Sono segni esteriori, verificabili. Una volta scoperti, un seminarista di questo tipo dovrebbe essere escluso per sempre dall’ordinazione. Sì, può essere guarito, ma il seminario non è un sanatorio per curare persone con disturbi psicologici o tendenze omosessuali. Questo è ingenuo, e danneggerà il sacerdozio e la persona. Sarebbe meglio per una persona come lei essere un buon cristiano nel mondo e salvare la sua anima, e non essere sacerdote. Noi possiamo e dobbiamo aiutarlo, ovviamente. Ma dobbiamo essere disposti a dirgli: non sarai ordinato, è per la salvezza della tua anima. Sii buon cristiano nel mondo.

Meglio avere meno sacerdoti ma uomini sani, psicologicamente sani. E profondi amanti di Cristo, uomini profondamente spirituali. Sarebbe meglio per tutta la Chiesa. Meglio lasciare alcune parrocchie senza sacerdote e alcune diocesi senza vescovo per diversi anni che ordinare un uomo che ha un disturbo, o omosessuale o altri disturbi della personalità.

 

Quali altre norme concrete ritiene che il summit vaticano sugli abusi sessuali avrebbe dovuto emanare?

In un caso in cui un sacerdote o un vescovo commettesse abusi sessuali, anche un solo caso, deve essere allontanato dallo stato clericale. Ci dovrebbe essere una “tolleranza zeroin questo caso, e dovrebbe essere stabilita nel diritto canonico. Non ci dovrebbero essere eccezioni. Naturalmente, il fatto dell’abuso sessuale deve essere provato e verificato da un vero processo canonico, ma quando lo è, deve essere allontanato dallo stato clericale.

Queste due norme (la categorica non ammissione al seminario e all’ordinazione degli uomini con tendenze omosessuali, e il licenziamento dallo stato clericale), a mio avviso, avrebbero dovuto essere esplicitamente menzionate nel summit, se si vuole avere un impatto concreto. Altrimenti è stato un bell’incontro, ma più o meno uno spettacolo clericale con parole e dichiarazioni sentimentali.

 

Un sacerdote che ha abusato di minori dovrebbe ricevere dei soldi dalla Chiesa?

Penso di sì. Dobbiamo essere misericordiosi e non dobbiamo essere crudeli. Dobbiamo sempre essere umani e cristiani, e penso che la Chiesa dovrebbe almeno temporaneamente dare a questi chierici che vengono licenziati un aiuto finanziario – forse per i primi due anni.

 

Lettera aperta dei cardinali Burke e Brandmüller

 

Prima del vertice, il cardinale Raymond Burke e il cardinale Walter Brandmüller hanno inviato una lettera aperta invitando i vescovi presenti al vertice a porre fine al silenzio sulla corruzione morale nella Chiesa e a sostenere la legge divina e naturale. Quanto pensi che la loro lettera aperta sia stata ascoltata e presa in considerazione durante l’Incontro [mondiale sugli abusi]?

Penso che la lettera dei due cardinali sia stata meritoria e molto attuale, e la storia la considererà un contributo veramente positivo in questa delicatissima crisi di abusi a livello universale della Chiesa. È stata una bella testimonianza, e credo che questa lettera abbia onorato il Collegio cardinalizio.

Ma credo che sia stata ascoltata più dalla gente semplice che dai chierici: ancora una volta, clericalismo.

 

Alcuni hanno suggerito che il summit vaticano sugli abusi sessuali sia stato il più grande esempio di clericalismo.

Non sono riusciti ad ascoltare le voci dei laici. La voce dei laici non è stata ascoltata a sufficienza dai chierici. Non è clericalismo?

 

A suo avviso, che cosa spiega l’ovvio e ripetuto rifiuto di affrontare la questione dell’omosessualità al vertice? Alcuni hanno sostenuto che potrebbe essere dovuto al desiderio di proteggere le reti omosessuali all’interno della gerarchia. Altri hanno suggerito che deriva dal fatto che i vescovi hanno paura di dire qualcosa di negativo sull’omosessualità per paura delle ripercussioni da parte dello Stato.

Penso che il primo argomento non abbia avuto un peso considerevole nel contesto del vertice. Ci sono gruppi omosessuali, ma in questo vertice non è stato decisivo, a mio parere.

Il secondo argomento da lei citato ha un certo peso, ma non è stato decisivo. La paura da parte dei vescovi di affrontare il mondo è un fattore: la paura del mondo. Anche se possono essere personalmente contro l’omosessualità, temono un confronto con il mondo. Vigliaccheria clericale: di nuovo, clericalismo.

Ma la ragione più profonda, a mio avviso, è che ci sono potenti clan clericali tra vescovi e cardinali che vogliono promuovere e cambiare nella Chiesa la legge morale divina sul male intrinseco degli atti omosessuali e dello stile di vita omosessuale. Vogliono rendere l’omosessualità accettabile come legittima variante della vita sessuale. A mio avviso, questa è la ragione più profonda e forse decisiva per cui hanno taciuto e non si sono occupati di questo aspetto.

 

Sinodo amazzonico

 

In ottobre si terrà in Vaticano un Sinodo sull’Amazzonia. Eccellenza, lei ha vissuto in Brasile per un periodo e conosce bene la regione. È stato detto che in Amazzonia c’è carenza di sacerdoti, cosa che secondo alcuni giustifica l’introduzione di viri probati. È vero che esiste una crisi sacramentale e una tale carenza di sacerdoti?

Ebbene, in Amazzonia c’è carenza di sacerdoti, ma anche altrove. C’è una crescente carenza di sacerdoti in Europa. Ma la carenza di sacerdoti è solo un ovvio pretesto per abolire praticamente (non teoricamente) il celibato nella Chiesa latina. Questo è stato l’obiettivo fin da Lutero. Tra i nemici della Chiesa e delle sette, il primo passo è sempre quello di abolire il celibato. Il celibato sacerdotale è l’ultima roccaforte da abolire nella Chiesa. La vita sacramentale è solo il pretesto per farlo.

Nella mia esperienza personale in Unione Sovietica, abbiamo passato diversi anni senza la Santa Messa. E siamo sopravvissuti forti nella fede. La fede è stata vissuta nella Chiesa domestica che è la famiglia. La fede è stata trasmessa attraverso il catechismo. Abbiamo pregato. Abbiamo fatto le Comunioni spirituali, attraverso le quali abbiamo ricevuto molte grazie. Quando improvvisamente un sacerdote è venuto dopo uno o due anni, era davvero una festa, ed eravamo così felici, e ci siamo confessati sacramentalmente, e Dio ci ha guidato. Così ho avuto esperienza personale di questo nella mia vita, in Unione Sovietica.

Per quanto riguarda il Brasile: ho vissuto e lavorato in Brasile per 7 anni. E conosco i brasiliani. Sono persone molto devote, persone semplici. Non penserebbero mai a un clero sposato. No, questa è un’idea messa in testa non dai popoli indigeni ma dai bianchi, da sacerdoti che non vivono una vita apostolica e sacrificale profonda. Senza la vera vita sacrificale di un apostolo non si può costruire la Chiesa. Gesù Cristo ci ha dato l’esempio dell’offerta sacrificale di se stesso, così come gli Apostoli, i Padri della Chiesa, i Santi, i Missionari. Questo ha costruito la Chiesa con frutti spirituali duraturi per intere generazioni.

La carenza di sacerdoti in Amazzonia è per me un esempio del contrario: forse ai sacerdoti manca una vita profondamente impegnata e sacrificale nello spirito di Gesù, degli Apostoli e dei Santi. Essi cercano quindi dei sostituti umani. Il clero indigeno sposato non porterà ad un approfondimento e crescita nella Chiesa amazzonica. Altri problemi sorgeranno sicuramente con l’avvento del clero sposato nella cultura indigena dell’Amazzonia e in altre parti del mondo di rito latino.

Ciò che è più necessario è approfondire le radici della fede e rafforzare la chiesa domestica in Amazzonia. Dobbiamo iniziare una crociata in Amazzonia tra queste famiglie indigene, tra i cattolici cristiani, per le vocazioni – implorando Dio per le vocazioni al sacerdozio celibe, e verranno.

Nostro Signore ha detto di “pregare”, quindi questa mancanza è un segno che non preghiamo abbastanza. E la gente sarà tentata di pregare ancora meno perché gli uomini si riempiono la testa con la promessa che in ottobre riceveranno la possibilità di avere sacerdoti sposati. Così non pregano più perché i loro figli siano sacerdoti come Gesù, che era celibe. E Gesù è il modello per tutte le culture.

Anche un buon sacerdote celibe indigeno, un uomo spirituale, può trasformare le tribù, come hanno fatto i santi. San Giovanni Maria Vianney ha trasformato quasi tutta la Francia. Padre Pio è un altro esempio. Non sto dicendo che dobbiamo aspettarci questo standard di santità, ma li sto offrendo come esempi di quella fecondità soprannaturale che può venire attraverso un santo sacerdote. Anche un uomo spirituale semplice e profondo che si dedica a Gesù e alle anime del celibato, un sacerdote indigeno amazzonico, costruirà sicuramente la Chiesa così tanto lì, e risveglierà nuove vocazioni con il suo esempio.

Questo è stato il metodo della Chiesa fin dai tempi degli Apostoli. E questo metodo è stato provato e comprovato in 2000 anni di esperienza missionaria della Chiesa. E questo sarà vero fino alla venuta di Cristo. Non c’è altra via. L’adattamento ad approcci puramente umanistici e naturalistici non arricchirà la Chiesa amazzonica. Abbiamo 2000 anni di storia per dimostrarlo.

Ripeto: il popolo brasiliano è profondamente consapevole della sacralità del sacerdozio. Questo dovrebbe fare il Sinodo amazzonico: approfondire la consapevolezza della sacralità del sacerdozio celibe. La Chiesa ha esempi così belli di missionari. Dovrebbe approfondire e rafforzare la Chiesa domestica, cioè la vita familiare. E il Sinodo dovrebbe avviare campagne di adorazione eucaristica e di preghiera per i sacerdoti e le nuove vocazioni sacerdotali. Senza il sacrificio dell’amore, senza la preghiera, non costruiremo una Chiesa locale. Con il clero sposato, no.

Non parlo contro il clero sposato nelle Chiese ortodosse o nelle Chiese cattoliche orientali. Parlo della tradizione latina in America e in Europa. Dobbiamo conservare questo tesoro senza indebolirlo con l’introduzione di un clero sposato, perché è stato dimostrato da tanta fecondità quando lo guardiamo da un punto di vista globale.  

 

I cardinali e la crisi attuale

 

Ritiene importante che i cardinali parlino della crisi della Chiesa e, in caso affermativo, quale forma ritiene che dovrebbe assumere?

Sì, è molto opportuno e molto necessario perché la confusione non fa che aumentare.

Penso che i cardinali dovrebbero affrontare la questione del documento di Abu Dhabi e la frase sulla diversità delle religioni, perché questa affermazione porta alla fine alla negazione della verità del carattere unico e obbligatorio della Fede in Cristo, comandato dalla Divina Rivelazione. A mio avviso, l’affermazione di Abu Dhabi è la più pericolosa dal punto di vista dottrinale. I cardinali dovrebbero rispettosamente chiedere al Santo Padre di correggere ufficialmente questa frase.

Credo che sarebbe anche molto opportuno e necessario per i cardinali o vescovi emettere una sorta di professione di fede, di verità, rifiutando anche gli errori più diffusi del nostro tempo. A mio avviso, essi dovrebbero fare una professione di verità molto specifica ed enumerata, per esempio: “Io confermo risolutamente che…..” seguita dalla confutazione di un errore. Credo che tale professione dovrebbe includere tutti i principali errori pericolosi che si stanno diffondendo nella vita della Chiesa ai nostri giorni.

 

Una professione che riafferma la fede ma anche che confuta l’errore?

Sì, nella stessa frase. Un tale testo dovrebbe essere pubblicato e ampiamente diffuso a sacerdoti e vescovi, magari chiedendo loro di fare una professione pubblica con questo testo nelle parrocchie e nelle cattedrali. Non ci sarebbero novità. Si direbbe solo ciò che la Chiesa ha sempre professato.

 

Fonte: LifeSiteNews

(*) Il John Jay Report (titolo completo The Nature and Scope of the Problem of Sexual Abuse of Minors by Catholic Priests and Deacons in the United States) è un documento del 2004 commissionato al John Jay College of Criminal Justice dalla Conferenza Episcopale statunitense, volto a studiare l’incidenza dei casi di abusi minorili all’interno della Chiesa cattolica.




Card. Müller:”ci assumiamo ogni responsabilità per la trasmissione completa e genuina della fede ad ogni generazione”

Il cardinale Gerhard Müller è l’ex prefetto della Congregazione della Dottrina della fede e l’ex vescovo di Regensburg, Germania. Il 10 febbraio scorso ha pubblicato Il Manifesto della Fede, che trae i suoi contenuti dal Catechismo della Chiesa Cattolica. Il Manifesto ha suscitato in alcuni forti critiche. Per chiarire il contenuto del Manifesto e rispondere alle critiche , il card. Müller ha rilasciato questa intervista allo Staff del Catholic World Report, che propongo ai lettori di questo blog, nella mia traduzione.

Il cardinale Gerhard Müller (foto Edward Pentin)

Il cardinale Gerhard Müller (foto Edward Pentin)

 

CWR: Lei inizia il suo “Manifesto della Fede” prendendo atto della “crescente confusione” all’interno della Chiesa. Quali sono le principali fonti di questa confusione? Perché questa confusione sta a quanto pare crescendo?

Il cardinale Gerhard Müller:  Anche Gesù ha parlato di una possibile confusione nella fede, dicendo che tutto si allontanerà da lui quando verrà l’ora della Passione.  Dopo tutto, nessuno capisce per [sola] natura che la potenza e la saggezza di Dio appaiono nell’impotenza e nella follia umana.

Questa è la teologia della Croce, senza la quale non possiamo né comprendere veramente le vie di Dio né camminare in esse. Anche allora, attraverso le possibilità della comunicazione digitale, molti cristiani sono sempre più esposti ogni minuto alla propaganda anticristiana. I media tradizionali sono saldamente nelle mani dei nemici del cristianesimo. Non si dice nulla dei milioni di casi di abusi sessuali nel mondo [laico], né si spreca una sola parola nella compassione per le vittime. Il grave fallimento dei sacerdoti serve come un’aggressione alla Chiesa in generale. I media lodano il Papa solo quando possono usarlo per la loro agenda.

Tuttavia, riformare significa rinnovamento spirituale e morale in Cristo, e non la decristianizzazione della Chiesa o la sua trasformazione in una ONG, dove il riscaldamento globale è più importante della consapevolezza che Dio è la fonte e la meta dell’uomo e dell’intera creazione.

 

CWR: Scrivendo di Cristo, lei afferma che i cattolici devono “resistere alla ricaduta nelle antiche eresie con chiara determinazione, che vedeva in Gesù Cristo solo una persona buona, fratello e amico, profeta e moralista”. Quali sono alcuni esempi specifici di eresie cristologiche che oggi vengono rinnovate o riciclate?

Cardinale Müller: Un commentatore del Frankfurter Allgemeinen Zeitung [un giornale tedesco] scrive che questo manifesto è una cosa premoderna, mentre le dichiarazioni dei gesuiti di Francoforte sull’omosessualità, l’abolizione del celibato e l’ordinazione sacerdotale delle donne come sacerdoti rappresentano tutte cose moderne. Secondo questo scrittore, chi parla di Gesù come Figlio di Dio lo esalta eccessivamente; l’uomo moderno può comprenderlo solo come un predicatore morale sulla protezione dell’ambiente – non sulla morale sessuale, naturalmente.

Già nel terzo secolo, [la Chiesa respinse] la teoria di Paolo di Somosata di Gesù come semplice uomo.  Quelle teorie della teologia liberale fin dal XVIII secolo che riconoscono Gesù solo come un uomo speciale [pieno] di fervore o di kitsch sfocato, unite ad una moralità basata sul dovere alla Immanuel Kant -potrebbero conservare un residuo del cristianesimo borghese per i contemporanei secolarizzati, ma non hanno nulla a che vedere con la testimonianza originale della Chiesa apostolica su Gesù, il Cristo, il Figlio del Dio vivente. La fede non è una questione di circostanze del tempo o dell’epoca storico intellettuale, ma della verità.

Gesù o è il Figlio del Padre o non lo è. O crediamo in lui o, non essendo più cristiani, smettiamo di dichiararci cristiani. A che serve una bottiglia di vino con un’etichetta che promette “qualità eccellente” se questa bottiglia è vuota?

 

CWR: Alcuni critici del “Manifesto” sottolineano l’assenza di una menzione specifica del papato.  Perché non si riferisce direttamente al papato? E cosa dice delle accuse secondo le quali lei si comporta come una sorta di “antipapa”?

Cardinale Müller: Queste persone sono strateghi politici e ignorantoni dal punto di vista della teologia.  Ovviamente non conoscono le mie osservazioni sul primato papale in Dogmatica cattolica (pubblicato in diverse lingue) e nei miei due libri sul papato (di oltre 700 pagine).

La classica confessione di fede della Chiesa parla della Trinità, dell’Incarnazione, della Chiesa, dei Sacramenti (Battesimo), della vita eterna, senza menzionare il papa e i vescovi, che naturalmente sono un elemento costitutivo della Chiesa sacramentale. Nel loro cieco pregiudizio, anche questi critici non hanno notato che il Catechismo, da cui il Manifesto della Fede trae origine, è stato dichiarato da Papa Giovanni Paolo II come una buona trasmissione del depositum fidei [deposito della fede]. Le stesse persone che erano critiche, se non addirittura ostili, verso i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che hanno denunciato come traditori dello spirito del Concilio Vaticano II, ora invocano Papa Francesco.

Eppure lo fanno non perché lo riconoscono come papa in termini di dogma cattolico, ma piuttosto perché vogliono usarlo come veicolo per la loro agenda di sinistra-liberale per desacramentalizzare la Chiesa.  Quando si tratta dei crimini sessuali di alcuni sacerdoti, essi ritengono responsabile il celibato sacerdotale o la sacramentalità degli uffici episcopali e sacerdotali, invece di guardare al crollo dell’ethos sacerdotale e della morale sessuale durante gli anni Ottanta, di cui erano responsabili i predecessori intellettuali di questi critici.

 

CWR: Scrivendo dei sacramenti, lei nota che “le opinioni della maggioranza o lo spirito dei tempi” non devono sostituire Cristo come punto di riferimento per la verità. In che misura e in che modo uno spirito democratico o “spirito dei tempi” ha sostituito il deposito della fede come guida sicura alla dottrina della Chiesa?

Cardinale Müller: La democrazia nella vita politica è la nostra comune premessa per vivere insieme in un bene comune sociale. Tuttavia, la Chiesa è la comunità di credenti chiamati dalla grazia di Dio. La Chiesa vive della verità di Dio; non fa uso della verità a suo piacimento o secondo interessi e rivendicazioni di potere sugli altri. Insieme ascoltiamo la Parola di Dio e ci assumiamo ogni responsabilità per la trasmissione completa e genuina della fede ad ogni generazione fino alla venuta di Cristo.

Tuttavia, il compito di esercitare l’incrollabile magistero della Chiesa è conferito ai successori di Pietro e agli Apostoli affinché presentino a tutta la Chiesa la verità rivelata, affinché essa possa crederci. I primi due capitoli della Dei Verbum esprimono chiaramente queste relazioni.

 

CWR: C’è stato un bel po’ di discussione sui suoi riferimenti all’apostasia e alla “frode dell’Anticristo” (§ 5). Stava suggerendo che potremmo stare a vivere l'”ultima prova della Chiesa”? E che tipo di apostasia, nello specifico, aveva in mente?

Cardinale Müller:  L’Anticristo è una figura che incarna l’opposizione a Cristo. Egli non appare semplicemente alla fine della storia, ma emerge in ogni epoca come colui che ci tenta nella fossa e colui che distrugge la casa di Dio. Gesù ha chiesto se troverà ancora la fede quando ritornerà. E a volte, nella storia della Chiesa, sembra che la fede si esaurisca nella Chiesa. Nella lotta contro l’arianesimo ultrapotente, sostenuto dall’opinione pubblica e dal potere politico, sant’Atanasio sembra spesso sopraffatto. All’epoca, l’arianesimo era moderno e il cattolicesimo premoderno agli occhi di chi ha fede nel progresso. Come dice san Girolamo, con un gemito, il mondo si svegliò e scoprì che era diventato ariano.  Questa è l’ora di san Pietro. Gesù gli disse che Satana desiderava setacciare i discepoli e tutta la Chiesa come il grano. Poi seguì la parola di Gesù di tremenda forza e rilevanza, anche in questo tempo presente di sofferenza nella Chiesa: “ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32).

 

CWR: Lei ripete una critica che ha già espresso in precedenza: che alcuni vescovi agiscono più come politici che come pastori. È una forma di clericalismo condannata da papa Francesco? Quali sono alcune caratteristiche di questo orientamento politico da parte dei leader della Chiesa?

Cardinale Müller:  C’è un nuovo, errato uso del linguaggio: la parola d’ordine antiecclesiastica del “clericalismo” viene ora applicata all’interno della Chiesa come un grido di battaglia contro l’ufficio istituito da Dio.  Kleros significa partecipazione al servizio degli apostoli istituiti da Cristo (Atti 1:20). Il termine “clericalismo” riguarda l’abuso dell’autorità per ottenere vantaggi personali aiutando gli amici, che raggiungono posizioni nella Chiesa nonostante la loro incompetenza e indegnità. [Tuttavia] Il motivo degli abusi sessuali sui minori e sugli ecclesiastici subalterni non è la sete di potere sugli altri, ma il desiderio sessuale non dominato, che porta al peccato di lussuria e disumanizza le vittime.

CWR: Passando al vertice vaticano (L’Incontro mondiale sugli abusi dal 21 al 24 febbraio scorso, ndr), cosa ne pensa dell’incontro? Cosa ne pensa della decisione del cardinale Cupich e di altri leader del vertice di non concentrarsi affatto sull’omosessualità e sull’abuso degli adulti?

Cardinale Müller:  Non ha senso parlare di strutture che rendono possibili gli abusi. Questo è un discorso politico al di là della comprensione della Chiesa come istituzione di Dio. La costituzione sacramentale della Chiesa, l’obbedienza ai Dieci Comandamenti, e la fedeltà alla propria chiamata come cristiano battezzato, ordinato, o sposato/non sposato – questi, quando ascoltati, sono la migliore protezione contro ogni forma di disobbedienza al nostro Creatore e Redentore e contro il danno all’amore di Dio e del prossimo, quell’amore che racchiude tutti i comandamenti.

 

Fonte: Catholic World Report