Rémi Brague: La cultura è il centro del pensiero di Giovanni Paolo II

Rémi Brague, il filosofo francese vincitore del Premio Ratzinger nel 2012, discute l’eredità di San Giovanni Paolo II in occasione dell’apertura di un nuovo istituto culturale che porta il suo nome a Roma.

L’intervista a Rémi Brague è di Solène Tadié, ed è apparsa sul National Catholic Register. Eccola nella mia traduzione. 

 

Remi Brague, filosofo francese

Remi Brague, filosofo francese

 

Il primo centenario della nascita di San Giovanni Paolo II è stata un’occasione per tutto il mondo cattolico per ricordare lo straordinario contributo che il suo pontificato ha portato alla Chiesa, nonché l’influenza decisiva che ha avuto sulla scena politica del suo tempo. Mentre da molte parti del mondo giungevano omaggi alla sua opera e testimonianze di vita, la sua preziosa eredità sarà ulteriormente immortalata dalla creazione di un nuovo istituto culturale ospitato dalla Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino (Angelicum), dove un tempo aveva studiato.

L’Istituto di Cultura San Giovanni Paolo II, che sarà anche cattedra accademica, offrirà uno studio approfondito dell’insegnamento di Karol Wojtyła “come punto di riferimento iniziale e continuo nella riflessione sui problemi attuali della Chiesa nel mondo moderno”. Ogni programma annuale comprenderà lezioni di intellettuali di spicco provenienti da tutto il mondo, e sarà istituito anche un programma di borse di studio per giovani borsisti.

Tra i docenti più famosi dell’anno accademico 2020-21 ci sarà Rémi Brague, che ha tenuto il discorso inaugurale per il lancio dell’istituto nel pomeriggio del 18 maggio.

Brague, che insegnerà l’antropologia cristiana della cultura nel nuovo istituto, è filosofo e storico della filosofia francese e professore emerito di filosofia medievale e araba alla Sorbona. È stato insignito di numerosi premi, tra cui il prestigioso Premio Ratzinger, nel 2012. Parlando della dimensione poliedrica dell’eredità di Giovanni Paolo II, Brague spiega che le profonde evoluzioni delle società occidentali degli ultimi tre decenni non hanno in alcun modo intaccato l’attualità dei suoi insegnamenti.

 

Lei ha tenuto una conferenza virtuale in occasione dell’inaugurazione dell’Istituto di Cultura di San Giovanni Paolo II all’Angelicum di Roma. C’è una cultura particolare che emerge dal suo pontificato? Qual è, secondo lei, l’essenza particolare dei suoi insegnamenti?

Lei ha fatto centro quando ha parlato di cultura. La cultura è il fulcro del pensiero di Giovanni Paolo II. Non ha promosso un nuovo tipo, o stile, di quello che lei chiama cultura. Le culture o potenziali culture pullulano nel nostro mondo attuale. È difficile lanciare un mattone senza colpirne una. Ho parlato di presunte culture perché non è possibile creare una cultura con un intero tessuto. Le culture sono il risultato di un processo di sedimentazione, di accettazione e di consegna di ciò che abbiamo ricevuto da una tradizione.

Giovanni Paolo ha fatto qualcosa di più profondo e probabilmente più rilevante, più adatto in ogni caso, per affrontare le sfide che dobbiamo affrontare. Ha sottolineato il ruolo decisivo della cultura per l’umanità, e soprattutto per le persone che vogliono condurre una vita civile. Ho accennato, nel breve discorso di apertura a cui lei ha fatto riferimento, al fatto che la Polonia, il Paese natale di Giovanni Paolo, è sopravvissuto a due divisioni durante un secolo e mezzo, grazie alla sua cultura: la sua lingua, la sua fede e il suo folklore.

A mio parere, però, il suo più grande merito è quello di aver messo l’accento sulla lotta tra due culture. È buffo che, delle due frasi che ha coniato, la prima, “cultura della vita”, dovrebbe essere una tautologia e la seconda, “cultura della morte”, un ossimoro. Ogni cultura favorisce la vita e la aiuta a prosperare. La frase opposta è contraddittoria perché la realtà che cattura è essa stessa autolesionista.

 

Secondo lei, potremmo dire che il suo pontificato ha cambiato il volto del cattolicesimo, come molti sostengono?

Sicuramente [Giovanni Paolo II] non vorrebbe entrare nei registri della storia come l’uomo che ha cambiato il volto della Chiesa cattolica. Voleva semplicemente rendere questo volto più brillante, più convincente – non per venderlo meglio, ma perché era convinto che la fede in Cristo è un bene per l’umanità in generale. La pulizia che ha iniziato è ben lungi dall’essere completata; anche i suoi successori hanno passato la scopa. Dovremo aspettare l’ultimo giorno per separare accuratamente il grano dalla pula. Comunque sia, Giovanni Paolo ha avuto il coraggio di fare diversi passi importanti: un nuovo rapporto con le nostre radici nella fede di Israele; il coraggio di confessare i crimini del passato e di chiedere perdono; il coraggio di affrontare il comunismo, esponendo le menzogne che erano la sua unica base.

 

Le recenti polemiche (vedi qui, qui e qui) sulle nuove politiche attuate dall’Istituto Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia suggeriscono che, per alcuni leader religiosi, gli insegnamenti del Papa polacco sulla famiglia e la sessualità siano datati. Eppure molti studenti di questo istituto si sono fatti avanti per difendere questo patrimonio in pericolo. Quali considerazioni le ha suscitato questa polemica?

Ho seguito questa storia da lontano, per essere più concreto, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Tuttavia ho molti amici da questa parte che sono profondamente impegnati in ciò che l’istituto era originariamente destinato a fare, e che appartenevano anche ai suoi padri fondatori, in particolare a Stanislaw Grygiel e David Schindler. Essi temevano una sorta di “grande fregatura” da parte di persone per le quali gli insegnamenti di Giovanni Paolo erano ciò che voi americani chiamate “passé” (superato, fuori moda, ndr).

Ciò che è vero è che i costumi attuali di molte persone, sostenuti dalle amministrazioni di molti Paesi, si allontanano sempre più da un sano atteggiamento verso il corpo, dalla divisione sessuale, dal semplice fatto che dobbiamo generare figli se vogliamo che il nostro Paese, e non la nostra specie, sopravviva.

Difendere il rispetto per il corpo, il rispetto per le donne, il rispetto per la vita dal suo inizio fino alla sua morte naturale non è, o non dovrebbe essere, specifico della Chiesa. Ciò che la Chiesa rappresenta è il genere umano in generale. Alcune pratiche attuali conducono a lungo termine, per la logica interna del loro sviluppo, alla morte. Ora, la Chiesa non è lì solo per benedire i carri funebri. Dovrebbe mettere in guardia la gente dai pericoli che incombono.

 

Allo stesso modo, un convegno internazionale che ha riunito personalità conservatrici di spicco sul tema “La libertà delle nazioni è ancora auspicabile?” ha recentemente messo in discussione la rilevanza dello spirito di libertà politica ed economica instillato da Giovanni Paolo II nel suo tempo, cioè in un mondo ancora alle prese con il progetto comunista. Alcuni commentatori oggi percepiscono questo approccio e questa visione come inadatti alle attuali realtà sociali, economiche e politiche del mondo. Lei cosa ne pensa?

“Liberalismo” è una parola scivolosa; in primo luogo, perché il suo colore cambia quando attraversa l’Atlantico – un “cambiamento rosso” si verifica quando viaggia verso ovest; in secondo luogo, perché, anche se la libertà politica e il libero mercato stanno insieme, non è sufficiente ottenere il secondo perché il primo sorga automaticamente.

Per quanto riguarda la libertà, è anch’essa una parola d’ordine pericolosa. In generale, la confondiamo con il fatto di essere lasciati soli, al servizio delle nostre mode effimere, anche se pericolosamente stupide. Questo è il modo in cui i bambini di 6 o 7 anni concepiscono la libertà. Dare libero sfogo al consumismo significa generalizzare questa idea infantile. Il filosofo religioso russo Nikolai Berdyaev una volta ha parlato ironicamente del “diritto alla servitù” dell’uomo moderno. La vera libertà è il libero accesso al Bene. Ciò che ci minaccia non è la troppa libertà ma, al contrario, una perversione della libertà, che le dà scopi troppo inconsistenti.

 

Il famoso “Non abbiate paura” di Giovanni Paolo II, pronunciato durante l’omelia per l’inaugurazione del suo pontificato, nel 1978, sembra particolarmente appropriato in questi tempi di pandemia, poiché l’Occidente si trova improvvisamente di fronte a una finitezza, che tante persone hanno semplicemente ignorato fino ad ora. Quali lezioni dobbiamo trarre da questo messaggio di speranza?

Certo, il neoeletto Papa voleva che la sua famosa frase fosse intesa nel modo più ampio possibile. Probabilmente pensava al terrore comunista che dilagava sotto Breznev. Ma immagino che avesse in fondo alla sua mente la paura che si prova quando si pensa a cosa comporterebbe una vera conversione a Cristo. A differenza dell’inglese, che ha una sola parola, “hope”, speranza, la mia lingua madre francese distingue “espoir”, la scommessa ottimistica di un miglioramento inaspettato della nostra situazione, e “espérance”, speranza, una delle tre cosiddette virtù teologali, oltre alla fede e alla carità.

Non sopporto l'”ottimismo”, l’idea ingenua che le cose si riveleranno positive, indipendentemente dal fatto che agiamo in modo intelligente o meno.

La pandemia che stiamo vivendo attualmente dimostra, sempre su scala più ridotta rispetto, diciamo, all’influenza spagnola o alla peste nera, che quelle che chiamiamo “domande mortali” meritano davvero il nome e sono una cosa seria. La nostra civiltà gioca con la morte già da alcuni decenni. Le persone di alto rango la decostruiscono mentre la gente media la abortisce. È come se la morte fosse il nostro ultimo dio nascosto. Il fatto stesso che la mettiamo a tacere, che non la chiamiamo per nome, testimonia che è una specie di nonsense pagano. Con questa pandemia, la morte ci prende sulla parola: Ci siamo!

 




La crassa insensibilità degli argomenti degli editorialisti del New York Times è stupefacente

Feto di 12 settimane nel grembo materno

Feto di 12 settimane nel grembo materno

 

di Sabino Paciolla

 

Appena qualche giorno fa, causa la crisi da coronavirus, il governo del Regno Unito aveva autorizzato temporaneamente la possibilità di effettuare aborti a casa. Le proteste sono subito montate subito tanto che il giorno dopo il governo di Boris Johnson ha dovuto fare marcia indietro. Il comunicato del governo è scomparso dal sito e un portavoce del Dipartimento della Salute e dell’Assistenza Sociale ha detto al giornale The Independent che “Questo è stato pubblicato per errore. Non ci saranno modifiche alle norme sull’aborto”.

Evidentemente questo fatto deve aver molto colpito e impensierito la crème culturale, o sedicente tale, dell’importante giornale progressista statunitense The New York Times tanto da indurli a pubblicare un editoriale a nome niente di meno che dell’Editorial Board. Questo è formato da un gruppo di stimati giornalisti opinionisti esperti in vari settori. Come dire, il meglio del meglio dell’autorevole giornale statunitense.

Questi opinionisti sono preoccupati delle morti che arriveranno (speriamo di no) a causa del coronavirus? Noooooo!!!!! Sentite di cosa sono preoccupati e come esprimono questa preoccupazione.

 

Scrivono in questo loro editoriale

 

“Non è una novità per i politici anti-aborto cogliere ogni scusa per cercare di limitare l’autonomia del corpo delle donne, ma viene toccato un nuovo minimo [quando si cerca di] sfruttare una pandemia che è già costata centinaia di vite americane, e ne minaccia molte altre migliaia.

Nei giorni scorsi, i leader di diversi stati – tra cui Texas, Ohio e Louisiana – hanno spinto a chiudere le cliniche per l’aborto o a limitare gravemente l’accesso, sostenendo che l’aborto è una procedura non essenziale che dovrebbe essere ritardata.

La parte ‘non essenziale’ è una sciocchezza evidente e il ritardo un tentativo trasparente di mettere l’aborto fuori dalla portata di chi ne ha bisogno. Come hanno notato diversi importanti gruppi di assistenza sanitaria in una dichiarazione congiunta la scorsa settimana: ‘L’aborto è una componente essenziale dell’assistenza sanitaria globale. È anche un servizio sensibile al tempo per il quale un ritardo di diverse settimane, o in alcuni casi di giorni, può aumentare i rischi o potenzialmente renderlo completamente inaccessibile. Le conseguenze dell’impossibilità di ottenere un aborto hanno un profondo impatto sulla vita, la salute e il benessere di una persona’.

Questi leader dello Stato sanno che una volta che una clinica per aborti chiude per un periodo significativo, diventa difficile riaprire.” (…) 

A questo punto, ecco la soluzione che è simile a quella che il governo del Regno Unito stava per prendere: 

“Ma questi sforzi sottolineano un problema reale per le persone che cercano assistenza sanitaria riproduttiva nel mezzo di questa crisi: Molte più cure devono poter essere prestate da casa.

Gli esperti dicono che la maggior parte dei pazienti che cercano il controllo delle nascite e anche gli aborti eseguiti con i farmaci possono farlo in modo sicuro senza doversi recare in una struttura sanitaria. Ma ci sono ostacoli politici e normativi che devono essere superati per rendere possibile un accesso diffuso all’assistenza sanitaria riproduttiva a casa”.

Come noto, la pandemia costringe le famiglie a stare chiusi in casa, e questo potrebbe essere anche un’occasione di maggiore intimità, e di …. Infatti, i nostri opinionisti continuano: 

“Nelle prossime settimane, le gravidanze indesiderate potrebbero aumentare a causa di persone bloccate nelle loro case, potenzialmente senza un accesso costante al controllo delle nascite. Tra coloro che sceglieranno di abortire – in America ci sono stati circa 860.000 aborti nel 2017 – un numero crescente di persone potrebbe non essere in grado di ottenere questi servizi, sia a causa dei pericoli del viaggio (sia per i pazienti che per chi pratica l’aborto), sia per la crescente incapacità di permettersi la procedura o per la necessità di prendersi cura dei bambini e degli altri membri della famiglia che sono costretti a casa”.

Avete notato con quanta nonchalance questa élite culturale parla di 860.000 aborti, cioè di quasi un milione di vite umane soppresse? 

“La posta in gioco di qualsiasi interruzione dell’assistenza sanitaria riproduttiva è sempre alta, soprattutto durante una crisi. La mancanza di un tempestivo accesso all’aborto, in particolare, minaccia la salute e la stabilità economica delle donne e delle famiglie in un momento in cui così tante persone stanno perdendo il loro reddito e la loro assicurazione sanitaria.

Ma non ci deve essere un’interruzione. Ci sono misure che gli Stati e il governo federale possono prendere ora per garantire che le donne ricevano le cure di cui hanno bisogno. Qui ce ne sono alcuni.”

Come si vede, gridano che non ci deve essere una interruzione della pratica abortiva. E che si fa? Semplice, si rendono disponibili per posta le pillole per l’aborto. Per posta!!!!

“Gli aborti farmacologici, approvati dalla Food and Drug Administration (o FDA, è l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, ndr) fino a 10 settimane di gravidanza, sono già popolari e rappresentano circa il 40% di tutti gli aborti [fatti] oggi nel paese. Questo numero sarebbe molto probabilmente ancora più alto se non fosse per un regolamento F.D.A. vecchio di un anno sul mifepristone – il primo dei due farmaci che vengono presi durante un aborto farmacologico – che richiede ai pazienti di ottenere il farmaco in una clinica o in un ospedale dopo che è prescritto da una persona abilitata. (I pazienti vengono poi inviati a casa con una dose di misoprostolo, che inizia il processo di sanguinamento attivo).

La F.D.A. dice che il regolamento, noto come REMS (risk evaluation and mitigation strategy), è necessario “per garantire che i benefici del farmaco superino i suoi rischi”. (…)

Data la pandemia di coronavirus, spetta all’F.D.A. allentare la regolamentazione del mifepristone, almeno temporaneamente. (…)

Purtroppo, 18 stati vietano efficacemente la cura dell’aborto tramite la telemedicina – misure che dovrebbero essere revocate, almeno per il momento.”

Certo è impressionante con quanta insensibilità queste persone, questi opinion maker, si occupino di pratiche che portano allo soppressione di centinaia di migliaia di vite umane, parlando astrattamente di diritti, di “autonomia del corpo della donna”, di “salute riproduttiva” quando di riproduttivo non vi è un bel nulla, visto che è proprio il “frutto” della riproduzione, cioè l’essere umano, che viene fatto fuori.  

E la cosa è ancora più impressionante perché quello che sta accadendo in Italia ed altrove, le morti ed i drammi, non sta insegnando nulla. Ma proprio nulla. 

Ieri sera in tanti abbiamo pregato in maniera accorata con Papa Francesco il Signore perché allontani da noi questa terribile “pestilenza” del coronavirus. Abbiamo pregato che sia il più possibile allontanato da noi lo spettro della morte, che riguarda tutti, nessuno escluso, in particolare coloro che hanno una certa età.

Eppure, tutti questi padri, figli, nonni che ci vengono portati via dal coronavirus dovrebbero far riflettere sul senso della vita, su cosa si intenda per essere umano, su quale mistero si celi dietro e dentro il corpo di una persona. E invece, niente. Dinanzi a tanta morte, dinanzi a tanti lutti avvenuti ed a venire, questi signori di cosa si preoccupano? di apportare, anzi, di garantire ulteriore morte.

 

Ecco la risonanza magnetica più dettagliata di un bambino non ancora nato.

A sole 20 settimane, si muove, gira la testa e scalcia.

Si vede anche il suo cuore che batte.

La vita umana è un miracolo.

 

 




“Tanti bambini oggi ci sono grazie a questa preghiera”




Le suore Benedettine inaugurano in Ecuador la prima “culla per la vita”.

Le “culle per la vita” in Italia sono una realtà piuttosto diffusa anche se non molto conosciuta.

Versione moderna e tecnologicamente avanzata della medievale Ruota degli Esposti sono strutture concepite per permettere di lasciare, totalmente protetti, i neonati da parte delle mamme in difficoltà nel pieno rispetto della sicurezza del bambino e della privacy di chi lo deposita.

Sono in luoghi facilmente raggiungibili, garantisconol’anonimato della mamma che vuole lasciare il bambino e sono dotate di una serie di dispositivi che permettono un facile utilizzo e un pronto intervento per la salvaguardia del bambino.

La “culla per la vita” ripropone in modo moderno la “ruota degli esposti”, comparsa alla fine del XII secolo nell’ospedale dei Canonici di Marsiglia (Francia): un semplice cilindro di legno, posto verticalmente nel vano di una finestra aperta sul fronte strada di un edificio solitamente religioso, che ruotava su un perno. La persona addetta all’accettazione, avvisata dal suono di un campanello, faceva girare l’apertura e accoglieva il neonato.

A breve distanza di tempo comparve il primo esemplare in Italia, presso l’ospedale di Santo Spirito in Sassia a Roma. Da allora fino alla seconda metà dell’ 800 le ruote ebbero notevole diffusione su tutto il territorio nazionale italiano arrivando al ragguardevole numero di 1200 circa. All’inizio del 1800 cominciarono ad essere messe in discussione e nel 1867 chiuse la prima ruota degli esposti in Italia, a Ferrara.

Nel 1923 tutte le ruote rimaste furono ufficialmente soppresse e non fu più possibile l’immissione anonima dei bambini ma solo la consegna diretta. Bisognerà aspettare il 1992 per sentire riparlare della ruota (denominata all’epoca ora “cassonetto per la vita”) ad opera del coraggioso dott. Giuseppe Garrone, fondatore del Movimento per la Vita di Casale Monferrato. Scosso da tristi fatti di abbandono di neonati ritornati alla ribalta delle cronache , si fece promotore della riapertura di una nuova edizione, più tecnologica e strutturata, dell’antica ruota degli esposti. Questa sua battaglia di civiltà fu duramente contesta e dovette subire una denuncia e un’interpellanza parlamentare, che vennero chiuse con archiviazione.

(dal sito http://www.culleperlavita.it )

Ora anche in Ecuador apre la prima “culla per la vita”, ce ne parla questo articolo della CNA.

              Annarosa Rossetto

 

Box della culla della vita

Box della culla della vita

 

Un gruppo di religiose a Santo Domingo, in Ecuador, ha installato il primo contenitore per bambini abbandonati del paese, in alternativa all’aborto per le madri che si trovano nell’impossibilità di prendersi cura dei loro neonati.

Le missionarie benedettine hanno inaugurato il primo contenitore per bambini abbandonati “Culla per la Vita” il 10 dicembre a Santo Domingo. Il contenitore si trova nella parete esterna della loro Casa Valle Felice, un rifugio temporaneo che fornisce cure affidatarie a ragazze e adolescenti a rischio.

Le suore assisteranno i bambini lasciati nella culla per un massimo di tre mesi. Se la madre desidera tornare a prendere il bambino, potrà anche ricevere supporto dalla Casa Valle Felice. Se la madre non si ripresenta entro tre mesi, il bambino verrà dato in adozione.

Suor Carmela Ewa Pilarska, membro del gruppo che dirige la casa, ha detto che il progetto spera di rispondere ai casi di neonati abbandonati, che vengono occasionalmente ritrovati in scatole di cartone o case abbandonate.

“Vorremmo essere la voce di tanti neonati che hanno lottato per sopravvivere e parliamo per quei neonati che non hanno avuto la stesso fortuna”, ha detto presentando il progetto “ Culla per la Vita”.

All’interno della struttura c’è una culla e una lettera che assicura alle madri che i loro bambini saranno curati con amore e cure mediche.

“Non sappiamo cosa è successo nella tua vita per prendere questa decisione e non ti vogliamo giudicare”, dice la lettera.

Le donne possono lasciare i loro bambini in modo sicuro e anonimo nella culla. Una volta che la porta della struttura con la culla viene chiusa dall’esterno, non può essere riaperta, garantendo così la sicurezza del bambino. Un allarme suona all’interno della casa, avvisando il personale dell’arrivo del bambino.

“Dopo aver atteso un breve intervallo per proteggere l’anonimato della persona che lascia il bambino, la porta interna viene aperta, il bambino viene recuperato e immediatamente riceve le cure necessarie”, ha spiegato suor Pilarska.

“Ogni vita è un dono. Madre Teresa di Calcutta ha affermato che i bambini sono come le stelle, non ce ne sono mai troppe ”, ha sottolineato.

L’iniziativa “ Culla per la Vita” cerca di fornire un’alternativa agli aborti e segue le orme di iniziative simili create negli Stati Uniti e in Europa. Notevoli sforzi includono la Germania con 99 cassette per bambini, la Polonia con 45, la Repubblica Ceca con 44, l’Ungheria con 26 e l’Italia con otto (*). Tali strutture sono presenti anche in Belgio, Svizzera, Canada, Malesia e Giappone, secondo le Suore Benedettine Missionarie.

Quest‘ordine religioso è stato fondato a BialaCerkiew, in Polonia, nel 1917 da madre JadwigaJosefa Kulesza, una suora benedettina di clausura. Il suo obiettivo era quello di aiutare i bambini poveri, abbandonati e senzatetto, e essa aprì un orfanotrofio dopo la prima guerra mondiale.

L’ordine ha attualmente 280 sorelle per sostenere bambini in Polonia, Ucraina, Stati Uniti, Brasile ed Ecuador.

(*) dato errato: in Italia ne esistono oltre 50

 

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In Francia hanno abolito la biologia. Parla Ludovine de La Rochère

Ludovine de La Rochère e Albéric Dumont, presidente de La Manif Pour Tous

Ludovine de La Rochère e Albéric Dumont, presidente de La Manif Pour Tous

 

 

di Silvio Brachetta

 

Inutilmente Ludovine de La Rochère e Albéric Dumont, presidente e vicepresidente de La Manif Pour Tous, sono stati ascoltati in audizione presso la Commissione speciale dell’Assemblea nazionale francese. “Ascoltati”, in questo caso, è un eufemismo: sono andati ad esprimere una profonda preoccupazione circa i progetti relativi alla famiglia e alla genitorialità – in particolare la Procreazione medicalmente assistita (PMA) senza padre e la Maternità surrogata (GPA, Gestation pour autrui) – ma non hanno ottenuto alcuna risposta da parte dei deputati. Lo riferisce Le Salon Beige in due recenti articoli (qui e qui).

Emmanuel Macron e il suo esecutivo hanno in progetto di estendere la PMA alle donne single, lesbiche e transgender. Il che potrebbe spalancare le porte alla pratica della GPA, specialmente se la possibilità fosse estesa agli uomini. Si tratterebbe, insomma, della completa mercificazione dei feti e, dunque, delle persone, per compiacere il capriccio di un certo femminismo e del progressismo laicista.

L’esecutivo, a parole, si smarca e dice di opporsi alla GPA. Ma pochi credono a questa, che ha tutta l’aria di essere una semplice strategia per zittire l’opposizione. Il disegno di legge, più volte respinto, è ultimamente stato presentato al gabinetto il 24 luglio scorso. Il governo conta alla promulgazione della legge entro il primo trimestre 2020, dopo l’esame dell’Assemblea nazionale e del Senato.

La Rochère e Dumont hanno posto, all’Assemblea, «domande molto concrete sul ruolo del padre nei confronti del bambino, sulla tecnicizzazione del concepimento delle persone (che sono in linea di principio fertili), sull’uso della medicina per scopi non medici, sulla libertà delle donne di avere un figlio quando lo desiderano – senza alcuna pressione da parte del datore di lavoro o della società di cui fanno parte, mediante l’autoconservazione degli ovociti –, sulla riduzione in schiavitù delle donne nel mondo per mezzo della GPA, sulle limitazioni giuridiche da porre in termini di concepimento e filiazione, sul fatto che, tutto ciò che è possibile fare, non sia necessariamente desiderabile».

Qual è stata, dunque, la reazione dell’Assemblea nazionale alle domande della delegazione La Rochère-Dumont? Alcuni deputati – dice La Rochère – «si sono lamentati, altri ci hanno contestato apertamente». Non solo – continua –, ma invece di rispondere ai nostri quesiti, «alcuni avevano preparato un piccolo discorso, quasi volessero farci una lezione»! I delegati della Manif sono stati trattati con estrema arroganza e accusati di volere reintrodurre un modello di famiglia patriarcale e autoritario.

Eppure – dice La Rochère – «abbiamo cercato di entrare nella loro logica», dovendo però ammettere, in seguito, che essa «è piena di contraddizioni e totalmente sganciata dalla realtà». Sembra quasi, per loro, che «tutto ciò che conta sia il desiderio dell’adulto»: non hanno avuto alcun interesse a commentare le «numerose testimonianze di bambini privati di un padre», che abbiamo loro portato. I deputati sono completamente fermi al «concetto» teorico e alla «pura costruzione intellettuale», avulsa dai fatti.

La Rochère è rimasta impressionata dalla mentalità chiusa con cui ha dovuto confrontarsi. Secondo questo modello falsato di pensiero, «è la volontà che dovrebbe modellare tutto» e il legame adulto-bambino fondarsi «solo sul gusto». Sono arrivati al punto che, nella loro logica, «non esiste più nemmeno un padre e una madre» e che «la biologia non conta più nulla».

Le cose stanno, invece, assai diversamente e non per opinione, ma perché c’è una verità oggettiva, che non può essere eliminata. Tutti sanno bene – osserva La Rochère – «che la cosa migliore per un bambino è di essere desiderato e accolto, poi cresciuto con amore da suo padre e sua madre. Questo, fortunatamente, avviene per oltre il 75% dei bambini. Dobbiamo avere dell’ambizione per i nostri figli, che rappresentano le generazioni a venire». Se, al contrario, «il disegno di legge [sulla PMA, ndr] fosse approvato così com’è, come potranno i deputati giustificare, in venti, trenta o cinquant’anni, di avere costretto i bambini a essere deliberatamente privati di un padre per tutta la vita, privati dell’amore paterno, privati dell’esperienza e della ricchezza del legame con un padre? Come giustificheranno una tale violenza fatta sul bambino?»

Consentire la PMA a donne lesbiche e transgender, inoltre, provocherebbe con tutta probabilità un’analoga richiesta da parte degli uomini, che altrimenti si sentirebbero discriminati. Nessuno potrebbe, così, garantire che le coppie gay non ricorrerebbero alla GPA, che è l’unico modo, per un uomo, di ottenere un bambino.

 

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Sostenitore per la vita brutalmente aggredito fuori da una struttura per aborti (video)

Sembra un nuovo “sport” quello di aggredire coloro che manifestano pacificamente a favore della vita, come espressione della fede cristiana. Purtroppo, queste aggressioni non fanno distinzione tra maschi e donne, tra giovani o anziani. Se in questo caso a farne le spese è stato un giovane sostenitore della vita, in un precedente articolo ho riportato l’aggressione contro una giovane studentessa. (vedi qui).

Ecco l’articolo di Micaiah Bilger, nella mia traduzione.

screenshot

screenshot

 

Un sostenitore texano a favore della vita è stato brutalmente aggredito venerdì fuori da una clinica per aborti di Fort Worth, come si può vedere da un video che ha ripreso l’incidente.

Faithwire riporta che la polizia di Fort Worth sta indagando sull’incidente classificato come un possibile crimine d’odio religioso e ha identificato una persona sospetta.

L’incidente ha lasciato sul marciapiede il sostenitore Ryan Roberts insanguinato e scioccato. Secondo il resoconto, Roberts, il fondatore della Abortion Clinic LIVE, era in piedi al di fuori della struttura per aborti Whole Woman’s Health a Fort Worth sollecitando le donne a scegliere la vita per i loro bambini non ancora nati quando si è verificato l’assalto.

Nel video, si vede arrivare un pick-up fino alla struttura per gli aborti. Roberts sta gridando: “Questo posto uccide i bambini! Possiamo aiutarti” e “Gesù ti ama” mentre una accompagnatrice della struttura per l’aborto si avvicina all’autista.

Pochi secondi dopo, l’autista del camionista fa retromarcia e l’uomo inizia a parlare con Roberts. Poi, l’autista sembra minacciare Roberts e la sua famiglia, chiedendo: “Vuoi morire? Tu e tutta la tua famiglia?”. Robert sembra sbalordito dalle parole, notando che l’uomo ha adesivi con slogan cristiani per paraurti sul suo camion.

Roberts dice poi all’uomo che difende la vita al di fuori delle strutture per l’aborto perché sua madre lo aveva quasi abortito. Dice all’uomo: “Gesù ti ama”. L’autista si allontana dalla strada e sembra che se ne vada, ma poi ferma il camion in mezzo alla strada e salta fuori.

Si può vedere il guidatore avvicinarsi a Roberts e poi prenderlo a pugni in faccia almeno tre volte prima di fuggire. La faccia di Roberts si vede sanguinare mentre si trova sul marciapiede stordito.

Mark Dickson della Sovereign LOVE Church, che ha visto l’incidente, ha detto che il guidatore non era lì con un paziente; è sembrato fermarsi solo per vedere cosa stessero facendo.

“Quello che vedete nel video è la nostra intera relazione con quest’uomo”, ha detto Dickson alla testata Faithwire. “Eppure quella relazione ha portato quell’uomo a fermarsi in mezzo alla strada, a scendere dalla sua auto e a prendere a pugni Ryan Roberts più volte in faccia. Tutto perché si voleva condividere Gesù Cristo”.

Ha detto che la violenza è un rischio che corrono quando condividono la loro fede al di fuori delle strutture per l’aborto.

“Quando andiamo in missione alla clinica dell’aborto e ci si avvicina qualcuno non sappiamo se viene per quello che stiamo facendo o contro quello che stiamo facendo”, ha detto. “Tutto quello che sappiamo è che all’interno di quella clinica stanno uccidendo i bambini. Siamo lì per annunciare il Vangelo di Gesù Cristo e cercare di salvare quanti più bambini possibile”.

Dopo l’incidente, Roberts ha detto quello che lo ha stupito di più è che l’uomo ha dichiarato di essere cristiano.

“Di tutte le persone che pensavo mi avrebbero aggredito qui fuori non era di quel tipo”, ha detto Roberts. “Quel tipo aveva degli adesivi di Gesù su tutto il suo camion. E’ stato pazzesco”.

L’assalto arriva appena un mese dopo che una deputata a favore della vita e i suoi figli neonati sono stati maledetti dagli attivisti dell’aborto in Ohio. Anche un centro pro-vita per la gravidanza è stato vandalizzato il mese scorso a Vancouver.

I sostenitori a favore della vita sono diventati sempre più spesso bersaglio di molestie e violenza. In autunno, LifeNews ha riferito di diverse aggressioni violente contro giovani donne sostenitrici a favore della vita. Un video di un incidente ha mostrato un attivista abortista che lancia un carretto di metallo contro una giovane donna (dell’associazione) Toronto contro l’aborto. In un altro video, un sostenitore pro-life di Campaign Life Coalition è stato preso a calci in un raduno pro-life a Toronto.

In ottobre, anche un vecchio sostenitore pro-vita della Florida è stato preso a pugni in faccia e portato in ospedale dopo un attacco al di fuori della struttura di Planned Parenthood a Napoli, come riportato dalle notizie locali.

LifeNews ha riportato una dozzina di altre minacce, atti di vandalismo e molestie contro i sostenitori della vita nell’ultimo anno. Queste vanno dalle minacce di morte contro eminenti politici pro-life come i deputati repubblicani degli Stati Uniti Chris Smith, Cathy McMorris Rodgers e Steve Scalise a un consigliere sul marciapiede del Missouri che aveva una pistola puntata contro di lui.

Nel mese di settembre, una popolare blogger conservatrice è passata sotto la protezione della polizia dopo aver subito uno stupro e minacce di morte a causa di un tweet a favore della vita. Nel mese di giugno, un uomo della Florida che si offre volontario a Planned Parenthood è stato arrestato dopo che a quanto riportato avrebbe minacciato di uccidere i figli di Brian Mast, un deputato repubblicano pro-vita degli Stati Uniti. Poi, in agosto, qualcuno ha minacciato di stupro e di uccidere la famiglia di un sostenitore a favore della vita che operava per Operation Rescue.

Gli Studenti per la vita dell’America hanno anche riportato un’ondata di vandalismo, tra cui manifesti abbattuti alla Woodson High School in Virginia, cartelli e bandiere rubate all’Università di Nebraska-Omaha, e manifesti abbattuti alla Robert Morris University e alla Kutztown University.

 

Fonte: Life News




“Il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?”

Caino uccide Abele, Pietro Novelli, dipinto presso Scottish National Gallery

Caino uccide Abele, Pietro Novelli, dipinto presso Scottish National Gallery

 

Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?”. Riprese: “Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra”. (…)

La domanda del Signore «Che hai fatto?», alla quale Caino non può sfuggire, è rivolta anche all’uomo contemporaneo perché prenda coscienza dell’ampiezza e della gravità degli attentati alla vita da cui continua ad essere segnata la storia dell’umanità; vada alla ricerca delle molteplici cause che li generano e li alimentano; rifletta con estrema serietà sulle conseguenze che derivano da questi stessi attentati per l’esistenza delle persone e dei popoli.

Alcune minacce provengono dalla natura stessa, ma sono aggravate dall’incuria colpevole e dalla negligenza degli uomini che non raramente potrebbero porvi rimedio; altre invece sono il frutto di situazioni di violenza, di odi, di contrapposti interessi, che inducono gli uomini ad aggredire altri uomini con omicidi, guerre, stragi, genocidi.

E come non pensare alla violenza che si fa alla vita di milioni di esseri umani, specialmente bambini, costretti alla miseria, alla sottonutrizione e alla fame, a causa di una iniqua distribuzione delle ricchezze tra i popoli e le classi sociali? o alla violenza insita, prima ancora che nelle guerre, in uno scandaloso commercio delle armi, che favorisce la spirale dei tanti conflitti armati che insanguinano il mondo? o alla seminagione di morte che si opera con l’inconsulto dissesto degli equilibri ecologici, con la criminale diffusione della droga o col favorire modelli di esercizio della sessualità che, oltre ad essere moralmente inaccettabili, sono anche forieri di gravi rischi per la vita? È impossibile registrare in modo completo la vasta gamma delle minacce alla vita umana, tante sono le forme, aperte o subdole, che esse rivestono nel nostro tempo!

 

(Brani tratti dalla Evangelium Vitae)




Lei merita di essere “una scelta”

Planned Parenthood è una delle più grandi multinazionali degli aborti. Planned Parenthood è traducibile in “genitorialità pianificata”, cioè una genitorialità che uno può, anzi deve, scegliere, definire nella tempistica. E se qualcosa andasse storto rispetto ai piani? Semplice, c’è Planned Parenthood che ti offre un aborto. A pagamento, ovviamente (riceve anche fondi federali USA). Per questo Planned Parenthood ha necessità di promuovere questo servizio. Ogni aborto è un ricavo.

Guardate, dunque, questi pochi fotogrammi, guardate questa su (orribile) pubblicità.

 

She deserves to be loved
(Lei merita di essere amata)

She deserves to be wanted
(Lei merita di essere voluta)

She deserves to be a choice
(Lei merita di essere una scelta)


#staywithPP
(#stai con Planned Parenthood)



Se ogni aborto “È” una quota di ricavi, ovvio che per Planned Parenthood la persona “È” “una scelta”.

TERRIBILE!!!!!!



Carol Everett: “Il nostro obiettivo era di avere dai 3 ai 5 aborti per ogni ragazza di età tra i 13 ed i 18 anni”

Carol Everett, il racconto sioccante e drammatico della sua vita in una clinica per aborti. Prima venditrice di materiale sanitario, poi venditrice di aborti, poi dirigente della clinica…..infine la verità. Riconoscere il male fatto, la grazia ricevuta, e testimoniare la vita agli altri.

Ecco l’intervista nella mia traduzione.

 

Carol Everett, ex dirigente di cliniche dell'aborto

Carol Everett, ex dirigente di cliniche dell’aborto

 

Come è stata coinvolta originariamente nell’industria dell’aborto?

Sono stata coinvolta nell’industria dell’aborto nel disperato tentativo di giustificare il mio stesso aborto. Due settimane dopo Roe v. Wade (la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America che nel 1973 aprì la porta alla legalizzazione dell’aborto negli USA, ndr), mi sono trovata incinta della terza gravidanza, non era opportuna. Ero sposata. Mio marito disse: “Sai, l’aborto è la risposta”. Non ci ho pensato molto, e nessuno mi ha detto di fermarmi. E nel momento in cui ho avuto quell’aborto ho capito che avevo ucciso il mio bambino…..dove vai dopo quella esperienza? Non puoi condividerla con la tua migliore amica, o con tua madre. Ma quello che ho capito è che potevo manipolare quei sentimenti e dire alle altre donne quanto fosse grande l’aborto. Ed era facile sviluppare (tale idea) nell’industria dell’aborto, vendendo aborti ogni giorno. E poi si è trasformato in qualcosa di più. E’ diventato un gioco di numeri. E’ diventato un gioco di soldi.

Quanto è stato difficile essere coinvolti? Perché, da quello che capisco, alla fine avete finito per gestire una clinica.

Beh, non è stato difficile per me. Ho lavorato per un uomo, ho venduto forniture mediche. Sono stata una delle prime venditrici di Dallas, alcune persone ricorderanno quell’epoca. E io chiamavo i medici ogni giorno, e ci arrivò un cliente online con l’azienda di forniture mediche che era molto redditizia. Lui ha indagato, ha trovato che era una clinica per l’aborto, decise di aprirne una sua. Poco prima che ce ne rendessimo conto, aveva quattro cliniche per l’aborto che operavano nella zona di Dallas, in Texas. E venne il giorno in cui mi disse: “Prova a vendere aborti mentre vendi forniture mediche, ti darò una commissione di venticinque dollari”. L’ho fatto per un po’ di tempo e poi mi ha chiamata e ha detto: “Vorresti entrare in azienda e gestire la clinica?” Ed è stato allora che la mia attività si è evoluta nell’industria dell’aborto. Ho visto le potenzialità nel cambiare le tecniche di vendita al telefono, perché le persone che rispondono al telefono nelle cliniche dell’aborto fanno telemarketing, cioè vendono per telefono. L’esperto di gravidanza è colui che chiama, la donna compra sulla base di nessun esame fisico. Nessuna test, perché loro sono gli esperti. E ho più che raddoppiato il business dell’ospedale in appena un paio di mesi.

Come era quel processo di vendita di aborti?

Tutto quello che ho fatto è stato cambiare le tecniche di vendita al telefono. E l’aborto è diventato l’unica risposta. Non eravamo veramente dei consulenti, facevamo solo telemarketing. Li abbiamo chiamati consulenti telefonici, ma è diventato un qualcosa del genere: la ragazza chiamava e diceva: “Penso di essere incinta”. Ancora vanno su Internet, ma sono convinta che quando sono pronte a prendere una decisione, prendono il telefono e chiamano. Il copione era: “Possiamo occuparci di questo problema. Non c’è bisogno che nessuno lo sappia”. E poi chiediamo: “Qual è il primo giorno del suo ultimo ciclo normale?” La ragazza calcola quella data se mai non lo sapesse, la dà a quel cosiddetto consulente, che la mette su una ruota che viene effettivamente utilizzata per calcolare la data di nascita del bambino. Ma non parla di compleanni o del bambino, dice: “Sei incinta di 8 settimane”. Ora pensa a questo. Che cosa ha fatto? Ha appena confermato la peggiore paura di questa giovane donna, e ha iniziato il processo di vendita di questa procedura di aborto. Voi pensereste che la ragazza dica: “Fermati, come puoi dirmelo per telefono?” Ma ricordate, questo è l’esperto di gravidanza. Quel seme è stato piantato, quella paura è stata confermata. La domanda successiva è: “Sono buone o cattive notizie?” e, naturalmente, sono cattive notizie, altrimenti lei avrebbe chiamato una clinica per aborti. Così quando risponde, “cattive notizie”, di nuovo, lei è rassicurata che possiamo prenderci cura del suo problema, nessuno avrà bisogno di sapere.

E ora arriva il momento del “porta dentro i tuoi soldi”. Ma devono identificare la paura. Ora, perché devono identificare la paura? Usano questa paura per rivendere l’aborto ogni volta che la ragazza si allontana. I suoi genitori non devono saperlo, non devi perdere la squadra di professionisti (in cui lavori), non devi perdere il lavoro. E presto la ragazza sputa fuori la paura, non si rende conto che sta dando loro tutto ciò di cui hanno bisogno per confermare che l’aborto è la risposta. E poi parlano di soldi. “Sono 500 dollari. Aspetta un minuto, aspetta un minuto, non farti prendere dal panico”. Prima di tutto, dicono: “Puoi beneficiare di un finanziamento a fondo perduto fino al 40% del costo del tuo aborto”. E fanno un piccolo test con lei, naturalmente si pongono le domande per vedere se possa ottenere la sovvenzione e vedere se una fondazione negli Stati Uniti possa finanziare fino al 40% dell’aborto di una donna che risultasse essere a basso reddito. E se non è possibile, “vai a prendere i tuoi soldi, prendi in prestito i tuoi soldi, di’ alla tua amica che avrai un lavoro, e che la ripagherai in pochi mesi”. Non ci sono aborti gratuiti. Se l’aborto fosse così buono per le donne, perché non è gratis?

E la cosa successiva è che devono farla entrare (nella sala aborti, ndr) il più velocemente possibile. Se è prenotata con un appuntamento troppo lontano, andrà da qualche altra parte. Ma la fai entrare il più presto possibile perché non vuoi che abbia il tempo elaborare la cosa, non vuoi che abbia un sistema di supporto che arriva e dice: “Ehi, aspetta un minuto, tu puoi avere questo bambino”. Basta metterla dentro e sai che è accolta alla porta. Si affretta di nuovo a guardare il suo stesso test di gravidanza su cui cominciano i dubbi. Se comincia a vederlo positivamente, la afferrano per il gomito, fanno di tutto per attirare la sua attenzione e dicono: “Mi dispiace tanto, vuoi prenderti cura proprio ora?” E troppe di quelle ragazze procedono e dicono di sì (all’aborto).

All’interno dell’industria dell’aborto, le persone che vi lavorano sono imprenditori grossolani o si considerano guerrieri della giustizia riproduttiva o è una combinazione di entrambi?

È una combinazione di entrambi. Ci sono delle brave persone che cercano davvero di aiutare le donne. Ci sono donne che hanno abortito e che giustificano il proprio aborto. Ci sono sopravvissute all’incesto e agli stupri che sono ferite. Ma qualunque cosa ci sia all’interno di quella clinica per l’aborto, guardale: sono persone ferite, sono individui feriti. Denti digrignati, pugni serrati. Non sono persone felici, fanno del male alle persone, e noi dobbiamo vederle così. Tranne che per la grazia di Dio, ecco Carol Everett. E così cerco di vederli in un modo diverso. Ma l’altra cosa che dobbiamo ricordare mentre procediamo su questo è che ci sono due tipi di persone, ci sono in alto le persone avide come lo ero io che stanno facendo soldi. E poi ci sono in basso persone che sono oneste. Ma ricordate questo: non vendono mai la vita in nessun momento. Non parlano affatto di continuare la gravidanza. Non parlano mai di adozione, non parlano mai di paternità, parlano solo di aborto, quindi indipendentemente da cosa sono, vendono il loro prodotto (cioè l’aborto, ndr).

Ha detto prima che c’erano diversi modi per garantirsi che quelle ragazze ritornassero ad essere clienti. Quali erano questi modi?

Volevamo essere certi che noi piacessimo a quelle ragazze, e naturalmente eravamo gentili con loro. Ma distribuivamo preservativi difettosii ai ragazzi – non abbiamo comprato i migliori preservativi che conoscevamo, abbiamo comprato preservativi di seconda scelta o difettosi. E quando le ragazze sono venute per il loro aborto abbiamo dato loro un pacchetto di pillole anticoncezionali. Abbiamo detto loro di iniziare a prenderle il sabato, in questo modo non avrebbero mai avuto una pillola nel fine settimana. E abbiamo distribuito pillole anticoncezionali a basso dosaggio [che] sapevamo che dovevano essere prese efficacemente alla stessa ora ogni giorno per fornire un livello di efficacia. Sapevamo che la maggior parte delle ragazze non le avrebbero prese all’ora precisa, e sapevamo che sarebbero rimaste incinte di nuovo. E in realtà, quelle erano le ragazze che abbiamo incontrato quando abbiamo frequentato le scuole e alle quali abbiamo distribuito le pillole anticoncezionali a basso dosaggio, e che sapevamo sarebbero rimaste incinte. Il nostro obiettivo era di ottenere dai tre a cinque aborti per ogni giovane donna tra i 13 e i 18 anni.

Quante volte ha avuto successo?

Un grande successo. Oltre il 50%. Ho visto una donna che ha avuto il suo nono aborto. Sai, siamo diventati amici con alcune di quelle donne. Abbiamo avuto una donna che aveva una relazione e sarebbe rimasta incinta per ottenere un cappotto di visone o un anello di diamanti. Purtroppo, abbiamo sentito molte di quelle storie, e ora, con un tasso di ripetizione (dell’aborto, ndr) di quasi il 50% in tutta la nazione, l’aborto è un metodo di controllo delle nascite per molti.

Direbbe che le grandi aziende dell’aborto come Planned Parenthood impiegano le stesse tattiche quando fanno pressione per l’educazione sessuale e quando propongono la contraccezione e il controllo delle nascite? Lei dice che ci sono alcuni cosiddetti “onesti”, ma fa parte del loro modello di business o fa parte della loro ideologia?

Penso che faccia parte dell’ideologia al vertice, ma naturalmente le persone che lo fanno non lo capiscono. La maggior parte di loro sono buoni. Ma devi ricordare: chiediti che cosa spinge Planned Parenthood quando va in una scuola. Andate online, guardate il loro Teen Wire, guardate i loro siti web, guardate cosa dicono a questi ragazzi che possono fare. Parlano di perversione e ogni sorta di atti sessuali malati. La verità della questione è che stanno dicendo loro di fare sperimentazione in una età che è sempre più giovane. E sappiamo che stanno distribuendo preservativi in alcune scuole del New Jersey già a sette anni. Quei bambini non hanno bisogno di sapere niente a riguardo. Ora hanno un libro per bambini di due anni [chiamato] Che cosa ha bisogno di sapere un bambino di due anni sul sesso? Planned Parenthood ha un ordine del giorno di “diventiamo gravide”, ma non lo troverete mai per iscritto, e nessuno lo ammetterà mai. E’ solo una parte di chi e cosa sono. Ma guardate cosa fanno, capite quello che fanno. E poi chiedetevi perché mai lo fanno. Non parlano mai di astinenza. Quando parlano di astinenza, dicono oh, dovresti astenerti, l’astinenza è il modo migliore, ma non lo farai, quindi ecco come fare sesso sicuro. Ogni volta che qualcuno parla di sesso sicuro, o distribuisce preservativi, o addirittura parla a bambini con entrambi i sessi presenti, non stanno cercando di fermare l’attività sessuale. Stanno cercando di promuoverla.

Che tipo di cose ha visto all’interno delle cliniche dell’aborto che si potrebbe mostrare al pubblico?

Mostrerei che non possono usare strumenti sterili se hanno cinquanta pazienti in un giorno.  Se lavorano con due abortisti che vogliono fare 10-12 aborti all’ora. Possono iniziare con strumenti sterili, ma non c’è modo di lavare questi strumenti ad una velocità di 10-12 all’ora e sterilizzarli e raffreddarli in tempo per poterli riutilizzare. Quando il primo aborto [è fatto] e lo portano nel rifornimento centrale, il tecnico deve controllare le parti del corpo del bambino per essere sicuro che tutte le parti siano lì perché altrimenti, il medico dovrà tornare dentro. Poi laverà gli strumenti, li avvolgerà, li metterà nello sterilizzatore, li porterà a 270 gradi per 20 minuti. E quando lo avrà fatto, poi, dopo aver lasciato uscire il vapore che impiega qualche minuto, bisogna lasciarli raffreddare. E ho visto medici prendere strumenti caldi e usare una garza per dilatare la cervice della donna. Bruciavano il collo dell’utero di quella donna perché quegli strumenti erano così caldi che non riuscivano a tenerli con le proprie mani. E poi dopo un po’ si arrendevano perché 20-24 aborti all’ora, con un set di 21 strumenti, non c’è modo. E così quello che succede è che ricorrono a qualcosa come il cydex, e dopo che usano qualcosa come il cydex dove tu li metti in ammollo, e non è possibile tenerli a mollo per venti minuti per renderli sterili, così li puliscono semplicemente.

Generalmente parlando, la persona media pro-aborto del pubblico dirà, e probabilmente crederà, che il bambino che viene rimosso non è altro che un grumo di cellule o solo un grumo di tessuti fetali. Com’è realmente?

Non appena un aborto è stato praticato, il bambino deve essere ricostruito per essere certi che sia tutto lì. Ora, pensate a questo. Sei settimane, devono essere sicuri che la piccola testa sia lì, e che gli arti piccoli siano lì. Sì, possono anche essere come la paraffina, ma sono lì, traslucidi, ma ci sono – e devi controllare. E man mano che crescono e diventano sempre più grandi, naturalmente, il turgore muscolare è molto più accentuato, ma ad ogni livello bisogna essere certi che ogni parte del corpo del bambino sia stata rimossa. E quando hanno dodici settimane di vita, li si ricostruisce. Ricostruite un bambino e lo lasciate su una garza proprio lì per essere certi di avere tutti i pezzi.

Com’è stato vedere veramente un bambino dopo un aborto?

Sono sempre distrutti, le parti del corpo del bambino sono sempre distrutte. A meno che non si tratti di un secondo o terzo trimestre di aborto, allora sono così forti che non si fanno a pezzi. E alcuni di questi non andranno in pezzi. Così rimani con una testa che si stacca dal corpo, direi a 32 settimane.

Come reagisce la gente nel vedere questo? Perché una delle cose interessanti è che ho sentito ex operatori di aborti come Abby Johnson dire che quando lei ha visto un bambino fondamentalmente disintegrarsi davanti ai suoi occhi con un apparecchio ad ultrasuoni – questo è quello che ha fatto. Ma quello che mi stai descrivendo è un processo per cui vedi i bambini “ricostruiti” con le parti del suo corpo. Dopo aver visto questo che cos’è che ti permette di continuare a negare l’evidenza?  

Ti dici a te stessa che stai aiutando quella donna. Sai che è sbagliato, ma ti dici che stai aiutando quelle donne e quindi vai in giro e lo dici. Se uno del mio personale avesse una sorta di attacco e cominciasse a vedere qualcosa che non va direi: “Ricordati che hai aiutato una donna, hai aiutato una donna”, e questo era il nostro mantra. Questo è quello che abbiamo detto.

Questa situazione ha mai avuto un impatto sulle persone all’interno delle cliniche, vedendo i risultati dell’aborto?

Ho avuto una donna che mi ha abbandonato molto presto quando ero da poco lì dentro. Lavorava nella prima clinica in cui ho lavorato, ed era il tecnico di approvvigionamento centrale. E’ stata lei a ricostruire i bambini in continuazione, a metterli a terra, a smaltirli e a pulire gli strumenti. E una mattina arrivò e disse: “Non ce la faccio più. Ho avuto un incubo ieri sera.Quei bambini erano seduti su quel lavandino con le gambe incrociate che sembravano cherubini che mi salutavano, e non posso partecipare all’uccisione di un altro bambino”. E lei se n’è andata. Ho sempre ammirato quella donna. Almeno lei era convinta di quello che credeva. E di solito li pagavamo così con tanti soldi che non potevano farne tanti da nessun’altra parte, così rimanevano con noi, ma a lei non importò. Lei rimase ferma in ciò che credeva.  

fonte: LifeSiteNews

 




Una mamma, postando questa foto personale, ha salvato diverse vite umane

Foto della mano di un bambino di 14 settimane.

Foto della mano di un bambino di 14 settimane.

Un articolo della Società per la Protezione dei Bambini non Nati nella mia traduzione. Una mamma, postando questa foto personale, ha salvato diverse vite umane.

Il piccolo Miran è morto all’età di 14 settimane di gestazione, ma ha già salvato diverse vite.

Sua madre Sharran Sutherland ha condiviso foto intime del suo “perfetto” bambino in un post su Facebook il 12 ottobre, che sarebbe stata la sua data, nella speranza di mostrare l’umanità del bambino nel grembo materno. Il post è diventato virale, raggiungendo più di 36.000 like, condivisioni e commenti. Da quando la sua storia è stata rilanciata  dal giornale Mirror, dice che molte persone l’hanno contattata su messenger – comprese le donne che dicono di essere state ispirate a tenere i loro bambini (e non fare l’aborto).

È il mio bambino, non un rifiuto sanitario

La signora Sutherland, una madre di 11 figli di Fair Grove, Missouri, voleva dimostrare che Miran era un bambino “vero”, dopo che il medico lo aveva chiamato un “rifiuto sanitario”.

Ero così arrabbiata perché lei chiamava mio figlio ‘feto’“, ha detto. “Non potevo credere che lei avrebbe insinuato che fosse un rifiuto sanitario. Ero così arrabbiata per questo“.

Perfetto

Voleva anche condividere l’aspetto dei bambini non ancora nati. “Non riuscivo a credere a quanto fosse perfetto ogni cosa di lui”. La signora Sutherland ha detto.  “Le sue orecchie, la lingua, le gengive, le labbra. Non potevo crederci”.

Possiedi libri per bambini che ti mostrano i diagrammi di un bambino in utero, ma lui non aveva l’aspetto di nulla che io avessi mai visto”, ha continuato. “Sono stata proprio colma di timore e stupore alla sua vista. Aveva solo bisogno di continuare a crescere e svilupparsi. Mi ha spazzata via. È stata una sensazione incredibile. È davvero difficile da descrivere”.

L’industria dell’aborto disumanizza i bambini


La donna ha anche detto che gli atteggiamenti contraddittori della società nei confronti del nascituro rendono più difficile la situazione delle donne che perdono i bambini a causa di un aborto spontaneo. “Questo mondo ha fatto un grande lavoro per disumanizzare i bambini non ancora nati. L’industria dell’aborto ha fatto un grande lavoro a questo proposito, ma non riguarda solo le donne che si sottopongono ad un aborto”.

Colpisce anche le donne che hanno perso i loro bambini – perché il mondo non vede i loro figli come bambini“, ha detto. “Così, quando una donna perde il figlio non ancora nato non è in grado di soffrire allo stesso modo di una donna che ha dato alla luce un bambino che muore dopo la nascita. Quando una donna perde il suo bambino non ancora nato è quasi come se tu non ne parlassi. Una donna la subisce da sola e credo che sia perché gli altri non lo riconoscono come un essere umano, come un bambino”.

Non si tratta solo di una donna che prova dolore per il suo bambino non potendogli dare la vita, si tratta di non riconoscere che quello è un bambino. È solo un bambino piccolo”.

Cambia i cuori

Quando la signora Sutherland ha condiviso online le foto intime del suo bambino, mostrando il suo volto, le piccole dita delle mani e dei piedi, ha scritto: “Come può una persona negare non solo l’umanità del mio bambino ma anche quella di tutti gli altri bambini piccoli come il mio, e ucciderli, e in modo così orribile? Spero che, condividendo queste immagini del mio prezioso bambino, possa far sì che una persona che sta pensando di abortire decida di lasciar vivere suo figlio“.

Sembra che la breve vita e la morte di Miran abbiano effettivamente aiutato gli altri a scegliere la vita. La signora Sutherland ha detto al Mirror che un’amica “stava per abortire perché lei e il padre erano giovani e lui voleva che lei abortisse. Ma lei aveva visto le mie foto di Miran, e quando è andata non è riuscita ad andare fino in fondo. Non poteva uccidere suo figlio“.

Salvare vite umane

Dopo l’articolo del Mirror, la signora Sutherland ha postato: “Ho improvvisamente iniziato a ricevere messaggi privati e uno mi ha reso incredibilmente felice.  Una signora è riuscita a dirmi che è gravida di 14 settimane, ha altri figli, ma suo marito e lei non erano preparati per un altro figlio. Dopo aver letto l’articolo mi ha detto che ha cancellato il suo appuntamento (per abortire) che era previsto per domani!!”

Un’altra donna ha commentato, dicendo: “Questo post ha salvato anche la mia, e parlare con te mi ha fatto sentire molto meglio nell’avere anche la mia bambina.  Hai un incredibile famiglia ??“.

La signora Sutherland ha anche condiviso di essere stata contattata da molte donne che soffrono dopo aver fatto un aborto, comprese quelle che sono state costrette a praticarlo.

Nonostante il suo dolore, la signora Sutherland sa che la vita di Miran aveva uno scopo e un significato, e ha aiutato gli altri. “Non avrei potuto credere che potesse toccare qualcuno”, ha detto quando la sua amica, dopo aver visto le foto, ha scelto la vita per il suo bambino. “Speravo che toccasse qualcuno, ma poiché ha toccato qualcuno così vicino, è stato incredibile. Ho pensato che, se questo è tutto quello che la vita di Miran era destinata a fare, allora così sia”.

 

Fonte: Spuc.org

 




Papa Francesco depone un mazzo di rose bianche sulla tomba di un bambino non nato

Il Papa nel “Giardino degli Angeli” al Cimitero laurentino di Roma (foto: Vatican Media)

Il Papa nel “Giardino degli Angeli” al Cimitero laurentino di Roma (foto: Vatican Media)

 

di Sabino Paciolla

 

Ieri papa Francesco ha scelto di trascorrere il 2 novembre, il giorno in cui la Chiesa commemora tutti i defunti, nel “Giardino degli Angeli”, l’area dedicata alla sepoltura dei feti da aborti spontanei o provocati all’interno del Cimitero Laurentino di Roma. Il 4 gennaio 2012, è stato inaugurato uno spazio verde (vedi foto) riservato ai bambini che non hanno mai visto la luce, simbolicamente custodita da due statue raffiguranti due Angeli.

Egli ha deposto un mazzo di rose bianche, in modo simbolico, sulla tomba più grande. E’ stato un gesto commovente, una testimonianza alla

E’ stato un gesto plasticamente significativo, che ha fatto seguito alla catechesi della udienza generale del 10 ottobre scorso quando aveva detto:

Un approccio contraddittorio consente anche la soppressione della vita umana nel grembo materno in nome della salvaguardia di altri diritti. Ma come può essere terapeutico, civile, o semplicemente umano un atto che sopprime la vita innocente e inerme nel suo sbocciare? Io vi domando: è giusto “fare fuori” una vita umana per risolvere un problema? E’ giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Non si può, non è giusto “fare fuori” un essere umano, benché piccolo, per risolvere un problema. E’ come affittare un sicario per risolvere un problema.

Poi si è spostato in macchina per andare alla cappella di Gesù Risorto per la celebrazione della messa. Dopo il Vangelo, quello a lui caro delle Beatitudini, Papa Francesco pronuncia un’omelia tutta a braccio, dalla quale riprendo qualche stralcio da La Stampa:

«Ricordare, fare memoria», esorta il Papa, perché «la memoria è quello che fa forte un popolo, perché si sente radicato in un cammino, in una storia. La memoria ci fa capire che non siamo soli, siamo un popolo che ha storia, che ha passato, che ha vita». «Non è facile fare memoria, tante volte siamo tentati dal tornare indietro a pensare cosa è successo nella vita, nella famiglia, nel popolo», ma oggi è un giorno per guardare indietro, per tornare «alle radici». Anche, aggiunge il Pontefice, «oggi è un giorno di speranza», un giorno per guardare a «cosa ci aspetta: cielo nuovo, terra nuova, la santa città di Gerusalemme. Ci aspetta la bellezza».

«Memoria e speranza, speranza di incontrarci, di arrivare dove c’è l’amore che ci ha creato, che ci aspetta, l’amore di Padre», sottolinea Francesco. Fra la memoria del passato e la speranza del futuro si staglia «la strada che dobbiamo fare» ora, nel presente. «Come fare la strada senza sbagliare?», domanda Bergoglio, «quali sono le luci che mi aiuteranno a non sbagliare, qual è il navigatore che lo stesso Dio ci ha dato per non sbagliare strada?». Ce lo dice il Vangelo: «Sono le Beatitudini che Gesù ci ha insegnato: mitezza, povertà, giustizia, misericordia, purezza di cuore». Tutte «luci che ci accompagnano e ci guidano nel cammino per non sbagliare strada».  

Per completezza, riporto la lettera che Santa Teresa di Calcutta inviò al Centro di Aiuto alla Vita di Casale Monferrato il 31 maggio 1992:

Cari amici di tutta Italia, oggi Gesù viene in mezzo a noi ancora una volta come bambino – come il bambino non nato – ed i suoi non lo accolgono. Gesù divenne un fanciullo in Betlemme per insegnarci ad amare il bambino.

Il bambino – non nato – il feto umano – è membro vivente della razza umana – come te e me – creato ad immagine e somiglianza di Dio – per grandissime cose – amare ed essere amato. Perciò non c’è più da scegliere una volta che il bambino è stato concepito. Una seconda Vita – un altro essere umano è già nel grembo della madre.

Distruggere questa Vita con l’aborto è omicidio, anzi peggio di ogni altro assassinio. Poiché chi non è ancora nato è il più debole, il più piccolo e il più misero della razza umana, e la sua Vita dipende dalla madre – dipende da me e da te – per una Vita autentica. Se il bambino non ancora nato dovesse morire per deliberata volontà della madre, che è colei che deve proteggere e nutrire quella Vita, chi altri c’è da proteggere?

Se una madre può uccidere il suo stesso figlio nel suo grembo, distruggere la carne della sua carne, Vita della sua Vita e frutto del suo amore, perché ci sorprendiamo della violenza e del terrorismo che si sparge intorno a noi?

L’aborto è il più grande distruttore di pace oggi al mondo – il più grande distruttore d’amore. La mia preghiera per ciascuno di voi, che voi possiate battervi per Dio, per la Vita e per la famiglia, e proteggere il bambino non ancora nato.

Preghiamo.

 




Gli danno quattro mesi di vita e la proposta di suicidio assistito. Lui rifiuta, vive quattro anni e si batte contro il suicidio assistito

A J.J. Hanson danno quattro mesi di vita per un tumore al cervello. Gli propongono pure il suicidio assistito. Ma lui lo rifiuta. Vive quasi quattro anni e spende fino agli ultimi giorni della sua vita per combattere la battaglia contro questo tarlo pernicioso che è il suicidio assistito. In questo periodo mette al mondo un altro figlio. J.J. Hanson poco prima di morire chiede a sua moglie di testimoniare al mondo la bellezza della vita. Ora sua moglie sta mantenendo fede alla promessa fatta, incontrando persone e tenendo incontri in tutto il paese.  

Ecco un articolo di Monica Burke nella mia traduzione.

Foto: J.J. Hanson (screenshot)

Foto: J.J. Hanson (screenshot)

 

A J.J. Hanson, un amorevole marito, padre e marine (militare della marina degli USA), è stato diagnosticato nella primavera del 2014 di un tumore al cervello, un Glioblastoma Multiforme di 4° grado, la forma più mortale di cancro al cervello. Era nel fiore della sua vita.

Hanno ricevuto la stessa diagnosi e hanno scelto due percorsi molto diversi

Questo cancro aggressivo era la stessa malattia che spinse la Brittany Maynard a togliersi la vita mediante il suicidio assistito con l’aiuto di un medico in Oregon nello stesso anno.

Non appena la storia di Brittany conquistò i titoli dei giornali, J.J.Hanson ricevette grandi pressioni affinché seguisse lo stesso esempio, togliendosi la sua vita. Invece, J.J.Hanson ha usato i suoi ultimi giorni di vita per parlare contro il suicidio assistito e i suoi effetti negativi sulla società.

Ora, altri stanno cercando di preservare la sua eredità e di continuare il suo lavoro, compresa la vedova Kristen Hanson. Ha parlato in un incontro durante un recente evento presso la Heritage Foundation dal titolo, “J.J. Hanson’s Living Legacy: Rinnovare la nostra volontà di vivere e di amare fino alla fine della vita“.

La tavola rotonda inoltre includeva la partecipazione di Matt Vallière, un amico personale di J.J. e direttore esecutivo del Patient Rights Action Fund; Madre Maria Francesca delle Suore Domenicane di Hawthorne; e Ryan Anderson, il ricercatore senior di William E. Simon alla Heritage. Hanno parlato dei pericoli della legalizzazione del suicidio assistito da un medico e della necessità di un maggiore accesso a cure di fine vita di qualità.

L’incontro è iniziato con una testimonianza registrata di J.J. e da sua moglie Kristen.

Kristen ha parlato del desiderio di J.J. di condividere la sua storia come un modo per portare speranza ai pazienti e alle loro famiglie.

“Ecco perché sono qui oggi”, ha condiviso Kristen. “J.J. si è fermamente opposto al suicidio assistito fino alla fine della sua vita e una delle ultime cose che mi ha chiesto è stata che avrei dovuto continuare a condividere la nostra storia per proteggere i pazienti vulnerabili che vengono messi a rischio con queste leggi. Lo sto facendo per lui e per tutti coloro che non sanno nemmeno che hanno bisogno di qualcuno che combatta per loro”.

Ha anche sottolineato la necessità di una migliore assistenza per quei pazienti e la necessità di ricordare che le previsioni dei medici su quanto tempo qualcuno ha ancora a disposizione per vivere non sono sempre corrette.

Almeno tre medici hanno detto a J.J. che gli rimanevano solo quattro mesi di vita. Ha finito per vivere per altri tre anni e mezzo. In quel periodo, J.J. e Kristen hanno avuto un secondo figlio e hanno creato un mondo di ricordi.

“Se fai questa scelta, se lo fai (il suicidio assistito) non lo saprai mai”, ha detto Kristen. “J.J. ha avuto tre anni e mezzo buoni, tanti bei momenti che abbiamo condiviso come famiglia. James ha conosciuto il suo papà, sa chi è il suo papà adesso. Abbiamo Lucas. Le gioie che abbiamo potuto provare in questi tre anni e mezzo sono troppe per poterle contare. Se avessimo ascoltato (i medici), se avessimo rinunciato alla speranza, avremmo perso così tanto”.

(Nel video che segue, al minuto 01.42, trovate la toccante storia della malattia raccontata direttamente da J.J. e sua moglie, scene di vita familiare)

Vallière, un caro amico di J.J. e un avvocato contro il suicidio assistito da un medico, ha spiegato che legalizzare il suicidio assistito porterà alla tragedia del suicidio e lo trasformerà in un trattamento medico.

Vallière ha sottolineato che nessuna delle cinque ragioni principali per cui le persone scelgono il suicidio assistito dal medico in Oregon è dovuta al dolore.

“Hanno tutti a che fare con la disabilità o a problemi legati alla disabilità: mi sento come un peso per la mia famiglia. Mi sento come se avessi perso la mia dignità. Queste sono sofferenze esistenziali risolvibili. Non si risolveranno con la politica”, ha detto.

Kristen e Vallière hanno sottolineato che J.J. è stato fortunato: ha avuto il beneficio di eccellenti cure mediche e di una comunità che lo ha sostenuto. Ma non tutti coloro che sono stati spinti a porre fine alla loro vita di fronte a una diagnosi medica seria sono così fortunati.

Come possiamo garantire che i malati terminali siano preservati dal suicidio, piuttosto che aiutati verso quella strada?

Per iniziare a rispondere a questa domanda, Francesca, delle suore domenicane di Hawthorne, ha condiviso la sua esperienza in prima linea. Ha spiegato al pubblico che la missione della sua comunità religiosa è di predicare il Vangelo della vita ai poveri che muoiono di cancro e di aiutare quelle persone ad accettare la morte con pace, conforto e speranza.

Le sorelle si riferiscono a tutti coloro che vengono a stare con loro come “ospiti”. Si sforzano di capire le storie personali dei loro pazienti in modo che possano comprenderli meglio e aiutarli a portare il loro fardello.

“La gente ha bisogno di sentire: ‘Tu sei importante, la tua vita conta, e io voglio stare con te fino alla tua morte’”, ha detto Francesca. Si è chiesta se Brittany Maynard (colei che ha scelto il suicidio assistito, ndr) avrebbe fatto un’altra scelta se la sua famiglia e i suoi amici le avessero dato questo messaggio così importante.

Come può l’ordine pubblico realizzare meglio il tipo di cura che le suore domenicane di Hawthorne offrono?

Anderson ha fornito soluzioni di politica pubblica e ha sottolineato che occorre fare di più per garantire che i pazienti ricevano le cure che meritano. Sviluppando il suo articolo, “Always Care, Never Kill” (“Sempre curare, mai uccidere”, ndr), ha spiegato come il suicidio assistito da un medico mette in pericolo i deboli.

“Le persone non sono consapevoli di cosa succede alle famiglie e alle comunità quando il suicidio assistito è un’opzione medica. Non sono consapevoli di quali siano le opzioni mediche alternative e comuni”, ha spiegato Anderson. “Il suicidio assistito mette in pericolo i deboli. Queste sono le persone che sono più a rischio di essere costrette fisicamente o emotivamente o economicamente a porre fine alla loro vita prematuramente“.

Il suicidio assistito da un medico cambia drasticamente la cultura che circonda la pratica della medicina.

Quando sarai paziente, se sarai un paziente con disabilità, se sarai un paziente con una possibile malattia terminale, quanto ti fiderai del tuo medico se sai di essere in una giurisdizione in cui il tuo medico potrebbe guarirti o prescriverti un farmaco letale?”, ha detto Anderson.

Questo è il motivo per cui i gruppi di disabili sono in prima linea nella lotta contro il suicidio assistito. Gruppi come Not Dead Yet (Non ancora morti, ndr) si battono a nome delle persone con disabilità, per dimostrare al resto della società che le vite dei disabili meritano la stessa protezione di chiunque altro.

C’è ancora molto lavoro da fare in medicina e nelle politiche pubbliche per offrire ai pazienti una migliore assistenza alla fine della vita e rendere impensabile il suicidio assistito.

Vallière, l’amico di J.J., ha spiegato: “La lotta politica è alquanto imperativa riguardo ad alcune di queste cose come l’aumento delle cure palliative. I medici nella maggior parte degli stati non hanno bisogno di utilizzare molte ore di formazione palliativa per ottenere una qualifica. Dobbiamo lottare (per un maggiore accesso alle cure palliative)”.

Nessuno capiva questi punti meglio di J.J.

Kristen, la vedova di J.J., ha spiegato: “J.J. sapeva che era importante per me che continuassi a condividere la sua storia, perché attraverso questo processo, ho percorso l’intero viaggio con lui …. . Se ci prendiamo cura dei pazienti correttamente alla fine della vita, allora non ci sarebbe davvero il desiderio di qualcos’altro. Abbiamo davvero bisogno di rispondere a tutte le esigenze dei pazienti e dei membri della famiglia, perché tutti hanno bisogno di sostegno”.

Dobbiamo tutti modellare l’esempio di J.J. e Kristen ed essere sostenitori dei membri più vulnerabili della società, e lottare per soluzioni di politica pubblica e per un’adeguata assistenza alla fine della vita che rispetti la dignità di ogni persona umana.

Una cosa può essere certa: J.J. non è morto invano. La sua eredità continua a vivere, e lo ringraziamo per il dono della sua vita.

 

Fonte: LifeNews.com