Un insegnante, cioè un uomo.

(se il video qui sotto non si carica cliccare qui)

 

Nembrini, da grande insegnante, commentando la terzina di Dante:

«State contenti, umana gente, al quia;
ché se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria.»

(Purgatorio, canto III, vv. 37-39)

dice:

“E’ stato necessario che Maria partorisse Gesù perché poteste conoscere tutto, per conoscere la Verità. Perchè la Verità è quel bambino lì, è quell’avvenimento lì. E’ una frase di una potenza meravigliosa. Non è un invito ad obbedire senza ragioni, è un invito ad avere le ragioni per obbedire. Questa frase ci dice che il compito vero che abbiamo è essere così fedeli a noi stessi, cioè liberi da poter conoscere e amare la Verità (alla faccia di tutta la menzogna che ci circonda), e ci dice anche che, questo bisogna saperlo, che per la Verità bisognerà dar la vita, bisognerà sacrificar qualcosa. Hanno perseguitato me, difficile che non perseguitino voi. Siamo in tempi in cui, temo, la difesa della Verità, amare la Verità, dovrà essere pagato con un po’ di sacrifici….”

 




Mons. Negri: “La fede è vedere Cristo nella concretezza della sua esistenza storica, è amarlo, è riconoscerlo”

Una intervista di padre Marco Finco OFM a mons. Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio. Dal sito Luigi Negri.

 

Padre Marco Finco - Mons. Luigi Negri

Padre Marco Finco – Mons. Luigi Negri

 

Padre Marco Finco: Il lavoro che abbiamo fatto fino ad ora sul testo della Scuola di Comunità, “Generare tracce nella storia del mondo” (di don Luigi Giussani, ndr), ci ha visti impegnati sul capitolo secondo: “La permanenza dell’avvenimento nella storia”. L’ultima volta che abbiamo avuto la grazia di poterci vedere abbiamo affrontato il tema dell’elezione, ed ora, dentro questo tempo che ci è dato di vivere così “strano”, affrontiamo il permanere dell’avvenimento di Cristo dentro la storia che si chiama Chiesa, l’unità dei credenti.

Oggi, in questi mesi, in questo tempo, questa unità, questo popolo dei credenti è stato certamente vissuto, ma in modo diverso, non abbiamo potuto celebrare l’Eucarestia insieme, non abbiamo potuto trovarci insieme, abbiamo, cioè, vissuto questa unità in un modo che immediatamente, umanamente non ci corrisponde così tanto. Non ci corrisponde, ma forse ci ha aiutato ad andare più in profondità nel mistero della presenza di Cristo che permane dentro la storia.

 

Mons. Luigi Negri: La Chiesa è il luogo dove continua la presenza di Cristo, la presenza di Cristo che è il Mistero, il Mistero che trascende lo spazio e il tempo, il Mistero di cui, come dice la liturgia, “di cui sono fatte tutte le cose”, questo Mistero di cui sono fatte tutte le cose, emerge, si rende presente in un luogo. Noi dobbiamo meditare questo che è il punto più profondo del dogma cristiano: il Mistero di Cristo si fa presente, si fa Presenza, non è una parola, non è un discorso, la presenza di Cristo è un dato. Camminiamo nel mondo ed è come se l’avessimo sempre, alla destra o alla sinistra. Cristo non ci abbandona, Cristo è una permanenza tenace, diceva sant’Agostino, non ci lascia, non ci abbandona. Assume su di sé la nostra vita, dona, alla nostra esistenza di tutti i giorni, una profondità impensabile, dona alla nostra vita un respiro, la profondità del Mistero e l’apertura della missione. La profondità del Mistero perché noi viviamo una presenza che ci sostiene, che assume su di sé la nostra vita e insieme un aprirsi della nostra vita ad una apertura grande, l’apertura di tutti i nostri fratelli uomini e di tutto il mondo.

Questo è quello che ci interessa sopra ogni altra cosa, non ci interessano i discorsi sulla fede, sulla speranza, sulla carità…ci interessa vederlo! La fede è vedere Cristo nella concretezza della sua esistenza storica, è amarlo, è riconoscerlo ed amarlo come una realtà che sopporta la nostra vita, che prende la nostra vita sulle sue spalle e ci accompagna. Questo è il punto più confortante del nostro cammino, perché il nostro cammino di cristiani ha soltanto una preoccupazione, quella di immergerci sempre più profondamente nel mistero della vita di Cristo, in modo che il mistero della vita di Cristo diventi come il tessuto concreto e quotidiano della nostra esistenza.

Questo noi lo amiamo più di noi stessi. Quando pensiamo a Gesù Cristo, pensiamo alla presenza del Figli di Dio che prende la nostra vita sulle sue spalle così che la nostra vita cammina ogni giorno sostenuta da questa presenza radicale. La nostra vita non è per la morte, non è per l’incertezza e la confusione, la nostra vita non è per “brani” di esistenza che non si riescono a comprendere, a cui non si riesce ad andare fino in fondo, la nostra vita è l’apparire del mistero di Cristo nella nostra vita, in modo che noi protendendoci è come se lo toccassimo, finiamo per toccarlo!

Il Signore è presente e noi possiamo dire ogni momento: “Signore tu sai che ti voglio bene”, e in questo dire al Signore Gesù Cristo “Tu sai che ti voglio bene” è contenuta la forma più radicale, più pura della fede.

La fede è amare una presenza, quella di Cristo, e seguirla ogni giorno, come dice la Liturgia: “nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore”.

 

Marco Finco: È quell’antica preghiera: “Vieni Signore Gesù”, la più antica preghiera della storia cristiana.

Mons. Luigi Negri: Ecco, la preghiera è uno spalancare la vita ad una presenza, la preghiera non è anzitutto una serie di formule, la preghiera è riconoscere uno che è presente, lo guardo, allungo le mie braccia ed è come se potessi incontrarlo fisicamente. Ed è questo l’aspetto più misterioso e più familiare della fede, dire al Signore: “Non abbandonarmi, ricordati che non mi puoi abbandonare, devi assumerti la mia vita, come hai assunto la vita dell’intero mondo”.

Per questo fiorisce nel nostro cuore la preghiera più antica e più bella, quella che nei primi secoli è stato il grande desiderio e la grande umiltà del popolo di Dio: “Maranatha, Vieni Signore Gesù”, aggancia la nostra vita alla Tua perché non si disperda nelle nebbie del nulla, ma si incrementi ogni giorno di più.

La vita dell’uomo di fede si incrementa ogni giorno di più perché la vita dell’uomo di fede è opera quotidiana, silenziosa, ma è opera di Dio e l’opera di Dio non è messa in crisi da niente.

 

Marco Finco: Mi viene da dire…tutto questo è, in questi mesi che abbiamo passato e chissà ancora per quanto, indubitabilmente più faticoso perché, per esempio, per tanti è mancata l’Eucarestia, questa Presenza reale di Cristo dentro la vita del mondo e di ciascuno di noi, passa, così ci ha insegnato la Chiesa, anzitutto attraverso la vita sacramentale e in particolar modo attraverso il sacramento dell’Eucarestia.

Rispetto a ciò che ci hai detto mi sembra che tutto sicuramente più faticoso, magari più faticosamente riconoscibile, ma non meno presente. Cristo non è meno presente dentro la storia, dentro la vita, anche se in questo momento mi è, per così dire, tolto. È come si fosse tolto un pezzo di possibilità di esperienza, ma chiusi nelle nostre case tutto questo è possibile ancora.

Mons. Luigi Negri: Certo, ci è tolto, perché è vero che ci è tolto, è vero che è stato impossibile per un bel periodo di tempo frequentare l’Eucarestia, mangiare il Corpo del Signore e bere il Suo Sangue. Non sono particolari, è della sostanza della fede la carnalità del pane e del vino, appartiene alla sostanza della fede. Il Papa ha detto che c’è una carnalità della fede. Non è secondario che ci sia la fede come celebrazione dell’Eucarestia, è essenziale. Ma questa cosa essenziale che è il pane e il vino, è il contenuto di un desiderio che deve essere continuamente rinnovato. La fede è l’espressione profonda di un desiderio, che la nostra vita sia presa sulle Sue spalle e il Signore mi accompagni, giorno dopo giorno, “nella buona e nella cattiva sorte”. Il Signore non abbandona la nostra vita di tutti i giorni, nella confusione, nell’incertezza, il Signore fa corpo con noi. La sua vita assume la nostra vita e assumendo la nostra vita, il Signore apre tutta la vita all’universo.

La prima grande conseguenza della Presenza di Cristo nella nostra vita è che la nostra vita si apre all’universo, si apre, non sta chiusa nel breve recinto della nostra intelligenza, del nostro cuore, della nostra sensibilità, ma si dilata. La Sua Presenza dilata la nostra vita secondo le dimensioni di Dio, come dice la Liturgia, le dimensioni universali della fede sono le dimensioni normali dell’esistenza del cristiano.

Questo rende la nostra vita una cosa veramente nostra, totalmente nostra, ma insieme un avvenimento che, proprio perché è totalmente mio, è totalmente di tutti.

 

Marco Finco: ci diamo il compito di continuare queste chiacchierate, ogni quindici giorni ci troviamo e riprendiamo questo pezzo di lavoro che abbiamo fatto e lo portiamo avanti. Grazie Monsignore.

 




QUALE FRATELLANZA, QUALE PREGHIERA? – “Tra speranze, ambiguità, compromessi..”

fratellanza 14 maggio 2020

Fratellanza 14 maggio 2020

 

di Gianni  Silvestri

 

II 14 Maggio 2020 è stata indetta una giornata di preghiera e di digiuno dall’”Alto Comitato per la fratellanza umana” composto da capi religiosi che si ispirano al documento firmato ad Abu Dhabi (da Papa Francesco e dal grande imam di al-Azhar).
Questo “Documento sulla fratellanza umana”  del 4 Febbraio 2019 ha individuato vari  obiettivi condivisibili, tra cui  la protezione della Vita, il rifiuto della violenza, le religioni come impegno di pace, la ricerca del dialogo e della collaborazione ecc.

Ma quando si sono volute indicare le radici di questo impegno nella ricerca e nella fede in Dio, che tutti dovrebbe accomunare, la seguente frase ha creato grossi dubbi…
Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina…” Tanti sono stati i dubbi in quanto noi sappiamo che Dio ha voluto inviare proprio suo Figlio per far conoscere la Sua volontà, la sua vera identità, che le altre religioni non conoscevano. Se invece si afferma che tutte le religioni sono volute da Dio, perché allora Egli avrebbe mandato il Suo figlio a morire in croce?  Che senso avrebbero le parole di Cristo dinanzi a Pilato: ”Per questo Io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità” (Gv.18,37). Che senso avrebbe il suo indicibile sacrificio? Tanta sofferenza poteva essere evitata con un “accordo ecumenico” con Pilato ed i sommi sacerdoti…(certo al prezzo del compromesso, del rinnegamento della Verità, non della sua testimonianza..). Lo stesso Papa Francesco ha ritenuto di precisare la portata della frase e del documento nell’udienza generale di mercoledì 3 aprile 2019:  «Perché Dio consente che ci siano tante religioni? Dio ha voluto permettere questo: i teologi della Scolastica facevano riferimento alla voluntas permissiva di Dio. Egli ha voluto permettere questa realtà». Il Papa ha cosi ricordato la antica distinzione tra la volontà dispositiva di DIO e quella solo permissiva (che solo permette – e non vuole direttamente – le diverse religioni; ad esempio, Dio permette il male del Nemico, ma non lo vuole direttamente,  al fine di consentirci la libertà di scelta).

Ma questa giusta ed opportuna precisazione è rimasta solo verbale, limitata all’udienza papale e  non ha modificato o precisato – come sarebbe stato necessario – il documento che resta ambiguo sul punto e che tutti continueranno a leggere nella contestata formulazione.  Sia chiaro, il fine di ricercare una pace comune è condivisibile e va appoggiato in ogni modo e con qualsiasi sforzo comune, ma con l’unico limite – per i cristiani – di non venir meno ai principi fondamentali della propria religione (e si ritiene che ogni altra e diversa confessione religiosa, non voglia venir meno ai propri).

Quindi c’è da intendersi: come impostare un giusto ecumenismo che arricchisca e non impoverisca tutti? Come arrivare all’unica Verità che non può essere contraddittoria?
Il Concilio nella Dignitates Humanae  riconosce la libertà religiosa di ogni uomo, ma precisa che ciò non comporta di conseguenza che ogni religione diventi ugualmente giusta e vera, solo perché scelta liberamente dal singolo (è questo l’errore dell’indifferentismo religioso). Il documento ribadisce che :“L’unica vera religione si trova nella Chiesa Cattolica. Tutti gli esseri umani sono tenuti ad aderire alla verità a mano a mano che la conoscono. Questo dovere vincola la coscienza, e la verità si impone in virtù della sua intrinseca forza”.
Quindi ognuno ha il dovere morale di ricercare e vivere la Verità (che è oggettiva e non soggettiva), ed essa non può essere imposta con la forza in virtù del rispetto della libertà religiosa del singolo. La Verità non ha bisogno della forza, perché si impone da sé alla ragione, per la sua bellezza, profondità ed umanità.

Ogni attività ecumenica dunque è una espressione di questa libertà, ma deve  tendere alla scoperta ed al riconoscimento della unica Verità.

San Tommaso ci insegna che La Verità è intuibile con la ragione umana che può arrivare a riconoscere ragionevolmente i cosiddetti “preambula fidei”, (cioè i presupposti ragionevoli della esistenza di DIO e della nostra condizione di creature bisognose di Lui). E’ chiaro che poi è necessario completare il cammino con la Rivelazione Cristiana, perché: “ …nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27).  Il cammino ecumenico quindi è una ricerca comune della unica Verità, è un cammino di comprensione delle posizioni reciproche al fine di comprenderne eventuali errori ed eliminare le conseguenti “incrostazioni storiche” di interessi solo umani.

La stessa Chiesa Cattolica riconosce che nelle altre religioni ci possono essere “semi di quella Verità” che però è pienamente presente solo nella fede Cristiana in quanto rivelata dal Figlio. Ci ricorda San Giovanni Paolo che il Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Dichiarazione Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, insegna che “la Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni….e che… è necessario riconoscere “i semi del Verbo” presenti e operanti nelle diverse religioni (cfr. Ad gentes, 11; Lumen gentium, 17). … I “semi di verità” presenti e operanti nelle diverse tradizioni religiose sono un riflesso dell’unico Verbo di Dio, “che illumina ogni uomo” (cfr Gv 1,9) e che si è fatto carne in Cristo Gesù (cfr. Gv 1,14).

Essi sono insieme “effetto dello Spirito di verità operante oltre i confini visibili del Corpo Mistico” e che “soffia dove vuole” (Gv 3,8) (cfr. Redemptor hominis, 6 e 12). (Udienza Generale 9.9.98).  E’ necessario che questi semi possano crescere e, si spera, maturare, ma questo cammino comune, non può portare a segare alla radice lo stesso albero che produce questi semi di Verità. Ogni cammino ecumenico si rivela fallace se si allontana dalla Verità e se vien fatto a scapito dei suoi principi fondamentali che sono innanzitutto i Comandamenti e l’insegnamento di Cristo.

1)  «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei davanti a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra.
Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai» (Es. 20: 2-5). Gesù Cristo ha confermato la perenne validità di questo comandamento: «È scritto: Adorerai il Signore tuo Dio e solo a lui servirai» (Mt 4, 10).

2) “Sia fatta la Tua Volontà.. e liberaci dal male”
Una vita vera non può che svolgersi secondo quanto insegnatoci dallo stesso Figlio di DIO, nella Sua unica “preghiera doc”: Il Padre Nostro.
E’ la Sua volontà – non altre – che ha creato e regge il mondo,  vuole il suo Bene, non è fallace come la nostra volontà. Conoscere e Fare la Sua volontà significa “vivere al massimo” sia su questa terra, sia nella prossima vita.
Senza di Lui anche la lotta al Male – che proviene da un Essere Superiore a noi – è una battaglia persa (come vediamo oggi nel mondo, nonostante la nuova conoscenza e le nuove scoperte).

3) “Cercate il Regno di Dio,  Il resto vi sarà dato in Sovrappiù”….
Cristo ci dona anche un appunto di metodo: non facciamoci distogliere in questo cammino, anche il giusto l’impegno sociale, politico, ambientale, ecumenico, per la pace, ecc. sarà una conseguenza della vita di fede e non viceversa. In ogni cammino bisogna partire dall’origine, dalle radici, da Dio per poter vivere nella Verità e non nella finzione. Se invece partiamo dall’impegno sociale, politico ecc. è come vedere un film… iniziando dalla fine…non si arriverebbe mai a capo.

Ecco perché la pace (e lo stesso ecumenismo) non può essere solo il frutto di un compromesso umano in cui ognuno elimina “una parte scomoda della propria verità”, per addivenire ad un disegno accettabile da tutti. In questo modo sostituiremmo la Verità divina con una creata a nostra immagine e somiglianza, creeremmo un nuovo idolo, “una religione umana” modificabile a seconda delle convenienza del tempo.

Questo è il metodo del mondo, una superficiale pace-compromesso che da secoli si tenta di realizzare; ma i deludenti risultati di questi sforzi umani sono ben noti, infatti l’unica attività che non è mai cessata nel mondo da millenni è proprio la guerra, che anzi si sta evolvendo sempre in nuove forme: la  guerra Nucleare, batteriologica, informatica, economica. Di recente si sono già organizzate unità specifiche per la guerra spaziale e satellitare…altro che pace umana basata sempre sull’ambiguo  ed inefficace adagio romano: “Si vis pacem, para bellum” ( la pace come giustificazione della corsa agli armamenti… assurdo). I cristiani sanno che questa pace umana sarà sempre fragile ed imperfetta, perché queste sono le caratteristiche dello stesso essere umano (a causa del peccato originale, che rende provvisorio ogni suo sforzo che resti lontano da Dio).

Ecco perché lo sforzo umano per una pace tecnica può essere solo un punto di partenza per fermare i vari conflitti, ma una pace vera deve nascere da un cuore nuovo, da un uomo rinnovato dall’intervento di DIO (“vi do la mia pace, vi lascio la pace, non come la dà il mondo” Gv 14,27).

Quindi, ed  in conclusione, è senz’altro positivo che le varie religioni si accordino su un cammino di pace, ma essa non può essere raggiunta al prezzo di dimenticare DIO o metterlo tra parentesi, o “sfumare” quello che ci ha rivelato (al prezzo del suo Sangue).

Per questo anche la preghiera ed il rapporto con Dio, non possono essere il frutto di regole concordate a tavolino da tutte le religioni, ma le condizioni di questo rapporto sono state poste da Lui e sono imprescindibili, perché comunicateci direttamente da Cristo come sopra ricordato. E’ un cammino difficile da compiere, nella Chiesa, con prudenza e fedeltà, altrimenti rischiamo solo di limitarci a nuove pratiche e sforzi  umani, non certo a raggiungere e vivere la Verità, che è Cristo, unica a poterci guidare ad una vita e ad una preghiera “come Dio comanda”.
In Pace




Card. Biffi: LA FORTUNA DI APPARTENERGLI – Lettera confidenziale ai credenti

Mentre molti si impegnano a dialogare con i non credenti, il cardinal Giacomo Biffi scrive ai credenti.

 

Card. Giacomo Biffi

Card. Giacomo Biffi

 

di Card. Giacomo Biffi

 

Vi do una notizia un po’ riservata. Vi rivelo un segreto; ma, mi raccomando, resti tra noi. La notizia è questa: grande è la fortuna di noi credenti. Grande è la fortuna di chi è «cristiano»; cioè appartiene, sa di appartenere, vuole appartenere a Cristo.

Però non andate a dirlo agli altri: non capirebbero. E potrebbero anche aversela a male: potrebbero magari scambiare per presunzione il nostro buon umore per la felice consapevolezza di quello che siamo; potrebbero addirittura giudicare arroganza la nostra riconoscenza verso Dio Padre che ci ha colmati di regali.

C’è perfino il rischio di essere giudicati intolleranti: intolleranti solo perché non ci riesce di omologarci disciplinatamente e possibilmente con cuore contrito alla cultura imperante; intolleranti solo perché non ci riesce di smarrirci, come sarebbe «politicamente corretto», nella generale confusione delle idee e dei comportamenti.

Un’altra grande fortuna di coloro che sono «di Cristo» è quella di essere liberi. Ecco quanto Cristo ci ha promesso: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8, 31-32). Il principio di questa prerogativa inalienabile del cristiano è la presenza in noi dello Spirito Santo: «Dove c’è lo Spirito del Signore, c’è la libertà» (2 Cor 3, 17); quello Spirito che, secondo la parola di Gesù, ci guida alla verità tutta intera (cf. Gv 16, 13), perché ci chiarifica «le cose come stanno»; ed è appunto questa verità a farci liberi (cf. Gv 8, 32). Sant’Ambrogio enuncia questo caposaldo dell’antropologia cristiana, scrivendo: «Dove c’è la fede, lì c’è la libertà».

………

Biffi La fortuna di appartenergli

……….

‹‹TU SOLO IL SIGNORE››

 

Quando nella messa proclamiamo  gioiosamente: ‹‹TU SOLO IL SIGNORE, GESU’ CRISTO››, noi notifichiamo a tutti quale sia la fonte della nostra libertà: prima della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (ONU 10 Dicembre 1948), prima della Costituzione della Repubblica (22 Dicembre 1947), La fonte della nostra libertà è il Risorto. La nostra vera e sostanziale liberazione non ci è stata procurata da altri: è una proprietà che ci viene, prima che da qualsivoglia autorità.

‹‹Tu solo››: noi non abbiamo e non vogliamo nessuno che spadroneggi su di noi, né in campo politico né in campo culturale.

Quasi ad ogni tornante della storia compaiono uomini che sciaguratamente mirano a farsi padroni di uomini, magari perfino invadendo e condizionando il loro mondo interiore. Coloro che sono ritenuti capi delle nazioni, le dominano e in più vogliono farsi chiamare benefattori (Mc 10,42 e Lc 22,25) ha detto Gesù con qualche ironia.

Ebbene, il semplice fedele – anche quando non fosse un eroe, anche quando nella sua debolezza fosse costretto a piegarsi esternamente alla prepotenza- resterà sempre un ‹‹liberto di Cristo››, cioè un uomo che è stato riscattato dal Figlio di Dio e che nessuno può ricondurre in servitù. E di fronte a un dittatore che pretenda per sé un culto assoluto e le doti divine dell’onnipotenza e dell’onniscienza, interiormente gli scapperà sempre da ridere. Per questo tutte le tirannie hanno d’istinto in antipatia i veri credenti; e poco o tanto arrivano sempre a perseguitarli: intuiscono che sono i soli che non diventano mai sudditi nell’anima.

Invece ‹‹quanti padroni finiscono con l’avere quelli che rifiutano l’unico vero Padrone!›› nota più di una volta sant’Ambrogio con straordinaria acutezza. ( Extra coll.Ep.14,96).

 




Domenica delle Palme: Passioni di Cristo e della Chiesa

Domenica delle Palme

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Quale la Domenica delle Palme tale è la via di Gesù nel mondo: dalla gloria al crucifige. Ed è perciò tale la via della Chiesa, rifiutata dal mondo mentre essa è in corsa affannata per portare gli uomini alla salvezza che è il Signore Gesù.

La Chiesa non è un’associazione di persone unite da filosofie egalitarie o da umanitari principi filantropici, ma è la presenza nel mondo di Cristo Risorto buon samaritano, è il Corpo Mistico di Lui intenta a raccogliere buoni e cattivi per purificare gli uni e gli altri trasfondendo in essi il Sangue di Gesù e con esso la vita eterna.

Gesù ha costituito la Chiesa e poi l’ha inviata perché fosse per tutti vessillo e ancora di salvezza, inviata a cercare i perduti e stando essa stessa con Gesù sulla croce dire a ciascuno di noi quale ladrone morente pentito: “Oggi sarai con me in paradiso”.

“Oggi sarai con me in paradiso”, parola ri-creatrice di Dio che quella vita sciupata e perduta riforma e restituisce.

Solennemente acclamato il giorno delle Palme, questa stessa gente che lo acclama cederà fra poco alle sobillazioni dei potenti e degli influenti del mondo e chiederà la condanna a morte di Gesù sull’orrendo patibolo della croce.

La Via Crucis dello Sposo è Via Crucis della Sposa, perché il mondo odia la Verità, non sopporta la Luce l’orrido del peccato che abita il cuore dell’uomo, non tollera il candido fulgore della Bellezza.

La Chiesa, calunniata, incompresa, ripagata con l’ingratitudine dalle nostre società e dalle persone che nei secoli ha beneficati, tradita come Gesù dai figli e dagli amici per la misera somma di trenta denari.

Di Giuda sempre disposti a vendere il Signore il mondo pullula e non si preoccupano essi che così vendono se stessi e perdono la propria dignità e la propria anima.

I tanti che abbandonano la Chiesa perché incontrano in essa scandali, veri o presunti, che dicono di non tollerare, sono gli stessi che compiono i medesimi delitti dei quali non risparmiano biasimi agli altri e alla Chiesa stessa.

La vita della Chiesa non può essere diversa da quella di Gesù.

Ha ragione chi si è da poco lamentato del danno fatto alla scuola cattolica italiana e con essa alla cultura in generale, dall’acredine del pervicace laicismo dai risorgimentali in poi. Furono essi un tempo figli della Chiesa.

Questa malversazione ideologica continua pure oggi ed è quasi giunta a completare il diabolico disegno di distruggere i secolari valori cristiani con la diffusa totale laicizzazione della società e delle coscienze, con il relativismo presentato come libertà, rispetto delle persone di orientamento diverso e di nuove culture.

A me pare che la gran parte dei cattolici stenti a intenderlo, eccessivamente occupata a seguire per facile irenismo le ideologie che favoriscono una superficiale valutazione degli umanissimi sacri principi del Vangelo.

Si viene in tal modo a relativizzare senza accorgersene il Vangelo e in suo nome si invoca dialogo, accoglienza indiscriminata, integrazione.

 




Il battesimo di Gesù e il nostro battesimo

Battesimo di Gesù

Battesimo di Gesù

 

di Giuliano Di Renzo

 

Con questa domenica termina il periodo liturgico detto di Natale.

Nella Chiesa antica e nelle Chiese d’Oriente il battesimo veniva praticato per immersione.

Ed è perciò che anche a Lourdes, ma pure a Collevalenza, si viene immersi nelle piscine, ove talvolta risorgono sorprendentemente sane persone che erano malate.

I battezzandi venivano immersi per tre volte nel fonte battesimale intanto che si invocava su di essi il Nome della Santissima Trinità, come dopo la sua resurrezione Gesù aveva detto ai suoi discepoli di fare.

Muore il vecchio uomo, l’uomo lordato dalla lebbra dei suoi peccati e rinasce quale uomo nuovo restituito alla primitiva divina giustizia della creazione quando era appena uscito dal cuore di Dio creatore e comunicatore di vita.

Non ha Dio il nome di Padre? Che non è un nome né indica l’azione transuente del modo umano di generare, ma in Lui è il suo sussistere come io personale.

Così come lo è il nome del Verbo, la Parola, il Logos sospeso nei cieli eterni del Padre che genera dal suo seno nell’oggi dell’eternità dicendo il suo Verbo e al suo Verbo:

 «Tu sei mio figlio,
io oggi ti ho generato.
Chiedi a me, ti darò in possesso le genti
e in dominio i confini della terra.
Le spezzerai con scettro di ferro,
come vasi di argilla le frantumerai».
E ora, sovrani, siate saggi
istruitevi, giudici della terra;
servite Dio con timore
e con tremore esultate (Salmo 2,7-11)

E lo Spirito che dall’uno al’altro spira in sussistente felicità di Persona Amore.

Per noi uomini il nome è un flatus vocis, una voce per distinguerci l’uno dagli altri.

Per i popoli semiti il nome è concretezza della persona.

Pertanto invocare il Nome di Dio in segno di benedizione su una persona è porre Dio su di essa.

Come anche nominare scelleratamente il Nome Santo di Dio invano o, peggio, bestemmiare, insultarlo è gettare fango sulla Luce candidissima dell’eterna sua inviolabile Santità.

Ugualmente quando il sacerdote traccia su di noi il segno della croce pronunciando il Nome di Dio Padre, Figlio, Spirito Santo è la presenza di Dio che vene posta su di noi e noi messi la sua tutela.

Benedire è “bene-dire” in senso alto, è porre una persona sotto la tutela di Dio Amore e Vita.

Possiamo da ciò capire come il segno della croce che noi facciamo non è un’inezia, ma è la nostra fede che confessata in due parole mette su di noi il sigillo sacro del Padre, del Figlio e del loro Amore. Essi ci creano e ri-creano, ci redimono e ci santificano trasportandoci nell’eternità del loro amore.

La triplice immersione nell’acqua del fonte battesimale mentre fa scendere nel battezzando l’acqua nel Nome della Ss.ma Trinità lo immerge nella morte redentrice di Cristo e lo fa risorgere nella resurrezione di Lui alla Vita non più semplici uomini, né di pure creature ma come sfavillio della luce di Dio che scende in essi e con essi risale nell’eternità. E’ la nostra grazia santificante che ci eleva e presenta a Dio e al mondo nella veste regale della filiazione da Dio. “Io vi ho detto che siete dèi” (Vangelo di San Giovanni 10,34 e Salmo 82,6).

Immersi in Gesù si riappare in Lui figli di Dio, in Lui che è il solo e vero Figlio.

Qui giova ripetere che è improprio dire che siamo tutti figli di Dio. Siamo certo tutti creature amate di Dio, ma solo Gesù è Figlio. Il Padre è Padre per il Figlio e il Figlio è Figlio per il Padre nella felicità di questa generazione e filiazione spira tra lo Spirito dell’Amore. Noi possiamo diventare perciò figli ndi Dio solo innestandoci col battesimo in Gesù come tralcio sulla vite.

Gesù si presentò al battesimo di Giovanni a tutti visibilmente uomo e penitente tra i tutti penitenti e viene immerso da Giovanni nell’acqua del fiume Giordano. E quando uscì da quell’acqua si aprirono finalmente per noi i cieli e il Padre, ora come Padre non più solo come Dio si mostra nella luce dello Spirito e dona a noi suo Figlio dicendoci: “Questi è il mio Figlio amato, nel quale trovo la mia compiacenza, perciò ascoltatelo!” (Vangelo di San Matteo 3,16-17).

Mandato e donato a noi perché lo ascoltassimo e lo seguissimo nel cammino del nostro esodo dalle Sodoma e Gomorra che è questo mondo di passioni e di peccato verso la santità, verso la rivelazione di manifesta piena luce di figli di Dio.

Figli ora di Dio, di Lui siamo anche eredi, eredi di Dio con Cristo avendo ottenuto col battesimo il diritto di accesso al cielo, al quale il Signore prima creandoci e poi riscattandoci ci destinati.

“Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo se veramente partecipiamo alle sie sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani 8,17).

Il battesimo è rinascita, la nostra rinascita che fa noi non più proni verso la terra ma eretti versi il cielo. Siamo dei ri-nati. Riprendendo da Sant’Agostino il Concilio di Trento dice che “in renatis nihil odit Deus”.

Eravamo figli dell’ira, senza Cristo meritevoli della vendetta di Dio contro il male che pervadeva come metastasi la nostra anima. Ma lavati ora col battesimo nel sangue di Cristo siamo risorti con Lui rivestiti della veste candida della Santità di Gesù, fatti in Lui, il diletto, anche noi figli di Dio diletti (cfr Lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini 2,3).

Il peccato ci rende orridi al cospetto di Dio per cui la sua Giustizia intesa come somma perfezione di Santità deve agire con noi al modo di purificatrice giustizia penale e ristabilire nel mondo la santità che abbiamo derisa e ricomporre la bellezza che abbiamo stracciata.

Il battesimo, come tutti i sacramenti, non è un rito, non è una cerimonia che non lascia traccia, ma è “sacramentum”, azione di un mistero che penetrando lo spirito ne rinnova il DNA.

L’umo viene santificato, viene cioè restituito all’interiore sua originaria somiglianza con Dio. Ma non come di semplice creatura ma come figlio nell’unico suo Figlio che è Gesù, il suo Verbo appunto per questo fattosi uomo tra gli uomini.

Ed è perciò che il peccato di impurità che viola la santità propria del corpo come tempio di Dio e tutti gli altri peccati sono nel cristiano ancora più gravi. Essi dissacrano infatti laicizzandolo il tempio di Dio. E’ di tutta la persona infatti essere segno e riflesso del Dio infinitamente Santo.

Ringraziamo oggi con gioia il Signore di averci segnati mediante il battesimo in Crsto con i segni della sua gloria divina e portati nel regno del suo Figlio diletto nel quale, dal quale e per il quale abbiamo la vita. La vita di Dio che è perciò eterna.

Ringraziamo Gesù che divenendo uomo e inserendosi nella nostra umanità ha dato a noi la grazia di poterci innestare in Lui come tralcio nella vite e diventassimo così in Lui figli di Dio.

Ricordiamoci sempre del nostro battesimo col quale siamo rinati quali figli di Dio.

Esultiamo con Sant’Agostino perché “hodie Christus facti sumus”. Esultiamo perché oggi in Cristo siamo diventati noi Cristo.

Rinnoviamo spesso le promesse del nostro battesimo, teniamo fermo tra le tempeste di folli istigazioni umane il nostro sì nuziale allo Sposo che è Cristo.

Lodiamo, ringraziamo, adoriamo.

“Laudato, si’ mi’, Signore….Lodatelo e rengratiatelo cum grande humilitade” (San Francesco d’Assisi. Cantico delle Creature o di Frate Sole).

Facciamo con la Vergine Santa e come Lei della provvisoria nostra un magnificat di attesa e preparazione all’eterno Magnificat del cielo.




LA FINE DELLA STORIA (n.5 – Veglia di Natale: IL REGNO DI MARIA)

Vergine Maria

Vergine Maria

 

di Pierluigi Pavone

 

Il processo storico che determinerà il trionfo dell’Anticristo ha una sua legittimazione e una sua radice assoluta e unica. La radice è certamente la Gnosi, sia antica sia moderna. In entrambi i modi l’uomo è proclamato divino: o nella sua origine, prima del mondo prigione, della Legge e del Creatore; o nel suo destino, all’interno del mondo divino, per mezzo di una legge e di un ordine politico e religioso che l’uomo stesso creerà. La legittimazione pare sia nella dottrina della storia di Gioacchino da Fiore e la sua secolarizzazione. Pare sia nella tesi di Gioacchino da Fiore circa l’esistenza di una simmetria, corrispondenza tra le tre Persone della Trinità e le tre età della Storia. Età del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Da questa struttura religiosa millenarista sarebbe poi sorta la sua laicizzazione versione mondana, terrena, umana.

Il punto è che Gioacchino da Fiore non era millenarista. Il millenarismo è un’antica dottrina cristiana secondo cui Cristo avrebbe letteralmente governato sulla terra, al suo ritorno, avrebbe inaugurato un’età millenaria di regalità nel mondo. Il riferimento al millennium è determinato dal capitolo 20 dell’Apocalisse: «Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un po’ di tempo». Tuttavia, già sant’Agostino chiariva che il significato di regno millenario è da intendersi come regno della Chiesa, regno di coloro che morti a causa del peccato, risorgono a vita nuova, per mezzo del battesimo. È il regno la cui colpa del peccato originale è stata cancellata in virtù del Sacrificio della Croce e per mezzo della Chiesa, nella sua azione sacramentale.

Si potrebbe dire: è il regno di Maria.

Sempre sant’Agostino chiariva questo, all’interno della fede certa nell’Anticristo e della millenaria guerra tra la Città del diavolo e la Città di Dio. Il tempo del regno di Maria, Madre della Chiesa, è il tempo in cui satana, sconfitto, dalla Croce, muove disperatamente guerra ai battezzati, pieno di furore sapendo che gli resta poco tempo (Ap 12). Questo tempo che va da Cristo a Cristo, dalla prima venuta, nella stalla per la Croce, alla seconda venuta, nella gloria per il Giudizio, di divide a sua volta in due sezioni, per così dire: una prima grande sezione in cui la Chiesa risponde nel mondo al mandato di battezzare e insegnare alle genti tutto ciò che Cristo ha comandato, fino ai confini della Terra; una seconda sezione, in cui si manifesterà l’Anticristo. La prima sezione corrisponde alla vita pubblica di Gesù e alla sua predicazione del Regno; la seconda sezione corrisponde alla Passione, dove satana sarà sciolto dalla catene. Come Cristo, mentre predica guadagna a Sé i discepoli, ma anche quelli che si scandalizzano di Lui, lo rifiutano, si consumano nell’odio e nelle intenzioni di ucciderlo, allo stesso modo la Chiesa nella misura in cui risponde al mandato del Signore, salva le anime e guadagna contro di sè il mondo, che odiando Cristo, odierà con la stessa misura anche la Chiesa. La Chiesa evangelizzerà lungo i secoli, ma segnerà le sue vie con il sangue dei martiri: evangelizzazione è sempre esorcismo e martirio. Si potrebbe anche dire che se non c’è esorcismo e martirio, non c’è evangelizzazione. Questa missione universale non avviene in campo neutro. Ma avviene in un campo di guerra, sotto continuo bombardamento satanico. Con tutte le armi umane e spirituali che Satana dispone. Quella più efficace, dalla sua prospettiva, non è la persecuzione violenta, né lo scandalo morale o economico. Bensì quello dottrinale. La profanazione apostata è molto più efficace, perché corrode dall’interno e la Chiesa viene meno proprio nella sua missione di esorcizzare e battezzate. Proprio quando non esorcizzerà più, magari perché verrà meno la stessa fede nell’esistenza del diavolo; quando non battezzerà più, perché verrà meno la fede nel peccato originale e nel peccato in generale; quando non evangelizzerà più, perché crederà che tutte le religioni sono uguali vie di salvezza e spiritualità; quando non offrirà più il Sacrificio, perché non crederà più nella Giustizia di Dio (che ha preteso che il peccato fosse soddisfatto); allora Satana avrà potere e possibilità di manifestarsi alle genti sostituendo la messianicità di Cristo, con quella dell’Anticristo.

In questa circostanza terribile, Maria sarà ancora più presente, lo Spirito Santo consolerà maggiormente coloro i quali, perché cattolici e fedeli alla dottrina di sempre, saranno perseguitati. Nel tempo dell’Anticristo. Questo tempo, quindi, sarà, in un certo senso, un tempo particolare di consolazione da parte dello Spirito Santo per la Chiesa di Cristo, mentre sarà condotta lungo la via Crucis.

Esattamente questo crede il “vero” Gioacchino da Fiore.

 

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Sabato 21 dicembre 2019 – Iniziativa spontanea di riparazione alle offese contro nostro signore Gesù Cristo

Ricevo da un gruppo di lettori del blog e volentieri pubblico.

 

Passion di Mel Gibson

Jim Caviezel interpreta Gesù in una scena del film “Passion” di Mel Gibson

“L’Amore non è amato”,

anzi è odiato, schernito, calpestato, oltraggiato!

 

Gesù Cristo è Dio, ed è Amore! Chiunque Lo dileggi con atti blasfemi, altro non è che un povero uomo. Sappiano ‘lor signori’ che la maschera è caduta miseramente perché il loro odio contro Cristo è ormai palese, e non vi è alcuna motivazione plausibile, né fondata su presunte ragioni di “arte”, né sulla satira, abusata nel contenuto per coprire ogni atto di vilipendio contro la fede cattolica, né alcuna presunta ragione ispirata al concetto di “libertà di pensiero”, che possa legittimare certi gravi atti contro la venerabile Persona di Gesù, vero Dio e vero Uomo. 

Sabato prossimo, 21 dicembre, a pochi giorni dal Santo Natale, i cristiani vogliono RIPARARE alle gravi bestemmie contro Nostro Signore Gesù Cristo, compiute fra l’altro attraverso eventi cosiddetti “artistici”, o spot pubblicitari, video, film e altro. L’ultima meschina iniziativa, quella di raffigurare Gesù in atto osceno innanzi ad un fanciullo, ha ferito il cuore della intera Chiesa e di ogni credente cristiano. 

Gesù è puro, è casto, è Amore autentico! Gesù ha sempre difeso i deboli, dai bambini alle vedove, dai malati ai poveri, ed è ignobile raffigurarLo in modo tanto volgare, in base ai “gusti” spregevoli di chiunque decida di usarLo e abusarLo per fini ideologici! 

Il 21 dicembre siamo dunque invitati, nel corso dell’intera giornata, ad organizzare eventi spontanei, di preghiera e testimonianza, nei luoghi di lavoro, nelle Parrocchie, nelle case in cenacolo, negli ospedali, negli angoli delle strade sostando con due o più persone in piccoli gruppi, pregando il Santo Rosario o facendo qualche minuto di silenzio per onorare la Regalità di Cristo. Lasciatevi condurre dallo Spirito Santo, scrivete lettere di amore per Gesù e portatele in Chiesa, sui banchi o ai piedi degli altari, registrate video ispirati dalla fede in Cristo, e pubblicateli in rete! “Non abbiate paura di spalancare le porte a Cristo”! E raccomandiamo di indossare la Croce, segno della nostra appartenenza a Gesù!

Il 21 dicembre noi cristiani vogliamo piangere la sofferenza dell’Amore, Gesù Cristo, che non è amato! 

Una volta san Francesco di Assisi, andava solitario nei pressi della chiesa di Santa Maria della Porziuncola, piangendo e lamentandosi a voce alta. Un uomo gli chiese perché piangesse e si lamentasse, e il Santo rispose: “piango la passione del mio Signore. Per amore di Lui non dovrei vergognarmi di andare gemendo ad alta voce per tutto il mondo”. Allora anche l’uomo devoto si unì al lamento di San Francesco che spesso, come ricorda la tradizione, alzandosi dall’orazione, aveva gli occhi che parevano pieni di sangue, tanto erano arrossati a forza di piangere in memoria delle sofferenze di Cristo. San Francesco piangeva l’Amore non amato, l’amore non compreso e non ricambiato.

 

      Firmato: Un gruppo di fedeli cattolici

 




LA FINE DELLA STORIA (4° di Avvento: L’ANTICRISTO E IL REGNO DEL MONDO)

L'Anticristo - duomo di Orvieto

L’Anticristo – duomo di Orvieto

 

di Pierluigi Pavone

 

  1. Siederà nel Tempio di Dio e proclamerà se stesso dio (2Ts 2).

 

È oggetto di fede certa che all’interno dei tempi ultimi, cioè della sesta età della Storia, cioè del tempo della Chiesa, si manifesterà l’Anticristo.

Dice sant’Agostino, nel libro XX del De Civitate Dei: «Non v’è dubbio che ha espresso questi concetti sull’Anticristo [san Paolo ai Tessalonicesi] e che non si avrà il giorno del giudizio, considerato come giorno del Signore, se prima non verrà colui che egli chiama apostata fuggitivo, evidentemente, da Dio Signore. Se questo epiteto si può applicare rettamente a tutti gli empi, molto di più a lui».

L’Anticristo rivendicherà un ordine mondialista e religioso: mondialista quanto all’aspetto politico, similmente, ma con intenzioni capovolte, all’Impero Romano – Sacro proprio perché si opponeva all’Anticristo –; religioso, quanto alla fiducia nell’uomo divino.

Non è necessario essere iscritti ai più alti gradi della massoneria internazionale. Non è necessario organizzare in prima persona complotti o sovversioni internazionali. Non è necessario rivendicare religiosamente e coscientemente la dottrina gnostica.

È sufficiente essere indotti e massificati al pensiero unico della pace e della fratellanza; al pensiero unico dei potentati sovra-nazionali; farsi ridurre a pesci non pensanti da allevamento collettivo e intensivo; rivendicare per diritto la possibilità di uccidere gli innocenti, di uccidere se stessi; di plasmare la propria identità sessuale; partecipare a riti di massa, ideologici e pagani, in onore del pianeta; manifestare l’orgoglio di un ordine contro-natura; legittimare per via democratica qualsiasi legge, secondo un illimitato arbitrio di volontà di potere, al di là del bene e del male.

Il nucleo è che Dio venga sostituito con l’uomo. L’uomo nuovo dell’Anticristo non sarà ateo. L’Anticristo – dice san Paolo ai Tessalonicesi – siederà nel tempio di Dio e indicherà se stesso come dio. Proclamerà la divinità dell’uomo, la divinità dello spirito del mondo. La divinità dell’età dell’Uomo. La messianicità auto-redentiva dell’Umanità intera, unita nella pace e nell’unico Stato globale. Proclamerà la fine di ogni identità e ogni confine; la fine di ogni peccato e ogni colpa; la fine del Sacrificio e del Giudizio.

L’Anticristo imiterà in tutto e per tutto Cristo: l’iconografia classica lo dipinge con le stesse fattezze di Gesù a significare il tentativo di presentarsi di fronte al mondo come il vero, unico e definitivo messia. Vorrà – lui come emblema dell’Umanità – essere adorato come dio.

Satana, nel deserto e di fronte a Gesù, è disposto a rinunciare al culto che direttamente o indirettamente riceve nei secoli dalle false religioni e dalle nazioni non esorcizzate, cristianizzate e battezzate. È disposto a concedere tutta la gloria delle nazioni che lui possiede e dà a chi vuole, pur di essere adorato come dio. «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo» (Lc 4, 6-7).

Il suo odio verso Dio ha determinato la guerra nei cieli, contro Michele e i suoi angeli (Ap 12). Il suo odio verso Dio ha determinato la guerra contro Adamo, contro Israele perché da Israele doveva nascere il Cristo, contro Maria perché Immacolata concezione, contro la Chiesa perché sull’Altare si rinnova il Sacrificio della Croce.

Il suo odio è tanto violento e manifesto quanto astuto e subdolo. Perché la Chiesa, nei giorni della Passione, verrà profanata, vilipesa come fu per Cristo. Il Mondo griderà e si glorierà della sua crocifissione. Perché la Chiesa rappresenta l’ostacolo che si oppone all’Anticristo. Satana, consapevole di ciò, attaccherà la Chiesa, al cuore. All’Altare. Verrà meno il Sacrificio. Verrà meno il Potere Vicario. Perché dilaghi ovunque l’apostasia: «Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio» (2Ts 2, 3-4). L’apostasia è il grande peccato. E questo si consumerà non contro Dio, ma in nome di Dio, perché la perversione satanica unificherà le nazioni alla sua ribellione, in nome del bene e della pace, come sfregio a Dio. E la dottrina cattolica conserverà la sua parvenza esteriore, ma sarà illuminata e pervertita dall’interno dalla luce oscura dell’Anticristo. La dottrina gnostica penetrerà nelle fondamenta del Credo. E in nome di ideali mondani, verrà profanata e tradita tramite blasfemie subdole, sottili, ambigue e potentissime.

Nessuno potrà dirsi cattolico, se non colui che aderirà per ignoranza, per paura, per intenzione cosciente alla religione dell’uomo. Nessuno potrà dirsi credente, se non colui che aderirà alla religione mondiale sincretista. Nessuno potrà dirsi uomo, se non colui che considererà se stesso cittadino del mondo, plasmato dalla tecnologia. Nessuno potrà amare, se non colui che considererà amore ogni tipo di perversione istintuale, frutto di fluide identità sessuali. Nessuno potrà dirsi proprietario, se non colui che misurerà il possesso con una moneta-debito. Nessuno potrà partecipare al voto, se non colui che si riconoscerà figlio del Progresso e della Rivoluzione, in nome della età spirituale.

 

  1. Il regno del mondo

La modernità giunge a tutto questo, dopo un parto secolare, che ha permesso una specializzazione ultima, caratterizzata dalla complementarietà e affinità storica di almeno cinque punti essenziali.

1) la prospettiva internazionalista: fino all’Ottocento l’ordine politico era un ordine di Stati e tra Stati; spesso la guerra era una alternativa contenuta della diplomazia. Dopo le guerre del Novecento e la fine dei due blocchi, nel 1989, si è imposto un ordine globalista e la decostruzione di ogni identità e sovranità, a vantaggio di organizzazioni bancarie e cripto-politiche sovra-nazionali. La stessa famiglia come cellula prima della società è sotto attacco feroce, esplicito e ultra- aggressivo.

2) il controllo genetico cripto-raziale delle nascite e l’applicazione del “darwinismo sociale” su scala mondiale, per mezzo di pratiche eugenetiche ultra-specializzate.

3) L’ideologia religiosa ecologista, che è motivo di revisione teologica del Monoteismo biblico, a vantaggio del sincretismo assoluto dell’idea dell’uomo-divino.

4) L’auto-plasmazione dell’identità sessuale secondo i canoni Gender, come apice della pretesa umana di plasmare il proprio ordine nuovo, contro ogni legge, naturale, positiva, divina. La stessa pedofilia comincia ad essere sdoganata, secondo i canoni di una natura indeterminata. Questo, come apice dell’idea umanista e cabalista di fine 1400, secondo cui l’essenza dell’uomo è amorfa e in divenire illimitato.

5) L’economia di debito, basata sulla emissione, da parte delle Banche centrali, della moneta a debito degli Stati (che quindi perdono qualsiasi reale sovranità su ogni proprietà).

 

Contro questo regno del mondo e del principe di questo mondo, si erge il Regno di Maria, a cui dedichiamo la 5° meditazione sulla FINE DELLA STORIA, per la settimana di Natale, a cui seguirà l’ultima, per l’Epifania, sulla Passione o primavera della Chiesa e l’eredità di Gioacchino da Fiore.

 




Mons. Negri: “Il respiro ampio della nostra vita è annunciare Cristo”

Intervento lucido e profondamente religioso di mons. Luigi Negri scritto qualche tempo fa. Leggendolo, si respira la fede e la paternità di un grande pastore della Chiesa.
Ne riporto ampi stralci.
Un grazie all’amico don Gabriele Mangiarotti e a CulturaCattolica.it per avercelo offerto.

Mons. Luigi Negri
Mons. Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

“(…) Ecco la prima osservazione: la Chiesa è sfidata sulla fede; deve dimostrare a se stessa e al mondo che crede in ‘Gesù Cristo, unico Redentore dell’uomo e del mondo, centro del cosmo e della storia’, per ripetere le parole che nessun cristiano di ogni tempo potrà mai dimenticare, quelle di San Giovanni Paolo II. Siamo sfidati sulla fede! la Chiesa rischia invece di guardare da un’altra parte, come dice Papa Francesco, e di disperdersi, di disorientarsi, nel tentativo affannoso di rispondere a tutti i problemi che l’eccezionale e grave momento della storia della società propone. Che non è soltanto (come tutti dicono, perché la gente quando parla e gli intellettuali, si fermano all’ovvio) il problema vero della povertà materiale. Il problema è la povertà morale e umana di questa umanità, che non ha più punti di riferimento sostanziali e decisivi per affrontare la propria vita quotidiana. Non ha criteri per valutare i grandi problemi della propria esistenza, che molte volte si pongono senza che noi vogliamo; che non ha criteri per fare le scelte sostanziali della propria vita: anche le scelte vocazionali, professionali, si fanno secondo l’unico criterio, che è quello dell’interesse immediato.

Quando l’indimenticabile Cardinale Giacomo Biffi parlò di Bologna (cioè di un pezzo enorme della società italiana ) come di una “società sazia e disperata” certamente anticipava la situazione in cui viviamo, con la sola differenza che la sazietà è meno presente di allora, forse è mal distribuita: oggi è una società meno sazia, ma non meno disperata, perché non ha più quei criteri fondamentali della vita che – come dice Paul Claudel nell’indimenticabile ‘Annunzio a Maria’ – sono quei criteri che ti consentono di mangiare in pace il tuo pane e di bere il tuo vino e di affrontare le circostanze dell’esistenza in modo responsabile e dignitoso.
Io credo che la Chiesa, sfidata sulla fede, deve dare coralmente una grande testimonianza di fede: da chi guida la Chiesa per mandato e per autorità Divina, in comunione con quel Collegio Episcopale che è seguito al collegio Apostolico, che è parte essenziale della vita della Chiesa e che non può essere né sottaciuto ne relativizzato. Da colui che guida la Chiesa in comunione con i suoi fratelli Vescovi, ad ogni singolo cristiano; sfidati sulla fede noi diciamo che la fede vale più della vita!

(…) Noi non possiamo limitarci a dire che l’umanità ha tanti problemi da risolvere e che noi ci apprestiamo ad aiutare a risolverli, in parte perché non siamo così sprovveduti da pensare che noi potremmo risolvere tutti i problemi materiali, economici e sociali. Noi dobbiamo dimostrare che la fede, svolgendosi nella nostra vita e diventando testimonianza, è capace, sulla base dell’annuncio di Gesù Cristo, di arrivare a tutte le conseguenze della vita personale, della vita familiare, della vita sociale, della vita nazionale e internazionale.

(…) Il mondo d’oggi è questa gente che ci vive accanto, o che ad ondate viene accolta (per la mitezza e la generosità del nostro popolo) con non pochi sacrifici nelle nostre strutture abitative. A questa gente che cosa dobbiamo dire come Chiesa? ‘Arrangiatevi, rifocillatevi e andate in pace?’ Dobbiamo dire che c’è Gesù Cristo che li attende e li aspetta! Di cui sono bisognosi anche se non lo sanno e perciò la nostra prima preoccupazione, il respiro ampio della nostra vita è annunciare Cristo.
Io sono rimasto scandalizzato dalla sottolineatura della necessità dell’accoglienza che non facesse mai riferimento al fatto che quella accoglienza doveva essere motivata in noi e animata da una volontà missionaria, da una volontà di comunicazione di Cristo.

(…) Perché noi abbiamo la precisa convinzione, guardando noi stessi e partendo da noi stessi, che la vita umana non è vita se non c’è la presenza di Cristo. Come ricorda s. Giovanni Paolo II nella Redemptor Hominis al n. 10: «L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo – non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere – deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto se stesso, deve «appropriarsi» ed assimilare tutta la realtà dell’Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso. Se in lui si attua questo profondo processo, allora egli produce frutti non soltanto di adorazione di Dio, ma anche di profonda meraviglia di se stesso».

(…) Dopo l’annunzio la responsabilità più grande che l’uomo è chiamato a svolgere è quella dell’educazione: la Chiesa è ‘Mater et Magistra’. Occorre che la Chiesa ritorni a svolgere, a educare i cristiani alla grandezza e alla novità della fede ed eserciti una funzione in qualche modo educativa nei confronti di tutti gli uomini, perché vengano aiutati a recuperare la grandezza della propria esperienza umana, ‘Il mestiere duro d’esser uomo’ come faceva riferimento un grande della letteratura, Pavese.

(…) Credo che la Chiesa, di fronte a queste sfide, debba interiorizzarle adeguatamente, debba viverle con totale umiltà ma in modo inesorabile; se non saremo inesorabili a seguire la vocazione, il mandato che Dio ci ha dato, difficilmente l’ultimo giorno potremo sostenere lo sguardo del nostro Popolo, come mi ricordava molto spesso il Cardinal Biffi: il popolo sarà alla destra del Signore che giudica, perché alla destra del Signore non ci saranno né i guru della cultura laicista né i direttori delle grandi testate nazionali, né i direttori delle Reti televisive. Accanto al Signore che ci giudica ci sarà il nostro popolo, che ci giudica. E questo (dopo il giudizio di Dio) è quello che bisogna temere di più.

La Chiesa con il suo episcopato deve riaffermare quanto ha detto la Madonna a Fatima che l’attacco alla Chiesa è attacco alla famiglia, attacco alla vita e alla sua misteriosità, alla sua intangibilità, al suo non essere a disposizione se non di Dio, e quindi meno che mai della scienza. È fondamentale non essere assenti dalle grandi questioni che caratterizzano la vita della nostra società, mentre il mondo dà la sua preferenza a quelli sicuramente silenziosi, oppure a coloro che, quando parlano, parlano in linea col pensiero unico dominante.

(…) Io non credo che dobbiamo avere nell’occhio della nostra coscienza quel che il mondo dice di noi: dovremmo avere nell’occhio della nostra coscienza quello che Cristo ci chiede e che il popolo ha il diritto di aspettarsi da noi: l’educazione alla verità, alla libertà, alla responsabilità e alla missione. (…) Sostanzialmente agli uomini di chiesa tocca la responsabilità di una presenza paterna, fatta di amore alla verità ed educazione del popolo. Per vivere in modo sempre inadeguato questo compito occorre l’aiuto di Maria alla quale ci affidiamo con fiducia totale. ‘Totus tuus’”.

+Mons. Luigi Negri
Arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio




La capacità di amare in san Carlo è nata il giorno in cui si è sentito oggetto dello sguardo stupito di Cristo.

Una meditazione di don Emmanuele Silanos nella solennità di san Carlo Borromeo, sull’origine della sua carità sconfinata, della sua passione per ogni persona che gli era affidata.

Fonte: Fraternità San Carlo

San Carlo Borromeo

San Carlo Borromeo

 

 

Spesso ho sentito dire che la persona di san Carlo è una persona d’altri tempi e che la sua sensibilità, il suo carisma, sono molto lontani da noi. Eppure, leggendo le letture di oggi, che parlano della carità senza limiti di Gesù, che raccontano del Buon Pastore che sacrifica la vita per le sue pecore, viene immediatamente da pensare proprio a san Carlo, alla sua carità senza misura, a lui che come pochi altri ha dato la vita per le persone a lui affidate. Proprio come Gesù, come il Buon Pastore. Ogni prete, anzi, ogni  cristiano, è chiamato a vivere in modo letterale ciò che Cristo chiede nel Vangelo. E san Carlo ci testimonia che si può vivere il Vangelo in modo radicale, senza approssimazioni. E una vita così, una carità così, non possono non essere desiderabili.

Ma dove ha avuto origine questa sua carità sconfinata, questa sua passione per ogni singola persona che incontrava?
In questi giorni si celebrano i trent’anni dalla caduta del muro di Berlino. E, tra le opere che più rappresentano quel momento storico, molti citano, giustamente, un film di Wim Wenders, che amo molto, Il cielo sopra Berlino. I protagonisti sono degli angeli che guardano il mondo in bianco e nero. È l’epoca della guerra fredda, del comunismo, e questi angeli guardano dall’alto le vite e le vicende di uomini e donne della Berlino est. Quanto più osservano le loro vite, però, tanto più si immedesimano in esse, e tanto più si appassionano e cominciano a desiderare di essere come loro, cioè come noi uomini. Proprio loro, gli angeli! Loro, immortali, che appartengono al Cielo, al Paradiso, dove non c’è sofferenza, cominciano a desiderare di essere carnali e mortali, come noi. Tanto che uno di loro, ad un certo punto, chiede di diventare uomo e il suo desiderio viene esaudito. Il film, che fino a quel punto era in bianco e nero, diventa improvvisamente a colori. E si conclude con una frase struggente, pronunciata da quell’angelo diventato uomo: “Stupendomi dell’uomo, sono diventato uomo”.

Non è difficile associare la storia descritta nel film all’evento dell’Incarnazione. E a me piace pensare a quello stupore di cui parla l’angelo come a un’espressione dell’amore di Cristo per ogni singolo uomo che ha incontrato. Se non si può dire che quello stupore è stato all’origine del “sì” che Gesù ha detto al Padre facendosi uomo, penso che abbia potuto dare forza ad ogni “sì” che pronunciava di nuovo di fronte ad ogni persona che il Padre stesso gli faceva incontrare.

La capacità di amare in san Carlo è nata il giorno in cui si è sentito oggetto dello sguardo stupito di Cristo, dell’amore personale di Gesù per lui. La carità di san Carlo nasce dalla sua conversione.

A sette anni, Carlo era già abate e dalle sue lettere giovanili si può evincere come fosse legato alla mentalità del suo tempo, lui, nobile, abituato a vivere negli agi, ad avere tanti servitori. A soli vent’anni, non ancora prete, viene fatto cardinale da suo zio, il Papa. E poi Segretario di Stato… Per questo si trasferisce a Roma dove lavora tantissimo, applicandosi con successo in tutte le questioni amministrative e giuridiche. E passa il tempo libero nei circoli raffinati degli intellettuali romani del tempo.

Eppure, ci sono due momenti della sua vita che lo cambiano completamente, in cui percepisce il chinarsi di Dio su di Lui, lo sguardo di Cristo che si fa piccolo e mortale per condividere la sua vita e salvare la sua vocazione. Il primo momento è quando muore il fratello maggiore. Carlo ha 23 anni, non è ancora prete e può finalmente prendere il posto dell’erede di tutti i titoli e degli averi della famiglia. Nonostante questo, rinuncia e decide di farsi prete. E così viene ordinato prete. Dove? Nella basilica di Santa Maria Maggiore (come tanti di noi della Fraternità!). C’è poi un secondo momento decisivo per lui, cioè l’incontro con un religioso, che va a trovarlo presso il suo ufficio, ma che Carlo fa aspettare per i troppi impegni di quel giorno. Il religioso assiste al suo lavoro instancabile e quando finalmente, dopo ore di attesa, può incontrare Carlo, l’unica cosa che gli dice è: “Con tutto quello che ha da fare, lei come farà a pensare alla salvezza della sua anima?”.

In quel momento la vita di Carlo cambia completamente. Da quel giorno in poi, Carlo incarna perfettamente la frase attribuita al papà di san Bernardo: “L’anima di ogni più grande riforma è la riforma di ogni più piccola anima”. Per questo san Carlo ubbidisce alle indicazioni del Concilio di Trento, lascia Roma per tornare a Milano e cominciare quella vita fatta di lunghi viaggi verso i luoghi più sperduti della sua immensa diocesi, una vita fatta di incontri, di persone su cui chinarsi come Cristo si era chinato su di lui quel giorno.

Carlo applica per primo le direttive del Concilio di Trento, a cominciare dalla istituzione dei seminari, che nascono in quegli anni: se i nostri seminaristi, oggi, hanno la grazia di vivere nella nostra casa di formazione ed essere educati in un certo modo, è anche grazie a san Carlo. Grazie a questa riforma viene preservato e custodito il senso profondo del celibato dei preti, che è legato al sacerdozio sin dalle origini, sin dalla tradizione apostolica (è falso dire che all’inizio non c’era il celibato, che in realtà si dovrebbe chiamare continenza) e che è l’espressione di quell’amore di cui parlano le letture di oggi,  è prendere parte alla passione che Gesù ha per ogni singolo uomo.

Se guardiamo a San Carlo, lo vediamo come un uomo affettivamente compiuto, che si spende interamente per amore della Chiesa che gli è stata consegnata. Non è, il suo amore, più piccolo di quello di uno sposo: Carlo non ama di meno, anzi, ama in modo totale, “offrendo il proprio corpo”, come fanno gli sposi tra loro, come chiede san Paolo, come ha fatto Gesù.

Espressione di quello stesso amore erano anche i digiuni e le penitenze a cui lui si costringeva, non certo per masochismo, o per odio di sé, ma per amore di Colui che aveva dato la vita per lui: ogni sacrificio ha senso solo per amore.

È commovente pensare che san Carlo muore a 46 anni e muore per strada, di ritorno dall’ennesima visita pastorale in diocesi. Carlo sarebbe potuto morire in qualsiasi altro modo: di vecchiaia, oppure ucciso, visto che in precedenza gli avevano sparato, o in mille altri modi… E invece lui muore stremato, avendo offerto la vita per la sua gente, per le pecore che Gesù gli aveva affidato.

Ecco, forse è anche vero che la sua sensibilità è diversa dalla nostra, però… quanto sarebbe bello morire così! E quanto sarebbe bello vivere così come ha fatto lui, vivere per amore di Cristo, feriti e spinti dall’amore di Cristo.

 

 




L’AMBIVALENZA DEL LIMITE – L’Altrove ritrovato

”Forse che il fine della vita è di vivere? Forse che i figli di Dio resteranno con fermi piedi su questa miserabile terra? Non vivere ma morire, e non disgrossar la croce ma salirvi e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna…. Che vale la vita se non per esser data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?”

 

dipinto 1

 

 

di Elisa Brighenti

 

“ La tristezza non ha bisogno di motivi, può sorgere inattesa in chiunque, perché non siamo noi a darci la vita

( H. Arendt)

 

Per capire cosa sta germinando nelle coscienze di oggi è necessario capire come è stato preparato il terreno. L’educazione determina il destino di un paese e spesso, e se fondata su tendenze individuali considerate necessarie e scontate , rischia di giustificare previsioni estremamente tristi. L’anima di un popolo, a partire dai suoi componenti, può migliorarsi o alterarsi, o anche definitivamente distruggersi a causa di una formazione che invece di portare avanti, decostruisce.

Oggi siamo giunti ad un punto che sembra drasticamente essere di non ritorno: non esiste più il sentimento della colpa, forse solo un senso di colpa patologico e calamitante che grava sulle generazioni. La tradizione della letteratura nordica ( a cui si ispira J.K. Rowling) direbbe che ci troviamo nell’epoca del lupo, quella cioè della massima decadenza, quella “ dell’ascia e della spada, del vento,…prima che il mondo sprofondi” E’ il momento storico in cui il sacro viene divorato dall’egoismo selvaggio che antepone il pensiero alla realtà, che toglie alla logica la correlazione a realtà evidenti, sottoponendola ad assurde acrobazie linguistiche e ideologiche.

E’ pur vero tuttavia che l’epoca del lupo porta in sé il germe della liberazione. Il lupo è il solo animale ctonio ( ossia sotterraneo nei significati) che sia in grado di guardare verso la luce. Si può affermare con Levalois (prete ortodosso francese della metà del secolo scorso) che il lupo simboleggi l’uomo. “Come lui, può essere milite dello spirito o demone della materia”. Non a caso, il lupo appare come controparte maschile e apollinea nel culto romano di Feronia, dea della fertilità, protettrice dei boschi, celebrata dagli schiavi riusciti a liberarsi dalla loro condizione. Feronia, divinità dispensatrice di mutamenti di stato, protettrice dello scorrere della vita nella fecondità. Il lupo, abitante dei boschi, in questa prospettiva mitologica, viene asservito alla civitas, diventa forza irruente della natura che si trova domata e sottoposta alle esigenze della civiltà. Feronia è appunto il divino che trasferisce, che guida da uno stato all’altro, dall’oscurità alla luce, dalla distruzione alla creazione.

Proviamo a considerare come questo passaggio di stato possa trasferirsi nella cultura dominante, tentando uno spostamento dal nichilismo imperante ad una nuova e feconda rivalutazione dell’uomo.

 

Ad un semplice sguardo, appare evidente come il senso del limite faccia parte dell’esperienza quotidiana. Tuttavia, ai tempi attuali, i progressi continui nel campo della tecnica, in quello della medicina e della genetica rendono più acuta la percezione di un dovere quasi morale verso il superamento di tale limite. L’incontro con l’ignoto, il diverso, il negativo, rappresentano il confronto con un’alterità che pensiamo non appartenga alla nostra natura e che quindi viene recepita come ostacolo. Si ha il desiderio di volare e insieme la paura di cadere, il desiderio di vivere e la paura di morire, il desiderio di amare, di essere amati. Si potrebbe continuare oltre tra coppie di contrari, ma lezione esistenziale più forte su questo altalenante conflitto ce la regala la sofferenza, che, pur non aggiungendosi a ciò che già sappiamo di essa, esaspera estremamente il senso del limite. Soffrendo, ci si rende conto che non tutto ci è possibile e che non tutto funziona come noi vorremmo. L’eutanasia si fa strada in questo contesto e in più prende forza dal presupposto condiviso a priori da molti che la sofferenza vada sradicata, non solo come estensione di uno stato fisico, ma prima ancora, come parte integrante della condizione umana. Perché allora non assecondare legalmente la volontà di morire come pare e piace a chiunque? Qui, ora, o domani, in malattia, ma addirittura in salute, se questa è fisica ma non più mentale. Come ci permettiamo noi di consigliare in altro senso chi è in procinto di staccare la spina? Perché invece non tentare di procurarsi le armi vincenti per fermare questo gesto?

Riprendendo la citazione di Hannah Arendt dell’inizio, è evidente che non si deve arrivare a considerare la morte in sè per capire che le piccole morti sono all’ordine del giorno e come tali, inscritte nell’orizzonte di senso più prossimo dell’uomo, ossia l’esistenza. E’ la vita stessa il nostro inevitabile caso estremo di morte. Lo si intuisce prima ancora di capirlo dalle piccole sofferenze, da cui risulta che la vita è l’esperienza di un limite che niente riesce apparentemente a colmare. E questo è dovuto al fatto semplicissimo che non siamo stati noi a determinarci in questo senso, non siamo stati noi a stabilire i criteri per vivere. La vita ci è stata data da un Altro. Ancora: il limite originario nasce da quel paradosso che ogni tentata acrobatica dimostrazione non riuscirebbe mai totalmente a districare, e ossia che l’uomo, nell’essere posto nel mondo e al mondo non di sua iniziativa, subisce da lì uno scorrimento nel tempo e nello spazio che ogni giorno gli chiede giustizia nonostante la totale assenza di responsabilità. Ma di nuovo: benché non sia sua la scelta di esserci, spetta comunque a lui, che ha ricevuto in dono la vita, il compito di farsi erede legittimo, nella tutela di un rapporto di filiazione con un Altro, pur restando nella coscienza del proprio limite. Per capire e farsi carico, occorre ritornare alle origini. Ma non sempre il ritorno alla propria terra è colmo di frutti, anzi spesso, pur tornando, si rimane mendicanti. E se fosse questo il significato più autentico della vita e della sofferenza? Riappropriarsi del nostro destino, anche nell’incompiutezza dei nostri desideri, riconoscersi mendicanti, come Ulisse, homo viator, desiderosi di ri-conoscere un senso.

Nella classicità, l’esperienza del limite passa positivamente attraverso i criteri dell’apollineo, a discapito della vera essenza della vita, ossia la sua tragicità. Il desiderio sfrenato di potere che porta a sfidare la natura viene punito dagli dei. L’uomo superbo, convinto di poter agire facendo affidamento solo sulle sue forze, riceve inevitabilmente il castigo delle divinità. Questa visione dell’uomo introduce il ruolo della divinità civilizzatrice, rappresentata da Apollo. Egli è il promotore dell’ordine, del linguaggio, della convenzione, della misura, e di un certo significato di libertà, intesa come obbedienza all’ordine. Ma rimanda anche al senso del limite, e le statue greche ne esprimono la palese evidenza: la bellezza e l’armonia delle forme sono un esempio di un limite che rassicura. Una ulteriore esemplificazione è fornita dal linguaggio: il binomio linguistico di vero/falso risulta immobile e limitante, utile a creare un ordinamento sociale che permetta una convivenza pacifica, più che a esprimere l’autenticità del reale. La portata tragica dell’esistenza ne esce afflitta e svilita.

Spostandoci più avanti nel tempo sempre restando nel campo della filosofia, dure critiche ad una visione lucida e convenzionale del senso del limite si ottengono con Nietzsche, Heidegger, e più in generale , con la Scuola di Francoforte, nel modo in cui la cultura dell’illuminismo viene definitivamente messa sotto accusa.

Heidegger è stato sicuramente l’autore che più di tutti ha analizzato la coscienza del limite dell’uomo intendendola come condizione per divenire umani. Secondo il filosofo, il punto di partenza per un’esistenza autentica (contrariamente a quella inautentica che muore nel circolo vizioso di “prendersi cura“ dell’altro come possibilità unito alla prigione dell’essere gettati di fatto nel mondo) è la presa di coscienza della finitezza dell’essere, dell’uomo in primis. La morte rappresenta il limite esistenziale per eccellenza. Ciò che ci umanizza, che ci fa prendere coscienza dei nostri limiti è la certezza di essere-per-la-morte. Questo non significa fare della morte la finalità dell’esistenza, ma assumerla come unico criterio per attribuire autenticità alla vita.

Essere-per-la-morte significa non vivere per morire, ma vivere nell’orizzonte di senso della finitudine, della morte. Essa è “la possibilità dell’esserci più propria incondizionata, certa e come tale indeterminata e insuperabile”. Per mezzo dell’essere-per-la-morte, l’esistenza si riappropria della sua autenticità. La morte è considerata una realtà certa: non nel senso immediato di evidenza su cui non si può discutere, ma come condizione correlata in senso essenziale all’aspetto autentico dell’esistenza. La morte è inoltre incondizionata: di fronte ad essa, l’individuo è posto in isolamento, non si trova in relazione ad alcuno che non sia il suo dover morire. L’uomo comprende in questo modo che l’esistenza in quanto tale è impossibile, proprio perché si realizza nell’estrema possibilità, la morte, che toglie ogni valenza di possibilità al resto. Vivere per la morte significa quindi comprendere l’impossibilità dell’esistenza.

Date queste considerazioni, appare evidente come l’ideale di perfezione classico di cui si diceva in precedenza venga totalmente capovolto: l’accettazione del limite radicale della morte comporta l’adozione di una nuova antropologia, che abbandona totalmente il limite come attestato di perfezione.

E’ importante notare che per un’antropologia di questo tipo, l’esperienza del limite non induce affatto al fatalismo o alla rassegnazione; al contrario, apre al buon senso e all’accettazione che la vita non ci appartiene, che non abbiamo scelto noi il suo inizio, e che l’unico modo d’essere dell’uomo è l’esistenza, un incessante porsi al di fuori. Senza voler dare alcuna lettura prossima al cristianesimo, Heidegger autorizza tuttavia l’accesso ad una lettura pre-escatologica, quando afferma che la comprensione esistenziale dell’uomo è quella di chi è non per aver scelto di esserci, ma trovandovisi, al pari di un qualsiasi altra creatura finita. All’umanesimo dell’autoesaltazione si contrappone un umanesimo di auto accettazione: il limite è una realtà che non si può evitare perché non posta dall’uomo ma imposta all’uomo dalla sua stessa esistenza.

L’eredità lasciataci da Heidegger in questo senso è pesantissima e al contempo propositiva: autorizza a rivendicare un’attesa, quella per cui la vita invoca una sua inclusione in un senso. La vita, se è caduta nel vuoto, se è l’incompiuto, la possibilità estrema in una giostra di posizioni estremamente possibili quindi impossibili, se così è, allora esige di invocare le mani di Qualcuno, una madre o un padre, che le attribuiscano il diritto di chiamarsi esistenza. Perché la vita non si trasformi in vuota fragilità, occorre che sia voluta e desiderata, anche se ad essere vuota e fragile è quella sofferenza sottesa che la pervade costantemente. Il bisogno di attribuire un senso al dolore è fondamentale. Per fare questo, superando la visione di Heidegger, una strada potrebbe essere quella di modificare il presupposto iniziale , ovvero la vita come estrema possibilità che si mortifica ( possibilizzandosi all’infinito) nel momento in cui esistenzialmente tenta una realizzazione, per attribuirle invece il valore della vulnerabilità, che non coincide affatto con il vuoto.

Al contempo, la vulnerabilità dell’esistenza è un’istanza che, se viene azzittita, per esempio con l’adozione dell’eutanasia come categoria esistenziale, prima ancora che come oggetto giuridico, finisce per spegnersi. E spegnendosi in un solo individuo, annienta chiunque.

A questo proposito, il romanzo apocalittico di Mc Carthy, La strada, fornisce un esempio della vulnerabilità che “risolve” e condiziona in positivo. Padre e figlio abbandonati e sopravvissuti in un modo vuoto, fatto di predatori, incenerito dal male, si assistono a vicenda per sfuggire alla morte. Che invece arriva impietosa per il padre. L’eredità di quest’ultimo verso il figlio, unico sopravvissuto, sarà il dono di una famiglia religiosa presso cui il ragazzo va ad abitare, una famiglia che crede in Dio, e che è disposta ad accettare che il mondo possa avere ancora un senso.

Nonostante la letteratura ci fornisca questi esempi di salvezza, la morte, l’eutanasia, vengono oggi tutelate e interpretate in modo quasi allegorico, per essere poi destrutturate e spogliate di negatività. Il pretesto è quello di una legislazione viva che si pronunci il più possibile sul momento ultimo dell’esistenza, ma che si dimentichi in fretta di quale sia il prezzo di questo legiferare: noi stessi. In realtà, più che di una vittoria sul male, si tratta della resa di se stessi, di creature, che non facendosi da sé, quando la vita appare insopportabile, non potendola cambiare, decidono di togliersela di dosso.

Credo che occorra invece compiere una vera e propria rivoluzione che si ispiri al bisogno di riconoscere la vulnerabilità dell’uomo, senza assimilarla ad una esistenza moritura e priva di significato. Essere vulnerabili significa scoprirsi bisognosi, mendicanti. E quindi desiderosi di eredità. Se si è al mondo smarriti, caduti, gettati senza preavviso, scardinati da una volontà che non può scegliere di progettarsi perché già fallace in principio, si è comunque sulla scena del mondo come eredi di una testimonianza. Si potrebbe forgiare una nuova ermeneutica dell’uomo attraverso le parole eredità, testimonianza, filiazione. Trovarsi sulla scena del mondo significa accettare di restarvi come eredi di un testimone. Quindi come figli. L’eredità presuppone un rapporto di filiazione; questo implica il riconoscersi figli che nutrono un bisogno: quello di un Padre che ridia senso all’esistenza, alla finitudine e all’estrema possibilità della morte.

Citando Omero, che in questo caso si riferisce a Telemaco, si potrebbe dire che “se gli uomini potessero scegliere da soli ogni cosa, per prima cosa vorrebbero il ritorno del padre, Odisseo”.

Il bisogno del padre coincide con il riscoprirsi figli. Credo che questa consapevolezza oggi venga ampiamente e abilmente fraintesa, a vantaggio di una antropologia del distacco e del fatalismo. Le rotture apportate al legame di filiazione dalla cultura relativista e nichilista hanno prodotto un uomo facile, utilizzabile, un corpo precario e vuoto. E soprattutto lo hanno autorizzato per mancanza di alternative, a rendersi unico artefice della propria esistenza. Si potrebbe rivoluzionare questa impostazione fallace puntando sulla forza rigenerante del rapporto di filiazione e nel potere salvifico della figura del padre.

Secondo una prospettiva razionale e lucidamente decadente, possiamo affermare che l’uomo è ciò che diviene, nel limite dell’estrema possibilità che è la morte, e che questa talvolta è persino realizzata (con l’eutanasia), cosi che finalmente l’esistenza torni a se stessa, essendosi con la morte paradossalmente sottratta al proprio limite invalicabile.

Secondo una prospettiva di fede, al contrario, si assiste ad un ribaltamento totale : l’uomo diventa cio‘ che è. Accetta che all’inizio della sua vita ci sia il disegno di un Altro, che non è iscritto nel campo dell’esperienza umana, ma attinge nell’eternità, nel cuore stesso di Dio.

Il disegno della vita di ognuno è un disegno a quattro mani, due dell’uomo che operano nell’esistenza concreta e due di Dio, che agisce dall’alto come guida invisibile.

Si crea il problema della duplice paternità della vita, l’uomo come soggetto attivo e come oggetto nelle mani di un altro. Progetto stabilito dalle mani di Dio e libertà creatrice dell’uomo; una doppiezza che crea una spaccatura tra finito e infinto e una tensione alla nostalgia del trascendente. Un divario tra uomo e dio, tra tempo ed eternità che, se accolto positivamente e cristianamente, contribuisce ad acuire il desiderio della patria futura, invece che affliggerlo.

Il dolore rappresenta il limite invalicabile per eccellenza, una realtà ineludibile. Nonostante ciò, può essere accettato solo se orientato cristianamente, ovvero, se ad avvicinarlo non sono gli strumenti che attingono alla logica umana, fragilissima, ma le ragioni stabilite dal rapporto di vulnerabilità-filiazione-parola di Dio.

“Dio non si è fatto uomo per eliminare il dolore ma per colmarlo della sua presenza”( S. Agostino).

“ Verrà il mattino, ma è ancora la notte…… la speranza dell’alba non toglie nulla al buio della notte“ (Isaia).

 

Una testimonianza in questo senso ce la fornisce anche Paul Claudel (poeta e drammaturgo francese del secolo scorso) in L’annuncio a Maria ,un dramma scritto dopo la sua conversione al cattolicesimo. Un vecchio contadino di ritorno dalla terra santa, trova la figlia moribonda per aver contratto a lebbra. E allora esclama: ”Forse che il fine della vita è di vivere? Forse che i figli di Dio resteranno con fermi piedi su questa miserabile terra? Non vivere ma morire, e non disgrossar la croce ma salirvi e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna…. Che vale la vita se non per esser data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?”. Forse la mancanza di fede può rendere assurda la comprensione di queste parole; ma anche attraverso una lettura più “laica”, è possibile arrivare ad attribuire loro uno spessore granitico. Basta pensare alla reciprocità di dare – avere. Il dare la vita si realizza nei piccoli gesti, come quelli tra due persone in un rapporto di amicizia, o nell’amore tra un uomo e una donna, che davvero rinuncerebbero ognuno a sé per il bene dell’altro. In questo aggancio, i sentimenti sono sublimati in un atto di volontà, che a sua volta rimanda ad un Altro che ispira e suggerisce la ricerca della salvezza del proprio amato/a. La vita può essere data solo a chi è in grado di salvarla e di rendercela redenta, nella sua ineludibile delicatezza e finitezza.

La figura di Gesù, nella sua umanità, è l’emblema di questa ultima oblazione. Gesù, l’incarnazione di Dio in un uomo. Un Dio che si inumana con tutti i limiti del caso e che cosi facendo, si rende offerta ultima e completamente gratuita. E’ più difficile accettare l’umanità di un dio, piuttosto che esaltare la divinità dell’uomo. In quest’ultimo caso infatti, l’esaltazione della potenza dell’uomo trova immediatamente una conferma. Ma in un dio che si fa uomo invece, si legge solo una forma di decadenza e di depressione. Ma allora perché Gesù avrebbe accettato di vestire in panni dell’uomo? Solo per la volontà di divinizzarlo, per trasformarne la naturale limitatezza in una promessa di resurrezione.

Rinunciare alla vita a vantaggio di una buona morte significa allora rinunciare ad un diritto fondamentale; lasciarsi intossicare dai proclami e dalle norme che si vorrebbero costruire attorno all’uso dell’esistenza è una forma di arretratezza, più che un segno di civiltà. La pietà ha il diritto di precedenza sulle soluzioni legislative. La pietà, la compassione, la disponibilità di qualcuno che patisca con chi soffre, in modo che la morte si compia e non sia una liquidazione dal mondo.

Concludo con una preghiera di Rilke:

“Dà, o Signore, a ciascuno la sua morte

La morte che fiorì da quella vita

In cui ciascuno di noi amo’, penso’ e sofferse”

 

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