San Giovanni Paolo II e la crisi dell’Occidente

Un articolo dello scrittore, amico e biografo di San Giovanni Paolo II pubblicato su Catholic World Report. Eccolo nella mia traduzione. 


Nel febbraio 1968 il cardinale Karol Wojtyła scrive a padre Henri de Lubac, SJ, su un progetto in cui il cardinale è impegnato: una spiegazione filosofica dell’unicità e della nobiltà della persona umana. L’idea dell’umano, suggeriva Wojtyla, veniva degradata, addirittura polverizzata, da ideologie che negavano le profonde verità costruite dentro di noi. La risposta non poteva essere “polemiche sterili”. Piuttosto, la Chiesa avrebbe dovuto controproporre una visione più alta, più convincente, del “mistero inviolabile della persona”.

Quel progetto è diventato alla fine l’opera filosofica più importante di Wojtyla, Person and Act. E mentre il suo obiettivo immediato era la “disintegrazione” comunista della nostra umanità, Wojtyla probabilmente intuì che altre forze disintegranti nella cultura occidentale avrebbero potuto rivelarsi ancora più minacciose, nel tempo, per “il mistero inviolabile” che è ogni persona umana.

Quel tempo è adesso. Perché il 15 giugno la Corte suprema degli Stati Uniti ha decretato che è un atto illegale di discriminazione in determinate circostanze invocare quella che era, fino a poco tempo fa, l’idea universale della persona umana, espressa biblicamente in Genesi 1,28: “…maschio e femmina li creò”. L’autore dell’opinione maggioritaria della Corte nella causa Bostock contro Clayton County, il giudice Neil Gorsuch, ha sostenuto che la sua sentenza riguardava solo le pratiche occupazionali che coinvolgono persone dello stesso sesso e coloro che si considerano “transessuali”. In realtà, la Corte ha martellato un’idea degradata, polverizzata e, sì, disintegrante della persona umana nel profondo delle fondamenta della legge americana sui diritti civili.

Secondo questa idea, ognuno di noi è quello che dice di essere, punto. La volontà è la misura della realtà umana e la realtà biologica non ha importanza. Così, come hanno sottolineato David Crawford, Michael Hanby e Margaret Harper McCarthy sul Wall Street Journal, la decisione della Corte significa che “siamo tutti transessuali ora, anche se sesso e ‘identità di genere’ coincidono nella stragrande maggioranza dei casi”. E, come sempre, il distacco dalla realtà ha delle conseguenze. Infatti, come ha notato Mary Eberstadt, la cittadinanza stessa è sovvertita quando gli americani sono costretti, socialmente e in alcuni casi legalmente, ad “assentire le menzogne”.

I soliti sospetti hanno rallegrato la presunta difesa della libertà di Bostock. Ma che tipo di “libertà” è questa? Non è certo una libertà matura, legata alla verità e ordinata alla bontà. È più che altro la pseudo-libertà di un bambino di due anni che immagina che la sua volontà sia suprema: voglio quella cosa, e la voglio ora. Una volta si pensava che la volontà infantile fosse qualcosa che i genitori e gli educatori dovevano aiutare i bambini a superare, per il bene dei bambini e della società. Bostock, al contrario, insiste sul fatto che le forme più estreme (e spesso profondamente disturbate) di intenzionalità sono i legittimi esercizi di libertà tutelati dalla legge sui diritti civili del 1964.

In Il prossimo Papa: L’Ufficio di Pietro e una Chiesa in missione, pubblicato all’inizio di questo mese dalla Ignatius Press, faccio notare un fatto storico istruttivo. I papi moderni, da Leone XIII a Francesco, sono stati uomini di diversa estrazione, formazione intellettuale ed esperienza di vita. Eppure, tutti hanno insegnato che la crisi contemporanea della civiltà occidentale, che si è manifestata per la prima volta in modo letale nella prima guerra mondiale e che da allora si è intensificata, è fondamentalmente una crisi dell’idea della persona umana. Chi siamo noi? Come dovremmo relazionarci con gli altri della nostra specie? Qual è il nostro destino? Quando una cultura sbaglia le risposte a queste domande, c’è l’inferno da pagare – e in questa vita.

Come Wojtyła ha suggerito a de Lubac, la risposta della Chiesa a questa crisi non può essere la “sterile polemica” cui troppo spesso indulgono gli ultra tradizionalisti cattolici e i progressisti cattolici woke. La risposta della Chiesa deve essere quella del Concilio Vaticano II: “Cristo Signore….rivela pienamente l’uomo a se stesso e porta alla luce la sua altissima vocazione”. Cristo predicatore delle Beatitudini, Cristo Buon Pastore, Cristo assetato della fede della Samaritana, Cristo crocifisso e risuscitato dalla morte a una forma sovrabbondante di vita umana – è qui che incontriamo il vero, pienamente umano. Questa è la verità di chi siamo e di quale sia il nostro destino.

Tutta la Chiesa deve portare testimonianza a queste verità. Perché in un Occidente che muore per l’incoerenza che genera sia la coercizione che la piaga delle politiche identitarie, queste verità sono un sostegno culturale per la vita di oggi e una fonte di rinnovamento per il futuro. Essendo incessantemente centrato su Cristo nella sua predicazione, il prossimo Papa può dare a tutti noi il potere di salvare l’idea dell’umano proclamando il Signore crocifisso e risorto, l’incarnazione dell’amore che dona se stesso, come vera immagine dell’umanità e della sua libertà.




Un monaco benedettino commenta L’Opzione Benedetto di Rod Dreher

Dom Giulio Meiattini è monaco benedettino presso l’abbazia della Madonna della Scala di Noci (Ba). E’ professore di teologia al Pontificio ateneo Sant’Anselmo, un’istituzione universitaria cattolica con sede a Roma, dipendente dalla Santa Sede. In questo articolo commenta l’opera più famosa di Rod Dreher, L’Opzione Benedetto.

Rod Dreher, scrittore

Rod Dreher, scrittore

 

di Giulio Meiattini

 

Rod Dreher. La sua Benedict option, “opzione Benedetto”, vuole indicare una strada per i cristiani di ogni confessione (con un sapore ecumenico) nella presente congiuntura di crisi della civiltà occidentale e di scristianizzazione avanzata. Dopo aver lanciato questa proposta in alcuni articoli e interviste già anni fa, all’inizio del 2017 è uscito il suo libro L’opzione Benedetto. Il volume ha suscitato molto interesse, discussioni e anche critiche accese[1].

La proposta di Dreher ha qualche antecedente preparatorio, a cui egli si collega. Nel 1981 in un famoso libro intitolato Dopo la virtù, il filosofo americano Alasdair MacIntyre scriveva nell’ultima pagina:

 

«Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e oscurità. Se la mia interpretazione della nostra situazione morale è esatta, dovremmo concludere che da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta. Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita intellettuale e morale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. (…) Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno già governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costruire parte della nostra difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro san Benedetto, senza dubbio molto diverso»[2].

Nel 1969 il lungimirante teologo J. Ratzinger aveva espresso con anticipo sorprendente un’opinione simile, con queste parole:

«Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica. A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico, ma la Chiesa della fede»[3].

E’ a questo retroterra che si riallaccia la proposta di Dreher, che qui non è possibile esaminare con la precisione che meriterebbe, ma solo in modo molto approssimativo. L’autore parte da un’analisi della società americana (ma noi potremmo aggiungere anche quella europea), che mostra l’interna contraddizione delle sue basi originarie: un’antropologia liberale fondata sui diritti umani, sta ormai sfociando in una concezione arbitraria della libertà umana, che avrebbe la possibilità di autodeterminarsi senza limiti, quanto al senso dell’universo, della vita, del proprio corpo, del proprio genere. Dal liberismo economico e dal liberalismo politico al libertinismo morale (di cui la rivoluzione sessuale è l’ultimo approdo).

In questa situazione per l’autore non è pensabile che i cristiani possano operare come forza influente sul piano politico o istituzionale. La storia politica americana (come quella della nostra Europa, d’altra parte) mostra la non incidenza dei pochissimi politici autenticamente cristiani e soprattutto l’incoerenza dei molti che si dicono tali. Davanti alla decadenza culturale e sociale che si sta profilando, lo stesso mondo dei credenti appare confuso e infiltrato da questa mentalità liberal. Commentando una frase di Philip Rieff – “L’uomo religioso nasceva per essere salvato. L’uomo psicologico nasce per essere contento” – Dreher cosi descrive questo humus culturale:

“Oggi molti cristiani sono in realtà adepti del DMT, Deismo moralistico terapeutico: si tratta di essere gentili con tutti, come chiedono tutte le religioni, di sentirsi bene con se stessi ed essere felici, e alla fine Dio ci accoglierà tutti in Cielo. Non c’è alcuna comprensione del fatto che la vita cristiana richiede sofferenza e sacrificio. La gente oggi va in chiesa come si va all’ospedale, in cerca di una guarigione. Ma la maggioranza chiede solo di essere liberata dalla sofferenza. Accettano una pillola o un’iniezione che tolgono il dolore, ma non guariscono. La vera guarigione richiede una chirurgia spirituale che è dolorosa, ma che dà per risultato l’autentica guarigione” (…)

“Ho scritto un libro intitolato Come Dante può salvarvi la vita, perché Dio ha usato la Divina Commedia per farmi scoprire i miei peccati e pentirmene. Nessuno arriva in Paradiso senza passare attraverso l’Inferno e il Purgatorio, questa è una grande verità. Oggi troppi cristiani desiderano e offrono il Paradiso senza Inferno e Purgatorio, e non funziona. Penso che questo cristianesimo “fake” non durerà: il cristianesimo senza la croce è falso. L’uomo di oggi non vuole la croce: questa è la differenza fra l’uomo psicologico e l’uomo religioso”[4].

L’opzione Benedetto, consiste per Dreher in una “ritirata strategica”, simile a quella che Benedetto da Norcia compì dando vita a delle comunità in cui la vita, in ogni suo aspetto, aderisse al vangelo e lo rispecchiasse. E’ grazie a queste piccole comunità, disseminate sul territorio, che l’Europa ha potuto lentamente rinascere, attraverso la tessitura culturale, etica, religiosa dei micro-legami sociali. Benedetto non ha cercato di formulare un progetto grandioso di rinascita della civiltà, ma ha permesso questo risultato mirando a qualcosa di più elementare e fondamentale: creare comunità di veri credenti, preoccupati esclusivamente di vivere il vangelo e di assomigliare a Cristo. Si tratterebbe, secondo l’analogia usata all’inizio del libro, di approntare un arca mentre si vanno addensando le nubi di un futuro diluvio. Perciò, cristiani di oggi non dovrebbero tanto preoccuparsi di influire direttamente sul piano politico o macroeconomico, non ne hanno la forza, non esistono le condizioni. La ritirata strategica significa rinunciare oggi a mietere, e mettere al sicuro il seme per tempi più propizi, difendere e garantire l’identità cristiana promuovendo una sorta di “contro-cultura” (V. Havel) che protegga il cristianesimo attraverso la creazione di ambienti in qualche misura distinti dal resto della società.

Mi guardo intorno, e dappertutto nel mio paese di solito si nota molta poca differenza fra i cristiani e gli altri. Anche le scienze sociali dicono la stessa cosa: il cristianesimo sta crollando fra le giovani generazioni, e i ragazzi che continuano a dirsi cristiani credono cose che non sono ortodosse. Quando parlo coi docenti di università cattoliche e protestanti, mi dicono che i loro studenti non sanno quasi nulla del cristianesimo. Questo è certamente colpa della catechesi scadente, ma ancora di più è colpa della cultura cristiana indistinta di oggi. Non abbiamo la garanzia che l’edificazione di piccole comunità cristiane impegnate salverà la fede delle giovani generazioni, ma cosa altro possiamo fare?”[5]

L’opzione Benedetto si è attirata diverse critiche. La Civiltà Cattolica, chiaramente aderente al modello bergogliano della “Chiesa in uscita”, non poteva certo apprezzare questa “ritirata strategica” e ha accusato Dreher, niente di meno, che di elitarismo “donatista”[6]. Una reazione che ci permette di vedere chiaramente che quello che l’opzione Benedetto va a toccare è un punto vitale nella visione dei rapporti Chiesa-mondo. L’opzione Benedetto si sta rivelando perciò un’occasione “apocalittica”, nel senso etimologico del termine, cioè rivelativa delle tensioni e le crepe profonde che in questo momento di trapasso epocale attraversano la Chiesa.

Anche altri recensori, meno prevenuti e più imparziali, hanno rilevato alcuni rischi del libro: quello di un certo fondamentalismo o di accentuare troppo l’impermeabilità del cristianesimo verso il resto del mondo (l’America conosce bene questo tipo di cristianesimo mennonita o amish). Tuttavia Dreher si è difeso da queste accuse spiegando che non intende promuovere un estraniamento o una clausura ecclesiale rispetto al mondo, verso il quale deve rimanere comunque una comunicazione virtuosa. E a me sembra che alcune pagine del suo libro gli diano ragione [7].

E’ probabile, come sostengono alcuni lettori, che l’opzione Benedetto abbia bisogno di definirsi ancora meglio. D’altra parte lo stesso Dreher ha dichiarato che egli avrebbe voluto attendere ancora del tempo prima di pubblicare il volume, che doveva essere molto più lungo e circostanziato, ma che l’editore lo ha pressato a congedarlo prima del previsto.

 

 

[1] Dopo la traduzione francese è da poco apparsa quella italiana: L’opzione Benedetto. Una strategia per cristiani in una nazione post-cristiana, San Paolo, Cinisello Balsamo 2018.

[2] A. McIntyre, Dopo la virtù, Feltrinelli, Milano 1988, 313.

[3] J. Ratzinger, Fede e futuro, Queriniana, Brescia 1984.

[4] R. Casadei, L’Opzione Benedetto spiegata dal suo autore. Intervista a Rod Dreher, in Tempi del 10 luglio 2017 (in: https://www.tempi.it/lopzione-benedetto-spiegata-dal-suo-autore-intervista-a-rod-dreher/).

[5] Ivi.

[6] A. Gonçalves Lind, Qual è il compito dei cristiani nella società di oggi? “Opzione Benedetto” ed eresia donatista, in La Civiltà Cattolica 169 (2/2018) 105-115.

[7] Cf. L’opzione Benedetto, cit., 197-206; 261ss. Anche se si potrebbero distribuire meglio certi accenti.

 

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“la povertà vera di oggi, è quella di un mondo senza Dio! Parlateci di Lui, pastori, ci renderete davvero ricchi”

veglia di preghiera

di Francesco Agnoli

E’ stato papa Francesco di ritorno dal suo viaggio in Africa a dichiarare che le critiche possono essere benvenute, se sono fatte per amore della Chiesa. Ha detto tra l’altro: “Le critiche aiutano e quando uno riceve una critica, subito deve fare autocritica. Io sempre delle critiche vedo i vantaggi. Delle volte ti arrabbi, ma i vantaggi ci sono”.

Nella medesima occasione ha raccontato un interessante aneddoto: “è stato il popolo di Dio a salvare dagli scismi. Gli scismatici sempre hanno una cosa in comune: si staccano dal popolo, dalla fede del popolo di Dio. E quando nel Concilio di Efeso c’era la discussione sulla maternità divina di Maria, il popolo – questo è storico – era all’entrata della cattedrale quando i vescovi entravano per fare il concilio. Erano lì con dei bastoni. Li facevano vedere ai vescovi e gridavano “Madre di Dio! Madre di Dio!”, come per dire: se non fate questo vi aspettano… Il popolo di Dio sempre aggiusta e aiuta”.

Ecco le tante persone semplici, del popolo di Dio, che si stanno organizzando per una preghiera pubblica, il 5 ottobre, alle ore 14.30, in largo Giovanni XXIII a Roma (vedi qui), hanno proprio questo spirito di critica costruttiva: rendere pubblico, senza bastoni, ma con un “semplice rosario”, il loro scoramento, la loro confusione, la loro paura… La barca di Pietro barcolla, “sembra quasi affondata”, come ha dichiarato recentemente Benedetto XVI, e il fatto che si parli spesso, anche pubblicamente, di scisma, lo dimostra.

Alla gente comune lo scisma fa paura, perché è sinonimo di lacerazione, di divisione, di confusione. All’epoca di Lutero l’Europa si divise religiosamente, e da qui sorsero tanti mali, guerre comprese. Da una parte il monaco eretico, violento, quasi selvaggio, precursore del nazionalismo germanico, ma dall’altra la corruzione di tanti uomini di Chiesa, soprattutto della gerarchia, papi compresi. Fu un papa avverso a Lutero, alle sue eresie e al suo “libertinaggio”, papa Adriano VI, a riconoscere che “in questa santa sede alcuni anni fa accaddero cose abominevoli, abusi nel campo spirituale, eccessi nel comandare e alterazione e perversione di tutto… Tutti noi, vale a dire prelati ed ecclesiastici, ci siamo allontanati dal retto cammmino”, generendo così grande corruzione “a tutti gli inferiori” (Federico Rossi di Marignano, Martin Lutero e Caterina von Bora, Ancora, Milano, 2013, p. 229).

Non era la prima volta che succedeva. Anche in un passato più lontano, all’epoca dell’eresia ariana, la gerarchia aveva tradito Cristo, ad eccezione di un vescovo, Atanasio, e dei fedeli laici. A quel tempo, scriveva il cardinale beato J. Henry Newman, “la tradizione divina, affidata alla Chiesa infallibile, fu proclamata e mantenuta molto più dai fedeli che dall’episcopato”, “molto più dalla Ecclesia docta che dalla Ecclesia docens”, al punto che “la totalità dell’episcopato come corpo non è stata fedele al suo ministero, mentre il laicato nel complesso è rimasto fedele alla sua grazia battesimale” (Citato in AAVV, “Chiesa cattolica dove vai?” (Fede & Cultura, verona, 2018).

Anche oggi sembra a molte persone del popolo che stia accadendo qualcosa di “cattivo”. Per fare un solo esempio vi sono cardinali potenti, come Theodore Edgar McCarrick, colpevoli di abusi sessuali, altri, come Donald Wuerl, costretti ad abbandonare la loro diocesi perché travolti dagli scandali… eppure i loro “amici” e collaboratori (Blase Joseph Cupich, Joseph William Tobin, Kevin Joseph Farrell) sono stati nominati cardinali e ne approfittano per gettare confusione, per modificare la dottrina cattolica sulla sessualità. Un altro esempio? Si distrugge sistematicamente il Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia , e nessuno risponde alle legittime richieste di spiegazione che vengono da centinaia di docenti universitari cattolici nel mondo.

E’ allora chiaro che è gunto il momento che il popolo di Dio faccia come ai tempi di Ario e Atanasio, come quei fedeli laici che gridavano “madre di Dio! Madre di Dio!” a pastori che avevano smarrito la via. Con la nostra preghiera, il 5 ottobre, diremo soprattutto una cosa:

la povertà vera di oggi, è quella di un mondo senza Dio! Parlateci di Lui, pastori, ci renderete davvero ricchi. E lasciate la sociologia, la politica, l’economia, a chi se ne deve occupare. A chi se ne intende di più. E’ di Dio che il mondo ha bisogno. Con Lui si può fare tutto, senza di Lui, nulla. Parafrasando Nanni Moretti: dite qualcosa di cattolico: parlateci di Dio, della Madonna, dei santi… ”!

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L’Arcivescovo Fulton Sheen profetizzò su questi tempi presenti?

Joseph Pronechen, in questo suo articolo pubblicato sul National Catholic Register, ci ricorda quanto l’arcivescovo Fulton Sheen sia stato profetico nei suoi sermoni. Quello che disse 70 anni sembra sia stato detto proprio per i nostri giorni.

L’articolo è stato tradotto da Riccardo Zenobi.

 

L'Arciv. Fulton Sheen e Papa San Giovanni Paolo II si abbracciano con affetto

L’Arciv. Fulton Sheen e Papa San Giovanni Paolo II si abbracciano con grande affetto

 

“L’unica via d’uscita è spirituale…il tempo è più vicino di quanto pensiate”

L’arcivescovo Fulton Sheen ha profetizzato per questi tempi?

In una conversazione di 72 anni fa, il vescovo Fulton Sheen sembrava tanto un visionario quanto un profeta del passato.

“Siamo alla fine della cristianità”, disse durante una conversazione nel 1947. Chiarendo che non si riferiva al cristianesimo o alla Chiesa, disse “la cristianità è la vita economica, politica, sociale ispirata dai principi cristiani. Questa sta finendo – la vedremo morire. Guardate ai sintomi: la rottura della famiglia, divorzio, aborto, immoralità, disonestà generalizzata”.

Profetico allora, aveva già preavvisato nella trasmissione radio del 26 gennaio 1947:

“Perché così pochi si accorgono della serietà della nostra crisi attuale?” chiese 72 anni fa. Diede la risposta: “In parte perché gli uomini non vogliono credere che i loro tempi siano malvagi, in parte perché ciò implica troppa autoaccusa, e principalmente perché non hanno standard di riferimento al di fuori di loro stessi attraverso i quali misurare i loro tempi…Solo coloro che vivono di fede sanno realmente cosa sta accadendo nel mondo. Le grandi masse senza fede non sono consapevoli del processo distruttivo che sta avvenendo”.

Certamente sembra un’istantanea del momento attuale. Per focalizzare il tutto, Sheen sottolinea che “i giorni in cui Sodoma fu distrutta, la Sacra Scrittura descrive il sole come brillante; il regno di Baldassare finì nelle tenebre; la gente vide Noè prepararsi per il diluvio 120 anni prima che avvenisse, ma gli uomini non credettero. Nel mezzo di un’apparente prosperità, unità del mondo, il decreto per gli angeli procede ma le masse continuano nelle loro sordide routine. Come disse Nostro Signore: Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo. (Matteo 24; 38-39)”.

Sheen si domanda se siamo appena consapevoli dei segni dei tempi perché “i principi basilari del mondo moderno si dissolvono di fronte ai nostri occhi” venendo rimpiazzati dagli assunti che l’uomo ha (1) “nessuna altra funzione nella vita che produrre e acquisire ricchezza”, (2) l’idea che l’uomo è naturalmente buono e “non ha bisogno di un Dio che gli dia diritti, o un redentore che lo salvi dalla colpa, perché il progresso è automatico grazie all’educazione scientifica e all’evoluzione, che un giorno renderà l’uomo una sorta di dio”, e (3) l’idea che la ragione non è fatta per scoprire “il senso e il fine della vita, ossia la salvezza dell’anima, ma solo per escogitare nuovi avanzamenti tecnici per fare su questa terra una città dell’uomo che prenda il posto della città di Dio”.

La tecnologia non sta avanzando enormemente, chiedendo l’obbedienza di gran parte della popolazione?

Sheen sottolinea che i segni dei tempi mostrano che siamo “alla fine di una era di civilizzazione non religiosa, che guardava alla religione come ad un’aggiunta alla vita, un pio extra, una costruttrice di morale per l’individuo ma di nessuna rilevanza sociale, un’ambulanza che si prende cura dei relitti dell’ordine sociale finché la scienza non avrà raggiunto un punto in cui non ci saranno relitti; che chiamerà Dio solo come un difensore di idee nazionali, o un partner silente…ma che non ha nulla da dire su come gli affari debbono essere condotti”.

A quel punto il grande vescovo disse qualcosa che sulle prime sembra scioccante se guardiamo all’oggi: “La nuova era nella quale stiamo entrando è ciò che può essere chiamata la fase religiosa della storia umana”.

Ma disse subito che questo non significava che gli uomini “torneranno a Dio”. Piuttosto, passeranno dall’indifferenza all’avere una passione per “un assoluto”. La lotta sarà “per le anime degli uomini…Il conflitto del futuro è tra l’assoluto che è il Dio-uomo e l’assoluto che è l’uomo dio; il Dio che divenne uomo e l’uomo che fa sé stesso Dio; fratelli in Cristo e compagni nell’anti-Cristo”.

Sheen prosegue nel descrivere l’anti-Cristo, cosa che lasceremo per un’altra volta, oltre a dire “la sua religione sarà la fraternità senza la paternità di Dio, e imbroglierà anche gli eletti”.

Il santo vescovo introduce anche il Comunismo, che ebbe luogo in ciò che accadde all’epoca e oltre, come ancora oggi vediamo. Ricordiamo ciò che Nostra Signora di Fatima disse sulla Russia che diffonderà i suoi errori (Comunismo) se il mondo non porrà attenzione alle direttive di Nostra Signora.

 

Continuando con i nostri tempi

 

Il lungimirante Sheen ricordò, “Dio non permetterà all’ingiustizia di diventare eterna. Rivoluzioni, disintegrazioni, caos, devono ricordare che il nostro modo di pensare è stato sbagliato, i nostri sogni sono stati empi. La verità morale è vendicata dalle rovine che seguono quando è stata ripudiata. Il caos dei nostri tempi è il più forte argomento negativo che ma possa essere avanzato per il cristianesimo…La disintegrazione che segue l’abbandono di Dio diventa così un trionfo di significato, una riaffermazione del fine…L’avversità è l’espressione della condanna divina del male, il registro del Giudizio Divino…Le catastrofi rivelano che il male si auto-sconfigge; non possiamo abbandonare Dio senza farci del male”.

Sheen diede un’altra ragione per cui una crisi deve venire – “prevenire una falsa identificazione della Chiesa e del mondo”. Nostro Signore volle che i suoi seguaci fossero differenti da coloro che non lo sono: vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. (Giovanni 15, 19).

Anche in quei giorni del 1947 Sheen vide “mediocrità e compromesso caratterizzare le vita di molti cristiani. Molti leggono gli stessi romanzi come moderni pagani, educano i loro figli senza Dio, ascoltano gli stessi commentatori che non hanno altri standard che giudicare l’oggi dal ieri e il domani dall’oggi, permettono a pratiche pagane come il divorzio e il risposarsi di insinuarsi nella famiglia; ci sono carenze, presunti leader operai cattolici che raccomandano comunisti per il Congresso, o scrittori cattolici che accettano presidenze in organizzazioni dichiaratamente comuniste per instillare idee totalitarie nei film. Non c’è più il conflitto e l’opposizione che si suppone ci caratterizzi. Stiamo influenzando il mondo meno di quanto il mondo ci influenzi. Non c’è separazione”.

Citò san Paolo rivolto ai Corinzi “Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l’iniquità? Quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar?”

Sheen rispecchiò perfettamente i titoli dei media del 2018-19 quando si tratta di persone che lottano per la fede, per la vita, per il matrimonio. “Il male verrà a rigettarci, a disprezzarci, a odiarci, a perseguitarci, e allora dobbiamo definire la nostra lealtà, affermare la nostra fedeltà e mettere in chiaro da quale parte stiamo. Come si manifestano gli alberi forti e deboli finché non soffia il vento? La nostra quantità certo diminuirà, ma la nostra qualità aumenterà. Allora si verificheranno le parole del Nostro Maestro: chi non raccoglie con me, disperde” (Matteo 12, 30).

 

Guardando all’orizzonte

 

Già nel 1947 Sheen vide “l’arrivo del Giorno della Bestia, quando non vi sarà compravendita a meno che gli uomini non abbiano il segno della Bestia che divora i figli della Madre delle Madri”.

I buon vescovo notò – ricordiamo che era il 1947 – “Con la disintegrazione della famiglia con un divorzio ogni due matrimoni in 35 maggiori città degli Stati Uniti, con 5 divorzi ogni 6 matrimoni a Los Angeles – non si può negare che qualcosa sia scattato…Chiunque abbia qualcosa a che fare con Dio oggi viene odiato, sia che la sua vocazione sia di annunciare il Suo Divin Figlio, Gesù Cristo, o di essere ebreo, o di seguirLo come Cristiano”.

Ciò che Sheen avrebbe detto oggi dato che siamo deteriorati molto oltre ciò che già vide:

“Ogni tanto nella storia al diavolo viene  data una lunga corda, per cui non dobbiamo mai dimenticare che Nostro Signore disse a Giuda e ai suoi accoliti: Questa è la vostra ora. Dio ha il Suo giorno, ma il male ha la sua ora in cui il pastore viene colpito e il gregge disperso”.

Ciononostante Sheen non teme per la Chiesa ma per il mondo nel parlare dell’”emergere dell’anti-Cristo contro Cristo”.

“Tremiamo non perché Dio possa essere detronizzato, ma che la barbarie possa regnare; non è la Transustanziazione che può morire, ma la casa; non i sacramenti che svaniscono, ma la legge morale. La Chiesa non può avere parole per la donna gemente diverse da quelle di Cristo sulla via del Calvario: non piangete per me, ma piangete perr voi stesse e per i vostri figli.” (Luca 23, 28)

Lungo i secoli la Chiesa ebbe i suoi Venerdì Santi, ci ricorda, ma c’è sempre la Domenica di Pasqua “perché Gesù promise che le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28, 20)

Per quanto le cose possano essere squallide, non c’è stato mai “un argomento così forte per il bisogno del Cristianesimo, poiché gli uomini stanno scoprendo che la loro miseria e i loro dolori, le loro guerre e le loro rivoluzioni aumentano in proporzione diretta al loro rifiuto del Cristianesimo. Il male si auto-sconfigge; solo il bene si auto-preserva”.

 

Raccomandazioni profetiche

 

Come i profeti del passato, Sheen fu saldo nella speranza, dando raccomandazioni pratiche vere oggi come lo furono nel 1947.

Per prima cosa, i cristiani “devono capire che un momento di cisi non è un momento di disperazione, ma di opportunità. Più possiamo anticipare il destino, più possiamo evitarlo. Quando avremo compreso che siamo sotto l’Ira Divina, saremo candidati per la Misericordia Divina. Fu per la carestia che il figliol prodigo disse: ‘mi alzerò, e tornerò da mio padre’. La disciplina divina crea speranza. Il buon ladrone arrivò a Dio tramite la crocefissione. Il cristiano scopre una base per l’ottimismo nel peggior andazzo del pessimismo, perché la sua Pasqua è entro tre giorni dal Venerdì Santo”.

Sheen offrì anche questo grande incoraggiamento pieno di speranza: “Una delle sorprese del paradiso sarà vedere quanti santi sono stati fatti nel mezzo di caos, guerra e rivoluzione”. Indica la grande moltitudine di fronte al trono di Dio e identificata come “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello” (Apocalisse 7, 14).

C’è dell’altro per spronarci, saldi nella speranza. Sheen ricorda che dopo che “Nostro Signore descrisse la catastrofe che sarebbe caduta su una civilizzazione moralmente disordinata…non disse “Temete”, ma quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (Luca 21, 28).

Sheen disse a tutti i cattolici, ebrei e protestanti “che il mondo sta servendo le vostre anime con una terribile chiamata – la chiamata a sforzi eroici alla spiritualizzazione. I cattolici devono accrescere la loro fede, appendere un crocefisso nelle loro case per ricordarsi che anche noi dobbiamo portare una croce, raccogliere la famiglia ogni sera per recitare il Rosario le cui preghiere possano essere tramite di intercessione per il mondo; andare alla Messa quotidiana in modo che lo spirito di amore e di sacrificio possa brillare nei nostri affari, nella nostra vita sociale e nei nostri doveri. Anime ancora più eroiche possono intraprendere l’Ora Santa quotidianamente, particolarmente in parrocchie coscienti dei bisogni di preghiere di riparazione e di supplica, conducendo tali devozioni nelle loro chiese”.

Sheen sprona tutti a pregare. “Le forze del male sono unite; le forze del bene divise. Possiamo non essere capaci di incontrarci nello stesso banco di chiesa – volesse Dio che lo facessimo – ma possiamo incontrarci sulle nostre ginocchia”.

 

 

Ulteriori necessità

 

 

Sheen aggiunse ordini per il nostro bene spirituale ed eterno. “Coloro che hanno la fede farebbero meglio a permanere nello stato di grazia e coloro che non l’hanno farebbero meglio a scoprire cosa significa, poiché nell’età ventura ci sarà una sola via per fermare le ginocchia vacillanti, e sarà di inginocchiarsi a pregare. Il più importante problema del mondo oggigiorno è la vostra anima, poiché la lotta è per essa”.

C’è una sola via d’uscita dalle condizioni caotiche, rivela il vescovo in questione. “L’unica via d’uscita da questa crisi è spirituale, perché il problema non è come manteniamo i nostri libri, ma come manteniamo le nostre anime. Il tempo è più vicino di quanto pensiate”.

Ci ha avvisati di rivolgerci a san Michele in preghiera. Un tempo recitavamo la preghiera di san Michele dopo ogni singola Messa fino agli anni ’60. Oggi, alcune diocesi stanno restaurando la pratica. Magari lo facessero tutte. Dobbiamo rivolgerci specialmente a Nostra Signora, consiglia Sheen, e poi pregare, “Come hai formato la Parola fatta carne nel Tuo grembo, formalo nei nostri cuori. Sii in mezzo a noi mentre lingue di fuoco scendono sui nostri cuori freddi e se fosse notte, allora vieni, o Signora Celeste, mostraci ancora una volta la Luce del Mondo nel cuore di un giorno”.

E lo farà. Come Lei disse a Fatima, alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà.

 

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“Il marxismo si è insinuato nella mentalità di tanti uomini di Chiesa così da indurli a modificare la dottrina della Chiesa”

In questi ultimi giorni sono accaduti alcuni fatti che sono degni di attenzione. Ci riferiamo all’iniziativa di fedeli di incontrarsi a Roma nei pressi di San Pietro per una preghiera pubblica per la Chiesa o all’intervista concessa da Papa Francesco sul volo di ritorno dal viaggio in Africa. Ho voluto approfondire questi temi con mons. Nicola Bux in questa intervista che propongo ai lettori del blog.

Bux è teologo, già consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede e della Congregazione delle cause dei Santi sotto i papati di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, consultore della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti e consultore dell’Ufficio delle celebrazinoi liturgichedel sommo pontefice. E’ stato anche docente a Gerusalemme, Roma e Bari.

 

Mons. Nicola Bux

Mons. Nicola Bux

 

Sabino Paciolla: Mons. Nicola Bux, abbiamo appreso di una iniziativa di fedeli che hanno deciso di incontrarsi a Roma il 5 ottobre prossimo nelle vicinanze di Piazza San Pietro (davanti a San Pietro, a fianco a Castel Sant’Angelo, largo Giovanni XXIII, ore 14.30) per recitare, cito alla lettera, una “preghiera pubblica per la Chiesa. E’ un gesto forte che risponde ad un sentire ormai comune: la Chiesa sta vivendo la sua Passione”. 

Perché secondo lei i fedeli hanno sentito l’esigenza di un gesto pubblico, senza bandiere, senza insegne e, soprattutto, perché si parla della Chiesa che sta vivendo la “sua Passione”?

Mons. Nicola Bux: Benedetto XVI non nascose che la Chiesa sta attraversando la crisi della fede: in che senso? È presa dal dilemma, tra la fede in Dio e quella nella praxis. Il filosofo polacco Stanislaw Grygiel ha osservato: “Alcuni teologi e pastori, accecati dall’efficacia delle scienze, trattano la teologia e la filosofia come se anch’esse fossero scienze. Sottomettono alla praxis pastorale il Logos, cercando furtivamente almeno di modificarlo, il che finisce con il trattarlo come se la Persona di Cristo fosse una delle opinioni e ipotesi che ieri erano in vigore, oggi invece non più.” E’ conseguenza della penetrazione nella Chiesa del principio marxista – “la praxis precede la verità e decide di essa” – che ha fatto da fondamento per i ragionamenti di tanti professori in America Latina. Si tratta di un “errore metafisico e antropologico” di cui non si sono accorti tanti studenti, sebbene conoscessero gli effetti nei paesi a regime comunista. Grygiel ne parlò con Karol Woityla che commentò: “Lo pagheranno caro, e noi purtroppo pagheremo con loro”. Queste parole si sono avverate. “Il marxismo si è insinuato nella mentalità degli intellettuali occidentali e di tanti uomini di Chiesa così da indurli nella loro prassi a modificare la dottrina della Chiesa, cioè la Persona di Cristo. La confusione che ne consegue costituisce il più grande pericolo per la Chiesa” (cfr K.Wojtyla, Segno di contraddizione, Esercizi spirituali a Paolo VI, 1976). In sintesi, è questa la ragione profonda dell’autoconvocazione di fedeli laici e anche di chierici a Roma, davanti a S. Pietro, il 5 ottobre prossimo. Bisogna supplicare il Signore affinché non faccia andare avanti l’autodemolizione della Chiesa cattolica.

 

Sabino Paciolla: Uno degli organizzatori scrive che è una “Passione protratta, che non data dal 2013, ma da ben prima, come dichiarato più volte dallo stesso Benedetto XVI. (…) Eppure Benedetto fungeva in qualche modo da diga (forse lo fa, in qualche maniera, ancora oggi): dopo le sue dimissioni, però, è arrivato il diluvio.”

Mons. Bux, secondo lei, di quale “diluvio” si tratterebbe?

Mons. Nicola Bux: Il diluvio del relativismo dottrinale e morale. Cosa dobbiamo fare? Proclamare sempre la verità, perché “La verità vi farà liberi”. Se non sei in grado, non devi mentire, che non significa tacere vilmente. Anche il silenzio è una testimonianza alla verità. Però, tacere quando si deve parlare è altrettanto vile menzogna, come lo è parlare quando si deve tacere (cfr Gregorio Magno, Omelie sui vangeli 17,3; PL 76 1139). Giovanni Paolo II non adoperava mai parole di compromesso quando difendeva la verità della persona. Dunque, l’errore a cui stiamo assistendo nella Chiesa, permette di staccare l’uomo dalla verità e incatenarlo alla praxis, la quale decide come l’uomo e le cose debbano essere. Ogni praxis che produce la verità si riduce alla politica. Nei documenti di papa Francesco si insiste sul cambio di paradigma. Che vuol dire? La verità è una relazione, non è il criterio della relazione, è dunque – in senso pieno – relativa; così, l’ottica prevalente è politica: si tratti di questioni politiche o ecclesiastiche, del Venezuela, dell’Ucraina o della Cina.

Dunque, non dovremmo mai opporre la fede alla ragione, né recidere il legame tra la dottrina e la vita. La pastorale non può essere in nessun caso sganciata dalla dogmatica. “Richiamare la connessione della fede con la verità è oggi più che mai necessario, proprio per la crisi di verità in cui viviamo” (Lumen Fidei, 25). Impariamo da san Tommaso, che possedette al massimo grado il coraggio della verità (cfr Fides et ratio 57-59).

 

Sabino Paciolla: Molti osservatori ritengono che questo “diluvio” sia dovuto ad una mancanza di chiarezza, alcuni parlano di una certa ambiguità, con un conseguente profluvio di confusione che suscita notevoli critiche provenienti soprattutto dal mondo anglosassone ma non solo. Arrivano anche, ad esempio, da alcuni alti e autorevoli prelati tedeschi come il card. Mueller o il card. Brandmueller. Lo stesso Jason Drew Horowitz, vaticanista del New York Times, nella conferenza stampa di ritorno dal viaggio in Africa di Papa Francesco, nel porgli la sua domanda ha parlato addirittura di “complotto contro di lei” da parte “di un settore della Chiesa americana”. Papa Francesco però, nel rispondergli, ha detto che per lui “Fare una critica senza voler sentire la risposta e senza fare il dialogo è non voler bene alla Chiesa”. Ma molti hanno osservato che proprio ad una “critica” molto rispettosa come i Dubia posti dai quattro cardinali al Papa non è mai arrivata una risposta. Cosa ne pensa della questione “dialogo” nella Chiesa odierna?

Mons. Nicola Bux: Non pochi hanno osservato ciò. Altri hanno evidenziato commissariamenti di Congregazioni religiose e ribaltamenti di Istituti teologici e accademici, tanto che alcune autorevoli personalità hanno parlato di “atti arbitrari delle autorità ecclesiastiche” e di un “abuso della libertà accademica”. Invece di favorire l’unità nel rispetto della pluralità dei carismi, si impone una linea di subalternità al pensiero modernista, ora al potere nelle strutture ecclesiastiche. Questo trasforma la Chiesa in un partito e non la fa vivere come corpo nella diversità delle sue membra, o come popolo nella varietà delle sensibilità spirituali e teologiche. Giovanni Paolo II – annota Grygiel – non ha mai fatto la politica: “Per lui essere sacerdote, vescovo e poi Pietro, significava incatenare ogni giorno la propria persona e quelle affidate al suo lavoro alla verità dell’uomo rivelata nella Persona di Cristo.” In tal modo “egli è stato uno dei più grandi politici cui sia stata data la capacità di cambiare il mondo”. Perché, “la verità antica e sempre nuova” è “che a dividere gli uomini non è la verità ma la menzogna […] Il timor Dei lo teneva al riparo dall’aggiungere (alla Parola del Maestro), qualcosa di sé. Cristo è da adorare non da modificare. Giovanni Paolo II non adeguava Cristo al mondo”. Le persone e le comunità – le famiglie, le nazioni e la Chiesa – “non sono da riformare. Queste realtà o rinascono o muoiono. Rinascono ritornando al Principio con cui Dio crea l’universo e l’uomo nella Parola che è suo Figlio”. Questo avviene con la conversione a questo primordiale atto di amore. Solo così si riapre il dialogo – parola altrimenti abusata, che porta a credere nella diplomazia, non nella fede, basato sulla compiacenza, sui compromessi e sulla doppiezza – il dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo, annichilito ma non distrutto. Questo avvia il processo della fede, intesa come immedesimazione nella presenza del Signore, sequela di Lui, esperienza viva del cambiamento dell’intelligenza e del cuore. Questa è la missione fondamentale della Chiesa – ha scritto Giovanni Paolo II – la sua identità profonda: “di tutte le epoche e, in modo particolare, della nostra, è di dirigere lo sguardo dell’uomo, di indirizzare la coscienza e l’esperienza di tutta l’umanità verso il mistero di Cristo, di aiutare tutti gli uomini ad avere familiarità con la profondità della redenzione, che avviene in Cristo Gesù” (Redemptoris Missio, 10). Altrimenti la Chiesa, come un mero organismo umano, si riduce ad una azienda burocratica, e non attualizza la santificazione del mondo.

 

Sabino Paciolla: Sempre il vaticanista Horowitz, nel porre la sua domanda ha chiesto a Papa Francesco: “Lei ha paura di uno scisma nella Chiesa americana? E se sì, c’è qualcosa che lei potrebbe fare – un dialogo – per evitarlo?”. Il pontefice ha risposto: “Io non ho paura degli scismi, prego perché non ce ne siano”. Molti però si sono chiesti se un pontefice possa “non aver paura” della sola ipotesi di uno scisma, cioè di uno degli eventi più traumatici della vita della Chiesa. Lei cosa ne pensa?

Mons. Nicola Bux: La Chiesa ha ricevuto dal Signore il mandato di evangelizzare tutte le genti: il vangelo è costituito dal deposito della fede e della verità rivelata, da custodire, approfondire ed esporre fedelmente. La Chiesa ha ricevuto pure dal Signore il compito di annunciare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e il giudizio su qualsiasi realtà umana, perché lo esigono i diritti fondamentali della persona umana e ancor più la salvezza delle anime.  Il Romano Pontefice o i Vescovi evangelizzano anche mediante costituzioni e decreti, con i quali devono esporre la dottrina e proscrivere gli errori (cfr CJC 754, cioè Codice di Diritto Canonico) – questo oggi non si fa ed è male – così tutti i membri della Chiesa, pastori e fedeli, non vengono aiutati – cosa a cui sono tenuti – ad evitare qualsiasi dottrina contraria all’unico deposito della fede. Infatti, il deposito della fede racchiude le verità divinamente rivelate, proposte sia dal magistero solenne della Chiesa – definizioni dogmatiche e concili – sia da quello ordinario e universale, ossia quello che è manifestato dalla comune adesione dei fedeli sotto la guida del sacro magistero.

Non può esistere quindi un magistero vivente del papa e dei vescovi che sia in contrasto con quello dei papi e dei vescovi predecessori; né un insegnamento di vescovi di una regione ecclesiastica che contraddica quello di altri in altre regioni (cfr CJC 750). Ciò premesso, i fedeli devono prestare alla dottrina non ancora definita circa la fede e i costumi, non un assenso di fede, ma un religioso assenso dell’intelletto e della volontà. Altrimenti si produce lo scisma, termine greco che sta a indicare la lacerazione del corpo ecclesiale di Gesù Cristo: è un delitto, un gravissimo peccato. Lo scisma è propriamente il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti (cfr CJC 751), presupponendo che il papa abbia esercitato il primato petrino di confermare nella fede e di evangelizzare le verità di Gesù Cristo.

Quando accade lo scisma? Quando i pastori o i fedeli hanno lasciato diffondere,  o qualcuno di essi ha diffuso, l’eresia – termine greco che indica la scelta o l’assolutizzazione di una verità o di un suo aspetto, in contrasto con altre  che si deve credere per fede divina e cattolica – oppure il dubbio ostinato su di essa. Ma può accadere anche l’apostasia, altro termine greco che indica l’allontanamento e il ripudio totale della fede cristiana. Scisma, eresia, apostasia, termini greci perché documentano quanto avvenuto alle origini del cristianesimo nel mondo greco-romano. Ai Padri tremavano le vene ai polsi, al solo pensiero che si producesse uno scisma.

Come può un pastore non avere paura? Va ricordato quanto afferma Giovanni Paolo II: “L’unità della Chiesa è ferita non solo dai cristiani che rifiutano o stravolgono le verità della fede, ma anche da quelli che misconoscono gli obblighi morali a cui li chiama il Vangelo” (Veritatis Splendor 26). Sebbene il papa possieda la plenitudo potestatis, neppure lui può dispensare dai comandamenti divini. Non possono esistere cose come un omicidio legittimo, un santo adulterio, un furto consentito o una pia menzogna. Nemmeno una intenzione buona è in grado di tirar fuori un’opera buona da un’azione cattiva. Qualcosa di cattivo non può diventare buono grazie ad una buona intenzione o a dei buoni mezzi.

 

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L’amore tra l’uomo e la donna al centro dell’attuale crisi della civiltà

Eros

 

 

di Massimo Lapponi

 

1. L’amore tra l’uomo e la donna è al centro della vita del mondo, e in questi nostri tragici tempi esso appare anche essere la chiave di volta dei problemi cruciali della civiltà. La crisi della democrazia, la crisi della religione, l’inquietante rapporto tra l’occidente e l’Islam: tutto ruota intorno al mistero insondabile dell’amore tra l’uomo e la donna.

Che questa sia la retta interpretazione di nostri tempi lo suggerisce già soltanto il fatto che i tratti più evidenti delle diverse crisi che stiamo attraversando si sono manifestati nello stesso momento in cui anche l’amore tra l’uomo e la donna è entrato in una crisi di una gravità inedita, quale probabilmente non era mai apparsa nella storia del mondo.
Soltanto la suggestione di una propaganda martellante impedisce a un gran numero di persone di capire che gli stravolgimenti che il costume e la legislazione stanno introducendo nella vita amorosa del genere umano non hanno nulla di “normale”, ma costituiscono un’assoluta novità nella vita delle nazioni e nel corso della natura, tale da dovere suscitare allarme, se non altro proprio per il suo carattere di stravolgimento radicale di tutta la precedente storia del mondo.

La pretesa di separare radicalmente gli atti sessuali dalla loro organica connessione con la generazione della vita, la conseguente diffusione, nella vita ordinaria delle persone, di pratiche finalizzate a rendere infecondi tali atti, e perciò la normalizzazione di molteplici comportamenti sessuali contro natura, di interventi meccanici o medico-farmaceutici per ottenere sterilità, di pratiche abortive per evitare la maternità, e la tendenza, già realizzata in alcune nazioni, a rendere obbligatorie, o almeno ad ottenere, con forme molto efficaci di persuasione, la diffusione quasi universale di alcune di dette pratiche, l’equiparazione del normale rapporto di amore tra l’uomo e la donna con rapporti omosessuali o altrimenti configurati e tutto ciò che ne deriva, non sono manifestazioni più che evidenti di uno stravolgimento della vita umana e della natura che viene ad irrompere come un uragano per la prima volta nella storia del mondo?

La pretesa che tutto ciò non sia che il normale svolgimento della vita democratica delle nazioni e che ogni allarmismo sia perciò da condannare è un insulto alla ragione e al buon senso.

Ma cosa ha a che fare questo stravolgimento della vita amorosa del genere umano con la crisi della democrazia e della religione e con le sempre più gravi tensioni del mondo occidentale con il mondo islamico? A prima vista il nesso non appare evidente, ma un’analisi più approfondita potrebbe forse svelarcelo.

2. Come dice “Il Pastor fido” di Giovanni Battista Guarini, «non si comincia bene se non dal cielo»: per comprendere i misteri della storia umana è necessario rivolgere lo sguardo il più in alto possibile. E cosa incontriamo di più alto, nella considerazione della generazione della vita umana, se non l’Incarnazione di Cristo? Questo mistero, che è al centro della storia del mondo, è anche al centro della vita amorosa del genere umano, e perciò quest’ultima non può essere compiutamente illuminata se non da esso.

Già il fatto che Dio abbia scelto la generazione da una donna quale mezzo per rendersi presente nel mondo, suggerisce che la generazione umana, e tutto ciò che ad essa concorre, è qualche cosa di sacro e di ineffabile, a cui l’uomo non dovrebbe accostarsi se non con riverenza e timore.

La genealogia di Cristo, quale è riferita nel Vangelo di Luca – Lc 3, 23-38 – risale fino ad Adamo, che viene chiamato “figlio di Dio”. Dunque Cristo appare essere Figlio di Dio non solo perché generato per opera dello Spirito Santo, ma anche perché fin dall’origine il capostipite della sua genealogia era detto “figlio di Dio”. La figliolanza di Dio, perciò, incomincia già con il genere umano e culmina, infine, nella generazione di Cristo da Maria, e l’intervento dello Spirito Santo sembra inserirsi quasi naturalmente nel corso delle generazioni. Il testo biblico suggerisce, infatti, che vi sia una sorta di preparazione al mistero dell’Incarnazione, che era già presentita al momento della creazione del primo uomo e che ha animato del suo soffio sublime tutte le successive generazioni umane. Dare la vita ad un uomo, dunque, è già un’azione divina, che misteriosamente aspira ad assimilarsi alla generazione eterna del Verbo di Dio dal Padre.

Se è così, possiamo credere che l’amore tra l’uomo e la donna, così inscindibilmente coinvolto nella generazione della vita, non sia anche coinvolto nel mistero della generazione temporale ed eterna del Verbo divino?
Nel pensiero dei Padri della Chiesa e dei grandi teologi antichi, la creazione del mondo viene presentata come un prolungamento del flusso delle Persone Divine nel seno della Trinità. Come il Figlio fluisce eternamente dal Padre nel vincolo di amore dello Spirito Santo, in modo analogo la creazione, quasi straripando al di fuori della vita divina per l’eccesso incontenibile dell’amore, viene a formare una sorta di prolungamento temporale dell’eternità. Ovviamente tra la vita divina della Trinità e il mondo creato vi è l’abisso che separa l’infinito dal finito e l’Essere per sé dall’essere per partecipazione, ma nel mondo creato vi è il riflesso della vita divina da cui esso deriva, quasi fosse un torrente uscito dall’alveo di un fiume.

Ora, questo torrente non può non avere in sé una misteriosa tensione a ritornare verso la pienezza di vita da cui è scaturito e a ritrovare così il senso pieno della propria esistenza. Ma come superare l’abisso invalicabile che lo divide dall’infinito divino? Sembra quasi che la natura creata sia animata da una misteriosa “anima del mondo”, da un istinto che la porta ad evolvere verso forme sempre superiori di esistenza, dalla vita inorganica alla vita organica, alla vita autonoma, alla vita cosciente.

Ecco che, con l’apparire dell’uomo, il mondo diviene cosciente di se stesso e nella coscienza dell’uomo appare, come l’alba su un orizzonte lontano, l’intuizione della vita divina da cui il mondo è derivato e a cui esso aspira a ritornare. Ma il sole, annunciato dall’alba spirituale nella coscienza dell’uomo, indugia ad apparire all’orizzonte, finché l’uomo, dopo aver ammirato l’immenso scenario della natura, non posa il suo sguardo sull’ultima creatura di Dio, che viene quasi a coronare tutta l’opera della creazione: la donna!

Allora l’uomo esclama: «Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa!» (Gn 2, 23) e, intrecciando con la sua sposa un vicolo di amore, vede apparire nell’orizzonte della sua coscienza una più intensa luce del sole divino che si prepara a sorgere.
Tutta la natura sembra raccogliersi nella bellezza della sua sposa e nell’amore che entrambi li trasporta e il mistero divino non appare più soltanto avvolto dalla maestà del Creatore, ma incomincia a rivelare quella pienezza originaria di «luce intellettual piena d’amore» (Paradiso, 30, 40) da cui è sgorgato il torrente dell’universo creato. Amore e felicità sono nel medesimo tempo l’esperienza dell’uomo e della donna, il senso ultimo del mondo e la rivelazione della stessa misteriosa vita divina.

Ma, sebbene ora l’alba si sia trasformata in una sfolgorante luce che inonda l’orizzonte interiore dell’uomo e della donna, il sole divino rimane ancora nascosto: l’abisso tra finito e infinito non è stato ancora varcato. Possono sperare lo sposo e la sposa che il loro amore, e con esso tutto l’universo, rifluiscano infine nella sorgente originaria del mondo creato?

3. L’uomo e la donna ancora non sanno che all’origine della creazione vi è un modello eterno ineffabile: la generazione del Figlio di Dio dal Padre nel vincolo di amore dello Spirito Santo. Questo modello, che il mondo naturale ha imitato in forme sempre più elevate, dalla causalità meccanica alla generazione biologica, alla generazione della vita autonoma, ora essi sono chiamati a riprodurlo attraverso la fecondità, non solo biologica, ma soprattutto e sostanzialmente spirituale della loro unione. La loro «luce intellettual piena d’amore», nell’atto di dare la vita a nuove creature umane, nello stesso tempo rispecchierà il mistero della Santissima Trinità e collaborerà con essa a generare – più che a creare – nuovi figli. E certamente questi figli assomiglieranno al Figlio eterno di Dio, generato nell’eternità, e avvertiranno nelle profondità del loro cuore questa somiglianza, trasmessa loro dalla causa sostanziale che li ha generati: non il processo semplicemente biologico, ma il mistero di coscienza e di amore operante nell’intimo essere del padre e della madre nell’atto della loro unione sponsale.
Questa fecondità sconfinata dell’amore dello sposo e della sposa, che darà vita ad una generazione infinita, appare come un ulteriore gradino verso il superamento dell’abisso che ancora divide il mondo da Dio. E questo gradino senza confini, che si estende per tutte le generazioni del mondo, non sembra adombrare già la presenza dell’infinito nell’universo creato? Esso, infatti, contiene una misteriosa promessa: un giorno infine, proprio grazie alla generazione umana, l’abisso sarà colmato, il sole divino sorgerà sull’orizzonte del mondo creato e invaderà, con la sua luce divina, tutta la creazione.

La donna, posta da Dio come culmine della creazione, rivelatrice e generatrice della vita divina nel mondo, redenta da quella colpa che l’aveva fatta precipitare dal suo trono di regina nel fango della carnalità, avrebbe dato alla luce lo stesso Figlio eterno di Dio nel mondo.

Ma prima che ciò avvenisse la storia umana doveva essere attraversata dalla tragedia del peccato: la donna, rinunciando al suo ruolo sublime, sarebbe stata travolta, insieme all’uomo, in una funesta avventura. Voltando le spalle al Creatore, l’uomo e la donna si sarebbero alienati l’uno dall’altra: l’uomo non avrebbe più cercato nella donna il gradino per salire fino a Dio e per preparare la sua venuta nel mondo e avrebbe regredito alla funzione di padrone del mondo della natura, mentre la donna, abbassata al ruolo di diletto carnale, avrebbe cercato di vendicarsi della sua umiliazione sfruttando il suo immenso potere sull’uomo.

Ma la rovina non era tale che non persistesse, in fondo alla coscienza umana, l’intuizione di un destino più alto e più degno dell’uomo e della donna. Per questo rimase, a salvaguardia contro una totale degenerazione, la sacralità del matrimonio, per quanto troppo spesso tradita e infangata dall’umana perversione. Nei figli, soprattutto quando i genitori conservavano una più alta virtù, permaneva una confusa intuizione dell’origine divina della loro generazione. E intanto Dio preparava la strada alla restaurazione del suo piano originario e all’apparizione del suo Figlio eterno nel mondo.

La Provvidenza guidava le generazioni umane e miracolosamente preparava una stirpe in cui le conseguenze del peccato originale e dei peccati degli uomini piano piano si attenuavano. Finché un giorno apparvero due giovani sposi – a cui la tradizione ha dato i nomi di Gioacchino ed Anna – nei quali, attraverso una grande tribolazione, che prefigurava un sacrificio infinitamente più sublime, che avrebbe redento tutto il genere umano, l’amore sponsale sarebbe stato interamente purificato dal peccato e avrebbe, perciò, generato una donna degna di rioccupare il trono regale del mondo, già abbandonato dalla sua prima progenitrice.

Maria fu immune da ogni peccato fin dal suo santo concepimento e nel suo cuore si rifletté senza macchia la luce della divinità. Ormai il genere umano era pronto: dalla donna, culmine della creazione, poteva infine nascere, per opera dello Spirito Santo, lo stesso Figlio eterno di Dio, che era stato l’oggetto del desiderio incosciente di tutto il creato e del desiderio semi-cosciente dell’uomo, nel cui spirito il creato doveva rivelarsi a se stesso.

Ormai tutta la storia umana era destinata a cambiare: ogni sposo e sposa, purificati dal sangue di Cristo, erano invitati ad imitare l’amore di Gioacchino ed Anna e a generare figli destinati a rispecchiare, nel loro essere, la stessa dignità di Cristo e di Maria: figli di Dio, uniti da un vincolo di divina fraternità, destinati ad operare nel mondo non come padroni della natura, ma quali custodi dell’amore sponsale, paterno, materno, filiale e fraterno e perciò diffusori, in tutto il mondo, della vita rinnovata nella pace e nell’armonia divina.

4. Ma il nemico di Dio e del genere umano era sempre in agguato e, grazie all’antico peccato che ancora operava nel mondo, in tutti i modi cercava di attraversare i progetti di salvezza di Dio.

Quale era la luce centrale da cui scaturiva tutto il senso del mondo e della sua salvezza? Il mistero dell’Incarnazione, in vista del quale il mondo era stato creato e aveva trovato la sua piena realizzazione nella coscienza dell’uomo e la sua perfezione nella creazione della donna.

La donna, destinata a dare la vita al Figlio di Dio nel mondo, aveva rivelato all’uomo e a se stessa il vero volto di Dio e aveva dato il suo vero senso alla vita dell’uomo, il quale, dunque, avrebbe dovuto porre l’amore per la sua sposa e per la vita da lei generata al di sopra di ogni altro interesse. Se Dio stesso aveva scelto la generazione da una donna per manifestarsi al mondo, cosa c’era di più alto nella vita umana dell’amore tra l’uomo e la donna che genera la vita, e una vita ormai santificata per essere in comunione con la vita di Cristo?

Dunque il dominio del mondo naturale passa in secondo piano e deve essere messo al servizio della vita e dell’amore, non viceversa. E se l’amore tra l’uomo e la donna dà il suo vero senso divino alla vita dell’uomo, questo amore non potrà essere che unico e indissolubile. Da esso saranno generati figli che sapranno per intima esperienza di essere figli di Dio e fratelli tra loro. Dunque la santità dell’amore sponsale, la venerazione per la donna, unica sposa che dà senso alla vita dell’uomo, e l’amore rispettoso per ogni uomo saranno i caratteri indelebili del nuovo mondo che nasce dalla rivelazione del Figlio di Dio sulla terra, generato dalla Vergine Maria.

Monogamia, inseparabilità dell’amore sponsale dalla generazione dei figli, cura amorosa di ogni uomo, in quanto figlio di Dio, o chiamato a diventarlo: questi sono i caratteri della nuova “civiltà dell’amore”, e tutti si fondano sul sublime mistero dell’Incarnazione.

Come opererà, dunque, il nemico di Dio e degli uomini, servendosi dell’antico peccato dell’uomo, per rovinare la “civiltà dell’amore”, con la quale Dio ha disposto la salvezza del genere umano?

Cercherà di distruggere i caratteri di questa civiltà e, nello stesso tempo, diffonderà tra gli uomini la negazione e il rifiuto dell’Incarnazione.

5. Torniamo ora al quesito iniziale: è arbitrario affermare che l’attuale stravolgimento della vita amorosa del genere umano sia all’origine delle crisi più significative del nostro tempo?
Consideriamo la crisi della democrazia.

Quale che sia il modo in cui storicamente si è svolto e attuato il principio democratico, è indubbio che esso ha trovato il suo vero e ultimo fondamento in quell’amore rispettoso per ogni essere umano che sgorga dalla chiamata di ogni uomo ad essere figlio di Dio. Ma questa chiamata trova il suo fondamento nell’Incarnazione di Cristo e nella sua volontà di estendere a tutto il genere umano la sua figliolanza divina. E, a sua volta, questa estensione presuppone la redenzione del genere umano dal peccato, che aveva stravolto l’originario rapporto di amore tra l’uomo e la donna, riportando l’uomo a considerare suo fine supremo il solo dominio del mondo. Soltanto un ritorno dell’uomo alla sua vocazione primaria, sponsale e paterna, poteva ricollocare l’amore rispettoso per ogni vita umana al centro del suo interesse, ponendo il dominio del mondo quale fine secondario e subordinato al primo.

Ora, l’attuale crisi della democrazia sorge proprio dal conflitto insanabile tra il principio del rispetto per ogni essree umano e il ricadere dell’uomo, a causa della negazione della intangibile missione sponsale e materna della donna, nel ruolo primario di dominatore del mondo – nel quale si è fatta coinvolgere anche la donna, dopo aver rinunciato alla sua missione divina. Non si può, dunque, negare, che il rifiuto della monogamia, la separazione delle funzioni riproduttive dalla generazione della vita, la diffusa degenerazione sessuale, l’accettazione come normali delle pratiche abortive e delle unioni sessuali contro natura siano in insanabile conflitto con il rispetto per ogni uomo, quale figlio di Dio, e siano perciò a fondamento dell’attuale crisi della democrazia.

Anche la crisi della religione poggia sul medesimo fondamento. Infatti, se la donna ha la funzione di privilegiata rivelatrice del vero volto di Dio attraverso la sua dignità sponsale e materna, non c’è dubbio che il volto di Dio si offusca nella coscienza dell’uomo, una volta che si introduce il dubbio sulla missione divina della donna, e con esso viene meno la devozione verso Maria, madre di Dio e di tutti gli uomini, e si ottenebra la complementare missione maschile – regale e sacerdotale – di Cristo.

E qual è la reazione dell’inquieto mondo mussulmano di fronte a questa crisi civile e religiosa dell’occidente?
L’Islam aveva una tradizionale soggezione, rispetto al mondo occidentale, non tanto per la superiorità tecnica di quest’ultimo, quanto per le grandi conquiste civili che in esso si manifestavano, quali appunto la democrazia, il rispetto per la donna, la monogamia. Ma, dal momento che questi caratteri della civiltà occidentale sono entrati in crisi, l’Islam non può non sentire istintivamente la contraddizione tra i principi di rispetto per l’uomo, che ancora si sbandierano retoricamente, e il loro sfacciato tradimento attraverso la degenerazione sessuale, lo sfruttamento della donna, la violenza dell’aborto, la profanazione delle funzioni genetiche, la normalizzazione delle unioni contro natura e tutto ciò che ne consegue. L’uomo occidentale appare ormai rivolto esclusivamente al dominio del mondo, e a questo dominio subordina ogni cosa, a cominciare dal rispetto per l’uomo e per i suoi diritti. In questo clima, ogni sincero sentimento religioso è destinato a scomparire. E come può non reagire a questa situazione contraddittoria e intimamente falsa la religione islamica, fondata in modo così esclusivo sull’adorazoine assoluta di Dio?

Ma a sua volta l’Islam è attraversato da una grande contraddizione: esso rimprovera all’occidente la sua ipocrisia nel celebrare a parole il rispetto per ogni uomo, mentre lo viola ormai sfacciatamente proprio per aver perduto ogni senso del sacro, ma, nello stesso tempo, non è in grado di mostrare un rispetto per l’uomo che possa dare nuovo vigore alle tradizioni democratiche dell’occidente. E perché non è in grado di farlo? Perché l’Islam si fonda su due principi: l’assoluta sovranità di Dio, che deve estendersi a tutte le nazioni, e il cosciente e categorico rifiuto del mistero dell’Incarnazione. Ora, mentre il primo principio potrebbe fornire il fondamento per una devozione rispettosa verso ogni uomo – e infatti questo tratto è presente in molti aspetti dell’Islam – il secondo entra con essa in contraddizione. Proprio il rifiuto dell’Incarnazione ha tolto all’Islam il fondamento della dignità della donna, il cui ruolo non può che essere subordinato alle attività maschili. Così, con la pratica della poliginia e la mancanza di venerazione per la missione paterna e materna, quale superiore vocazione dell’uomo e quale vera rivelazione del volto di Dio, l’Islam finisce per perdere la vera base della fraternità e della democrazia. In questa situazione la sua critica all’occidente finisce per dimostrarsi sterile e contraddittoria e per ottenere, infine, soltanto un risentito disprezzo.

A conclusione di queste osservazioni, vorremmo richiamare ad un esame di coscienza, che permetta di ritrovare, nella situazione apparentemente caotica e indecifrabile del nostro tempo, una strada di chiarificazione, e perciò di salvezza.

Da queste riflessioni è nata l’ispirazione di comporre una sacra rappresentazione in musica sui personaggi di Sant’Anna e San Gioacchino. Non essendoci pervenuta alcuna certa informazione storica sui genitori della Beata Vergine Maria, la storia narrata nella rappresentazione è frutto di pura immaginazione. Si può leggere il libretto dell’opera, ancora mai rappresentata, tramite il seguente link:

https://massimolapponi.wordpress.com/gli-occhi-luminosi-di-santanna-sacra-rappresentazione/




“Ciò che deve accadere è un autentico cambiamento nella cultura della Chiesa, in particolare tra gli stessi vescovi”

Vi propongo questa analisi di Ed Condon della lettera che Papa Francesco ha inviato il 2 gennaio scorso ai vescovi statunitensi che si sono riuniti in ritiro per riflettere sulla crisi della Chiesa generata dagli abusi sessuali. Condivido tutto di questo analisi, anche se a mio parere manca di un tassello. Ne parlerò in un mio prossimo articolo.

Ecco l’analisi di Condon nella mia traduzione.

Un zucchetto da vescovo.  Credit: Antonio Nardelli-Shutterstock

Un zucchetto da vescovo. Credit: Antonio Nardelli-Shutterstock

 

Questa settimana i vescovi statunitensi si sono riuniti al Mundelein Seminary nell’arcidiocesi di Chicago per un ritiro di una settimana, tenutosi su sollecitazione di Papa Francesco. Sotto la guida del predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, trascorreranno una settimana “facendo una pausa di preghiera” per “riflettere sui segni dei tempi”.

Nonostante i recenti scandali che si profilano su tutta la riunione, il Papa ha chiesto ai vescovi di concentrarsi sulla propria conversione, prima di discutere ulteriormente su nuovi sistemi o strutture per affrontare la crisi degli abusi sessuali.

In una lettera inviata ai vescovi americani prima del loro ritiro, Papa Francesco ha sottolineato che la recente crisi ha “gravemente minato e diminuito” la credibilità della Chiesa. Solo una risposta fondata sull’unità e la comunione, ha scritto il Papa, ha il potere di ripristinare l’autorità e l’autenticità della Chiesa.

Il Papa ha avvertito i vescovi di evitare la tentazione di cercare o la “relativa calma risultante da un compromesso, o da un voto democratico in cui alcuni emergono come ‘vincitori’ e altri no”.

Queste tentazioni rimangono forti. Una delle grandi frustrazioni per molti di loro durante l’assemblea di Baltimora è stata quella che hanno visto come un’occasione mancata di produrre “una soluzione”, in qualsiasi forma.

Qualunque sia il modello che i vescovi hanno sostenuto in novembre: la proposta di una commissione nazionale laica o il cosiddetto modello metropolitano, almeno alcuni sembravano essere alla ricerca di una soluzione semplice ad un problema complesso, una potente “soluzione” che ristabilirebbe la fiducia ora e impedito il ripetersi degli scandali.

Anche molti cattolici americani sembrano aspettarsi una riforma strutturale, e ora sperano che al vertice mondiale sugli abusi di febbraio, Roma produca le riforme che la Chiesa americana non potrebbe fare.

Ma le aspettative che ci possa essere una soluzione pratica per risolvere la crisi sono suscettibili di dimostrarsi false speranze. E’ diventato ovvio per la maggior parte degli osservatori che nessuna nuova politica, struttura o processo può rispondere o prevenire ciò che è essenzialmente una crisi di peccato.

Nella sua lettera, Francesco chiamava le riforme amministrative “necessarie ma insufficienti“, perché “alla fine rischiano di ridurre tutto ad un problema organizzativo”. Il papa chiamava i vescovi a riconoscere i loro “peccati e limitazioni” e a predicare gli uni agli altri il bisogno di conversione.

La diagnosi del Papa sembra essere radicata nell’evidenza degli ultimi mesi.

La crisi attuale è davvero meglio intesa come una rete di crisi che si intersecano. L’abuso sessuale sui minori è giustamente visto come il più scandaloso tra di loro, ma si è accentuato – come ha osservato il Papa – tra le altre malattie del corpo della Chiesa.

Clericalismo, permissività sessuale, indifferenza morale e negligenza amministrativa sono a loro volta problemi gravi che richiedono risposte proprie.

Ma, se la storia recente è di qualche indicazione, è improbabile che queste risposte provengano da una riforma canonica o strutturale, per quanto drammatica o ben intenzionata.

Come ha notato il cardinale Blase Cupich a novembre, dal 2002 esistono strutture e impegni di vario genere. La Dichiarazione di Impegno Episcopale è stata concepita per assicurare che il diritto della Chiesa fosse sempre seguito quando venivano fatte le accuse, indipendentemente da chi fosse accusato. E nel 2016, Papa Francesco ha emesso il motu proprio Come una madre amorevole, che ha istituito – o doveva istituire – una procedura canonica completamente nuova per indagare e processare le accuse contro un vescovo.

Ma anche con quelle politiche e promesse, i funzionari della Chiesa non sembrano considerarsi vincolati a nessuna procedura uniforme per la gestione delle accuse contro i vescovi. Nel frattempo, Francesco ha ritirato le riforme di Come una madre amorevole prima che esse fossero messe alla prova.

Molti ora si stanno rendendo conto che i problemi della Chiesa non sono mai stati il risultato di una mancanza di procedure. Invece, l’attenzione si sta spostando verso la perdurante mancanza di volontà della Chiesa di utilizzare le sue politiche in modo coerente e con rigore.

In assenza di un impegno morale a vederle applicate senza parsimonia, nessuna misura di riforma – per quanto sistematica – può impedire che accada il peggio.

Per fare un esempio: il mese scorso è emerso che l’arcidiocesi di New York, che ha alcune delle politiche di abuso più chiare e meglio strutturate di qualsiasi diocesi degli Stati Uniti, ha lasciato un sacerdote nel ministero anche dopo che la sua commissione indipendente ha offerto un risarcimento a molte delle sue presunte vittime.

Il mese scorso, l’ufficio del personale clericale ha emesso una lettera di buona reputazione in cui si afferma “senza riserve” che nessuna accusa era mai stata fatta contro di lui, e ciò nonostante un’indagine in corso da parte del comitato di revisione dell’arcidiocesi stessa.

I fallimenti di New York non sono stati causati dalla mancanza di politiche e procedure. Invece, sembrano essere stati dei veri e propri fallimenti umani.

Questa può essere la ragione per cui il Papa appare scettico sul fatto che un’altra politica o struttura possa dare risultati diversi, a qualsiasi livello della Chiesa, senza conversione personale da parte delle persone incaricate della loro attuazione.

Nell’agosto dello scorso anno, al culmine dell’estate di scandalo della Chiesa, il National Review Board (il Comitato nazionale di revisione, ndr) dell’USCCB (cioè della Conferenza Episcopale degli USA, ndr) ha approvato una dichiarazione che escludeva ulteriori riforme strutturali come soluzione.

“Il male dei crimini che sono stati perpetrati fino ai livelli più alti della gerarchia non sarà arginato semplicemente dalla creazione di nuovi comitati, politiche o procedure”, ha scritto il National Review Board.

“Ciò che deve accadere è un autentico cambiamento nella cultura della Chiesa, in particolare tra gli stessi vescovi. Questo male è il risultato di una perdita di leadership morale e di un abuso di potere che ha portato a una cultura del silenzio che ha permesso il verificarsi di questi incidenti”.

La leadership morale, come il papa ha detto ai vescovi statunitensi senza mezzi termini, non può essere effettuata con un voto. Richiede una conversione personale di fronte al fallimento e al peccato. Un vero cambiamento richiederà una mentalità totalmente nuova tra i vescovi e la Curia.

Il primo ministro britannico del XIX secolo George Canning ha ridicolizzato quella che ha definito “l’oziosa supposizione che sono i finimenti e non i cavalli che trainano la carrozza”.

Gli uomini sono tutto”, ha detto Canning, “le misure sono relativamente nulla”.

Papa Francesco ha fatto eco a questo sentimento nella sua lettera ai vescovi, avvertendo che la credibilità perduta della Chiesa “non può essere riconquistata emettendo severi decreti o semplicemente creando nuovi comitati o migliorando i diagrammi di flusso”.

Invece, ha scritto il Papa, la Chiesa recupererà la sua credibilità solo “riconoscendone il peccato e i limiti” e allo stesso tempo “predicando il bisogno di conversione”.

Dopo gli scandali del 2002, molti vescovi e funzionari hanno trattato le nuove misure e i nuovi standard come un disagio da sopportare, piuttosto che come una nuova realtà della vita ecclesiastica da interiorizzare. Il “cambiamento culturale” richiesto dal comitato di revisione nazionale e dal papa può rivelarsi l’unico mezzo per rompere quello che ha cominciato a somigliare a un ciclo di scandalo.

Mettendo in guardia i vescovi americani da misure volte a recuperare la loro reputazione piuttosto che a modificare le loro abitudini, il papa potrebbe aver fissato il limite entro il quale si misurerà il suo vertice di febbraio. Nella sua lettera, Francesco ha invocato un “progetto condiviso che è al tempo stesso ampio, modesto, sobrio e trasparente”. Un progetto di questo tipo, a quanto pare, assomiglierebbe poco ai tentativi del passato di rispondere alla crisi degli abusi sessuali.

Mentre i vescovi pregano a Mundelein e i consiglieri del Papa si preparano alla riunione di febbraio a Roma, molti cattolici iniziano a chiedersi se una gerarchia assediata dallo scandalo possa veramente convertirsi, o semplicemente riformarsi – di nuovo.

 

 

fonte: Catholic News Agency

 




L’ Avvento è il rimedio alla nostra crisi spirituale

L’Avvento ci ricorda che la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo, e che anche se la sua umanità caduta è in piena mostra, essa è comunque il sacramento della nostra salvezza. La Chiesa, il Corpo di Cristo, è fonte di grazia, anche se ha bisogno di grazia.

Un articolo sull’Avvento di J.D. Flynn, nella mia traduzione.

Un bambino accende una candela durante la messa di Natale (haak78, Shutterstock)

Un bambino accende una candela durante la messa di Natale (haak78, Shutterstock)

 

“L’insincerità è un male che nasce nella Chiesa dall’inizio”, scriveva il beato John Henry Newman nel 1839. “Anania e Simone non erano aperti oppositori degli apostoli, ma falsi fratelli”.

Chiunque di noi, ha detto, può influenzare un certo tipo di religiosità senza sincerità, chiunque di noi può essere tentato di indossare gli orpelli della fede senza la disposizione interiore. Ognuno di noi può essere tentato di dare l’apparenza dell’amore quando, in verità, non amiamo.

La vera fede cresce quando abbiamo l’umiltà e l’onestà di professare ciò in cui crediamo veramente, di dire ciò che sappiamo veramente, e di stare davanti a Dio e gli uni agli altri come siamo veramente.

Gesù ci trasforma, ha insegnato Newman, quando ci troviamo davanti a lui come siamo.

Questa lezione ha un forte impatto su molti cattolici quest’anno. Gli ultimi sei mesi si sono rivelati difficili. La Chiesa si trova ad affrontare una crisi che non ha bisogno di un conteggio continuo. Ma è una crisi in cui la sincerità è messa in discussione, in cui la fiducia è stata erosa, e in cui molti cattolici non sono più certi in chi credere e di cosa potersi fidare.

E, almeno per alcuni cattolici, ha provocato di per sé una crisi di fede.

L’Avvento è il rimedio spirituale a questa crisi.

L’Avvento, ha insegnato Papa Benedetto XVI, è un invito a ritornare “al cuore della nostra fede, che è il mistero di Cristo, il Messia atteso per lunghi secoli e nato nella povertà, a Betlemme”.


Cristo è venuto nel mondo perché il peccato è reale e perché ci libera dal peccato. Questo Avvento, dobbiamo ricordarlo.

Venendo tra noi, ci ha portato e continua ad offrirci il dono del suo amore e della sua salvezza”, ha detto Benedetto.

Poiché Cristo è presente, ha detto Benedetto, “possiamo parlargli, presentandogli la sofferenza che ci affligge, la nostra impazienza, le domande che sgorgano dai nostri cuori. Possiamo essere sicuri che ci ascolta sempre! E se Gesù è presente…..possiamo continuare a sperare, anche quando altri non possono più assicurarci alcun sostegno, anche quando il presente diventa un tentativo”.

Che siamo rovinati dal peccato non dovrebbe essere una sorpresa. L’Avvento ci ricorda che il peccato è sconfitto, nel Messia che è venuto al mondo a Natale, e che verrà di nuovo.

Infatti, le afflizioni difficili del momento presente sono esattamente il motivo per cui Gesù è venuto – perché il peccato esiste nel mondo, anche tra i membri della Chiesa. È Cristo nel quale possiamo riporre la nostra fiducia, perché Cristo è colui che è venuto nel mondo per sconfiggere il peccato e la morte attraverso la sua Passione.

L’Avvento ci ricorda anche che la Chiesa, corpo di Cristo, è umana e divina, proprio come lo è Cristo stesso. Che la santità della Chiesa non dipende dalla santità dei suoi membri o ministri. Che, pur dovendo seguire un cammino di penitenza e di rinnovamento, essa è più di quello che possiamo vedere, e soprattutto più dei titoli di prima pagina degli ultimi mesi.

C’è il pericolo, in mezzo allo scandalo del momento, di ridurre la nostra visione della Chiesa alla sociologia, di vedere solo lo scandalo, e non la grazia. Cristo è presente nella sua Chiesa e attraverso di essa – anche se le azioni intraprese in nome della Chiesa, in mezzo al caos disordinato del peccato, sono la fonte del nostro dolore, o addirittura della nostra disperazione. Questa è la proposta scandalosa del Vangelo.

L’Avvento ci ricorda che la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo, e che anche se la sua umanità caduta è in piena mostra, essa è comunque il sacramento della nostra salvezza. La Chiesa, il Corpo di Cristo, è fonte di grazia, anche se ha bisogno di grazia.

Gesù è venuto nel mondo, e sta tornando. Egli è presente, anche nelle nostre grandi difficoltà. Egli ci ama come siamo, e vuole che noi ci trasformiamo. L’Avvento è qui.

Vieni Signore Gesù, vieni.

 

Fonte: Catholic News Agency




Estratti recentemente pubblicati dalle lettere private di Benedetto rivelano la sua preoccupazione per la crisi della Chiesa

Un interessante articolo di Diane Montagna su alcuni estratti di due lettere private del papa emerito Benedetto XVI.

Eccolo nella mia traduzione.

 

Foto: papa emerito Benedetto XVI

Foto: papa emerito Benedetto XVI

 

Un giornale tedesco ha pubblicato oggi estratti di due lettere private che il Papa emerito Benedetto XVI ha scritto meno di un anno fa, che danno un’idea di come egli vede le sue dimissioni e la sua profonda preoccupazione per lo stato della Chiesa dopo la sua partenza dal papato.

Il quotidiano Bild ha riferito che le due lettere che portano la firma di Benedetto – e che fonti indipendenti hanno autenticato – sono state scritte a un cardinale tedesco nel novembre 2017, in risposta all’accusa che le dimissioni di Benedetto sono state il catalizzatore di una grave crisi nella Chiesa.

Il presule sosteneva anche che quell’atto senza precedenti aveva gravemente danneggiato la Chiesa.

Nella sua risposta al cardinale, Benedetto – che si è ritirato in una tranquilla vita di preghiera e di studio da quando si è dimesso nel febbraio 2013 – rivela la sua consapevolezza della discordia nella Chiesa dopo le sue dimissioni, ma anche la sua preoccupazione che il comprensibile dolore che la gente sente sia rivolto contro la sua stessa persona e l’eredità del suo papato.  

Egli scrive:

Posso ben comprendere il dolore profondo che la fine del mio pontificato ha inflitto a te e a molti altri. Tuttavia, per alcune persone e – mi sembra – anche per te, il dolore si è trasformato in una rabbia che non riguarda più solo le mie dimissioni, ma sempre più anche la mia persona e il mio papato nel suo insieme. Per questo, un papato stesso viene ora svalutato e sciolto nel dolore per la situazione in cui si trova attualmente la Chiesa”.

Benedetto poi dice bruscamente al cardinale:

Se conoscete un modo migliore (riferendosi alle dimissioni, ndr) e quindi pensate di poter giudicare quello scelto da me, vi prego di dirmelo”.


Nella lettera, Benedetto difende ulteriormente la sua decisione indicando il piano di contingenza di papa Pio XII (1876-1958) di dimettersi dal pontificato per evitare di essere “arrestato dai nazisti”.  
 
Osservando il confronto, Bild si chiede: “Da chi si sentiva minacciato Benedetto?”

Ricordando le parole inquietanti di Benedetto XVI nella sua messa inaugurale: “Pregate per me perché io non fugga per paura dei lupi”, chiede il giornale tedesco:  “Chi sono i lupi?”

Con ‘i lupi’, probabilmente intendeva la rete di alti dignitari della Chiesa che hanno creato un sistema di potere, e abuso di potere, in Vaticano, e con cui si sentiva incapace di far fronte“, ha detto Armin Schwibach, esperto vaticano, ha detto a Bild.

In una lettera che ha fatto seguito, il cardinale tedesco risponde a Benedetto, scrivendo:  “Che il Signore aiuti la sua Chiesa“.

Benedetto risponde con una seconda lettera.

Evidenziando l’appassionata supplica del cardinale, scrive: “Preghiamo piuttosto, come avete fatto voi alla fine della vostra lettera, che il Signore venga in aiuto della sua Chiesa“.

L’ex Papa pensava che la Chiesa sia entrata in crisi sotto il suo successore, e che solo la preghiera avrebbe aiutato in questa crisi?“, chiede Bild.

Bild non ha ancora pubblicato per intero le lettere, ma il caporedattore della Katholische Nachrichtenagentur (agenzia di stampa cattolica, KNA), Ludwig Ring Eifel, ha detto all’agenzia tedesca: “Le lettere permettono di approfondire in modo affascinante il pensiero di Benedetto XVI – egli è ovviamente molto preoccupato per lo stato della Chiesa”.

Bild riferisce che il segretario privato di Benedetto, l’arcivescovo Georg Gänswein, non ha voluto commentare le lettere.

Ganswein ha recentemente paragonato l’attuale crisi della Chiesa – causata dagli scandali di abusi sessuali e dall’occultamento sistematico da parte della gerarchia – agli attacchi terroristici al World Trade Center di New York l’11 settembre. La Chiesa, ha detto, sta attualmente vivendo “il suo stesso 11 settembre”.

La pubblicazione di estratti delle lettere private di Benedetto è già in fase di stesura e diffusione da parte dei principali media. Il titolo di un articolo del New York Times recita: “In lettere private, Benedetto rimprovera i critici di Papa Francesco“, il cui autore Jason Horowitz twitta:  
 
Nelle lettere private trapelate a un cardinale tedesco, Papa Benedetto XVI sembra volere che i critici più accesi e arrabbiati di Papa Francesco la smettano.  (h/t Bild.) https://t.co/3IlyeVsB4n

– Jason Horowitz (@jasondhorowitz) 20 settembre 2018

Fonti hanno confermato a LifeSiteNews che le lettere non contengono tale rimprovero. Se e quando Bild deciderà di pubblicare per intero le lettere private, la verità sarà conosciuta in pieno.

Papa Benedetto XVI ha generato ripercussioni nel mondo cattolico l’11 febbraio 2013, quando ha annunciato la sua decisione di dimettersi dal pontificato.  Il 28 febbraio dello stesso anno, alle ore 20:00 egli si è dimesso da Vescovo di Roma.

Nel suo discorso di dimissioni, Benedetto ha detto di giungere alla “certezza che le mie forze, a causa dell’età avanzata, non sono più adatte ad un adeguato esercizio del ministero petrino“.

Sono ben consapevole”, ha aggiunto, “che questo ministero, per la sua essenziale natura spirituale, deve essere svolto non solo con le parole e i fatti, ma anche con la preghiera e la sofferenza”.

Tuttavia“, ha detto, “nel mondo di oggi, soggetto a tanti rapidi cambiamenti e scosso da questioni di profonda rilevanza per la vita di fede, per governare la baracca di San Pietro e annunciare il Vangelo, sono necessarie sia la forza della mente che del corpo, forza che, negli ultimi mesi, si è deteriorata in me al punto che ho dovuto riconoscere la mia incapacità di adempiere adeguatamente il ministero che mi è stato affidato“.

 

Fonte: Lifesitenews




REFERENDUM IRLANDA: IL VOLANTINO DI CL E CIÒ CHE ABBIAMO DI PIÙ CARO

REFERENDUM IRLANDA: IL VOLANTINO DI CL E CIÒ CHE ABBIAMO DI PIÙ CARO

 

In Irlanda, a maggio prossimo, si terrà un referendum sull’aborto per decidere se abrogare l’ottavo emendamento della Costituzione che equipara il “diritto alla vita del nascituro” al “diritto alla vita della madre”. La presenza di questa norma rende di fatto illegale l’aborto in quasi tutte le circostanze, tranne in quella in cui sia a rischio la vita della madre.

A gennaio scorso, sulla mia pagina Facebook (qui), ho riportato un articolo appassionato del giornalista e scrittore irlandese John Waters, preoccupato per questo referendum, poiché il popolo, con un voto, potrebbe cancellare il diritto all’esistenza di un essere umano. Waters riconosce che una tale scelta sarebbe il frutto di anni di “propaganda, in cui il bambino nel grembo materno è stato reso astratto e pre-umano”. Infine, sconsolato, osservava che oggi tutta la legge viene considerata “positiva, cioè fatta dall’uomo. Nulla è dato, antecedente, o derivante da Qualcuno, o anche da qualche altra cosa, superiore”.

Qualche giorno fa ho letto il volantino (qui) della comunità di Comunione e Liberazione dell’Irlanda. Anch’esso si occupa del referendum, devo dire però che mi ha suscitato non poche perplessità.

Gli estensori del volantino, anziché essere preoccupati della potenziale cancellazione del diritto alla vita di un essere umano, sembrano angustiati dal fatto che il referendum sia uno strumento “divisivo”. Il periodo referendario appare non come un momento in cui uno è chiamato a dare testimonianza del valore di ogni essere umano, ma una fase convulsa in cui “le parti in causa (sono) ben arroccate sulle loro posizioni e i loro principi non negoziabili”.

Già, i principi non negoziabili. Da come scrivono – “i LORO principi non negoziabili” – sembra che essi siano qualcosa di estraneo, di alieno, qualcosa che riguardi gli altri, ma non loro. Anzi, tali principi appaiono essere proprio un intralcio all’incontro con l’altro, e lo stesso referendum, creando contrapposizioni, un fastidioso imprevisto.

Possiamo infatti leggere: “Non sarà la difesa o l’abolizione di valori (tentativi che possono apparirci sempre più estranei) ciò che risponde ai bisogni più profondi del cuore, ma Colui che è presente qui e ora, esattamente come lo era al principio. Solo di fronte a questa bellezza disarmata che conquista uomini e donne di oggi come i primi che Lo incontrarono – Giovanni e Andrea, la prostituta e il ladrone – è possibile fare esperienza di una impossibile unità, prima e principalmente con noi stessi. Tale unità, o almeno una simile apertura, offre la possibilità di un dialogo in mezzo alla crescente minaccia di una ‘cultura di muri’, dell’intolleranza, del presupposto che l’altro sia un nemico da distruggere.”

Certo, è Cristo che risponde ai bisogni più profondi del cuore dell’uomo. Epperò, il diritto alla vita, cioè l’intangibilità della vita, è inscritto nel cuore di ogni uomo da Dio, è il riflesso sulla terra, quel “centuplo quaggiù”, di quella vita piena, la vita eterna, che Cristo ci ha promesso. Se il rispetto della vita viene meno, viene meno anche la giustizia, e se viene meno la giustizia, la società è meno umana, ed alla fine non tiene.

Scriveva don Giussani: “La verità, la bellezza, la giustizia sono l’organismo del reale umano che vive in questa fede: «La gloria di Dio è l’uomo che vive »” (Alla ricerca del volto umano, Luigi Giussani, Rizzoli, 1995, pag. 183).

Il richiamo a principi “non” negoziabili è necessario in una cultura relativista nella quale si pensa che ogni norma sia frutto di una scelta mutabile nel tempo e nello spazio, sulla base dell’interesse del momento. Papa Benedetto XVI diceva: “tale azione (di difesa dei principi non negoziabili, ndr) è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia stessa. (Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dal Partito Popolare Europeo, 30 Marzo 2006).

Da un po’ di tempo a questa parte, sembra che la preoccupazione principale sia quella di evitare di essere divisivi, di non “alzare muri”. Mi pare però che non ci sia stato richiesto, primariamente, di dialogare, ma di aderire a Cristo, e a tutto quello che da Lui proviene. Infatti: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt, 6,33).

Proprio ieri, su questo blog, ho rilanciato una interessante intervista (qui) al cardinale Willem Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht, rilasciata a Il Timone, il quale, a proposito dei principi non negoziabili, che rischiano di non essere più percepiti come tali neanche dai cattolici, osservava:

“La crisi della fede colpisce sempre anche le convinzioni morali, che sono parte intrinseca della fede. L’attuale crisi di fede in Cristo ha portato ad una crisi di fede nelle norme assolute, nell’esistenza di atti intrinsecamente malvagi, e quindi nel fatto che certi principi non sono negoziabili. Tuttavia,’dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini’ (At 5,29). Le leggi umane devono corrispondere alla legge morale naturale, che salvaguarda la dignità della persona e che deriva dall’ordine che Dio ha dato alla sua creazione.”

 

Aggiornamento del 07.03.2018 ore 17.57

BREAKING NEWS (qui):

Il Senato dello Stato del Mississippi (USA) approva il divieto di aborto dopo le 15 settimane.

Ora la legge ritorna alla Camera in quanto al Senato la stessa aveva subìto una modifica.