Perché peccando ho meritato i tuoi castighi. Un teologo davanti al coronavirus

Ricevo e volentieri pubblico.

Cavalcoli librolibro su pandemia coronavirus

 

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Giovanni Cavalcoli

Perché peccando ho meritato i tuoi castighi. Un teologo davanti al coronavirus

 

 

«Mio Dio mi pento e mi dolgo dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi». Queste sagge parole ispirate alle Scritture ed alla più genuina ascetica cristiana sono  messe a repentaglio, per non dire respinte dall’ondata fangosa del buonismo, che minaccia di sommergerci tutti, con la sua falsa carità, e invece è un virus ancora più pericoloso del coronavirus, perché questo è stato inventato dalla natura, mentre quello è un invenzione del demonio.

Diciamo allora che nei momenti di pubblica calamità, come questo del coronavirus, momenti nei quali gli animi sono spaventati ed angosciati, momenti che vedono nella natura una dea crudele, dubitano della bontà e dell’onnipotenza divina, pensano che Dio non s’interessi di loro, o si interrogano su quale messaggio Dio vuol darci con questa sventura, i pastori, da buoni medici dello spirito, sono più che mai chiamati, insieme con i medici del corpo, ad approntare ai fedeli e a tutti gli uomini di buona volontà, adeguate cure mediche ricavate dalla prassi di Gesù Cristo, Medico celeste, e da quella meravigliosa e miracolosa farmacia, che è la Sacra  Scrittura.

Hanno pertanto l’obbligo di conoscerla e interpretarla bene, respingendo le false interpretazioni, e facendo attenzione a non scambiare farmaci per veleni e veleni per farmaci. È un compito delicato, perché alcuni farmaci biblici sembrano veleni e alcuni apparenti veleni sono in realtà farmaci; certe cure dolorose in realtà fanno bene, mentre certi palliativi piacevoli o apparentemente saggi lasciano il malato com’è o addirittura peggiorano il male.

In queste circostanze, pertanto,  i pastori sono chiamati, insieme con i medici del corpo, ad un sommo impegno nelle opere della misericordia, i medici in quella corporale, i pastori in quella spirituale. E in particolare sono chiamati  a istruire con la Parola di Dio circa le medicine da assumere e gli espedienti da adottare,  per istruire coloro che non capiscono che cosa sta succedendo o si illudono di poter risolvere tutto con mezzi semplicemente umani.

Sono chiamati a consigliare i dubbiosi, che dubitano della divina Provvidenza, o addirittura della stessa esistenza di Dio, o comunque si sentono abbandonati da Dio, sono tentati di maledirLo e alla disperazione, facendo loro capire che in realtà Dio è sempre presente con la sua misericordia, anche se la sua giustizia esige che ci purifichiamo dai nostri peccati col sangue di Cristo.

Sono chiamati altresì ad ammonire i peccatori, a far loro presente che Dio castiga il peccato, esortandoli quindi a tornare a Lui, con l’approfittare di questo periodo di sofferenza, per scontare i loro peccati, unendosi alla croce di Cristo, ed avvertendoli che se non si convertono, capiterà loro anche qualcosa di peggio ed anzi finiranno nel fuoco eterno.

Sono chiamati altresì a consolare gli afflitti con una medicina che a tutta prima sembra fatta apposta per suscitare l’indignazione contro Dio piuttosto che a favorire la rassegnazione e la confidenza in Lui. Ricordare infatti a chi è già sotto il peso della sventura che essa è un castigo divino dei peccati, può essere troppo per chi, innocente già sofferente, può ricevere l’impressione che ciò che egli patisce è il castigo per i suoi peccati. I predicatori devono avere allora cura di precisare che Dio punisce i peccatori e non gli innocenti e che, se li fa soffrire, è per unirli alla croce di Cristo. La medicina consolatrice è allora appunto la coscienza di patire con Cristo.

Occorre che i predicatori spieghino ai fedeli sofferenti, ma bisognosi di conversione, che Cristo, Medico delle anime e dei corpi, offre a loro per mezzo dei sacerdoti, medici dello spirito, una cura, che a somiglianza di quella del corpo, potrebbe essere chiamata «terapia di supporto», così come in medicina viene chiamata una cura formata da una composizione di più farmaci, tutti finalizzati alla cura di una medesima patologia.

Noi diciamo che un medico è un buon medico non quello che lascia il malato com’è per non somministragli una cura dolorosa, ma quello che lo guarisce con una cura dolorosa. Ebbene, Dio con la presente pandemia, si sta comportando come buon medico, in un modo simile. Dio ci parla e ci cura per mezzo della Scrittura; ed essa, infatti, mediata dalla dottrina della Chiesa, ci offre un insieme organico di farmaci, che sono concetti  di fede, i quali, assunti e messi in pratica dal fedele, costituiscono una cura dello spirito, tale da consentirci di superare la prova presente, senza che ciò debba affatto escludere  l’adozione di tutti i mezzi umani possibili per sconfiggere il male.

Questa terapia di supporto è costituita dalla composizione logica e consequenziale dei seguenti concetti: bontà divina – giustizia e misericordia divine – concetto di peccato – peccato originale – castigo del peccato – pentimento – penitenza – sacrificio di Cristo –  perdono divino – salvezza.

 

Sommario

 

Introduzione.

Prima parte.

La pandemia è un castigo divino?.

Dio manda il male?.

Supplica.

alla Beata Vergine Maria del Santo Rosario di Fontanellato.

Il purgatorio come sconto della pena per il peccato.

Suggerimenti per come affrontare la situazione.

Alcune riflessioni sul senso cristiano del castigo.

Come comportarsi nelle calamità collettive.

Seconda parte.

Per una preghiera cristiana matura.

Presupposti per essere esauditi

Dio onnipotente e misericordioso.

Timore di Dio e paura di Dio.

Terza parte.

Un’offesa al sacrificio di Cristo.

La perfezione evangelica.

I danni del misericordismo.

I modernisti sono i farisei di oggi

 

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Il sorriso mascherato ma non conquistato

Leggere i sorrisi sui volti delle persone può portare a comprendere più profondamente le loro azioni e anche le loro anime. La temperatura del corpo e dell’anima si rivela in un sorriso in una rivelazione quasi immediata.

 

donna con mascherina chirurgica

(Image: Ani Kolleshi | Unsplash.com) via Catholic World Report

 

 

di Ines Murzaku

 

Ho indossato una maschera facciale ben fatta a mano e i miei occhiali da sole, e prima di correre in garage ho fatto un rapido controllo allo specchio. Era da molto tempo che non guidavo, che non ero più nel campus (universitario, ndr) o che non mi vestivo in modo formale.

Ero piuttosto scioccata nel vedermi allo specchio, con gli occhiali da sole e la maschera sul viso; non riuscivo a riconoscermi. In realtà, ero sorpresa da ciò che vedevo – o in realtà da ciò che non vedevo. Mi chiedevo se sarei stata riconosciuta dagli amici, colleghi di lavoro o studenti. Mi chiedevo come sarebbe andata a finire quando saremmo tornati al lavoro. Con la pandemia COVID-19, la maschera è entrata nella nostra vita. E la maschera, combinata con il distanziamento sociale, sfiderà e cambierà quasi tutte le nostre interazioni con gli altri.

Sto usando il futuro qui, perché il New Jersey, il mio stato, non è ancora stato riaperto mentre scrivo questo. Mentre guidavo verso il mio supermercato locale, non ho potuto fare a meno di pensare all’insegnamento e al seguire gli studenti mentre indossavo una maschera facciale. Almeno durante questo semestre insolito, ho potuto usare tutte le mie capacità verbali e facciali per insegnare online, con sorrisi e risate. Le persone saranno in grado di sorridere o di essere espressive dietro le maschere facciali? Sembra una cosa da poco, ma in realtà non lo è.

Bernard Lonergan SJ (1904-1984), filosofo gesuita, teologo ed economista, ha usato la fenomenologia del sorriso per spiegare il significato della comunicazione intersoggettiva. Per padre Lonergan, un sorriso è carico di significato; un sorriso è significativo. Questo è ciò che ha scritto nel suo ultimo grande lavoro intitolato Method in Theology (Metodo in Teologia):

[Un sorriso] non è solo una certa combinazione di movimenti di labbra, muscoli facciali, occhi. È una combinazione con un significato. Perché quel significato è diverso da quello di uno sguardo accigliato, di un rimprovero, di uno sguardo fisso, di uno sguardo truce, di uno sghignazzo, di una risata, si chiama sorriso. Perché tutti noi sappiamo che quel significato esiste, non andiamo in giro per le strade sorridendo a tutti quelli che incontriamo. Sappiamo che saremmo fraintesi… un sorriso, per il suo significato, è facilmente percepibile. Il sorriso si manifesta in un’enorme gamma di variazioni dei movimenti del viso, dell’illuminazione, dell’angolo di visione. Ma anche un sorriso incipiente, soppresso, non si perde, perché il sorriso è una Gestalt, un insieme modellato di movimenti variabili, ed è riconosciuto nel suo insieme.

Il sorriso viene naturale e istintivo; non si può imparare a sorridere nello stesso modo in cui si impara ad andare in bicicletta o a pattinare. Leggere i sorrisi sui volti delle persone può portare a comprendere più profondamente le loro azioni e anche la loro anima. La temperatura del corpo e dell’anima si rivela in un sorriso in una rivelazione quasi immediata.

Il sorriso era costante sul volto di Santa Madre Teresa, anche quando attraversava la notte oscura dell’anima. La Madre prestava particolare attenzione al sorriso e alla gioia, e chiedeva alle sue sorelle di sorridere in abbondanza. Una delle risoluzioni che prese durante il ritiro del 1956, e in cui perseverò per tutta la vita, fu quella di sorridere a Dio. Sorridete con più tenerezza, pregate con più fervore e tutte le difficoltà scompariranno, insisteva. Molti studiosi hanno posto la domanda: Cosa c’era nel sorriso della Madre, o cosa l’ha fatta continuare a sorridere per cinquant’anni, mentre attraversava un’oscurità spirituale insolitamente prolungata?

Papa Benedetto XVI, nella sua visita a Lourdes del 2008, ha riflettuto sulla teologia del sorriso come porta d’accesso al mistero dell’amore e di Dio che è Amore. Riflettendo sul sorriso della Beata Vergine Maria, Benedetto XVI ha detto:

Nella semplicissima manifestazione di tenerezza che chiamiamo sorriso, afferriamo che la nostra unica ricchezza è l’amore che Dio ci porta, che passa attraverso il cuore di colei che è diventata nostra Madre. Cercare questo sorriso, è prima di tutto aver colto la gratuità dell’amore; è anche riuscire a suscitare questo sorriso attraverso i nostri sforzi per vivere secondo la parola del suo Figlio prediletto, proprio come un bambino cerca di suscitare il sorriso della madre facendo ciò che gli piace.

Come Maria insegnò a Bernadette, per conoscere Maria, doveva “conoscere il suo sorriso”. Che cos’era allora il sorriso di Madre Teresa? Lei fornisce una risposta: “Più grande è il dolore e più scura è l’oscurità, più dolce sarà il mio sorriso a Dio”, scrive in una lettera del 16 ottobre 1961. Questo è ciò che Madre Teresa scrisse a una scolaretta:

Ogni volta che incontri qualcuno, salutalo con un sorriso. L’utilità del sorriso è che ti manterrà sempre accettabile per tutti. Allo stesso tempo, farà apparire, il tuo viso, bello. Se mai sarai arrabbiata, cerca di sorridere con forza e presto vedrai, avrai dimenticato la tua rabbia, sorridendo con tutti. Il consiglio della mamma a una scolaretta

Tuttavia, non si sorride solo con la bocca, perché tutto il viso è impegnato in un vero sorriso. Lo scintillio che la Madre aveva negli occhi sorridenti non è mai svanito. Il cardinale Angelo Comastri ha raccontato una storia personale di Madre Teresa che ha a che fare con i suoi occhi sorridenti. Il cardinale ricorda la partecipazione della Madre a una celebrazione della professione delle nuove religiose in una parrocchia romana, quando un fotografo la infastidiva scattando foto con il flash proprio davanti al suo viso. Il cardinale è intervenuto chiedendo al fotografo di non disturbare la Madre scattando foto mentre pregava. Il fotografo ha risposto in modo piuttosto brusco dicendo che Madre Teresa non era attraente, ma i suoi occhi erano i più felici che avesse mai visto. Come, si chiedeva il fotografo, era possibile? Il cardinale Comastri rimase scioccato dal commento e, alla fine della celebrazione, ripeté alla Madre ciò che il fotografo aveva commentato sui suoi occhi. Con sua grande sorpresa e con la sua abituale arguzia lei rispose: “I miei occhi sono felici, perché le mie mani hanno asciugato molte lacrime. Provaci, ti assicuro che funziona così”.

Il grande poeta e filosofo Dante Alighieri (1265-1321) rifletteva sul sorriso e sul sorridere, e su come si può essere espressivi usando gli occhi. Dante ha fatto del “sorriso” (Sorriso – sostantivo e sorridere – il verbo sorridere) il segno distintivo della sua opera, e la riflessione sul tema del sorriso ha segnato uno dei contributi originali di Dante all’arte cristiana, alla poesia, all’iconografia, all’immaginario cristiano e teologico. Il sorriso ha accompagnato Dante nei suoi viaggi verso la visione beatifica di Dio mentre attraversava l’Inferno e il Paradiso.

Fino alla metà del XIII secolo, la gente negli ambienti ecclesiastici discuteva se Cristo avesse mai sorriso o meno durante la sua vita sulla terra. Sì, “Gesù pianse” (Gv 11,35), ma ha sorriso davvero? Per Dante l’anima opera principalmente in due luoghi o attraverso due finestre che si trovano entrambe sul volto delle persone: gli occhi e la bocca. È attraverso questi due “balconi”, come li chiamava lui, che le persone rivelano la loro anima: lo sguardo negli occhi quando la gente li guarda intenzionalmente e nella bocca attraverso il dolce sorriso. Chiede nel Convivio:

Che cos’è la risata se non un luccichio del piacere dell’anima, cioè una luce che appare all’esterno così come è dentro? … Si rivela negli occhi così chiaramente che l’emozione presente in lei può essere riconosciuta da chiunque la guardi con attenzione. (Libro 3, capitolo 8)

Ovviamente, indossando una maschera facciale, la bocca sarà compromessa nel fare qualsiasi espressione. Ciò che ci rimarrà in un mondo post-pandemico, almeno per un po’ di tempo, saranno gli occhi, e l’immersione profonda che si vorrà fare attraverso la finestra degli occhi di una persona per discernere e capire l’anima.

La speranza per il mondo accademico è che entro settembre si possa tornare alla normalità, ai corsi faccia a faccia nel campus. Gli studenti torneranno e si riverseranno in quelli che ora sono diventati campus fantasma. Forse per allora non saremo obbligati a indossare maschere facciali, ma anche se la maschera sarà un requisito, spero di aver imparato a leggere i volti delle persone e a regalare un sorriso con i miei occhi. La pandemia non potrà mai distruggere o conquistare i rapporti umani; non potrà atrofizzare i nostri sorrisi. Con o senza maschere facciali, continuerò a sorridere sempre e comunque, sperando di condividere un po’ di luce della mia anima con tutti quelli che incontrerò.




VERSO IL DOPO COVID19 – Per non perdere tutto ciò che abbiamo “osservato” in questi tempi

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OSSERVATORIO DI BIOETICA di SIENA

VERSO IL DOPO COVID-19

PER NON PERDERE TUTTO CIÒ’ CHE ABBIAMO “OSSERVATO” IN QUESTI TEMPI

Uno sguardo vigile a tutela dell’umano.(1)

 

Per qualche mese un dichiarato “stato di emergenza” ha distrutto certezze giuridiche e morali che credevamo di avere. Diritti e libertà fondamentali sono stati cancellati con semplici comunicati e bollettini giornalieri, con provvedimenti immediati, con diktat assertivamente adottati per l’interesse nazionale alla salute. E tutto questo lo abbiamo dovuto accettare delegando implicitamente il potere Esecutivo, mentre gli altri Poteri dello Stato e i garanti dei diritti costituzionali assistevano ammutoliti, quasi annichiliti ed impotenti, di fronte ad una slavina di decreti accompagnati in maniera disarticolata e spesso contraddittoria dalle ordinanze dei “governatori”.

Abbiamo assistito ad un “soggiogamento pacifico” in tutti gli ambiti di vita, della società e di intere nazioni. (cfr Giovanni Paolo II Lettera Enciclica Dives in Misericordia n.11, 30 novembre 1980)

Ancora non sappiamo se e quando cesserà definitivamente questa condizione di “sospensione” che in quasi tutto il mondo ha visto limitazioni alla libera circolazione, alla vita sociale, al commiato dignitoso dalla vita terrena dei nostri defunti, alla tutela “ordinaria” della salute, alla vita religiosa comunitaria, alla tutela dei diritti giurisdizionali e costituzionali, alla libertà di impresa e a tante altre cose che qui per brevità non elenchiamo.

Quale prima domanda chiediamoci, insieme all’intellettuale Giorgio Agamben: “Come è potuto avvenire che un intero paese di fronte ad una epidemia sia, senza accorgersene, crollato eticamente e politicamente?” (cfr Giorgio Agamben, pubblicato sul sito Quodlibet, 13 aprile 2020)

In realtà da tempo vi erano tutti i presupposti affinché ciò potesse accadere. La riduzione sistematica dei diritti naturali ed inalienabili (vita, morte, libertà religiosa), degli istituti sociali costituzionalmente garantiti (famiglia, educazione) dinanzi alle frontiere dei “nuovi diritti” funzionalmente finalizzati alla destrutturazione dell’umano, ha creato la materia per una distruzione pacifica dell’umanità e della società civile, senza apparente spargimento di sangue e con danni apparentemente solo collaterali. L’inefficienza del nostro sistema costituzionale – apparente garanzia di legalità, ma di fatto del tutto ignorato da governi che si fondano su un sistema pattizio piuttosto che su principi di rappresentanza e rappresentatività – quotidianamente stravolto da norme adottate in aperto contrasto con i principi costituzionali stessi, ha fatto forse sì che la soglia che separa l’umanità dalla barbarie fosse oltrepassata?

La “paura” (2) è stata ed è la padrona incontrastata della scena pubblica e privata. Paura del contagio, di questo nemico invisibile e feroce che si può nascondere ovunque e ci può condannare alla morte, paura del vicino, del congiunto, delle relazioni, degli oggetti.

Proprio in questo momento, facendo leva sulla paura, si corre il rischio concreto che possa avanzare un globalismo ancora più pericoloso. Come sinistramente auspicò nel 2009 Jacques Attali (3)

E se tutto questo, in qualche misura, ci è stato reso inevitabile per far fronte ad una emergenza (che un giorno forse capiremo quanto sia stata inevitabile e quanto invece colposa), quanto è successo e sta succedendo deve suonare sia da monito per una attenzione sempre più desta e vigile, che da avvertimento per il futuro.

Abbiamo identificato 5 spunti di lavoro

 

  1. NUOVE FRONTIERE DELL’UMANO

La pandemia ha rivelato per l’ennesima volta la fragilità del nostro essere creature mortali, immerse in una natura sempre meno governata da mani sagge e rispettose della sua vocazione. Inoltre, la pandemia ha necessariamente fatto emergere le domande capitali dell’umanità.

A questo si deve rispondere con una maggiore ricerca del senso trascendente dell’uomo e ritornare a usare correttamente la ragione, unica strada per la scoperta della verità. Invece oggi assistiamo preoccupati ad una risposta che lascia intravvedere un umano che scivola ineluttabilmente verso la sua reificazione e secolarizzazione.

“La Scienza”, nuovo dogma moderno e nuova religione, ha fornito risposte contrastanti. Ogni virologo, epidemiologo o esperto esprimeva una sua idea – spesso in contrasto con altri colleghi – e l’unica raccomandazione che tutti hanno condiviso è stata il “confinamento”, l” isolamento”, il “distanziamento sociale”, esattamente la stessa indicazione data per affrontare le epidemie nel Medioevo. Tuttavia, nel Medioevo l’uomo, parte di un mondo cristianizzato, sapeva affidarsi e non abbandonava la speranza conoscendo bene il fine primo ed ultimo della vita. Tutto questo oggi non è più presente nella società. L’uomo è stato privato del senso della verità, ha visto annacquare ogni certezza, ha abdicato all’uso della ragione ed anche della ragionevolezza. In nome della scienza o di uno scientismo esasperato ha rinunciato, contro ogni logica, ad alcuni diritti fondamentali, rimanendo totalmente silente e inerte dinanzi a decisioni che hanno limitato come non mai nella storia attuale le libertà ed i diritti fondamentali. È necessario che l’uomo torni a dialogare con il cielo (4), recuperi la propria essenza profonda di essere sociale perché “pensato e salvato” da sempre nell’ambito di una relazione.

Peraltro, in maniera quasi beffarda, il coronavirus ci ha in qualche misura dimostrato che la vera essenza dell’uomo è indifferente alle nuove categorie culturali che cercano di frammentarne la natura.

Abbiamo infatti ri-scoperto la necessità quasi ovvia di leggere i dati del contagio secondo le classificazioni “nude e crude” (maschio/femmina, giovane/vecchio) svelando improvvisamente l’irrazionalità delle fluidità autoreferenziali di genere che vorrebbero ridisegnare il mondo e le relazioni tra le persone, ma che ora crollano miseramente davanti ad una entità invisibile ad occhio nudo. Così come ci ha attestato che aiutare un malato a respirare, mangiare o bere anche attraverso una macchina, non costituisce una terapia ma un sostegno vitale necessario a combattere la malattia.

Occorre quindi che la scienza torni a parlare con la filosofia e la metafisica, contrastando il dominio solitario della tecnica e degli interessi materiali in modo da poter interpretare con consapevolezza quello che accade.

Il dopo-Covid dovrà rigettare ogni tentativo di far ripartire il pericoloso percorso di frammentazione dell’uomo in categorie inesistenti, distruggendo i concetti del vivere ragionevole quali la verità, la bellezza, i diritti naturali dell’uomo.

 

  1. LA TUTELA DELLA VITA SIA RIMESSA AL CENTRO ANCHE DELLE POLITICHE SANITARIE E SOCIALI

La pandemia ha fatto emergere una intollerabile trascuratezza sanitaria, soprattutto nei confronti delle categorie più fragili ed esposte della società. Troppi anziani lasciati soli nelle strutture residenziali (5) e troppa incuria nella gestione delle stesse; troppi rischi a carico del personale sanitario e dei lavoratori occupati nei settori “essenziali”.

In tempi di pandemia è determinante riaffermare il valore dell’essere umano contro derive riduttiviste ed eugenetiche, che si sono affermate purtroppo in tutto il mondo. Basti pensare al rifiuto dei ventilatori polmonari ai disabili in USA, all’eutanasia preventiva proposta agli anziani in Olanda.

Peraltro, anche in Italia, è stata inaccettabile la richiesta di imporre l’aborto volontario come diritto inalienabile e come tale intangibile (persino in una situazione in cui non era possibile erogare i servizi di medicina preventiva alla popolazione), andando addirittura a chiedere di violare per via amministrativa i limiti previsti dalla legge 194, introducendo “l’aborto fai da te”.

C’è stata troppa poca cura verso le famiglie, lasciate sole per l’ennesima volta di fronte al loro carico di responsabilità nella gestione dei figli, degli anziani e delle persone non autosufficienti. A meno che non si voglia considerare “aiuto” il sussidio all’acquisto di un monopattino o di una bicicletta.

Pensiamo a come è stata pianificata la fase 2: ripresa del lavoro e non delle scuole E i figli? Oppure pensiamo alla assurda proposta di mandare a scuola i bambini solo alcuni giorni alla settimana. E gli altri giorni?

 

Il dopo-Covid dovrà rimettere al centro la tutela della vita in quanto tale e la famiglia come pilastro essenziale di ogni politica di welfare e di promozione umana.

 

  1. OCCORRE RISTABILIRE I DIRITTI COSTITUZIONALI

La compressione dei diritti costituzionalmente previsti e garantiti a cui abbiamo assistito e stiamo assistendo, non può più proseguire. Soprattutto non è più consentito tacere. Nel richiamare quanto già detto nella premessa di questo documento, vogliamo qui aggiungere una riflessione su una ulteriore, pericolosa deriva osservata in queste settimane.

Non avremmo mai pensato infatti di dover parlare di libertà religiosa nel nostro Paese, ma ci sembra che oggi tutto il pensiero filosofico e religioso abbia ceduto il passo alla “medicina come religione”6

E così le chiese sono state chiuse, non abbiamo potuto partecipare alla Santa Messa neppure il giorno di Pasqua, senza che nessuno abbia colto come in questo modo si sia messa in discussione una norma fondamentale, ovvero che la Chiesa, per ontologia ed anche per disposizioni normative è l’unica custode dei Sacramenti e del potere di amministrarli.

L’arbitrarietà e l’abnormità delle limitazioni governative si sono svelate nel momento in cui si è visto che l’accordo tra Stato e Chiesa Cattolica di fatto raggiunto è simile a quello adottato per la riapertura dei negozi e delle altre attività commerciali, con precauzioni attuabili anche nei mesi scorsi e che avrebbero consentito di evitare la sospensione della Santa Messa per oltre due mesi.

5Secondo la London School of Economics la metà di tutti i decessi di COVID 19 è avvenuta nelle RSA. In Inghilterra si è quindi verificato un “fenomeno dell’esclusione”: sopra una certa età non accedi alle terapie intensive. In Alabama e New York questo limite non solo è per gli anziani, ma anche per i malati mentali e pazienti disabili. In realtà ci eravamo preparati da tempo, da quando abbiamo introdotto il concetto di “vite degne di essere vissute”, abbiamo fallito come società, una “involuzione”, una nuova barbarie, ed abbiamo assegnato al virus una forma “surrettizia” di eutanasia. (Giulio Meotti, in un articolo sul Foglio del 16/04/2020.)

6“Proprio questo è stato fatto e, almeno per ora, la gente ha accettato come se fosse ovvio di rinunciare alla propria libertà di movimento, al lavoro, alle amicizie, agli amori, alle relazioni sociali, alle proprie convinzioni religiose e politiche. Si misura qui come le due altre religioni dell’Occidente, la religione di Cristo e la religione del denaro, abbiano ceduto il primato, apparentemente senza combattere, alla medicina e alla scienza” (Giorgio Agamben, La Medicina come religione, 2 maggio

 

  1. SICUREZZA RISPETTANDO TRASPARENZA E RISERVATEZZA

Lo Stato e le sue articolazioni, il Parlamento e il servizio pubblico di informazione devono essere il luogo del dibattito e della condivisione di fronte al Paese delle scelte strategiche e delle informative sullo stato dell’arte delle cure, delle ricerche e degli studi che riguardano la vita delle persone. Allo stesso tempo, la pandemia non deve essere il pretesto, invocando – stavolta impropriamente – il medesimo principio di trasparenza, per instaurare sistemi di controllo e tracciatura delle persone, tollerabili solo se strettamente anonimi e comunque sotto il ferreo controllo delle autorità pubbliche che ne devono rispondere di fronte all’opinione pubblica.

Ogni progresso tecnologico (ad esempio nel campo delle telecomunicazioni e della medicina preventiva e curativa), deve essere sicuro e vagliato in maniera indipendente prima di essere immesso sul mercato.

 

  1. DOVERI DELLO STATO E SUSSIDIARIETA’

La sanità, la scuola e in genere i servizi sociali alla persona sono stati gestiti negli ultimi venti anni come semplici centri di costo. I tagli indiscriminati e lo smantellamento di molte strutture ospedaliere e reti sanitarie di protezione del territorio sono stati effettuati con il solo criterio di rientrare nei parametri economici dettati dall’Unione Europea. Allo stesso tempo non è assolutamente pensabile tornare a un sistema legato ad una gestione statalista totalizzante, spesso inefficiente e soggetta a endemici sistemi di corruzione.

Sul fronte della scuola, assistiamo con sgomento al pervicace perseguimento da parte dello Stato della distruzione di quel che resta delle scuole paritarie, in maniera del tutto incurante del pluralismo e della capacità del privato di gestire al meglio le risorse. Gli 860.000 alunni e le loro famiglie sono considerati cittadini di Serie B. E’ assurdo che la gestione di una scuola paritaria non venga considerata meritevole di aiuto al pari di tutte le altre attività economiche e non del Paese. L’enorme patrimonio umano e di strutture delle scuole paritarie (180.000 tra docenti e operatori scolastici, 12.000 sedi scolastiche distribuite su tutto il territorio nazionale) potrebbe invece rivelarsi utilissimo per agevolare la ripresa nel comparto istruzione. È il momento di rilanciare un nuovo patto educativo e civico per l’intero sistema scolastico (scuole statali e paritarie – crf legge n. 62/2000) quale investimento sull’educazione per formare le generazioni del futuro.

L’attuale situazione deve essere quindi l’occasione per ridare fiducia e per scommettere su un reale principio di sussidiarietà, ovvero poter garantire una serie importante di servizi sanitari e scolastici a partire dall’organizzazione autonoma, indipendente e non profit dei cittadini e delle loro libere aggregazioni.

Sul fronte dell’economia, siamo convinti che si possa uscire da questa crisi epocale solo attraverso l’insostituibile ruolo del lavoro e della libera iniziativa. Vediamo quindi con preoccupazione il ritorno allo statalismo e all’assistenzialismo che sta connotando le scelte strategiche e politiche attuali. Occorre piuttosto valorizzare il nostro sistema di imprese che ha già dimostrato la propria capacità competitiva, di ricerca e di innovazione e ricostruire il rapporto tra il lavoro e la realizzazione della persona che è il fondamento della dignità umana così come tutelata dalla Costituzione (cfr art. 4).

Lo Stato promuova il bene comune e lasci libero l’uomo di esercitare la propria responsabilità.

 

Siena, 23 maggio 2020

 

L’OSSERVATORIO DI BIOETICA DI SIENA INTENDE METTERE A DISPOSIZIONE DI TUTTI QUESTA LETTURA DEL MOMENTO

Ogni adesione, commento, proposta di confronto e discussione è benvenuta e può essere inoltrata sulla nostra pagina Facebook o a [email protected]

 

  1. “Uno sguardo di insieme ci dà l’impressione che sia la natura, sia l’uomo stesso siano sempre più alla mercé dell’imperiosa pretesa del potere – economico, tecnico, organizzativo, statale. Sempre più nettamente si delinea una situazione in cui l’uomo tiene in suo potere la natura, ma insieme l’uomo tiene in suo potere l’uomo, e lo Stato tiene in suo potere il popolo e il circolo vizioso del sistema tecnico-economico tiene in suo potere la vita” (Romano Guardini, “La fine dell’epoca moderna”, Brescia, Morcelliana, 1950).
  2. “La paura è una risorsa molto invitante per sostituire la demagogia all’argomentazione e la politica autoritaria alla democrazia. E richiami sempre più insistiti alla necessità di uno stato di eccezione vanno in questa direzione.” (Zygmunt Baumann, Paura Liquida, Laterza, 2006)
  3. «La storia ci insegna che l’umanità si evolve in modo significativo solo quando ha davvero paura: in primo luogo istituisce meccanismi di difesa; a volte intollerabili (capri espiatori e totalitarismi); a volte inutili (distrazione); talvolta efficaci (terapeutici, scartando se necessario tutti i precedenti principi morali). Quindi, una volta finita, la crisi trasforma questi meccanismi per renderli compatibili con la libertà individuale e per includerli in una politica sanitaria democratica. La prossima pandemia iniziale potrebbe innescare una di queste paure strutturanti. […] prima della prossima, inevitabile, pandemia noi metteremo in atto meccanismi di prevenzione e controllo e processi logistici per un’equa distribuzione di farmaci e vaccini. Per fare questo, dovremo istituire una forza di polizia globale, un deposito globale e quindi un sistema fiscale globale. Verremo quindi, molto più velocemente della sola ragione economica, a gettare le basi di un governo del mondo reale». (Jacques Attali, l’Express 3 maggio 2009)
  4. “Il termine “Salus” significa salute, nel senso sanitario del termine, e significa anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso. L’attuale esperienza del coronavirus testimonia ancora una volta che i due significati sono interconnessi. …. La salute non è la salvezza, come ci hanno insegnato i martiri, ma in un certo senso la salvezza dà anche la salute. Il buon funzionamento della vita sociale, con i suoi benefici effetti anche sulla salute, ha anche bisogno della salvezza promessa dalla religione: “l’uomo non si sviluppa con le sole sue forze” (Caritas in veritate, 11).” (Giampaolo Crepaldi “Coronavirus, l’oggi e il domani. Riflessioni su un’emergenza non solo sanitaria”, marzo 2020)
  5. Secondo la London School of Economics la metà di tutti i decessi di COVID 19 è avvenuta nelle RSA. In Inghilterra si è quindi verificato un “fenomeno dell’esclusione”: sopra una certa età non accedi alle terapie intensive. In Alabama e New York questo limite non solo è per gli anziani, ma anche per i malati mentali e pazienti disabili. In realtà ci eravamo preparati da tempo, da quando abbiamo introdotto il concetto di “vite degne di essere vissute”, abbiamo fallito come società, una “involuzione”, una nuova barbarie, ed abbiamo assegnato al virus una forma “surrettizia” di eutanasia. (Giulio Meotti, in un articolo sul Foglio del 16/04/2020.)

 




Messe? Ci sono “cose più urgenti”, dice il vescovo. Un fedele, addolorato, prende carta e penna e gli scrive.

Dopo le amare considerazioni espresse ieri da un sacerdote sulla nota del vescovo di Pinerolo, mons. Derio Olivero, ecco oggi la lettera piena di dolore che un fedele ha scritto al vescovo. Una lettera che ricevo e volentieri pubblico.

Mons. Derio Olivero, vescovo

Mons. Derio Olivero, vescovo (foto rilevata da internet)

 

Eccellenza,

in questo tempo in cui ogni notizia giunge come sussurrata dalla porta accanto, sono stato raggiunto dalla Sua nota del 18 maggio, che un amico che vive vicino Monza ha voluto avere la carità di segnalarmi.

Ogni parola ed ogni gesto vengono amplificati, anche oltre il dovuto, ma tant’è.

Leggo, sento di dover partecipare alla Sua umana preoccupazione eppure rimango interdetto.

Oggi (il 21 maggio, ndr) è memoria liturgica di 25 santi martiri, canonizzati da San Giovanni Paolo II esattamente vent’anni or sono. Diedero la vita per testimoniare la primazia di Cristo su ogni altro interesse mondano.

Ritengo non sia casuale tale coincidenza e spero che con il loro patrocinio ci aiutino a meglio comprendere il nostro compito, nella Chiesa e nel mondo.

Il 21 maggio 2000 nella Santa Messa per la canonizzazione dei Martiri, affermava San Giovanni Paolo II:

“Rimanete in me e io in voi… Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla” (Gv 15, 4-5). Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, Gesù ci ha esortato a rimanere in Lui, per unire a sé tutti gli uomini. Questo invito esige di portare a termine il nostro impegno battesimale, di vivere nel suo amore, d’ispirarsi alla sua Parola, di alimentarsi con l’Eucaristia, di ricevere il suo perdono e, quand’è necessario, di portare con Lui la croce. La separazione da Dio è la tragedia più grande che l’uomo possa vivere. La linfa che giunge al tralcio lo fa crescere; la grazia che proviene da Cristo ci rende adulti e maturi affinché rechiamo frutti di vita eterna.”

Lei scrive:

“si è acceso un dibattito sulle Messe: aprire o aspettare ancora? In realtà la vita di  tutti ci sta dicendo di pensare a cose più urgenti”

Sì, le urgenze materiali sono tante ed anche quelle spirituali, se tra queste annoveriamo anche i riverberi che ne vediamo sugli stati d’animo. Eppure, da cristiano, da cattolico, da uomo provato da tante fatiche, non trovo nulla di più necessario di quanto Cristo mi offre nella Santa Messa: Se stesso.

Varrebbe la pena ricordarlo. Non è mai abbastanza.

“Molti pensano: “Questa parentesi si è aperta ad inizio marzo, si chiuderà e torneremo alla società e alla Chiesa di prima”. – poi precisa: “No. È una bestemmia”. In verità “bestemmia” ha un significato preciso ed accomunare ciò che poi Lei precisa essere “un’ingenuità, una follia” svia l’attenzione, riduce sia l’onore dovuto al Signore che il desiderio, umanissimo, di ritrovarsi in una “terra nota”.

Certamente non è una bestemmia. Probabilmente è la percezione che possiamo riscontrare della Chiesa quale soggetto sociologico, negandoLe la Sua propria realtà soprannaturale, mai disgiunta da quella temporale.

Forse è attraverso questo tempo, come attraverso ogni tempo, è il Signore che ci parla. Forse ci vuol dire che ci siamo allontanati da Lui e non vogliamo tornare. Forse ci rimprovera perché ammantiamo di discorsi farisaici su ambiente, genere, ecc. tanta resistenza a riconoscerLo Signore?

Ho nella mia vita il prezioso ricordo, la memoria di una Chiesa “comunità”, di un Suo insegnamento che ha visto anche la fondata certezza di una società non fondata sull’individuo.

Una società sempre perfettibile, ma che alcuni “plutocrati” (come venivano chiamati un tempo) tenta oggi di dissolvere: delegittimando la famiglia naturale; innalzando i desideri a diritti; manipolando l’uomo e facendone oggetto di consumo; uccidendolo, quando non rispetta i canoni della produzione efficiente.

Rimettere Cristo e la Sua presenza reale al centro della nostra attenzione, non crede sarebbe questo il compito più importante di ogni comunità e di ogni guida?

“le relazioni sono vitali, non secondarie.” -Lei afferma – “Noi siamo le relazioni che costruiamo.” NO, mi consenta, noi siamo creature, il cui essere, la cui esistenza in questo preciso istante, dipende da Dio.

“la “comunità”. Gli altri, “la società” –  che Lei richiama – non sono le relazioni che sottendono. Esiste una differenza ontologica tra comunità civile ed ecclesiale che, la mia memoria mi riporta a Paolo VI, è piuttosto una entità etnica sui generis. Obliarlo ci rende tutti più poveri, più soli.

“una società nuova.” che sorga dal volontarismo, dall’idealismo di alcuni illuminati potrebbe tragicamente essere il volto aggiornato di utopie [o distopie] che hanno travagliato anni non lontani?

Lei afferma: “O iniziamo a cambiare la Chiesa in questi mesi o resterà invariata per i prossimi 20 anni.” Ma, noi crediamo che lo Spirito Santo cambia la Chiesa.

L’alternativa, che vedo latente nel suo scritto, è desiderare di avere, di riformare, una Chiesa a nostra immagine, corrispondente ad una nostra idea “morale”, denigrando se non abbandonando quanto ci è stato donato a prezzo del sangue di martiri. Ultimamente, sostituendoci a Dio, potremmo dire: “non voglio più una Chiesa che si limiti a dire cosa dovete fare, cosa dovete credere e cosa dovete celebrare, dimenticando la cura le relazioni all’interno e all’esterno.” Mai la Chiesa è stato questo, mai ha voluto riaffermare il depositum fidei, la propria Fede, la Sacra liturgia “contro”. La Chiesa è consapevole che senza quel depositum, quella Fede, quella Liturgia, ogni relazione ed ogni comunità diviene effimera, perdendo il proprio fondamento, temporale ed eterno.

Solo una Chiesa ricca di questa certezza può accogliere chiunque: anche “quelli che non frequentano o compaiono qualche volta per “far dire una messa”, far celebrare un battesimo o un funerale.”

Ringraziamo, anzi, di questa opportunità d’incontro per mostrare il “di più” che, forse, taluni ancora non vedono. E magari saremo “attraenti” (ammesso che siamo noi ad attrarre e non Cristo stesso) per quanti: “non praticanti, gli agnostici, gli atei, i credenti di altre confessioni e di altre religioni.” possono attraverso noi incontrare Cristo, offrendo loro ciò che noi stessi stimiamo il maggior bene.

“Questo è il vero cristiano.” Come Lei precisa. Non un uomo ammantato di ideali strani o schiavo di una morale perfetta quanto astratta. No, l’uomo che riconosce Cristo testimonia, nelle circostanze e condizioni che la Provvidenza gli dona di vivere, la Sua Signoria. Testimone cioè, con una parola che incute riverenza e timore, martire.

Ecco, io mi ritengo cristiano, e mi sento umiliato dal Suo paragone. Vado a Messa quando posso, quasi sempre la domenica. Perché, come ha ricordato il Card.Bassetti nell’omelia tenuta il 31 dicembre 2017: “Sine Dominico non possumus vivere!” «Per noi credenti significa che, senza riunirci in assemblea la domenica per celebrare l’Eucaristia, ci mancherebbero le forze per affrontare le difficoltà quotidiane e non soccombere. Ma della domenica ha bisogno anche la nostra società secolarizzata; ne ha bisogno la vita di ogni uomo, ne hanno bisogno le famiglie per ritrovare tempi e modalità per l’incontro, ne ha bisogno la qualità delle relazioni tra le persone». E del «lavoro che vogliamo» la domenica «è parte costitutiva: perché, quando manca il lavoro del lunedì, non è mai pienamente domenica; quando manca la domenica, il lavoro non riesce a essere davvero degno per nessuno».

Questo cuore del cuore dell’esperienza cristiana, che è stato centro del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale, nel 2005 e suo motto: Sine Dominico non possumus vivere!

L’andare a Messa non mi eleva sopra altri cristiani ma mi consente di riconoscerli fratelli, cristiani perché battezzati.

Solo così potranno esistere: “Non comunità chiuse, ripiegate su se stesse e sulla propria organizzazione, ma comunità aperte, umili, cariche di speranza; comunità che contagiano con propria passione e fiducia.” “una Chiesa che va a tutti” proprio perché va in chiesa, l’unico luogo ove Cristo è realmente, carnalmente, presente.

L’Eucaristia non è mai sprecata, se non quando la si riceve in peccato mortale!

Già in passato vi furono tentativi di trovare strade nuove, chiese al passo dei tempi.

Come scrisse poco più di un anno fa Benedetto XVI: “Forse dovremmo creare un’altra Chiesa perché le cose funzionino? Ebbene, quell’esperimento è già stato fatto e ha già fallito”.

Nel XVI secolo, solo per fare un esempio tra tanti, la Chiesa Anglicana rinnegò Roma, ma prima rinnegò la Santa Messa e la realtà della Presenza Reale di Cristo. Vogliamo riproporre la stessa tragedia? Tragedia non solo per la Fede ma, conseguentemente, per il popolo che ne soffrì e fu martirizzato.

Ecco, Eccellenza, mi scuso per quanto il trasporto mi ha fatto dire e spero non abbia risentimento per questo, ma consideri, come sentimmo dirci, in gioventù: “Cristo è il centro del cosmo e della storia”, realmente Lo è, tanto che può trasformare della finita materia quale il pane ed il vino nel Suo vero Corpo.

Le auguro, Eccellenza, di fare un buon cammino sino a quando comparirà davanti al Signore, Giudice Giusto ed insieme Misericordioso. La esorto – non tralasci di testimoniarLo, opportune et importune; non dubiti e non introduca la tentazione del dubbio in quanti, come me, hanno l’occasione di incoltrarLa.

Con affetto e stima.

 

                                 Daniele Salanitro

Torino, 21 maggio 2020 – Memoria dei 25 Santi Martiri Messicani

 

                                                                    




Trump: “Alcuni governatori hanno ritenuto essenziali i negozi di liquori e le cliniche per gli aborti”, ma non le chiese. “Non è giusto”. Ora correggo!

“Alcuni governatori hanno ritenuto essenziali i negozi di liquori e le cliniche per gli aborti”, ma non le chiese, ha detto il presidente Donald Trump. “Non è giusto”. Quindi sto correggendo questa ingiustizia e definendo essenziali i luoghi di culto”.
Ecco la notizia battuta dalla Associated Press pochi minuti fa. Eccola nella mia traduzione.

 

Donald Trump, presidente USA

Il presidente Donald Trump ha dichiarato venerdì che ha ritenuto “essenziali” le chiese e gli altri luoghi di culto e ha invitato i governatori di tutto il Paese a permettere la riapertura in questo fine settimana nonostante la minaccia di diffondere il coronavirus.

“Oggi identifico i luoghi di culto – chiese, sinagoghe e moschee – come luoghi essenziali che forniscono servizi essenziali”, ha detto Trump durante una frettolosa conferenza stampa alla Casa Bianca, dove non ha risposto alle domande. Ha detto che se i governatori non si atterranno alla sua richiesta, li “scavalcherà”, anche se non è chiaro quale autorità abbia per farlo.

I Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie avevano preparato una bozza di linee guida per la riapertura delle chiese e di altri luoghi di culto settimane fa, che includeva misure come il mantenimento della distanza tra i parrocchiani e la limitazione delle dimensioni dei raduni.

Ma quella linea guida era stata rinviata per più di un mese dall’amministrazione fino a quando Trump non ha improvvisamente cambiato rotta giovedì.

“Ho detto: ‘È meglio che lo spenga’. E lo stanno facendo”, ha detto Trump giovedì in uno stabilimento della Ford Motor Co. riconvertito per la produzione di ventilatori nel Michigan. “E pubblicheranno qualcosa oggi o domani sulle chiese”. Dobbiamo aprire le nostre chiese”.

Venerdì Trump ha sottolineato l’importanza delle chiese in molte comunità e si è opposto ad alcune delle attività che sono state autorizzate a riaprire.

“Alcuni governatori hanno ritenuto essenziali i negozi di liquori e le cliniche per gli aborti”, ma non le chiese, ha detto. “Non è giusto”. Quindi sto correggendo questa ingiustizia e definendo essenziali i luoghi di culto”.

“Questi sono luoghi che tengono insieme la nostra società e tengono unito il nostro popolo. La gente chiede di andare in chiesa e in sinagoga, di andare alla loro moschea”, ha detto.

 




“In certi ecclesiastici mi sembra che siamo giunti in qualche modo alla ‘banalità del male’”

Mi scrive un sacerdote a proposito della lettera di Mons Derio Olivero, vescovo di Pinerolo (TO), sulla ripresa delle messe dopo l’interruzione per l’infezione del coronavirus.

 

Mons Derio Olivero, vescovo di Pinerolo (TO)

Mons Derio Olivero, vescovo di Pinerolo (TO)

 

di Un sacerdote

 

Caro Sabino ho appena letto la lettera di mons. Derio, vescovo di Pinerolo, che ha voluto rimandare l’apertura delle Sante Messe al 25 maggio, così motivando:

Carissime amiche, carissimi amici, in questi giorni si è acceso un dibattito sulle Messe: aprire o aspettare ancora? In realtà la vita di  tutti ci sta dicendo di pensare a cose più urgenti: il dolore di chi ha perso un famigliare, senza neppure poterlo salutare; l’angoscia di chi ha perso il lavoro e fatica ad arrivare a fine mese; il peso di chi ha tenuto chiuso un’attività per tutto questo tempo e non sa come e se riaprirà; i ragazzi e i giovani che non hanno potuto seguire lezioni regolari a scuola; i genitori che devono con fatica prendersi cura dei figli rimasti a casa tutto il giorno; la ripresa economica con un impoverimento generale… Queste sono questioni che mi porto in cuore e sulle quali, come Chiesa di Pinerolo, stiamo cercando di fare il possibile. E’ in gioco il futuro del nostro territorio. A questo dedico la maggior parte delle mie poche forze in questi giorni, mettendoci mente e cuore …” (leggi qui).

Premesso che non vedo come spostando di qualche giorno l’apertura si possano risolvere i dolori e le angosce di chi ha purtroppo sofferto, non avevo mai pensato che l’Eucarestia non fosse poi così indispensabile, e che ci fossero quindi cose più urgenti, visto che nel Sacrificio Eucaristico si offre all’uomo la sola Salvezza possibile e il suo unico conseguibile Destino, altrimenti “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima?” (Mc 8, 36-37). Ma ormai, rifacendomi al famoso libro di Hanna Arendt, anche in certi ecclesiastici mi sembra che siamo giunti in qualche modo alla “banalità del male”. Si dicono e si fanno in modo tranquillissimo cose pazzesche, direi atroci. La lista è lunga …

Esprimere le soprascritte considerazioni come se si bevesse un bicchier d’acqua, fa venire in mente quello che disse Cristo sulla Croce. “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34) che nulla c’entra con una sorta di buonismo da parte di Gesù, ma solo è tristissima, sia pure misericordiosa, constatazione sul fatto che il male può giungere appunto ad annullare la sua stessa consapevolezza. Ma questo vescovo sa quello che dice? Ma sta qui, proprio qui, senza sostituirsi ovviamente al giudizio ultimo di Dio, la suprema spaventosità del male; come dice poeticamente un salmo: “Torpido come il grasso è il loro cuore” (Sal 118, 70). Sul cuore il grasso dei peccati compiuti è talmente inspessito che non se ne avverte più il battito umano: «Chi non è più capace di percepire la colpa è spiritualmente ammalato, è “un cadavere vivente, una maschera da teatro”, come dice Görres» (J. Ratzinger, Elogio della coscienza. Il brindisi del Cardinale, Lectio magistralis all’Università di Siena, 1991). Forse sono certi vescovi a non essere indispensabili! Desolante …

 




Sono riprese le messe pubbliche in Italia, ma non senza polemiche.

Molti fedeli italiani hanno accolto con favore la ripresa delle Messe pubbliche a Roma e nel resto d’Italia oggi (lunedì scorso, ndr), due mesi dopo che le celebrazioni pubbliche dell’Eucaristia sono state sospese in tutto il Paese a causa del coronavirus. Ma molte sono ancora le controversie.

Ce ne parla Edward Pentin nel suo articolo pubblicato sul National Catholic Register. Eccolo nella mia traduzione.

Sacerdote distribuisce la Comunione con guanti e mascherina, coronavirus, messa

Molti fedeli italiani hanno accolto con favore la ripresa delle Messe pubbliche a Roma e nel resto d’Italia oggi (lunedì scorso, ndr), due mesi dopo che le celebrazioni pubbliche dell’Eucaristia sono state sospese in tutto il Paese a causa del coronavirus.

Ma alcuni cattolici continuano ad avere forti riserve sulle restrizioni per la “Fase 2” dell’isolamento di Covid-19, mentre altri hanno accusato i vescovi italiani di usare la pandemia come scusa per “smantellare la liturgia”.

In molte delle basiliche più grandi, come San Pietro o il Duomo di Milano, i fedeli sono stati sottoposti a test termici prima di entrare. In una chiesa è consentito l’ingresso in numero limitato a seconda delle dimensioni, le maschere sono obbligatorie e il distanziamento sociale è consigliato attraverso cartelli sui banchi. Per garantire che non venga superata una quota per il numero di fedeli, sono state messe a disposizione prenotazioni online.

“È reale, sono felice, anche commovente”, ha detto Sonia Mauro mentre assisteva alla messa in Duomo a Milano. “Mi è mancata l’Eucaristia anche se l’ho seguita in TV”, ha detto al quotidiano episcopale italiano Avvenire. “C’è bisogno di sentirsi anche fisicamente Chiesa”.

Il 7 maggio, il capo della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, e il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte hanno firmato un protocollo congiunto che consente la ripresa delle Messe pubbliche. Tra le disposizioni del decreto c’è quella che prevede che i sacerdoti e i ministri straordinari della Comunione distribuiscano la Santa Comunione con maschere e guanti usa e getta.

L’articolo 3.4 del protocollo, firmato dopo lunghi colloqui con il governo, stabilisce:

“La distribuzione della Comunione avverrà dopo che il celebrante e l’eventuale ministro straordinario avranno provveduto all’igiene delle mani e indossato guanti monouso; la stessa persona – indossando la maschera, avendo cura di coprirsi il naso e la bocca e mantenendo un’adeguata distanza di sicurezza – avrà cura di offrire l’ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli”.

“Le maschere e i guanti? Quasi non te ne rendi conto”, ha detto Mauro. “Dopo qualche minuto scompaiono dalla tua mente, non te ne accorgi più”.

Ma la vista dei sacerdoti che distribuiscono la Santa Comunione con guanti e maschere usa e getta ha causato un po’ di costernazione sui social media e altrove. Alcuni l’hanno sostenuta, accogliendo le nuove misure come “meravigliose” e aggiungendo che era “così bello ricevere i sacramenti e garantire la protezione della vita”.

Ma altri si sono fortemente opposti. “Che tristezza”, ha commentato uno. “Questa è una totale mancanza di rispetto e di fiducia in Nostro Signore”, ha detto un altro. Altri hanno scritto per ricordare alla Chiesa in Italia che “l’Eucaristia è Dio”, e che è “uno spettacolo così spaventoso! Che Dio ci perdoni”.

Simona, cittadina romana, ha espresso la sua disapprovazione e ha chiesto perché la regola vale per ricevere l’Ostia, ma “la stessa regola non si applica nelle drogherie e nelle pasticcerie”. Argomentazioni simili sono state fatte per la sospensione delle messe pubbliche mentre i supermercati sono stati autorizzati ad essere aperti per tutta la durata dell’isolamento.

Ha detto al National Catholic Register che probabilmente era perché stavano “pensando alle precauzioni che i medici prendono a causa del loro contatto con i corpi”. Ma applicata qui, ha detto, “una tale precauzione nega effettivamente la sacralità dell’Eucaristia, nega il suo Corpo e il suo Sangue”.

I sacerdoti di Roma hanno detto in privato di essere molto insoddisfatti della regola dei guanti usa e getta, ma si preoccupano di andarci contro per paura di sanzioni da parte della polizia. Di particolare preoccupazione è ciò che accade ai guanti usa e getta dopo che hanno toccato il Signore nella Sacra Ostia.

Anche i vescovi italiani stanno anche suggerendo di usare le pinzette, ma una possibile alternativa, e probabilmente più accettabile, è quella di tagliare le grandi ostie pre-consacrate in strisce, piuttosto che distribuire le solite ostie a forma di disco, e far ricevere la Comunione sulla lingua al comunicando. Ciò impedirebbe sia al ministro della Comunione di entrare in contatto con il comunicando, sia di evitare che quest’ultimo debba toccare le mani o la bocca e il viso.

La Comunione sulla mano ritorna in discussione dopo che era stata sollevata all’inizio della pandemia come possibile soluzione per prevenire il contagio.

Andrea Zambrano, giornalista del quotidiano cattolico online La Nuova Bussola Quotidiana, ha detto che le prove suggeriscono che la pandemia viene usata come “scusa per smantellare la liturgia”, a cominciare dal “divieto della Comunione sulla lingua” che, secondo lui, non era nel protocollo congiunto con il governo ma che i vescovi italiani “hanno aggiunto in seguito” in ogni decreto episcopale per le singole diocesi. La notizia è stata riportata per la prima volta sul sito MiL – Messainlatino

Il sito spiegava che gli ortodossi, nei loro protocolli firmati con il governo il 15 maggio, si assicuravano di poter ricevere la Comunione come prima, purché prendessero le precauzioni di non entrare in contatto con i fedeli.

Il relativo protocollo, l’articolo 2.4, è quasi identico all’articolo 3.4 per la Chiesa cattolica, ma senza alcun riferimento al contatto con le “mani” dei fedeli. Esso afferma semplicemente che il celebrante deve “avere cura di offrire l’Eucaristia a conclusione della Divina Liturgia senza entrare in contatto con i fedeli”.

Lo stesso vale per i protocolli luterani e metodisti, ma agli ortodossi è permesso di continuare a ricevere la Santa Comunione a modo loro e sulla lingua, alcuni anche da un comune cucchiaio.

Secondo Avvenire, i comunicandi devono ora ricevere l’ostia consacrata “esclusivamente sulle mani” e non devono neppure dire la parola “Amen” dopo aver ricevuto l’Eucaristia. Anche altri articoli di altre pubblicazioni cattoliche italiane, insieme alle diocesi di tutto il Paese, insistono per la Comunione sulla mano, compresa l’arcidiocesi metropolitana di Milano.

“Si vede che per certe confessioni la Comunione sulla lingua non comporta alcun rischio di contagio”, ha scritto in maniera sardonica Zambrano. “O forse si vede che certe confessioni non sono – per usare un’altra parola magica di questi tempi – responsabili”.

La Comunione sulla mano è stata al centro di un lungo e appassionato dibattito all’interno della Chiesa, con la preoccupazione che si tratti di un atto di irriverenza verso la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. La questione è venuta alla ribalta a marzo, quando i vescovi hanno cominciato a insistere sul fatto di ricevere in mano per evitare il contagio, anche se gli studi hanno dimostrato che la Comunione sulla lingua non presenta rischi maggiori se effettuata correttamente.

Nei commenti al National Catholic Register, il portavoce della Conferenza episcopale italiana Vincenzo Corrado ha detto che il protocollo del 7 maggio “non specifica un modo di ricevere l’Eucaristia, ma piuttosto la preoccupazione di ‘non venire a contatto con le mani dei fedeli’”.

Dopo aver recitato domenica  il Regina Caeli, Papa Francesco ha detto per la seconda volta in meno di due settimane che i fedeli avrebbero dovuto accettare i protocolli. “Per favore, andiamo avanti con le regole, le prescrizioni che ci danno, in modo da salvaguardare la salute di tutti e del popolo”, ha detto in commenti non scritti.

 




Sospensione messe: un fedele scrive 5 lettere al cardinale Nichols di Londra

Abbazia di Westminster - Londra

Abbazia di Westminster – Londra

 

di Maurizio Patti

 

La chiusura delle chiese nel Regno Unito, obbligata dal 23 marzo 2020, ha provocato in me un grande dolore. Questo intervento governativo ha sollecitato, nel rispetto delle regole, un tentativo di manifestare alle istituzioni politiche e religiose il disagio e la sofferenza che tali imposizioni hanno creato. 

Ho scritto lettere al Primo Ministro, Boris Johnson, al rappresentante parlamentare del mio distretto elettorale, al Ministro di Housing, Communities e Local (responsabile con il suo governo della riapertura dei luoghi di culto). Non ho ricevuto risposte. 

Ho scritto cinque lettere al Cardinale Vincent Nichols di Westminster, Londra. Ho avuto risposta alle prime due invitandomi a contattare il ministro responsabile. 

La settimana scorsa 11-17 maggio è stata particolarmente importante per sondare la sincerità effettiva e la leale volontà delle istituzioni nel riaprire le chiese in questo Paese (il Regno Unito).

L’11 maggio il Governo di Boris Johnson ha pubblicato un documento di circa 50 pagine che illustra la strategia da seguire per la Fase 2. Il 13 maggio, infatti, il Paese ha cominciato a riprendersi a muovere. La data della riapertura dei luoghi di culto è fissata per il 4 luglio, le ultime a riaprire insieme ai parrucchieri. Al momento sono aperti vivai, negozi, alcuni centri sportivi (golf, tennis, pesca, pallacanestro) 

La lettera che ho scelto delle 5 scritte al Cardinale è l’ultima, redatta in data 13 maggio. Non raccoglie ovviamente tutte le sollecitazioni delle precedenti. E’ stata provocata dal fatto che i leaders delle varie Professioni di Fede avrebbero incontrato esponenti del Governo il 15 maggio. La ragione dell’incontro era quella di discutere eventuali cambiamenti nelle tempistiche di riapertura. Era stata ventilata la possibilità di un accesso anticipato (soprattutto per le chiese) rispetto al 4 luglio, per la preghiera personale.

Il Cardinale è stato intervistato dalla radio BBC4 il 14 maggio.

Ha evidenziato:

  1. a) il sacrificio dei cristiani
  2. b) il rispetto delle disposizioni non cessando però di premere sul Governo (tuttavia una strategia non è stata chiaramente enunciata) 
  3. c) la difficoltà del Governo nel differenziare luoghi di culto – per esempio anticipare l’apertura delle chiese rispetto a moschee dove la preghiera comune è sempre molto affollata. 

Fino ad ora non ci sono stati comunicati governativi sull’anticipazione della data per apertura chiese per la preghiera personale. 

Al momento rimane drammaticamente quella del 4 luglio.

 

Ecco l’ultima delle mie lettere che ho rispettosamente inviato al Card. Vincent Nichols.

 

Nichols card Vincent

Nichols card Vincent, arcivescovo metropolita di Westminster, Londra

 

Buonasera Sua Eminenza,

Come vede è una questione che mi sta veramente a cuore. 

Sono sicuro che il Suo operato è appoggiato da un consiglio di alto livello che l’aiuta ad affrontare la questione della chiusura delle chiese.

Mi permetto umilmente di sollevare alcuni punti perché è davvero una questione di vita e di morte (pandemia e apertura delle nostre chiese) e di discutere come possa essere formulata una strategia di contenimento del contagio (oltre ad altri suggerimenti che ho evidenziato nelle 4 lettere precedenti).

1) in una chiesa (non in Cattedrale) in un giorno feriale c’è solo una Messa. I vivai (centri di giardinaggio) hanno riaperto il 13 maggio e abbiamo visto alla TV che il flusso di visitatori è costante nell’arco dell’intera giornata. 

2) la rivista scientifica britannica Lancet ha sottolineato che questa pandemia sta causando problemi psicologici, di conseguenza, anche morali e spirituali. Aprire le chiese può curare le ferite causate dall’essere privati di una sorgente di benessere quale è la Chiesa.

3) il governo britannico ha pubblicato un documento di circa 50 pagine per controllare lo scoppio dell’epidemia. E’ l’ultimo introdotto e l’ho letto attentamente. Mi rendo conto che sia uno sforzo titanico per le istituzioni controllare il contagio. Ma la natura stessa degli atti amministrativi che si sono succeduti implica che non siano mai discussi in Parlamento. Ci possono essere degli errori, come vediamo giorno dopo giorno (per esempio come sia stata gestita la crisi nelle case di anziani). Ho pensato che la Chiesa Cattolica dovrebbe avere una commissione medico-scientifica che appoggi  o metta in discussione le decisioni prese dal governo.

4) ho sempre pensato che lo Stato non avesse potere sulla nostra Chiesa. So che la Chiesa Anglicana è una Chiesa di Stato, quindi presumo che debba seguire le disposizioni del Governo. Ma è questo applicabile per legge anche alla Chiesa Cattolica? In alcuni Paesi ci sono degli Accordi che regolano il rapporto Stato-Chiesa (per esempio il Concordato in Italia). C’è qualcosa di simile nel Regno Unito?

5) in molti Paesi le chiese sono state riaperte con la crisi ancora in atto: per esempio in Spagna, in Germania il 3 maggio, in Italia il 18 maggio. Nella laica Francia sono sempre state aperte senza funzioni, come lo sono state in altre nazioni. Perché qui no?

A proposito la mia preoccupazione è rivolta anche alle moschee, sinagoghe e a tutti i luoghi di culto.

6) alcuni possono pensare che il mio atteggiamento sia irragionevole in una pandemia. Dobbiamo salvare le vite. Sono assolutamente d’accordo, ma perché allora si usano misure diverse?. Hanno aperto vivai, centri sportivi e negozi. Hanno permesso a migliaia di persone di tornare al lavoro. Foto di giornali e servizi televisivi hanno mostrato autobus affollatissimi e metro strapiene senza distanza fisica e uso di mascherine. Perché non si permette di aprire le chiese?

E mentre in autobus/metro  non ci sono controlli e vigilanza per proteggere i cittadini, in una chiesa, dove non ci si aspetta tra l’altro migliaia di persone, ci sarebbe una “task force” che garantisca che tutte le regole vengano rispettate. Le nostre chiese oltretutto sono molto grandi. Perché le regole devono essere applicate in alcuni posti e non in altri? 

Considerando anche che la data in cui si riapriranno le chiese sarà il 4 luglio, dobbiamo aspettare un mese e 21 giorni per rivisitarle? (La lettera è stata scritta il 13 maggio). Dopo vivai, centri sportivi, negozi…?

Vorrei terminare ringraziandoLa infinitamente per l’attenzione e il tempo che mi dedica. A conclusione, riporto una citazione del nostro amato scrittore cattolico GK Chesterton .

“Come risolverebbe Cristo i problemi di ora se fosse oggi nel mondo? Per quelli della mia Fede c’è solo un’unica risposta: Cristo è nel mondo oggi, vivo in migliaia di altari”

In Cristo

Maurizio Patti

 




Il dott. Paolo Gulisano ci spiega il caso della “liturgia biocompatibile”

Il dott. Paolo Gulisano, epidemiologo, in questo colloquio con l’avv. Gianfranco Amato dice:

“Per poter riottenere il diritto…la libertà di culto, il diritto di poter andare a messa si è dovuto sottostare a questo tipo di accordo Stato-Chiesa, Stato-Conferenza Episcopale (CEI). Questo protocollo che è stato appunto firmato dal presidente della CEI e dal presidente del Consiglio pone tutta una serie di condizioni per poter appunto celebrare la messa. Ed io ho definito questa una liturgia biocompatibile, compatibile cioè con un rischio biologico. E’ vero che se da una parte abbiamo avuto un potere politico che non ha avuto alcuna esitazione a chiudere le chiese, a procedere d’autorità con la chiusura delle chiese, cioè con la sospensione delle messe, dall’altra abbiamo avuto anche una Chiesa un po’ impaurita. Proprio Giovanni Paolo II esordì nel suo pontificato con le parole: ‘Non abbiate paura aprite anzi spalancate le porte a Cristo‘….”

 

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Guanti monouso per la distribuzione della Comunione

Un mio amico, riflettendo sulle norme igieniche dettate dal protocollo a presidio della distribuzione della Comunione, mi ha inviato le seguenti considerazioni che a me paiono piuttosto ragionevoli e sensate. Le condivido con i lettori di questo blog.

 

guanti monouso

 

di Un amico

 

Fra le incongruenze delle disposizioni igienico-sanitarie, che a partire dal 18 maggio dovranno essere applicate durante la celebrazione della S. Messa con fedeli, ce n’è una in particolare palesemente assurda. Già qualcuno ha attirato l’attenzione su questo aspetto. Lo facciamo di nuovo per essere ancora più precisi e per suggerire ai vescovi e ai preti, che si troveranno a dover applicare queste indicazioni, di far prevalere la semplice intelligenza alla “fede nella pseudo-scienza”.

Si prescrive dunque:

La distribuzione della Comunione avvenga dopo che il celebrante e l’eventuale ministro straordinario avranno curato l’igiene delle loro mani e indossato guanti monouso”.

In questo “capolavoro” di sapienza igienico-sanitaria, troviamo diverse incoerenze macroscopiche. La prima: si parla di “guanti monouso”. L’aggettivo indica che, usati una volta, dovrebbero essere sostituiti. Ma in questo caso “una volta” cosa significa? Se lo scopo è quello di non trasmettere il contagio dovremmo dire: cambiateli ad ogni fedele che riceve la comunione. Altrimenti non si tratta più di guanti monouso, ma pluriuso. Se vengono 50 o 60 persone a fare la comunione, il guanto monouso che si presume protegga da possibili contagi – il ché è tutto da dimostrare, come si vedrà – andrebbe sostituito ogni volta. Se è “monouso”, appunto! Se poi non è monouso, allora si eviti la parola e se ne usi un’altra. Per esempio “guanti al lattice” o altro.

E qui veniamo al secondo aspetto, il più incredibile. I guanti monouso non vanno confusi con i guanti sterili. Questi ultimi sono contenuti in genere in buste sigillate di plastica trasparente, dopo che sono stati opportunamente sterilizzati con metodiche collaudate. Come si fa anche con i ferri chirurgici. I guanti sterili servono non a proteggere l’operatore, ma a non infettare il paziente o colui verso il quale viene condotta una qualunque operazione che richieda sterilità.

I guanti monouso, al contrario, sono dei comuni guanti contenuti in pacchetti di cartone sottile non sigillati, che prendono aria da varie fessure e al cui interno possono essere presenti vari tipi di microbi o anche semplicemente polvere. Il modo di trattare questi pacchetti di guanti è molto disinvolto. Prima di arrivare all’utente possono essere passati da vari ambienti, da mezzi di trasporto più o meno sporchi e da varie mani più o meno pulite e aver inglobato al loro interno diversi “ospiti” microscopici. Anche il modo, non sempre semplice, con cui si estraggono dalla scatola “tirandoli” non è certo garanzia di sterilità. Essi, infatti, non servono a proteggere da infezioni il paziente o la persona su cui eventualmente si svolge una qualche operazione con le mani, ma serve semmai a proteggere l’operatore dallo sporcarsi o dal venire direttamente a contatto con oggetti o persone igienicamente non affidabili. Sono i guanti che usano anche gli addetti alle pulizie, per intendersi, o una donna di casa che vuol pulire i carciofi senza macchiarsi le mani. La loro funzione non è diversa dai guanti di gomma che qualche volta si usano quando si lavano le stoviglie. Non proteggono le stoviglie, ma le mani di chi lava.

Se questa è la loro effettiva funzione, allora i guanti monouso proteggono non i fedeli (anzi, semmai il contrario, visto che sono meno puliti delle mani igienizzate) ma le mani del celebrante. Ma se questo fosse il timore, non sarebbe meglio allora fare a meno dei guanti e alla fine della distribuzione lavarsi o igienizzarsi di nuovo le mani? Il ché dovrebbe essere comunque fatto, dopo essersi tolti i guanti monouso, come chiunque ben sa, per via se non altro del sudore che essi producono.

L’aspetto più ridicolo della prescrizioni in esame è che si raccomanda al celebrante di igienizzarsi prima le mani (per esempio con soluzione disinfettante) e poi di infilarsi questi guanti, che non hanno, come già detto, nessuna garanzia di igiene e di cui non si dice che devono essere igienizzati. Insomma, il celebrante dopo essersi ben igienizzate le mani se le deve di nuovo sporcare toccando e indossando questi guanti, la cui carica microbica è imponderabile, per poi dare l’ostia ai fedeli. Come dire: prima mi lavo le mani ben bene, poi mi metto i guanti monouso per poi mettermi a tavola a mangiare. Ecco, proprio questi guanti monouso, che monouso non sono, vengono fatti indossare per distribuire la comunione dopo che si sono igienizzati… non i guanti, ma le mani che devono essere coperte dai guanti, i quali non sono per nulla puliti, ma solo “non usati”. Una bella differenza.

Morale della favola: oltre a non dare disposizioni illogiche e insensate è altrettanto importante, prima di metterle in pratica, verificare la loro pertinenza. Altrimenti si rischia di obbedire ciecamente a qualunque cosa ci venga detta da qualunque persona che disponga su qualunque argomento. E questo non fa bene alla salute!




Caro presidente del Consiglio Conte, l’emergenza non è l’omofobia ma l’economia!

Giuseppe Conte che ride

 

di Sabino Paciolla

 

La caratura di una classe politica la si vede dai fatti e, a volte, anche dalle parole che dice.

Oggi, secondo quanto promosso dal Comitato Internazionale per la Giornata contro l’Omofobia e la Transfobia, cade la ricorrenza della Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia (o IDAHOBIT, acronimo di International Day Against Homophobia, Biphobia and Transphobia), una ricorrenza riconosciuta dall’Unione europea e dalle Nazioni Unite.

Il nostro presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha voluto dire la sua sulla ricorrenza con un tweet che qui vedete: 

Conte oggi avrebbe potuto dire parole di circostanza legate alla ricorrenza, e lo avremmo anche compreso visto che è un presidente del Consiglio, ma, come al solito, ha voluto dire la sua dando un preciso indirizzo. Una sollecitazione inquietante. 

E’ inquietante quell’”invito a tutte le forze politiche perché possano convergere su una legge contro l’omofobia che punti anche ad una robusta azione di formazione culturale: la violenza è un problema culturale ed una responsabilità sociale”. 

Sarebbe facile dire che non ne azzeccano una questi governanti. 

A gennaio in Cina scoppia la diffusione del virus, con il caso eclatante di una città di 11 milioni di cittadini come Wuhan che viene messa in quarantena, ed il nostro governo il 31 gennaio scorso cosa fa? Dichiara in Italia per ben 6 mesi lo stato di emergenza sanitaria senza però indicare nessun mezzo di protezione degno di questo nome e appostando una ridicola somma di bilancio, solo 5 milioni di euro. Il tutto passa sotto silenzio, e solo dopo un mese alcuni fanno notare la delibera pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.   

A febbraio comincia a diffondersi visibilmente il virus in Italia ed i nostri governanti cosa fanno? Spingono i cittadini a continuare la vita di sempre, affollando locali serali e notturni, a continuare la movida come nulla fosse. Emblematico il brindisi a base di spritz di Zingaretti. Poi il virus lo ha preso proprio lui. 

I giornalisti del New York Times, giornale liberal, cioè della sinistra americana, rimasero così scandalizzati da queste cose da scrivere un articolo in cui si prendevano ad esempio i governanti italiani per indicare che si sarebbe dovuto fare esattamente il contrario.  Un articolo tutto da leggere. 

Nel corso delle prime fasi della crisi l’opposizione gridava che si prendessero immediati  e corposi provvedimenti di sostegno economico, da subito circa 80 miliardi di euro, ed il governo cosa fa? Propone misure da 2,5 miliardi di euro. 

Oggi, 17 maggio, siamo di fronte ad una catastrofe economica i cui contorni verranno alla luce nelle loro corrette dimensioni solo nelle prossime settimane, una catastrofe dove molta gente non può letteralmente mangiare, dove molti esercizi commerciali rimasti chiusi in queste settimane non si sa se riapriranno i battenti, una crisi che necessita di mezzi finanziari e provvedimenti economico-finanziari adeguati alla situazione ed il nostro presidente del Consiglio cosa fa? Invita “tutte le tutte forze politiche perché possano convergere su una legge contro l’omofobia”. Come se in Italia, oggi, l’emergenza fosse l’omofobia, come se i nostri rappresentanti in Parlamento avessero il tempo di lasciare da parte i grattacapi derivanti dagli esiti di una pandemia reale per dedicarsi ad un’altra fantomatica ed immaginaria emergenza derivante dalla omofobia. Una emergenza che in italia non è mai esistita se non nelle teste di alcuni rappresentanti in Parlamento e sicuramente nei circoli e nelle lobby LGBT. 

Come al solito, questi governanti sono sempre stati un passo indietro rispetto alla traiettoria della curva, come direbbero i summenzionati giornalisti del New York Times. Un passo indietro la traiettoria della curva della sensatezza, aggiungiamo noi.

Repetita iuvant: in Italia non è mai esistita, e non esiste oggi, alcuna emergenza omofobia, non perché lo diciamo noi, ma perché lo dicono i numeri.  

Nella prima decade di marzo, causa l’emergenza da coronavirus, slitta il calendario dei lavori parlamentari dove era prevista la discussione della proposta di legge del deputato Alessandro Zan contro contro l’omo-bi-transfobia. Una proposta che propone “Modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere”. Un provvedimento che prevede il carcere fino ad un anno e sei mesi per chi commette atti di discriminazione e la reclusione da 6 mesi a 4 anni per chi commette atti di violenza, per motivi “omofobici”. Un provvedimento pericoloso visto che indicare un atto omofobico diventa alquanto problematico. Infatti, potrebbe essere considerata violenza omofobica anche il solo dichiarare che i bambini hanno bisogno di un papà e di una mamma, e per questo rischiare il carcere. 

Ora che l’emergenza sanitaria percorre la coda della curva il nostro presidente del Consiglio Conte siè afrettato ad invitare i parlamentari a riprendere il percorso della proposta di legge Zan. 

Ma quello che fa più paura è quel riferimento di Conte a quella “robusta azione di formazione culturale”. Che significa questo? Che ci ritroveremo l’educazione LGBT negli asili e nelle scuole di ogni ordine e grado? Che i nostri bimbi ritorneranno dall’asilo con il rossetto sulle labbra? Che ai nostri bimbi all’asilo saranno distribuite le controverse sex box contenenti apparati genitali in gomma e peluche, come avvenuto in altre nazioni del Nord Europa?

Caro presidente le famiglie con figli sono in forte difficoltà. Questa è l’emergenza!

Caro presidente del Consiglio Conte, l’emergenza non è l’omofobia ma l’economia!

 

sex box

elementi di una “sex box”




Mons. Schneider: Riflessioni ad ampio raggio sugli effetti del COVID19

Athanasius Schneider, vescovo

Athanasius Schneider, vescovo

 

1. Covid-19: castigo, “coincidenza” o esperimento del Nuovo Ordine Mondiale?

Mons. Schneider: Non è stato ancora realizzato un esame obiettivo delle origini del Covid-19. Esistono varie opinioni in proposito: secondo alcune il virus è stato fabbricato in laboratorio, secondo altre ha origini naturali. Lo si scoprirà nel futuro. La situazione oggettiva del confino di quasi tutta la popolazione del pianeta è un fatto unico e dalle proporzioni senza precedenti nella Storia. Il confino radicale sta causando nel settore dell’economia conseguenze disastrose comparabili a quelle provocate da una guerra mondiale. L’economia privata è stata seriamente pregiudicata. A quanto pare, dopo la crisi provocata dal Covid-19, lo Stato avrà un’influenza maggiore nella direzione della vita economica e nel possesso di proprietà. Esiste il rischio che venga instaurata una forma di comunismo di Stato. Un’altra conseguenza nefasta di questa crisi e del confinamento è il manifesto e crescente controllo dello Stato sulla vita privata dei cittadini. Vi sono prove di dichiarazioni di politici di vari paesi sull’introduzione di un vaccino obbligatorio per tutti i cittadini. Tuttavia, la conseguenza più dolorosa è la proibizione del culto cattolico pubblico. Le drastiche misure di sicurezza sanitaria sono evidentemente sproporzionate, dato che il tasso di mortalità di questo virus è paragonabile alle forme forti di epidemia influenzale che si sono verificate periodicamente negli ultimi anni. In molti paesi il tasso di mortalità del Covid-19 è inferiore a quello dell’influenza stagionale. In Kazakistan, per esempio, abbiamo avuto sinora solamente 32 casi di decessi causati dal Covid-19, su una popolazione totale di 18 milioni di persone; la maggioranza delle vittime erano persone anziane o con malattie croniche preesistenti. Il personale medico è stato anche testimone di casi di falsificazione del numero di persone infette dal Covid-19. Alcuni esempi: secondo i dati ufficiali del governo tedesco, durante l’epidemia di influenza cronica del 2017-2018 si sono registrati 25.000 decessi in 4 mesi, mentre il numero di decessi per Covid-19 è arrivato a 6.800 in 3 mesi; se aggiungiamo un altro mese, la cifra potrebbe arrivare a un massimo di 8.000. Secondo i dati ufficiali, in Germania il tasso di mortalità del Covid-19 è solo un terzo di quello dell’influenza di tre anni fa. Questi dati dimostrano da soli che le misure adottate sono sproporzionate. È sospetta anche l’orchestrazione della paura e del panico pubblici attraverso i mezzi di comunicazione, messa in atto con una strategia unificata in sintonia col pensiero unico, eliminando le voci dissidenti come in un’autentica dittatura. Il linguaggio dell’informazione è chiaramente allarmista e rivela un carattere propagandistico. I metodi e i contenuti usati nella redazione di notizie sul Covid-19 e le misure di contenimento sono stati omogenei persino nei loro più piccoli dettagli nella maggioranza dei paesi del mondo, come se fossero stati organizzati da un organismo centrale. Tutti questi elementi così evidenti mostrano in modo più che sufficiente che in molti paesi le proporzioni di casi di decessi provocati dal Covid-19 non superano il panorama che offrirebbe una forma cronica di influenza stagionale, e che questa situazione viene utilizzata come strumento per propositi più ampli, senza poter escludere la possibilità dell’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale diretto da strutture ideologiche centrali.

 

2. Si era mai immaginato che un giorno avrebbe vissuto una situazione come questa? E non ci riferiamo solo al Covid-19, ma anche all’atteggiamento del mondo e dei cattolici di fronte ad essa.

Mons. Schneider: Credo che nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare di vivere in un confinamento così drastico sotto il controllo e la supervisione totali, come all’interno di un vero e proprio Stato di polizia, di uno Stato di terrore sanitario. È impressionante il fatto che la maggioranza della popolazione accetti senza resistenza l’inizio del controllo totale dei cittadini. Si dovrebbe almeno aprire un dibattito scientifico e politico serio e pacifico sulle cause, sul rischio di contagio e di mortalità del Covid-19. Sembra che finora un dibattito di questo tipo sia stato scartato dalla nomenklatura politica e dai mezzi di comunicazione. In epoche di totalitarismo, le voci dei dissidenti non si ascoltano. Ci si può chiedere se la situazione attuale sia un castigo divino. Tutte le catastrofi, le infermità naturali e persino la morte sono la conseguenza del peccato originale e, pertanto, sono anche un castigo divino. Tuttavia, Dio ha stabilito i castighi col proposito positivo di far espiare agli uomini i loro peccati. Il castigo divino è anche un avvertimento per far svegliare gli uomini dalla sonnolenza del peccato e dell’indifferenza nei confronti delle realtà eterne. In questo senso, anche la situazione provocata dal Covid-19 può essere interpretata come un castigo divino, principalmente per il peccato dell’aborto — il grande allestyimento dell’assassinio in massa di bambini non nati — e anche per il peccato della perversione e della distruzione del matrimonio e della famiglia da parte dell’ideologia del gender. Tuttavia, tutti gli eventi storici sono in mano alla Divina Provvidenza, e nulla sfugge dalle mani di Dio. Dio permette anche che dal male presente provocato dal Covid-19 Egli possa far scaturire un bene maggiore.

 

3. In molti luoghi del mondo i vescovi hanno sospeso l’amministrazione pubblica dei sacramenti e hanno persino ammonito quei sacerdoti e laici che hanno agito contro questa disposizione. Crede che questi ultimi abbiano disobbedito ingiustamente?

Mons. Schneider: La mia impressione generale è che la maggioranza dei vescovi abbia reagito in modo impulsivo e in preda al panico proibendo tutte le messe pubbliche e ordinando — in modo ancor più incomprensibile — la chiusura delle chiese. Tali vescovi hanno agito più come burocrati civili che come pastori. Concentrandosi esclusivamente su tutte le misure di protezione igienica hanno perso la visione sovrannaturale e abbandonato il primato del bene eterno delle anime. Se i supermercati sono aperti e accessibili e la gente ha accesso ai trasporti pubblici, non c’è alcuna ragione plausibile per proibire che il popolo assista alla Santa Messa in una chiesa, dove si potrebbero garantire le stesse misure di protezione igienica, se non addirittura migliori. I sacerdoti devono ricordare di essere innanzitutto pastori di anime immortali. Devono imitare Cristo, Che ha detto: “Io Sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io Sono il buon pastore, conosco le Mie pecore e le Mie pecore conoscono Me” (Gv 10, 11-14). Se un sacerdote osserva in modo ragionevole tutte le precauzioni necessarie di carattere sanitario ed è prudente, non deve obbedire alle istruzioni di sospendere la messa per i fedeli. Misure del genere sono mera legge umana, mentre la legge suprema della Chiesa è la salvezza delle anime. I sacerdoti che si trovano in questa situazione devono essere estremamente creativi per permettere che anche solo un piccolo gruppo di fedeli assista alla Santa Messa e acceda ai sacramenti. Questo è stato il comportamento pastorale di tutti i sacerdoti martiri e confessori in epoche di persecuzione. Se un’autorità ecclesiastica proibisce a un sacerdote di visitare gli infermi e i moribondi, egli non può obbedire. Una proibizione del genere è un abuso di potere. Cristo non ha dato ai vescovi il potere di proibire a un sacerdote di visitare gli infermi e i moribondi. Un vero sacerdote farà tutto il possibile per visitare un moribondo. Molti sacerdoti lo hanno fatto anche quando ciò implicava rischiare la propria vita, sia in caso di persecuzione, sia in caso di epidemia. Abbiamo molti esempi di sacerdoti di questo tipo nella storia della Chiesa. San Carlo Borromeo, per esempio, dette con le proprie mani la Santa Comunione sulla lingua dei moribondi contagiati dalla peste. Un esempio eroico e luminoso è San Damiano de Veuster, che dedicò la sua vita alla cura pastorale dei lebbrosi di Molokai [nelle Hawaii, N.d.T.] e che contrasse la lebbra. Il Mahatma Gandhi affermò un giorno che nel mondo ci sono pochi eroi comparabili al Padre Damiano di Molokai. Il Belgio, che è il suo paese natale, lo ha proclamato il personaggio più importante della sua storia. Negli ultimi decenni molti membri della gerarchia ecclesiastica si sono visti immersi soprattutto in questioni secolari e temporali, rimanendo ciechi alle realtà sovrannaturali ed eterne. I loro occhi erano pieni della polvere delle occupazioni terrene, come affermò San Gregorio Magno (cfr. Regula Pastoralis II, 7). La loro reazione nell’affrontare l’epidemia di coronavirus ha rivelato che essi danno più importanza al corpo mortale che all’anima immortale degli uomini, dimenticando le parole di Nostro Signore: “A che serve all’uomo guadagnare il mondo intero e perdere la sua anima?” (Mc 8, 36). Gli stessi vescovi che ora cercano di proteggere (a volte con misure sproporzionate) i corpi dei loro fedeli dalla contaminazione di un virus materiale hanno permesso che il virus velenoso degli insegnamenti e delle pratiche eretiche si diffondesse all’interno del loro gregge.

 

4. La contrizione perfetta e la comunione spirituale sono sufficienti o sono necessarie la confessione e la comunione?

Mons. Schneider: Dio stesso ha stabilito i sacramenti come mezzi ordinari di salvezza. In casi estremi, quando non c’è la possibilità fisica di ricevere i sacramenti del battesimo, della penitenza e dell’Eucarestia, esiste il percorso straordinario del desiderio del sacramento, chiamato dai termini tecnici della teologia “votum sacramenti”. Così, la Chiesa insegna che il battesimo di desiderio è valido e dà la salvezza alla persona non battezzata che desidera il battesimo. Lo stesso succede col sacramento della penitenza. La Chiesa insegna che l’atto di contrizione perfetta o amorosa, insieme al desiderio di ricevere l’assoluzione sacramentale, perdona i peccati. La comunione spirituale appartiene alla pratica costante della Chiesa e alla vita dei santi. Molti santi hanno praticato la comunione spirituale e hanno consigliato di farla. Nell’atto di comunione spirituale il credente deve avere un cuore contrito e desiderare la venuta di Cristo nella sua anima, con tutte le grazie che Cristo concede con la ricezione sacramentale della Santissima Eucarestia. Si tratta di percorsi straordinari, ma dobbiamo fare tutto il possibile per tornare alle forme ordinarie dei sacramenti stabilite da Cristo nella Sua Chiesa. È per questo che Dio si è fatto carne, si è fatto uomo, si è reso visibile: per aprirci un cammino di salvezza visibile e sicuro.

 

5. Molti cattolici non hanno sentito nemmeno la mancanza dei sacramenti; altri ne sono rimasti addolorati. Perché crede che ciò succeda? Non Le pare che vi siano molte “chiese” all’interno della Chiesa?

Mons. Schneider: Le reazioni differenti alla situazione di trovarsi privati dei sacramenti mostra lo stato mentale e la fede dei membri della Chiesa e della gerarchia. Speriamo che quando terminerà l’epidemia di coronavirus nasca nei fedeli una nuova fame di Eucarestia. È un fenomeno umano comune il fatto che la privazione prolungata di una realtà importante infiammi i cuori di quanti la desiderano. Ovviamente, questo vale per coloro che credono realmente e amano veramente l’Eucarestia. Quest’esperienza aiuta anche a riflettere più profondamente sul significato e sul valore della Santa Eucarestia. Può darsi che quei cattolici che erano così abituati a ricevere il Santissimo Sacramento da considerarlo qualcosa di comune sperimentino una conversione spirituale e concepiscano e trattino la Santa Eucarestia come qualcosa di straordinario e sublime.

 

6. Cosa si deve fare se poco a poco ricomincia il culto e si viene obbligati a ricevere la comunione nella mano? Dobbiamo fare la comunione o no?

Mons. Schneider: Secondo le opinioni di esperti nel campo della medicina e della chimica, la ricezione della Comunione in bocca non è in se stessa pericolosa, non di più di quanto lo sia il riceverla sulla mano. Recentemente, sul sito italiano La Nuova Bussola Quotidiana, un medico che lavora coi pazienti del Covid-19 ha affermato:

“SIAMO ARRIVATI ALLE SEGUENTI CONCLUSIONI, BASATE SULLA LETTERATURA SCIENTIFICA: IL CORONAVIRUS, A DIFFERENZA DI ALTRI VIRUS, ATTACCA LE MEMBRANE MUCOSE DEL TRATTO RESPIRATORIO SUPERIORE (NASO, FARINGE E LARINGE) E INFERIORE (BRONCHI) DIRETTAMENTE NEI SUOI RICETTORI, SENZA PASSARE ATTRAVERSO LE VIE LINFATICHE E SANGUIGNE COME FANNO ALTRI VIRUS. SIAMO STATI SPESSO ATTACCATI PER IL CASO DI GALILEO, QUANDO IL PADRE GESUITA GRASSI VOLEVA IMPORRE UNA FALSA TEORIA SCIENTIFICA (CHE SOPRAVVISSE PER DUE SECOLI!) SOLO PER DIFENDERE LE SUE CONVINZIONI, CHE NON ERANO NEMMENO TEOLOGICHE MA CLERICALI: MI PIACEREBBE CHE SI EVITASSE CHE COSE DEL GENERE SI RIPETANO. COSÌ COME LA TERRA CONTINUA A GIRARE INTORNO AL SOLE INDIPENDENTEMENTE DALLE IDEE DEI GESUITI, IL CORONAVIRUS FA LA STESSA COSA E INFETTA SOLAMENTE PER VIA AEREA, INDIPENDENTEMENTE DA CHI SIA A FAVORE O SIA CONTRARIO ALLA COMUNIONE SULLA BOCCA O SULLA MANO. POTREMMO AFFERMARE CHE IL COVID-19 SI DIFFONDE SOLO PER VIA AEREA, MA NON SI DIFFONDE ATTRAVERSO LA SALIVA FINTANTOCHÉ QUEST’ULTIMA RIMANE NELLA BOCCA IN FORMA LIQUIDA. LE PALME DELLE MANI E LE PUNTE DELLE DITA, COME LA SALIVA, SONO I VETTORI PRINCIPALI DEL CORONAVIRUS, MA È DIFFICILE CHE POSSANO PROPAGARE L’INFEZIONE SE NON CONTENGONO IL VIRUS SOTTO FORMA DI GOCCE O DI AEROSOL: INFATTI, IL CORONAVIRUS DEVE ‘VOLARE’ PER INFETTARE. SE LA SALIVA NON PASSA DALLO STATO LIQUIDO — CHE È QUELLO IN CUI SI TROVA NORMALMENTE NELLA BOCCA — ALLO STATO DI GOCCE O AEROSOL, È POTENZIALMENTE INOFFENSIVA. NONOSTANTE CONTENGA IL VIRUS, LA SALIVA NON PUÒ CONTAGIARE FINCHÉ RIMANE ALLO STATO LIQUIDO NELLA BOCCA E NON PASSA A UNO STATO SIMILE A QUELLO DELL’ARIA. INOLTRE, LA SALIVA CONTIENE IL LISOZIMA, CHE È UN DISINFETTANTE NATURALE EFFICACE ANCHE CONTRO I VIRUS: ORA ANCHE IL LISOZIMA SI USA COME RIMEDIO CONTRO IL CORONAVIRUS. IN CONCLUSIONE, A MIO AVVISO È INDIFFERENTE IN CHE MODO SI RICEVA LA COMUNIONE: ENTRAMBI I METODI SONO POTENZIALMENTE INOFFENSIVI PER QUANTO RIGUARDA IL RISCHIO DI CONTAGIO DI CORONAVIRUS”.

Questa è la testimonianza del dottor Fabio Sansonna. Stiamo attualmente osservando la manovra dell’imposizione generale della comunione sulla mano, col pretesto dell’igiene. Speriamo che la Congregazione per il Culto Divino emetta norme che garantiscano ai fedeli il diritto di ricevere la Comunione in bocca. Si possono fornire le stesse garanzie igieniche tanto per la Comunione in bocca come per quella sulla mano. Nel caso in cui la propria coscienza proibisca a un fedele di ricevere la Comunione sulla mano, egli può fare la Comunione spirituale. Una soluzione estrema sarebbe quella di permettere ad ogni credente di possedere un piccolo pezzo di tela bianca, un corporale, che egli possa porre sulla sua mano destra mentre riceve la Comunione in ginocchio, prendendo l’ostia consacrata direttamente con la bocca, senza toccarla con le dita; in seguito egli può piegare questo piccolo pezzo di tela o corporale e purificarlo dopo la Messa nell’eventualità che contenga piccoli frammenti dell’ostia. Ma molti sacerdoti non accetteranno nemmeno questo metodo, perché vogliono imporre per forza la comunione sulla mano. La generalizzazione della Comunione sulla mano aggraverà ancor di più la dissacrazione della Santa Eucarestia. La sospensione della Santa Messa pubblica e della Comunione sacramentale è un evento così unico e grave che dietro ad esso si può trovare un significato più profondo. Si verifica infatti circa cinquant’anni dopo l’introduzione della Comunione sulla mano (nel 1969) e della riforma radicale del rito della Messa (nel 1969-1970) coi suoi elementi protestanteggianti (le preghiere dell’Offertorio) e il suo stile orizzontale e istruttivo (momenti rituali di stile libero, celebrazione all’interno di un circolo chiuso) [vedi]. Negli ultimi cinquant’anni la pratica della Comunione sulla mano ha condotto a profanazioni — a volte involontarie, a volte volontarie — del Corpo eucaristico di Cristo di una scala senza precedenti. Per più di cinquant’anni il Corpo di Cristo è stato calpestato (nella maggior parte dei casi involontariamente) dal clero e dai laici nelle chiese cattoliche di tutto il mondo. Anche il furto delle ostie consacrate è aumentato a ritmi allarmanti. La pratica della ricezione della Santa Comunione direttamente sulla mano somiglia sempre di più al gesto che si fa quando si mangia un cibo comune. In molti cattolici tale pratica ha indebolito la fede nella Presenza Reale, nella transustanziazione e nel carattere divino e sublime dell’Ostia consacrata. Col tempo, per questi fedeli la presenza eucaristica di Cristo si è trasformata in modo inconscio in una specie di pane sacro o di simbolo. Credo che se la Chiesa non ritornerà alla forma più riverente e sicura di ricevere il Corpo Eucaristico di Cristo — ossia in ginocchio e direttamente in bocca — Dio potrà mandare un castigo ancor più forte per purificarla. Se viene loro imposta la Comunione sulla mano, credo che i fedeli dovrebbero avere la possibilità di ricevere, almeno periodicamente, la Comunione in bocca durante Messe celebrate da sacerdoti fedeli in circostanze — per così dire — clandestine o tipiche delle catacombe. Le catacombe hanno sempre portato molti frutti spirituali alla vita della Chiesa.

 

7. Non ha mai pensato alla possibilità di fondare un seminario internazionale per la formazione di buoni sacerdoti?

Mons. Schneider: In realtà non ho mai pensato di organizzare io stesso un seminario internazionale. In primo luogo, perché ciò è canonicamente impossibile. I seminari internazionali possono essere fondati solo dalla Santa Sede. Vi sono anche seminari internazionali per ordini, congregazioni e società che hanno la liturgia tradizionale. Ma ho pensato che ciò di cui ha bisogno la Chiesa oggi è un seminario internazionale con la formazione e l’integrità della dottrina cattolica, con la liturgia tradizionale, con la vita spirituale e ascetica tradizionali per i seminaristi diocesani. Un siffatto seminario dovrebbe essere creato dalla Santa Sede. Credo che ciò lo potrà fare in futuro un papa che abbia uno spirito di tradizione cattolica. Tuttavia, in un seminario internazionale tradizionale si dovrà effettuare una selezione rigorosa di candidati, escludendo categoricamente quelli con tendenze omosessuali, quelli con problemi psicopatologici e quelli con ambizioni carrieristiche. Dovranno essere accettati solo i candidati con una psiche sana e con motivazioni pure e sincere, imbevuti di zelo apostolico per la salvezza delle anime. Anche se per tale motivo un siffatto seminario avesse meno candidati, ne varrebbe la pena. Negli ultimi decenni la Chiesa ha pagato uno scotto troppo alto a causa di sacerdoti inadeguati, omosessuali, pederasti, con uno spirito mondano e ambizioni carrieristiche che hanno pregiudicato seriamente l’azione missionaria e la reputazione del sacerdozio. È meglio che ci siano meno sacerdoti, purché siano uomini totalmente apostolici e cattolici tanto nella dottrina come nella vita morale. Questo è il tipo di sacerdoti di cui ha bisogno la Chiesa oggi: uomini eucaristici, uomini pienamente cattolici, uomini totalmente apostolici.

 

8. La Chiesa è sempre stata in crisi, ma a quanto pare la crisi che stiamo vivendo attualmente coinvolge persino le sfere più alte: crede che — come afferma qualcuno — si stiano avvicinando gli ultimi tempi profetizzati nelle Sacre Scritture? E se è così, come dovremmo reagire?

Mons. Schneider: La situazione attuale offre sufficienti ragioni plausibili per pensare di trovarsi agli inizi di un’epoca apocalittica che comprende castighi divini. Nostro Signore si riferì alla profezia di Daniele quando disse: “Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo — chi legge comprenda —” (Mt 24:15). Il libro dell’Apocalisse afferma che la Chiesa dovrà fuggire nel deserto per alcun tempo (cfr. Ap 12, 14). La cessazione quasi generale del sacrificio pubblico della Messa potrebbe essere interpretato come una fuga verso un deserto spirituale. Ciò che è biasimevole nella nostra situazione è il fatto che molti membri della gerarchia ecclesiastica non la vedono nemmeno come una tribolazione, come un castigo divino, vale a dire come una “visita divina” in senso biblico. Anche queste altre parole del Signore si possono applicare a molti membri del clero nel contesto dell’attuale epidemia fisica e spirituale: “perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (Lc 19, 44). La situazione attuale, contraddistinta dall’“incendio della persecuzione” (cfr. 1 Pt 4, 12), dev’essere presa sul serio dal papa e dai vescovi per realizzare una conversione profonda di tutta la Chiesa. Credo che in futuro le dimensioni e l’influenza sociale diretta della Chiesa diminuiranno. Sarà ancor più disprezzata e discriminata dal mondo. Non escludo l’eventualità che in futuro, in alcune parti del mondo, la Chiesa avrà una vita semiclandestina. In una situazione del genere, Dio effonderà grazie speciali di fortezza nella fede, di purezza nella vita e di bellezza nella liturgia. Soprattutto credo che in tale situazione Dio darà di nuovo alla Sua Chiesa papi coraggiosi, confessori della fede e forse anche martiri. Siamo autorizzati a credere che il trionfo del Cuore Immacolato annunciato da Nostra Signora a Fatima sarà preceduto e preparato da un periodo di purificazione della Chiesa attraverso la persecuzione. Il trionfo di Cristo attraverso il Cuore Immacolato di Maria vedrà sicuramente un periodo del genere. È per questo che, anche nel mezzo dell’attuale tribolazione, dobbiamo vivere con grande speranza e fiducia. Abbiamo Dio, abbiamo Gesù nell’Eucarestia, e quindi abbiamo tutto.

 

9. È possibile vedere nell’impossibilità attuale di celebrare la Santa Messa in pubblico (perlomeno in certi luoghi) l’inizio del compimento della profezia di Daniele della soppressione del Sacrificio perpetuo?

Mons. Schneider: In un certo qual modo, la situazione attuale si può comparare anche con la cessazione dell’adorazione sacrificale nel Tempio di Gerusalemme durante l’esilio babilonese del popolo eletto di Dio. Nella Bibbia il castigo divino è considerato una grazia; per esempio: “Felice l’uomo che è corretto da Dio: perciò tu non sdegnare la correzione dell’Onnipotente, perché Egli fa la piaga e la fascia, ferisce e la Sua mano risana” (Gb 5, 17-18) e “Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti” (Ap 3, 19). L’unica risposta adeguata alle tribolazioni, alle catastrofi, alle epidemie e a tutte le situazioni ad esse analoghe — che sono strumenti nelle mani della Divina Provvidenza per svegliare gli uomini dal sonno del peccato e dell’indifferenza nei confronti dei comandamenti di Dio e della vita eterna — è la penitenza e la conversione sincera a Dio. Nella seguente preghiera, il profeta Daniele offre ai fedeli di tutti i tempi un esempio della mentalità autentica che dovrebbero avere e di come dovrebbero comportarsi e pregare in epoche di tribolazione: “Tutto Israele ha trasgredito la Tua legge, s’è allontanato per non ascoltare la Tua voce […]. Porgi l’orecchio, mio Dio, e ascolta: apri gli occhi e guarda le nostre desolazioni e la città sulla quale è stato invocato il Tuo Nome! Non presentiamo le nostre suppliche davanti a Te, basate sulla nostra giustizia, ma sulla Tua grande misericordia. Signore, ascolta; Signore, perdona; Signore, guarda e agisci senza indugio, per amore di Te Stesso, mio Dio, poiché il Tuo Nome è stato invocato sulla Tua città e sul Tuo popolo” (Dn 9, 11.18-19). Tanto gli innocenti quanto i colpevoli sopportano la tribolazione, perché nel mistero della Chiesa tutti sono uniti come suoi membri: “Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme” (1 Cor 12, 26). L’attuale cessazione della Messa e della Comunione pubbliche potrebbe essere interpretato dal papa e dai vescovi come un castigo divino per le blasfemie e per le banalizzazioni eucaristiche verificatesi negli ultimi cinquant’anni e — allo stesso tempo — come un appello misericordioso alla conversione autentica di tutta la Chiesa. Che lo Spirito Santo tocchi il cuore del papa e dei vescovi e li stimoli a emanare norme liturgiche concrete affinché il culto eucaristico di tutta la Chiesa si purifichi e si volga di nuovo al Signore. Si potrebbe suggerire che il papa, insieme ai cardinali e ai vescovi, compia a Roma un atto pubblico di riparazione per i peccati contro la Santa Eucarestia e per il peccato degli atti di venerazione religiosa delle statue della Pachamama [vedi e qui – qui]. Una volta terminata l’attuale tribolazione, il papa dovrà emanare norme liturgiche concrete in cui inviti tutta la Chiesa a volgersi di nuovo al Signore sotto forma di celebrazione, vale a dire, col celebrante e i fedeli che si volgono nella stessa direzione durante la preghiera eucaristica. Il papa dovrà inoltre proibire la pratica della comunione sulla mano, poiché la Chiesa non può continuare a trattare il Santo dei Santi presente nella piccola Ostia consacrata in un modo così minimalista e imprudente senza essere castigata. La seguente preghiera di Azaria nella fornace, che ogni sacerdote recita durante il rito dell’Offertorio della Messa, potrà ispirare il papa e i vescovo ad assumere iniziative concrete per riparare e restaurare la gloria del sacrificio eucaristico e del Corpo eucaristico del Signore: “Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a Te e Ti sia gradito, perché non c’è confusione per coloro che confidano in Te. Ora Ti seguiamo con tutto il cuore, Ti temiamo e cerchiamo il Tuo volto. Fa’ con noi secondo la Tua clemenza, trattaci secondo la Tua benevolenza, secondo la grandezza della Tua misericordia. Salvaci con i Tuoi prodigi, da’ gloria, Signore, al Tuo Nome” (Dn 3, 39-43).

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio di Antonio Marcantonio]

 

Fonte: veritasliberabitvos