Agnostica si converte durante il momento di preghiera di Papa Francesco per la fine della pandemia del Coronavirus

Conversione di una agnostica

 

Venerdì sera, Papa Francesco ha impartito una benedizione Urbi et Orbi durante l’adorazione eucaristica in una piazza San Pietro vuota.

Il Vaticano ha trasmesso la benedizione in diretta su diversi media. Papa Francesco ha pregato per il mondo e ha dato la benedizione eucaristica Urbi et Orbi (cioè alla città [di Roma] e al mondo) nel mezzo della pandemia del coronavirus.

Questa benedizione viene normalmente impartita solo a Natale e Pasqua. I fedeli che si sono sintonizzati dal vivo hanno bendeficiato della indulgenza plenaria.

ChurchPOP riferisce che durante la cerimonia diffusa in diretta streaming di Facebook una ragazza ha manifestato pubblicamente e spontaneamente la sua conversione al cristianesimo. La donna ha detto di essere stata agnostica da sempre, ma che in quel momento ha creduto.

Ecco i momenti salienti di quella serata:

 

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L’immenso contagio e la durezza dei nostri cuori. Segno dei tempi e invito alla conversione?

 

E’ indubbio che questo contagio globale, questa pandemia, sta toccando profondamente il nostro essere, il nostro cuore, le nostre sicurezze, le nostre capacità anche scientifiche di dominare il mondo. E’ naturale che tantissime persone di fede si pongano la domanda se questa drammatica situazione si possa e si debba leggere come un segno di Dio, come un suo ammonimento, andando così oltre la cornice scientifica che riduce il tutto ad un semplice fenomeno naturale, per quanto gigantesco. La situazione è così drammatica che persino atei professi, medici e infermieri, dinanzi alla lancinante esperienza del limite hanno ritrovato la fede in Dio. 

E se questo dramma è inquadrabile nell’alveo dell’ammonimento di Dio, allora la situazione chiama in causa il nostro peccato, il peccato nella Chiesa. A tal proposito, mi viene in mente la celebre frase del drammaturgo statunitense T.S. Eliot, tante volte ripetuta da don Luigi Giussani, che dice: 

 “È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?”

Don Giussani, in una intervista video per i 50 anni di Comunione e Liberazione, rispose: «Tutti e due, tutte e due, perché innanzitutto è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, perché se io ho bisogno di una cosa, le corro dietro, se quella cosa va via. Nessuno correva dietro».

Domanda: E la Chiesa quando ha abbandonato l’umanità?

Don Giussani: «La Chiesa ha cominciato a abbandonare l’umanità secondo me, secondo noi, perché ha dimenticato chi era Cristo, non ha poggiato su… ha avuto vergogna di Cristo, di dire chi è Cristo».

Mons. Nicola Bux, teologo, con questo suo intervento affronta questa domanda di senso che l’angosciante pandemia ci spinge inesorabilmente a porci. 

Data la densità dei contenuti, presento la lectio di Bux sia in video sia per iscritto in modo che possa essere meglio riflettuta e approfondita.

 

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IL CASTIGO PROVVIDENZIALE CHE CI SALVA

 

di Nicola Bux

 

Limite

Nell’aggravarsi della crisi della civiltà occidentale, si erge il grande interrogativo: Cos’è l’uomo di fronte alla presunzione di superare il proprio stesso limite, combinando le armi della scienza e del diritto? Appare evidente come la chiave di volta del discorso sull’uomo è il confine della sua libertà. Un confine da non circoscrivere all’ambito della fede, ma da ricercare – secondo l’invito di Pascal a vivere “come se Dio esistesse”, rilanciato da Ratzinger ai non credenti – nella verità iscritta nel cuore di ogni uomo e nelle leggi immutabili del diritto naturale. Difendere la persona e la sua autentica libertà, è un imperativo categorico per chiunque abbia a cuore le sorti dell’Occidente e dell’umanità (cfr C.Ruini-G.Quagliariello, Un’altra libertà. Contro i nuovi profeti del paradiso in terra, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p.7-9).

Possiamo leggere questo contagio come “un segno dei tempi”, nel senso innanzitutto di ammonimento al mondo: tanti abbracci e tanti rapporti, anche contro natura, dai quali, ora, come pena del contrappasso, bisogna astenersi. Abbiamo sfidato le leggi naturali e commesso i “peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio”. Che dire dell’infedeltà e dell’indifferenza, di quanti vivono nell’ateismo pratico, e postulano la natura emancipata da Dio! E poi adultèri, aborti, divorzi.  Abbiamo conculcato i diritti di Dio e messo al loro posto quelli dell’uomo. Che cosa sta sotto? Mi allaccio alla conclusione del recente intervento del prof. Stefano Fontana: “Purtroppo la secolarizzazione ci ha abituato a pensare ogni livello come autonomo: la tecnica autonoma dalla scienza, la scienza autonoma dalla politica, la politica autonoma dall’etica, l’etica autonoma dalla religione…Ogni gradino sarebbe in grado di raggiungere autonomamente i propri fini, e sostenere il contrario sarebbe integralismo. Ma il Fine ultimo non è l’ultimo gradino di una scala che semplicemente si aggiunge ai precedenti, esso coincide invece col Principio. Nessun gradino intermedio può farcela da solo: “Senza di me non potete far nulla” (La messa è essenziale per il bene comune, La NBQ 09.03.2020). Mi ha rammentato quanto diceva Don Giussani: Dio c’entra con la matematica. Ebbe ad affermarlo anche Benedetto XVI in un discorso ai giovani della diocesi di Roma. Ritornando al discorso di Fontana, viene in mente un passaggio dibattuto della Gaudium et spes sull’autonomia delle realtà temporali: se con tale espressione “si intende che le cose create non dipendono da Dio, che l’uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore, allora tutti quelli che credono in Dio avvertono quanto false siano tali opinioni. La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce” (36). Si deve applicare questa convinzione alla concezione ecologista oggi diffusa, che il creato vada a ramengo se non interviene l’uomo; questo è contro l’insegnamento della Rivelazione, suffragato da tanti padri e dottori, si pensi solo a Clemente, Atanasio e Tommaso.

 

Ammonimento

 

Ma, questo contagio è anche un ammonimento agli uomini di Chiesa, che, in nome del “cambio di paradigma”, subordinano l’insegnamento di Cristo alla realtà del mondo; dicono di non capire i principi non negoziabili; ritengono l’in-equità e non il peccato, la radice dei mali sociali; hanno permesso la sceneggiata gnostica e neopagana sulla facciata di san Pietro; hanno abbandonato la missione del Vangelo e la necessità della conversione, in favore del dialogo compiacente con le religioni, il Dio cattolico per il Dio unico; hanno presentato Lutero come medicina per la Chiesa; avallato la morale di situazione al posto dei principi morali. In una parola, col cambio di paradigma si sono conformati alla mentalità mondana. In verità, sin dalle origini del cristianesimo, alle comunità cristiane, circondate da costumi non certo sobri, simili agli attuali, non importava scendere a patti con la mentalità corrente. Al contrario, ai Padri, stava a cuore differenziarsi in modo netto dagli atteggiamenti propri del paganesimo. Quel mondo, così lontano dagli ideali evangelici, non è destinatario di comprensione e non va blandito, ma sfidato. Invece, i documenti pastorali parlano spesso di sfide, ma poi non le affrontano e cedono al mondo, al suo pragmatismo. Ma nel recente sinodo, invece di promuovere le vocazioni sacerdotali e il celibato, stavamo varando i viri probati e immaginando nuovi ministeri per la donna, la conversione ecologica invece che quella del cuore, l’economia globale invece di quella della salvezza, una chiesa sinodale invece che quella voluta da Gesù Cristo, gerarchicamente ordinata, fino a mutare le formule sacramentali e il Pater noster, ritenendo che Dio, per il nostro bene, non possa introdurci nella prova.

Il virus ha vanificato tutto. Ora il papa, così preoccupato del pueblo, è rimasto senza popolo; i preti, così inebriati di partecipazione, sono senza fedeli; i fedeli, così abituati alle liturgie comunitarie, soffrono l’abbandono, per non essere stati addestrati all’adorazione, al raccoglimento in ginocchio, alla preghiera personale, fatta nel segreto, dove il Padre solo ci vede. Al tempo dell’asiatica (1969) e del colera (1973) eravamo ancora abituati. In sostanza, abbiamo voluto esaltare il corpo ecclesiale, non preoccupandoci delle singole membra; oggi non sappiamo pregare personalmente; stiamo fisicamente nella liturgia, ma ciascuno né riceve, né dà alcunché. Le chiese sono desolate, fedeli e pastori come esiliati.

Un prelato tedesco disse qualche mese fa, forse inconsapevolmente: “nulla sarà come prima”. Nel dibattito sul sinodo sull’Amazzonia, si sono ridotti il celibato e la liturgia a questioni interne alla Chiesa, dimenticando che essi hanno finalità missionaria, sono rivolti al mondo affinché riceva efficacemente l’annuncio del Vangelo. Abbiamo parlato a iosa di “parola di Dio” e dimenticato di aggiungere che in essa c’è la Rivelazione del Dio vivente. Ci è piaciuto rimuovere il Crocifisso dal centro delle nostre chiese, ancor più il tabernacolo del Santissimo, e sostituirli frettolosamente col Risorto e con la sede del celebrante. Sicuramente, dopo questa piaga, per chi avrà occhi per vedere, orecchi per udire, cuore per pensare, nella Chiesa e nel mondo nulla sarà come prima. Il Signore ha mostrato altre vie!

 

Duecento anni?

 

Sembra una piaga d’Egitto che colpisce anche gli innocenti; sembra in azione l’angelo sterminatore dell’Esodo che fa morire e fa vivere; sembra la grande tribolazione di Daniele. Questo contagio è preconciliare: sta spiazzando la Chiesa e la sta riportando molto più indietro dei duecento anni paventati dal card. Martini: la sta sospingendo nell’ambito assegnatole dal suo Fondatore, che ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita! Chi vive e crede in me non morirà in eterno”. Un terreno abbandonato dalla catechesi moderna in favore del ‘sociale’: quello dei Novissimi. Proprio le prediche di questo tempo – i celebri quaresimali – avevano il compito di affrontarli ogni anno, perché l’uomo ogni giorno si trova dinanzi alla morte e al giudizio, all’inferno e al paradiso, speriamo almeno al purgatorio. Nelle chiese c’erano sette altari e anche più, per permettere ai sacerdoti di offrire numerosi il santo Sacrificio eucaristico per la remissione dei peccati. Prima di questa emergenza, molti ritenevano che la Messa privata o “senza popolo” fosse, se non invalida, almeno illegittima come sostenevano alcuni fautori del movimento liturgico: un pensiero diffusosi dopo il Concilio Vaticano II, anche a motivo di talune deformazioni della concelebrazione, ancora non chiarite. Eppure, tanto Pio XII nella Mediator Dei, quanto Paolo VI nella Mysterium fidei, hanno sostenuto la validità di quella Messa e la sua piena legittimità: «ogni Messa, anche se privatamente celebrata da un sacerdote, non è tuttavia cosa privata, ma azione di Cristo e della Chiesa, la quale nel sacrificio che offre, ha imparato ad offrire sé medesima come sacrificio universale, applicando per la salute del mondo intero l’unica e infinita virtù redentrice del sacrificio della Croce» (Mysterium fidei, § 33). Tutto nasceva dall’equivoco circa la natura della Messa, quale preghiera pubblica della Chiesa e si sosteneva che “pubblica” significasse partecipata dal popolo. Per cui, Messe private o senza popolo, non erano più ritenute ammissibili.

Il regno di Dio è sotto il segno della beatitudine, ma la Rivelazione parla di castighi divini finalizzati a riconciliare con Dio ogni creatura: “il mio popolo non ha ascoltato la mia voce, Israele non mi ha obbedito. L’ho abbandonato alla durezza del suo cuore, che seguisse il proprio consiglio” (Ps 81, 12-13). Una riflessione seria su questo passo ed altri simili della Sacra Scrittura, non potrebbe diventare una parola vera dei Pastori al Popolo di Dio? Un vero è proprio invito alla conversione? Forse sarebbe il caso di dire, ad esempio, che in questo mondo costruito dall’uomo senza voler ascoltare Dio, anzi lasciandolo completamente fuori, ora dobbiamo fare i conti con la durezza del nostro cuore… Questo andava premesso, dai pastori che nella Chiesa hanno munus di insegnamento, alle disposizioni circa le celebrazioni in tempi ordinari o eccezionali come al presente, ove si sta sopportando una pena non lieve. Non ci si deve fermare agli aspetti giuridici, chiudendo le chiese come se fossero uffici pubblici, perché esse sono come cliniche dello spirito. I grandi papi e vescovi invece hanno difeso con fermezza i diritti della Chiesa. Ha scritto il card. Burke: “Dobbiamo insistere affinché le norme dello Stato, anche per il bene dello Stato, riconoscano l’importanza distinta dei luoghi di culto, soprattutto in tempi di crisi nazionale e internazionale. In passato, infatti, i governi hanno compreso soprattutto l’importanza della fede, della preghiera e del culto del popolo per superare una pestilenza.”(Messaggio del 23 Marzo 2020). Invece, è la santa Chiesa che giudica la storia e non viceversa, perché tutto ciò che accade nella storia è permesso da Dio che è giustizia infinita e misericordia infinita.

 

Rivelazione

 

Nel gergo corrente si applica, spesso a sproposito, a persone ed eventi: “è un castigo di Dio”, “è un’ira di Dio’. Applichiamolo ora alla pandemia: come considerarla? Questo è un castigo di Dio, nel senso di castus, “puro”, e ago, “fare”: rendere puro? E’ un fatto che siamo come bimbi in castigo e…con la museruola (la mascherina, ndr). Perché si fa fatica ad accettare che Dio castiga? Eppure sin dal tempo dei greci e dei romani, arrivando al secolo scorso, si facevano le processioni e si formulavano i voti perché cessasse il castigo. Oggi, la parola “castigo”, suscita scandalo persino tra gli ecclesiastici, perché si è dimenticato che, all’origine della storia del mondo, dopo l’amore, ci sono il peccato, l’ira e il giudizio. E’ vero che, in Gesù Cristo, noi adoriamo il mistero dell’amore divino che con pazienza e misericordia, ottiene la conversione del peccatore; ma, l’ignoranza, la peste, la fame, la guerra, la sofferenza, la morte, rivelano all’uomo la sua situazione di peccatore, la conseguenza del castigo; infine, Dio mostra il suo volto che giudica e salva, come spesso invocano i salmi: “Mostraci il tuo volto e saremo salvi”. Dunque il castigo è segno del peccato, perché fa comprendere che ci siamo separati da Dio (cfr Rom 8,20); il castigo è anche frutto del peccato, perciò è lo sbarramento opposto al peccato e può risolversi in condanna per gli uni e in conversione per gli altri (cfr Lc 15,14-20). Cristo ha conosciuto il castigo, non a causa dei peccati che aveva commesso, ma di quelli degli uomini che egli toglie e porta su di sé. Dunque, il castigo è rivelazione di Dio! Chi non accoglie la grazia della visita divina, urta contro la santità di Dio e si scontra con Dio stesso (cfr Lc 19,41-44); così, dice il profeta: “Allora saprete che io sono Jahve” (Ez 11,10; 15,7). E Gesù: “Chi crede nel figlio ha la vita eterna, chi non obbedisce al figlio…vedrà l’ira di Dio incombere su di lui”(Gv 3,36). Il castigo, essendo rivelazione, è eseguito dal Verbo (cfr Sap 18,14 s; Ap 19,11-16). Proprio dinanzi a Gesù Cristo crocifisso assume le sue vere dimensioni (cfr Gv 8,28). Cristo è stato castigato al posto nostro e per la nostra salvezza.

 

Correzione

 

Ora, il sacrificio di Cristo chiede la nostra conversione, la nostra correzione: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio” (Eb 12,5-6). Torniamo a guardare a Cristo e al nostro peccato. Anche noi dobbiamo portare la croce e compiere ciò che manca alla sua passione (Col 1,24): dobbiamo sopportare la pena (poenam tenere), la penitenza che ci mette in castigo. Il castigo rivela le profondità del cuore di Dio: la sua gelosia, la sua ira, la sua vendetta nei confronti dei suoi nemici, la sua giustizia, la sua volontà di perdono, la sua misericordia, infine il suo amore incalzante. L’educazione della libertà dell’uomo non può compiersi senza correzione (cfr 1 Cor 11,32; Gal 3,23 s). Per l’uomo carnale, il castigo è giudizio di condanna, per l’uomo spirituale, il castigo è espiazione in Cristo, e il giudizio è giustificazione. Dirà san Tommaso, che il castigo va visto come medicina o come punizione.

Dunque, a confronto con la Rivelazione, senza dubbio l’attuale pandemia è un castigo di Dio perché i diritti di Dio sono stati conculcati. Direbbero i Profeti: ci siamo allontanati da Dio, commettendo quello che è male ai suoi occhi, anche dentro la Chiesa. Osserva ancora il card. Burke: “Siamo testimoni, anche all’interno della Chiesa, di un paganesimo che adora la natura e la terra. C’è chi, all’interno della Chiesa, si riferisce alla terra come a nostra madre, come se venissimo dalla terra, e la terra fosse la nostra salvezza” (Ivi). Abbiamo ceduto all’idolatria – contro il primo comandamento, il peccato più grave – mettendoci in ginocchio davanti a cumuli di terra e venerando statuette idolatriche persino nella basilica di san Pietro; abbiamo trasformato le chiese in bivacchi e in trattorie, quando avevamo strutture ben più adatte per ospitare poveri e migranti; abbiamo dimenticato a cosa serva una chiesa e perché la si dedichi con rito solenne; abbiamo compiuto abusi, profanazioni nella sacra liturgia e deformazioni insopportabili, insulti e irriverenze, siamo arrivati a dire che la grazia di Dio possa coesistere con situazione di peccato abituale, autorizzando Comunioni sacrileghe a peccatori impenitenti. La liturgia è divenuta, come dice Isaia, un imparaticcio di usi umani (cfr 29,13). Abbiamo seminato confusione tra il popolo di Dio, con la coesistenza dei due papi e favorito la consegna dei fedeli alle autorità civili di stati atei come la Cina. Risuona il monito di Paolo VI: l’autodemolizione della Chiesa. L’ateismo e la perdita della fede hanno preso dimora tra gli uomini di Chiesa, come ha detto il card. Müller?

 

Supplica

 

E’ un caso che questa epidemia sia scoppiata in Italia all’inizio della Quaresima? E perché in modo così virulento proprio da noi? La liturgia quaresimale considera la penitenza del corpo come medicina dell’anima. Vuol dire che anche oggi la grazia divina è a portata di mano! E’ il tempo favorevole per annunciare la salvezza di Gesù Cristo, che consiste nella preziosità dell’anima rispetto al guadagno dell’intero mondo. La Chiesa Romana, nelle sue preghiere pubbliche per fugare le pestilenze, le epidemie, la mortalità diffusa, nell’ultima orazione, prega Dio di rimuoverle perché i mortali capiscano che tali flagelli vengono dalla Sua indignazione e possono cessare per la Sua miserazione: Miserere nostri, Domine! Miserere nostri. Possiamo dire con la liturgia quaresimale: Grande è il nostro peccato, ma più grande è il tuo amore, cancella i nostri debiti a gloria del tuo nome. Nel segreto dell’anima prostriamoci e imploriamo la divina clemenza, dall’ira del giudizio liberaci…Perdona i nostri errori, sana le nostre ferite, guidaci con la tua grazia alla vittoria pasquale.

L’ora della giustizia è arrivata inattesa, dopo quella della misericordia? Si deve sperare di no e, finché c’è tempo, supplicare: “Per la Sua dolorosa Passione abbi misericordia di noi e del mondo intero.” Per questo preghiamo il Signore affinché il suo Arcangelo rinfoderi quanto prima la spada. Eleviamo suppliche come incenso alla gloria del Signore:” Per la gloria del tuo nome, Dio onnipotente, vieni a liberarci. Donaci tempo per la penitenza.”

Siamo in un castigo provvidenziale che darà i suoi frutti, ma dobbiamo fare un atto di dolore perché peccando abbiamo meritato i Suoi castighi e molto più perché abbiamo offeso Lui infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Proponiamo col Suo santo aiuto di non offenderlo mai più, facciamo solenni voti e la pandemia si allontanerà. Non abbiamo paura ma timore di Dio, sì: esso ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte a Lui; timore di offendere Lui nostro Padre, perché noi siamo suoi figli, e sotto il suo sguardo ogni giorno viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (cfr At 17,28). Principio della sapienza è il timore del Signore e se desideriamo la sapienza osserviamo i Comandamenti: nella certezza che Gesù mantiene la sua promessa: Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). Perché ci sarà sempre un resto che resiste, attorno ai santi, con Maria e il suo cuore immacolato.

Sembra che Egli ci dica: “Pastori e Ministri del Suo Corpo Mistico, abbiate occhi per vedere la rovina in corso e orecchi per sentire il «Lamento di Dio», affinché non vi capiti di essere tacciati come quei ragazzi della piazza ai quali diremo: «Abbiamo suonato e non avete ballato, abbiamo cantato lamenti e non avete pianto!». Dio elargisce i suoi doni, ma lascia sempre e comunque al singolo individuo la responsabilità della risposta!

 

 




Il Battista o Lutero: testimoniare Cristo o la propria esperienza?

Su LiberoQuotidiano dell’8 Settembre viene riportata la conversione del no-global Luca Cesarini, attratto dai temi ecclesiali legati ai migranti e all’ecologia. Vale a dire, a temi che erano già suoi, prima della coloritura evangelica. Augurandoci naturalmente la salvezza della sua anima, ci viene da chiedere se si sia lui convertito al Vangelo o piuttosto abbia trovato «un prodotto» in grado di convertire il Vangelo a se stesso, avallando scelte personali di natura morale, ambientale e politica. Qui è il punto: ogni conversione presuppone un rinnegare se stessi, spesso la propria esperienza e la propria spiritualità, in funzione di Cristo. Alcuni, invece, valorizzano talmente tanto la propria esperienza di fede, da sostituire lo stesso Vangelo con se stessi e la propria testimonianza di fede. E chi ascolta non si converte più a Cristo, ma a noi e alla nostra fede. Ma il dio della nostra coscienza ed esperienza è quello vero o una nostra creazione?

 

San Giovanni Battista

San Giovanni Battista

 

 

di Pierluigi Pavone

 

È forse scortese a prima vista, impopolare e antipatica, ma mai snob: la mia richiesta che mi venga detto di Cristo e non tanto della vostra esperienza. Non vi crederò, sulla base della vostra spiritualità o su quanto vi emozionate quando parlate dello Spirito Santo. Forse vi scandalizzerete, ma potrebbe essere probabile che ciò in cui crediate sia solo la proiezione della vostra coscienza, un vostro pio desiderio su chi sia Gesù e cosa da Lui inconsciamente volete.

Eppure, è Cristo che antepone alla sua sequela, il rinnegamento di se stessi e ha disposto che tra Sé e noi ci sia soltanto Maria, mediatrice di tutte le Grazie e la Chiesa – di cui Maria è regina – che svolge l’azione sacramentale nel mondo.

Il cattolicesimo è così, bello, logico, diretto.

Mi ha sempre affascinato la figura di Giovanni il Battista: e non per le illazioni pseudo-teologiche sulle sue esperienze essene o mistico-messianiche. Al contrario: mi affascinano i suoi dubbi: sia Matteo, sia Luca riportano il fatto che mentre è in carcere, si informa se Gesù sia il Messia.

Notate bene: per due volte fondamentali non compare mai il dato della esperienza di fede!

Prima di tutto, nel caso specifico, Gesù non raccomanda a Giovanni di trovare la risposta nella sua interiorità, non lo invita a nessuna ascesi, né gli raccomanda di ricordare cosa ha sperimentato di Lui. Al contrario, indica di raccontare a Giovanni fatti. Sono i fatti a testimoniare la Verità. Non tanto la propria spiritualità. In secondo luogo e più in generale, avete mai riflettuto su chi era il Battista? Non come figura profetica del tempo, nel ruolo che gli veniva riconosciuto indipendentemente da Cristo. Ciò che sappiamo di lui, a parte il battesimo di Gesù nel Giordano, è di una figura emblematica nella spiritualità ebraica del tempo: la sua vita nel deserto e la sua predicazione di pentimento, così radicale e semplice da colpire lo stesso Erode, anticipano di fatto la vita pubblica di Gesù. Ma prima di questo, il Battista è Giovanni, figlio di Zaccaria e cugino di Gesù. Uno che aveva sussultato nel grembo della madre quando aveva ricevuto la visita di Maria, già incinta del Cristo. Giovanni, il cugino di Gesù, quante occasioni avrà avuto di parlare con la madre, con Maria, con lo stesso Gesù? Possiamo provare a immaginare che se Gesù a dodici anni discute con i dottori della Legge nel Tempio e antepone la volontà del Padre alle preoccupazioni dei genitori, abbia avuto più che una occasione per parlare con Giovanni. Quale esperienza di fede abbiamo del Battista a proposito del Cristo? Quale esigenza hanno avuto gli evangelisti – specialmente il Vangelo di Giovanni – di raccontare la testimonianza del Battista su chi era per lui il Cristo.

Nessuna. Nessuna esperienza di fede e nessuna esigenza evangelica.

Il Battista, quando vede Gesù, indica di vedere l’Agnello di Dio e dice a suoi discepoli di seguire Lui. Non si frappone tra i discepoli e Cristo, lui che di esperienze e testimonianze ne poteva dare a bizzeffe.

Perché? Perché a chi crede – cattolicamente parlando – interessa soltanto una cosa: i fatti.

Di quelli che distinguono il Cristo storico da quello della fede, insegnando che sappiamo cinque cosine sul rabbi ebreo Gesù e tutto il resto è una costruzione fideistica delle comunità cristiane del primo secolo, non sappiamo che farcene. Se fosse vero che di fatti reali, quelli indipendenti dalla nostra coscienza, quelli che non esistono perché ci crediamo noi, ma esistono perché sono accaduti, con buona pace della nostra spiritualità, se fosse vero che di questi fatti non possiamo dire nulla, non sappiamo nulla, allora la nostra fede si basa su una illusione.

Aveva ragione Feuerbach – uno che di ateismo se ne intendeva – a leggere il dio di Lutero come una proiezione della coscienza. Feuerbach è convinto che l’uomo superi la bestia, proprio nella misura in cui percepisce e coglie l’infinito, cioè è in grado di trascendere se stesso, nella mera individualità. L’uomo è in grado di conoscere se stesso nell’essenza di umanità. Questa essenza però non è una conoscenza innata, ma acquisita per mezzo di un processo dialettico (recuperato da Hegel) di alienazione, in cui nega se stesso per proiettarsi in Dio, e sintesi, in cui si riappropria di quelle qualità umane, precedentemente divinizzate e alienate. Qui il ruolo fondamentale della religione: Feuerbach ritiene che Dio sia l’antitesi, cioè la negazione che inconsciamente l’uomo crea per conoscersi. Dio, allora, non è altro che la rivelazione dell’uomo: Dio è ciò che l’uomo nega di se stesso, per attribuirlo ad un essere infinito e perfetto. L’uomo non farebbe altro che divinizzare alcune sue caratteristiche, per poi proiettarle fuori di sé. Dio, quindi, non è nulla in se stesso; Dio esiste soltanto nella coscienza dell’uomo, nella sua esperienza religiosa e spirituale.

È questo il vostro dio? Di certo era il dio di Lutero. Non lo è mai stato – all’opposto – di Giovanni il Battista.

La tesi tradizionalmente cattolica – modernismo a parte – secondo cui tutte le religioni sono false, se non demoniache, è una tesi valida almeno tre volte: quando si tratta di evangelizzare un popolo pagano, quando si tratta di convertire un uomo, quando si tratta di misurare la propria fede.

Primo. Quanto al popolo pagano, è necessario per favorire l’evangelizzazione, come prima di arare un campo, purificarlo da eventuali spiritualità demoniache. Le religioni sono false, allora in un certo senso innocue; oppure hanno margini di verità: in questo caso la misura della loro verità è la presenza del Diavolo (che in effetti esiste realmente!). A ben guardare, la storia dell’evangelizzazione, nel Cristianesimo, è sempre stata una storia di esorcismi.

Secondo. Quanto al singolo, le sue credenze – soprattutto se inficiate da visioni etiche orientali, come il buddhismo – saranno di ostacolo alla conversione: non si convertirà a Cristo (tanto meno salverà la sua anima) «grazie» al proprio credo, ma all’opposto, «contro» la propria fede in divinità inesistenti. Dovrà rinnegare esperienze, testimonianze e coscienze, per convertirsi a fatti. Prima di lui, lo ha fatto anche san Pietro, cacciato via da Gesù quando pensava secondo se stesso e le proprie umane proiezioni, e non secondo Dio. Quanto è stata lunga la conversione di Pietro al fatto dell’Incarnazione, Passione e Resurrezione del suo Signore?! Quante volte ha dovuto rinnegare se stesso, le sue aspettative, i suoi fantasmi?!

Terzo. Quanto a noi, spesso siamo luterani nella fede. Ci affidiamo e prestiamo culto ad un dio costruito dalla nostra coscienza. A questo credeva Lutero: uno che sosteneva che Dio in se stesso non è nulla, ma che esiste solo nella coscienza umana; uno che negava la teologia – cioè la scienza dei fatti e dell’esistenza di Dio, indipendentemente dal credo umano –, per ricondurre ogni dottrina cristiana ad un discorso sulla salvezza umana; uno che faceva dell’uomo il senso stesso della fede e di Dio. L’acume di Feuerbach ne rintracciò la radice atea: logicamente. Pur non avendo affermato la non esistenza di Dio o la fede come proiezione inconsapevole della coscienza umana, Lutero, tuttavia, ha negato la teologia tomista. E in questo la fede cattolicamente pensata e vissuta. Se per san Tommaso Dio è Ipum Esse subsistens, l’essere sussistente, Colui che è, indipendentemente dal creato o dalla stessa opera creatrice, indipendentemente dalla redenzione umana o dalla fede degli uomini, per Lutero invece, Dio è nulla in sé, ma Dio è per l’uomo. Dio esiste, quindi, solo in quanto Creatore, solo in quanto Salvatore, solo nella mia coscienza, solo nella esperienza di fede.  Tolto l’uomo, non ha più ragione di esistere neppure Dio.

 

L’ateo Feuerbach conferma. Seppur in modo radicale, legge logicamente quello che Lutero asserisce: interpreta coerentemente, fino alle sue estreme conseguenze, le tesi di Lutero. Se Lutero sostiene che Dio, in se stesso, è nulla, che Dio esiste solo nella coscienza dell’uomo, in fondo – leggerà giustamente Feuerbach –  questo dio della coscienza, questo dio dell’esperienza – allora – non è altro che il frutto della proiezione inconscia di se stessi, non è altro che una creazione inconsapevole dell’uomo, una creazione che funge da specchio per l’autocoscienza umana.

Per questo ammiro il Battista: uno che poteva anteporre tanta esperienza e spiritualità e invece – con estrema umiltà – ha totalmente oscurato la sua persona, perché risaltasse quella di Cristo.

Potremmo elevare il Battista a patrono della testimonianza cattolica e Lutero ad avvocato brillante di ogni ateismo.

 

 

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Il Regno Unito nega l’asilo ai cristiani iraniani dicendo che il cristianesimo non è una “religione pacifica”.

Un iraniano convertito al Cristianesimo, rischiando dunque la vita per apostasia, chiede asilo al Ministero del Regno Unito dicendo che il Cristianesimo è una religione pacifica rispetto all’Islam. Il Ministero rigetta la domanda affermando che il Cristianesimo non è una religione pacifica. A riprova, porta versetti della Bibbia, compresi quelli dell’Esodo, del Levitico e del Libro dell’Apocalisse. Il caso ha sollevato rimostranze da parte della Chiesa. 

Di seguito un articolo di Charles Collins, nella mia traduzione.

Iraniane con il burqa

Iraniane con il burqa

 

di Charles Collins

 

I responsabili della Chiesa stanno fortemente criticando una lettera di un dipartimento del governo britannico che mette in discussione le credenze religiose di un cristiano iraniano richiedente asilo .

L’assistente sociale ai richedenti asilo Nathan Stevens ha pubblicato la lettera ricevuta da un cittadino iraniano – un convertito al cristianesimo dall’Islam che ha richiesto asilo in Gran Bretagna nel 2016.

Il richiedente ha detto al Ministero degli Interni – il dipartimento governativo britannico che si occupa di immigrazione e sicurezza delle frontiere – che l’unico motivo per cui si è convertito al cristianesimo era perché la religione era più pacifica dell’Islam.

Nella lettera di rifiuto dell’asilo, il Ministero degli Interni ha tratto diversi versetti dalla Bibbia, dicendo che il cristianesimo non era pacifico, compresi i versetti dell’Esodo, del Levitico e del Libro dell’Apocalisse.

“Questi esempi sono incoerenti con la tua affermazione che ti sei convertito al cristianesimo dopo aver scoperto che si tratta di una ‘religione pacifica’ in opposizione all’Islam, che conteneva violenza e rabbia”, si legge nella lettera.

Per richiedere asilo nel Regno Unito, è necessario avere una “fondata paura” di persecuzione a causa dell’etnia, della religione, delle opinioni politiche o dell’appartenenza ad un particolare gruppo sociale.

L’apostasia è un reato capitale in Iran, e coloro che lasciano l’Islam devono affrontare la pena di morte.

Un rapporto del 2016 del Gruppo Parlamentare per la libertà internazionale di religione o di credo di tutti i partiti ha criticato il Ministero degli Interni per la gestione delle richieste di asilo dei convertiti cristiani provenienti da paesi a maggioranza musulmana, e l’anno prossimo il Ministero degli Interni si è impegnato ad avviare nuove procedure di formazione per il personale.

(Come esempio di come le cose siano state cattive in quel periodo, Stevens ha detto che diversi anni fa, una lettera di rifiuto per un altro cristiano iraniano convertito diceva: “Lei ha affermato nella sua AIR che Gesù è il suo salvatore, ma poi ha affermato che Lui non sarebbe stato in grado di salvarla dal regime iraniano. Si ritiene quindi che lei non ha alcuna convinzione nella sua fede e la sua fede in Gesù è timida”).

Secondo una dichiarazione rilasciata dal Ministero degli Interni, la lettera più recente “non è in linea con il nostro approccio politico alle rivendicazioni basate sulla persecuzione religiosa”, e che il dipartimento sta lavorando per “migliorare la nostra guida politica e la formazione fornita ai responsabili delle decisioni in materia di asilo, in modo da affrontare le richieste di conversione religiosa nel modo appropriato”.

Sarah Teather, la direttrice del Jesuit Refugee Service UK (JRS), ha detto che la lettera è la prova che il Ministero degli Interni è “disposto a distorcere qualsiasi aspetto della realtà” per respingere le richieste di asilo, definendo questo caso particolare un “esempio oltraggioso dell’approccio sconsiderato e sfacciato del Ministero degli Interni nel determinare i casi di asilo per la vita e la morte”.

Il Jesuit Refugee Service UK, come in passato, si è lamentato del fatto che il Ministero degli Interni ha cercato motivi per respingere le domande di asilo, invece di dare ad ogni richiedente un’udienza imparziale.

Questa opinione è condivisa da James McKinney, vicedirettore del sito web Free Movement, che ha detto che il personale del Ministero degli Interni “trova qualsiasi ragione per rifiutare l’asilo”.

“Dal testo della lettera si può vedere che colui che l’ha scritta sta cercando di trovare delle falle nel racconto del richiedente asilo sulla sua conversione al cristianesimo e sta usando i versetti della Bibbia come strumento per farlo”, ha detto all’Independent.

Tuttavia, McKinney ha detto che non è “necessariamente un’esplosione sistemica di sentimenti anti-cristiani nel dipartimento”.

Teather ha detto che il caso “dimostra lo scioccante analfabetismo riguardo al cristianesimo” [presente] all’interno del Ministero degli Interni.

“Qui al JRS, incontriamo abitualmente casi in cui l’asilo è stato rifiutato per motivi pretestuosi. Alcuni di questi casi richiedono più conoscenze giuridiche per essere riconosciuti di questa bizzarra citazione errata della Bibbia”, ha detto.

L’arcivescovo Angaelos, l’arcivescovo copto ortodosso di Londra, ha detto che l’ultimo incidente gli ha causato “grande preoccupazione”.

“Bisogna determinare se questo è semplicemente per incomprensione o per un tentativo proattivo di influenzare negativamente la richiesta di qualcuno la cui vita può essere letteralmente a rischio. Si deve anche accertare se la discriminazione religiosa è all’opera, poiché non c’è posto per la parzialità all’interno di un governo che cerca di promuovere l’uguaglianza”, ha detto l’arcivescovo in una dichiarazione.

Angaelos ha detto che dalla pubblicazione della lettera di rifiuto di asilo del cristiano iraniano, “altri esempi sono sorti anche di simili negligenze quando si tratta di travisare la Scrittura e di respingere le richieste di asilo per questi motivi, e quindi spero che anche queste siano esaminate nella loro interezza, e non in un singolo caso isolato”.

L’arcivescovo ha aggiunto che “dobbiamo renderci conto della portata di queste azioni, e che hanno un impatto su persone di fede che sono potenzialmente vulnerabili nel loro stato di origine, e vulnerabili qui in Gran Bretagna come richiedenti asilo, e per questo dobbiamo fare molta attenzione a che tali violazioni non passino inosservate o non trattate”.

Ironia della sorte, l’atteggiamento rigido del Ministero degli Interni nei confronti dei richiedenti asilo cristiani convertiti arriva quando il Ministero degli Esteri britannico sta attirando l’attenzione sulla difficile situazione dei cristiani perseguitati in tutto il mondo.

All’inizio di quest’anno, il ministro degli esteri britannico Jeremy Hunt ha ufficialmente avviato un’indagine governativa sul problema, osservando che l’80% delle persone che soffrono per la persecuzione a causa della religione sono cristiani.

Hunt ha detto che l’ufficio estero stava avviando l’inchiesta “non solo perché la libertà di culto è un diritto umano fondamentale, ma anche perché la libertà di culto è la linea invisibile tra società aperte e società chiuse”.

“Dove la libertà di culto è ostacolata o impedita, allora di solito è un segno di molte altre cose che vanno male, e volevamo assicurarci che il Regno Unito stia facendo di tutto per difendere i valori in cui tutti noi crediamo”, ha detto il 30 gennaio.

Tuttavia, le preoccupazioni di politica interna stanno prendendo la precedenza quando i cristiani perseguitati chiedono asilo nel Regno Unito.

Nel 2010, il partito conservatore al potere si è impegnato a ridurre l’immigrazione nel Regno Unito alle “decine di migliaia”, un obiettivo che molti esperti hanno ritenuto impraticabile.

Da allora, il governo ha reso più difficile per tutti i tipi di immigrati di venire nel paese, compresi i coniugi di cittadini britannici, gli studenti e le nomine accademiche.

Nel processo, hanno anche reso più severe le procedure per i richiedenti asilo per dimostrare il loro status di rifugiato.

Teather ha detto che poiché la lettera di rifiuto al cristiano iraniano è sui media, “dobbiamo ricordare che riflette un problema sistematico e una più profonda mentalità di incredulità all’interno del Ministero degli Interni, e non è solo un’anomalia che possa essere giustificata”.

 

Fonte: Crux Now

 

AGGIORNAMENTO del 26.03.2019, ore 14.15

Secondo il Catholic Herald (qui), il Governo del Regno Unito, visto il clamore mondiale suscitato dalla notizia, ha deciso di riprendere in mano il fascicolo per una riconsiderazione della richiesta di asilo.

 




“CREDO SOLO LA SUA FEDE POSSA SPIEGARE LA FOLLIA DI QUESTO SACRIFICIO”

“CREDO SOLO LA SUA FEDE POSSA SPIEGARE LA FOLLIA DI QUESTO SACRIFICIO”

 

Ecco nella mia traduzione (qui l’originale), l’omaggio che padre Jean-Baptiste ha fatto a Arnaud Beltrame che è morto per mano di un terrorista dando la vita per la donna che era in ostaggio. Jean-Baptiste è il sacerdote che lo ha sostenuto nell’ora della sua morte. (Qui in francese)  

Foto: Arnaud Beltrame

Foto: Arnaud Beltrame

ARNAUD BELTRAME: UN EROICO UFFICIALE CRISTIANO CHE HA DATO LA VITA PER SALVARE GLI ALTRI.

Testimonianza di un Canone dell’Abbazia di Lagrasse (Aude), il giorno della sua morte, 24 marzo 2018.

In Arnaud Beltrame, i francesi hanno ricevuto un modello.

È nell’occasione di un incontro durante una visita alla nostra abbazia, che è un monumento storico, che incontro il tenente colonnello Arnaud Beltrame e Marielle, che aveva appena sposato civilmente il 27 agosto 2016. Ci siamo riuniti molto velocemente e mi hanno chiesto di prepararli per il matrimonio religioso che avrei celebrato vicino a Vannes il 9 giugno. Abbiamo trascorso molte ore a lavorare sulle basi della vita matrimoniale per quasi due anni. Avevo appena benedetto la loro casa il 16 dicembre e stavamo concludendo la documentazione per il matrimonio canonico. La bellissima dichiarazione d’intenti di Arnaud mi è giunta 4 giorni prima della sua morte eroica.

Questa giovane coppia si recava regolarmente all’abbazia per partecipare alle Messe, ai servizi e agli insegnamenti, specialmente in un gruppo di residenze, Notre Dame de Cana. Facevano parte del team Narbonne. Sono venuti di nuovo domenica scorsa.

Intelligente, sportivo, volubile e vivace, Arnaud parlava prontamente della sua conversione. Nato in una famiglia con poca pratica (religiosa), ha vissuto una vera e propria conversione intorno al 2008, a quasi 33 anni. Ha ricevuto la prima comunione e conferma dopo 2 anni di catecumenato, nel 2010.

Dopo un pellegrinaggio a Sainte-Anne-d’Auray nel 2015, dove ha chiesto alla Vergine Maria di incontrare la donna della sua vita, è diventato amico di Marielle, la cui fede è profonda e discreta. L’impegno è stato celebrato nell’abbazia bretone di Timadeuc nella Pasqua del 2016.

Appassionato di gendarmeria, ha sempre avuto una passione per la Francia, la sua grandezza, la sua storia e le sue radici cristiane che ha riscoperto con la sua conversione. Sostituendosi agli ostaggi, è stato probabilmente motivato dall’impegno per la sua galanteria come ufficiale, perché per lui, essere un poliziotto significava proteggere. Ma sapeva che stava correndo un rischio incredibile.

Egli è cosciente anche della promessa di matrimonio religioso fatta a Marielle, che è già sua moglie e che amava teneramente, come ho visto. Quindi? Gli è stato permesso di correre tale rischio? Mi sembra che solo la sua fede possa spiegare la follia di questo sacrificio che oggi è l’ammirazione di tutti. Sapeva, come Gesù ci diceva, che “non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici”. (Giovanni 15.13). Sapeva che se la sua vita è cominciata ad appartenere a Marielle, apparteneva anche a Dio, alla Francia, ai suoi fratelli in pericolo di morte. Credo che solo una fede cristiana animata dalla carità possa chiedere questo sacrificio sovrumano.

Ieri sera ho potuto unirmi a lui all’ospedale di Carcassonne intorno alle 21. I gendarmi e i medici o gli infermieri hanno aperto la strada con notevole delicatezza. Era vivo, ma inconscio. Ho potuto dargli il sacramento dei malati e la benedizione apostolica al momento della morte. Marielle rispondeva a queste stupende formule liturgiche.

Eravamo venerdì della Passione, poco prima dell’apertura della Settimana Santa. Avevo appena pregato l’ufficio di nessuno e le Stazioni della Croce per lui. Chiedo all’assistente se può avere vicino a sé una medaglia mariana, quella di rue du Bac a Parigi.

Completo e professionale, un infermiere, fissa la spalla. Non ho potuto sposarlo come un articolo goffamente detto, perché era incosciente. Arnaud non avrà mai figli nella vita. Ma il suo sorprendente eroismo ispirerà, credo, molti imitatori, pronti a donarsi alla Francia e alla sua gioia cristiana.