Servire la Chiesa o il sistema?

Interno della cupola della basilica di San Pietro a Roma

Interno della cupola della basilica di San Pietro a Roma

 

di Aurelio Porfiri

 

Ho molto riflettuto, nei precedenti paragrafi, sulla differenza fra servire la Chiesa e servire il sistema ecclesiastico. Io credo, che il nodo del clericalismo sia tutto in questa differenza. Il vero clericalismo è quello di coloro che servono il sistema, quindi esso non è soltanto un qualcosa che troviamo fra i sacerdoti, ma lo troviamo anche fra i laici, fra coloro che cercano soltanto il proprio vantaggio personale e quindi cercano di alimentare un sistema che quel vantaggio favorisce.

Ricordate che esiste una lotta tremenda fra coloro che cercano di servire la Chiesa e coloro che invece si trovano a servire il sistema, una lotta che decide non soltanto del loro destino eterno, ma indirettamente anche del nostro. Certamente, la Chiesa ha bisogno anche di un sistema che la faccia funzionare. Io non voglio essere naif, capisco benissimo che serve un meccanismo che permetta alla Chiesa di essere attiva nel mondo. Ma il problema sorge quando questo meccanismo diviene lo scopo ultimo dell’attività ecclesiale.

Se lo scopo del clero, è quello di proteggere i confratelli nel sacerdozio, forse c’è qualcosa che non va. Poi, ci sono tanti meccanismi interni che noi ovviamente non vediamo, stando fuori. O forse li vediamo, se studiamo attentamente le dinamiche ecclesiali. Ma questi meccanismi interni, non devono divenire lo scopo ultimo della vocazione sacerdotale, non possiamo pensare ai sacerdoti come a dei protettori di una casta. Certamente, ci troviamo anche in un tempo di crisi del sacerdozio, una crisi che ormai non può più essere negata.

Allora, la domanda fondamentale che ci troviamo a fare riguardo il clericalismo, questa corona di spine nella vita della Chiesa, è: questo sacerdote sta proteggendo la Chiesa o sta proteggendo un sistema? Perché la Chiesa e il sistema ecclesiale, ricordatevelo, non sempre coincidono. Ecco, dalla risposta a questa domanda possiamo veramente capire in quale modo poter riparare questa vera tragedia nella vita di tutti i fedeli.




Cercare il necessario

Sacerdote

 

di Aurelio Porfiri

 

In un recente articolo su The Catholic Thing, Anthony Esolen ha detto una cosa importante: “Mi vengono in mente due rimedi parziali per il clericalismo. Entrambi sono paradossali. Uno è essere un solitario. “Non è bene che l’uomo sia solo”, dice Dio, prima che crei Eva per essere un aiuto per Adamo. Siamo fatti per l’amicizia. Ma deve esserci anche un giusto ordinamento di amicizie. Aristotele disse che era un amico del suo insegnante Platone, ma un più grande amico della verità. Gesù spesso si ritirava dalla folla e persino dai suoi amici, per pregare più intimamente il Padre. Per cose così imperfette come noi, una resistenza alla facile socievolezza, persino una difficoltà a stringere amicizia, può proteggerci dall’urgenza di appartenere. La burocrazia è unta con modi socievoli. Abbiamo bisogno di quella barra d’acciaio del non sociale per fermare i suoi ingranaggi. Il secondo rimedio è la legge. Non intendo la severità della punizione. Ciò deve dipendere dal paziente e dalla malattia. Intendo la legge come baluardo contro le tentazioni dell’empatia e del sociale. La legge mantiene il club onesto. Non è la legge del club, la legge solitamente non scritta, come ho già detto, che fa parte della vita del club e che gli consente di realizzare le cose. È la legge al di fuori del club, a cui il club si sottomette” (mia traduzione). Forse l’aderenza ad una legge esterna non è così semplice in ambienti così chiusi in se stessi, come quelli clericali. Ma il fatto di coltivare una certa solitudine è un consiglio importante.

Come mi ha detto un famoso scrittore di fede cattolica, se vuoi conservare la fede stai alla larga da ambienti cattolici. E per chi li deve frequentare, è bene dotarsi di anticorpi. Ovviamente ci sono tante brave persone in perfetta buona fede, che si spendono anima e corpo per quello in cui credono. Ma spesso, prima o poi, i meccanismi perversi si mettono in moto e tu rimani intrappolato in una strategia clericalista che non puoi, o non sai, controllare.

Anch’io mi sono trovato nelle condizioni di dover chiedere aiuto a membri del clero per alcune cose che desideravo si compissero nella mia vita. Mi sono reso conto, che se non fai parte di certi circoli, anche persone che ti conoscono da anni e anni non sono così disposte ad aiutarti. Tu pensi che sia importante la conoscenza personale e la fiducia personale per poter ottenere qualche forma di sostegno per alcuni tuoi progetti, ma non è proprio così. Quello che conta veramente, è appartenere ad un certo mondo. Per favore, non vi scandalizzate: non sto facendo l’elogio della raccomandazione. Ma dobbiamo essere anche onesti, non c’è nulla di male nella raccomandazione quando può aiutare alcune persone meritevoli a raggiungere certe posizioni che altrimenti non avrebbero potuto raggiungere perché non conosciute. Come diceva Maurizio Costanzo, la raccomandazione significa dare a una persona la possibilità di avere una bicicletta, ma poi è la persona stessa che deve dimostrare di saper pedalare. Se non sai pedalare, non c’è raccomandazione che tenga. Quanti artisti, scienziati, inventori, hanno avuto la possibilità di fare quello che hanno fatto perché c’è stato qualcuno che ha creduto in loro e che li ha proposti all’attenzione di qualcun altro. Ma il problema spesso, con il clericalismo, è che non viene aiutato chi è meritevole, ma chi si mostra più servizievole, più sottomesso, o perlomeno pretende di esserlo.

Ecco allora che conviene tenersi in disparte e cercare il necessario, avere disprezzo per le cose di questo mondo ed accettare che possiamo arrivare fino ad un certo punto, poi dobbiamo abbandonarci alla volontà di Dio anche se non la capiamo, se ci sembra ingiusta. Sappiamo che non è ingiusta, è solo emanazione di una volontà superiore.

 




Il Concilio parla

Concilio Vaticano II

Concilio Vaticano II

 

di Aurelio Porfiri

 

Sappiamo come il Concilio Vaticano II per alcuni sia come un moloch da invocare come una specie di talismano che trasforma tutto nei desiderata di certe correnti che pensano che la trasformazione sia l’unico modo di essere della Chiesa. Tutto scorre, direbbe Eraclito. È vero che noi siamo esseri mutevoli ma è pur vero che dobbiamo avere dei punti fermi in questo mutare, altrimenti viviamo sempre nell’occhio di un ciclone. Poi purtroppo i cambiamenti auspicati da alcuni sono sempre per accodarsi alle narrative correnti foraggiate dal pensiero progressista anti cristiano e quindi anti realista. Ecco allora che per alcuni il Concilio (evocato ed invocato ma non veramente capito) è utile per dare autorevolezza alle tesi più strambe.

Ora, il Concilio ha anche promulgato un certo numero di documenti e in essi si trovano certamente ambiguità che possono dare luogo ad incomprensioni o ermeneutiche non ortodosse. Ma se letto tutto sulla scia della famosa ermeneutica della continuità, i problemi verrebbero certamente ridimensionati. Questo riguarda anche il ruolo dei laici e i problemi che sorgono dal clericalismo. Come già detto, il clericalismo è un male sistemico in fondo comprensibile, in quanto non è esclusivo del clero, ma esiste anche nelle università, negli ospedali, nelle scuole e via dicendo. Certo, nella Chiesa è più grave in quanto esclude una parte che ha pieno diritto di partecipazione in virtù del comune battesimo. Come ho sempre detto, io vorrei vedere una riappropriazione da parte del clero del suo ruolo vero, di pastori di anime, piuttosto che di funzionari, burocrati o addetti a mansioni che non sono centrali per la loro vocazione. Laddove i laici possono essere utili, si permette ai sacerdoti di dedicarsi ad attività più adeguate al loro ruolo.

Ma devo dirvi che questa mentalità di doverosa valorizzazione del laicato non è certo in auge in Vaticano, malgrado tutto quello che dice il Santo Padre. Il laico che piace è solitamente clericalizzato, non sposato, mezzo prete. No, non ci siamo. Certamente ci sono eccezioni a questo e ci sono prelati che capiscono i problemi che derivano dalla clericalizzazione, ma spesso si assiste a benevolenze verso persone che andrebbero piuttosto indirizzate a qualcuno in grado di risolvere problemi di natura profonda, mascherati da devozione religiosa. Certo la Chiesa deve accogliere tutti, ma non giustificare tutto.

 

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La vocazione del laico

I laici

 

di Aurelio Porfiri

 

Sembra ovvio che quando si parla di clericalismo e delle sue ricadute nella vita ecclesiale, che sono enormi, non possiamo evitare di considerare il ruolo dei laici e soprattutto le debolezze degli stessi nei confronti del clero. Un documento della Commissione per la dottrina della Conferenza episcopale canadese, chiamato La corresponsabilità dei laici nella Chiesa e nel mondo dice: “A volte confondiamo l’assunzione di varie funzioni e ruoli nella Chiesa con l’esercizio della corresponsabilità. Questo tipo di confusione può essere riduttivo nei confronti del laicato, in quanto limita il vasto campo di gioco del laico, che è il mondo. Questa, anzi, è una forma di clericalismo, perché si basa sul presupposto che il ruolo del clero sia qualcosa a cui i laici dovrebbero aspirare. Papa Francesco ha denunciato questo fenomeno, definendolo «un doppio peccato», perché sia i laici sia i sacerdoti ne sono spesso complici: i sacerdoti tendono a clericalizzare i laici e i laici chiedono di essere clericalizzati. «È uno dei mali, è uno dei mali della Chiesa. Ma è un male “complice”, perché ai preti piace la tentazione di clericalizzare i laici, ma tanti laici, in ginocchio, chiedono di essere clericalizzati, perché è più comodo, è più comodo! E questo è un peccato a due mani!». La verità è che c’è una dignità originale in ogni vocazione: laicato, ordini sacri, vita consacrata. Il clericalismo nega la chiamata universale alla santità, così come chiaramente insegnata dal concilio Vaticano II.

La vocazione laicale è sempre svalutata quando avviene la clericalizzazione, o perché si trattano i laici come inferiori (un problema più comune parecchie generazioni fa) o perché si affidano loro incarichi e compiti tipici del clero (qualcosa di più comune ai nostri giorni). La grande chiamata dei laici, però, è fondamentale per la missione della Chiesa e non può essere annullata: è portare Cristo al mondo interiormente; evangelizzare dall’interno verso l’esterno»”. 

Questo è un passaggio complesso, in quanto la tendenza clericalista del clero è proprio quella di controllo ed estromissione del laicato da qualunque possibile intromissione in campi non strettamente riservati al clero stesso. Faccio sempre l’esempio della musica, dove sembra che se un coro in chiesa non è diretto da un sacerdote qualcosa viene meno (questo è un problema tipicamente italiano, nei paesi anglosassoni i laici sono pienamente in carico di questa funzione). Ma è vero che il male del laico clericalizzato è anche pernicioso e purtroppo favorito da certo clero che cerca di far passare persone con interessi personali o problemi emotivi o di identità come “persone pie”. Quante volte ho visto girare persone quantomeno discutibili intorno a prelati che non mancavano di favorirle, pensando forse che la mancanza di un affetto (femminile) fosse segno di una vita virtuosa. No, non è questo il tipo di laico cristiano.

Il concetto è ripreso in un articolo di Umberto Folena (Avvenire, 24 agosto 2012): 

“«Operosa corresponsabilità»: bellissimo! Non ci sono più io vescovo, io parroco e voi laici: ci siamo noi. Non c’entrano la diversità di ministero, che qui nessuno – e ovviamente non il Concilio –  mette in discussione, né il grandissimo rispetto che ogni laico deve a chi, nella comunità, rende presente sacramentalmente il Signore. Con tutto ciò non c’è una «mia comunità» alla quale posso invitarvi a collaborare facendovi un poco di spazio, ma la «nostra comunità» della quale tutti siamo insieme responsabili. 

L’operosa corresponsabilità taglia netto con ogni tentazione di pensare e agire in termini di potere. 

C’è stato – e forse c’è – un clero che pensa ai laici come coloro a cui è necessario concedere degli «spazi di potere», di gestione e decisione, se non altro perché il clero scarseggia, non ci sono più abbastanza preti: i laici panchinari, buoni per il secondo tempo o per subentrare agli infortunati. E c’è stato – e forse c’è – un laicato che pensa in modo analogo, sia pure con due esiti opposti. Di qua ci sono i laici convinti che, per ottenere spazio, occorre clericalizzarsi. Pensa, parla, scrivi, comportati come un presbitero, e il clero ti riconoscerà come «uno di loro», si rasserenerà e ti accoglierà. I laici clericalizzati sono in contraddizione con la lettera e lo spirito del Concilio che, al contrario, invita i laici a valorizzare ciò che è loro proprio, un proprio stile, una propria sensibilità; ma possono fare fortuna. Di là, troviamo i laici che cercano non di associarsi e affiancarsi, con operosa responsabilità, ma semplicemente di sottrarre spazi e competenze e ruoli al clero: potere per potere. Costoro fanno fortuna assai più difficilmente, perché il clero si difende; molto più facile è che si trovino banalmente fuori, out, dalla comunità. Delusi e incattiviti tanto quanto i laici del primo tipo sono docili e, magari solo all’apparenza, “morbidi”. Certo non bisogna scatenare lotte di potere, ma bisognerebbe capire come fare in modo che quel “noi” ecclesiale possa mai attuarsi in un sistema che pensa soltanto a perpetuare le sue strutture di potere.

 

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In spirito di servizio

Sacerdote

 

 

di Aurelio Porfiri

 

Io vorrei soffermarmi per questo articolo su una parola che credo sia importante per inquadrare il problema del clericalismo. Questa parola è in effetti uno degli antidoti allo stesso, un antidoto che per essere efficace dovrebbe essere messo in cima ad ogni documento come strada maestra per chi volesse seguire la chiamata al sacerdozio. Questa parola è servizio. Il sacerdozio è un servizio. Se si tenesse questo concetto al centro della riflessione costantemente ed efficacemente, certamente tutte le contraddizioni che vengono fuori dal clericalismo imperante sarebbero così forti che sarebbe impossibile notarle. Gesù stesso offre la chiave vera di interpretazione, dicendo di non essere venuto per essere servito ma per servire. Servitium è propriamente farsi servo, farsi prossimo a tutti per offrire se stessi. Il servitium puo’ essere retribuito e può essere dato gratutitamente: questo ultimo è l’autentico spirito cristiano. Certo questo non significa che chi offre un servizio non deve essere propriamente sostenuto e supportato anche economicamente, come è giusto che sia. Significa che il servizio non è mezzo per arricchirsi in primo luogo. Il servitium è proprio del servo. Anche l’etimologia di questa parola è interessante se si guarda alla parola servare, che significa conservare. Cosa conserva il sacerdote? Esso, quando informato dello spirito cristiano più autentico è veramente alter Christus, nel senso che fa vedere all’altro lo spirito più autentico del cristianesimo che è profondamente impregnato del concetto di servizio. Questo servire quindi, è anche e soprattutto un conservare, un tramandare, un farsi tradizione. È mostrare quel volto misericordioso che risale alla figura del Maestro e Fondatore, nostro Signore. Il sacerdote autentico è tradizione, tradizione che si rannoda al significato dato sopra alla parola servizio, conservare e trasmettere. È tradizione in un modo veramente efficace, in quanto in ogni nuovo sacerdote, quando veramente informato dello spirito cristiano, si perpetua il volto di Cristo. Certamente questa categoria di servizio non è propria soltanto del sacerdozio ma direi che gli è specifica. Senza la vera dedizione all’essere colui che serve si manca completamente la natura stessa di questo ministero dando il via alle deformazioni dello stesso di cui la più terribile è quella che da vita al clericalismo.

Cosa è infatti il clericalismo, se non uno spostamento evidente di significato? Esso non considera il servire come importante, quanto l’essere servito. Chi è dedito al clericalismo non serve la Chiesa ma si serve della Chiesa. Io credo che basterebbe riflettere sulla pregnanza di questa parola, servizio, per vedere come evidenti tutte le deformazioni che vengono date dalla deriva clericalista. Il clericalismo mette al centro se stessi, non l’altro e ovviamente decentra Cristo Signore. Potremmo definirlo come una decentrazione in atto dello spirito vero del cristianesimo. L’io divene d-io. Certamente tutti siamo imperfetti e peccatori a cominciare dallo scrivente. Quindi, tutti dovremmo riflettere sulla categoria del servizio. Spero che lo faranno anche tanti sacerdoti così da ritrovare lo spirito più autentico della propria vocazione e missione nel mondo. Una vocazione che, non dimentichiamolo, non è e non può essere centrata su se stessi e sulle proprie esigenze di fare carriera. Le tentazioni umane esistono per tutti, ma questa è una delle più forti contro cui lottare.

 

 

 




Il clericalismo culturale

Greg Burke, ex portavoce Sala Stampa Vaticana

Greg Burke, ex portavoce Sala Stampa Vaticana

 

di Aurelio Porfiri

 

Tempo fa leggevo alcune notizie dal sito Dagospia. Una di queste riguardava la nomina del giornalista americano Greg Burke come consulente della comunicazione del Vaticano, quindi parliamo di anni addietro. Ora, tra le tante cose che si potevano dire nell’articolo citato nel celebre sito Dagospia, ci si soffermava con molta sorpresa sul fatto che il giornalista americano fosse un laico, pur se membro dell’Opus Dei, allo stesso modo di un suo predecessore, Joaquin Navarro Valls. Ora, la sorpresa che si manifestava se un laico svolgeva dei compiti per la Chiesa Cattolica che non sono di natura strettamente sacerdotale, dimostrava quello che vorrei chiamare una sorta di clericalismo culturale. Significa che le false pretese del clericalismo (in materia di privilegi e coperture) sono così presenti nella cultura sociale di un popolo che ci si sorprende per cose di cui in realtà non ci si dovrebbe sorprendere. Più volte ci sono stati richiami anche da Papa Benedetto XVI sulla vera missione del sacerdote, che non è quella dell’operatore culturale o dell’agitatore sociale, ma quella del pastore di anime. Tutto ciò che non è connesso strettamente con questa missione non è di per se impossibile, ma non è indispensabile. Molte cose sono importanti, ma non tutte sono rilevanti. Se il clericalismo è un abuso, ricordiamolo, quando si fa culturale, è come una malattia che si cronicizza: la malattia è sempre presente e ci si abitua alla sua presenza senza la voglia di combatterla. Io credo invece che si debba essere molto vigili su questo clericalismo culturale. Infatti, una volta che esso viene identificato ed isolato, si può cominciare a sperare che certe cose che sembrano normali comincino a sembrare non così normali. In effetti, quale problema ci sarebbe se in alcune congregazioni romane ci fosse una presenza più massiccia di laici preparati? Presenza non in qualità di uscieri, ma anche in ruoli di responsabilità. So che questo succede, tanto per fare un esempio il direttore dell’Osservatore Romano è un laico. Ma sarebbe bello succedesse di più in ruoli che non presumono una funzione propria al sacerdote. Sarebbe anche possibile vedere questa presenza laicale come un antidoto al clericalismo, sempre sperando che i laici non siano anche loro clericali, altro male di cui ci dovremmo occupare in futuro.

Pensiamo agli Stati Uniti, mi viene molto da riflettere sulla realtà di questo paese, un paese che dal punto di vista cattolico ci offre una prospettiva bifronte, come Giano. Da una parte è stato la vittima di episodi di clericalismo devastante negli ultimi decenni, con le coperture degli abusi sui minori che hanno portato sulla bancarotta varie diocesi americane. Dall’altra però è un paese che vede la presenza di molti laici come direttori di uffici liturgici o come maestri di coro nelle cattedrali o come portavoce delle diocesi e così via. Come queste due cose possano aver convissuto è materia per studi più approfonditi. Io credo che, pur essendo un paese di cultura ecclesiastica che tendenzialmente non sarebbe clericale, ne è però inevitabilmente potenzialmente vittima perché parte di un sistema. Essendo stato per dieci anni Director of Music della chiesa di Santa Susanna, chiesa della comunità americana a Roma fino a qualche anno fa, il cui cardinal titolare era il Cardinal Law, al tempo vescovo di Boston che era uno degli epicentri del problema degli abusi sui minori, ricordo come la rabbia era veramente a livelli altissimi, che a volte sembravano incontrollabili. Io credo che lo scandalo sia scoppiato più forte negli Stati Uniti non perché il problema fosse esclusivamente loro (infatti sappiamo che purtroppo tocca tutto il mondo) ma perché quella parte che resiste al clericalismo culturale in quel paese ha fatto sentire la sua voce con forza, una forza che purtroppo viene soffocata in tante culture attanagliate dal problema di cui sopra. Certo si è dato poi adito a situazioni di esagerazione, ma il problema era ovviamente enorme. Credo che un primo passo per una riforma necessaria sia proprio quello di combattere questo clericalismo culturale, che purtroppo è terreno di coltura perfetto per questa piaga così ardua da estirpare.

 

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Le radici del malessere

Interno della cupola della basilica di San Pietro a Roma

Interno della cupola della basilica di San Pietro a Roma

 

di Aurelio Porfiri

 

C’è qualcosa di molto interessante che credo vada notata sul tema del clericalismo, facendo riferimento agli accadimenti che hanno interessato l’opinione pubblica non molto tempo fa e che riguardavano la vicenda dei corvi in Vaticano. Ora, naturalmente diffondere documenti riservati è cosa che ha la sua gravità, ma come sappiamo non si tratta propriamente di una novità tra le mura vaticane. E chi erano i corvi? Laici corrotti o laici indignati?

Leggendo in quei giorni le notizie, i comunicati stampa, le interviste esclusive che coinvolgevano vari “corvi”. Ognuno diceva la sua ma notavo temi comuni nelle loro dichiarazioni. Soprattutto due: tutti dicevano che lo facevano per proteggere il Papa e per combattere il malcostume nella Chiesa che identificavano in questo o quel Prelato, ma più spesso nell’allora segretario di stato salesiano. Ho pensato che, queste due affermazioni avevano una loro importanza ed un loro profondo interesse. Questo perché mi sembra che anche riflettessero un più largo sentire che quello solamente rappresentato da poche persone che rischiano compiendo atti che sono ovviamente altamente opinabili.

La prima questione mi sembra riguardasse l’opinione positiva sul Papa di allora, Benedetto XVI, la vittima. In effetti egli non viene mai coinvolto direttamente nelle questioni, le uniche osservazioni sul suo operato riguardano semmai la sua responsabilità nella scelta di alcuni collaboratori (responsabilità comunque non di poco conto). Ma egli è sempre visto come innocente, la  vittima, appunto. E poi c’è la visione negativa della Curia romana, vista come luogo di intrighi e lotte intestine. Ho notato che, anche tra i commenti dei vaticanisti, questa concezione era (ed è) abbastanza rappresentata (pur se con le prudenze del caso) e in effetti riflette un più largo sentire. Anche a livello di comune sentire, c’è questa idea sulla Curia romana come l’emblema del clericalismo piu’ bieco. Ma non si creda che questo sia un problema che è limitato alla Curia romana. Faccio un esempio. Essendomi trovato anche io coinvolto in una situazione che anche coinvolge un sacerdote, la cosa che più ho sentito ripetere ad ogni latitudine è: ma tanto non ci puoi fare niente perché “tra loro” si proteggono. Oramai ho sentito così tante volte questa frase che noto come sia usata quasi senza rendersi conto di come essa sia devastante per l’immagine che si dovrebbe avere della Chiesa Cattolica che è la Madre di tutti, laici e sacerdoti e non ha figli che sono preferiti in virtù del loro status.

In fondo questo è anche il motivo del successo di romanzi come “Angeli e Demoni” di Dan Brown. Lì, sullo sfondo c’era un Papa da poco scomparso; il segretario di quest’ultimo credendo di compiere opera di purificazione aveva ordito una trama assassina che coinvolgeva vari cardinali e sullo sfondo le trame di Curia. Ma si pensi anche ad “Habemus Papam” di Nanni Moretti, in cui c’è un Papa da poco eletto ma che non si sente di sostenere il peso del pontificato. In questo caso la Curia è dipinta in modo un poco caricaturale, ma questo tema del Papa buono e Curia cattiva è molto presente nell’immaginario artistico e popolare. Ci sono vari motivi per cui questo accade. Quello che a me sembra rilevante è la percezione comune sugli eccessi provocati dal clericalismo, questo sistema di protezioni quasi come una casta che certamente non impressiona positivamente all’esterno. Ci sono in Curia, qualunque Curia, bravissime persone che hanno a cuore il ministero che svolgono e che lo fanno onestamente, soffrendo per l’immagine che spesso viene riflessa all’esterno. Ma ci si deve ricordare che l’immagine è frutto di un sistema e che il sistema è frutto di un’attitudine e che l’attitudine è frutto di un abuso di potere. Giustamente la Chiesa fa notare ai politici che la trasparenza e correttezza, accountability, come dicono gli anglosassoni,  sono virtù che non vanno dimenticate; credo altresì queste osservazioni dovrebbero essere sempre tenute presenti quando riguardano faccende interne.Tutti dobbiamo rendere conto a coloro che, in vario modo, si affidano a noi. Io posso solo lontanamente immaginare quanto Papa Benedetto XVI abbia dovuto soffrire trovandosi in situazioni così dolorose. Eppure non è stato in grado di estirpare le radici del malessere, come non è in grado, malgrado le intenzioni, il presente pontefice. Perché il malessere non è un qualcosa che attacca il sistema da fuori, ma ne è quasi parte, allo stesso modo in cui il deterioramento degli organi del corpo umano fa parte del normale fluire della vita. Proprio per questo bisogna che ci si interroghi su come arginare questo fenomeno, certamente non negandolo.

 




Aprite le finestre

Finestre aperte

 

 

di Aurelio Porfiri

 

Dicevo in precedenza di come il problema sistemico all’interno della Chiesa Cattolica alimenta il clericalismo.

Procediamo con ordine.

Tempo fa ho letto che il Papa, forse non questo ma un altro, diceva basta nel vedere la Chiesa Cattolica strapazzata dai media. Certamente è condivisibile la sua amarezza e il suo dolore nel vedere la Santa Madre Chiesa esposta al ludibrio di tutti. Ho sentito alcune interpretazioni clericali, per cui questo significa stare bene attenti alle informazioni che escono e che vengono esposte alla pubblica considerazione ed uso.

Io non credo il senso fosse questo; io credo che il senso fosse leggermente diverso, basta a comportamenti che poi causano scandalo nella comunità. Certo, alcuni diranno, ma alcune cose sono anche montate ed esagerate. Certo, ma ricordiamo che questa non è giustificazione, questo è un ulteriore sintomo: proprio perché la situazione è così grave, attira anche le attenzioni dei tanti malevoli.

Non nascondiamoci dietro un dito, il degrado morale nel clero non è un’invenzione giornalistica, purtroppo i sacerdoti (e vescovi e cardinali) sono prodotti di un cattolicesimo “debole”, in cui la formazione a tutti i livelli non è stata solida, ortodossa, consistente, ma si è nutrita di psicologismi e sociologismi vari.

Come voglio ripetere, anche tanti sacerdoti sono scandalizzati dal clericalismo soffocante in cui ancora si vive, malgrado ci era stato detto che dopo il Concilio un nuovo vento sarebbe soffiato nella Chiesa, un vento che però non è potuto penetrare in alcune stanze affrescate dove forse si tengono le finestre chiuse.

Abbiamo visto che le vocazioni sono in calo, sempre meno giovani si vogliono fare sacerdoti. Quindi, questo crea uno stato di necessità enorme nelle parrocchie e in alcuni paesi, compreso il nostro, che già devono fronteggiare questo stato di emergenza, c’è la parrocchia ma non c’è un prete disponibile.

Anche in Italia, come detto, la situazione non è proprio rosea a quanto so, ma se avete la fortuna di aggirarvi per alcune curie, vedete che ci sono sacerdoti occupati nei più svariati uffici a tempo pieno o alcuni che devono attendere ad incombenze come: essere segretari di vescovi o portaborse di queste o quella dignità ecclesiastica. Ora mi chiedo: non ci sono laici che potrebbero svolgere ugualmente bene questi servizi (negli Stati Uniti in molte diocesi questi servizi sono ad appannaggio dei laici) e lasciare ai sacerdoti di ogni ordine e grado la cura delle anime? Sembra uno scenario futuristico?

Il vescovo di Venezia, Monsignor Moraglia, nel primo discorso che aveva svolto per ai suoi preti lo aveva detto meglio di quello che potrei dirlo io:

“Amiamo più le nostre reti e le nostre barche che non il pescare, la fatica e l’impegno della pesca. Fuori di metafora, si rischia di amare più le opere, i titoli accademici, le nostre pubblicazioni, le strutture che abbiamo costituito e ci circondano e servono alla nostra attività pastorale che non il fine per cui quelle cose sono state costituite, ossia le anime. Il rischio è essere organizzatori, impresari, docenti, intellettuali, psicologi, assistenti sociali e non pastori”.

E quante altre professioni, sono sicuro, vengono alla mente di tutti, in cui il sacerdote non è essenzialmente necessario ma che pure sono fuori della portata anche di laici preparati (non di rado, più preparati). Quindi il problema della mancanza di vocazioni potrebbe essere meno “problematico” se le risorse che si hanno venissero usate dove servono e non dove non sono fondamentalmente necessarie. Ma, come detto, il clericalismo trionfante non concede che questo accada.

Questo è senz’altro uno dei sintomi più forti di questo malessere, un sintomo che purtroppo non troppo spesso viene denunciato all’attenzione e considerazione della comunità dei credenti.




E’ il ‘68 il problema?

Il Sessantotto

Il Sessantotto

 

di Aurelio Porfiri

 

Si è parlato molto in questi giorni, e con ragione, delle dichiarazioni del Papa emerito Benedetto XVI sugli abusi sessuali. Se ne è parlato anche perché il testo è certamente interessante. La polemica stupida sul fatto che lui possa aver scritto o no il testo è veramente da ignoranti: forse che papa Francesco scrive tutti i suoi testi? O Mattarella? Trump? Ovviamente queste persone hanno responsabilità istituzionali così forti che hanno dei dipendenti incaricati di stendere discorsi al loro posto, naturalmente rispettando le idee di chi le leggerà. Quindi il fatto di leggere o pubblicare poi quel discorso lo fa divenire de facto emanazione dell’autorità – religiosa, politica, civile, etc. – che lo ha commissionato. Quindi, scritto o no direttamente da Ratzinger, ne rappresenta ufficialmente il suo pensiero.

Molti sono rimasti edificati dallo scritto, altri delusi. Papa Francesco identifica il clericalismo come causa degli abusi. Ratzinger vede la decadenza della morale, soprattutto ai tempi delle rivoluzioni culturali identificate con l’anno 1968. Decadenza che si riflesse nella teologia morale, che si indebolì includendo ciò che per sua natura avrebbe dovuto escludere. Non ha torto papa Francesco parlando del clericalismo come una delle cause degli abusi, ma credo che l’analisi di Ratzinger vada in un certo senso più in profondità, in quanto il clericalismo è certamente più efficace quando esso si muove in un ambiente senza argini morali. Quando i confini sono chiari, si può essere chiamati alle proprie responsabilità con molta più efficacia rispetto a tempi in cui ogni peccato viene inquadrato nella categoria della “fragilità psicologica” e quindi per questo non punibile.

Il Papa emerito ha detto:

Tra le libertà per le quali la Rivoluzione del 1968 cercò di lottare c’era questa libertà sessuale totale, che non ammetteva più alcuna norma.

Il collasso mentale era anche legato ad una propensione alla violenza. Per questo motivo i film a sfondo sessuale non erano più ammessi sugli aerei perché la violenza avrebbe potuto scoppiare tra la piccola comunità di passeggeri. E poiché l’abbigliamento dell’epoca provocava anche l’aggressione, i direttori scolastici tentarono anche di introdurre uniformi scolastiche al fine di facilitare un clima di apprendimento.

Parte della fisionomia della Rivoluzione del ’68 era che anche la pedofilia veniva poi valutata come consentita e appropriata.

Per i giovani della Chiesa, ma non solo per loro, questo è stato per molti aspetti un momento molto difficile. Mi sono sempre chiesto come i giovani in questa situazione potessero avvicinarsi al sacerdozio e accettarlo, con tutte le sue ramificazioni. Il crollo estensivo della successiva generazione di sacerdoti in quegli anni e l’altissimo numero di laicizzazioni furono una conseguenza di tutti questi sviluppi.”

(per le citazioni uso la versione tradotta da Sabino Paciolla per questo blog).

Veramente interessante osservare come il clima del ‘68, tre soli anni dopo la conclusione del Vaticano II, in realtà rese il clericalismo un male ancora più efficace. Come abbiamo osservato, il clericalismo è un male sistemico della Chiesa come di altri sistemi, nella Chiesa, toccando il bene delle anime, è ancora più fastidioso. Ma non si potrà mai eliminare del tutto, se non in un mondo utopico. Ho sempre pensato che non c’era tempo peggiore per avere un Concilio che gli anni ‘60. L’ermeneutica del Concilio è stata attraversata dal ‘68 dandoci come risultato il clima ecclesiale che ci opprime da decenni.

Come osserva Ratzinger nella dichiarazione, la teologia morale crollò:

“Alla fine, fu soprattutto l’ipotesi che la moralità dovesse essere determinata esclusivamente dalle finalità dell’azione umana che prevalse. Mentre la vecchia frase “il fine giustifica i mezzi” non era stata confermata in questa forma grezza, il suo modo di pensare era diventato definitivo. Di conseguenza, non poteva più esserci nulla che costituisse un bene assoluto, più di qualsiasi cosa fondamentalmente malvagia; (potevano esserci) solo giudizi di valore relativo. Non c’era più il bene (assoluto), ma solo quello relativamente migliore, dipendente dal momento e dalle circostanze”.

Ma io penso sarebbe un errore limitare l’influenza nefasta del clericalismo alla sfera sessuale. In essa si manifesta come si manifesta in altre sfere. E non sono così illuso dal pensare che si possa eliminare il clericalismo dalla vita della Chiesa. Quello che si può fare, è eliminare l’omertà soprattutto da parte di laici, a volte interessati perché conniventi.

Il ‘68 è il problema? È certamente almeno una parte del problema, le cui cause di molto lo precedono ma che hanno trovato in questo anno, e nel clima culturale dell’epoca, una visibilità e un’accettazione inaspettata.




A ciascuno il suo

foto: basilica di San Pietro a Roma

foto: basilica di San Pietro a Roma

 

di Aurelio Porfiri

 

Mi hanno colpito, nel corso degli anni, alcune dichiarazioni di esponenti delle alte gerarchie ecclesiastiche che si sono scagliate, senza se e senza ma, contro i privilegi della politica. Bene, mi sono detto, è bene far sentire chiaramente che coloro che approfittano di una condizione sociale particolare per perseguire vantaggi esclusivamente personali, vanno denunciati chiaramente, senza esitazioni. Sono ovviamente sicuro che lo stesso senso di giustizia dovrebbe essere posseduto da Eminenze ed Eccellenze varie, quando si tratta di fare i conti in casa propria. Anche qui, come ampiamente detto, non mancano i privilegi vari che in parte sono anche il riflesso di una situazione storica. Quindi, pur comprendendo che la lunga storia del nostro paese con la Chiesa Cattolica offre un senso all’esistenza di certe situazioni, nondimeno questo senso non le giustifica, non le rende giuste.  Se ci si autogiustificasse, questo non farebbe che rendere accettabili anche le giustificazioni dei politici che, se da una parte possono essere accettabili, dall’altra sanno tanto di difesa della famosa “casta”. Nessuno si sogna di contestare il fatto che alla Chiesa appartiene un patrimonio immobiliare immenso. Sappiamo cosa è significato per il nostro paese la presenza della Chiesa cattolica e in larga parte dobbiamo essere grati per quello che il cattolicesimo ci ha lasciato in eredità. Detto questo, non è giusto chiudere gli occhi quando certi confini vengono valicati.

Come già detto in precedenza (e anche qui), questo è un fenomeno tipico del clericalismo, inteso nella sua accezione più ampia e non limitato al mondo ecclesiastico: quello di ergersi a baluardo morale ma senza fare i conti con la propria stretta adererenza a certi principi, servendosi come scappatoia di giustificazioni varie e alcune volte, c’è da dirlo, ben congegnate. Per rimanere alla nostra Chiesa Cattolica, talvolta ho l’impressione che si voglia presentare al mondo esterno come una cittadella assediata, come se il segreto su certi comportamenti deplorevoli dei membri del clero servisse a proteggerla dai nemici del mondo esterno. Certamente la Chiesa ha nemici al di fuori di se stessa, ma il comportamento or ora descritto crea non pochi nemici al suo interno, persone che hanno avuto una formazione cattolica e che poi non ne vogliono più sapere perché scandalizzati dal livello di protezione che alcuni godono solo in funzione dell’abito che portano. Hans Urs von Balthasar diceva in un bel libro che bisogna “Abbattere i bastioni”. Certo, questa è una immagine che mi sembra molto indovinata per il discorso che andiamo facendo. Cerchiamo di essere chiari: possiamo predicare bene e razzolare male, perché a volte la nostra capacità e virtù è al di sotto di quello che professiamo. Se sono un medico posso dire che bere troppo fa male, ma io non mi trattengo da bere qualche bicchierino in più. Devo smettere di predicare bene perché razzolo male? No, fino a che non mi pongo io come esempio e modello. Fino a che non dico che bisogna non bere molto vino come faccio io e poi mi comporto come mi comporto. Allora sono ipocrita. Tempo fa ho fatto un articolo polemizzando con Vladimir Luxuria che diceva che era un’ipocrisia che alcuni politici partecipassero ai family day quando la loro vita familiare era irregolare secondo la morale cattolica. Che dire delle polemiche contro Matteo Salvini e Giorgia Meloni per la loro partecipazione al Congresso della famiglia a Verona, visto che la loro situazione personale non è conforme all’idea della famiglia tradizionale? Ma se loro non predicano loro stessi ma un principio a cui poi sono stati infedeli, io non ci vedo contraddizione. I principi sono oggettivi, al di fuori di noi.

Posso testimoniare per alcune conversazioni che ho avuto negli anni con esponenti alti e bassi della gerarchia ecclesiastica, che veramente quasi nessuno di loro manca di consapevolezza per quello che riguarda la gravità del fenomeno del clericalismo. Onestamente riconoscono che un certo sistema di protezioni varie non è altro che dannoso alla dignità della vocazione sacerdotale. E devo anche dire, con altrettanta onestà, che ci sono sacerdoti che si sforzano di interpretare la loro vocazione come servizio, non come essere servito. E non a caso questi sacerdoti sono tra i più amati dai fedeli che si affidano a loro. Qui, in effetti, bisognerebbe fare alcune osservazioni “profane” (ma non “profananti”) sulla vocazione al sacerdozio e sull’accesso al sacerdozio di troppi che probabilmente non avrebbero mai dovuto diventare sacerdoti. Questo è un discorso che ci porterà lontano e che si affronterà in seguito. Basti dire qui che è giusto fare i conti in tasca al vicino se pensiamo che faccia qualcosa di sbagliato ma,

a maggior ragione, facciamoli anche in quella nostra.




C’è campo?

abusi

abusi

 

di Aurelio Porfiri

 

Una decina di anni fa, ho avuto l’opportunita’ di partecipare ad una conferenza sull’educazione tenuta ad Hong Kong. In questa conferenza presentavo una relazione, un paper, come viene chiamato negli ambienti internazionali. L’oggetto della mia relazione era il lavoro di un professore Australiano, Brian Martin, una “testacalda” dell’ambiente accademico, sempre pronto a mettere in luce quello di cui, per ragione di buon vivere o di opportunita’ di carriera, non conviene parlare. Il soggetto specifico della mia relazione era un suo studio sull’uso di un linguaggio da iniziati negli ambienti accademici, quasi a voler porre dei paletti verbali che non permettono agli “esterni” di accedere in un ambito i cui privilegi sono gelosamente custoditi.

Slavoj Zizek, celebre filosofo molto alla moda, professatosi comunista dopo un passato nella destra anticomunista, persona senz’altro intelligente, in un suo saggio sulla violenza affermava che troppo spesso pensiamo alla violenza solamente nella sua accezione fisica, ma non facciamo caso a quelli che sono con tutta probabilità i prodromi della violenza fisica, la violenza sistemica e quella del linguaggio. La violenza sistemica è in effetti strettamente correlata con quella fisica, in quanto quando un sistema è ingiusto si scatenano in ogni modo energie che sono portate a combatterlo. Ma anche la violenza del linguaggio non è da meno.

Ora, il nostro Brian Martin si scagliava contro l’ingiustizia di un sistema, di cui anche lui è comunque parte (come lo era a quel tempo anche chi scrive), quello accademico, che usa anche il linguaggio, un linguaggio da iniziati, per delimitare le possibilità di accesso ai non iniziati. Tutto questo per dire che quel complesso di abitudini sistemiche definito “clericalismo” non è un fenomeno strettamente ecclesiastico, ma è un fenomeno che precede e accompagna la sua degenerazione in ambito religioso. Kleros è termine Greco, che significa più o meno “avere in sorte”. Nel mondo romano questo termine era usato per definire la divisione di risorse in dote ai generali e sembra che solo nel secondo secolo, grazie a Tertulliano, questo termine venne applicato anche per definire il campo sacerdotale. Quindi, e questo deve essere chiaro, il clericalismo non ha a che fare con il clero come noi lo intendiamo oggi, ma ha a che fare con diversi campi e discipline, ha a che fare con l’abuso di potere conseguente all’occupazione di una carica o all’appartenenza ad un certo ceto sociale, economico o religioso.

C’e’ un bel libro del 2008, scritto da un sacerdote che affronta proprio questo tema del clericalismo (“Clericalism: the death of priesthood”), un libro coraggioso che fa vedere come questo fenomeno, un fenomeno abusivo come detto, soffochi l’autentica vocazione che dovrebbe guidare, pur nelle imperfezioni della nostra natura umana, la missione sacerdotale. Come detto questo può essere detto per altre categorie: medici, avvocati, professori, farmacisti, politici e via dicendo. Pur se questo denota una diffusione del fenomeno preoccupante, non deve far distogliere dalla sua gravità nell’ambito del sacerdozio e della Chiesa. Io credo vada anche fatta chiarezza su un punto importante. Se è pure vero che gli uomini di Chiesa sono uomini come noi e possono sbagliare come tutti noi sbagliamo, ciò non significa che le conseguenze debbano essere diverse per chi ha un abito religioso da quelle che subisce chi non lo ha. E ci sono errori ed errori. Se un sacerdote ha una relazione sentimentale adulta e consenziente, certamente viola le sue promesse sacerdotali e sta alla giustizia ecclesiastica nel regolare questa situazione che dal punto di vista della disciplina della Chiesa è definita come inappropriata. Ma se un sacerdote fa qualcosa di peggio, come purtroppo abbiamo visto in questi anni succedere in tanti paesi del mondo, compreso il nostro, allora questo è un crimine anche civile e va punito conformemente. Ma per un motivo legato al clericalismo, l’abusare di un potere che non deriva dal sacerdozio, che invece dovrebbe essere inteso come un servizio, ecco che i colpevoli invece di venire condannati venivano semplicemente spostati, così da allargare le possibilità di delinquere piuttosto che fermarle.

Mi rendo conto che un Vescovo che si trova in queste condizioni (un sacerdote che compie crimini nefandi) ha veramente davanti a sé un problema enorme, tra l’aiutare i sacerdoti a lui affidati e il proteggere le vittime dei crimini di cui, a volte, gli stessi possono macchiarsi. Purtroppo la mentalità clericalista ha portato a difendere, spesso e volentieri, esclusivamente la parte offendente, ma non quella offesa. Le cronache ne sono state piene per mesi e mesi e, pur potendo accettare che alcune campagne sono state orchestrate ad hoc, non possiamo nasconderci che il fenomeno è esistito ed esiste e si estende anche in altri ambiti ecclesiali, con diverse accezioni e gradazioni. Talvolta si ha l’impressione che i nostri uomini di Chiesa si comportino come gli abitanti di una cittadella assediata. Ma perché questo? E’ un fenomeno che certamente va visto con attenzione ed approfondito.

 




L’errore e l’errante

Foto: Piazza San itero a Roma

Foto: Piazza San itero a Roma

 

di Aurelio Porfiri

 

Nel mio ultimo paragrafo pubblicato in precedenza, mi sono occupato di alcune questioni etiche importanti, che fanno riferimento all’atteggiamento che si dovrebbe tenere quando alcuni abusano della loro posizione per ottenere vantaggi personali o semplicemente essendo profondamente infedeli alla istituzione a cui hanno promesso totale adesione. Facevo riferimento ai sacerdoti infedeli, precisando che sono solo una parte del mondo sacerdotale, fatto anche da persone degnissime e totalmente dedite al bene delle anime. Ma il fatto che ci sia una parte buona non ci deve far abbassare la guardia su quella non buona. E’ come in un corpo umano: se io dicessi al medico che il mio stomaco non funziona e lui mi rispondesse che comunque le gambe vanno bene, cambierei subito medico. I problemi vanno localizzati e combattuti dove sono, non astraendoli in concetti piu’ ampi in modo da diluirli. Poi, come credo di aver detto in precedenza, il clericalismo non è certo un fenomeno che, malgrado il nome, riguarda solo il clero. Esiste in tutti gli strati della società e a tutti i livelli. Certo, scotta di più laddove è in gioco il bene delle anime.

I lettori potranno percepire che sono molto appassionato da questo tema ed e’ vero: sono testimone diretto del male enorme che i cattivi sacerdoti fanno alla Chiesa tutta. Quanti miei amici, conoscenti, colleghi si allontano dalla Chiesa per i cattivi esempi. Io stesso soffro molto per questo, continuamente. Certamente la frase che tutti possono sbagliare può far tacere qualcuno, ma non me. Quando lo sbaglio è in materia giudicata moralmente od eticamente grave, non è uno sbaglio comune, veniale. Quando i sacerdoti si comportano da prevaricatori, quando i sacerdoti guadagnano cifre non consone alla morigeratezza che dovrebbe distinguere la loro vita, quando i sacerdoti contraddicono apertamente la loro promessa di castità (e questo con varie gradazioni che non voglio specificare qui), allora bisogna fare qualcosa anche per il bene della Chiesa che è parte offesa da queste persone, non ne può essere complice.  

Vorrei fare una parentesi che riguarda il famoso libro Sodoma, uscito da non molto e che vuole dare conto dell’omosessualità nella Chiesa. Ora, diciamolo chiaramente: la tesi di fondo del libro è sbagliata; pure se nella Chiesa ci fossero 95 per cento di omosessuali questo non renderebbe lecita una pratica che la Chiesa vede come una pratica sbagliata. La verità non viene eletta come alle elezioni politiche. Eppure non sono stato d’accordo con alcuni, anche nel mio ambiente, che hanno liquidato il testo con troppa fretta. L’autore, ateo e omosessuale, ha ben scandagliato certi meccanismi che muovono il mondo omosessuale nella Chiesa e che si servono proprio di pratiche clericaliste per difendere i propri interessi. In alcuni casi potremmo anzi dire che le provocano. Certo, bisogna che chi legge il libro conosca bene il mondo Vaticano per non farsi iniettare il veleno di cui il libro è cosparso. Eppure è un libro che ha tanto di utile e che non va buttato via sdegnosamente.

Torniamo a noi. In tempi recenti e’ stato rivalutato Romano Amerio, pensatore cattolico molto critico verso alcuni indirizzi della Chiesa, successivi al Concilio Vaticano II. Si può aderire o no ad alcune sue posizioni ma non si può negare la competenza che è evidente nei suoi scritti, a partire dall’oramai classico Iota Unum. Qui troviamo questa osservazione: “Per mantere la verità occorrono due cose. Prima: rimuovere l’errore in sede dottrinale, il che si fa confutando gli argomenti dell’errore e dimostrando che non concludono. Seconda: rimuovere l’errante, cioè deporlo dall’officio, il che si fa per atto autoritativo della Chiesa. Se questo servizio pontificale vien meno, sembrerebbe non potersi dire che tutti i mezzi sono stati adoperati per mantenere la dottrina della Chiesa: si verifica una breviatio manus Domini. Si diffonde allora, senza incontrare sufficiente impedimento, un concetto minorato dell’autorità e dell’obbedienza, cui corrisponde un concetto maggiorato della libertà e dell’opinabilità” (128-129). Come si vede, il problema va a toccare l’efficacia stessa della missione della Chiesa. Ma talvolta si preferisce spostare l’errante da una parte all’altra, con lo stesso principio che giustificherebbe il rimuovere un virus dal vostro stomaco per iniettarlo nei vostri polmoni con l’assunzione che esso non causerà danno. Il problema non è di spostare l’errante ma di fermarlo.

Ci sono alcuni che, come riconosciuto anche da personalità ecclesiastiche, non dovevano mai essere ordinati sacerdoti per gravi difetti morali o di personalità. E se si legge il Diritto Canonico e le disposizioni ecclesiastiche, ci sono indicazioni abbastanza chiare. Ma poi succede che, per un fenomeno che è molto ampio e diffuso e che per comodità di comprensione abbiamo identificato come “clericalismo” (che è un problema complesso) si tende a nascondere la malattia piuttosto che a curarla. Ma questa non è una soluzione al problema: questo è in effetti il problema. Come non scandalizzarsi quando si tengono al loro posto sacerdoti sui cui anche in sede giudiziaria si nutrono pesanti sospetti? Certo la Chiesa deve recuperare il peccatore, ma non a scapito degli altri fedeli. Bisogna metterlo in condizione di non nuocere ancora. Eppure nella Chiesa si mette in atto un sistema di protezioni e connivenze che non la fanno assomigliare a quella società perfetta di cui parlava Paolo VI in un’udienza del 1966: “La Chiesa è appunto una società giuridica, organizzata, visibile, perfetta”. Ma oggi la fiducia del popolo cristiano nella Chiesa vacilla pesantemente e non si crede più che essa sia in grado di garantire la giusta punizione a coloro che abusano del loro potere. Ecco perché si invoca sempre più l’intervento della giustizia ordinaria.

Ma leggiamo ancora nel discorso di Paolo VI: “Così volle il Signore la sua Chiesa: una vera società organizzata, visibile, religiosa, con i poteri propri d’una società perfetta e sovrana, con leggi proprie, con autorità proprie, con mezzi e fine propri. È questa una verità fondamentale della dottrina cattolica, che ha le sue salde e chiare radici nel nuovo Testamento e la sua evidente realtà nella storia della Chiesa. Ma forse, proprio per questa inoppugnabile tradizionale manifestazione, è una delle verità più discusse e combattute nella grande controversia circa la vera natura della Chiesa. Chi la vorrebbe soltanto spirituale e perciò invisibile; questa sola sarebbe d’origine divina, non badando alla logica conseguenza che una Chiesa invisibile non è più affatto una Chiesa (cfr. Boyer, cit. da De Lubac Med.; p. 68). Già fin dal primo secolo del cristianesimo la santa e squillante voce del martire S. Ignazio d’Antiochia, facendo l’apologia dei gradi – vescovo, presbiteri, diaconi – della primitiva gerarchia ecclesiastica, risuona: «senza di questi non si può parlare di Chiesa» (Ad Trall. III, 1). E c’è chi vorrebbe opporre la Chiesa giuridica alla Chiesa della carità, pensando essere possibile e non pensando essere contrario all’economia dell’Incarnazione isolare un aspetto costitutivo della Chiesa dall’altro, come già ci premunisce la famosa Enciclica sul Corpo mistico di Papa Pio XII (n. 62). Certamente la concezione della Chiesa come una «civitas», come una società avente particolari forme, diritti, costumi, avente cioè una configurazione umana, concreta e storicamente identificata, pone molte questioni, primissima quella dei difetti, che una tale realizzazione della Chiesa può presentare; ma dobbiamo pensare che una tale concezione, cioè una tale società composta di uomini, quali noi siamo, deboli, peccatori, bisognosi di perdono e di redenzione, è sorta dalla bontà di Dio, dall’amore di Cristo per l’umanità, il Quale, così adunandola e organizzandola, la fa sua, la istruisce, la guida e la santifica; le comunica cioè, mediante la Chiesa, la sua redenzione, la sua salvezza”. Pur vero che da una parte assistiamo ad un antinomismo, un’idea che non debbano esistere regole e che esse non vadano osservate; dall’altra assistiamo ad un proliferare di regole, leggi, documenti, senza che essi sorgono su un terreno che ne favorisca l’applicazione. E questo è dovuto certo ad una enorme crisi di fede, che rende la ragione di tutto sempre più opaca e liquida.