Massimo Viglione e l’epoca della Cristianità

L’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa ha da poco pubblicato la recensione all’ultimo libro di Massimo Viglione, dal titolo “Dal buio alla luce. Civiltà cristiana e Medioevo. Dalle origini al 1303” (Maniero del Mirto, 2019). Di seguito il testo.

Viglione libro: Civiltà cristiana e Medioevo

 

di Silvio Brachetta

 

La vecchia scuola, che continua a imporsi come modernità, ha concluso la sua corsa nella storia con un successo planetario. È passata nel pensiero comune la grande sostituzione: la differenza tra bene e male non ha nulla a che fare con l’etica, ma con il tempo. Il passato è il male, il presente è il bene. Il pancronologista attuale è convinto che l’unico fondamento della realtà sia il tempo. E non solo ne è convinto lui, ma è riuscito a imporre una civiltà (che però è una contro-civiltà) alle masse, rieducate forzosamente al pancronologismo vittorioso di cui sopra. Non c’è alcun settore dell’umanità massificata che oggi abbia gli strumenti per rivedere o stroncare l’assioma moderno della superiorità del tempo presente.

Dopo almeno tre secoli di propaganda testarda, il passato più passato tra tutti e, quindi, il male in assoluto dei moderni è il Medioevo. Tutte le grandi epoche remote, benché primitive agli occhi del progressista fanatico, hanno diritto almeno ad un nome – età dell’oro, classicismo, ellenismo, umanesimo, rinascimento, risorgimento (con o senza maiuscole). L’epoca della Cristianità no. Non ha diritto a un nome, poiché secondo la fissazione cronologica della modernità, essa è la sublimazione della barbarie, il punto più basso dell’asservimento dell’uomo alla superstizione, il primitivo in essenza, il peggio che il tempo abbia potuto produrre. Un periodo storico, insomma, da liquidare come età di passaggio tra due periodi ben più importanti – medio evo, appunto.

 

Massimo Viglione sa che la verità è diversa dall’assioma moderno. E non si limita a saperlo, ma lo dimostra attraverso un grosso lavoro di quasi cinquecento pagine. Non si poteva fare qualcosa di più leggero? No, perché la modernità è costruita sulla leggerezza, sulla povertà o sull’assenza di contenuti, sull’improvvisazione ignorante, sul disimpegno presuntuoso, sulle convinzioni indimostrate, sul nichilismo, cioè sul niente, anche laddove si stampino libri e giornali nell’estensione delle tonnellate e dei milioni di copie vendute.

Non l’unica, ma certamente la più importante, è la proposta della formazione. Viglione intuisce che non ci sarà mai un antidoto alla follia moderna e modernista, se le persone non si riapproprieranno dei contenuti. La via della formazione personale e volontaria è forse una tra le più faticose – nel senso che leggere e studiare edifica, ma impegna – e tuttavia è l’unica propriamente efficace, perché oppone alla menzogna storica il suo opposto, che è la verità fattuale.

 

Il libro di Viglione non è un manuale di storia, come lui stesso precisa. Nemmeno la verità fattuale è sufficiente, nel senso che non basta elencare gli evangelici «segni dei tempi» per mezzo di un testo. Al contrario, Cristo è sconcertato dai suoi discepoli, che non sanno o non vogliono «giudicare» i tempi (cf. Mt 16, 3). Questa è la ragione per cui è necessario andare oltre il libro di storia classico e cercare di offrire un testo di filosofia o di teologia della storia, ovvero un testo ragionato. È richiesto, da Dio stesso all’uomo, non tanto il semplice conoscere la storia, ma il giudizio su di essa.

Lo storico, che abbia a cuore l’apostolato e che voglia contribuire alla formazione secondo verità, è tenuto non solo a descrivere l’avvenimento, ma a chiedersi quale ne sia il fine teleologico, quale parola eterna venga pronunciata dietro le parole umane, se esista uno scopo o un disegno a  monte delle vicende, se le stesse vicende siano vissute dai protagonisti in modo conforme o difforme alla legge eterna, se si verifichino progressi o regressi di civiltà e come la gloria terrena si rapporti alla gloria di Dio.

 

Il Medioevo descritto da Viglione è un’epoca tutt’altro che buia, come invece è presentata dalla diffusa storiografia. La luce proviene da Cristo e illumina, per gradi, le azioni umane, per cui s’innesca una crescita spirituale ininterrotta, che si trasforma anche in una crescita materiale, tecnica e scientifica. La civiltà medievale – la Christianitas – si forma attraverso i secoli, con il supporto decisivo del monachesimo, delle riforme cluniacense e gregoriana, come pure degli ordini mendicanti. Ed è un supporto talmente efficace, che seguono a ruota le fondazioni secolari e permanenti della civiltà occidentale: scuola, università, ospedale, banca, città, magistratura, difesa, corporazione, farmacia. L’eterno, cioè, si concretizza e si trasforma in secolo, come mai avvenne in precedenza.

Il male – ieri come oggi, nel Medioevo come nel mondo contemporaneo – è onnipresente e incarnato nella malattia, nella guerra, nella morte, nella sofferenza, nella paura. La differenza sta, però, nella terapia: oggi non c’è un antidoto efficace al male. L’uomo moderno è soffocato dall’insignificanza, dalla morte spirituale e dalla sudditanza, illuso di essere libero e gaudente. La Cristianità, al contrario, si distingue perché vi è l’antidoto più efficace al male, che affranca l’homo viator, pellegrino sulla terra, dalla disperazione. Questo antidoto è la gemma della fede, che produce frutti nell’eternità e nel secolo, come proprio i fatti della storia dimostrano in abbondanza. E in questo clima inedito fiorisce il genio, la cortesia cavalleresca, la letteratura, l’arte, la scienza, l’autentica rinascita spirituale, la vera cura del male, fisico o psicologico.

 

Viglione presenta l’uomo medievale del tutto dissimile dal cittadino forgiato dalle rivoluzioni. Oggi l’uomo è profondamente solo. È un suddito dello Stato, al quale è richiesta obbedienza e sottomissione. È illuso da una pubblicistica falsa e martellante di essere lui il fine di tutto, quando invece lo Stato moderno pone se stesso come «fine supremo della vita umana». Del tutto dissimili dallo Stato, inteso in senso moderno, erano la Chiesa e l’Impero: non «due entità astratte, “culturali”» – scrive l’autore – «e nemmeno politiche nel senso moderno del concetto, ovvero statali, “leviataniche”».

Chiesa e Impero, cioè, non erano assimilabili a quel Leviatano di Thomas Hobbes dal potere illimitato e dispotico, che sovrasta l’uomo come autorità assoluta, lo schiaccia e gli impone leggi anche in contrasto con il diritto naturale. Chiesa e Impero, viceversa, con tutti i limiti della finitezza e dell’imperfezione umana, incarnavano l’«universalismo vissuto» dei popoli e delle nazioni. L’uomo medievale era, in tal modo, inserito in una «comunità spirituale» (la Cristianità, appunto), che gl’impediva di sentirsi solo o abbandonato. Il singolo – spiega Viglione – rimaneva sempre «il protagonista assoluto», inserito in un «universalismo particolarista» («o particolarismo universalista»), nel quale la realtà individuale era unita in perpetuo alla realtà universale.

Anche nello scontro tra Papa e Imperatore s’intravedeva sempre un minimo comun denominatore, che è l’orizzonte della Rivelazione. Anche nello scontro tra i «due universali», la civiltà non collassava, poiché l’anima aveva la capacità di fissare lo sguardo sull’eterno, a prescindere dalle preoccupazioni secolari.

 

Al di là, dunque, di tutte le difficoltà onnipresenti nella storia e ascrivibili ai conflitti o alle malattie, l’uomo medievale non fu mai «isolato». Il male era facilmente individuabile, perché non si negava mai l’evidenza. C’era tutta una società concorde con il singolo e tale concordia poggiava sul comune riferimento al Decalogo, tanto del principe, quanto del chierico. L’adulterio, ad esempio, era diffuso, ma a nessuno veniva in mente di trasformarlo in un comportamento lecito come avviene oggi né, tanto meno, nessun parlamento avrebbe legiferato a favore della distruzione della famiglia. L’usura era usura, l’omicidio era omicidio, l’aborto era aborto, il bene era bene, così come il male era male.

Viglione, infatti, parla della famiglia medievale «come cardine dell’intera società». Sono diffusi in tutto il testo ampi riferimenti alla Dottrina sociale della Chiesa, proprio per la capacità dei medievali di realizzarla. Dalla famiglia come fondamento della società alla nascita delle corporazioni di arti e mestieri, dalla costituzione dei corpi intermedi alla carità che pervade le istituzioni, il libro presenta efficacemente anche la Dottrina sociale, non in modalità teorica, ma applicata alla quotidianità del vivere, in quanto opera che tratta di storia. Si comprende, anzi, nella lettura, la genesi e l’attuazione medievale della Dottrina sociale, anche perché l’autore non comincia a trattare dal IV o dal V secolo, ma direttamente dall’inizio della storia della Chiesa, in modo da ottenere un quadro più preciso del dipanarsi degli eventi.

 

Con la rottura post scolastica dell’unità tra Chiesa e Impero, tra spirituale e secolare, tra fede e ragione (XIV secolo), la Cristianità va in crisi e comincia il traviamento della modernità. L’autorità si trasforma gradualmente in assolutismo e il potere politico scivola nel dispotismo. Si spezza quell’«armonia gerarchica tra sapienza e cultura» che, anche attraverso la teologia, aveva condotto all’esplodere della scienza, della bellezza artistica, del rinnovato ordinamento giuridico. E, tuttavia, nella modernità continua il cammino della scienza, dell’arte e del diritto, tanto il mondo attuale è figlio di quell’epoca.

Nonostante il rinnegamento del Medioevo e, dunque, della Cristianità, l’epoca moderna sussiste in ragione della robustezza delle fondamenta, che i nostri avi sono riusciti a costruire, unendo la fede in Dio all’intelletto. Viglione fa parlare il medievista Jacques Le Goff e dice che «nel Medioevo c’era tutto», tranne l’«ateo». Oggi invece abbiamo l’ateo, il laicista. In apparenza c’è tutto. Manca, a volte, un San Benedetto o qualcuno che sappia restaurare le cattedrali in rovina. A volte, però, non sempre, perché almeno c’è tutta una pubblicistica cattolica in piena attività.

 




La post-cristianità e il ritorno del paganesimo in Occidente

La prima generazione post-cristiana è emersa ufficialmente in America: secondo uno studio del 2018, la maggior parte della cosiddetta Generazione Z – tutti gli americani nati dal 1999 al 2015 – rifiuta l’idea di un’identità religiosa. Questa generazione include due volte più atei rispetto alla popolazione adulta e il 37% di loro crede che non ci possa essere alcuna certezza dell’esistenza di Dio.

Questa tendenza allarmante è già diffusa in Europa, dove la maggioranza dei giovani non ha fede, come ha mostrato un recente rapporto. Ma non è nata all’improvviso, poiché deriva da un lungo processo iniziato nel 18° secolo e diventato dominante negli anni ’60.

Poiché questo argomento è oggetto di dibattiti appassionati in Occidente, la filosofa francese Chantal Delsol ha offerto una stimolante riflessione sui meccanismi e sulle implicazioni del fenomeno durante una conferenza tenutasi alla Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino a Roma, nel quadro di una conferenza tenutasi il 29-30 novembre promossa dall’Istituto per la cultura giuridica Ordo Iuris. Intitolato “The House on the Rock: Axiology of Law for the Europe of Tomorrow”, l’evento si è concentrato sull’attuale posta in gioco e sul futuro della vita culturale e sociale in Europa.

Filosofa ed editorialista cattolica nota al pubblico europeo, Delsol è autrice di numerosi libri e articoli incentrati sull’identità europea nell’era del secolarismo e del relativismo e sull’origine della crisi politica e religiosa che l’Occidente sta attraversando.

Mentre afferma che l’Europa è entrata ufficialmente in un’era di post-cristianesimo, Delsol ha sottolineato il fatto che la fine della cristianità non implica affatto la fine del cristianesimo in Occidente. Tuttavia, questa situazione richiede che i cristiani riconoscano la loro posizione di minoranza e identifichino correttamente le nuove forze e ideologie in gioco.

Il Solène Tadié, per il National Catholic Register, l’ha intervistata al termine della conferenza.

(La traduzione è a cura Riccardo Zenobi)

 

Chantal Delsol, filosofo

Chantal Delsol, filosofa

 

Nel tuo discorso intitolato “Dopo la cristianità”, hai notato che il cristianesimo non è più il maestro né l’ispiratore delle nostre società occidentali. Secondo te, questo stato di cose è l’espressione della cosiddetta post-cristianità. A questo proposito, parli di un’inversione della situazione verificatasi nel quarto secolo, quando i miti pagani furono trasformati in verità cristiane: oggi le verità cristiane si stanno gradualmente trasformando in miti. Come si articola questa trasformazione?

Gli umani devono rendere significative le loro vite, mettere in discussione le loro radici e il futuro, per sapere perché sono qui. Tutte le società soddisfano questo bisogno attraverso storie che non sono né vere né false e che chiamiamo miti. Indipendentemente dal fatto che siano veri o falsi, sono significativi. Non sappiamo se Achille sia realmente esistito, ma non importa: dà senso al coraggio umano e alla sua lotta contro le avversità.

Ma con gli antichi greci e giudeo-cristiani venne l’idea della verità: Cristo non è più un mito ma una storia vera. I cristiani, quando si stabilirono e presero il potere (durante il quarto secolo) non fecero una pulizia netta dei miti pagani; questo non era possibile perché erano troppo profondamente radicati nei cuori e nelle menti. Pertanto, i cristiani hanno raccolto questi miti e li hanno resi verità. Ad esempio, la storia della vergine madre esisteva come un mito e divenne una verità: per un credente, la Vergine Maria è realmente esistita.

Oggi assistiamo al movimento opposto: per i nostri contemporanei, Cristo diventa un personaggio mitico, che non è né vero né falso, che dà senso alla vita (confronta il libro di Tolstoj sulla vita di Cristo). È questo flusso e riflusso che mi ha interessato. Significa che siamo sicuramente sulla via del ritorno a una modalità pagana.

 

Cosa ti fa pensare che la nostra società stia attualmente cadendo nel paganesimo, più che nel nichilismo, come suggeriscono molti elementi nelle nostre società?

Nichilismo significa che cerchiamo di rompere o aggirare le strutture stesse dell’antropologia; è ciò che i sociologi Marcel Mauss e Claude Lévi-Strauss chiamavano “base”, che è composta da tre polarità essenziali: vita e morte, uomo e donna e filiazione. Ecco perché, ad esempio, l’incesto è proibito in tutte le società umane. Possiamo identificare tale base grazie alla sua permanenza nel tempo (che si chiama legge naturale; che può essere identificata perché tutte le persone la seguono – è una permanenza antropologica). Essere nichilisti significa voler sfidare questa base. Il matrimonio tra due persone dello stesso sesso è in genere nichilista. Nulla di questo genere esisteva nella storia umana (tranne un caso: il matrimonio buffone di Nerone con il suo catamita).

La situazione è abbastanza diversa per altre cosiddette misure sociali come l’aborto, l’eutanasia o il suicidio assistito. Contrariamente al “matrimonio” dello stesso sesso, l’infanticidio, l’eutanasia e il suicidio si possono trovare in tutte le società umane tranne le società giudeo-cristiane (ciò che è ben documentato, ad esempio, nella famosa Lettera a Diogneto). Quando attuiamo tali misure, è solo un ritorno al paganesimo, che ci precede e che ritorna spontaneamente e naturalmente quando il cristianesimo svanisce.

 

Perché l’ateismo è ora così specificamente presente nelle società con radici giudaico-cristiane, nel tuo giudizio?

È perché solo l’affermazione della verità può produrre la sua negazione. Non c’è ateismo nel paganesimo, in cui vi è una moltitudine di miti divini o sacri che si sovrappongono e sono venerati con più o meno ardore, in una sorta di polifonia in cui non sappiamo chi crede in cosa. Lo storico Paul Veyne affrontò questa domanda in un libro intitolato I Greci credevano nei loro miti?: Un saggio sull’immaginazione costitutiva. Nella società dei miti, tutto è relativo e regna il sincretismo, che è molto diverso dalla tolleranza; che può essere esercitato solo nell’ambito del regime della verità. Al contrario, l’affermazione della verità unica ed esclusiva (che proviene dal “Dio geloso” della Bibbia) può produrre ateismo; cioè, l’esclusività nel suo contrario.

 

Il secolarismo aggressivo – che dilaga in Francia e si diffonde in un numero crescente di paesi europei – sembra voler puramente e semplicemente eliminare qualsiasi riferimento alla religione all’interno delle società. Sto pensando in particolare alla recente controversia in Francia su una suora espulsa da una casa di anziani a causa del suo velo, il divieto di crèches nei municipi o la rimozione della croce dalla mitra di San Nicola in Belgio. … Poiché la natura detesta il vuoto, un’altra forma di religiosità si sta necessariamente radicando nelle nostre società occidentali. Citi spesso il pericolo delle “religioni secolari”. Qual è il loro rapporto con il paganesimo, e perché sono così specificamente ostili al cristianesimo?

Le religioni secolari sono paganesimi, del tipo molto ordinario. Favoriscono l’attaccamento a tutti i tipi di miti e storie più o meno sacri, come l’ecologia radicale, la glorificazione delle balene o dei delfini. … In breve, creiamo tutti i tipi di idoli. Tutti i divieti contro la religione che menzioni sono reali, ovviamente: incarnano i rifiuti della religione fondatrice, che è considerata oppressiva e di cui dobbiamo sbarazzarci se vogliamo essere in grado di indulgere nelle delizie e nei disordini del paganesimo.

La questione della verità, discussa sopra, è molto importante qui: poiché esiste una sola verità, la religione cristiana è esclusiva. Non dobbiamo mai dimenticare che la parola “eresia” deriva dalla parola greca airesis, che significa “scelta”. La lotta contro la croce di San Nicola e altre lotte è un rifiuto della verità esclusiva, sempre sospettata di intolleranza. Ed è un modo per far morire definitivamente la cristianità – che non ha smesso di morire negli ultimi due secoli.

 

Sei piuttosto critica nei confronti del nostro clero cattolico, che secondo te tende a non fare il punto della posizione di minoranza del cristianesimo nella società odierna. Allo stesso tempo, le parrocchie più tradizionaliste sono statisticamente quelle che attirano massicciamente i giovani. Quale approccio consiglieresti a questo proposito?

Penso che il nostro clero sia molto malato. Una parte fin troppo grande è ossessionata dal potere e dominata da passioni sessuali di ogni genere, nel mezzo del voto di castità. Basta guardare al modo in cui funzionano le istituzioni cattoliche, a quanto sono mal governate, con segretezza e appetito per il potere. La Chiesa ha conosciuto molte altre disgrazie e sperimenterà una rinascita che potrebbe venire dai monasteri. Ma per il momento, è naturale che un clero così impegnato con il potere e la mondanità non si renda conto di aver perso potere sulla società. I problemi provengono da molto lontano. Il motivo per cui i giovani preferiscono una Chiesa tradizionale è perché sentono un fervore più genuino, più distante dalle attrazioni del mondo: il clero cattolico flirta da tempo con il marxismo, per essere alla moda, e oggi flirta con l’arte contemporanea, per esempio, ancora una volta per essere alla moda. I giovani che sperano nella santità della Chiesa, e non nel suo successo mondano, sono molto riluttanti ad abbracciare tutto questo.

 

A proposito del risveglio monastico, cosa ne pensi delle intuizioni dello scrittore americano Rod Dreher sul futuro del cristianesimo in Occidente, nella sua famosa Opzione Benedetto?

Rod Dreher e io abbiamo parlato molto, e il suo libro è molto interessante. Potremmo supporre che chieda la creazione di fortezze dove i bambini sarebbero cresciuti lontano da una società postmoderna depravata. Non è per nulla così. L’uomo è più aperto di quanto possa suggerire il suo libro. Significa solo che nel disordine post-cristianesimo, i cristiani hanno bisogno di raggruppamenti attorno a forti centri spirituali; in altre parole, monasteri. E penso che abbia ragione.

 




Lawler: “una civiltà non può sfuggire alla sua eredità spirituale. Ma una civiltà può morire”

“La civiltà del mondo occidentale è il prodotto di un matrimonio singolarmente fecondo tra fede e ragione, tra Gerusalemme e Atene. Purtroppo quel matrimonio è ormai in crisi, e un divorzio finale sarebbe catastrofico. Gregg ha ragione; una civiltà non può sfuggire alla sua eredità spirituale. Ma una civiltà può morire”.

È quello che scrive Phil Lawler su Catholic Culture a commento dell’ultimo libro di Samuel Gregg. L’articolo di Lawler è molto interessante e per questo lo propongo all’attenzione dei lettori del blog nella mia traduzione.

Sagrada Familia a Barcellona

“Per quanto secolarizzata possa diventare una civiltà”, scrive Samuel Gregg nel suo eccellente nuovo libro, “non potrà mai sfuggire completamente al peso della sua eredità spirituale”. La civiltà del mondo occidentale è il prodotto di un matrimonio singolarmente fecondo tra fede e ragione, tra Gerusalemme e Atene. Purtroppo quel matrimonio è ormai in crisi, e un divorzio finale sarebbe catastrofico. Gregg ha ragione; una civiltà non può sfuggire alla sua eredità spirituale. Ma una civiltà può morire.

Nella sua conferenza di Regensburg (Ratisbona, ndr) del settembre 2006 – un discorso che dovrebbe essere riconosciuto tra le più importanti dichiarazioni pubbliche della nostra epoca – Benedetto XVI ha spiegato come il connubio tra fede e ragione venga messo in pericolo: da una forma di fede che rifiuta la ragione da una parte e un tipo di ragione che rifiuta la fede dall’altra. In Ragione, Fede e lotta per la civiltà occidentale, Gregg concretizza quell’argomento e le sue implicazioni: implicazioni che sono critiche per il nostro futuro.

Nella Conferenza di Ratisbona, come in quasi tutto questo lavoro, papa Benedetto XVI ha trattato temi difficili con uno stile disarmantemente semplice, rendendo il suo argomento facile da comprendere. Purtroppo, il discorso è stato scarsamente coperto dai mass media, che si sono concentrati quasi esclusivamente sulla reazione arrabbiata dei musulmani militanti – che, altrettanto tristemente, hanno confermato il punto di vista del Pontefice, nel momento in cui hanno cercato di soffocare una critica ragionata e rispettosa con una violenza irrazionale. Questa reazione squilibrata ha allontanato l’attenzione dalla critica incisiva del Papa nei confronti dello sterile razionalismo materialistico che è arrivato a dominare il mondo un tempo conosciuto come cristianità.

Anche Gregg scrive con uno stile semplice e accattivante e, pur trattando temi profondi, si rivolge al lettore comune piuttosto che allo specialista. Si tratta di un libro breve e accessibile, che potrebbe servire come introduzione all’argomento.

La ragione e la fede non sono rivali naturali, osserva Gregg, almeno non nella tradizione intellettuale occidentale. L’eredità ebraica, ereditata dal cristianesimo, si concentra sul Logos: la Parola, la Verità. L’Antico Testamento è ricco di riferimenti alla Sapienza, partner di Dio nella creazione. E poi naturalmente “il Verbo si è fatto carne, ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”, e vediamo il Logos in forma umana. Nella comprensione scritturale, nota Gregg, “La sapienza è considerata anche una qualità più che umana. È un dono divino”.

I filosofi dell’antica Grecia non fecero alcun riferimento  alla Rivelazione. Tuttavia, anche Platone parlò della sapienza come qualcosa di divino. Il Logos della filosofia greca si conciliava facilmente con la comprensione degli ebrei e dei cristiani. Verità e sapienza erano viste come benedizioni da perseguire e accettare con gratitudine. La ragione potrebbe contribuire secondo la sua specificità verso il Logos, ma si arresterebbe poco prima dell’ultimo stadio, che potrebbe essere afferrato soltanto nella contemplazione – ed anche allora, fugacemente e parzialmente. Dal punto di vista sia di Atene che di Gerusalemme, la sapienza implicava una componente spirituale: qualcosa di non solo logico, non solo cognitivo.

Il matrimonio tra fede e ragione produsse le grandi università, il fiorire delle arti, l’esplosione del sapere scientifico che ha costruito la Civiltà occidentale. Ma nessuno sforzo umano è perfetto, e anche questa collaborazione ha sempre avuto i suoi momenti critici. Una deformazione della fede ha generato ostilità verso la ragione, e viceversa, in episodi infelici e ricorrenti della storia occidentale.

Questi problemi si sono aggravati, tuttavia, quando i filosofi moderni hanno ridotto la sapienza alla conoscenza e i campioni dell’Illuminismo hanno insistito sul fatto che l’analisi scientifica dovesse sostituire la fede religiosa. Gregg si sforza di spiegare che, nonostante l’ostilità dei filosofi, le menti migliori della Chiesa sono rimaste dedite alla ricerca scientifica, e che è sciocco suggerire che “i devoti cristiani erano universalmente contrari ai vari Illuminismi”. Purtroppo il loro rispetto per la ragione non fu fatto fruttare, ed è molto più vicino alla verità dire che i pensatori dell’Illuminismo erano universalmente contrari alla fede.

Iniziò così una lunga deviazione nel mondo occidentale, un costoso errore filosofico. Poiché l’approccio illuminista era una deformazione della ragione così come era stata intesa dalla filosofia classica, ha prodotto risultati sempre più squilibrati. Da Voltaire e Rousseau, il flusso filosofico sfociò troppo rapidamente in Nietzsche, il cui esplicito rifiuto della ragione è, osserva giustamente Gregg, “l’antitesi dei migliori aspetti dell’Illuminismo”.

Nel nostro tempo il rifiuto della ragione si è trasformato in quella che papa Benedetto XVI ha definito la “dittatura del relativismo”. Nella sua conferenza di Ratisbona, Benedetto XVI ha detto:

In tali condizioni, la tolleranza non è più una questione di stabilire la libertà di esprimere le proprie opinioni e di discutere su ciò che è vero. Diventa invece uno strumento per chiudere la discussione insistendo sul fatto che nessuno può affermare che le sue posizioni filosofiche o teologiche sono vere. [enfasi nell’originale]

In assenza di una discussione razionale, il discorso pubblico scende nell’emotività. E quando il naturale desiderio di verità e di risposte alle domande è ulteriormente contrastato dalla correttezza politica, che chiude gli argomenti, la frustrazione sale, producendo esplosioni di violenza. La sfida che ci si presenta ora – affrontata nell’utile libro di Gregg – è se possiamo recuperare la nostra eredità spirituale, e con essa la nostra capacità di dialogo ragionato alla ricerca della sapienza, prima che la nostra civiltà si dissolva nel caos.

 

 

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