Papa Francesco chiarisce l’incontro con il gesuita padre James Martin

Padre James Martin, gesuita, e Papa Francesco, 30.09.2019

Padre James Martin, gesuita, e Papa Francesco, 30.09.2019

 

di Sabino Paciolla

 

Durante un incontro privato con i vescovi del sud-ovest degli Stati Uniti, Papa Francesco ha parlato del suo incontro del 2019 con padre James Martin, SJ, della cura pastorale e del suicidio assistito.

I vescovi incontrati dal Papa il 10 febbraio scorso sono stati quelli del New Mexico, Arizona, Colorado, Utah e Wyoming.

Come riferisce J. D. Flynn nel suo articolo pubblicato su Catholic News Agency (CNA), diversi vescovi presenti all’incontro hanno detto a CNA che, oltre a discutere sulla sua esortazione sulla regione amazzonica, in quel momento in corso di pubblicazione, e sulle sfide del transgenderismo e dell’ideologia di genere, Papa Francesco ha parlato anche del suo incontro del 30 settembre scorso con padre Martin, un gesuita americano molto noto ai lettori di questo blog poiché ama parlare e scrivere molto del suo ministero verso le persone che si identificano come LGBT. Questo suo modo di affrontare il variegato mondo LGBT suscita però notevoli critiche in quanto a molti appare nella sostanza in netto contrasto con l’insegnamento di sempre della Chiesa.

“La disposizione [d’animo] del Santo Padre era molto chiara, era molto dispiaciuto per l’intera questione di padre Martin e per come era stato utilizzato il loro incontro. È stato molto espressivo, sia nelle parole che nel volto – la sua rabbia era molto chiara, si era sentito usato”, ha detto un vescovo alla CNA.

Si ricorderà che Martin aveva incontrato Papa Francesco poco dopo che l’arcivescovo Charles Chaput, in un articolo del 19 settembre, aveva criticato “una modalità ambiguità” nell’opera di Martin, che, secondo Chaput, “tende a minare i suoi obiettivi dichiarati, alienando le persone dal sostegno di cui hanno bisogno per un’autentica crescita umana”.

“Trovo necessario sottolineare che padre Martin non parla con autorità a nome della Chiesa, e ritengo necessario mettere in guardia i fedeli da alcune delle sue affermazioni”, aveva aggiunto Chaput.

L’arcivescovo, in sostanza, contestava a padre Martin una mancanza di chiarezza, una ambiguità di fondo derivante dall’omettere o sottacere alcune verità poiché, “nell’attuale clima, verità incomplete rappresentano, di fatto, una contestazione della Fede cattolica autentica”, anche se si dichiara pubblicamente, come usa fare Martin, di non attaccare o mettere (formalmente) in discussione l’insegnamento della Chiesa. 

Padre Martin rispose a quell’articolo con una serie di tweet in cui si affermava che quello che l’arcivescovo Chaput gli contestava era esattamente ciò che avevapresentato all’Incontro Mondiale delle Famiglie a Dublino lo scorso anno, il cui testo era stato verificato e approvato in precedenza dal Vaticano.

In sostanza, diceva Martin a Chaput, se contesti me, contesti il Vaticano. 

Per questo, l’incontro tra Martin e il papa venne interpretato da alcuni come risposta all’articolo di Chaput.

L’incontro si svolse in una biblioteca papale che è normalmente riservata alle visite tra il papa e un pubblico di alto livello. Ciò fu visto da alcuni giornalisti come una decisione piena di significato.

Infatti, la stessa America Magazine, che è la rivista dei gesuiti americani, spiegò che “Scegliendo di incontrare [padre Martin] in questo luogo, Papa Francesco stava facendo una dichiarazione pubblica. Per certi versi, l’incontro è stato il messaggio”.

E ciò tanto più perché padre Martin aveva riferito, orgogliosamente, che quell’incontro non era stato richiesto da lui, ma direttamente dal papa. Proprio per questo, lo stesso Martin, a un mese da quell’incontro, sentì forte il bisogno di pubblicare sui social nuovamente la foto con il papa, come fosse uno spartiacque ed un sigillo ufficiale e pubblico di alto livello del suo operato.

Ma i vescovi che si sono incontrati con il Papa questa settimana hanno detto che, mentre Papa Francesco aveva accolto (si noti, “aveva accolto”) la richiesta di un incontro con Martin, egli ha voluto chiarire con loro che non intendeva trasmettere alcun messaggio.

Infatti, un vescovo durante l’incontro ha riferito alla CNA che Papa Francesco ha detto di aver “chiarito il suo disappunto” sul modo in cui l’incontro è stato interpretato e rappresentato da alcuni giornalisti.

“Ci ha detto che la questione è stata affrontata; che a padre Martin è stato fatto un ‘rimprovero’ e che anche i suoi superiori sono stati informati e gli hanno chiarito perfettamente la situazione”, ha detto un altro vescovo.

“Non credo che vedrete la sua foto con il papa sulla prossima copertina del suo libro [di padre Martin]”, ha detto il vescovo alla CNA.

CNA ha dunque interpellato padre Martin per un commento, il quale, il 20 febbraio, ha però detto che “non posso commentare ciò che il Santo Padre mi ha detto, poiché mi ha chiesto di non condividere i dettagli con i media, se non per dire che mi sono sentito profondamente ispirato, consolato e incoraggiato dalla nostra mezz’ora di udienza nel Palazzo Apostolico, che è avvenuta su suo invito“. 

Come si vede, padre Martin conferma ancora una volta di essere stato invitato all’incontro direttamente e su espressa richiesta del Papa.

Due vescovi hanno detto alla CNA che il lavoro di Martin nei confronti della comunità LGBT è stato anche discusso con i capi di numerose congregazioni vaticane, e che alcuni funzionari hanno espresso preoccupazione per alcuni aspetti del lavoro del sacerdote.

Secondo i vescovi presenti all’incontro papale, Papa Francesco ha parlato anche dell’eutanasia, ed è stato interrogato sui commenti dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che in un simposio di dicembre aveva detto che i sacerdoti dovrebbero “lasciar andare le regole” per essere presenti con le persone che hanno iniziato il suicidio assistito.

Al simposio mons. Paglia aveva anche detto che avrebbe tenuto la mano di qualcuno che stava morendo a causa del suicidio assistito, e che non considerava una tale azione come un implicito sostegno alla pratica.

In quella occasione molti si chiesero se Paglia, con quell’“accompagnamento pastorale”, non stesse aprendo nella Chiesa una sorta di tacita accettazione del suicidio assistito. Per quelle sue dichiarazioni mons. Paglia sollevò notevoli critiche, tanto più perché è il Prefetto della Pontificia Accademia della Vita.

A quanto pare Papa Francesco ha detto ai vescovi che mentre i sacerdoti devono amare misericordiosamente coloro che hanno malattie terminali, non possono “accompagnare” qualcuno che sta attuando un atto di suicidio, che la Chiesa cattolica insegna essere gravemente immorale.

Infine, un vescovo ha detto alla CNA che la stessa questione è stata sollevata con i capi degli uffici vaticani, e questi “sono stati davvero chiari sul fatto che quello che [Paglia] ha detto è stato un grosso problema, e che altri vescovi hanno sollevato la questione”.

La domanda sorge spontanea: com’è possibile che un Prefetto della Pontificia Accademia per la Vita abbia sulla questione del suicidio assistito una posizione così distante dal Papa? Come è possibile che un Prefetto della Pontificia Accademia per la Vita abbia una posizione sul suicidio assistito così distante dall’essenza ontologica della stessa Pontificia Accademia per la Vita? 

Mons. Vincenzo Paglia è stato nominato Prefetto della Pontificia Accademia della Vita da Papa Francesco. E’ stato in seguito promosso, sempre da Papa Francesco, Gran Cancelliere del Pontificio istituto teologico San Giovanni Paolo II per le Scienze sul matrimonio e sulla famiglia.

 




“Perché c’è del bene nel mondo, signor Frodo, e vale la pena lottare per esso”.

“Arriva il giorno in cui (gli Hobbit sono) chiamati fuori dalle loro case e in una grande guerra tra il bene e il male per l’anima del mondo intero – una guerra in cui giocano un ruolo decisivo, proprio perché sono piccoli e apparentemente insignificanti“. Questo, tra l’altro, ha detto l’arcivescovo di Philadelphia, mons. Charles J. Chaput, agli studenti mercoledì scorso.

Di seguito un articolo dello staff del Catholic News Agency, nella mia traduzione.

Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia, Pennsylvania, USA.

Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia, Pennsylvania, USA.

 

C’è una scena nel mezzo de Il Signore degli Anelli, una trilogia di fantasia scritta dallo scrittore cattolico J.R.R. Tolkien, dove la ricerca della distruzione di un anello malvagio e onnipotente sembra essere assolutamente senza speranza. Le tenebre e il pericolo hanno circondato e perseguitato Frodo, il piccolo hobbit al quale alla fine è stata data la missione di distruggere l’anello, sin da quando ha messo piede fuori dalla Contea, la casa idilliaca e sicura che ha lasciato per questa ricerca.

Questa è stata la scena che l’Arcivescovo Charles Chaput (di Philadelphia, Pennsylvania, USA, ndr) ha preparato per gli studenti dell’Università di Maria a Bismarck, nel Dakota del Nord, mentre parlava loro delle loro vocazioni e dello scopo della loro vita mercoledì sera.

In un momento di disperazione, ha notato Chaput, Frodo si rivolge al suo amico più fedele, Samwise Gamgee, un hobbit che si è rifiutato di lasciare Frodo, e gli chiede se valga la pena di continuare questa missione apparentemente impossibile.

Sam dice di sì: “Perché c’è del bene nel mondo, signor Frodo, e vale la pena lottare per esso”.

I territori del Dakota (stati degli USA, ndr), ha notato Chaput nel suo discorso, sono molto simili all’idilliaca Contea da cui provengono quegli hobbit: sicuri, per molti versi idilliaci, e quasi mai al centro dell’attenzione.

“Ho servito come vescovo in tre diverse diocesi, e ognuna di esse è stata una grande benedizione di amici ed esperienze. Le ho amate tutte”. Ma il mio primo amore è stato la diocesi di Rapid City, South Dakota”, ha detto Chaput.

“C’è una bellezza e una saggezza nel Dakota che non si trova da nessun’altra parte. Penso anche che il diavolo tenda a concentrarsi su luoghi come New York e Washington e a vedere luoghi come Bismarck come meno importanti – che è il suo errore. Significa che qui si possono fare molte cose molto buone, proprio sotto il suo naso”, ha detto.

Ma così come gli Hobbit non sono rimasti nella Contea, ha notato Chaput, così anche i cristiani sono chiamati ad uscire dalle loro case e dai luoghi di formazione per coinvolgere il mondo e diffondere il Vangelo.

Arriva il giorno in cui (gli Hobbit sono) chiamati fuori dalle loro case e in una grande guerra tra il bene e il male per l’anima del mondo intero – una guerra in cui giocano un ruolo decisivo, proprio perché sono piccoli e apparentemente insignificanti, ha detto.

Ma il mondo esterno ha un disperato bisogno di rifacimento, ha notato Chaput, anche all’interno della Chiesa cattolica.

La recente raffica di scandali di abusi sessuali nella Chiesa può far sembrare questi tempi molto bui, ha detto.

“Un sacco di persone molto buone sono arrabbiate con le loro guide nella Chiesa per lo scandalo degli abusi, e giustamente. Non voglio diminuire questa rabbia perché ne abbiamo bisogno; ha radici sane e giuste”, ha detto.

Ma la giusta risposta a questa giusta rabbia non è un risentimento velenoso, ma piuttosto una risposta di umiltà e di amore che purifica l’individuo e la Chiesa, ha detto, proprio come Santa Caterina da Siena, che con la sua santità e perseveranza ha convinto il Papa a tornare a Roma.

“Dio chiama tutti noi non solo a rinnovare la faccia della terra con il suo Spirito, ma a rinnovare il cuore della Chiesa con la nostra vita; a farla giovane e bella ancora e ancora e ancora, perché risplenda del suo amore per il mondo. Questo è il nostro compito. Questa è la nostra vocazione. Questa è la vocazione – una chiamata di Dio con il nostro nome sopra di essa”.

C’è anche molta oscurità nel mondo che viene dall’esterno della Chiesa, ha notato Chaput.

“La vita americana oggi è turbata da tre grandi domande: Che cos’è l’amore? Che cos’è la verità? E chi è Gesù Cristo”, ha detto. “Il mondo secolare ha risposte a ciascuna di queste grandi domande. E sono false”.

Il mondo definisce l’amore solo con le emozioni e la compatibilità sessuale, mentre definisce la verità come qualcosa che può essere osservato solo attraverso dati oggettivi e misurabili, ha detto. Il mondo dice anche che Gesù Cristo è stato un uomo buono in una lunga fila di buoni maestri, ma alla fine è solo una bella credenza superstiziosa piuttosto che una persona reale che è il Figlio di Dio e Salvatore del mondo.

“La cosa chiave di tutte queste risposte secolari è questa: Non solo sono false, ma anche pericolose. Riducono il nostro spirito umano ai nostri appetiti. Abbassano l’immaginazione umana e la ricerca di senso a ciò che possiamo consumare. E poiché il cuore umano ha fame di un significato che la cultura secolare non può dare, noi anestetizziamo quella fame con il rumore e le droghe e il sesso e le distrazioni. Ma la fame ritorna sempre“, ha detto.

Il mondo secolare offre risposte facili, ha osservato, ma non offre risposte soddisfacenti ad alcune delle domande più profondamente umane che si potrebbero porsi: “Perché sono qui, cosa significa la mia vita, perché le persone che amo invecchiano e muoiono, e le rivedrò mai più? Il mondo secolare non ha risposte soddisfacenti a nessuna di queste domande. E non vuole nemmeno che ci poniamo tali domande a causa della sua cecità autoimposta; non può tollerare un ordine superiore a se stesso – per farlo lo obbligherebbe a comportarsi in modi che non vuole comportarsi. E così odia, come fece Caino, coloro che cercano di vivere diversamente”.

La risposta a tutte queste domande, ha detto Chaput, non è una qualche teoria o equazione, ma la persona di Gesù Cristo.

“Egli è l’unica guida affidabile per il nostro viaggio attraverso il mondo. I cristiani lo seguono come gli Apostoli, perché in lui e nel suo esempio, Dio parla direttamente a noi e ci conduce sulla via di casa al suo regno. In altre parole, Gesù non è solo l’incarnazione di Dio, ma anche l’incarnazione di chi siamo destinati ad essere”.

E il messaggio di Gesù è che ogni vita è “irripetibile e preziosa e ha un senso e uno scopo che Dio intende solo per voi. Solo per voi”, ha detto.

Per molte persone, questo significherà vivere la vocazione del matrimonio, e testimoniare Cristo tra la famiglia, gli amici e i luoghi di lavoro, “e tu lascerai la tua impronta nel mondo con una testimonianza quotidiana della vita cristiana”, ha detto.

“Il matrimonio e la famiglia sono cose profondamente buone”, ha aggiunto, e i laici sono chiamati non solo ad essere “aiutanti” del clero più santo, ma a condividere una pari responsabilità nel promuovere la missione della Chiesa.

“Ricordate come considerate il vostro futuro”, ha detto.

Dio chiama alcuni anche ad essere testimoni radicali della santità nel sacerdozio o nella vita religiosa consacrata, ha detto.

“I religiosi sono una testimonianza vivente di conversione radicale e di amore radicale; una prova costante che le Beatitudini sono più che semplici ideali belli, ma piuttosto la via verso un nuovo e migliore tipo di vita”, ha detto.

“E i sacerdoti hanno il privilegio di tenere nelle loro mani il Dio della creazione. Senza sacerdoti, non c’è eucaristia. Senza l’Eucaristia, non c’è Chiesa. E senza la Chiesa come comunità viva e organizzata, non c’è presenza di Gesù Cristo nel mondo”.

Le chiavi per trovare la propria vocazione e il proprio scopo nella vita sono il silenzio e la preghiera, che lasciano spazio alla voce di Dio, ha detto.

“Fare in modo che ci sia il tempo per il silenzio e la preghiera dovrebbe essere la pratica quaresimale principale per tutti noi – ma soprattutto per chi cerca la volontà di Dio per la propria vita”.

Così, piuttosto che lamentarsi del fatto che i tempi sono cattivi, Chaput ha esortato gli studenti a ricordare che stanno vivendo in questo momento per una ragione, e possono con la loro santità e testimonianza della loro vita rimodellare i tempi.

“Come vescovo, sant’Agostino visse in un momento in cui il mondo intero sembrava crollare, e la Chiesa stessa stava lottando con amare divisioni teologiche. Ma ogni volta che la sua gente si lamentava dell’oscurità dei tempi, ricordava loro che i tempi sono fatti dalle scelte e dalle azioni delle persone che li abitano”, ha detto.

“In altre parole, noi facciamo i tempi. Siamo i soggetti della storia, non solo i suoi oggetti. E se non lavoriamo consapevolmente per migliorare i tempi con la luce di Gesù Cristo, allora i tempi ci renderanno peggiori con le loro tenebre”.

“C’è del bene nel mondo, e vale la pena lottare per esso”, ha ribadito Chaput, ricordando ancora una volta il Signore degli Anelli. “Questa è una descrizione piuttosto buona della vocazione che Dio chiede a ciascuno di noi”.

 

Fonte: Catholic News Agency

 




Arciv. Chaput: ecco il terreno e le sfide che i cristiani devono affrontare

La seguente intervista con l’arcivescovo Charles J. Chaput di Filadelfia è stata condotta il 16 ottobre da Adam Sosnowski e sarà rilasciata in Polonia il 24 ottobre dalla rivista cattolica polacca Miesięcznik Wpis (wydawnictwo Biały Kruk). Chaput ci parla del terreno e delle sfide che i cristiani devono affrontare nella società odierna.

Eccola nella mia traduzione.

 

Arciv. Charles J. Chaput al Sinodo dei giovani (foto via CWR)

Arciv. Charles J. Chaput al Sinodo dei giovani (foto via CWR)

 

BIALY KRUK:  Qual è la ragione della diminuzione della fede nel mondo occidentale? Cosa può fare la Chiesa al riguardo?

ARCIVESCOVO CHAPUT:  Non c’è una sola ragione del declino. Molti fattori diversi hanno plasmato il problema.

Le due guerre mondiali, l’ascesa di ideologie omicide come il comunismo e il nazionalsocialismo, l’immensa barbarie e la perdita di vite umane a partire dal 1914 – tutti questi traumi hanno ferito profondamente la psiche occidentale. L’orgoglio dell’inizio del XX secolo ha prodotto la disperazione che abbiamo all’inizio del XXI secolo. Nascondiamo quella disperazione sotto una coltre di rumore, distrazione e appetiti dei consumatori. Ma è molto reale. L’idea di un Dio amorevole sembra oggi implausibile per molte persone non per qualcosa di malvagio che Dio ha fatto, ma per il male che noi stessi abbiamo fatto senza che Dio ci abbia fermato.

Augusto Del Noce, il filosofo italiano, ha descritto al meglio la nostra situazione nel suo saggio “Civiltà tecnologica e cristianesimo“. Vale la pena leggerlo. Come “postmoderni”, abbiamo cercato di superare la nostra disperazione con la scienza e la tecnologia, ed esse producono molte cose buone. Ma ci focalizzano anche radicalmente su questo mondo e lontano dal soprannaturale. Di conseguenza, la dimensione religiosa dell’uomo, il nostro senso del trascendente, si asciuga lentamente e scompare. La civiltà tecnologica non perseguita la religione, almeno non direttamente. Non ha bisogno di farlo. Rende Dio irrilevante.

La Chiesa sopravviverà e continuerà la sua missione. Ma per farlo, deve prima di tutto riconoscere che la cultura che ha contribuito a creare ora non ha alcuna utilità per lei – e perché. Come Chiesa, non vediamo ancora la realtà in modo sufficientemente chiaro e critico. Ad esempio, l’Instrumentum Laboris (IL) dell’attuale Sinodo parla dei giovani e degli effetti dei social media e del “continente digitale”. Ma non ha alcuna conoscenza delle dinamiche più profonde della tecnologia che Del Noce chiama.

L’Instrumentum Laboris è una raccolta di dati densi di scienze sociali con pochissimo zelo evangelico. Parla costantemente di accompagnamento, che è importante, ma non ha quasi nessun insegnamento sicuro di sé. Non può e non convertirà nessuno. Speriamo che i padri sinodali risolvano questo problema.

La Chiesa come dovrebbe gestire l’attuale crisi degli abusi? – Qual è la condizione della Chiesa negli Stati Uniti in questo momento? – Quanto danno è stato fatto con il recente scandalo che ha coinvolto il cardinale McCarrick?

La Chiesa negli Stati Uniti è ancora forte rispetto alla vita cattolica di quasi tutti gli altri Paesi “sviluppati”. Abbiamo buone risorse, molti buoni giovani sacerdoti e leader laici, vigorosi movimenti di rinnovamento, e molte parrocchie fiorenti. Ma stiamo perdendo i giovani. Questa è una grande sfida per il futuro. Lo scandalo scatenato dall’arcivescovo McCarrick ha fatto grandi danni, soprattutto alla credibilità dei vescovi. L’unico modo per rimediare a tutto ciò è essere assolutamente trasparenti e onesti sulla portata del problema degli abusi e sui nostri sforzi per affrontarlo.

Quanta verità c’è nelle accuse dell’arcivescovo Vigano?

È una questione che la Santa Sede deve affrontare. È al di sopra della mia area di responsabilità e al di là delle mie conoscenze.

L’eredità di san Giovanni Paolo II è ancora viva nella Chiesa? È ricordato negli Stati Uniti? Abbiamo bisogno di questo patrimonio?

L’eredità di Giovanni Paolo II è molto viva negli Stati Uniti. La sua visita a Denver e la Giornata Mondiale della Gioventù nel 1993 hanno plasmato la fede di un’intera generazione. Alcune delle sue encicliche sono capolavori dell’intelletto e della fede. Abbiamo bisogno del suo tipo di cristianesimo – una combinazione di coraggio, zelo per Gesù Cristo, intelligenza rigorosa e fede sincera – ora più che mai.

L’impegno di Karol Wojtyla per la dignità umana, per il non ancora nato e la sacralità di tutta la vita, e la sua Teologia del corpo – tutte queste cose risuonano ancora profondamente nei cattolici americani.

Come si può contrastare l’anticlericalismo presente nella cultura di oggi e nei media? Che cosa dovrebbe fare la Chiesa al riguardo? Che dire dei laici?

L’unico modo per contrastarlo è vivere diversamente, praticando ciò che diciamo di credere. Non c’è una soluzione rapida. Siamo una famiglia di fede, non una General Motors religiosa, e dobbiamo comportarci come tale. I sacerdoti, per esempio, non sono piccole divinità. Sono peccatori come tutti gli altri. Siamo tutti uguali – laici, religiosi e clero – nel sacramento del Battesimo. Ma, come in ogni famiglia, abbiamo tutti compiti diversi. I sacerdoti hanno il dovere di pascere e insegnare, di servire i bisogni del loro popolo, di guidare come pastori e, soprattutto, di celebrare l’Eucaristia e gli altri sacramenti. Il collante che tiene insieme tutta l’impresa è l’amore. Se non ci rispettiamo e non ci amiamo a vicenda, e lo dimostriamo con il nostro comportamento, tutto va in pezzi.

Che cosa potrebbe cambiare il Sinodo nella dottrina della Chiesa o nell’interpretazione della dottrina?

Nessun sinodo ha l’autorità di cambiare il nucleo degli insegnamenti cristiani, così come nessun Papa. In materia di interpretazione, la lotta non dichiarata del sinodo del 2018 ruota intorno alla morale sessuale cattolica. Come ha detto una giovane donna ministro della gioventù: Sotto tutti i dati e la verbosità delle scienze sociali, l’Instrumentum Laboris è alla fine, molto tranquillamente, sul sesso. È particolarmente strano che la parola “castità” non appaia quasi da nessuna parte nel testo dell’Instrumentum Laboris. La Humanae vitae e la Teologia del corpo (di San Giovanni Paolo II, ndr) sono completamente assenti.

Il Sinodo avrebbe dovuto essere annullato?

Penso che il momento fosse inopportuno. Probabilmente sarebbe stato saggio rinviarlo per una data successiva, ma il Santo Padre prende queste decisioni. La pianificazione di un Sinodo è molto complicata e difficile da cambiare.

È davvero necessario affrontare la questione LGBT al Sinodo e menzionarla nei documenti ufficiali?

Non c’è niente di sbagliato nell’affrontare la questione. Al contrario, è un argomento naturale di discussione – purché l’insegnamento cattolico sulla sessualità umana sia spiegato fedelmente e riconfermato senza compromessi o ambiguità. Ed è proprio qui che gli elementi dell’Instrumentum Laboris sono purtroppo deboli. “Il termine “LGBT” non dovrebbe mai essere usato in un documento della Chiesa per descrivere le persone. La Chiesa non ha mai identificato persone in base al loro appetito sessuale, né le ha ridotte alle loro inclinazioni sessuali. L’acronimo “LBGT” può essere accettabile nel descrivere i problemi, ma non le persone.

La comprensione tradizionale della famiglia è sottoposta a pesanti attacchi. Come si presenta la situazione negli Stati Uniti? Quale ruolo gioca l’ideologia del gender in questo contesto?

Qui mi riferirò a Del Noce: L’ideologia del gender è semplicemente un’espressione della mentalità tecnologica e della sua tendenza a trattare tutta la materia, compreso il corpo, come materia prima per la volontà umana. Presume una definizione di “persona umana” molto diversa da qualsiasi cosa nella fede cristiana. L’ideologia del gender tratta il corpo come uno strumento da aggiornare, o argilla da manipolare. Al contrario, la fede cristiana vede il corpo, non come una specie di “wetware” o capsula di argilla, ma come parte integrante ed essenziale di chi noi siamo. Dio si è fatto uomo per redimere la carne umana, non per renderla priva di significato.

La famiglia, per sua natura, è carnale e fertile. Un uomo e una donna diventano una sola carne. La nuova vita è generata. E’ bella, misteriosa, ma non è efficiente.

Al centro dell’ideologia del gender è il risentimento della debolezza e dei limiti del corpo. Al centro degli attacchi di oggi sulla famiglia c’è l’odio per la reciproca dipendenza che le famiglie richiedono e l’amore all’interno di una famiglia che la sigilla come un’unità. Alla fine, tutte le aberrazioni e le disfunzioni sessuali di oggi si riducono a un rifiuto della creazione; per l’ordine naturale così com’è.

Questo è il terreno e la sfida che i cristiani affrontano oggi negli Stati Uniti.

 

Fonte: The Catholic World Report

 




Chaput: “Le società ricche del mondo di oggi si definiscono ‘sviluppate’, ma sono sottosviluppate nella loro umanità”.

Ecco il secondo intervento di qualche giorno fa dell’arcivescovo di Philadelphia, Charles J, Chaput, al Sinodo dei giovani. Chaput, il primo vescovo americano con ascendenza pellerossa, come sempre molto schietto e diretto, dice: “Le società ricche del mondo di oggi che si definiscono ‘sviluppate’ – tra cui, in particolare la mia – sono in realtà sottosviluppate nella loro umanità”

Eccolo nella mia traduzione.

foto: Charles J. Chaput, Arcivescovo di Philadephia

foto: Charles J. Chaput, Arcivescovo di Philadephia

 

Fratelli,

 

nella sua omelia di apertura della Messa, il Santo Padre ha descritto Gesù come “eternamente giovane”,

Nella sua omelia di apertura della Messa, il Santo Padre ha descritto Gesù come “eternamente giovane”. Quando l’ho sentito, mi ha ricordato una canzone dell’artista, Jay-Z, che era popolare qualche anno fa. La canzone si intitolava “Forever Young”, ed era un remake di una canzone popolare del gruppo tedesco Alphaville degli anni ’80. Jay-Z cantava per i giovani – e per tutti noi – “Voglio vivere per sempre ed essere giovane per sempre”.

L’immagine di Gesù come “eternamente giovane” non solo è bella ma anche potente. Di fronte alle molteplici pressioni esterne sulla Chiesa di oggi, e ai problemi che affrontiamo anche all’interno della nostra comunità credente, dobbiamo ricordare che Gesù è vivo e vigoroso e offre costantemente ai suoi discepoli una nuova vita abbondante. Grazie, Santo Padre, per avercelo ricordato.

Naturalmente, il Gesù che è venuto al mondo da bambino non ha terminato la sua missione da giovane. Egli maturò in un uomo adulto di coraggio, di padronanza di sé e di misericordia guidato dalla giustizia e dalla verità. Era un maestro tenero e forte, comprensivo e paziente, ma anche molto chiaro sul tipo di scelte umane e di azioni che avrebbero portato a Dio, e su quelle che non lo sarebbero state.

Le società ricche del mondo di oggi che si definiscono “sviluppate” – tra cui, in particolare la mia – sono in realtà sottosviluppate nella loro umanità. Sono congelate in una sorta di adolescenza morale, un’adolescenza che hanno scelto per se stessi e che ora cercano di imporre agli altri.

L’Instrumentum Laboris fa un buon lavoro nell’esplorare le radici di quel sottosviluppo e le sfide che ne derivano per i giovani. Ma deve essere molto più forte e fiducioso nel presentare la Parola di Dio e la persona di Gesù Cristo come unica via verso un’umanità piena e gioiosa. E deve farlo molto prima nel testo.

 

Fonte: LifeSiteNews




Se non predichiamo Gesù Cristo, allora la Chiesa è solo un altro fornitore di devozioni etiche

Splendido e condivisibile in ogni parola l’intervento che mons. Charles J. Chaput ha tenuto al Sinodo dei giovani oggi. Ammirabile quando dice: “Se ci manca la fiducia per predicare Gesù Cristo senza esitazioni, allora la Chiesa è solo un altro fornitore di devozioni etiche di cui il mondo non ha bisogno.”

Come riferisce Edward Pentin sul National Catholic Register, Nessuna menzione specifica dell’intervento è stata fatta oggi alla conferenza stampa, né da padre Thomas Rosica, l’addetto ai media di lingua inglese al Sinodo, che ha parlato anche con i giornalisti.

Padre Rosica ha detto che povertà, guerra, disperazione e disoccupazione sono “grandi temi”. Alla domanda se l’omosessualità e le relazioni omosessuali fanno parte degli interventi, padre Rosica risponde: “Non quelle parole esatte, la questione era presente, ma non c’era nessuna questione dominante“.

Riprendo  il suo intervento dal Catholic Herald e ve lo propongo nella mia traduzione.

Foto: Archivescovo di Philadelphia Charles Chaput (Reuters/Tony Gentile)

Foto: Archivescovo di Philadelphia Charles Chaput (Reuters/Tony Gentile)

 

Fratelli,

Sono stato eletto al Consiglio permanente del Sinodo tre anni fa. All’epoca mi fu chiesto, insieme ad altri membri, di suggerire temi per questo Sinodo. Il mio consiglio fu allora di concentrarsi sul Salmo 8. Tutti conosciamo il testo:

“Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,

*la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, *
il figlio dell’uomo perché te ne curi?”

Chi siamo come creature, cosa significa essere umani, perché dovremmo immaginare di avere una dignità speciale – queste sono le domande eterne che stanno alla base di tutte le nostre ansie e conflitti. E la risposta a tutte queste domande non si troverà nelle ideologie o nelle scienze sociali, ma solo nella persona di Gesù Cristo, redentore dell’uomo. Il che naturalmente significa che dobbiamo capire, nel più profondo, perché dobbiamo essere redenti in primo luogo.

Se ci manca la fiducia per predicare Gesù Cristo senza esitazioni o scuse ad ogni generazione, specialmente ai giovani, allora la Chiesa è solo un altro fornitore di devozioni etiche di cui il mondo non ha bisogno.

In questa luce, ho letto il capitolo IV dello Instrumentum, paragrafi 51-63, con vivo interesse. Il capitolo fa un buon lavoro di descrizione delle sfide antropologiche e culturali che i nostri giovani affrontano. Infatti, la descrizione dei problemi di oggi, e la necessità di accompagnare i giovani nell’affrontare questi problemi, sono i punti di forza dello Instrumentum nel suo complesso. Ma credo che il paragrafo 51 sia fuorviante quando parla dei giovani come “guardiani e sismografi di ogni età”. Si tratta di false lusinghe, e maschera una perdita di fiducia degli adulti nella continua bellezza e potenza delle credenze che abbiamo ricevuto.

In realtà, i giovani sono troppo spesso prodotti dell’epoca, formati in parte dalle parole, dall’amore, dalla fiducia e dalla testimonianza dei genitori e degli insegnanti, ma più profondamente oggi da una cultura che è allo stesso tempo profondamente attraente ed essenzialmente atea.

Gli anziani della comunità di fede hanno il compito di trasmettere la verità del Vangelo di età in età, senza che sia danneggiata da compromessi o deformazioni.  Eppure troppo spesso la mia generazione di leaders, nelle nostre famiglie e nella Chiesa, ha abdicato a questa responsabilità per una combinazione di ignoranza, codardia e pigrizia nel formare i giovani per portare la fede nel futuro. Dare forma alle giovani vite è un duro lavoro di fronte a una cultura ostile. La crisi degli abusi sessuali del clero è proprio il risultato dell’autoindulgenza e della confusione introdotta nella Chiesa lungo la mia vita, anche tra coloro che hanno il compito di insegnare e guidare. E i minori – i nostri giovani – ne hanno pagato il prezzo.

Infine, ciò che la Chiesa ritiene vero sulla sessualità umana non è un ostacolo. È l’unico vero cammino verso la gioia e l’integrità. Non esiste una cosa come un “Cattolico LGBTQ” o un “Cattolico transgender” o un “Cattolico eterosessuale”, come se i nostri appetiti sessuali definissero chi siamo; come se queste denominazioni descrivessero comunità distinte di diversa ma uguale integrità all’interno della vera comunità ecclesiale, il corpo di Gesù Cristo. Questo non è mai stato vero nella vita della Chiesa, e non è vero ora. Ne consegue che “LGBTQ” e linguaggi simili non dovrebbero essere usati nei documenti della Chiesa, perché il suo uso suggerisce che si tratta di veri e propri gruppi autonomi, e la Chiesa semplicemente non classifica le persone in questo modo.

Spiegare perché l’insegnamento cattolico sulla sessualità umana è vero, e perché è nobilitante e misericordioso, sembra cruciale per qualsiasi discussione su questioni antropologiche. Ma purtroppo in maniera deplorevole manca in questo capitolo e in questo documento. Spero che le revisioni dei Padri sinodali possano affrontare questo aspetto.

 

Fonte: Catholic Herald

 

 




MONS. CHAPUT: ECCO COSA STA SUCCEDENDO IN GERMANIA

Veramente interessante questo intervento dell’arcivescovo di Filadelfia, mons. Charles J. Chaput, su First Thing, sulla spinosa questione della intercomunione in discussione tra i vescovi tedeschi. Egli dice chiaramente che il rischio è la protestantizzazione della fede cattolica, che deve essere evitata assolutamente.

Eccolo nella mia traduzione.  

Foto: arciv. Charles J. Chaput

Foto: arciv. Charles J. Chaput

In The Making of Martin Lutero, lo studioso di Cambridge Richard Rex nota che il 1518, non il 1517, segna la vera nascita del profilo pubblico di Lutero. Le novantacinque tesi di Lutero  hanno raggiunto la più ampia diffusione nel territorio tedesco nel gennaio 1518. Nella primavera dello stesso anno scrisse le sue istruzioni per la Confessione e il suo Sermone sulla giusta preparazione del cuore alla ricezione della comunione. Il Sermone, in particolare, portava i primi semi del successivo attacco di Lutero alla teologia sacramentale cattolica, un fatto che il cardinale Tommaso Caetani (Tommaso – al secolo Giacomo – De Vio, detto il Cardinal Caetano o Gaetano, ndr)  aveva già intuito quando incontrò Lutero e lo spinse a ripetere le sue opinioni più problematiche ad Augusta nell’ottobre del 1518.

Lutero declinò (l’invito). Il resto della storia è ben noto.

Esattamente 500 anni dopo il Sermone di Lutero, la comunione è di nuovo oggetto di dibattito in Germania. Questa volta i contendenti sono gli stessi vescovi. Il cardinale Reinhard Marx di Monaco e altri vescovi tedeschi cercano di permettere ai coniugi protestanti dei cattolici di ricevere la comunione a certe condizioni, purché “affermino la fede cattolica nell’Eucaristia”. Il cardinale Rainer Woelki di Colonia e altri sei vescovi tedeschi si oppongono a questo sforzo. Hanno chiesto chiarimenti a Roma. Il Vaticano, però, ha rifiutato di intervenire e ha restituito la questione ai vescovi tedeschi, esortandoli a raggiungere un accordo a livello di Conferenza.

All’inizio di questo mese, la questione si è surriscaldata in un incontro della Conferenza Episcopale Tedesca. Il presidente della Germania, insieme a una grande personalità televisiva (un comico, ndr) e altri, si sono pubblicamente schierati con Marx. Il cardinale Marx sosteneva che “Quando una persona ha fame e fede, deve avere accesso all’Eucaristia. Questa deve essere la nostra passione, e non arretrerò su questo“. Il cardinale Woelki non era d’accordo, osservando che “chi dice ‘sì’ alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia” anche “naturalmente dice ‘sì’ al papato, alla struttura gerarchica della Chiesa, alla venerazione dei santi e molto altro ancora” – tutti tipicamente rifiutati nella fede protestante. Woelki ha inoltre sottolineato che noi [in Germania] siamo parte integrante della Chiesa universale. Non ci può essere nessun eccezione tedesca“.

Essendo umani, i vescovi spesso non sono d’accordo. Le differenze interne sono comuni in ogni conferenza episcopale, e sono gestite – senza sorprese – internamente. Ma due cose distinguono la situazione tedesca: la rilevanza globale della polemica e la sostanza dottrinale del dibattito. Chi può ricevere l’Eucaristia, e quando, e perché, non sono solo domande tedesche. Se, come ha detto il Vaticano II, l’Eucaristia è la fonte e il culmine della nostra vita di cristiani e il sigillo della nostra unità cattolica, allora le risposte a queste domande hanno implicazioni per tutta la Chiesa. Riguardano tutti noi. E in questa luce, offro questi punti di riflessione e di discussione, parlando semplicemente come uno dei tanti vescovi diocesani:

 

  1. Se l’Eucaristia è veramente il segno e lo strumento dell’unità ecclesiale, allora se cambiamo le condizioni della comunione, non ridefiniremo di fatto chi e cosa è la Chiesa?

 

  1. Intenzionalmente o meno, la proposta tedesca inevitabilmente farà proprio questo. È il primo passo per aprire la comunione a tutti i protestanti, o a tutti i battezzati, dal momento che il matrimonio non fornisce una ragione unica per permettere la comunione per i non cattolici.

 

  1. La comunione presuppone una fede e un credo comuni, compresa la fede soprannaturale nella presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia, insieme ai sette sacramenti riconosciuti dalla tradizione perenne della Chiesa cattolica. Rinegoziando questo fatto, la proposta tedesca adotta di fatto una nozione protestante di identità ecclesiale. Sembrano sufficienti il semplice battesimo e la fede in Cristo, non la fede nel mistero della fede inteso dalla tradizione cattolica e dai suoi concili. Il coniuge protestante avrà bisogno di credere nell’ordine sacro come lo intende la Chiesa cattolica, che è logicamente legato alla fede nella consacrazione del pane e del vino come corpo e sangue di Cristo? Oppure i vescovi tedeschi suggeriscono che il sacramento dell’ordine sacro non dipenda dalla successione apostolica? In tal caso, ci troveremmo di fronte a un errore molto più grave.

 

  1. La proposta tedesca spezza il legame vitale tra la Comunione e la confessione sacramentale. Presumibilmente ciò non implica che i coniugi protestanti debbano andare alla confessione per peccati gravi come preludio alla Comunione. Ma questo è in contraddizione con la pratica perenne e il diretto insegnamento dogmatico della Chiesa cattolica, il Concilio di Trento, e il Catechismo moderno della Chiesa cattolica, così come il magistero ordinario. Essa implica, nel suo effetto, una protestantizzazione della teologia cattolica dei sacramenti.

 

  1. Se l’insegnamento della Chiesa può essere ignorato o rinegoziato, persino se ha ricevuto una definizione conciliare (come in questo caso a Trento), allora tutti i concili possono essere relativizzati e rinegoziati storicamente? Molti protestanti liberali moderni mettono in discussione o rifiutano o semplicemente ignorano come bagaglio storico l’insegnamento sulla divinità di Cristo dal Concilio di Nicea. Gli sposi protestanti saranno tenuti a credere nella divinità di Cristo? Se hanno bisogno di credere nella presenza reale di Cristo nel sacramento, perché non dovrebbero condividere la fede cattolica nell’ordine santo o nel sacramento della penitenza? Se credono in tutte queste cose, perché non sono invitati a diventare cattolici come mezzo per entrare in una visibile comunione piena?

 

  1. Se i protestanti sono invitati alla comunione cattolica, i cattolici saranno ancora esclusi dalla comunione protestante? In caso affermativo, per quale motivo verrebbe loro negato l’accesso? Se non sono esclusi, ciò non implica che la visione cattolica dell’ordine sacro e della valida consacrazione eucaristica sia in realtà falsa, e se è falsa, che le credenze protestanti siano vere? Se l’intercomunione non intende implicare un’equivalenza nelle confessioni cattolica e protestante dell’Eucaristia, allora la pratica dell’intercomunione fuorvia i fedeli. Non è questo un caso da manuale da “causa dello scandalo”? E non sarà forse vista da molti come una forma educata di inganno o di nascondere insegnamenti duri, nel contesto della discussione ecumenica? L’unità non può essere costruita su un processo che nasconda sistematicamente la verità delle nostre differenze.

 

L’essenza della proposta tedesca di intercomunione è che ci sarebbe una partecipazione alla santa comunione anche quando non c’è vera unità ecclesiale. Questo colpisce il cuore stesso della verità del sacramento dell’Eucaristia, perché per sua stessa natura l’Eucaristia è il corpo di Cristo. E il “corpo di Cristo” è sia la presenza reale e sostanziale di Cristo sotto le specie del pane e del vino, sia la Chiesa stessa, la comunione dei credenti unita a Cristo, il capo. Ricevere l’Eucaristia significa proclamare in modo solenne e pubblico, davanti a Dio e nella Chiesa, che si è in comunione sia con Gesù che con la comunità visibile che celebra l’Eucaristia.

Esiste quindi un legame intrinseco tra “essere in comunione” con una comunità e “ricevere la comunione” in quella comunità. Queste realtà si riferiscono l’una all’altra.

Molte cose ci uniscono ai cristiani protestanti. L’epoca delle aspre polemiche è finita, e tra le benedizioni della mia vita ci sono la presenza e l’esempio di amici protestanti di grande carattere cristiano, l’erudizione e la dedizione al Vangelo. Niente di ciò che scrivo qui vuole sminuire la loro straordinaria testimonianza. Ma è anche vero che cose importanti ci dividono ancora, e le questioni che ci separano non sono solo artefatti verbali di un’epoca passata. La nostra separazione è una ferita nell’unità dei cristiani, e non è voluta da Dio; ma è una realtà che dobbiamo riconoscere. Inserire una falsità nel momento più solenne del proprio incontro con Gesù nell’Eucaristia – per dire con i fatti: “Io sono in comunione con questa comunità”, quando si dimostra di non essere in comunione con quella comunità – è una menzogna, e quindi una grave offesa a Dio.

Nella sua enciclica Ecclesia de Eucharistia del 2003, Giovanni Paolo II ha scritto:

 

“La celebrazione dell’Eucaristia… non può essere il punto di partenza della Comunione; essa presuppone che essa già esista, una comunione che essa cerca di consolidare e di perfezionare. Il sacramento è espressione di questo vincolo di comunione sia nella sua dimensione invisibile, che, in Cristo e per opera dello Spirito Santo, ci unisce al Padre e tra di noi, sia nella sua dimensione visibile, che comporta la comunione nell’insegnamento degli Apostoli, nei sacramenti e nell’ordine gerarchico della Chiesa. Il profondo rapporto tra l’invisibile e gli elementi visibili della comunione ecclesiale è costitutivo della Chiesa come sacramento di salvezza. Solo in questo contesto può esserci una legittima celebrazione e partecipazione all’Eucaristia. Di conseguenza, è un’esigenza intrinseca dell’Eucaristia che essa sia celebrata in comunione, e in particolare che mantenga intatti i vari vincoli di tale comunione”.

 

Ciò che accade in Germania non rimarrà in Germania. La storia ci ha già insegnato questa lezione una volta.

 

di Charles J. Chaput

(arcivescovo di Filadelfia)

 

Fonte: First Thing




NOI GIOVANI ABBIAMO BISOGNO CHE CI SIA TESTIMONIATA LA VERITA’ NELLA CHIAREZZA

Riporto questi ampi stralci dell’articolo dell’arcivescovo di Philadelphia, mons. Charles J. Chaput, pubblicato sul The First Thing (qui), il 18 aprile scorso. Eccolo nella mia traduzione.

Foto: Archivescovo di Philadelphia Charles Chaput (Reuters/Tony Gentile)

Foto: Archivescovo di Philadelphia Charles Chaput (Reuters/Tony Gentile)

I vescovi ricevono un sacco di posta indesiderata da estranei, alcune delle quali piacevoli, altre molto meno. Fa parte del lavoro. Ma ogni tanto arriva una lettera che vale la pena condividere con un pubblico più ampio. (La lettera a cui si riferisce è quella ricevuta da un giovane adulto poco dopo l’incontro pre-sinodale (qui) di marzo scorso in vista del Sinodo dei giovani di ottobre 2018. L’incontro ha visto riuniti a Roma circa 300 giovani adulti provenienti da tutto il mondo per discutere delle loro opinioni sulla fede e sulla Chiesa, ndr):

Ho 26 anni, padre di tre figli piccoli, e desidero offrire la mia prospettiva, condivisa da molti dei miei coetanei, sul prossimo Sinodo di Roma [su “Giovani, fede e discernimento vocazionale”].

Sebbene la crescente attenzione della Chiesa per l’evangelizzazione dei “nessuno” sia incoraggiante, ci sono state recenti discussioni da parte di diverse figure di spicco a Roma e in tutta la dirigenza della Chiesa riguardo a un cosiddetto cambiamento di paradigma (qui) relativo alla dottrina, alla supremazia della coscienza individuale e all’accomodamento pastorale. Io e mia moglie troviamo questi sviluppi inquietanti e potenzialmente disastrosi per l’evangelizzazione dei giovani e di coloro che si sono allontanati.

Noi giovani desideriamo la verità e la chiarezza del buon insegnamento. A livello secolare, ciò è evidenziato dalla crescita rapidissima della popolarità di Jordan Peterson (uno psicologo di successo, ndr). Desideriamo la verità, non importa quanto sia netta o difficile per noi da digerire o per i pastori del nostro gregge da insegnare.

La nostra cultura è confusa nei principi fondamentali della natura umana: fin dalla più tenera età, siamo sommersi da una propaganda che distorce le verità scientifiche fondamentali sul genere, dipinge la virtù e la cavalleria come “mascolinità tossica”, denigra la famiglia e dissacra la natura del sesso e dei suoi frutti, specialmente il nascituro.

Abbiamo urgente bisogno della chiarezza e della guida autorevole della Chiesa su questioni come l’aborto, l’omosessualità, la disforia di genere, l’indissolubilità del matrimonio, i novissimi (morte giudizio, Inferno e Paradiso, ndr), e le conseguenze della contraccezione (morale, antropologica e abortiva). La mia generazione non ha mai, o raramente, sentito queste verità  insegnate in maniera attraente nelle parrocchie. Invece, sentiamo con più forza e frequenza la conferenza episcopale e le nostre diocesi parlare del bilancio federale, della politica dei confini, della neutralità della rete, del controllo delle armi e dell’ambiente.

Sempre più spesso, abbiamo notato una riconciliazione con la cultura moderna sotto l’ampio mantello della sensibilità pastorale, compresi i casi di alcuni esponenti del clero di alto profilo che deliberatamente offuscano l’insegnamento della Chiesa per quanto riguarda l’omosessualità e il transgenderismo in nome del “costruire ponti”. I dubia rimangono senza risposta. Le discussioni sulla bellezza nella liturgia e del rispettoso ricevimento dell’Eucaristia sono beffate. Ci si preoccupa per la diminuzione della partecipazione alla messa, tuttavia i giovani che guardano alla tradizione per recuperare il nostro orientamento sono considerati “rigidi“.

Questo allontanamento dalla chiarezza è demoralizzante per i giovani fedeli cattolici, in particolare per quelli che hanno a cuore la Nuova Evangelizzazione e per i miei amici che allevano bambini contro un’ondata culturale sempre più forte. I miei coetanei, convertiti o ritornati (alla fede, ndr), hanno citato specificamente insegnamenti come Humanae Vitae, Familiaris Consortio e Veritatis Splendor come fari che distinguono la Chiesa e la sua saggezza dal mondo e dalle altre fedi. Ora sentono da alcune (personalità, ndr) ai più alti livelli della Chiesa che questi insegnamenti liberatori sono ideali irrealistici, e che la “coscienza” dovrebbe essere l’arbitro della verità.

(…)

In sintesi, molti di noi sentono di essere gli eredi legittimi di migliaia di anni di ricco insegnamento, tradizione, arte, architettura e musica. Noi giovani cattolici riconosciamo sempre più che queste ricchezze saranno cruciali per evangelizzare i nostri simili e per trasmettere una Chiesa fiorente ai nostri figli. Se la Chiesa abbandona le sue tradizioni di bellezza e di verità, ci abbandona.

Offro queste osservazioni senza amarezza né insulto, ma con amore per i miei fratelli e sorelle che non hanno ricevuto la benedizione, l’amore e la formazione che Dio ha misteriosamente concesso a me e ai miei amici. Non sono solo. Anche se profondamente turbati dallo stato attuale delle cose, rimaniamo fiduciosi; e radicati in questa fiducia, stiamo crescendo famiglie numerose che erediteranno il futuro della Chiesa. Spero sinceramente che questo possa essere trasmesso con enfasi al prossimo Sinodo, e ringrazio ogni pastore e vescovo che si pone come modello per evangelizzare, predicare la verità e promuovere la bellezza e la ricchezza che la nostra fede ha da offrire.

 

(Conclude l’arcivescovo Chaput) Posso aggiungere poco a questo tipo di testimonianza. Mi limito a suggerire l’ovvio: il futuro della fede cattolica appartiene a coloro che la creano con la loro fedeltà, il loro sacrificio di sé, il loro impegno a portare nuova vita nel mondo e a crescere i loro figli nella verità, e la loro determinazione a camminare “per la stretta via” di Cristo con gioia. Che Dio conceda ai padri sinodali del 2018 la grazia e il coraggio di guidare i giovani su questa strada.