Il mondo dei social e quella necessaria preparazione culturale religiosa

 

 

di Moreno Morani

 

In tanti dicono che l’uso dei social è un passatempo futile o ludico. Il che naturalmente può essere vero, perché ogni attività umana può essere praticata in modo da valorizzarne le potenzialità oppure in modo distorto. Personalmente seguo su Facebook qualche forum di ispirazione cattolica, e la lettura di molti messaggi dà modo di osservare dal vivo come nel mondo cattolico vi sia un fervore di interessi e di dibattito, un desiderio di confrontarsi e prendere coscienza della propria fede, accanto a una scarsa conoscenza circa questioni storiche anche importanti relative alla Bibbia e alla Chiesa. Non parlo di cattolici tiepidi od occasionali, che frequentano la chiesa un paio di volte all’anno, ma di persone impegnate nella fede, che amano approfondire e discutere con altri confratelli nella fede, ma con una preparazione culturale che sarebbe generoso definire deludente: il che è increscioso per loro stessi, in quanto spesso si trovano soli e poco preparati di fronte ai molti attacchi anticristiani del pensiero dominante: sarebbe auspicabile, anche come riconoscimento per la loro buona volontà, che si potesse trovare il modo di colmare lacune culturali che sono retaggio in genere dello scarso interesse che la scuola ha per tutto ciò che è cristiano. I lettori che seguono il programma televisivo L’Eredità sanno che quasi tutti i concorrenti invariabilmente cadono (talvolta con risposte veramente scandalose) quando viene proposta una domanda qualsiasi di argomento attinente alla religione.

Faccio pochi esempi, evitando il più possibile (per ovvie ragioni di privacy) di rendere identificabili pagine e persone: chiedo quindi ai lettori di credere sulle parola che sto citando testi che ho realmente visto e letto.

L’8 settembre, Natività di Maria, un lettore pubblica su Facebook un suo elogio di Maria in cui si percepisce una devozione sincera. Ma nel corso del testo leggiamo che Maria «procede da Spirito Santo». Una svista, e non insisteremo dunque su questo lapsus, sia pure grave. Ciò che risulta da vari altri post è piuttosto il fatto che moltissimi ignorano il significato delle parole “Immacolata Concezione”: molte persone, anche di media preparazione, vi percepiscono un riferimento al concepimento di Gesù. La Verginità di Maria è naturalmente verità di fede accettata da tutte le confessioni cristiane, e dunque l’idea che le parole “Immacolata Concezione” alludano a un concepimento del Redentore avvenuto in modo speciale (immacolato appunto) sembra essere la diretta conseguenza di questa verità. Che Gesù sia stato concepito in modo miracoloso è un dato di fatto, ma il concepimento di cui si parla nel dogma dell’Immacolata Concezione è quello della Madonna, e il termine “immacolato” descrive l’assenza di peccato originale fin dal concepimento, non le modalità del concepimento stesso. Ma l’errore è così diffuso che persino Wikipedia si sente in dovere di precisare che «tale dogma non va confuso con il concepimento verginale di Gesù da parte di Maria».

Recentemente si è discusso sull’opportunità o meno che le raffigurazioni di Gesù rimarchino i suoi tratti somatici mediorientali più di quanto avvenga normalmente nella nostra tradizione artistica e iconografica europea. In un forum cattolico un lettore interveniva nella discussione affermando che si trattava di una questione irrilevante, perché Dio è puro spirito e in quanto tale non può essere raffigurato in alcun modo. Chiaramente un’affermazione del genere sottende una concezione in cui si è completamente perso di vista il mistero più importante e sostanziale della nostra fede: l’Incarnazione. Dio certo è puro spirito, ma il suo Figlio si è incarnato nella storia e si è fatto uomo: si tratta di una verità di fede che affermiamo espressamente anche nel Credo della Messa («per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria»). La mia generazione imparava a memoria, nel Catechismo di San Pio X, che «Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo» (risp. 25). Per rendere più esplicito il tutto, il Catechismo ribadiva subito dopo che «Il Figlio di Dio si è fatto uomo prendendo un corpo e un’anima, come abbiamo noi» (risp. 26). Parole che sottendono un mistero difficile, su cui i teologi hanno discusso, si sono confrontati e spesso scontrati nel corso della storia, e certamente noi piccoli non potevamo, se non altro per la nostra giovane età, neppure percepire la profondità del mistero così grande contenuto in queste parole: ma l’apprendimento puro e semplice di esse poteva se non altro darci un orientamento preciso.

Un punto su cui capita di trovare numerosissime imprecisioni è quello delle lingue. La recente presentazione al Santo Padre del nuovo messale, che contiene fra l’altro i cambiamenti, ormai noti e discussi, alla preghiera del Padre Nostro, ha ridato fuoco alle polveri in alcune discussioni ospitate da forum cattolici. Risulta che un numero bassissimo di fedeli sa che la lingua originale del Nuovo Testamento è il greco. Il fatto che Gesù parlasse in aramaico è generalmente noto a quasi tutti, ma l’idea diffusa è che le parole aramaiche di Gesù siano state riportate in ebraico e da qui tradotte in greco o in latino. Gioca evidentemente la confusione coi libri dell’Antico Testamento, che sono per la maggior parte in ebraico (anche se non mancano libri o sezioni di libri in aramaico o in greco). Va premesso innanzitutto che, differentemente dall’immagine che si ha spesso, il livello culturale della Palestina ai tempi di Gesù era alto, e che l’uso delle tre o quattro lingue fondamentali (aramaico per l’uso parlato, ebraico per la liturgia, greco come lingua della cultura: si aggiunga il latino come lingua dell’amministrazione romana) era diffuso, come si può vedere dalla documentazione di prima mano dell’epoca (iscrizioni, lettere e via dicendo). La scelta del greco per i libri del Nuovo Testamento non è casuale e attesta la volontà di evangelisti ed apostoli di annunziare il Cristianesimo «fino agli estremi confini della terra» (Atti 1, 8): libri scritti in lingue locali non avrebbero oltrepassato i limiti di una regione ristretta, collocata all’estrema periferia dell’impero romano e generalmente ignorata dalle élites culturali.

Il tutto non è senza conseguenze. Un lettore interveniva del dibattito esultando perché finalmente la Chiesa ci fa pregare in modo corretto togliendo di mezzo quel «non indurci in tentazione» praticamente blasfemo! Ora, fermo restando che sarebbe assurdo pensare che tutte le generazioni che ci hanno preceduto in duemila e passa anni avrebbero sempre pregato in modo sbagliato e che solo la nostra generazione avrebbe il merito di cancellare un errore passato indenne attraverso i millenni, l’affermazione denuncia un grave errore di prospettiva: la traduzione finora adottata era la traduzione letterale del testo greco originario, e quindi percepire come blasfema la formula corrente equivale a considerare blasfemo il testo stesso dei Vangeli. Ma il cristiano dovrebbe ricordare che i Vangeli sono “sacra scrittura” e col termine sacra scrittura si allude a una speciale garanzia accordata dallo Spirito ai redattori del testo sacro tale da renderli non soggetto a errore: naturalmente questa garanzia non incide sulla qualità della lingua, che può essere più elevata o più vicina all’uso popolare secondo la cultura o la scelta di chi scrive (tra l’altro gli autori sono in genere di madre lingua semitica e usano il greco in quanto lingua veicolare nell’area del Mediterraneo orientale, e quindi qualche espressione può tradire l’influenza della loro lingua madre: fenomeni che i linguisti conoscono bene e ai quali viene dato il termine generico di “interferenze”). Ma, al di là di tutto, il testo della Bibbia può avere bisogno di commenti, interpretazioni, spiegazioni, può essere sottoposto ad analisi critiche (magari anche per eliminare quelle piccole scorie che fatalmente si possono essere depositate nel corso della sua millenaria trasmissione: ma su questo argomento mi ripropongo di ritornare), ma certamente né la Bibbia né la tradizione della Chiesa possono essere accusate di blasfemia da un cattolico né travisate con interpretazioni coerenti più a nostre speculazioni che al significato vero del testo. Aggiungerei anche che l’ispirazione riguarda il testo biblico: la Parola di Dio è trasmessa in modo fedele e infallibile solo ed esclusivamente nei libri sacri. Non abbiamo, per ovvii motivi, l’esatta forma originaria dei discorsi che Gesù rivolgeva ai suoi discepoli, ma anche se per ipotesi (improbabile) trovassimo i quaderni d’appunti dei discepoli di Gesù, la forma autentica del suo insegnamento rimane quella trasmessa dagli evangelisti. Quando nel corso della Messa viene proposta una lettura dell’Antico o del Nuovo Testamento, la formula conclusiva della lettura è “Parola di Dio”: questo non impedisce che si possa discutere eventualmente un’imprecisione nella traduzione e proporre una resa più puntuale qua e là, ma da questo al pensare che ci possa essere qualcosa di blasfemo il passo sarebbe veramente lungo.

Riassumendo, sarebbe utile, a mio parere, adoperarsi in un’opera di diffusione su larga scala di molti presupposti storico-culturali della fede cristiana, soprattutto della Bibbia, in modo da rendere conoscenza diffusa e acquisita alcune elementari nozioni storiche. Naturalmente, sapere che il testo originario del Nuovo Testamento è in greco non è condizione né necessaria né sufficiente per salvare la propria anima. Nessuno oserebbe dire un’assurdità del genere. Ma non si dovrebbe neppure prescindere troppo facilmente dalla constatazione che certe nozioni dovrebbero essere note ai laici impegnati. Elevare il livello di conoscenza culturale del laicato cattolico (almeno di quella parte attenta e operosa che poi spesso è quella più attiva anche sul piano pastorale) può mettere in condizione di affrontare con maggiore consapevolezza dibattiti e discussioni che inevitabilmente ci coinvolgono ed evitare che si diffondano tra i fedeli pregiudizi incoerenti coi principi della fede cristiana, come avviene purtroppo con sempre maggiore frequenza persino in media cattolici.




DA PAPISTA RETROGRADO A DIVERGENT SOVVERSIVO: come è stata stravolta la percezione del cattolico fedele, nel tempo del socialismo globale ed ecclesiastico.

San Pio X

San Pio X

 

di Pierluigi Pavone

 

1.

Un tempo, il cattolico fedele alla dottrina bimillenaria della Chiesa era considerato papista e retrogrado. C’era da esserne orgogliosi dell’odio del mondo, perché era uniformarsi a Cristo, rifiutato e crocifisso. Così invitata a fare San Pio X – il Papa che intuì più di tutti, e addirittura, vista la situazione attuale, con ancora più ragione di ciò che comprendeva, che il pericolo anti-cristico non era nella persecuzione manifesta ma nel subdolo modernismo. Il cattolico un secolo fa non dialogava col Nemico, nelle sue forme evidenti e persecutorie, ambigue e apostate, ma gli si opponeva nella fede, nella cultura, nella politica e nella società. Cercava di conservare un ordine cristiano contro gli elementi rivoluzionari, prima propri di una élite di fratelli di loggia (diciamo tra 1700 e 1800), poi diventati sempre più di senso comune e di massa, nell’arco di un secolo di strutturata pedagogia di Stato.

Tuttavia, questo è venuto meno. Il socialismo ha svelato la sua vera natura, ancor più totalitaria del comunismo sovietico (che imponeva una economia ingiusta e inefficiente e un ateismo di stato) perché realizza – democraticamente – una ingegneria sociale e un bio-potere capace di stravolgere intimamente ogni assetto culturale e identitario, dei popoli quanto del singolo rispetto a se stesso. Il socialismo ha raggiunto la fine della sua storia, l’apice teorico e pratico del progetto che coltivava: la possibilità di sostituirsi a Dio per forgiare dal nulla più assoluto l’uomo nuovo, un oltre-uomo fluido e globalista senza essenza, senza identità, senza radici, senza famiglia. Che proviene dal nulla, vive per il nulla e muore nel nulla (congedandosi dalla società, come si dice nei paesi più progrediti nel suicidio assistito).

2.

Al cattolico resta l’opzione di adeguarsi alla mentalità del principe di questo mondo, oppure, se vuole restare fedele al Credo perenne e immodificabile della Chiesa, di essere – anche se può sembrare paradossale – rivoluzionario, non uniformato. Rispetto al sistema attuale e attuato. Un po’come in una recente trilogia filmica: un divergent. Nel film – tratto dai libri di Veronica Roth – i divergenti erano coloro non biologicamente adeguati a una delle cinque fazioni previste in uno Stato organico. “Cellule sociali” non perfettamente allineate e specializzate in una delle classi, ingegneristicamente create e plagiate, per la pace e la fratellanza comunitaria. Oggi, per il cattolico essere divergent è un fatto di verità, di perseveranza, di fedeltà. Contro l’apostasia e contro il socialismo reale. Non tanto quello economico, quanto culturale o onnicomprensivo.

Agli occhi del mondo e spesso tra le fila anche autorevoli della stessa Chiesa è percepito come un pericolo incomprensibile. Una minaccia sovversiva per il sistema democraticamente indotto. Per il cattolico è una ragione di opporsi all’avvento dell’Anticristo, vivendo il tempo della Passione della Chiesa e in un mondo globale, votato ad collettivismo biologico, familiare e culturale. Ed è percepito allora – lui – come diverso, assurdamente alternativo, elemento destabilizzatore del Nuovo Mondo.

3.

C’è stata, evidentemente, una metamorfosi strutturale all’interno della Chiesa e nella società: spesso ci si è uniformati in uno stesso linguaggio e in una stessa prospettiva, sulla base della identificazione tra lo Spirito Santo e lo spirito (satanico) del mondo: ovvero, l’essenza stessa del modernismo denunciato da Pio X. Un linguaggio che ora, numerosi cattolici comuni e atei, diversi ecclesiastici e massoni, svariati credenti e comunisti parlano all’unisono, in armonia e fratellanza, in una comune religiosità cosmica: ecologia e sincretismo; teorie sul matrimonio e nuove ipotesi sul sacerdozio; annullamento della colpa e il misconoscimento dell’inferno; revisione della missione stessa della Chiesa come azione di esorcismo, battesimo e evangelizzazione, secondo l’unica verità che è Cristo Dio.

Questa metamorfosi ha preso avvio negli anni sessanta del Novecento. Ma non per caso, né per esagerazione, né per qualche abuso di troppo o travisamento eccessivo di qualche dichiarazione ecclesiale. La vera metamorfosi fu prima dottrinale in sé, studiata e forgiata nei tavolini e nei libri della nuova teologia (nella prima metà del XX secolo); quindi proposta e imposta secondo opportune e strumentali autorità o eventi globali. Solo così, poi, comportò degli effetti che stravolsero la coscienza del cattolico fedele alla dottrina di sempre e la percezione nel mondo contemporaneo.

Il connubio che divenne maggioritario tra anni settanta e ottanta, tra nuovo cattolicesimo e comunismo, faceva ancora conservare al cattolico tradizionale il ruolo di reazionario. Il comunismo era pur sempre ancora rivoluzionario e il cattolicesimo stava accettando il ruolo di propulsore del cambiamento sociale e socialista: bisognava aprirsi e cambiare. In nome dell’ammodernamento.

4.

Ora che l’ammodernamento è compiuto in tutte le sue forme, il ruolo del cattolico fedele al Credo è diventato il ruolo dell’anomalo. Un divergent, appunto, di fronte ad una compiuta teologia della liberazione globale e della emancipazione dalla dottrina cattolica ribadita con forza e fedeltà dal Concilio di Trento: emancipazione liturgica, dove si nega il Santo Sacrificio di espiazione dei peccati; emancipazione antropologica dove si nega il peccato e il Giudizio; emancipazione teologica, dove si nega la divinità di Gesù e la Trinità.

Sarà osteggiato, anche all’interno della stessa Chiesa, in modo diverso: non è più il nemico del progresso, ora che il progresso si è compiuto; non più il papista conservatore dell’ordine, ora che il vecchio ordine è distrutto e si è imposto intimamente il nuovo. È colui che mette in discussione radicalmente il nuovo ordine.

Vi chiameranno divergenti e anomali, sovversivi e ciechi di fronte alla bellezza del bio-potere e della non-identità. Siatene fieri. È solo un altro modo per continuare a gridare “Viva Cristo Re”!

 




Chiesa e Stato oggi: cosa devono fare i cattolici con la politica?

Negli ultimi decenni c’è stata la tendenza a identificare le cose di Dio con quelle di Cesare. Questo è un problema serio. Un articolo di James Kalb, pubblicato su The Catholic World Report, tradotto da Riccardo Zenobi.

 

Chiesa e Stato (foto da The Catholic  World Report)

Chiesa e Stato (foto da The Catholic World Report)

 

La mia rubrica mensile è chiamata “Ecclesia et Civitas” perché ha perlopiù a che fare con la relazione tra la Chiesa e la comunità secolare.

È un argomento difficile da maneggiare.

Ci è stato detto di “rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Ma il detto divide senza spiegare, e qualcuno afferma che è una risposta trabocchetto ad una domanda trabocchetto.

Nei recenti decenni c’è stata una tendenza a ridurre i problemi identificando le cose di Dio con quelle di Cesare. La gente piega l’amore di Dio all’amore del prossimo, interpretando quest’ultimo riferendosi alla corrente comprensione secolare di cosa è buono, e identificando pratica della Fede con azione politica. Così la Fede diventa un progressismo secolare che usa linguaggio cristiano, e il Regno diventa il risultato della società trasformata.

Ciò non può essere vero. I passaggi escatologici nel Vangelo rigettano ogni nozione di salvezza attraverso sviluppi politici o storici. E più alla base, il primo dei due grandi comandamenti è l’amore di Dio, non del prossimo. Ci viene chiesto di amare Dio con cuore, anima, forza e mente, e i nostri vicini come noi stessi – uno standard molto più debole.

Questo è ovviamente il giusto ordine, poiché abbassare ciò che è bene distorce ogni cosa. L’amore di Dio è necessario per portare un sano e genuino amore al prossimo. Pone tutti noi in un comune stato nel quale ognuno riceve il suo vero valore. Ciò rende possibile amare altri come amiamo noi stessi: altrimenti sarebbe difficile amare qualcuno.

Rende anche possibile comprendere e ordinare i beni in modo giusto. Se non possiamo farlo non possiamo dire cosa è buono da ciò che noi o altri pensano sia buono. La morale diventa un imporre le nostre preferenze sugli altri o accettare non criticamente le loro. Il risultato è un moralismo che si ritiene giusto da sé stesso o una concezione di amore che si riduce ad accettare, accompagnare, e supportare l’altro in qualsiasi cosa scelga di fare.

Il moralismo ha una cattiva nomea. L’accettazione senza giudizio, accompagnamento, e supporto ha attualmente un buon nome, anche se porta al proprio moralismo. Ma chi lo vorrebbe, anche nel suo caso? Siamo esseri sociali, e a dispetto della nostra debolezza aspiriamo a fare ciò che è giusto e buono. Ma non abbiamo un modo di raggiungerlo se facciamo di noi stessi e delle nostre preferenza lo standard. Perché dovremmo volere che qualcun altro faccia di sé stesso lo standard?

È evidente, quindi che la politica non è la stessa cosa della Fede, e dobbiamo mettere Dio e non l’uomo al centro. Ma ciò riporta alla questione originale: cosa dovrebbero fare i cattolici con la politica? La situazione è complicata dalla linea non mondana del cristianesimo. Gesù ha negato che il suo regno fosse un regno di questo mondo, e ha silenziosamente accettato la pretesa del diavolo che tali regni appartengono a lui. Non si è sposato, non aveva una casa, un lavoro o affiliazione istituzionale, o qualsiasi cosa oltre i vestiti che aveva addosso. Ed ha parlato della beatitudine dei poveri, miti, e umili, e non ha resistito all’arresto né si è difeso di fronte a Pilato.

La non mondanità continua tra i primi cristiani. Giacomo 4, 4 chiede “non sapete che chi si rende amico del mondo si rende nemico di Dio?” e 2 Cor 6, 14-17 avvisa “Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli… Perciò uscite di mezzo a loro e riparatevi, dice il Signore, non toccate nulla d’impuro”.

Nemmeno la conversione di Costantino ha messo fine a tali visioni. L’alba di una Chiesa più mondana alleata con il potere ha portato molti santi a scegliere la solitudine del deserto. Anche oggi, i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza sono vivi, e i contemplativi continuano a separarsi dalla società secolare, e la gente sogna ardentemente come san Francesco di vivere una vita come Gesù. E la chiamata dell’”Opzione Benedetto” mostra quanti cattolici ordinari sentono il bisogno di alcuni gradi di separazione.

Ma anche coloro che accolsero la nuova connessione tra lo Stato Romano sotto Costantino e i suoi successori erano nel giusto. Dio ha creato il mondo perché lo ama, quindi amare Dio è anche amare il nostro prossimo. E l’amore del prossimo include preoccupazioni per i suoi affari pratici, e così a volte con la politica. La Chiesa ha bisogno di eremiti, contemplativi, e pazzi per Cristo, ma non tutti sono chiamati a queste cose. San Francesco, nonostante fosse poco mondano, ha trovato il patrono di cui aveva bisogno in Innocenzo III, il più politicamente potente dei papi.

In ogni caso, il cristianesimo non lascia gli affari ordinari. Gesù era oltraggiato quando le persone pensavano che potessero smettere di aiutare i loro genitori dicendo che hanno lasciato i loro beni per motivi religiosi. Dunque se sei Re e cristiano, devi adempiere le tue responsabilità politiche come un cristiano. E quando persone ordinarie condividono il governo dovrebbero fare la stessa cosa.

Ma ancora, cosa significa ciò? La politica è intrinsecamente disordinata. In pratica, l’ordine politico alla fine si fonda sulla guerra. E l’operazione quotidiana del governo implica costringere le persone a fare ciò che non vogliono fare, se necessario con l’aiuto di una forza mortale. Non permettiamo loro di allenarsi a modo loro in collaborazione con gli altri, in base agli obiettivi e all’esperienza delle persone coinvolte, forziamo le cose.

Ciò è spesso necessario e benefico, ma ci sono limiti a ciò che può essere raggiunto in tal modo. È un motivo per cui la sussidiarietà, permettendo tanta autonomia quanta possibile alle associazioni locali e informali, è così basilare alla dottrina sociale della Chiesa. I cattolici portano avanti le loro utili attività pubbliche attraverso associazioni e non il governo.

E ci sono ulteriori problemi. Fare in modo che le cose siano risolte in maniera politica include acquisire potere e lavorare con persone che lo hanno. Ma il potere è spesso acquisito e usato in maniere dubbie, e se lavori con la gente devi venire a patti con ciò che sono e dar loro qualcosa che vogliono. Quindi la politica pratica significa cooperazione routinaria con il male.

L’effetto è che i politici, nonostante possano essere toccati da preoccupazioni cristiane attraverso convinzione o calcolo, sono raramente santi. Non molte persone possono occuparsi della zuffa della politica, con le sue ambiguità, bugie di convenienza, e bisogno di alleanza e mercanteggiamenti per far sì che le cose siano fatte, e aderire in maniera affidabile ai principi cattolici riguardo il doppio effetto e la remota cooperazione con il male.

Anche così, i cattolici votano, e i politici necessitano di piacere ad essi tanto quanto ad altri. E i santi stessi possono giocare un ruolo molto importante in politica cambiando ciò a cui le persone aspirano. Quale visione della vita ha la gente? Cosa si aspettano da sé stessi e dagli altri? Le risposte a tali questioni formano la base in cui i politici agiscono e perfino il tipo di vita pubblica.

Il più grande contributo che la Chiesa possa dare alla vita politica è aiutare a creare quella base. Oggi il mondo ne ha bisogno più di sempre. Per esempio, sentiamo una grande preoccupazione sulla natura e l’ecologia. Tali preoccupazioni sono importanti, ed è bene che i cattolici si occupino di tali cose come cittadini, ma la missione e competenza primaria della Chiesa ha a che fare con come le persone si rapportano a Dio e tra loro. La sua preoccupazione riguardo la natura e l’ecologia dovrebbe dunque essere la natura umana – in altre parole, la legge naturale – e l’ecologia morale e spirituale della vita umana. Chi si occuperà di tali questioni se lei non lo fa?

Sembra che la sua grande missione ecologica al momento dovrebbe essere quella di resistere a coloro che vogliono togliere di mezzo la famiglia, la religione e la comunità culturale evoluta attraverso la tecnocrazia globale. A tal fine non ha bisogno di solidarietà con Jeffrey Sachs, le Nazioni Unite e la Ford Foundation. Né ha bisogno di accessoriare i suoi sforzi con immagini di Madre Natura e appelli al Buon Selvaggio. Ciò di cui ha bisogno invece è difendere ciò che ha sempre sostenuto: l’amore di Dio, una concezione della moralità centrata su come ognuno di noi porta avanti la sua vita e una concezione della società che enfatizza la sua molteplicità e la relativa autonomia delle sue parti così come il suo ultimo orientamento verso i beni naturali dell’uomo e verso Dio.

 

 

James Kalb è un avvocato, studioso indipendente e convertito al cattolicesimo che vive a Brooklyn, New York. È autore di The Tyranny of Liberalism (ISI Books, 2008) e, più recentemente, Contro l’inclusività: Come il regime della diversità sta appiattendo l’America e l’Occidente e cosa fare di esso (Angelico Press, 2013).

 

 




Essere cattolici, oggi– “La fede in Dio è gioia”

Manifestanti al Circo Massimo in occasione del Family Day, Roma, 30 gennaio 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Manifestanti al Circo Massimo in occasione del Family Day, Roma, 30 gennaio 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

 

di Gilberto Gobbi

 

“La fede in Dio è gioia”

“Voi siete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia… Voi ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,20-23).

Premessa – L’argomento, così come è stato proposto, esula di norma dalle mie trattazioni. Per anni, su questi argomenti ho preferito riflettere e agire più che parlare.

Di fronte, però, alla bellezza e alla gioia del cristianesimo, alla gioia di essere cristiano-cattolico, ritengo non solo possibile, ma necessario esprimere ciò che penso.

Con ciò mi comprometto, come ho fatto nei vari periodi della mia lunga vita professionale sia nell’insegnamento sia come psicologo/psicoterapeuta.

Vi dirò probabilmente tante cose “ovvie”, scontate, in particolare per chi da anni cerca di vivere la propria fede cattolica con impegno, in tutti gli ambiti della sua vita quotidiana.

Ebbene, da anni sono convinto che occorre ritornare a proporre l’ovvio, l’evidente, a parlare del dato di realtà, a riportare le persone a ragionare con la propria testa, a ricordarci che l’uomo è un essere razionale, non tecnologico, ma razionale e affettivo, e come tale è intenzionale, cioè opera secondo obiettivi, mete da raggiungere, ed è un essere simbolico e come tale capace di scoprire significati e dare significato e senso alla vita propria, cioè dare risposte congrue agli interrogativi della vita. Noi siamo abituati a interrogare la vita, e facciamo fatica a renderci conto che invece è la vita a interrogarci: a noi spetta dare risposte.

Questa breve relazione sarà in parte anche un abbozzo interpretativo della realtà storica, fuori e dentro la Chiesa, e in parte una breve testimonianza di una vita spesa tra famiglia, professione e volontariato.

La gioia della fede – L’argomento è la gioia, non una gioia qualunque, ma quella gioia dovuta e conseguente alla fede in Dio.

Vediamo come nel linguaggio comune, la gioia è associata ad un’emozione, ad uno stato d’animo passeggero. Tuttavia, se approfondiamo e andiamo alla sua lontana etimologia sanscrita constatiamo che il suo significato originario ha un contenuto profondo e misterioso, che rinvia al termine di yuj, tradotto come “unione dell’anima individuale con lo spirito universale”. Ha in sé il senso della sacralità della gioia, che si è perso nel tempo, il legame del terreno con il celeste, dell’uomo con il divino e degli uomini tra loro.

Così, ripristinato il suo senso originario, percepiamo come la gioia investa indirettamente tutti gli aspetti della vita e ci riporti al concetto di “gioia di vivere” come sentimento edificante, avvertito da tutta la coscienza, in quanto coinvolge le dimensioni dell’essere. Da una semplice emozione, essa si trasforma quindi in sentimento, in stato; diventa una manifestazione dell’unione dell’anima individuale con una dimensione superiore. In questo modo la gioia invade tutto l’essere e connette “l’alto” e “il basso”, lo spazio interno e quello esterno, il soggetto e l’oggetto, l’individuo e gli altri.

Per inciso, ritengo necessaria una distinzione semantica tra gioia e felicità (concetti spesso confusi nella loro sinonimia).

La parola felicità, come viene intesa oggi, è per lo più associata al concetto di benessere e, più spesso ancora, ad uno stato di benessere materiale. L’emozione della gioia, invece, è connessa a qualcosa di profondo e trasforma immediatamente il modo di comportarsi di una persona, che è visibile nel cambiamento dell’espressione facciale, che è tra le manifestazioni più facili da decodificare e da riprodurre, come segno della gioia. La gioia inoltre si manifesta attraverso il sorriso e il riso.

Qui, però, stiamo parlando della gioia dovuta alla fede in Dio. Va sempre ricordato che la fede è discendente (va da Dio all’uomo) e come tale è un dono, mentre la religione è ascendente (dall’uomo a Dio), in quanto vi è una predisposizione alla trascendenza, all’apertura a Dio, cioè alla religiosità.

Noi sappiamo che per il cattolico la fede in Dio è una relazione personale con una Persona, il Cristo: è l’incontro con Lui, che è Alfa e Omega della vita gioiosa del cristiano.

Gesù e la gioia – Una breve panoramica e vediamo come Gesù insista molto sulla gioia: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

Egli prega per i suoi discepoli “perché abbiano in sé stessi la pienezza della sua gioia” (Gv 17,13).

Si premura di assicurarli che la loro tristezza per la sua passione e morte si cambierà in gioia quando lo vedranno resuscitato e glorioso: “Voi siete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia… Voi ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,20-23).

Esorta i suoi a pregare il Padre per provare la gioia di essere esauditi: “Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena” (Gv 16,24).

Gesù si esprime con tenerezza e con forza perché chi lo segue comprenda la proposta di vita cristiana, che passa attraverso la croce e ha come sfondo e traguardo la gioia.

È terribilmente falsa la presentazione del cristianesimo come “nemico della gioia” (A. France) o “maledizione della vita” (Nietzsche).

 

  1. Paolo e la gioia – S. Paolo esorta i cristiani a conservare sempre e ovunque la gioia: “Fratelli miei, state lieti nel Signore” (Fil 3,1); pertanto: “Rallegratevi nel Signore; ve lo ripeto ancora, rallegratevi: la vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini” (Fil 4,4-5).

Paolo ci ripete che “Il regno di Dio… è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17).

Quindi l’Apostolo giustifica questa sua insistenza sulla gioia del cristiano appellandosi proprio alla volontà di Dio: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie: questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,18).

Così il cristiano deve essere gioioso perché lo Spirito di Dio produce in lui la gioia: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia…” (Gv 5,22).

La gioia di credere – Tutto il nostro essere è fatto per la gioia. La gioia è richiesta dalla stessa natura dell’uomo, è un suo bisogno, è un suo diritto. S. Agostino afferma che “Non si può trovare uno che non voglia essere felice”.

Quel che è vero per ogni uomo lo è a maggior ragione per il cristiano. Egli deve avere la sua tipica gioia dovuta alla fede.

Papa Benedetto XVI ci dice: “La gioia è una forma d’amore”, per cui dove si vuol che cresca la gioia, bisogna seminare amore.

Papa Francesco identifica la gioia del cristiano così: “È nel dono di sé, nell’uscire da sé stessi, che si ha la vera gioia” (…) “Non lasciatevi rubare la speranza. Quella che ci dà Gesù” (Domenica delle Palme 2013).

Paolo VI conferma che “la gioia cristiana suppone un uomo capace di gioie naturali”.

Gilbert Keith Chesterton dice: “La grande gioia non raccoglie boccioli di rosa finché può; i suoi occhi sono fissi sulla rosa immortale descritta da Dante. La grande gioia ha in sé il senso dell’immortalità; lo splendore stesso della giovinezza sta nella sensazione di avere lo spazio necessario per distendere le gambe”.

Il cristiano vive la gioia della Buona Novella, della Salvezza, del rapporto personale con Gesù, il Cristo, Salvatore e Risorto.

Così in Cristo la gioia è il frutto visibile di una fede viva e nella storia dell’uomo diviene il dono che il cristianesimo ha fatto al mondo.

Illuminata dalla parola di Dio e dalla sua grazia, la vita dei cattolici diventa una festa: essi sono davvero la Pasqua del mondo.

Connotazioni del periodo storico – Il cristiano-cattolico vive in questa società, questo è il periodo della vita che gli è stata data e concessa. In questa epoca gioca la sua presenza e testimonianza.

Una prima domanda: che cosa esige la fede cattolica?

  1. Giussani, che aveva capito i segni del tempo, così si esprimeva:

“Il cristianesimo ha un grave difetto (ironia!): esige degli uomini vivi, degli uomini che usano la coscienza, la loro sensibilità e volontà, e che perciò non siano già alienati, incapsulati, incatenati da quella propaganda che è la più grande arma di ogni potere, ora resa irrimediabilmente efficace dalla scaltrezza e sofisticazione quasi infinita degli strumenti di influsso sul pensiero, dei mass media e del resto.[…] Dicevo in classe: ragazzi, Spartaco era uno schiavo e aveva i piedi legati da catene. Però aveva testa e cuore liberi. Adesso noi abbiamo le gambe libere ma la testa e il cuore schiavizzati dalla propaganda che il potere, di qualunque specie esso sia, opera” .

Il quadro della realtà d’oggi è fosco. Questo è il periodo postmoderno, come viene detto, ed è dominato da una antropologia post-ontologica, che si è dimenticato l’essenza della persona, la sua sostanziale realtà.

In sintesi, il periodo è caratterizzato da:

– dittatura del relativismo in ogni ambito, etico, morale, comportamentale, nei confronti della natura in particolare nel campo biologico;

– dominio del desiderio e del piacere individuale come autodeterminazione;

– soggettivismo che diviene negazione della soggettività e della differenziazione;

– possibilismo;

– massificazione e omologazione al pensiero unico;

– estrema scissione tra mente e corpo;

– tendenza ossessiva del prendersi cura del proprio sé, della propria mente e del proprio corpo;

– da una parte negazione della religiosità e dall’altra l’attuazione del sincretismo religioso, fondato su una religione fluida, a propria immagine, adattabile alle proprie esigenze, che comporti la soluzione dei conflitti religiosi.

In pratica: non vi è certezza né dell’oggi né del domani, perché tutto è modificabile e relativo. Un oggi e un domani fluidi. E come tale vanno vissuti dall’uomo postmoderno che si deve adattare a questo nuovo clima.

I fondamenti di questo nuovo umanesimo – transumanesimo – radicano e prosperano in un cambiamento radicale della percezione, che l’uomo ha di sé stesso e del suo relazionarsi con la natura e con il cosmo e della concezione della propria dignità. Sembra esserci la perdita della consapevolezza della propria dignità e dei propri limiti.

Vi è il progetto di una dominazione tecnica della natura. L’uomo moderno è morso dal dubbio su sé stesso, non è più sicuro che Dio gli abbia conferito una dignità superiore a quella degli altri oggetti della natura e quindi rimedia a ciò cercando di dominarla. È la testimonianza di una disperazione rispetto alla realtà dell’uomo, la perdita della fiducia e la ricerca spasmodica di una nuova realtà umana.

La tendenza è verso il miglioramento dell’uomo, della sua realtà psicologica, in modo che non abbia più bisogno della morale. Un uomo virtuoso, senza interrogativi sulla vita, che non abbia più bisogno di Dio. Un uomo senza peccato e senza colpa non ha più bisogno di Dio. Raggiunge l’autosufficienza. L’uomo, nel voler decidere da solo ciò che è bene e ciò che è male, lascia la sapiente guida del Dio che lo ama e, senza rendersene conto, accoglie come consigliere l’astuta serpe!

Scienza e tecnologia – Nel secolo XX era già stata teorizzata con una certa frequenza la previsione della progressiva perdita del fenomeno religioso fino ad ipotizzarne la scomparsa, o quasi. E si era fatta prepotente la possibilità/necessità del sincretismo religioso.

Va riconosciuto che, per un tempo piuttosto lungo, l’ipotesi della perdita religiosa è stata oggetto di dibattito e di prese di posizione, spesso schematiche e troppo semplicistiche, che non hanno permesso di comprendere nella sua reale ampiezza il cambiamento di larghi strati della popolazione nei confronti del cristianesimo.

In alcuni ambienti, però, l’ipotesi della scomparsa della religione è stata letta come l’esito finalmente prossimo di una maturazione della persona e un adattamento più o meno generalizzato alle esigenze di una cultura caratterizzata dal progresso scientifico. Il mancato approfondimento delle motivazioni delle trasformazioni in atto nei confronti della religione ha ulteriormente accentuato l’atteggiamento scientifico-fideista e la tendenza di aderire acriticamente al mito del progresso scientifico e alla contrapposizione irriducibile tra fede religiosa e conoscenza/razionalità. Pertanto, nell’ambito scientifico e razionale, cioè a livello antropologico-culturale e sociologico, il persistere della “domanda religiosa” viene quasi sempre interpretata e quindi valutata come manifestazione di una tendenza regressiva di ampie fasce dell’umanità, cioè il cosiddetto “reflusso religioso a fasi ancestrali.

Contemporaneamente tra gli studiosi delle varie discipline sociali si è diffusa la convinzione che la nostra epoca sia caratterizzata dalla scienza e dalla tecnologia. Di conseguenza, con un diverso grado di consapevolezza, si è anche costituita la mentalità della relativizzazione del concetto di natura e allo stesso tempo la coincidenza del concetto di cultura con quello di tecnologia.

Questi due aspetti hanno un’influenza imprevedibile sull’immaginario umano in vari campi, in particolare su quello etico-valoriale e sulla stessa comprensione dei fenomeni storici passati, in cui il riferimento religioso era profondamente connesso ad una gamma vasta di fenomeni naturali. Il mancato riferimento religioso potrà accentuare lo stato di incertezza sulle proprie radici e sulla propria collocazione nel mondo.

Ne consegue il crollo di una buona parte dell’universo simbolico del passato, in cui il linguaggio privilegiato era caratterizzato dall’esperienza religiosa. Su tale esperienza la persona, fino a pochi decenni fa, cresceva e poneva le basi della propria vita individuale e sociale, perché il concetto di natura aveva un grande potere aggregante e il tempo era commisurato su dimensioni comprensibili da un procedere prevedibile. Ora la persona si vive, suo malgrado, come spettatore, senza un suo specifico potere di intervento, in un orizzonte in cui tutto tende alla dissolvenza. Senza il riferimento religioso, un intero patrimonio artistico, letterario, musicale, architettonico, che ha formato il mondo interno di generazioni, d’improvviso diviene significativo per pochi e comunque in senso totalmente diverso. Per molti è un patrimonio insignificante, da guardare, ma incomprensibile, se non come retaggio d’un passato arcaico. In tale situazione la logica tecnologica ha un peso determinante sui cambiamenti epocali che stiamo vivendo, in particolare sta riducendo sempre di più il valore e il significato della soggettività e, per quanto sembri paradossale, tende a considerare la soggettività più un fattore di disturbo che un valore.

Legittimare l’umano – Rémi Brague, filosofo francese, afferma che “ogni volta che la società ha fatto fuori il divino, l’abbiamo visto tornare sotto la forma di dei poco simpatici; richiedono tutti un sacrificio umano”.

Occorre, pertanto, legittimare l’umano, apportare valide ragioni alla sua sussistenza, per poter continuare ad esistere.

Occorre tornare a parlare di virtù, di comandamenti o più semplicemente di bene. Non siamo noi a far sì che una cosa sia buona. È per questo che oggi occorre riparlare di principi non negoziabili e proporli con forza e convinzione.

Su questo Papa Benedetto è intervenuto con molta chiarezza e fermezza il 30 marzo del 2006: “Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l’interesse principale dei suoi interventi nell’arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e quindi essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su principi che non sono negoziabili. Fra questi ultimi, oggi emergono particolarmente i seguenti:

– tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale;

– riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione;

– tutela del diritto dei genitori di educare i figli.

Benedetto XVI prosegue con fermezza:

“Questi principi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa”.

In contrapposizione, l’attuale società, invece, propone:

– eutanasia,

– eugenetica,

– fecondazione eterologa,

– aborto libero,

– gender nelle scuole.

– liberalizzazione delle droghe,

– adozione Gay,

– eliminazione dell’obiezione di coscienza,

– matrimonio gay,

– eliminazione incentivi alle famiglie numerose,

– divorzio lampo.

Domande – Nella mia coscienza di cristiano/cattolico, ed insieme nella mia identità di membro laico della Chiesa cattolica e dello Stato italiano, vi sono delle domande, che urgono dolorosamente una risposta:

– È possibile essere cattolici e vivere appieno il tempo attuale in tutto ciò che offre, o per essere cattolici oggi si deve per forza vivere il presente in modo schizofrenico, rifiutando sin dalle fondamenta la modernità e ciò che ne è conseguito, sognando magari i bei tempi andati?

– Si può essere laici – non laicisti -, cioè senza una radicale antipatia per tutto ciò che sta nelle sfere del sacro e senza dover necessariamente far conseguire a questo aggettivo un’abiura totale della fede cristiano/cattolica?

Identità, stato, fede, libertà, vita, etica, politica, ecc., sono dei termini, ognuno dei quali assume un colore diverso a seconda della lente attraverso cui viene filtrato. Se la lente è tenuta nelle mani di un cattolico trasmette un colore, se tenuta nelle mani di un laico/laicista riflette tutt’altro. La realtà filtrata da queste due identità contrapposte – laici/cattolici o laici/laicisti – non riesce a trovare una sintesi, che accomuni tutti.

Così verifichiamo che la Chiesa cattolica è una delle ultime linee di difesa contro il male, e non si può permettere a una ribellione fuorviata di distruggerla né dall’esterno né dall’interno.

La Chiesa non deve mai sottomettersi o essere assimilata al mondo. Siamo nel mondo ma non del mondo, e dobbiamo tenere gli occhi fissi sulla nostra patria celeste.

Sappiamo che le opere fanno parte della testimonianza della fede.

Tuttavia, vi possono essere dei momenti storici in cui appare come se la Chiesa stia per cedere alle lusinghe del mondo. A ciò è appropriata una metafora.

La metafora dei confini allentati, sguarniti, mal presidiati del campo religioso tradizionale, in cui emerge un’accresciuta libertà degli individui nel “far da sé” in campo etico e spirituale, permette di rendersi conto di come gli sconfinamenti siano resi più facili, la curiosità nei confronti del mistero possa orientarsi verso più direzioni, la stanchezza nei confronti della fede tradizionale possa trovare sollievo nella via a fianco della propria parrocchia dove un guru o un centro di meditazione aprono i battenti che sembrano poter scardinare il cuore più della routinizzata messa domenicale, o all’interno dei centri commerciali.

Tutte le persone intelligenti nei media, negli ambienti governativi e in quelli accademici, che ci incoraggiano ad abbracciare aborto, contraccezione, eutanasia e matrimonio omosessuale, non possono sbagliarsi. In fondo, tutti sanno che idee nuove e fresche devono chiaramente prevalere su due millenni di oscurantismo dovuto agli insegnamenti della Chiesa.

È alla luce del sole come la società civile stia proseguendo nella sua campagna di destabilizzazione e di negazione della Chiesa Cattolica. La società attuale ha fatto suo il pensiero di Feuerbach:

«L’uomo sarà felice solo quando avrà finalmente ucciso quel Cristianesimo che gli impedisce di essere uomo. Ma non sarà attraverso una persecuzione che si ucciderà il Cristianesimo, ché semmai la persecuzione lo alimenta e lo rafforza. Sarà attraverso l’irreversibile trasformazione interna del Cristianesimo in umanesimo ateo con l’aiuto degli stessi cristiani, guidati da un concetto di carità che nulla avrà a che fare con il Vangelo» .

Molti si sono lasciati ingannare dalla bugia che ci sta propinando il mondo, per la quale dovremmo ribellarci all’autorità della Chiesa e del papa decidendo da noi quali insegnamenti seguire e quali non seguire.

Se sentiamo la necessità di essere ribelli, perché non convogliare questa energia in una direzione più positiva, una direzione che guidi al Cielo? Se vogliamo essere ribelli, ribelliamoci contro il mondo e abbracciamo la via verso il Cielo che passa per la Chiesa Cattolica.

Tipologia

Il cattolico, in quanto tale, ha una sua visibilità e deve essere cosciente di una evidente realtà: che in questo tipo di società, l’essere cattolico, testimone del messaggio di un Crocifisso, significa appartenere ad una minoranza, non solo, ma essere esposto a persecuzione. È un dato di realtà.

Se analizziamo la situazione dei credenti, che si dicono cattolici, verifichiamo che vi sono varie categorie, che mi permetto di sintetizzare nelle seguenti:

1- Una prima categoria: il cattolico emancipato e adulto. È il cattolico moderno, che si ritiene capacissimo di decidere da sé ciò che è morale e giusto. Vive una schizofrenia tra la fede personale e la testimonianza, l’educazione e l’esperienza concreta della vita, cioè vive una profonda ambivalenza tra appartenenza ed identità cattolica. Di fronte ai principi non negoziabili, ha una sua ben precisa concezione, che esprime senza remore:

– “In coscienza non posso non votare a favore dell’aborto…, perché…”

– “Chi sei tu per giudicarmi e giudicare? Le persone sono libere di decidere la loro vita…”

– “Personalmente non negherei mai la libertà a nessuno… di…

– “La laicità dello stato esige che…”

Si potrebbe continuare. È da anni e anni che si sentono ripetere queste affermazioni.

Ritengo che l’apatia e il relativismo morale crescenti, fortemente influenzati da una cultura imbevuta di materialismo senza limiti morali, abbiano spinto vari credenti verso il grave pericolo dell’apostasia. Sono cristiani che, anziché vivere religiosamente nel mondo, finiscono per vivere mondanamente nella religione (ben impastoiati nelle strutture visibili della religione, perché da quella mica si distaccano, anzi), praticano una pericolosa dicotomia: credente nel privato, agnostico nel politico

2) Il cattolico che vive un complesso persecutorio, soggetto ad una specie di psicopatologia paranoica, caratterizzata dai seguenti atteggiamenti:

– la religione viene vissuta come puro fatto personale;

– la prudenza e la circospezione connotano il suo comportamento: non ci si deve esporre, perché si diviene causa di reazioni inconsulte, mai provocare perché ciò comporta eventuale persecuzione, si è presi di mira;

– caratteristiche: fuga nell’intimo; indifferenza e lamentale di fronte alla vita sociale; paura della visibilità; rifiuto del coinvolgimento; chiusura nelle sacrestie (nascondimento – catacombe);

– molta prudenza: perché si tiene famiglia, ecc. ecc.

– costanti lamentele per la situazione precaria dell’essere cristiani.

3) Il cattolico che vive e testimonia la propria fede con semplicità. Gli atteggiamenti possibili:

– impegnato in vari ambiti a vivere e a dare testimonianza della vita di fede;

– impegnato nella conoscenza e nell’approfondimento della propria fede (per formarsi sempre di più una “coscienza illuminata”, come ricordava da Paolo VI);

– preghiera, Sacramenti e Verità rivelate sono il suo alimento quotidiano;

– disponibile a pagar in prima persona per la propria fede;

– impegnato su fronti diversi, mai disponibile al compromesso di fronte ai principi non negoziabili. Peer questo l’attuale vescovo di Trieste, monsignor Crepaldi, in una sua omelia diceva: “Ecco perché il laicato va formato, affinché abbia quei criteri per giudicare la realtà senza lasciarsi dettare i tempi e i modi da altri.”

Una breve annotazione: alle persone, che vivono la propria fede con coerenza, da parte della nuova psicologia e psichiatria, sotto l’aspetto psicologico, viene attribuita una personalità con caratteristiche di conservatorismo, autoritarismo, tendenza ai pregiudizi, lasciando impregiudicato che si tratti di conseguenze o fattori predisponenti. Il conferimento di omofobia è solo uno degli aspetti attribuiti dall’attuale società.

Come essere un vero cattolico – Il noto teologo Hans Küng, che non è in odore di completa ortodossia, nel 2006 ha cercato di dare risposta alla domanda “Che cosa significa essere cristiano?”, attraverso una serie di tesi/enunciazioni, pubblicate in tedesco il 23 luglio 2005 e tradotte in italiano in Regno/Documenti, 7-2006, p. 263 /272.

Nella prima enunciazione afferma: “Cristiano è solo chi cerca di vivere la propria umanità, socialità e religiosità a partire da Cristo. Chiaro e tondo: cristiano non è quindi semplicemente chi cerca di vivere in modo umano o anche sociale e magari religioso”.

Nella terza tesi continua: “Essere cristiano significa vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano nel mondo di oggi alla sequela di Gesù Cristo”. Pertanto “L’elemento distintivo dell’agire cristiano è la sequela di Cristo”.

Non solo, perché nella tesi 18 afferma: “Anche per la Chiesa Gesù deve restare normativo in ogni cosa”. A questo proposito Hans Küng aggiunge un altro elemento indispensabile: l’accettazione della Chiesa, che ha come sua missione quella di custodire il messaggio del Fondatore e trasmetterlo integralmente, senza adulterazioni.

A questo riguardo Benedetto XVI si è espresso con la sua solita chiarezza:

“Fra Cristo e la Chiesa non c’è alcuna contrapposizione: sono inseparabili, nonostante i peccati degli uomini che compongono la Chiesa. È pertanto del tutto inconciliabile con l’intenzione di Cristo uno slogan di moda: “Cristo sì, Chiesa no”. Questo Gesù individualistico scelto è un Gesù di fantasia. Non possiamo avere Gesù senza la realtà che Egli ha creato e nella quale si comunica. Tra il Figlio di Dio fatto carne e la sua Chiesa v’è una profonda, inscindibile e misteriosa continuità”.

Come è evidente, per Kung vi sono alcuni elementi indispensabili senza i quali non è possibile considerarsi cristiani/cattolici: Cristo come punto di riferimento assoluto non Cristo come ‘ornamento’, come ‘distintivo’, del quale ci si fa belli, ma come ‘sequela’, ‘imitazione’. Solo quando il cristiano fa propria l’impostazione della vita, che Cristo ha presentato nelle sue varie sfaccettature: individuale, sociale, familiare, politica, solo allora quell’individuo può dirsi ‘cristiano’, seguace di Cristo.

Il pensiero di S. Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil., II, 5).

Non è facile essere cattolici.

Breve conclusione – “I cristiani in ogni continente sono i portatori non solo di scienza e tecnica, di sviluppo e di principi democratici, ma soprattutto del principio di dignità umana – che è sacra e inviolabile – perché considerano l’uomo come figlio di Dio. E ogni figlio di Dio è sempre un fine e mai può essere un mezzo per realizzare una politica o un’ideologia: sta proprio qui la potenza messianica dei martiri cristiani, che costruiscono il regno dei cieli cominciando già sulla terra, e non lo fanno con le armi ma con la loro disarmata testimonianza. I martiri dell’ultimo secolo si manifestano al mondo come agli inizi del Cristianesimo: segno di speranza e voce che si alza a favore dei poveri e delle vittime dell’ingiustizia” .

Non posso se non terminare con l’invito di Papa Benedetto fatta ai giovani alla GMG del 2011:

“In questa veglia di preghiera, vi invito a chiedere a Dio che vi aiuti a riscoprire la vostra vocazione nella società e nella Chiesa e a perseverare in essa con allegria e fedeltà. Vale la pena accogliere nel nostro intimo la chiamata di Cristo e a seguire con coraggio e generosità il cammino che ci propone”.