Sarah prima firma l’appello, poi revoca. Ecco come sono andati i fatti secondo l’arciv. Viganò

Stilum Curia ha ricevuto il comunicato che segue da parte dell’arcivescovo Carlo maria Viganò. Il comunicato segue evidentemente la dichiarazione rilasciata dal card. Robert Sarah a Infovaticana ed i suoi  tweet riguardo la firma apposta sulla dichiarazione. 

 

Card. Robert Sarah al Sinodo del 2018

Card. Robert Sarah al Sinodo del 2018 (Foto: Edward Pentin)

 

 

COMUNICATO 8 Maggio 2020

 

Oggetto: revoca dell’adesione di S. Em. il Card. Robert Sarah all’«Appello per la Chiesa e per il mondo» diffuso ieri, 7 Maggio.

In questo momento di gravissima crisi che sta attraversando la Chiesa e il Mondo, è mio desiderio attenermi ad un atteggiamento di profonda carità nei confronti del mio fratello in Cristo, il Cardinale Robert Sarah, al quale ho perdonato immediatamente il grave torto da Lui commesso nei confronti della verità e della mia persona. Una carità autentica non può tuttavia prescindere dalla verità, perché ha in essa il suo fondamento. Ho il dovere perciò, anche per una correzione fraterna, di manifestare il susseguirsi dei fatti come avvenuti, a riguardo della sottoscrizione da parte del Cardinale Sarah all’Appello.

Lunedì 4 maggio, alle ore 16:00

Ho avuto una conversazione telefonica con Sua Eminenza, il Card. Sarah. La chiamata è registrata ed è durata 6 minuti e 25 secondi.

A proposito del testo dell’Appello, il Cardinale dichiara: “Mi sembra una cosa molto seria. Penso che questo Appello potrà fare molto bene, perché ci farà riflettere e prendere posizione: io sono d’accordo che questo sia pubblicato il più presto possibile.”

Io ho chiesto poi a Sua Eminenza se intendesse mettere la sua firma. Il Cardinale rispose: “Sì, io do il mio accordo di mettere il mio nome, perché è una lotta che dobbiamo condurre insieme, non soltanto per la Chiesa Cattolica ma per tutta l’umanità.”

Giovedì 7 maggio

Alle ore 8:43 ho telefonato a Sua Eminenza, per chiedergli se avesse un recapito telefonico del Cardinale Gerhard Ludwig Mueller, che egli successivamente mi ha cortesemente comunicato con un SMS. Nel corso di questa telefonata, durata 4 minuti, il Card. Sarah non fatto alcun riferimento alla sua volontà di ritirare la firma.

Alle ore 15 ho iniziato la trasmissione dell’Appello alle Agenzie di Stampa, ai Blog e a varie Testate giornalistiche, del Testo dell’Appello con la lista dei firmatari, comprendente la sottoscrizione del Card. Sarah.

Alle 17:48, ho ricevuto un SMS dal Cardinale, di cui ho preso conoscenza solo circa un’ora e mezza più tardi. Al momento dell’invio del messaggio, ero totalmente assorto nelle operazioni di diffusione dell’Appello e non ho percepito l’arrivo del messaggio di Sua Eminenza e non ho potuto perciò prendere immediata conoscenza del suo contenuto.

Alle 19:37, il Cardinale mi ha telefonato chiedendomi se avessi visto il suo messaggio. Gli risposi di no.

Questo è il testo del messaggio inviatomi dal Cardinale:

“Carissima Eccellenza, come sono ancora in funzione nella Curia Romana, qualche persona amica mi ha sconsigliato di firmare l’Appello da lei proposto. Forse sarebbe meglio togliere il mio nome per questa volta. Mi spiace molto. Lei sa la mia amicizia e la mia vicinanza alla sua persona. Grazie della Sua comprensione. Robert card. Sarah”.

Il Cardinale mi informò nella sua telefonata che intendeva rimuovere il suo nome dalla sottoscrizione. Spiacente e desolato, feci presente a Sua Eminenza che l’Appello e le firme erano ormai stati diffusi “universalmente” già da più di quattro ore. La conversazione si concluse senza che Sua Eminenza mi richiedesse o suggerisse alcuna soluzione.

Si sarebbe potuto, per esempio, concordare un “comunicato congiunto” in cui rendere pubblica la decisione del Cardinale di ritirare la sua adesione. Niente di tutto ciò è stato fatto. Ci siamo congedati cordialmente con sentimenti di stima e di reciproco sostegno. Di fronte a questa situazione di fatto, a cui ne Lui ne io siamo stati in grado di trovare una soluzione, mi sono permesso di incoraggiare Sua Eminenza, facendogli presente quanto la sua adesione all’Appello sarebbe stata di conforto e di incoraggiamento per tantissimi fedeli.

Con sorpresa e profondo rammarico ho poi appreso che Sua Eminenza si è avvalso del suo account twitter, senza darmene alcun preavviso, con dichiarazioni che arrecano grave pregiudizio alla verità e alla mia persona.

Sono molto dispiaciuto che questa vicenda, dovuta alla debolezza umana, e per la quale non porto alcun risentimento verso la persona che l’ha causata, abbia a distogliere l’attenzione da ciò che ci deve gravemente preoccupare in questo drammatico momento.

Confermo che il nome di Sua Eminenza Cardinal Robert Sarah è stato prontamente rimosso dal sito ufficiale dell’Appello, come si può verificare all’url veritas liberabit vos.info.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo, Nunzio Apostolico

 

 

 




Card. Sarah: “Il Signore è una persona, nessuno accoglierebbe la persona che ama in un sacchetto”

Rilancio gli stralci più interessanti di una intervista che Riccardo Cascioli, direttore de La Nuova Bussola Quotidiana ha fatto al card. Sarah sulla vexata quaestio delle messe e della distribuzione dell’Eucarestia.

 

Card. Robert Sarah (Twitter)

Card. Robert Sarah (Twitter)

 

Solo due giorni fa, i solitamente bene informati vaticanisti della Stampa, riportavano di varie soluzioni allo studio degli “esperti” del governo, in stretta collaborazione con la CEI, che considerano il momento della comunione «ad altissimo rischio contagio». Tra queste l’«impacchettamento» del Corpo di Cristo: «Per consentire ai cattolici italiani di tornare a farla, ma evitando contaminazioni, si sta pensando a una comunione “fai da te” con ostie “take away” precedentemente consacrate dal sacerdote, che verrebbero chiuse singolarmente in sacchetti di plastica poggiati in chiesa su dei ripiani». «No, no, no – ci risponde scandalizzato al telefono il cardinale Sarah – non è assolutamente possibile, Dio merita rispetto, non si può metterlo in un sacchetto. Non so chi abbia pensato questa assurdità, ma se è vero che la privazione dell’Eucarestia è certamente una sofferenza, non si può negoziare sul modo di comunicarsi. Ci si comunica in modo dignitoso, degno di Dio che viene a noi. Si deve trattare l’Eucarestia con fede, non possiamo trattarla come un oggetto banale, non siamo al Supermercato. È totalmente folle».

 

Si avanzano come solito ragioni “compassionevoli”: i fedeli hanno bisogno della Comunione, di cui sono già privati da tempo, ma siccome è ancora alto il rischio contagio bisogna trovare un compromesso….

Ci sono due questioni che vanno assolutamente chiarite. Anzitutto, l’Eucarestia non è un diritto né un dovere: è un dono che riceviamo gratuitamente da Dio e che dobbiamo accogliere con venerazione e amore. Il Signore è una persona, nessuno accoglierebbe la persona che ama in un sacchetto o comunque in un modo indegno. La risposta alla privazione dell’Eucarestia non può essere la profanazione. Questa è davvero una questione di fede, se ci crediamo non possiamo trattarla in modo indegno.

 

A proposito di Messe, anche questo prolungarsi delle celebrazioni in streaming o in tv…

Non possiamo abituarci a questo, Dio si è incarnato, è carne  e ossa, non è una realtà virtuale. È anche fortemente fuorviante per i sacerdoti. Nella Messa il sacerdote deve guardare Dio, invece si sta abituando a guardare alla telecamera, come se fosse uno spettacolo. Non si può continuare così.

 

Si ha la sensazione che negli ultimi anni si stia assistendo a un chiaro attacco all’Eucarestia: prima la questione dei divorziati risposati, all’insegna della “comunione per tutti”; poi l’intercomunione con i protestanti; poi le proposte sulla disponibilità dell’Eucarestia in Amazzonia e nelle regioni con scarsità di clero, ora le Messe al tempo del coronavirus…

Non ci deve stupire. Il demonio attacca fortemente l’Eucarestia perché essa è il cuore della vita della Chiesa. Ma credo, come ho già scritto nei miei libri, che il cuore del problema sia la crisi di fede dei sacerdoti. Se i sacerdoti sono consapevoli di cosa è la Messa e di cosa è l’Eucarestia, certi modi di celebrare o certe ipotesi sulla Comunione non verrebbero neanche in mente. Gesù non si può trattare così.

 




Card. Sarah: “Credo che questa epidemia abbia dissipato il fumo dell’illusione. Il cosiddetto uomo onnipotente appare nella sua cruda realtà. Lì è nudo.”

Il cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti del Vaticano, ha rilasciato una lunga intervista sulla pandemia di coronavirus a Charlotte d’Ornellas della rivista francese Valeurs.

Ecco i passi iniziali (la traduzione dal francese all’inglese è di Edward Pentin, quella dall’inglese all’italiano è mia ): 

 

Card. Robert Sarah

Card. Robert Sarah

 

D’ORNELLAS: Come si sente riguardo alla crisi del coronavirus?

CARDINAL SARAH: Questo virus ha agito come un avvertimento. Nel giro di poche settimane, la grande illusione di un mondo materiale che si credeva onnipotente sembra essere crollata. Qualche giorno fa i politici stavano parlando di crescita, di pensioni, di riduzione della disoccupazione. Erano sicuri di sé stessi. E ora un virus, un virus microscopico, ha messo in ginocchio questo mondo, un mondo che guarda a se stesso, che si compiace, ubriaco di autocompiacimento perché pensava di essere invulnerabile. La crisi attuale è una parabola. Ha rivelato come tutto ciò che facciamo, e siamo invitati a credere, fosse incoerente, fragile e vuoto. Ci è stato detto: si può consumare senza limiti! Ma l’economia è collassata e i mercati azionari stanno crollando. I fallimenti sono ovunque. Ci è stato promesso di spingere sempre più in là i limiti della natura umana da una scienza trionfante. Ci è stato detto della procreazione artificiale, della maternità surrogata, del transumanesimo, dell’umanità rafforzata. Ci vantavamo di essere un uomo di sintesi e un’umanità che le biotecnologie avrebbero reso invincibile e immortale. Ma qui siamo in preda al panico, confinati da un virus di cui non sappiamo quasi nulla. Epidemia era una parola antiquata, medievale. Improvvisamente è diventata la nostra vita quotidiana. Credo che questa epidemia abbia dissipato il fumo dell’illusione. Il cosiddetto uomo onnipotente appare nella sua cruda realtà. Lì è nudo. La sua debolezza e la sua vulnerabilità sono evidenti. Essere confinati nelle nostre case ci permetterà, si spera, di tornare all’essenziale, di riscoprire l’importanza del nostro rapporto con Dio, e quindi la centralità della preghiera nell’esistenza umana. E, nella consapevolezza della nostra fragilità, affidarci a Dio e alla sua misericordia paterna. 

 

D’ORNELLAS: È questa una crisi di civiltà?

CARDINAL SARAH: Ho ripetuto spesso, soprattutto nel mio ultimo libro, Le soir approche et déjà le jour baisse, che il grande errore dell’uomo moderno è stato quello di rifiutare di essere dipendente. L’uomo moderno vuole essere radicalmente indipendente. Non vuole dipendere dalle leggi della natura. Rifiuta di dipendere dagli altri impegnandosi in legami definitivi come il matrimonio. È umiliante essere dipendenti da Dio. Sente di non dovere niente a nessuno. Rifiutarsi di far parte di una rete di dipendenza, eredità e filiazione ci condanna ad entrare nudi nella giungla della concorrenza di un’economia lasciata a se stessa.

Ma tutto questo è un’illusione. L’esperienza del confinamento ha permesso a molti di riscoprire che siamo realmente e concretamente dipendenti l’uno dall’altro. Quando tutto crolla, rimangono solo i legami del matrimonio, della famiglia e dell’amicizia. Abbiamo riscoperto che come membri di una nazione siamo legati da legami indissolubili ma reali. Soprattutto, abbiamo riscoperto di essere dipendenti da Dio”.

 

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Riprendo altri passi, sempre nella mia traduzione, dell’intervista del Card. Sarah dall’articolo di Hannah Brockhaus, pubblicato sul Catholic News Agency: 

“i sacerdoti devono fare tutto il possibile per rimanere vicini ai fedeli. Devono fare tutto ciò che è in loro potere per assistere i moribondi, senza complicare il compito dei custodi e delle autorità civili”.

“Ma nessuno – ha continuato – ha il diritto di privare un malato o un moribondo dell’assistenza spirituale di un sacerdote. È un diritto assoluto e inalienabile”.

“Se [i sacerdoti] non possono tenere fisicamente la mano di ogni moribondo come vorrebbero, scoprono che, in adorazione, possono intercedere per ciascuno”, ha detto.

Sarah ha anche incoraggiato le persone che vivono in isolamento a riscoprire la preghiera in famiglia.

“È tempo che i padri imparino a benedire i loro figli. I cristiani, privati dell’Eucaristia, si rendono conto di quanto la comunione sia stata una grazia per loro. Li incoraggio a praticare l’adorazione da casa, perché non c’è vita cristiana senza vita sacramentale”.

“In mezzo alle nostre città e ai nostri villaggi, il Signore rimane presente”, ha detto.

C’è una pressione per avere successo e per ammirare e applaudire i “vincitori” della società, anche se il successo arriva a costo di “schiacciare gli altri”, ha detto, indicando la spinta all’eutanasia dei malati e degli handicappati.

“Oggi le nazioni si muovono per proteggere gli anziani”, ha sottolineato il cardinale. “Improvvisamente ammiriamo e applaudiamo con rispetto e gratitudine gli infermieri, i medici, i volontari e gli eroi di tutti i giorni”.

“Improvvisamente, si osa fare il tifo per coloro che servono i più deboli. Il nostro tempo aveva sete di eroi e di santi, ma lo nascondeva e se ne vergognava”.

Nell’intervista di 5.300 parole, il cardinale Sarah ha parlato anche del suo libro sul celibato sacerdotale, “From the Depths of Our Hearts”, pubblicato a febbraio.

Il libro ha suscitato polemiche per un contributo di Papa Benedetto XVI. Sono emerse opinioni divergenti sul fatto che il Papa in pensione avesse accettato di essere elencato come coautore del libro, come sostenuto da Sarah e dagli editori francesi e inglesi del libro.

Il cardinale si è detto colpito anche dalle violente reazioni al contenuto del libro, che lui e Benedetto XVI hanno inteso come una “serena, obiettiva e teologica riflessione… basata sull’Apocalisse e sui dati storici”.

“Certo, ho sofferto in questo periodo, ho sentito molto fortemente gli attacchi contro Benedetto XVI. Ma nel profondo, mi ha particolarmente ferito vedere come l’odio, il sospetto e la divisione abbiano invaso la Chiesa su una questione così fondamentale e cruciale per la sopravvivenza del cristianesimo: il celibato sacerdotale”, ha aggiunto.

Ha detto che si è rammaricato del fatto che si sia parlato poco di ciò che considerava la parte più importante del libro: l’argomento della rinuncia ai beni materiali da parte dei sacerdoti, e la riforma basata sulla santità e sulla preghiera.

“Il nostro libro era inteso essere spirituale, teologico e pastorale. I media e alcuni autoproclamatisi esperti ne hanno fatto una lettura politica e dialettica”, ha sostenuto. “Ora che le sterili polemiche si sono dissipate, forse riusciremo a leggerlo davvero? Forse potremo discuterne pacificamente?”.

A proposito della rinuncia ai beni, il cardinale ha invitato anche i sacerdoti e i vescovi in Germania “a sperimentare la povertà, a rinunciare ai sussidi statali”.

“Una Chiesa povera non avrà paura della radicalità del Vangelo. Credo che spesso i nostri legami con il denaro o con il potere laico ci rendono timidi o addirittura codardi nell’annunciare la Buona Novella”, ha affermato, dicendo di credere che la ricchezza della Chiesa tedesca l’abbia tentata di “cambiare la Rivelazione, di creare un altro magistero”.

 

 




Vaticano: pubblicate le linee guida per la Settimana Santa, il Triduo e le liturgie pasquali

Il dicastero vaticano per la liturgia ha pubblicato le linee guida per i vescovi e i sacerdoti per la celebrazione della Settimana Santa, del Triduo e delle liturgie pasquali durante la pandemia del coronavirus. Ce ne parla in questo articolo Dorothy Cummings McLean pubblicato su Lifesitenews.

 

Card. Robert Sarah (CNS photo/Paul Haring)

Card. Robert Sarah (CNS photo/Paul Haring)

 

Il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino, ha ritenuto necessario ricordare al mondo che la celebrazione della Pasqua da parte della Chiesa cattolica non può essere spostata in una data diversa a causa del blocco del coronavirus. 

In una lettera pubblicata oggi, Sarah ha detto di aver ricevuto una serie di domande sulla Pasqua a causa della pandemia di coronavirus. Ha ricordato ai lettori che la Pasqua è “il cuore dell’intero anno liturgico e non è una semplice festa tra le altre”.

“Il Triduo Pasquale viene celebrato in un arco di tre giorni, preceduto dalla Quaresima e coronato dalla Pentecoste e, quindi, non può essere trasferito in un altro tempo”, ha dichiarato 

L’annuale Messa Crismale, celebrata di solito il martedì della Settimana Santa, può tuttavia essere rinviata dai vescovi ad una data successiva. Espressioni di pietà popolare e processioni comuni alla Settimana Santa e al Triduo Pasquale possono anche avere luogo più avanti nell’anno, a seconda del giudizio degli ordinari locali. Il cardinale ha suggerito il 14 e il 15 settembre. 

Sarah ha affermato che ovunque le autorità civili ed ecclesiastiche abbiano posto restrizioni all’assemblea pubblica a causa del coronavirus, la celebrazione del Giovedì Santo, del Venerdì Santo e della Pasqua proseguiranno nelle chiese e nelle cattedrali senza la presenza fisica dei fedeli laici. 

“I fedeli devono essere informati dei tempi della celebrazione in modo che possano unirsi in preghiera nelle loro case”, ha continuato. 

“In questa occasione sono utili i mezzi di trasmissione televisiva in diretta (non registrata) o via internet”. 

Alcune parti delle solite cerimonie saranno eliminate. Per esempio, non ci sarà la lavanda dei piedi, “che è già facoltativa”, durante le liturgie del Giovedì Santo. Sarà omessa anche la consueta processione dall’altare al luogo della reposizione, e il Santissimo Sacramento sarà custodito nel tabernacolo.  

La Veglia Pasquale sarà celebrata solo nelle chiese cattedrali e parrocchiali dove è possibile celebrarla. La preparazione e l’accensione del fuoco pasquale saranno omesse, così come la consueta processione successiva. La liturgia battesimale conterrà solo il “Rinnovo delle promesse battesimali”, il che suggerisce che non ci saranno battesimi o cresime nelle zone interessate. 

“Le decisioni riguardanti i monasteri, i seminari e le comunità religiose saranno prese dal Vescovo diocesano”, ha diretto Sarah. 

Il cardinale ha confermato che ciò è stato fatto per mandato di papa Francesco, solo per il 2020. 

Per la prima volta nella storia della Chiesa, molti vescovi di tutto il mondo hanno volontariamente sospeso le Messe pubbliche per un periodo di tempo indefinito, come modo per rallentare o fermare la diffusione della pandemia di Covid-19. I sacerdoti sono stati incoraggiati a continuare a celebrare le Messe, e ai laici è stato consigliato di unirsi a loro nella preghiera, in particolare partecipando alle Messe in diretta da casa. 

 




Card. Sarah: “È una falsa esegesi quella che usa la Parola di Dio per celebrare la migrazione”

Identità nazionale e unità europea, è questo il rapporto oggetto di riflessione in questo articolo a partire da alcuni pensieri del Card. Robert Sarah, in cui una parte importante della questione è rappresentata anche dalla migrazione.

Ce ne parla Jerry Salyer in questo suo articolo pubblicato su Catholic World Report.

Eccolo nella mia traduzione.

 

Card. Robert Sarah

Card. Robert Sarah

 

Dal punto di vista di coloro di noi che si preoccupano delle questioni di nazionalità, sovranità e radicamento, è logico che i più risoluti sostenitori della tradizione cattolica debbano essere anche tra i maggiori oppositori della globalizzazione. Infatti, a suo modo, il patriottismo che si oppone al globalismo è una parte critica della tradizione cattolica, come il beato Stefan Wcysynski ha ben compreso. “Dovremmo voler aiutare i nostri fratelli – disse una volta il cardinale ai suoi connazionali – a nutrire i bambini polacchi, a servirli qui e a fare il nostro dovere, piuttosto che cedere alla tentazione di ‘salvare il mondo’ a spese della nostra stessa patria”.

Il cardinale Robert Sarah della Guinea sembra essere d’accordo. Durante una conferenza del 2017, ospitata dalla stessa università polacca denominata in onore di Wycszinski, il cardinale Sarah ha insistito sulla necessità di rispettare sia le comunità che i singoli individui: “In che modo è possibile rimuovere il diritto della nazione di distinguere tra un rifugiato politico o religioso, che deve fuggire dalla sua patria, e il migrante economico, che vuole cambiare il suo indirizzo senza adattarsi, identificandosi e accettando la cultura del Paese in cui vivrà?” Come se stesse rispondendo direttamente allo slogan popolare “accogliete lo straniero”, il cardinale ha ammonito tutti coloro che “sfruttano la Parola di Dio per giustificare la promozione del multiculturalismo e approfittano allegramente della scusa dell’ospitalità per giustificare l’ammissione degli immigrati”.

In un’intervista del 2019 a un giornalista francese in seguito alla visita alla suddetta università del Cardinale Wyszyński, il Cardinale Sarah ha spiegato più dettagliatamente il suo punto di vista sulla questione patriottica:

Quando mi sono recato in Polonia, un Paese spesso criticato, ho incoraggiato i fedeli ad affermare la loro identità come avevano fatto nei secoli. Il mio messaggio era semplice: Voi siete prima polacchi, cattolici, e solo dopo europei. Non dovreste sacrificare i due primi tipi di identità sull’altare di un’Europa senza nazione e tecnocratica. La Commissione di Bruxelles non pensa ad altro che alla costruzione di un libero mercato al servizio delle grandi potenze finanziarie.

Come per dimostrare di non essere un sostenitore dell’ideologia del capitalismo democratico, Sua Eminenza continua a lamentare che “l’Unione europea non protegge più i popoli. Protegge le banche”. Il cardinale Sarah prosegue riassumendo il ruolo proprio della patria di San Giovanni Paolo II nel caos disordinato che è l’Europa del XXI secolo. Come parte della sua “missione unica nel piano di Dio”, dice il cardinale, la Polonia

è libera di dire all’Europa che ognuno è stato creato da Dio per essere collocato in un luogo particolare, con la sua cultura, le sue tradizioni, la sua storia. L’attuale spinta verso la globalizzazione del mondo attraverso l’eliminazione delle nazioni è pura follia. Il popolo ebraico ha sopportato l’esilio, ma Dio lo ha riportato nel suo Paese. Cristo fuggì da Erode ed entrò in Egitto, ma ritornò nel suo Paese alla morte di Erode. Ognuno dovrebbe vivere nel proprio paese. Come un albero, ognuno nella propria terra, il suo luogo dove fiorisce perfettamente. Sarebbe meglio aiutare le persone a prosperare nella loro cultura, piuttosto che incoraggiarle a venire in un’Europa piena di decadenza. È una falsa esegesi quella che usa la Parola di Dio per celebrare la migrazione. Dio non ha mai voluto che questo strappar via.

Se la Polonia seguirà la via eroica tracciata dal cardinale Sarah o se invece soccomberà alle “grandi potenze finanziarie”, solo il tempo lo dirà. Quello che è chiaro è che la posta in gioco è alta, e che l’autore di “Il potere del silenzio” e “Si fa sera e il giorno ormai volge al declino” espone temi che ricordano più Jean Raspail che la Conferenza Episcopale USA:

La Chiesa non può cooperare con questa nuova forma di schiavitù che è venuta dalla migrazione di massa. Se l’Occidente continua su questo percorso disastroso, c’è un grande rischio che, con il declino delle nascite, scompaia, invaso dagli stranieri, come Roma è stata invasa dai barbari. Parlo da africano, il mio Paese è per lo più musulmano. Credo di conoscere la realtà di cui parlo.

Da parte mia, tutto ciò che aggiungerei alle penetranti riflessioni di Sua Eminenza è l’osservazione che quei cattolici che dissentono dai precetti della Chiesa di un tempo sul sesso, sulla natura umana e sul primato del Magistero sono di solito i più favorevoli all’idea di un mondo senza confini. Questo a sua volta suggerisce che esiste un “quadro generale” socioculturale e persino spirituale che deve essere tenuto presente dai guerrieri della cultura che si battono contro problemi specifici come l’aborto, il transgenderismo e lo scientismo militante. Per quanto deplorevoli possano essere tali afflizioni, non andremo mai oltre a lamentarci in modo inefficace di esse a meno che non possiamo evocare il coraggio di collegarle con l’elefante globalista nella stanza.

 




Cardinal Sarah: il Sacerdozio oggi è in “pericolo mortale”

In un’intervista esclusiva in lingua inglese, il cardinale africano parla del suo nuovo libro, la situazione del sacerdozio cattolico, e si rivolge a coloro che gli contestano di opporsi a papa Francesco.

Il cardinale Robert Sarah ha fatto un ulteriore appello appassionato per non indebolire la regola del celibato obbligatorio per i sacerdoti, dicendo che sarebbe una catastrofe che equivarrebbe a un “attacco alla Chiesa e al suo mistero”.

In un’intervista esclusiva del 7 febbraio con Edward Pentin, pubblicata sul National Catholic Register, poco prima della pubblicazione della traduzione inglese di Dal profondo del nostro cuore, il cardinale guineano spiega perché lui e Benedetto XVI hanno scritto il libro. – in particolare per avvertire che separare il celibato dal sacerdozio, anche solo come un’eccezione, eliminerebbe l’imitazione da parte del sacerdote di Cristo quale sposo della Chiesa e la trasformerebbe in un “mera istituzione umana”.

E, poco prima dell’uscita mercoledì prossimo dell’esortazione post-apostolica di papa Francesco sul sinodo panamazzonico, il cardinale, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, spiega anche come l’eccezione proposta nel sinodo sia diversa dalle precedenti eccezioni, dalla situazione nelle Chiese orientali o dallo status dei sacerdoti sposati nella Chiesa primitiva, che vivevano una vita casta.

Parla anche di quello che vede come uno dei problemi più gravi che il sacerdozio deve affrontare oggi: la mancanza di fervore apostolico nella Chiesa e la tiepidezza esortando ad un discepolato radicale e a un sacerdozio di preti che siano “radicalmente santi”.

Il cardinale Sarah tocca anche i problemi del lancio del libro in Francese, sottolineando che non vi sono stati malintesi ma piuttosto “sordide macchinazioni” emanate da “detrattori del sacerdozio”, intenti a distogliere l’attenzione dal “contenuto del libro”.

“Sanno che i loro argomenti si basano su errori storici, su equivoci teologici”, afferma. “Sanno che il celibato è necessario per l’evangelizzazione nei paesi di missione. Quindi cercano di delegittimare il libro stesso.”

La traduzione in italiano è a cura di Annarosa Rossetto

 

Card. Robert Sarah (Twitter)

Card. Robert Sarah (Twitter)

 

Eminenza, perché ha voluto scrivere questo libro?

Perché il sacerdozio cristiano è in pericolo mortale! Sta attraversando una grave crisi.

La scoperta del grande numero di abusi sessuali commessi da sacerdoti e persino da vescovi, ne è un sintomo indiscutibile. Il Papa emerito Benedetto XVI aveva già parlato con forza su questo argomento. Ma poi il suo pensiero è stato distorto e ignorato. Proprio come oggi, sono stati fatti tentativi per zittirlo. E come oggi, sono state montate manovre diversive per distogliere l’attenzione dal suo messaggio profetico. Eppure sono convinto che ci abbia detto l’essenziale – quello che nessuno vuole sentire. Ha dimostrato che alla radice degli abusi commessi dai chierici c’è un profondo difetto nella loro formazione. Il sacerdote è un uomo dedicato al servizio di Dio e della Chiesa. È una persona consacrata. Tutta la sua vita è dedicata a Dio. Eppure si è voluto desacralizzare la vita sacerdotale. Si è voluto banalizzarla, renderla profana, secolarizzarla. Si è voluto rendere il prete un uomo come un altro. Alcuni sacerdoti si sono formati senza mettere Dio, la preghiera, la celebrazione della Messa, l’ardente ricerca della santità al centro della loro vita.

Come ha detto Benedetto XVI, “Perché la pedofilia ha raggiunto tali proporzioni? In ultima analisi, la ragione è l’assenza di Dio. È solo dove la Fede non determina più le azioni dell’uomo che tali crimini sono possibili ”.

 

Più precisamente, in che senso è stata povera questa formazione di cui lei parla, e quali sono stati gli effetti?

I sacerdoti sono stati formati senza insegnare loro che Dio è l’unico punto di appoggio per le loro vite, senza far loro sperimentare che le loro vite hanno significato solo per mezzo di Dio e per Lui. Privati ​​di Dio, non è rimasto loro che il potere. Alcuni sono caduti nella diabolica logica dell’abuso di autorità e dei crimini sessuali. Se un sacerdote non sperimenta quotidianamente di essere solo uno strumento nelle mani di Dio, se non sta costantemente davanti a Dio per servirLo con tutto il suo cuore, allora rischia di intossicarsi con un senso di potere. Se la vita di un sacerdote non è una vita consacrata, allora è in grande pericolo di illusione e sviamento.

Oggi alcuni vorrebbero fare un ulteriore passo in questa direzione. Vorrebbero relativizzare il celibato dei sacerdoti. Sarebbe una catastrofe! Perché il celibato è la manifestazione più evidente che il sacerdote appartiene a Cristo e che non appartiene più a se stesso. Il celibato è il segno di una vita che ha significato solo per mezzo di Dio e per Lui. Volere ordinare uomini sposati significa implicare che la vita sacerdotale non è a tempo pieno, che non richiede un dono completo, che lascia tempo libero per altri impegni come una professione, che lascia tempo libero per una vita privata. Ma questo è falso. Un prete rimane sempre un prete. L’ordinazione sacerdotale in primo luogo non è una generosa dedizione; è una consacrazione di tutto il nostro essere, una conformazione indelebile della nostra anima a Cristo, il Sacerdote, che richiede da noi una conversione permanente per corrispondere a Lui. Il celibato è il segno incontestabile che essere sacerdote richiede di lasciarsi possedere interamente da Dio. Metterlo in discussione aggraverebbe ulteriormente la crisi del sacerdozio.

 

Papa Emerito Benedetto XVI condivide questo punto di vista?

Ne sono certo, e me lo ha detto di persona in diverse occasioni. La sua più grande sofferenza e la prova più dolorosa della Chiesa Latina è il crimine dei preti pedofili, preti che violano la loro castità. Basta leggere tutto ciò che ha scritto su questo argomento come cardinale, poi durante il suo pontificato e, più recentemente, in Dal profondo del nostro cuore.

Non ha mai smesso di sottolineare l’importanza del celibato sacerdotale per l’intera Chiesa. Lasci che le ricordi le sue parole: “Se separiamo il celibato dal sacerdozio, non vedremo più il carattere carismatico del sacerdozio. Vedremo solo una funzione che l’istituzione stessa provvede alla propria sicurezza e alle proprie esigenze. Se vogliamo considerare il sacerdozio in questa luce … la Chiesa non è più intesa se non come una semplice istituzione umana ”.

Ma hanno voluto mettere il bavaglio a Benedetto XVI. Devo confessare la mia ribellione alla diffamazione, la violenza e la maleducazione cui è stato sottoposto. Benedetto XVI voleva parlare al mondo, ma hanno cercato di screditare le sue parole. So che condivide con determinazione tutto ciò che è scritto in questo libro e so che è felice della sua pubblicazione. Voleva scrivere ed esprimere pubblicamente questa gioia, ma avrebbero voluto impedirgli di esprimerla. Ma ripercorrere in dettaglio, ora per ora, queste manovre è inutile. Preferisco non soffermarmi su queste sordide macchinazioni, per le quali i responsabili un giorno dovranno rendere conto davanti a Dio.

 

 Cosa c’è dietro questa opposizione?

I detrattori del sacerdozio non vogliono arrivare in fondo al dibattito. Sanno che i loro argomenti si basano su errori storici, su equivoci teologici. Sanno che il celibato è necessario per l’evangelizzazione nei paesi di missione. Quindi cercano di delegittimare il libro. Non avendo nulla per opporsi al testo, attaccano la copertina. Che peccato! Vogliono far passare il papa emerito per un vecchietto. Ma ha letto cosa scrive? Pensa che si possano scrivere pagine di tale profondità senza avere tutte le facoltà? Qualcuno vuol farci passare per ingenui. Tentano di farci credere che i nostri editori ci abbiano manipolato e abbiano approfittato di un malinteso per montare non so che tipo di acrobazia comunicativa. Questo è totalmente falso! Non ci sono stati malintesi. Il nostro editore francese ha semplicemente realizzato ciò che ho personalmente elaborato con il Papa Emerito. Ne ho già parlato. Vorrei rendere ulteriormente omaggio alla lealtà e alla professionalità di tutti i miei editori, in particolare il mio editore francese.

Tutte queste polemiche sono una tattica diversiva per evitare di parlare dell’essenziale, del contenuto del libro.

 

Alla luce della tempistica del libro, in uscita poco prima della prevista pubblicazione dell’esortazione apostolica post-sinodale che potrebbe accogliere la proposta dei padri sinodali di ordinare sacerdoti alcuni uomini sposati in Amazzonia il 12 febbraio, voleva mettere pressione su papa Francesco?

Ho già scritto che “chiunque sia contro il Papa è fuori dalla Chiesa”, ma vengo sempre fatto passare come se mi opponessi a lui. Sono anche in cima alla lista degli avversari di Papa Francesco. Queste accuse mi spezzano il cuore e mi rattristano profondamente. Ma rimango sereno e fiducioso che il Papa non presti attenzione a tali false insinuazioni.

Non sono affatto un oppositore di Papa Francesco! Coloro che affermano che sto cercando di dividere la Chiesa mentono e fanno il gioco del diavolo. Ho scritto questo libro per offrire umilmente e in modo filiale il mio contributo al Papa in uno spirito di vera sinodalità. Vi sfido a trovare in tutto ciò che ho scritto una sola riga, una sola parola di critica contro il Papa!

Ma sono preoccupato. In Germania, uno strano sinodo intende chiaramente mettere in discussione il celibato. Volevo esprimere la mia preoccupazione: non lacerate la Chiesa! Attaccando il celibato dei sacerdoti, state attaccando la Chiesa e il suo mistero!

La Chiesa non ci appartiene; è un dono di Dio. Si perpetua attraverso il ministero dei sacerdoti, che sono anch’essi un dono di Dio e non una creazione umana. Ogni sacerdote è il frutto di una vocazione, di una chiamata personale e interiore da parte di Dio stesso. Benedetto XVI lo spiega in modo approfondito in questo libro. Non si decide da soli di diventare sacerdote. Si è chiamati da Dio e la Chiesa conferma questa chiamata. Il celibato garantisce questa chiamata. Un uomo può rinunciare a formare una famiglia e ad avere una vita sessuale solo se è certo che Dio lo sta chiamando a questa rinuncia. Il nostro sacerdozio dipende dalla chiamata di Dio e dalla preghiera della Chiesa per le vocazioni.

Quindi mettere in discussione il celibato significa voler rendere la Chiesa un’istituzione umana, in nostro potere, a portata di mano. Significa rinunciare al mistero della Chiesa come dono di Dio.

 

Il sinodo amazzonico non ha proposto una messa in discussione generale del celibato sacerdotale, ma solo per consentire eccezioni per far fronte alla carenza di sacerdoti. Questo le sembra possibile?

L’ordinazione di uomini sposati è una fantasia di accademici occidentali che sono alla ricerca di violazioni. Voglio affermarlo con forza: i poveri, i semplici, i Cristiani comuni non chiedono la fine del celibato! Si aspettano che i sacerdoti siano santi, che siano interamente dediti a Dio e alla sua Chiesa. Si aspettano sacerdoti celibi che incarnino nella loro vita la figura di Cristo, sposo della Chiesa. Volevo affermare in questo libro che dobbiamo aiutare Papa Francesco a stare dalla parte dei poveri e dei semplici e a rifiutare la pressione dei potenti, quelli che hanno i mezzi per finanziare campagne mediatiche. Alcune organizzazioni ecclesiali che gestiscono molti soldi credono di poter fare pressione sul papa e sui vescovi. Lo vediamo in Germania. Alcuni vogliono imporre i loro progetti a tutta la Chiesa. Preghiamo per il Papa; dobbiamo aiutarlo a resistere alle pressioni di questi ricchi e potenti corpi ecclesiali. Dobbiamo aiutarlo a difendere la fede dei semplici. Dobbiamo aiutarlo a difendere i poveri dell’Amazzonia da coloro che cercano di sfruttarli privandoli di un sacerdozio pienamente vissuto nel celibato. Questo libro è stato scritto soprattutto per sostenere il Papa nella sua missione.

D’altra parte, come ha sottolineato Papa Francesco alla fine del Sinodo, il vero problema in Amazzonia non è l’ordinazione dei diaconi sposati. Il vero problema è quello dell’evangelizzazione. Abbiamo rinunciato a proclamare la fede, la salvezza in Gesù Cristo. Troppo spesso siamo diventati filantropi o assistenti sociali. In Amazzonia ci mancano i laici che prendano sul serio la loro vocazione missionaria. Abbiamo bisogno di catechisti. Consentitemi di fare riferimento ad una situazione che ho vissuto personalmente. All’inizio del 1976, la mia esperienza di giovane prete mi portò in contatto con villaggi sperduti in Guinea. Alcuni di loro non erano stati visitati da un prete da quasi 10 anni, perché i missionari europei erano stati espulsi nel 1967 da Sékou Touré. I catechisti avevano continuato a insegnare il catechismo ai bambini e a recitare le preghiere del giorno. Recitavano il Rosario. Si incontravano la domenica per ascoltare la Parola di Dio. Ho avuto la grazia di incontrare questi uomini e queste donne che hanno mantenuto la Fede senza alcun sostegno sacramentale, per mancanza di sacerdoti. Non dimenticherò mai la loro gioia inimmaginabile quando celebrai la Messa cui non assistevano da davvero tanto tempo. Credo che se fossero stati ordinati degli uomini sposati in ogni villaggio, la fame eucaristica dei fedeli si sarebbe estinta. Il popolo sarebbe stato escluso dalla gioia di ricevere, nel sacerdote, un altro Cristo. Sì, con l’istinto della Fede, i poveri sanno che un prete che ha rinunciato al matrimonio dà loro il dono di tutto il suo amore come un marito.

Per quanto riguarda la carenza di preti, è reale. Ma credo che Papa Francesco abbia ragione quando scrive: “In molti luoghi scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine”( Evangelii Gaudium , 107).

 

Ma che dire delle eccezioni alla legge del celibato che già esistono, ad esempio nei riti dei Cattolici d’Oriente o nell’Ordinariato Anglicano?

Un’eccezione è transitoria per definizione e costituisce una parentesi nello stato normale e naturale delle cose. È il caso dei pastori anglicani che sono tornati alla piena comunione. Ma la mancanza di un prete non fa eccezione. È lo stato normale di qualsiasi chiesa nascente, come in Amazzonia, o di chiese morenti, come in Occidente. Gesù ci ha avvertito: “La messe è molta ma gli operai sono pochi”. L’ordinazione di uomini sposati in comunità cristiane giovani impedirebbe l’aumento delle vocazioni di preti non sposati. L’eccezione diventerebbe uno stato permanente. Un indebolimento del principio del celibato, anche se limitato ad una regione, non sarebbe un’eccezione, ma una violazione, una ferita nella coerenza interna del sacerdozio. D’altra parte, la dignità e la grandezza del matrimonio sono sempre più ben comprese. Come sottolinea Benedetto XVI in questo libro, questi due stati non sono compatibili perché entrambi richiedono un dono assoluto e totale

In Oriente, alcune chiese hanno il clero sposato. Non metto in alcun modo in dubbio la santità personale di questi sacerdoti. Ma una situazione del genere è vivibile solo a causa della massiccia presenza di monaci. Inoltre, dal punto di vista del segno dato a tutta la Chiesa dal sacerdozio, esiste il rischio di confusione. Se un sacerdote è sposato, ha una vita privata, coniugale e familiare. Deve trovare il tempo per moglie e figli. Non è in grado di dimostrare, per tutta la sua vita, che è totalmente e assolutamente donato a Dio e alla Chiesa. San Giovanni Paolo II lo ha affermato molto chiaramente: la Chiesa vuole essere amata dai suoi sacerdoti con lo stesso amore con cui Gesù l’ha amata, vale a dire con l’amore esclusivo di un coniuge. È importante, ha detto il santo Papa polacco, che i sacerdoti comprendano la motivazione teologica del loro celibato. Egli ha detto: “Il celibato sacerdotale non è da considerarsi come semplice norma giuridica, né come una condizione del tutto esteriore per essere ammessi all’ordinazione, bensì come un valore profondamente connesso con l’ordinazione sacra, che configura a Gesù Cristo buon Pastore e Sposo della Chiesa”. (Pastores Dabo Vobis, 50). Questo è ciò che volevamo ricordare con Benedetto XVI. Il vero fondamento del celibato non è giuridico, disciplinare o pratico; è teocentrico. Su questo argomento vi rimando allo straordinario discorso di Benedetto XVI alla Curia romana del 22 dicembre 2006. Il celibato per Dio è un’assurdità agli occhi del mondo secolarizzato e ateo. Il celibato è uno scandalo per la mentalità contemporanea. Mostra che Dio è una realtà. Se la vita dei sacerdoti non mostra concretamente che Dio è abbastanza per renderci felici e dare un senso alla nostra esistenza, allora chi Lo proclamerà? Più che mai le nostre società hanno bisogno del celibato perché hanno bisogno di Dio.

 

Cosa pensa dell’opinione che il celibato sacerdotale sia una norma relativamente recente nella Chiesa cattolica?

Spesso siamo vittime di una profonda ignoranza storica su questo argomento. La Chiesa aveva sacerdoti sposati durante i primi secoli. Ma non appena venivano ordinati, dovevano astenersi completamente dai rapporti sessuali con le loro mogli. Benedetto XVI ce lo ricorda molto chiaramente in questo libro. Tutti conoscono la sua profonda cultura storica e la sua perfetta conoscenza della tradizione antica. Questo è un dato di fatto ed è dimostrato dalla più recente ricerca storica. Non c’erano tabù in questo requisito, nessuna paura della sessualità. Si trattava di affermare che il sacerdote è sposo esclusivo, corpo e anima, della Chiesa. Dal punto di vista storico, le cose sono molto chiare: dall’anno 305, il Concilio di Elvira ricorda la legge, “ricevuta dagli apostoli”, della continenza dei sacerdoti. Dato che la Chiesa stava appena emergendo dall’età del martirio, una delle sue prime preoccupazioni era affermare che i sacerdoti dovevano astenersi dai rapporti sessuali con le loro mogli. In effetti, il Concilio afferma: : “I Padri sinodali sono d’accordo sul divieto completo, per tutti i chierici impegnati nel servizio dell’altare, di astenersi dalle loro mogli e non generare figli. Chi ha fatto questo deve essere escluso dallo stato clericale” (Canone 33). Se questo requisito fosse stato un’innovazione, non avrebbe mancato di provocare una protesta diffusa tra i sacerdoti. Nel complesso, invece, è stato accettato tranquillamente. I Cristiani erano già consapevoli che un sacerdote che celebra la Messa, cioè il rinnovarsi del sacrificio di Cristo per il mondo, deve anche offrire sé stesso a Dio e alla sua intera Chiesa, corpo e anima. Non appartiene più a sé stesso. Fu solo molto più tardi, a causa della corruzione dei testi, che l’Oriente si sarebbe evoluto nella sua disciplina, senza mai rinunciare al legame ontologico tra sacerdozio e astinenza.

 

In questo libro ritorna più volte alla necessità di evangelizzazione radicale. Crede che stiamo affrontando una diminuzione del fervore apostolico, che la Chiesa abbia perso il sale?

Sono contento che lei abbia posto questa domanda. È certamente l’aspetto più importante di questo libro, ma nessuno lo ha notato o commentato. Ci accontentiamo di polemiche secondarie e sterili. Penso che siamo stati sopraffatti dalla tiepidezza e dalla mediocrità. Dobbiamo aspirare alla santità. Benedetto XVI, con coraggio profetico, osa affermare che “senza un tale abbandono delle proprie cose non c’è Sacerdozio. La chiamata alla sequela non è possibile senza questo segno di libertà e di rinunzia di qualsiasi compromesso.” Pone così le basi per una vera riforma del clero. Chiede un cambiamento radicale nella vita quotidiana dei sacerdoti mentre continua: “Il celibato non può raggiungere il suo pieno significato, se noi per il resto seguiamo le regole della proprietà e del gioco della vita oggi comunemente accettata” Sono convinto che in verità è la radicalità di questa chiamata alla santità che disturba e che non vogliamo ascoltare. Questo libro è inquietante perché il papa emerito offre una prospettiva esigente e profetica.

Da parte mia, ho cercato di sviluppare questa chiamata sottolineando che i sacerdoti devono trovare modi concreti per vivere i consigli evangelici. I vescovi devono riflettere su questo, per se stessi e per i sacerdoti: dobbiamo concretamente mettere Dio al centro della nostra vita. La vita dei sacerdoti non può essere una vita secondo il mondo. “Nessuno può servire due padroni.” L’Occidente ha il fiato corto. L’Occidente è vecchio, con tutte le sue rinunce e dimissioni. Aspetta, senza forse esserne consapevole, la giovinezza, l’autenticità della richiesta di santità del Vangelo. Quindi attende sacerdoti che siano radicalmente santi.

 




Weigel: Quello “straordinario veleno vomitato sul papa emerito e sul cardinale Sarah”

George Weigel, amico e biografo di Papa San Giovanni Paolo II, scrive un commento al vetriolo sulla polemica sorta dopo la pubblicazione del libro di Benedetto XVI e il cardinal Sarah.

È stato pubblicato su The Catholic World Report. Eccolo nella mia traduzione. 

 

Benedetto XVI e Card. Robert Sarah

Benedetto XVI e Card. Robert Sarah

 

Il 12 gennaio scorso, subito dopo la pubblicazione della notizia che il papa emerito Benedetto XVI e il cardinale Robert Sarah avevano scritto un libro sulla crisi del sacerdozio nella Chiesa del XXI secolo, è scoppiata l’isteria online, che ha sottolineato la prudenza di una risoluzione che avevo raccomandato in un articolo del 1° gennaio ai cattolici preoccupati: “Decidete di limitare la vostra esposizione alla blogosfera cattolica“.

Lo straordinario veleno vomitato sul papa emerito e sul cardinale da più di qualche commentatore non ha fatto avanzare di uno iota la discussione della Chiesa sulla riforma del sacerdozio. In realtà ha ritardato quella discussione urgente, distogliendo l’attenzione da alcune questioni urgenti (tra cui le radici profonde della crisi degli abusi e il significato del celibato clericale) trattando un libro serio come se fosse un trattatello politico partigiano.

Eppure la cacofonia sul libro Benedetto/Sarah, Dal profondo del nostro cuore, è servita a due scopi utili: ha parlato del carattere del veleno, e ha chiarito alcune delle dinamiche che tormentano la Chiesa mentre si avvicina il 13 marzo che segna il settimo anniversario del pontificato di papa Francesco.

L’attacco a papa emerito Benedetto è stato eccezionalmente orribile e profondamente mal informato. Un eminente partigiano dell’attuale pontificato ha affermato che Benedetto è “cosciente appena mezz’ora alla volta”; un altro mago dalle gradinate del campo della sinistra  ha detto che Benedetto è “incapace”. Nessuno dei due ha la più pallida idea di cosa stia parlando. Ho trascorso ben 45 minuti con Papa emerito Benedetto lo scorso 19 ottobre, discutendo una vasta gamma di questioni. Era abbastanza fragile fisicamente, ma nella prima serata di quella che suppongo sia stata una giornata normale, era completamente lucido, abbastanza ben informato, desideroso di nuove informazioni, pieno di buon umore, e capace di richiamare temi e personalità da conversazioni che avevamo avuto decenni prima. Il papa emerito è sembrato chiaro come [il suono di] una campana, dal punto di vista intellettuale, all’età di 92 anni; si può dire lo stesso di chi, affidandosi ai “resoconti”, lo licenzia come un vecchio nella sua senescenza, fuori dal contatto con gli eventi e forse anche con la realtà?

L’attacco al cardinale Sarah è stato altrettanto feroce e altrettanto male informato. Ho avuto l’onore di conoscere il cardinale guineano per diversi anni e, come chiunque abbia trascorso con lui un periodo significativo, l’ho trovato un uomo di profonda santità: un discepolo veramente convertito di Gesù Cristo il cui ministero scaturisce dalla sua radicale fedeltà al Signore. Nonostante le caricature perpetrate da chi evidentemente teme la sua influenza presente e futura nella Chiesa, il cardinale Sarah mi ha colpito anche come uomo di gioia cristiana, ancora stupito dalla grazia di Dio che è stata all’opera nella sua vita, e quindi capace di ridere (in quel modo robusto che solo gli africani sanno fare) delle umane manie del momento. Il cardinale Sarah non rideva, però, dell’accusa di aver mentito sull’origine e sulla natura del [libro] Dal profondo del nostro cuore – e la sua legittima, anche se controllata, rabbia ha confermato ciò che chi lo ha conosciuto veramente ha capito: questo è un uomo onesto.

Queste calunnie contro Benedetto e Sarah sono state amplificate da un’altra assurda accusa: che scaricando la loro mente e la loro coscienza su ciò che è necessario per un’autentica riforma del sacerdozio, il papa emerito e il cardinale stessero in qualche modo interferendo con il “discernimento” di papa Francesco dopo il sinodo amazzonico dello scorso ottobre. Quindi ora si è giunti a questo (e intendo proprio a questo basso livello): i partigiani dell’apertura e del dialogo stanno ora dicendo a due dei figli più illustri del cattolicesimo che le loro opinioni non sono gradite; che la difesa teologica e pastorale del celibato clericale è un atto di slealtà nei confronti di papa Francesco; e che dovrebbero semplicemente stare zitti.

Queste non sono tattiche di sostenitori convinti di aver vinto l’argomento sostanziale e che probabilmente continueranno a vincere. Queste sono le tattiche di coloro che, temendo che il tempo stia per scadere, immaginano che il loro unico appiglio sia ricorrere al bullismo.

Non c’è nulla di uomo di Chiesa in questo, né c’è nulla di carità cristiana. La riforma del sacerdozio è essenziale per la missione evangelizzatrice della Chiesa. Coloro che hanno respinto una seria proposta di tale riforma, in gran parte denigrando i suoi autori, si sono bollati come più interessati ai giochi di potere ecclesiastico che a riformare il sacerdozio della Nuova Alleanza. 

 




Meiattini: “Ritengo che dobbiamo essere grati a Ratzinger per la lezione di metodo che ci ha dato”

Come noto, l’ultimo libro scritto a quattro mani dal Papa Emerito Benedetto XVI e dal Card. Roberto Sarah ha creato notevole rumore mediatico (vedi anche qui, e qui). Vale dunque la pena riprendere il discorso per approfondire gli importanti contenuti del libro. Lo facciamo con un monaco teologo, don Giulio Meiattini. L’autore è già noto ai lettori di questo blog, sul quale ha già pubblicato altri contributi (ad esempio qui, qui e qui).

Card. Robert Sarah e Benedetto XVI

 

Paciolla: Don Giulio, il recente libro nel quale Benedetto XVI e il cardinal Sarah hanno esposto i loro pensieri e le loro preoccupazioni, in sintonia di intenti, intorno al sacerdozio e al celibato, ha riservato colpi di scena e discussioni accesissime. Secondo lei come valutare, in modo più oggettivo e sereno possibile, questo episodio?

Don Meiattini: Penso che se un libro del genere, attinente al sacerdozio cattolico e alla questione del celibato sacerdotale, fosse uscito anche solo tre o quattro anni fa, sarebbe semplicemente stato accolto come un contributo autorevole su cui riflettere e discutere. Sarebbe stato percepito, cioè, come la ripresa e la conferma, pur nel modo proprio e personale con cui lo fanno gli autori, di insegnamenti e contenuti assodati, nella linea per esempio di Sacerdotalis coelibatus di Paolo VI. Ci sarebbero state ugualmente voci critiche (il celibato dei ministri ordinati è da decenni che è dibattuto, come l’identità del presbitero), ma pur sempre all’interno di un confronto urbano e lecito che poteva favorire l’approfondimento. E’ chiaro a tutti che la preparazione e lo svolgimento del sinodo amazzonico ha inaugurato una nuova atmosfera e creato delle notevoli attese, anche in merito a un possibile superamento di questa disciplina. In questo mutato contesto, l’intervento dei due autori è stato avvertito da alcuni (e ha inteso esserlo effettivamente) come un freno a questa apertura. Da qui le temperature incandescenti che purtroppo ne sono derivate. Diciamo che, a mio parere, non sono le idee contenute nel libro a essere problematiche, ma è il mutamento del contesto che può farle sentire come dissonanti. Esse esprimono, ritengo, un sentire in fondo ancora prevalente nella Chiesa cattolica, anche se forse sommerso.

 

Paciolla: Le pagine del libro scritte dal papa emerito quale impressione o reazione hanno suscitato in lei?

Don Meiattini: Un senso di gratitudine. Ritengo che dobbiamo essere grati a Ratzinger per la lezione di metodo che ci ha dato. Egli, nell’affrontare la questione del ministero ordinato, non si sofferma immediatamente sul dettaglio, non guarda in primo luogo all’urgenza o alla prassi, ma si pone in primo luogo in ascolto della Parola divina e della Tradizione ecclesiale. Cerca, così, di definire i contorni e porre le basi alla cui luce i singoli problemi concreti (disciplinari, pastorali, ecc.) possono trovare la loro giusta collocazione. Egli lo fa con il suo inconfondibile stile teologico: con un’esposizione limpida, comprensibile, che tutti, direi, possono intendere, ma con una robustezza e profondità dell’impianto esegetico e teologico, ricco di sfumature, che per essere colte hanno bisogno di una lettura attenta e ripetuta. Dunque, dobbiamo essergli grati, perché è proprio di questo che oggi c’è più bisogno. Indipendentemente dall’esito o dalle risposte date alle questioni sollevate, è il metodo dell’operazione in se stesso che è istruttivo: guardare il fenomeno nella sua globalità e cogliere quella che von Balthasar avrebbe definito la Gestalt, la forma o figura del ministero presbiterale a partire dal suo focus, da cui tutto il resto dipende. Se oggi un rischio c’è è quello di guardare all’urgenza, alla risposta immediata, senza il respiro di una visione ampia e profonda a partire dal centro, sulla base della Bibbia e della Tradizione. E’ questo esercizio alto della teologia come servizio ecclesiale, proprio nella sua intrinseca correttezza epistemologica, l’insegnamento che anche in questo ultimo saggio ci viene dal papa emerito. L’ascolto della storia è certo importante e necessario, ma – sembrano dirci queste pagine – subordinato all’obbedienza alla Parola di Dio, non viceversa. Anche della scottante questione del celibato (che è sotto i riflettori in questo momento) il saggio parla, certo, in modo significativo e chiaro, ma anche sobrio. E’ il quadro teologico generale che conferisce a quelle considerazioni sulla continenza sacerdotale la loro forza. L’autore cerca, infatti, di dare una visione di quello che ritiene il punto focale o la radice più profonda dell’identità del sacerdozio ministeriale nella Chiesa cattolica: la dimensione del culto, dell’adorazione di Dio. Il suo è innanzitutto un tentativo di lettura globale della crisi identitaria del presbiterato e la scaturigine di questa crisi egli la individua nella perdita o nell’indebolimento della centralità dell’aspetto cultuale.

 

Paciolla: Ma c’è chi sostiene che in questo tentativo di lettura globale a partire dal centro, come lei l’ha chiamata, Ratzinger si sia allontanato dalle prospettive inaugurate dal Vaticano II e addirittura abbia in fondo liquidato gli auspici dell’ultimo Concilio.

Don Meiattini: Personalmente non ho proprio avuto questa impressione. Non c’è nessun contrasto fra ciò che Ratzinger ha scritto nel suo saggio e il Vaticano II. Proprio riguardo alla dimensione cultuale del sacerdozio, alcuni passi del Vaticano II sembrano effettivamente riconoscergli un ruolo centrale di attrazione rispetto ai vari aspetti di cui si compone il ministero ordinato. In Lumen gentium n. 28 si legge, per esempio, che i sacerdoti “esercitano la loro funzione sacra massimamente nel culto o raduno eucaristico (munus sacrum maxime exercent in eucharistico cultu vel sinaxi)”. Insomma, è dall’eucaristia che il sacerdozio attinge il proprio senso ed è nella celebrazione del culto che trova la sua massima espressione. D’altra parte se la fonte e il culmine della vita della Chiesa è la liturgia, come insegna Sacrosanctum Concilium, sembra naturale che anche il sacerdozio ministeriale trovi nella dimensione cultuale il suo baricentro, che non sminuisce, ma irradia, vivifica e sostiene tutti gli altri aspetti, come la predicazione e la guida della comunità. Lo stesso si dica del celibato: il documento conciliare sulla formazione dei candidati al presbiterato, Presbiterorum Ordinis, ha chiaramente in mente un clero celibe e casto. Questo è incontestabile. I testi conciliari non hanno inteso mettere in discussione il celibato ecclesiastico. Dunque non vedo come si possa rimproverare al papa emerito un’infedeltà al Vaticano II. In proposito si vedano le pubblicazioni del vescovo Bonivento sul celibato ecclesiastico nel Vaticano II.

 

Paciolla: Dunque il libro di Ratzinger e del card. Sarah non è un De profundis al Vaticano II, come qualcuno ha detto…

Don Meiattini: Dipende da quale significato vogliamo dare al “de profundis”. L’espressione presa da sola viene intesa, nel parlato comune, come un riferimento al “funerale”, cioè al congedo o alla liquidazione definitivi. Questo a motivo del fatto che il salmo 129 (130) che comincia con “Dal profondo a te grido”, è usato anche nelle esequie cristiane. Ma, come è noto, questo uso dipende da due caratteristiche del salmo che non hanno a che fare con la morte: esso è un salmo penitenziale, di richiesta di perdono dei peccati, e insieme di speranza e di attesa della venuta del Signore, tanto che viene adoperato anche nella liturgia di Avvento. Nella sua interezza, il salmo De profundis è un canto che invoca con fiducia la venuta del Signore: “più che le sentinelle l’aurora, così l’anima mia attende il Signore. Speri Israele nel Signore”. In questo senso, come preghiera di speranza e di attesa vigilante del Signore, il de profundis penso che colga l’intenzione di fondo del libro del card. Sarah e di Benedetto XVI: espressione di preoccupazione, ma anche di speranza nel Regno di Cristo che avanza. Tutt’altro che un funerale!

 

Paciolla: Quello che dice lei è chiaro. Ma se le cose stanno così, perché l’intervento del papa emerito è stato così criticato da diverse parti?

Don Meiattini: Il problema fondamentale della teologia del sacerdozio, toccato dalle pagine del papa emerito, non è per nulla nuovo. E’ stato molto discusso nel periodo post-conciliare. Alcuni teologi o correnti teologiche hanno affermato che nel cristianesimo dei primi secoli si sarebbe operata una indebita sacralizzazione della figura dei ministri ordinati (vescovi, presbiteri, diaconi) alla luce delle categorie sacerdotali veterotestamentarie, che invece da Gesù e dal suo movimento, secondo loro, erano state superate e abbandonate a favore o della centralità del servizio alla comunità (l’anziano o pastore) o della predicazione della Parola. Diversi validi studiosi già decenni orsono hanno dimostrato che questa lettura non è fondata. Ratzinger si è collocato proprio in questo punto nevralgico, facendo notare che la ripresa delle categorie cultuali e sacerdotali veterotestamentarie per comprendere la novità del sacerdozio di Cristo e di quello ecclesiale, non solo è legittimo, ma rappresenta il punto strategico attorno a cui cercare di ricomprendere l’insieme del ministero ordinato. Certamente l’unità dei tria munera (dono di insegnare, governare, santificare) che costituiscono l’ossatura del ministero ordinato, è stato affermata dal Vaticano II, ma il loro reciproco rapporto ha ancora bisogno di essere chiarito. La teologia, nel cercare di dare una lettura sintetica e sistematica dell’identità presbiterale, ha oscillato dando la preferenza ora all’uno ora all’altro di questi tre doni e ruoli. Ratzinger nelle sue recenti pagine sembra aver optato per un’emergenza della dimensione cultuale, cioè del dono di santificare, come punto sintetico delle altre funzioni, portando delle motivazioni degne di attenzione. Una proposta del tutto legittima. Questo mi sembra coerente non tanto con presunte nostalgie passatiste, ma con una cristologia che in varie sue opere (da Introduzione al Cristianesimo fino a Gesù di Nazareth) fa della filialità di Gesù, del suo titolo di Figlio, il nucleo più profondo. Il Cristo Figlio, il Cristo che sta al cospetto del Padre invocandolo come “Abbà”, per il teologo Ratzinger rivela l’atto orante e cultuale, perché responsoriale, del Logos incarnato e sta al fondamento della teologia. In alcune sue pagine (penso qui a un suo lungo saggio di molti anni fa, dal titolo Guardare al Crocifisso. Fondazione teologica di una cristologia spirituale), mette in evidenza che il cuore della cristologia, nel suo pensiero, è la preghiera filiale di Gesù, da cui germoglia tutta la restante ricchezza e multiformità della sua missione nel mondo. Questa intuizione ha una forza notevole e da essa mi sembra che discendano anche le recenti pagine del papa emerito sul sacerdozio cattolico centrato sul gesto cultuale orante. Il ché non vuol dire che con queste pagine tutto sia detto in modo esauriente. Come ho detto mi sembra che egli abbia voluto mostrare il centro, attorno al quale tutto il resto deve essere poi articolato. Così come l’essere Figlio di Gesù non esaurisce tutta la cristologia, ma ne costituisce il fulcro.

 

Paciolla: E la questione del celibato come si pone in questa cornice cristologica appena ricordata?

Don Meiattini: Alla luce di questa cristologia, nella quale il Figlio è, ontologicamente, sia radicale provenienza sia radicale restituzione da e al Padre (e in ciò innanzitutto attitudine ad-orante della caritas), trova posto la correlazione fra culto cristologico ed esclusiva e indivisa appartenenza a Dio. Il celibato di Gesù è espressione di una esclusività nell’offerta-sacrificio di sé al Padre, nel circolo trinitario, che è garanzia di una dedizione massimamente inclusiva verso tutti (diremmo pastorale). Per questo, mi sembra, il papa emerito, andando un po’ oltre la classica affermazione della speciale “convenienza” del celibato per il ministero ordinato, accenna a categorie ontologiche, osando l’espressione “astinenza ontologica”. Come a dire che l’astensione da legami o relazioni coniugali è qualcosa che a che fare con l’essere del sacerdozio cristiano, e dunque non è contingente o di solo diritto ecclesiastico. La formula è discreta, ma audace, e fa pensare a un legame non di sola convenienza o opportunità fra sacramento dell’ordine e rinuncia al matrimonio. La controprova è questa: chiamando gli Apostoli a partecipare al suo sacerozio, Gesù li ha chiamati anche a quella forma tipica di sequela che è divenuta poi il modello di ogni genere di vita monastica e religiosa, in castità, povertà e obbedienza. Egli chiede ai Dodici, destinati a essere partecipi nel grado massimo del suo sacerdozio, di rinunciare alla famiglia e ai propri beni per esercitare, in obbedienza a Dio, la loro missione di evangelizzazione, che è finalizzata a condurre tutti al culto in Spirito e Verità al Padre, culto che ha in Gesù il suo inauguratore, come nuovo Tempio e vero Sacerdote.

 

Paciolla: In questa luce come può essere considerata la prassi affermatasi nelle Chiese orientali, che permette a uomini sposati di essere ordinati anche continuando la loro vita matrimoniale?

Don Meiattini: Come seri studi storici hanno ormai acclarato, l’accettazione di questa prassi è tardiva (fine del VII sec.) ed è dovuta a un concilio delle sole chiese orientali, che l’allora vescovo di Roma non volle approvare, perché non conforme alla disciplina universale dei primi secoli e risalente all’epoca apostolica. Disciplina che richiedeva agli ordinati o di essere e rimanere celibi o di vivere in perfetta castità per il resto della vita nel caso i candidati fossero già sposati. Oggi si sente dire che la prassi del sacerdozio uxorato presente nelle chiese orientali attesterebbe la conciliabilità di principio fra vita matrimoniale nel suo pieno esercizio e sacramento dell’ordine. Ma se proviamo a guardare alcuni aspetti di questa tradizione orientale, ci accorgiamo di alcuni punti problematici che, a mio parere, non depongono a favore di una vera compatibilità fra matrimonio e ordine. In primo luogo anche per le chiese orientali i vescovi, che detengono, in quanto successori degli Apostoli, la pienezza dell’ordine, sono sempre stati scelti fra i celibi. In secondo luogo, se chi è sposato può, a certe condizioni, essere ordinato diacono e sacerdote, tuttavia non vale il reciproco: se uno è già stato ordinato da celibe non può più sposarsi. Perché mai, viene da chiedersi, questo impedimento se matrimonio e sacerdozio sono davvero per principio compatibili? Infine, se dopo essere stato ordinato da sposato uno resta vedovo, non può risposarsi. Anche in questo caso si nota un’analoga difficoltà: perché prima dell’ordinazione il matrimonio è possibile e dopo l’ordinazione no? Ma queste incongruenze si comprendono subito non appena si va a vedere l’origine storica di tale pratica, quando ci si distaccò, con dei compromessi, dalla tradizione più antica della continenza totale, richiesta a diaconi, presbiteri e vescovi.

 

 




Card. Sarah: «Se pensate che i vostri sacerdoti e vescovi non siano santi, allora siate santi per loro! Pregate, fate penitenza, digiunate per i loro difetti e la loro codardia»

Rilancio il testo integrale della lectio magistralis pronunciata da sua eminenza, cardinale Robert Sarah, Prefetto del Culto Divino e della disciplina dei sacramenti in occasione della presentazione del suo libro “Si fa sera e il giorno ormai volge al declino” svoltati alla Casa Ildefonso Shuster di Milano il 9 novembre scorso. Il testo integrale è stato pubblicato sul sito della Nuova Bussola Quotidiana. L’evento è stato realizzato dalla Nuova Bussola Quotidiana in collaborazione con Cantagalli editorie. 

«Se pensate che i vostri sacerdoti e vescovi non siano santi, allora siate santi per loro! Pregate, fate penitenza, digiunate per i loro difetti e la loro codardia. Solo così si può portare il fardello dell’altro!».

 

Gentili Signori,
Cari Amici,

grazie per avermi accolto qui, grazie a Riccardo Cascioli per avermi voluto invitare a presentare il mio ultimo libro presso questo luogo intitolato alla memoria del Beato Ildefonso Schuster, grande cardinale arcivescovo di Milano per 25 anni, monaco benedettino, grande pastore di anime e fondatore del glorioso seminario milanese di Venegono. Grazie a Voi tutti qui presenti. Mi sento molto onorato della vostra presenza ed amicizia.

“Si fa sera e il giorno ormai volge al declino” analizza la crisi della fede, la crisi sacerdotale, la crisi della Chiesa e il crollo spirituale dell’Occidente. Dopo averlo letto, un giornalista mi ha posto la seguente domanda: “Cosa dice a coloro che potrebbero pensare che il Suo libro sia pessimista, persino allarmista?” Ho risposto che il libro cerca di fare un’analisi e una diagnosi con la massima cautela e una grande preoccupazione per il rigore, la precisione e l’obiettività. E mi sembra di non essere troppo lontano dalla verità e dalla realtà delle cose e delle situazioni. Naturalmente, l’immagine della decadenza dell’Occidente e del mondo può sembrare tetra.

UNA CRISI TANTE CRISI
Ma già lo stesso Papa Benedetto XVI nel 2005 a Subiaco, appena un mese prima della sua elezione alla Sede di Pietro, diceva che l’Occidente stava attraversando una crisi che non si è mai stata verificata nella storia dell’umanità. Ciò che descrive il mio libro è incontestabilmente la realtà. Ciò che è ora uscito allo scoperto ha cause profonde per cui bisogna avere il coraggio e l’onestà per denunciarle con chiarezza. La crisi che il clero, la Chiesa, l’Occidente e il mondo stanno vivendo è radicalmente una crisi spirituale, una crisi di fede in Dio e di conseguenza una crisi antropologica. Non si può dire che non ci sia crisi di fede, mentre le chiese si stanno svuotando. Per esempio: in Germania ogni anno almeno 200.000 persone lasciano la Chiesa cattolica, e complessivamente 300.000 persone abbandonano le chiese protestanti. Il declino della fede nella presenza reale di Gesù Eucaristia è al centro dell’attuale crisi e declino della Chiesa, specialmente in Occidente. Noi Vescovi, sacerdoti e fedeli laici siamo tutti responsabili della crisi sacerdotale e della decristianizzazione dell’Occidente. George Bernanos scrisse prima della guerra: “Continuiamo a ripetere, con lacrime di impotenza, pigrizia o orgoglio, che il mondo è decristianizzato. Ma il mondo non ha ricevuto Cristo – non pro mundo rogo – siamo stati noi ad averlo ricevuto per lui, è dal nostro cuore che Dio si ritira, siamo noi che decristianizziamo noi stessi, miserabili!” (Noi francesi in “Scandalo della Verità”, Point/Seuil, 1984).

CHIESA SOCIOLOGA
Invece di affrontare la questione cruciale di Dio, della fede e la missione fondamentale della Chiesa che è la proclamazione del Vangelo e il nome di Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo, passiamo molto tempo a parlare di omosessualità, accoglienza dei migranti, dialogo, ambiente, questioni socio-economiche e politiche, e tutta una strategia di pressione è organizzata per cambiare l’insegnamento della Chiesa sul celibato e la morale sessuale. Non sto dicendo che queste questioni importanti e urgenti debbano essere minimizzate o trascurate, perché la Chiesa deve anche affrontarle candidamente e alla luce della rivelazione. Eppure Dio è messo in disparte. La crisi spirituale che stiamo attraversando è quasi globale. Ma ha la sua origine in Europa. Il rifiuto di Dio è nella coscienza occidentale. Non solo Dio è respinto, ma Frédéric Nietzsche, che potrebbe essere considerato il portavoce dell’Occidente, dice: “Dio è morto! Dio rimane morto. E siamo stati noi ad ucciderlo… Siamo gli assassini di Dio”. A questa morte di Dio nel mondo degli uomini, Nietzsche opporrà la profezia del “superuomo”, capace di sostituire Dio. Ed ecco che la profezia di Nietzsche si realizza con il Transumanismo. L’uomo si fa Dio.

In questo rifiuto di Dio, e in questa crisi di fede, non si tratta principalmente di un problema intellettuale o teologico nel senso accademico della parola. Si tratta di ritrovare una fede viva, una fede che permea e trasforma la vita. Se la fede non riacquisterà una nuova vitalità diventando una profonda convinzione e una forza reale attraverso l’incontro personale e intimo che stabilisce con Gesù Cristo, tutte le riforme della Chiesa che intraprendiamo rimarranno inefficaci e vuote e noi ci avvieremo alla rovina totale. Questa perdita del senso di fede è la fonte e la radice della crisi della civiltà, della crisi della Chiesa e del sacerdozio che stiamo vivendo oggi.

Come nei primi secoli del cristianesimo, quando l’Impero Romano crollò, tutte le istituzioni umane oggi sembrano essere sulla via della decadenza. Perdendo il significato di Dio, le fondamenta di tutta la civiltà umana sono state indebolite e si è aperta la porta alla barbarie totalitaria.

L’uomo separato da Dio è ridotto alla sua unica dimensione orizzontale. Questa amputazione è proprio una delle cause fondamentali del totalitarismo che ha avuto conseguenze tragiche nel XX secolo. Oscurando il riferimento a Dio, lasciamo spazio al relativismo e a una concezione ambigua della libertà, che finisce per collegare l’uomo agli idoli. Se Dio perde il suo carattere centrale, se l’uomo nega il Primato di Dio, l’uomo perde il suo posto legittimo, non trova più il suo posto nella creazione, nei rapporti con gli altri. Il moderno rifiuto di Dio ci racchiude in un nuovo totalitarismo: quello del relativismo e del liberalismo assoluto che non ammettono nessuna legge diversa da quella del profitto economico e politico.

CELIBATO SOTTO ATTACCO
Il sacerdozio stesso è entrato in una crisi senza precedenti, unica nella storia della Chiesa. Il celibato sacerdotale è considerato una realtà disumana, impossibile, un’imposizione crudele di cui bisogna liberarsi. Non credo che in passato abbiamo visto accuse così pesanti e orribili come quelle attualmente dirette contro cardinali, vescovi, sacerdoti talvolta persino condannati a pene detentive. Certamente il clero non è sempre stato esemplare nella sua condotta. Ma ciò che viene orchestrato in modo machiavellico e ciò che è reale oggi riguardo al clero è senza precedenti e doloroso. Nella storia del mondo e dei popoli, non sembra che ci sia stata una civiltà o popoli che hanno legalizzato l’aborto, l’eutanasia o demolito la famiglia e rotto il matrimonio in questa misura, come fa l’Occidente oggi. Eppure questi sono aspetti essenziali della vita umana. Il mondo moderno è in una crisi che minaccia mortalmente il suo futuro e la sopravvivenza dell’umanità.

Naturalmente, non dobbiamo ignorare gli straordinari successi dell’Occidente in termini di scienza e tecnologia. È infatti evidente che il mondo moderno presenta una straordinaria intensità di vita intellettuale con un progresso meraviglioso e prodigioso di tutte le scienze, lo straordinario sviluppo di Lettere e Arti, il progresso fantastico di una moltitudine di tecniche che mettono sempre più risorse a servizio dell’uomo su tutta la superficie del pianeta, il notevole sviluppo di relazioni umane o contatti grazie a tecnologie prodigiose e mezzi davvero eccezionali di comunicazione sociale. Anche se gli uomini possono usare tutto questo progresso per fare il male, diffondere menzogne, incitare dissolutezza morale e violenza, provocare la guerra e distruggersi a vicenda, sarebbe assurdo negare che, di per sé, questi mezzi tecnici sono positivi e sono un vero progresso. Dobbiamo anche notare una proliferazione senza precedenti delle correnti di pensiero e delle ideologie più diverse.

Nonostante tutti questi aspetti positivi e questi immensi successi scientifici e tecnologici, non possiamo onestamente negare il deficit cronico del tasso di natalità soprattutto in Occidente, la programmata demolizione delle fondamenta della famiglia e del matrimonio, i vizi contro natura, gli atti di pedofilia o abuso sui minori, gli atti omosessuali e gli orrori della pornografia che dissacrano e avviliscono il corpo maschile e femminile. Tutto ciò manifesta una profonda crisi antropologica.

L’ideologia di genere esacerba la crisi antropologica. Questa ideologia suggerisce che ognuno possa crearsi da sé, fino el genere sessuale, a scegliere di essere un uomo o una donna o una persona neutra. L’ideologia del genere è in qualche modo superata quando si parla ora di androginia e persone “senza genere” tra le altre categorie che si moltiplicano nel discorso contemporaneo. Così potremmo essere tutto o niente secondo gli stati d’animo interiori di ciascuno e mascherare il nostro corpo giocando con la differenza sessuale. Un modo per rimuovere l’uomo dai limiti della sua condizione umana, mentre tutti noi dobbiamo riceverci nel nostro corpo come un uomo o una donna. Noi siamo donati a noi stessi, invece di credere che ci doniamo a noi stessi. Ecco perché un uomo non diventerà mai una donna e una donna non diventerà mai un uomo, a meno di non mentire a se stessi o di giocare con le apparenze.

Come siamo arrivati a tanta follia, a una crisi di questo tipo. Questo perché abbiamo respinto in modo schiacciante Dio. Dio non ha più un posto nelle nostre società. L’unico luogo in cui è tollerato e posto agli “arresti domiciliari” è nel dominio privato. L’uomo ha preso il posto di Dio.

Egli emana nuove leggi in totale opposizione alle leggi di Dio e a quelle della natura. Gli uomini occidentali credono e permettono agli uomini di “sposarsi” legalmente l’un l’altro, e le donne anche tra di loro, e a questi partner dello stesso sesso di poter adottare bambini, rimescolando radicalmente e offuscando l’intero sistema di filiazione e parentela. Mentre si ha l’impressione che ci sia una lotta per la sopressione o l’abolizione della pena di morte, allo stesso tempo l’assassinio di bambini nascituri è diventato legale. L’aborto è persino diventato un “diritto” delle donne. Gli anziani o i malati possono venire legalmente eutanasizzati in alcuni Paesi europei. Mentre combattiamo ovunque contro le mutilazioni genitali, una pratica disumana diffusa in alcuni Paesi, stiamo legalizzando congiuntamente la mutilazione di persone che vogliono cambiare sesso in Occidente.  Oggi viviamo in confusione e in un vero e proprio cambio di usanze e costumi. C’è il rifiuto di accettarsi come creature di Dio.

IL RIFIUTO DELLA PATERNITA’
Il crollo spirituale, la confusione nell’insegnamento dottrinale e morale della Chiesa e l’erosione della fede cristiana hanno quindi caratteristiche puramente occidentali. Vorrei sottolineare in particolare il rifiuto della paternità. Abbiamo convinto i nostri contemporanei che, per essere liberi, non si deve dipendere da nessuno. Questo è un tragico errore. Gli occidentali sono convinti che ricevere sia contrario alla dignità della persona umana. Eppure l’uomo civilizzato è fondamentalmente erede; riceve una storia, una cultura, una lingua, una religione, una fede, un nome, una famiglia, una tradizione, una patria ecc. È questo che lo distingue dal barbaro. Rifiutarci di aderire a una rete di dipendenze, eredità e parentela ci condanna ad entrare nella giungla della concorrenza di un’economia lasciata a se stessa. Poiché si rifiuta di accettare se stesso come erede, l’uomo si condanna all’inferno della globalizzazione liberale, senza parametri morali o etici, dove gli interessi individuali si scontrano senza alcuna legge diversa da quella del profitto a tutti i costi.

In questo mio libro, “Si fa sera e il giorno ormai volge al declino“, voglio ricordare agli occidentali che la vera ragione di questo rifiuto di ereditare, di questo rifiuto della paternità, è fondamentalmente il rifiuto di Dio, il rifiuto di Dio nelle società occidentali. Riceviamo da Lui la nostra natura di uomo e di donna. “Dio ha creato l’uomo a Sua immagine, a immagine di Dio, lo ha creato, uomo e donna, li ha creati” (Gn 1.27). Questo, tuttavia, diventa insopportabile per le menti moderne. L’ideologia del genere è infatti un rifiuto luciferino di ricevere da Dio una natura sessuale.

Così alcuni, in Occidente, si ribellano a Dio e si oppongono al loro Creatore e Padre a testa alta, e si mutilano orribilmente ma inutilmente per cambiare sesso. Ma fondamentalmente non cambiano la loro struttura come uomo e come donna. L’Occidente si rifiuta di ricevere; accetta solo ciò che costruisce da se stesso.

 

4 STRADE PER USCIRE DALLA CRISI
Ma – in concreto cosa dobbiamo fare per uscire da queste crisi?

Lavorare all’unità della Chiesa, anzitutto. Essa poggia su quattro colonne, che noi siamo chiamati a rinforzare e a ricostruire, ove vacillassero e cadessero, con pazienza giorno per giorno. Queste quattro colonne sono: la preghiera; la dottrina cattolica; l’amore di Pietro; la carità fraterna.

1.      Preghiera
Senza l’unione intima con Dio, nella preghiera, la contemplazione e l’adorazione silenziosa, qualsiasi impegno a rafforzare la Chiesa e la fede sarà inutile e dannoso. La preghiera deve diventare il nostro respiro più intimo. Ci rimette di fronte a Dio. Colui che prega si salva, colui che non prega è dannato, ha detto Sant’Alfonso. Una Chiesa che non porta la preghiera come bene più prezioso corre verso la perdita di se stessa. Se non riprendiamo il senso delle veglie lunghe e pazienti con il Signore, lo tradiremo.  Gli Apostoli lo fecero: crediamo noi stessi di essere migliori di loro? Senza la preghiera, avremmo l’illusione di servire Dio quando stiamo solo facendo l’opera del Male. Non si tratta di moltiplicare le devozioni. Si tratta di fare silenzio e di adorare. Si tratta di inginocchiarsi spesso davanti il Santissimo.

2.      Dottrina cattolica
Non dobbiamo inventare e costruire l’unità della Chiesa. La fonte della nostra unità ci precede e ci viene offerta. Sono ferito di vedere tanti pastori vendere la dottrina cattolica e creare confusione, smarrimento e divisioni tra i fedeli. Dobbiamo al popolo cristiano un insegnamento chiaro, fermo e stabile. Come possiamo accettare che le conferenze episcopali si contraddicono a vicenda? Dove regna la confusione, Dio non può vivere!

L’unità della fede implica l’unità del magistero nello spazio e nel tempo. Quando ci viene imposto un nuovo insegnamento, esso deve sempre essere interpretato in conformità con l’insegnamento di cui sopra. Se introduciamo rotture e rivoluzioni, rompiamo l’unità che governa la Santa Chiesa attraverso i secoli. Ciò non significa che siamo condannati all’immobilismo. Ma ogni evoluzione deve essere una migliore comprensione, uno sviluppo e un approfondimento del passato. L’ermeneutica della riforma nella continuità che Benedetto XVI così chiaramente ha insegnato è una conditio sine qua non dell’unità della Chiesa.

Coloro che annunciano il cambiamento e la rottura sono falsi profeti! Non stanno cercando il bene del gregge. Sono mercenari nell’ovile!

La nostra unità sarà forgiata attorno alla verità immutabile della dottrina cattolica. Non ci sono altri modi. Voler conquistare la popolarità dei media al prezzo della verità è come fare il lavoro di Giuda! Certo, Gesù è esigente. Sì, seguendolo chiede di portare la sua Croce ogni giorno! La tentazione della codardia è ovunque. In particolare, regna sui pastori. L’insegnamento di Gesù sembra troppo difficile. Molti di noi sono tentati di pensare: “Quello che dice qui è intollerabile, non possiamo continuare ad ascoltarlo!” (Gv 6, 60). Il Signore si rivolge a coloro che ha scelto, a noi sacerdoti e vescovi, e ci chiede di nuovo: “Anche tu vuoi andartene?”  (Gv 6, 67).

Dio vuole che siamo in grado di rispondergli con San Pietro, pieno di amore e di umiltà: “Da chi andremo Signore? Tu solo hai parole di vita eterna! (Gv 6, 68).

3.      L’amore di Pietro
Il Papa è portatore del mistero di Simon Pietro al quale Cristo disse: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16, 18). Il mistero di Pietro è un mistero di fede.

Gesù voleva dare la sua Chiesa a un uomo. Per ricordarci meglio, lasciò che quest’uomo lo tradisse tre volte davanti a tutti, prima di consegnargli le chiavi della sua Chiesa. Sappiamo che la barca della Chiesa non è affidata ad un uomo a causa di straordinarie capacità superomistiche. Crediamo, tuttavia, che quest’uomo sarà sempre assistito dal pastore divino per mantenere ferma la regola della fede. Non abbiamo paura! Sentiamo Gesù: “Tu sei Simone. Il tuo nome sarà Pietro! (Gv 1,42). Fin dalle prime ore, il tessuto della storia della Chiesa è stato intrecciato: il filo d’oro delle decisioni infallibili dei pontefici, i successori di Pietro, il filo nero degli atti umani e imperfetti dei papi, successori di Simone.

Cari amici, i pastori sono coperti da difetti e imperfezioni. Ma non è disprezzandoli che costruirete l’unità della Chiesa. Non abbiate paura di esigere da loro la fede cattolica, i sacramenti della vita divina, l’esempio della purezza nella loro condotta morale! Ricordate la parola di Sant’Agostino: “Quando Pietro battezza, è Gesù che battezza. Ma quando Giuda battezza, è ancora Gesù che battezza!” Il più indegno dei sacerdoti rimane lo strumento della grazia divina quando celebra i sacramenti. Guarda fino a che punto Dio ci ama! Egli accetta di mettere il suo corpo eucaristico nelle mani sacrileghe dei preti miserabili.

Se pensate che i vostri sacerdoti e vescovi non siano santi, allora siate santi per loro! Pregate, fate penitenza, digiunate per i loro difetti e la loro codardia. Solo così si può portare il fardello dell’altro!

4.      Carità fraterna
Ricordiamo le parole del Concilio Vaticano II: “La Chiesa è il sacramento dell’unità della razza umana”. Nonostante questo, tanto odio e divisione la sfigurano. È ora di trovare un po’ di gentilezza tra di noi. È tempo di annunciare la fine del sospetto! Per noi cattolici è tempo di “entrare in un vero processo di riconciliazione interna”, nelle parole di Papa Benedetto XVI. Cristo ha steso per tutti le braccia sulla Croce affinché da quel momento in poi, la Chiesa potesse aprire le proprie e noi riconciliarci in lei, con Dio e tra di noi.

Il cuore di un cristiano che vive la fraternità e l’incontro trova la sua amalgama nella carità, ovvero l’Amore che Dio ha rivelato. “Una Chiesa senza la carità non esiste”, ha detto Papa Francesco in un messaggio alla Caritas Internationalis.

Un importante filosofo contemporaneo francese, Fabrice Hadjadj, ha coniato una formula geniale parlando delle “eresie della carità” proprie dell’uomo moderno, che confondono la carità con il semplice voler bene (nel migliore dei casi) o con l’elemosina (nei casi peggiori). Ma la carità è l’amore di Dio: è Dio stesso, perché Dio è amore, dice San Giovanni; noi perciò “siamo” la carità, e ci facciamo testimoni della carità verso il prossimo, perché Dio ci ha amati per primi. Così è anche per la misericordia, banalmente intesa da molti come un colpo di spugna sui propri peccati. È vero che Gesù ci precede sempre e ci attende con le braccia spalancate, ma sta a noi avere anche un moto verso di Lui! Gesù è morto in croce, con le braccia aperte verso gli uomini: è morto implorando per noi il perdono del Padre. Chi può fare questo se non Dio stesso? Come facciamo a non riconoscerlo? Sempre Papa Benedetto ha detto che “solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita, solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita”. “Se vedi la carità, vedi la Trinità”, scriveva Sant’Agostino.

Dunque, l’amore di Dio non è un afflato sentimentalistico, ma una esperienza che dà vita nell’incontro con la persona di Gesù Cristo. Poiché siamo tutti figli di un unico Padre, nel battesimo siamo anche tutti fratelli. Il nostro amore gli uni per gli altri deriva dunque dalla paternità di Dio in Cristo. Se Dio è Amore (1 Gv 4; cfr. enciclica Deus Caritas est), Egli – come ricorda Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio – “chiamando l’uomo all’esistenza per amore, l’ha chiamato allo stesso tempo all’amore” (FC, n. 11). Gesù ha detto: “Amatevi come io vi ho amato” (Gv 13,34). Ritengo che proprio in quel “come io ho amato voi” possiamo trovare tutte le ragioni per la specificità del nostro modo di vivere personalmente la carità, perché il metro di misura, è dunque Cristo, quello che Lui ha rivelato con la sua parola e la sua vita. In Lui, che è la fonte e la radice della carità cristiana, risiede tutta la densità teologica del nostro agire. Se manca questa prospettiva propriamente teologale e teologica, cadiamo in un orizzontalismo che alla fine penalizza la persona, perché la considera solo nei termini della sua relazione alla società, e non della sua integralità.

AMORE TOTALE A DIO
In conclusione, carissimi amici, il punto di partenza è solo l’amore totale verso Dio. Non esiste altra soluzione. Noi possiamo amare il prossimo come Dio ci ha amati, solo perché Dio ci ha amati per primi. Perciò, anche quando parliamo dell’amore, non facciamo riferimento a un sentimentalismo astratto e passeggero, ma all’amore duraturo ed eterno, quello che ci viene donato da Dio. L’amore è un termine talmente abusato e violentato nella società contemporanea che dovremmo avere almeno un po’ di pudore nel pronunciarne il nome.

Che bella la frase più famosa e conosciuta del Cardinale Schuster: “L’amore lo si riconosce dal dono. E poiché ogni dono proviene dall’amore, il primo, tra tutti i doni, è l’amore”.

Se possiamo rispondere umilmente, semplicemente: “Signore, tu sai tutto, sai bene che ti amo”, allora egli ci sorriderà, allora Maria e i santi del cielo ci sorrideranno e, a ciascuno di noi Dio dirà, come disse una volta a San Francesco “Vai a riparare la mia Chiesa!” Andate, riparatela con la vostra fede, con la vostra speranza e la vostra carità. E non con le vostre polemiche, discussioni ed opposizioni. Andate a ripararla con la vostra preghiera e la vostra fedeltà. Come ha scritto Benedetto XVI nella Deus caritas est: “l’amore è divino perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia ‘tutto in tutti’” (1 Cor 15,28). Ma l’amore di Dio e l’amore del prossimo sono inseparabili: la Chiesa stessa è una storia d’amore. L’amore è esigente! Amare veramente è amare fino alla morte e alla morte di croce. L’uomo oggi è scoraggiato di fronte al cammino che lo attende, perché non capisce più i motivi per cui vive: egli ha bisogno di obiettivi alti, vuole obiettivi alti, perché la sua meta è la santità. Uno scalatore punta alla vetta, perché sa, che lì, troverà pace e ristoro; ma se ascoltasse le voci di chi lo scoraggia, cadrebbe nel dirupo. Il punto è che, oggi, appare più comodo, non impegnarsi per le vocazioni nobili, esigenti e grandi: siamo nella società polverizzata, nella cultura del desiderio che si fa diritto. L’uomo deve capire che la santità è un cammino, che si percorre, offrendo quotidianamente a Dio, il valore delle cose che si compiono: in famiglia, nel lavoro, nella vita sociale e comunitaria.

Questo ci insegnano i grandi santi della Chiesa. E non c’è niente di più bello.

Vi ringrazio!

 

Card. Robert Sarah*

 

*PREFETTO DEL CULTO DIVINO E DELLA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI

 

 




Mons. Leonard: “mi unisco pienamente all’appello che il Cardinale Sarah, in stretta consultazione con Benedetto XVI, rivolge al Sommo Pontefice”

Di seguito riportiamo l’esortazione che l’arcivescovo emerito di Mechelen-Bruxelles, mons.  Andre-Joseph Léonard, ha fatto ai suoi confratelli di unirsi con fermezza all’appello che il cardinale Sarah, in stretta consultazione con Benedetto XVI, ha rivolto al Sommo Pontefice affinché confermi la prassi originaria e apostolica senza alcuna frattura nel celibato sacerdotale.

Ecco l’appello nella mia traduzione pubblicato su hommenouveau.

              Elisa Brighenti

 

L'Arcivescovo Andre-Joseph Léonard, già Primate del Belgio

L’Arcivescovo André-Joseph Léonard, già Primate del Belgio

 

In quanto arcivescovo emerito di Mechelen-Bruxelles, mi astengo da ogni ingerenza nel governo delle diocesi di cui sono stato pastore, Namur e Bruxelles. Ma resto vescovo e pertanto posso esprimere convinzioni dottrinali o pastorali, anche se possono differire dall’una o dall’altra posizione dei miei ex colleghi.

Anche se la cosa è nuova e di impatto infinitamente maggiore, un Papa emerito, nella persona di Benedetto XVI può, all’occorrenza, analogamente  collaborare in modo legittimo ad un libro progettato da un cardinale e, in comune accordo con lui, esprimere le sue convinzioni teologiche e pastorali, senza venir meno al suo dovere di riserva. Egli non si esprime necessariamente in quanto successore di Pietro e la sua posizione non vanta alcuna autorità magistrale. Tuttavia, la sua parola ha comunque un grande peso.

Il suo contributo attivo al libro progettato dal cardinale Sarah non è in alcun modo un “attacco” a papa Francesco. Benedetto XVI non critica il suo successore più di quanto faccia il cardinale. Entrambi gli rivolgono una “supplica” in spirito filiale, senza togliere nulla alla loro obbedienza all’attuale papa. Proprio come fecero i quattro cardinali che si erano rivolti a papa Francesco, chiedendogli in maniera filiale di dissipare i loro “dubia“, le loro perplessità, riguardo  ad alcuni aspetti ambigui del capitolo VIII dell’esortazione Amoris laetitia, cioè quelli che toccano l’indissolubilità di un matrimonio sacramentalmente valido, con le conseguenti ripercussioni sull’accesso ai sacramenti della Riconciliazione e della Comunione eucaristica, nel caso ci si trovi in una situazione di convivenza coniugale permanente con un partner che non è il proprio coniuge “nel Signore”.

Altre ambiguità sono sorte in seguito. Risulta perfettamente pertinente rispondere alla domanda di un giornalista dichiarando : “se un omosessuale cerca sinceramente di fare la volontà di Dio, chi sono io per giudicarlo?” Ma poiché non è chiaro in cosa consista la volontà di Dio e quali siano le conseguenze morali che ne derivano, l’opinione pubblica deduce erroneamente da questa risposta ambigua che le pratiche omosessuali sono ormai legittimate dalla Chiesa cattolica. Ma questo non è vero.

Allo stesso modo, quando si firma una dichiarazione congiunta con un alto funzionario dell’Islam, in cui si suggerisce l’idea che la diversità delle religioni corrisponda  alla “volontà” di Dio, non è sufficiente correggere oralmente l’ambiguità di questa formulazione (lasciando invariato il testo scritto e pubblicato) dicendo che Dio semplicemente “permette” questa diversità. Va anche sottolineato positivamente che il dialogo interreligioso non può minare l’assoluta unicità della Rivelazione cristiana, nella quale Dio Uno e Trino ci offre il suo amore salvifico nella persona di Gesù. Ciò non impedisce di riconoscere dei “semina Verbi” (semi della Parola di Dio) o anche della “reliquia Verbi” (resti della Parola) in religioni diverse da quella giudeo-cristianità.

Altre ambiguità sono state introdotte nel recente Sinodo sull’Amazzonia, in particolare riguardo a una certa venerazione della “Pachamama”, la Madre Terra. Su questo punto, però, dobbiamo attendere la pubblicazione dell’esortazione post-sinodale. C’è da sperare che Papa Francesco dissipi le ambiguità di questo Sinodo.

Una di quelle riguardava proprio la questione del celibato sacerdotale nella Chiesa cattolica latina. A questo proposito, in comunione con molti altri Vescovi, che invito fraternamente affinché esprimano la loro ferma posizione, mi unisco  pienamente all’appello che il Cardinale Sarah, in stretta consultazione con Benedetto XVI, rivolge al Sommo Pontefice. La nostra speranza di essere ascoltati è grande, poiché Papa Francesco ha chiaramente dichiarato il suo attaccamento al celibato sacerdotale nella Chiesa latina. Ma ne ha anche individuato delle eccezioni… che, ahimè, come altre questioni, stanno prendendo rapidamente un carattere universale!

La petizione espressa nel libro in questione è quindi di urgente attualità e perfettamente legittima. Non si deve mai “attaccare” il Papa. Al contrario, dobbiamo sempre rispettare la sua persona e la sua missione. E’ d’obbligo tuttavia alcune volte, ed è sempre permesso, di “implorarlo” e di chiedergli “chiarimenti”. Questo è ciò che facciamo.

 

+ André LEONARD,

   Arcivescovo emerito di Mechelen-Bruxelles.

 

 




Card. Müller: “Ciò che essi al massimo tollerano è una chiesa senza Dio, senza la croce di Cristo e senza la speranza della vita eterna”.

Il cardinale Gerhard Müller, Prefetto emerito della Congregazione della Dottrina della Fede, entra con tutta la sua autorità nella controversia relativa al contributo dato da Papa Benedetto emerito a un libro scritto con il card. Sarah in difesa del celibato sacerdotale, sostenendo che Benedetto XVI non è un antagonista di Papa Francesco. Ha anche difeso l’azione di Benedetto nel contribuire al libro, affermando che la parola dell’ex papa continua a “avere un grande peso nella Chiesa, per la sua competenza teologica e spirituale e per la sua esperienza episcopale e papale di governo”.

Il contributo del card. Gerhard L. Müller è stato pubblicato su Lifesitenews. Eccolo nella mia traduzione. 

 

Papa Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI

 

Avversari, o Fratelli in Spirito? Il rapporto tra Papa Francesco e Benedetto XVI

 

 

di Gerhard Cardinal Müller

 

La deliberata confusione mediatica riguardo alla partecipazione come co-autore di Benedetto XVI al libro del cardinale Sarah “Dal profondo dei nostri cuori” (gennaio 2020) indica semplicemente la paranoia dilagante nella sfera pubblica da quando si suppone la coesistenza di due papi. Perché nella Chiesa cattolica può esserci un solo papa. Perché è vero: “Il Romano Pontefice, come successore di Pietro, è il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità sia dei vescovi che dei fedeli”. (Vaticano II, Lumen Gentium 23).

Nel contributo di Benedetto sul sacerdozio cattolico, questa grave distorsione della percezione di due principi contrari dell’unità ha trovato ancora una volta conferma e nutrimento. D’altra parte, è apertamente evidente che papa Francesco e il suo predecessore Benedetto XVI non sono gli autori di questa polarizzazione patologica, ma le vittime di una proiezione ideologica.

Questo minaccia l’unità della Chiesa tanto quanto mina il primato della Chiesa romana. Tutti questi eventi mostrano solo che il trauma mentale, che la rinuncia all’incarico da parte di papa Benedetto XVI all’inizio del 2013 ha causato nel “discernimento in materia di fede del popolo di Dio” (Lumen gentium 12; 35), non è ancora guarito. Ma i fedeli hanno diritto a una valutazione teologicamente chiara della convivenza tra un papa regnante e il suo predecessore emerito. Questo singolare evento, che il Papa, come capo del collegio dei vescovi e della Chiesa visibile, il cui capo invisibile è Cristo, lascia la cattedra di Pietro, che gli è affidata per tutta la vita, prima della sua morte, non potrà mai essere colto da categorie mondane (diritto alla pensione in base all’età, desiderio del popolo di sostituire i suoi capi). Anche se il diritto canonico prevede questa possibilità astratta (can. 332 §2 CIC), mancano ancora disposizioni dettagliate ed esperienze concrete su come si possa descrivere il suo status e, soprattutto, come si possa plasmare nella pratica per il bene della Chiesa.

In politica ci sono gli avversari nella lotta per il potere. Quando il concorrente viene eliminato, la carovana va avanti. Ma tra i seguaci di Cristo, questo non dovrebbe essere il caso. Perché nella Chiesa di Dio tutti sono fratelli. Solo Dio è nostro padre. E suo Figlio Gesù Cristo, il Verbo fatto carne (Giovanni 1:14-18), è l’unico maestro di tutti i suoi discepoli (Matteo 23:10). I vescovi e i sacerdoti, attraverso la loro ordinazione sacramentale, sono i servitori della Chiesa, nominati nello Spirito Santo (Atti 20:28), che guidano la Chiesa di Dio nel nome e nell’autorità di Cristo. Egli parla attraverso le loro bocche come maestro divino nei sermoni (1 Tessalonicesi 2:13). Attraverso di loro santifica i fedeli nei sacramenti. E Cristo, il “pastore e custode delle vostre anime” (1 Pietro 2:25) si preoccupa della salvezza del popolo nominando sacerdoti (vescovi e presbiteri) nella sua Chiesa come loro pastori (1 Pt 5:2-3; Atti 20:28). Il Vescovo romano esercita il ministero di San Pietro, che è stato chiamato da Gesù, il Signore della Chiesa, al ministero pastorale universale (Giovanni 21:15-17). Ma i vescovi sono anche fratelli tra loro. Ciò non pregiudica il fatto che essi sono uniti come membri del collegio dei vescovi – con e sotto l’autorità del Papa (Vaticano II, Lumen Gentium 23).

Un ex papa ancora in vita è fraternamente legato a tutti i vescovi ed è sotto l’autorità magisteriale e giurisdizionale del papa al governo. Ma ciò non impedisce in alcun modo che la sua parola continui ad avere un grande peso nella Chiesa, per la sua competenza teologica e spirituale e per la sua esperienza episcopale e pontificia di governo.

Il rapporto di ogni vescovo emerito con il suo successore deve essere segnato dallo spirito di fraternità. I pensieri mondani di prestigio e i giochi di potere politico sono veleno nel corpo della Chiesa, che è il corpo di Cristo. Ciò vale a maggior ragione per l’ancor più delicato rapporto del papa regnante con il suo predecessore, che ha rinunciato all’esercizio del ministero petrino e quindi a tutte le prerogative del primato papale, e quindi non è sicuramente più il papa.

Sorprendente è qui la chiusura delle fila da parte dei precedenti nemici della Chiesa provenienti dalla sfera del vecchio neo-ateismo liberale e marxista con il laicismo all’interno della Chiesa, che vuole trasformare la Chiesa di Dio in un’organizzazione umanitaria che agisce in modo planetario.

Il vecchio nemico della chiesa Eugenio Scalfari si vanta della sua nuova amicizia con Papa Francesco. Unito nell’idea comune di una Unica Religione  Mondiale (senza Trinità e Incarnazione) fatta dall’uomo, gli offre la sua collaborazione. L’idea di un fronte popolare di credenti e non credenti viene lanciata contro i nemici e gli avversari da lui identificati tra i cardinali e i vescovi, oltre che contro i cattolici “conservatori di destra”. In esso, egli trova persone che condividono la sua visione che provengono dal gruppo della “Guardia Bergogliana”, che si presenta in questo modo. Questa rete di populisti di sinistra, spinti da una pura volontà di potere, perverte ideologicamente la potestas plenas del Papa in una potestas illimitata et absoluta. Questo è il puro volontarismo: Secondo la loro concezione, tutto è buono e vero perché il Papa lo vuole. Il Papa, al contrario, non fa e dice qualcosa, perché è buono e vero. Essi contraddicono il Vaticano II, che vede il magistero al servizio della rivelazione, “insegnando solo ciò che è stato tramandato, ascoltando devotamente la Parola di Dio, custodendola scrupolosamente e spiegandola fedelmente in accordo con un incarico divino e con l’aiuto dello Spirito Santo […]”. (Dei Verbum 10). In questo modo, essi si espongono come oppositori demoniaci del papato, come è stato definito dogmaticamente dagli insegnamenti del Vaticano I e del Vaticano II. Se già tra Gesù e i discepoli non c’è il principio del servilismo ma la misura dell’amicizia (Giovanni 15,15), come dovrebbe essere segnato il rapporto del Papa con i suoi fratelli nell’episcopato dall’opportunismo sottomesso e dall’obbedienza cieca e irrazionale al di là dell’unità di fede e di ragione tipica della teologia cattolica? Secondo le idee liberali marxiste, un papa “di stagione” si legittima perseguendo spietatamente l’agenda di estrema sinistra e promuovendo un’unità di pensiero senza trascendenza, senza Dio e la mediazione storica della salvezza attraverso Cristo, unico mediatore tra Dio e l’uomo (1 Timoteo 2,5).

Nel mondo (civitas terrena), i governanti, gli opinionisti e gli ideologi abusano del loro potere ignorando la legge morale naturale e i comandamenti divini. Spesso usurpano il posto di Dio e si trasformano in diavoli in forma umana. Ma dove Dio è riconosciuto come l’unico Signore, lì regnano la grazia e la vita, la libertà e l’amore. Nel regno di Dio, la parola di Gesù è considerata un precetto: “Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».”. (Marco 10:43-45)

L’ordinazione sacramentale (di vescovo, presbitero, diacono) rimane valida ed efficace, e con essa la responsabilità dell’insegnamento e della missione pastorale della Chiesa. I vecchi oppositori di Joseph Ratzinger (come cardinale prefetto e papa) non hanno alcun diritto di imporgli la damnatio memoriae, soprattutto perché la maggior parte di loro si differenzia dalle sue qualità di dottore della Chiesa solo per il loro scioccante dilettantismo nelle questioni teologiche e filosofiche. Il suo contributo nel libro del cardinale Sarah non può che essere screditato come punto di vista opposto a quello di papa Francesco da chi confonde la Chiesa di Dio con un’organizzazione ideologico-politica. Non vogliono capire che i misteri della fede si possono cogliere solo con lo “spirito di Dio” e non con lo “spirito del mondo”. “L’uomo non spirituale non comprende i doni dello Spirito di Dio”. (1 Corinzi 2:14)

Quando anche gli apostoli inizialmente non vollero capire che ci sono persone che rinunciano volontariamente all’unione coniugale per il servizio del regno di Dio, Gesù stesso disse loro: “Chi è in grado di riceverlo, lo riceva”. (Matteo 19:12). E lo spiega in questo modo: «In verità io vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà».. (Luca 18, 29-30; cfr. Matteo 19, 29)

L’affermazione che Benedetto è l’avversario segreto del papa in carica e che la sua richiesta del sacerdozio sacramentale e del celibato deriva da una politica ostruzionistica diretta contro l’attesa esortazione post-sinodale [del Sinodo] amazzonico non può che fiorire in un focolaio di ignoranza teologica. Nessuno nega questa ossessione in modo così brillante come lo stesso papa Francesco.

Nella prefazione alla raccolta di testi sul sacramento dell’ordine in occasione del 65° anniversario sacerdotale di Joseph Ratzinger nel 2016, papa Francesco scrive: “Ogni volta che leggo le opere di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, mi rendo conto che ha fatto e fa teologia “in ginocchio”: in ginocchio, perché si vede che non è solo un eccezionale teologo e maestro di fede, ma un uomo che crede davvero, che prega davvero. Si vede che è un uomo che incarna la santità, un uomo di pace, un uomo di Dio”.

E dopo che papa Francesco ha respinto la caricatura del sacerdote cattolico come funzionario di routine di una chiesa-Ong, con le parole sottolinea ancora una volta l’eccezionale posizione di Joseph Ratzinger come teologo sulla cattedra di Pietro: “Come affermato in modo così deciso dal cardinale Gerhard Ludwig Müller, l’opera teologica di Joseph Ratzinger, e poi di Benedetto XVI, lo colloca tra i grandi teologi sulla cattedra di San Pietro, come Leone Magno, santo Papa e dottore della Chiesa […] Da questo punto di vista, Vorrei aggiungere alla giusta considerazione del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede che forse oggi, come Papa emerito, ci dà in modo particolarmente chiaro una delle sue più grandi lezioni di ‘teologia in ginocchio’”.

Il contributo di Benedetto al libro di Sarah offre, in un’approfondita ermeneutica cristologico-pneumatologica dell’unità interiore dell’Antico e del Nuovo Testamento, fondata sulla comunicazione storica di sé di Dio, un aiuto per superare la crisi teologica e spirituale del sacerdozio, che è della massima importanza nel rinnovamento della Chiesa (cfr. Vaticano II, Presbyterorum Ordinis 1). Il sacerdote non è il funzionario di una società che fornisce servizi religiosi e sociali. Né è l’esponente di una comunità autonoma che rivendica diritti nei confronti di Dio invece di ricevere “ogni buona dote e ogni dono perfetto dall’alto, che scende dal Padre della luce”. (Giacomo 1,17) Attraverso gli ordini sacri, egli è piuttosto conforme a Gesù Cristo, il sommo sacerdote e mediatore della Nuova Alleanza, il maestro divino e buon pastore, che dà la sua vita per le pecore del gregge di Dio (Lumen Gentium 29; Presbyterorum Ordinis 2).

Da questa conformitas cum Christo nasce anche l’adeguatezza interiore della forma di vita celibe di Cristo per il sacerdozio sacramentale. Gesù stesso ha parlato dei discepoli che, escatologicamente come testimonianza per il regno che viene e al servizio della salvezza dell’uomo, vivono sessualmente in astinenza e rinunciano alla vita matrimoniale e familiare di loro spontanea volontà (Matteo 19:12; 1 Corinzi 7:32). Il celibato non è assolutamente richiesto dalla natura del sacerdozio. Ma sorge nella più intima appropriatezza dalla natura di questo sacramento come rappresentazione di Cristo come sposo della sua sposa, della chiesa e del capo del suo corpo, la Chiesa, nella potenza della sua missione e della sua forma di vita del dono totale di sé a Dio (cfr. Presbyterorum Ordinis 16). Per questo motivo le dispense dalla legge del celibato, che sono diversamente sviluppate nelle Chiese d’Oriente e d’Occidente, devono essere giustificate come eccezioni, e non il celibato sacerdotale come la regola. Fondamentalmente, la Chiesa deve lavorare per un sacerdozio celibe. Dalle radici bibliche, la pratica si era sviluppata, attraverso la legge che richiedeva ai chierici sposati di essere continenti, al fine di ordinare solo candidati a vescovo, prete e diacono che promettessero una vita celibe fin dall’inizio. Nella Chiesa d’Oriente – discostandosi dalla tradizione della Chiesa primitiva, e non certo nella sua continuazione – il Concilio Quinisesto (691/692), che si svolse tipicamente nel palazzo imperiale e non in una chiesa, permise a preti e diaconi di continuare la vita coniugale. Nella Chiesa latina, però, in seguito furono consacrati solo uomini non sposati, che in precedenza avevano promesso di vivere una vita celibe. Nelle Chiese d’Oriente, ai chierici sposati, ma non ai vescovi, è stato permesso di continuare il matrimonio – data l’astinenza sessuale qualche tempo prima della celebrazione della Divina Liturgia e il divieto di un secondo matrimonio dopo la morte del coniuge. Questa disposizione si applica anche al clero cattolico che ha ricevuto una dispensa dall’obbligo del celibato (Lumen gentium 29).  Per il maggior bene dell’unità, la Chiesa cattolica accetta questa pratica nelle Chiese Orientali Uniate, e sin Papa Pio XII, e per quanto riguarda gli anglicani da Papa Benedetto XVI, concede una dispensa dall’obbligo del celibato al clero di altre confessioni che sono sposati ed entrano in piena comunione con lei, se si considera l’ordinazione sacerdotale.

Una semplice abolizione del celibato sacerdotale, come nelle comunità protestanti e anglicane del XVI secolo, sarebbe quindi una violazione della natura del sacerdozio e in spregio all’intera tradizione cattolica. Chi vorrebbe rispondere davanti a Dio e alla sua santa Chiesa delle conseguenze disastrose per la spiritualità e la teologia del sacerdozio cattolico? Anche milioni di sacerdoti, fin dalla fondazione della Chiesa, si sentirebbero profondamente feriti se ora si spiegasse loro che il loro sacrificio esistenziale per il Regno di Dio e per la Chiesa si è basato solo su una disciplina giuridica esteriore che non ha nulla a che fare con il sacerdozio e con la forma di vita del celibato per il regno dei cieli. La mancanza di sacerdoti (in numero e qualità) nei paesi dell’Occidente, un tempo cristiani, non è dovuta alla mancanza di vocazioni da parte di Dio, ma alla mancanza della nostra vita dal Vangelo di Gesù Cristo, il Figlio di Dio e Salvatore del mondo intero.

Non c’è solo una discussione sul celibato, ma anche un’aspra lotta contro di esso e quindi anche contro il sacerdozio sacramentale. Nel XVI secolo i riformatori protestanti intendevano l’ufficio ecclesiastico solo come funzione religiosa nella comunità cristiana, privandola così del suo carattere sacramentale. Se l’ordinazione sacerdotale non è più una conformazione interiore a Cristo, maestro divino, buon pastore e sommo sacerdote della Nuova Alleanza, allora anche la comprensione del legame interiore con il celibato per il regno di Dio, fondato nel Vangelo, non è più applicabile (Matteo 19:12; 1 Corinzi 7:32).

Sulla scia delle polemiche della riforma e a causa della loro visione immanentistica dell’uomo, i filosofi illuministi francesi vedevano nel celibato sacerdotale e nei voti religiosi solo una soppressione dell’istinto sessuale, che portava a nevrosi e perversioni – simile alla successiva interpretazione della sessualità come soddisfazione meccanica degli istinti, che in caso di “soppressione” provoca nevrosi e perversioni, secondo la psicologia del profondo.

Nell’odierna dittatura del relativismo, l’enfasi su un’autorità sacramentale da parte della superiore autorità divina è percepita come una pretesa clericale di potere, e il modo di vivere celibe come un’accusa pubblica contro la riduzione della sessualità a un’acquisizione egoistica del piacere. Il celibato sacerdotale appare come l’ultimo baluardo del riferimento trascendentale radicale dell’uomo e la speranza di un mondo oltre e di un mondo a venire, ma che secondo i principi atei questa è una pericolosa illusione. La Chiesa cattolica come alternativa ideologica all’immanentismo radicale è quindi ferocemente combattuta da un’élite internazionale di potere e di denaro, che si batte per un dominio assoluto sullo spirito e sul corpo delle masse ottuse. In un gesto terapeutico si mima il filantropo che fa un favore solo ai sacerdoti e ai religiosi poveri liberandoli dalle catene della loro sessualità soppressa. Ma nella loro compiaciuta intolleranza, questi benefattori dell’umanità non si accorgono affatto di come violano la dignità umana di tutti quei cristiani che prendono sul serio o adempiono fedelmente alla promessa del celibato con l’aiuto della grazia l’indissolubilità del matrimonio nella loro coscienza davanti a Dio. Perché proprio lì, dove i fedeli cristiani prendono la loro decisione di vita nel più profondo della loro coscienza davanti a Dio, i negatori della vocazione soprannaturale dell’uomo vogliono persuaderli che devono inserirsi nell’orizzonte limitato di un’esistenza condannata a morte, come se il Dio vivente non esistesse (Vaticano II, Gaudium et Spes 21). “Fin dalla creazione del mondo la sua natura invisibile, cioè la sua potenza eterna e la sua divinità, è stata chiaramente percepita nelle cose che sono state fatte. Quindi non hanno scuse, perché, pur conoscendo Dio, non l’hanno onorato come Dio e non gli hanno reso grazie. […] Dicendo di essere saggi, si sono fatti stolti, e hanno scambiato la gloria del Dio immortale con immagini che assomigliano all’uomo mortale o agli uccelli o agli animali o ai rettili”. (Romani 1:20-23)

L’accusa infamante è che i sinistri reazionari della Chiesa con la loro difesa del sacerdozio sacramentale e – ai loro occhi – la morale sessuale ultraterrena e il celibato misantropo ritardano o addirittura impediscono la necessaria modernizzazione della Chiesa cattolica e il suo adattamento al mondo moderno. Ciò che essi al massimo tollerano è una chiesa senza Dio, senza la croce di Cristo e senza la speranza della vita eterna. Questa “chiesa dell’indifferentismo dogmatico e del relativismo morale”, che potrebbe includere anche atei e non credenti, può parlare in modo stagionale del clima, della sovrappopolazione, dei migranti. Ma deve rimanere in silenzio sull’aborto e sull’automutilazione decorata come riassegnazione di genere, sull’eutanasia e sulla riprovevolezza dei rapporti sessuali al di fuori del matrimonio tra uomo e donna. In ogni caso, dovrebbe accettare la rivoluzione sessuale come una liberazione dall’ostilità verso il corpo della morale sessuale cattolica. Sarebbe quindi un segno di pentimento per la tradizionale ostilità verso il corpo dell’eredità manichea di sant’Agostino.

Nonostante tutte queste lusinghe, i fedeli cattolici sono del fondato parere che al posto dell’ateo Scalfari, che non crede in Dio e non può comprendere il “mistero della santa Chiesa” (Lumen Gentium 5), Benedetto (Joseph Ratzinger) sarebbe il consigliere infinitamente più competente del vicario di Cristo, il successore di Pietro e pastore della Chiesa universale. Ciò si riferisce sia alle sue qualità teologiche e alle sue intuizioni spirituali sul mistero dell’amore di Dio, sia all’esperienza della responsabilità di un Papa per la Chiesa universale, solo davanti a Dio, che Benedetto è l’unica persona al mondo a condividere con Papa Francesco.

Ciò che Papa Francesco scrive nella prefazione al libro del suo predecessore sul sacerdozio dovrebbe essere letto da tutti gli “uomini saggi e potenti di questo mondo” (cfr. 1 Corinzi 2,6) prima che essi diffondano nel mondo le loro fantasie paranoiche di antagonisti papali, cardinali avversari e scismi imminenti: “Joseph Ratzinger/Benedetto XVI incarna quel rapporto costante con il Signore Gesù, senza il quale nulla è più vero, tutto diventa routine, i sacerdoti sono quasi ridotti a destinatari di uno stipendio, i vescovi a burocrati, e la Chiesa non è la Chiesa di Cristo, ma qualcosa che abbiamo creato, una ONG che in definitiva è superflua”. 

E il 28 giugno 2016 continua rivolgendosi ai cardinali, ai vescovi e ai sacerdoti riuniti nella Sala Clementina per la presentazione del libro, non come subordinati ma come amici: “Cari fratelli! Mi permetto di dire che se qualcuno di voi avesse mai avuto dubbi su quale sia il fulcro del suo ministero, il suo scopo, il suo beneficio; se mai avesse avuto dubbi su ciò che la gente si aspetta veramente da noi, allora lasciatelo riflettere sulle linee qui presentate. Ciò che è descritto e testimoniato in questo libro, [è] che noi li portiamo a Cristo e li guidiamo a Lui, all’acqua fresca e viva di cui hanno più sete che di qualsiasi altra cosa che solo Lui può dare e che da niente può essere sostituita; che li portiamo alla vera e perfetta felicità quando nulla può soddisfarli; che li portiamo alla realizzazione del loro sogno segreto, che nessuna potenza al mondo può promettere di far avverare!”

 

(Traduzione dal tedesco all’inglese di Martin Bürger per LifeSiteNews)

 




I due papi

Una acuta e tagliente riflessione di padre Robert P. Imbelli, un sacerdote della diocesi di New York, sull’ultima intervista riportata da Eugenio Scalfari, fondatore di La Repubblica, a Papa Francesco. 

È un articolo pubblicato su The Catholic Thing che vi propongo nella mia traduzione. 

 

Papa Francesco e Eugenio Scalfari

Papa Francesco e Eugenio Scalfari

 

A prima vista, può sembrare che il titolo di questo articolo si riferisca all’omonimo film, che ha raccolto numerosi elogi e critiche. È stato ampiamente riconosciuto che i due attori che ritraggono Benedetto e Francesco hanno dato spettacolo di alto livello. E’ stato anche ammesso, anche da parte di dichiarati partigiani di Papa Francesco, che la rappresentazione di Benedetto come calcolatore nella sua ricerca di diventare papa e neolitico nelle sue preoccupazioni teologiche è una caricatura. Ho visto il film, ma non ho intenzione di rivisitarlo qui.

Può sembrare, quindi, che il titolo si riferisca alla recente, molto discussa e, da alcuni, deplorata collaborazione tra il Cardinale Robert Sarah e Papa Benedetto emerito per la pubblicazione di un piccolo libro, Dal profondo dei nostri cuori: Il sacerdozio, il celibato e la crisi della Chiesa cattolica. Le questioni e le preoccupazioni sollevate da e sul libro sono reali e urgenti. Ma l’esistenza simultanea di due figure in bianco, entrambe trattate come “Santo Padre”, e la confusione che ne deriva non è la “malizia” che intendo qui.

Mi riferisco piuttosto all’ultimo tête à tête tra papa Francesco ed Eugenio Scalfari, il fondatore nonagenario e patriarca del quotidiano italiano di sinistra La Repubblica. Chi segue le audaci avventure dell’attuale papa sa che tra gli elementi problematici del suo pontificato c’è la serie di interviste che ha concesso al signor Scalfari, a partire da un periodo piuttosto precoce del suo mandato.

Scalfari, ateo dichiarato, ha comunque ricevuto in più occasioni un accesso privilegiato al Papa. Ha poi scritto degli incontri sul suo giornale, citando liberamente Francesco, pur ammettendo di non registrare le parole del papa e di non prendere appunti durante le loro conversazioni. Si limita a interrogare, ascoltare, rispondere e trasmettere – assecondando, per essere sicuri, una certa libertà creativa.

Il risultato di queste idiosincratiche procedure, se non irresponsabili, è che in diverse occasioni la Sala Stampa vaticana è stata costretta più volte a fare vaghe ritrattazioni delle opinioni piuttosto estreme attribuite a papa Francesco, come quella di mettere in discussione la divinità di Gesù di Nazareth. Scalfari ha riferito proprio lo scorso autunno che “Papa Francesco concepisce Cristo come Gesù di Nazareth, uomo, non Dio incarnato”. Quest’ultima affermazione alla fine ha evocato una più robusta smentita da parte di Paolo Ruffini, il laico che dirige il Dicastero Vaticano per le Comunicazioni. Ruffini ha insistito: “Il Santo Padre non ha mai detto quello che Scalfari ha scritto che ha detto. Pertanto, sia le osservazioni citate, sia la libera ricostruzione e interpretazione da parte del dottor Scalfari dei colloqui – che risalgono a più di due anni fa – non possono essere considerate un fedele resoconto di quanto detto dal papa”.

È, quindi, tanto più sconcertante, anzi, allarmante, che Papa Francesco continui a esercitare una “opzione privilegiata” per Scalfari, un uomo che si è dimostrato poco affidabile nella sua segnalazione. Questa opzione privilegiata è stata recentemente esposta in modo eclatante nel numero del 16 gennaio de La Repubblica, con tre pagine di rilievo dedicate all’ultimo colloquio tra i “due papi”: Francesco in rappresentanza della Chiesa cattolica ed Eugenio in rappresentanza della Sinistra laica. Il titolo suonava: “Francesco: Io, Ratzinger, e la Terra da salvare”, ma si potrebbe avere il diritto di leggerlo più semplicemente come “Francesco ed io”.

Scalfari si vanta del suo “intenso rapporto con il Santo Padre”. E poiché la collaborazione Sarah-Benedetto aveva appena fatto notizia, Scalfari assicura i suoi lettori della serenità di Francesco. Infatti, egli sostiene che Benedetto aveva comunicato a Francesco la sua piena “solidarietà” (tutta la sua solidarietà), insieme alla confessione che lui, Benedetto, non aveva “mai autorizzato” una paternità congiunta del libro (mai autorizzato un libro a doppia firma). Cito, naturalmente, le parole di Scalfari, anche se, presumibilmente, rappresentano ciò che lui ha tratto da Francesco.

Dopo aver amichevolmente rinunciato a tali spiacevoli inconvenienti, la conversazione passa poi a preoccupazioni più pressanti condivise dai due Pontefici. Può sembrare che io sia frivolo. Ma Francesco esorta il suo stimato amico a cessare l’appellativo troppo ultraterreno, Santità, (“Santità“) e a ricorrere al più terreno “Papa Francesco”, o semplicemente “Francesco”. Dopotutto, dichiara in modo convincente: “Siamo amici, no?” (Siamo amici, no?) D’ora in poi i due Papi saranno due ragazzi normali: Frank e Gene – magari condividendo anche pizza e birra come i loro omologhi di Netflix.

Liberati ora dalle ampollose inibizioni e dalle divisioni, i due galoppano attraverso una serie di questioni che darebbero tregua alle anime meno forti. Agostino sulla grazia e la predestinazione, che qualifica come “mistico” (Agostino e Ignazio di Loyola, no; Francesco d’Assisi, sì, dice Francesco); l’inafferrabile senso di sé, la sua libertà, la sua lotta tra il bene e il male.

Da lì si passa rapidamente all’immigrazione, al cambiamento climatico, a un bizzarro riferimento a Gesù come persona di “autorità”, che si manifesta nella sua coerenza di vita e nella sua testimonianza (coerenza e testimonianza). Si ha il senso vertiginoso, in questo circuito senza respiro delle Grandi Domande, di quello che un amico chiama “l’attraversare il Louvre con pattini a rotelle”.

 

Intervista di Scalfari a Papa Francesco il 16.01.2020

Intervista di Scalfari a Papa Francesco il 16.01.2020

 

Ma ciò che sembra davvero legare il papa laico e il papa ecclesiale è la funzione sociale e politica della religione: la sua capacità di far avanzare un’agenda. Perché altrimenti la persistente attenzione ad Eugenio da parte di Francesco? Perché altrimenti La Repubblica di Scalfari avrebbe dedicato così tanto spazio a un papa visto che ha disprezzato i suoi predecessori? Entrambi potrebbero abbracciarsi calorosamente, nel momento in cui si congedano l’uno dall’altro, nella certezza di un impegno comune “di aggiornare il nostro spirito collettivo alla società civile e moderna” (di aggiornare il nostro spirito collettivo alla società civile e moderna). Nessun accenno qui al pericolo che un “aggiornamento” conciliare possa degenerare in una capitolazione culturale.

Ogni lingua ha certe parole chiave a cui ci si rivolge così frequentemente da rivelare qualcosa della sua grammatica esistenziale. In italiano, una di queste parole è strumentalizzare – strumentalizzare, cooptare, usare per i propri scopi.

Da sei anni a questa parte, mi chiedo chi si avvale di chi in questo affascinante pas de de deux tra i due Papi. Sicuramente non si sta facendo “proselitismo”. Ma nemmeno si sta “evangelizzando”.

C’è invece una palpabile, piuttosto romantica interpretazione di Francesco d’Assisi da parte di entrambi. È il Francesco di Laudato si’, che ha avuto un rapporto mistico con la natura, anche con gli animali selvatici; che fece un lungo viaggio per incontrare il Sultano in un dialogo rispettoso; e che, secondo papa Francesco, come trasmesso da papa Eugenio, è morto in un prato con la mano sulla mano di Chiara (disteso su un prato con la mano sulla mano di Chiara). Franco Zeffirelli, chiama Santa Marta!

O c’è qualcosa di più del romanticismo italiano in gioco? Forse quella momentanea sgradevolezza di cui si parlava prima non è stata lasciata da parte. Forse è proprio questo che spinge la presente intervista, così in evidenza sulle pagine di Repubblica.

Dopotutto, la pressante questione della collaborazione Sarah-Benedetto riguarda il celibato sacerdotale. E la collaborazione Scalfari-Francesco – due uomini astuti nel creare immagine – ci lascia con l’immagine del povero uomo di Assisi, il diacono, morente mano nella mano con Chiara. E, ci assicurano solennemente, anche lei, non meno di lui, santa! L’ordinazione del vir probatus è segnalata in questa immagine appena dipinta e accuratamente realizzata? E, alla fine, quella della mulier probata? San Francesco e Santa Chiara, pregate per noi!

“Esagerato, Padre!”, alcuni potrebbero protestare. Ma io ho sempre preso papa Francesco sulla parola. Nella prima di quella che si è rivelata una serie interminabile di interviste, papa Francesco ha risposto a una domanda del direttore gesuita de La Civiltà Cattolica, Antonio Spadaro: “Chi è Jorge Mario Bergoglio? Il nuovo papa fa una pausa, riflette e confessa: “Sono un peccatore”. Poi, dopo averci riflettuto un po’ su, aggiunge in maniera un po’ spontanea: “forse posso dire di essere un po’ astuto… un po’ ingenuo”. (Un pò’ furbo…un pò’ ingenuo.)

Ora anche furbo è una di quelle espressioni italiane per eccellenza. I traduttori inglesi dell’intervista a Spadaro usano “astuto” come equivalente. Ma furbo suona anche un sottinteso di astuto e scaltro. Se si volesse dire di qualcuno in italiano, “è un operatore astuto”, probabilmente si direbbe: “è un furbo”.

Nel raccontare la genesi di quell’intervista inaugurale dell’agosto 2013, padre Spadaro afferma che il Papa aveva parlato della “sua grande difficoltà nel rilasciare interviste”. Infatti, Francesco preferiva “pensare con attenzione piuttosto che dare risposte immediate alle interviste”.

Fosse stato così, Santità; fosse stato così.

 

Robert P. Imbelli, sacerdote dell’arcidiocesi di New York, ha studiato a Roma durante gli anni del Concilio Vaticano II. Ha insegnato teologia al Saint Joseph’s Seminary, a Dunwoodie, alla Maryknoll School of Theology e al Boston College. È autore di Rekindling the Christic Imagination: Meditazioni teologiche sulla Nuova Evangelizzazione.