Il Papa incontra il cardinale George Pell

Francesco ha ricevuto in udienza il porporato australiano tornato a Roma nei giorni scorsi e lo ha ringraziato “per la sua testimonianza”. Nell’aprile di quest’anno è stato prosciolto all’unanimità dall’Alta Corte australiana dall’accusa di abusi su minore. È stato in carcere per oltre 400 giorni.

Riprendo il testo da Vaticannews ed il video da Cathlic News Agency.

 



 

VATICAN NEWS

Il Papa ha ricevuto oggi in udienza il cardinale George Pell e nel salutarlo lo ha ringraziato per la sua testimonianza. Il 79enne porporato australiano, prefetto emerito della Segreteria per l’Economia, in carica  dal 2014 al 2019, è tornato nei giorni scorsi a Roma. Aveva lasciato il Vaticano nel luglio 2017 per affrontare il processo per abusi su minore. Papa Francesco gli aveva concesso un periodo di congedo per potersi difendere dalle accuse. 

Il processo a Pell: condanna in primo grado

Ripercorriamo sinteticamente la vicenda processuale. Pell è accusato formalmente nel 2017 per abusi su minore commessi in due diverse occasioni nel 1996 e nel 1997 quando era arcivescovo di Melbourne. La prima udienza del processo si svolge nel luglio di quell’anno. Viene giudicato colpevole in prima istanza dal Tribunale di Melbourne nel dicembre 2018. Viene trasferito in carcere nel febbraio 2019: è condannato a sei anni di detenzione. È in isolamento.

Il porporato si dichiara innocente: definisce il reato di cui viene accusato un crimine orribile e intollerabile e contro cui ha combattuto. I suoi legali sostengono l’irragionevolezza del verdetto fondato su prove improbabili.

Santa Sede: attendere l’accertamento definitivo dei fatti

La Santa Sede, attraverso un comunicato della Sala Stampa, afferma il massimo rispetto per le autorità giudiziarie australiane e proprio in nome di questo rispetto attende l’esito del processo d’appello, ricordando che il cardinale proclama la sua innocenza e ha diritto di difendersi fino all’ultimo grado. Si ribadisce il forte impegno della Chiesa nella lotta contro gli abusi. Per garantire il corso della giustizia, il Papa conferma le misure cautelari già disposte nei confronti di Pell dall’ordinario del luogo al suo rientro in Australia, “ossia che in attesa dell’accertamento definitivo dei fatti al cardinale sia proibito in via cautelativa l’esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età”.

I vescovi australiani invitano i cattolici, fortemente scossi dalla vicenda, a non trarre conclusioni definitive prima che l’iter giudiziario si sia completato.

Confermata la condanna in appello. Ma un giudice dissente

Nel giugno 2019, presso la Corte d’Appello dello Stato di Victoria, inizia la seconda fase del processo: la difesa parla di verdetto irragionevole e vizi di procedura in primo grado. Nell’agosto 2019 la sentenza: con la maggioranza di due giudici contro uno, la condanna viene confermata. Il giudice dissenziente, Mark Weinberg, si oppone con forza al verdetto in base al principio che una persona non può essere condannata se le prove non ne dimostrano la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, altrimenti si rischia di condannare un innocente.

Anche in questo caso, la Santa Sede, attraverso un comunicato, ribadisce il proprio rispetto per la magistratura australiana, ma rimane in attesa degli ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario, ricordando che Pell proclama la sua innocenza. 

L’Alta Corte proscioglie Pell all’unanimità

Nel marzo 2020, la vicenda Pell arriva all’Alta Corte australiana, ultimo grado di giudizio. I giudici ammettono la richiesta del porporato in base alle motivazioni portate da Mark Weinberg.

Il 7 aprile 2020, l’Alta Corte, composta da sette giudici, criticando le incoerenze della sentenza della Corte d’Appello, proscioglie all’unanimità il cardinale Pell perché c’è una ragionevole possibilità che il reato non sia avvenuto e che quindi ci sia una significativa possibilità che una persona innocente possa essere condannata. Il porporato lascia il carcere dopo oltre 400 giorni di detenzione.

Pell: giustizia significa verità per tutti

Pell afferma che la grave ingiustizia che ha subito è ora risanata e che non nutre alcun risentimento verso la persona che lo ha accusato. Il processo – sottolinea – non è stato un referendum sulla Chiesa cattolica né un referendum su come le autorità della Chiesa in Australia hanno affrontato il crimine di pedofilia: “Il punto – aggiunge – era se avevo commesso o no questi terribili crimini e io non li ho commessi”. Auspica che la sua assoluzione non aggiunga altro dolore: “L’unica base della guarigione a lungo termine è la verità e l’unica base della giustizia è la verità, perché giustizia significa verità per tutti”. Il porporato ringrazia tutti coloro che hanno pregato per lui e lo hanno aiutato e confortato in questo tempo difficile. Esprime gratitudine per i suoi legali che con ferma determinazione hanno lavorato per far prevalere la giustizia e far luce su una oscurità prefabbricata dimostrando la verità.

Il Papa prega per quanti soffrono per sentenze ingiuste

Poche ore dopo la notizia, Papa Francesco, durante la Messa a Santa Marta in diretta streaming a causa della pandemia, senza citare la vicenda Pell, afferma:

“In questi giorni di Quaresima abbiamo visto la persecuzione che ha subìto Gesù e come i dottori della Legge si sono accaniti contro di lui: è stato giudicato sotto accanimento, con accanimento, essendo innocente. Io vorrei pregare oggi per tutte le persone che soffrono una sentenza ingiusta per l’accanimento”.

La sentenza di proscioglimento viene salutata con soddisfazione dalla Santa Sede, che – in un comunicato – afferma di aver sempre riposto fiducia nell’autorità giudiziaria australiana. Pell, si sottolinea, “nel rimettersi al giudizio della magistratura ha sempre ribadito la propria innocenza, attendendo che la verità fosse accertata”. 




L’accusatore del cardinale Pell nega le accuse di essere stato corrotto dal card. Becciu

L’accusatore del cardinale George Pell ha negato di essere stato corrotto per fare delle accuse di abuso contro il cardinale, dopo che i media italiani hanno riportato l’accusa che il cardinale Angelo Becciu potrebbe aver inviato del denaro all’Australia come tangente durante il processo Pell.

Se ne parla in questo articolo pubblicato dallo staff del Catholic News Agency. Eccolo nella mia traduzione. 

 

Card. Angelo Becciu

Card. Angelo Becciu (Vatican media)

 

L’accusatore del cardinale George Pell ha negato di essere stato corrotto per fare delle accuse di abuso contro il cardinale, dopo che i media italiani hanno riportato l’accusa che il cardinale Angelo Becciu potrebbe aver inviato del denaro all’Australia come tangente durante il processo Pell.

“Il mio cliente nega di essere a conoscenza o di aver ricevuto pagamenti”, ha affermato l’avvocato Vivian Waller, che rappresenta un uomo che ha accusato Pell di abusi sessuali, in una dichiarazione del 5 ottobre. “Non commenterà ulteriormente in risposta a queste accuse”.

Questa smentita è arrivata dopo che notizie speculative sui giornali italiani hanno indicato che Becciu era stato accusato di aver trasferito denaro da un conto segreto del Vaticano in Australia mentre Pell stava affrontando un processo penale nel 2018, con l’accusa di aver abusato sessualmente di due ragazzi mentre era arcivescovo di Melbourne negli anni Novanta.

Pell è stato condannato per quell’accusa, dopo che un primo processo si era concluso con una giuria senza una maggioranza, e nel 2019 è stato condannato alla prigione. È stato liberato il 7 aprile 2020, dopo che l’Alta Corte australiana ha concluso che la giuria del processo di Pell non aveva agito razionalmente quando non ha trovato alcuna possibilità di dubbio nelle accuse che il cardinale ha dovuto affrontare.

La condanna iniziale del cardinale ha diviso profondamente l’Australia, con molti giuristi altrimenti disposti in modo sfavorevole nei confronti di Pell che definivano le accuse contro di lui irragionevoli e poco plausibili. Il cardinale era stato accusato di aver abusato sessualmente di due ragazzi in una sacrestia della cattedrale mentre portava con sé il suo pastorale, o bastone da vescovo, in un momento in cui più persone testimoniarono che Pell era altrove e la sacrestia era occupata.

Fino al 2017, Pell ha guidato una iniziativa richiesta da Papa Francesco per portare ordine e responsabilità nelle finanze del Vaticano, che per lungo tempo sono state carenti di procedure, controlli e supervisione centralizzati. Pell si è scontrato in questo ruolo con Becciu, che come sostituto della Segreteria di Stato del Vaticano ha servito effettivamente come direttore dello staff del papa. Becciu a un certo punto ha agito per annullare un contratto che Pell aveva stipulato per una revisione esterna delle finanze vaticane.

Almeno dal 2018, gli investigatori penali stanno esaminando una rete di investimenti e transazioni presso la Segreteria di Stato che sono collegati a Becciu; il mese scorso il cardinale è stato licenziato dalla sua carica in Vaticano e ha rinunciato “ai diritti propri dei cardinali”, pur rimanendo formalmente membro del Collegio cardinalizio.

Si ritiene che Becciu potrebbe presto affrontare accuse penali per il suo ruolo in diversi investimenti vaticani e schemi finanziari di dubbia integrità e legalità che ammontano a centinaia di milioni di euro.

Le notizie che Becciu potrebbe aver trasferito denaro in Australia per mettere nei guai Pell hanno attirato l’attenzione internazionale da quando sono apparse sui giornali italiani venerdì e nel fine settimana.

L’accusa è legata a mons. Alberto Perlasca, un ex sostituto di Pell che si dice stia collaborando con gli investigatori. Ma mentre le presunte accuse hanno fatto notizia in Italia, Australia, Regno Unito e Stati Uniti, non sono state confermate in modo indipendente e rimangono attribuite solo a fonti anonime.

L’ex avvocato di Pell, Robert Richter, QC, ha chiesto un’indagine sulle accuse, e lunedì mattina Papa Francesco ha incontrato il nunzio apostolico in Australia. Becciu ha negato le accuse.

 




Il cardinale Pell è arrivato a Roma mentre lo scandalo finanziario getta ombre sul Vaticano

Pell arriva a Roma 30-09-2020

 

 

di Sabino Paciolla

 

Il cardinale George Pell è arrivato a Roma oggi mercoledì, mentre gli sviluppi degli scandali finanziari in Vaticano sono in pieno svolgimento. 

L’ex prefetto del Segretariato per l’Economia è stato fotografato nella capitale italiana oggi  in quella che è la sua prima visita in città da quando è partito nel 2017 per l’Australia per dimostrare dinanzi ad un tribunale la sua innocenza per le accuse di abuso dalle quali è stato completamente assolto e liberato.

Dopo l’assoluzione nel processo in Australia, il Card. Pell avrebbe dovuto rispondere anche nel parallelo processo in Vaticano che si era aperto a seguito di quelle stesse accuse. Ma Papa Francesco, che nutre grande rispetto nei suoi confronti, ha chiarito che il card. Pell non avrebbe dovuto rispondere al processo Vaticano.

Il cardinale 79enne ha lasciato l’aeroporto internazionale di Sydney martedì sera ed è arrivato in Italia dopo un volo notturno, fonti vicine al cardinale hanno confermato al CNA. 

Pell arriva a Roma per recarsi in Vaticano a pochi giorni dalle dimissioni del cardinale Giovanni Angelo Becciu, dove assumerà alcuni incarichi ricevuti dal Papa, riferisce Edward Pentin, il vaticanista del National Catholic Register (NCR).

“L’ex tesoriere vaticano dovrebbe rimanere a Roma per alcuni mesi ed eventualmente riprendere il suo lavoro come membro di vari dicasteri. Potrebbe anche essere chiamato in modo non ufficiale ad aiutare in alcuni aspetti della riforma finanziaria”, scrive Pentin.

Ricordiamo che il card. Pell faceva parte del consiglio C9, il Consiglio dei cardinali che consigliava il Papa sulla riforma della Chiesa, oltre a servire come prefetto del Segretariato per l’Economia.

A parere del NCR la tempistica del ritorno del cardinale Pell non sarebbe legata alla destituzione del cardinale Becciu come prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e alla rimozione dei suoi diritti cardinalizi, e che i due eventi sarebbero puramente casuali. 

L’approccio agli affari finanziari dei due cardinali era molto diverso, con il card. Pell sostenitore di una riforma globale ed un conseguente accentramento delle risorse finanziarie presso un unico hub, in modo da consentire un più attento controllo dei flussi finanziari ed un loro tracciamento. Al contrario, il card. Becciu voleva mantenere una maggiore autonomia in capo ai vari dicasteri vaticani. Ma sembra che sia stata proprio questa frammentazione dei centri di spesa a determinare la mancanza di controlli e lo scoppio degli scandali finanziari. Proprio questi giorni, una intervista a mons. Galantino ha messo in evidenza che la strada intrapresa da Papa Francesco è proprio quella dell’accentramento dei fondi presso l’APSA, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, percorrendo dunque la direttiva di Pell. 

Oggi il quotidiano italiano La Repubblica ha dichiarato in prima pagina che gli investigatori vaticani hanno scoperto che 20 milioni di sterline (26 milioni di dollari) erano stati prelevati da un conto riservato a papa Francesco.

Oltre al lussuoso palazzo di Sloane Avenue 60, nel centro di Londra (acquistato nel 2014 per oltre 300 milioni di euro), di cui abbiamo parlato in altri articoli, il cardinale Angelo Becciu avrebbe investito, all’epoca del suo incarico come Sostituto agli Affari Generali della Segreteria di Stato vaticano, ulteriori 100 milioni di sterline (circa 110 milioni di euro) in “un portafoglio di appartamenti di altissimo livello dentro e intorno a Cadogan Square e a Knightsbridge, uno degli indirizzi residenziali più’ costosi di Londra”. E’ quanto scrive l’AGI, riprendendo il Financial Times.

Nonostante i nuovi documenti non lascino “presagire alcun illecito”, come scrive lo stesso quotidiano economico-finanziario, certo è che “gettano ulteriore luce sulle attività finanziarie della potente Segreteria di Stato”. Il card. Becciu ha sempre affermato che una tale attività rientra nella normale operatività che il Vaticano, a suo parere, ha sempre esercitato. 

Ora l’attenzione verrà focalizzata verso Libero Milone, il primo auditor generale vaticano che si è dimesso nel giugno 2017, poco prima che il cardinale Pell lasciasse il Vaticano per affrontare il processo in Australia. 

L’abbandono di Milone avvenne a seguito di un aspro contrasto proprio con il card. Becciu, il quale accusò il primo di spionaggio nei suoi confronti. Da parte sua, Milone si difese affermando che era stato proprio Becciu, insieme all’ex capo della polizia vaticana, Domenico Giani, ad aver fatto di tutto per bloccare la sua attività ed a mettere in atto una attività di spionaggio. 

Il Vaticano, a quanto riportano i giornali, ritirò poi tutte le accuse nei confronti di Milone senza però riconoscergli alcun indennizzo. 

Intanto domenica prossima si celebra la colletta per la carità del Papa, la raccolta per l’Obolo di San Pietro. La colletta era stata spostata dalla consueta data del 29 giugno a domenica prossima per la pandemia. Ovvio che una tale giornata, che cade in un momento particolare di scandali finanziari, non può che destare preoccupazioni in tanti esponenti della Chiesa. Il fatto che quei soldi non vengono utilizzati solo per aiutare i poveri, ma anche per fare investimenti speculativi, come acquistare palazzi lussuosi, non può che turbare i fedeli. 

Intervistato daI Il Fatto Quotidiano, l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi e vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, ha detto: “Non c’è dubbio che quest’anno la colletta per la carità del Papa si svolge in un momento davvero difficile e complicato. Aggiungo che tre domeniche di settembre e due di ottobre sono state indicate dalla Cei come collette obbligatorie. Parlando coi sacerdoti, mi hanno detto che cinque domeniche di collette obbligatorie sono un po’ pesanti nel momento in cui nelle parrocchie i numeri sono ancora contingentati. E tra queste cinque domeniche c’è anche quella della carità del Papa. Da un lato sappiamo che chi sbaglia nelle questioni economiche sono anche persone molto vicine a Francesco, come nel caso del cardinale Becciu.”




Lawler: non ci sarà chiarezza “finché non sapremo la verità sulla curiosa carriera del cardinale Becciu”

Sul caso delle dimissioni del card. Becciu, rilancio l’editoriale del giornalista e scrittore Phil Lawler apparso su Catholic Culture

Eccolo nella mia traduzione.  

 

 

Finalmente un’azione decisa per affrontare la corruzione finanziaria in Vaticano! Finalmente un prelato di rango è stato ritenuto responsabile!

Dopo anni di promettenti riforme e di responsabilità, lasciando il potere effettivo nelle mani di coloro che si sono opposti alla riforma, Francesco ha finalmente rotto lo schema.

Considerate lo stupefacente danno che il cardinale Giovanni Angelo Becciu ha fatto alla causa della riforma prima di essere finalmente costretto a rassegnare le dimissioni:

  • Becciu aveva costretto la brusca partenza del revisore generale del Vaticano, Libero Milone, minacciandolo con una denuncia penale quando cercava di indagare sui rapporti finanziari di Becciu.

  • Becciu aveva contribuito a cacciare Ettore Gotti Tedeschi dal suo incarico di capo della banca vaticana, a indurre René Bruelhart a dimettersi dalla carica di presidente dell’Autorità per l’informazione finanziaria, e a mettere Domenico Giani in una posizione insostenibile che lo ha costretto a dimettersi dalla carica di capo della Gendarmeria vaticana.

Ora che Becciu si è dimesso, e ha perso i suoi privilegi come membro del Collegio cardinalizio, potrebbe essere saggio rivisitare alcuni di quei precedenti spostamenti del personale. Come ha fatto a ostacolare così tanti aspiranti riformatori? Come ha guadagnato abbastanza influenza per sopravvivere così a lungo, anche se le domande sui suoi rapporti finanziari si sono moltiplicate?

Sotto molti aspetti il caso Becciu rispecchia il caso di Theodore McCarrick, l’ultimo prelato ad essere stato privato dei suoi privilegi di cardinale. Le offese di Becciu sono meno spaventose, e la sua punizione è meno severa. (Non è laicizzato, e l’annuncio vaticano visibilmente gli ha dato il titolo di cardinale, anche se è stato privato dei privilegi di appartenenza al Collegio). In entrambi i casi l’azione disciplinare del Vaticano lascia il mondo cattolico a bocca aperta: Chi erano i suoi sponsor e protettori? E quando sapremo la piena verità sul suo uso e sull’abuso del potere ecclesiastico?

Il laconico annuncio delle dimissioni di Becciu da parte del Vaticano non ha dato alcun indizio sulla causa della sua caduta. (Forse la causa immediata è stata un articolo che la rivista italiana L’Espresso aveva già preparato per la pubblicazione, descrivendo in dettaglio le discutibili transazioni del prelato italiano). Ma per mesi Becciu era stato il punto focale delle indagini su almeno due grandi scandali finanziari. Quasi un anno fa, in un’analisi dei problemi finanziari del Vaticano, avevo scritto: “Il cardinale Angelo Becciu è in guai seri”. La Catholic News Agency, che ha svolto un ottimo lavoro di indagine sui dettagli degli scandali finanziari, ha ora prodotto un’ottima sintesi del caso contro Becciu.

Becciu non era solo un altro funzionario vaticano che si dilettava amatorialmente in questioni finanziarie. (Ce ne sono molti altri in quella categoria, triste a dirsi.) Era il sostituto: l’equivalente vaticano di un capo di gabinetto, il custode di tutte le pratiche che passano per la Curia romana, il potente prelato che si incontra praticamente ogni giorno con il Papa. Aveva il controllo effettivo dei proventi della raccolta dell’Obolo di San Pietro, e quando investiva quei fondi, anche se non era autorizzato a farlo, le sue decisioni andavano avanti indiscusse, finché quei fastidiosi riformatori non cominciarono a chiedere dove andavano a finire tutti i soldi.

Anche allora, quando gli investigatori vaticani hanno fatto irruzione nell’ex ufficio di Becciu presso la Segreteria di Stato lo scorso ottobre, alla ricerca di risposte alle loro domande, i risultati netti hanno mostrato il peso duraturo di Becciu. Nel giro di poche settimane, Bruelhart si era dimesso da capo dell’Autorità per l’informazione finanziaria, che aveva messo in discussione le transazioni; Giani si era dimesso da capo della gendarmeria vaticana, che aveva condotto il raid. E il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, aveva rilasciato una dichiarazione di sostegno al cardinale Becciu sotto attacco.

A quel punto, però, il cardinale Becciu non era più il sostituto. Gli era stato dato il cappello rosso da cardinale e promosso a nuovo prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. E là dentro sta un’altra storia interessante.

Quando il cardinale Pell condusse la prima rigorosa analisi delle finanze vaticane, la Congregazione delle Cause dei santi sottostò ad un esame speciale. Il Segretariato per l’Economia riscontrò una quasi totale mancanza di controllo sull’uso dei fondi raccolti dai fedeli per promuovere le cause dei santi. Nel 2016 il Vaticano emanò nuove regole, specifiche per quella congregazione, per affrontare la situazione. E due anni dopo, con una mossa ironica, l’arcivescovo che come sostituto aveva fatto una serie di discutibili operazioni finanziarie è diventato il cardinale a capo della congregazione con una storia di operazioni finanziarie discutibili.

Ad essere onesti, non c’è motivo di sospettare che Becciu si sia preso nuove libertà con le finanze della Congregazione delle Cause dei Santi. Il Vaticano aveva già imposto controlli sulle spese; gli abusi sono stati, confidiamo, affrontati. Ma le domande su quell’ufficio, e su ogni altro ufficio all’interno del Vaticano, persisteranno finché non sapremo la verità sulla curiosa carriera del cardinale Becciu, e sulla cultura vaticana che lo ha sostenuto.




Il cardinale Pell ringrazia papa Francesco dopo le dimissioni del cardinale Becciu

Il cardinale George Pell ha ringraziato il papa Francesco venerdì dopo le drammatiche dimissioni del cardinale vaticano Angelo Becciu. Lo riferisce lo staff della Catholic News Agency (CNA) in questo articolo che vi presento nella mia traduzione. 

 

Card. George Pell
Card. George Pell

 

Il cardinale George Pell ha ringraziato il papa Francesco venerdì dopo le drammatiche dimissioni del cardinale vaticano Angelo Becciu.

In una dichiarazione inviata alla CNA il 25 settembre, l’ex prefetto del Segretariato Vaticano per l’Economia ha detto: “Il Santo Padre è stato eletto per far pulizia nelle finanze del Vaticano. Egli gioca una lunga partita ed è da ringraziare e congratularsi con lui per i recenti sviluppi”. 

Il cardinale ha rilasciato la dichiarazione da Sydney, Australia, dove vive dopo la sua assoluzione emessa dall’Alta Corte australiana in aprile per l’accusa di abuso sessuale. Ha trascorso 13 mesi in carcere dopo che gli è stata inflitta una condanna a sei anni di carcere a seguito di un processo a Melbourne, Victoria.

“Spero che la pulizia delle stalle continui sia in Vaticano che nello stato di Victoria”, ha detto Pell.

Becciu si è dimesso il 24 settembre come prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi del Vaticano e dai diritti estesi ai membri del Collegio cardinalizio.

Il porporato ha lavorato in precedenza come funzionario numero due della Segreteria di Stato vaticana, ed è collegato a un’indagine in corso su illeciti finanziari presso la segreteria.

Pell e Becciu si erano scontrati sulla riforma delle finanze vaticane. 

La CNA ha riferito che nel 2015 Becciu sembra aver tentato di mascherare i prestiti sui bilanci vaticani cancellandoli contro il valore degli immobili acquistati nel quartiere londinese di Chelsea, una manovra contabile vietata dalle nuove politiche finanziarie approvate da Papa Francesco nel 2014.

Il presunto tentativo di nascondere i prestiti fuori bilancio è stato rilevato dalla Prefettura dell’Economia, allora guidata dal card. Pell. Gli alti funzionari della Prefettura dell’Economia hanno detto a Cna che quando Pell ha iniziato a chiedere i dettagli dei prestiti, soprattutto quelli che coinvolgevano la banca svizzera BSI, l’allora arcivescovo Becciu ha chiamato il cardinale in Segreteria di Stato per un “rimprovero”.

Nel 2016, Becciu è stato determinante per fermare le riforme avviate da Pell. Sebbene papa Francesco avesse dato alla neonata Prefettura per l’Economia un’autorità di controllo autonomo sulle finanze vaticane, Becciu interferì quando la prefettura pianificò una revisione esterna (fatta cioè da un organismo terzo rispetto al Vaticano, ndr) di tutti i dipartimenti vaticani, che doveva essere condotta dalla società PriceWaterhouseCooper.

Unilateralmente, e senza il permesso di Papa Francesco, Becciu annullò la revisione e annunciò in una lettera a tutti i dicasteri vaticani che non avrebbe avuto luogo.

Quando Pell contestò internamente l’annullamento della revisione, Becciu convinse Papa Francesco a dare la sua decisione di approvazione ex post facto, fonti interne alla prefettura l’hanno detto alla CNA. La verifica non ha mai avuto luogo.

Becciu ha tenuto una conferenza stampa a Roma il 25 settembre, durante la quale ha protestato affermando la sua innocenza [verso accuse] di illecito finanziario.




La condanna del Card. Pell in Australia e la corruzione in Vaticano

In un’intervista rilasciata ieri a Sky News Australia, il cardinale George Pell ha detto che funzionari di alto livello a Roma credono che la sua condanna e la sua prigionia in Australia siano legate ai problemi che stava causando ai “funzionari corrotti in Vaticano” mentre conduceva le riforme finanziarie.

Ecco alcuni passaggi dell’intervista ripresi da Paul Smeaton nel suo articolo pubblicato su Lifesitenews, che vi propongo nella mia traduzione. 

 

Card. George Pell

Card. George Pell

 

Il cardinale George Pell ha detto che funzionari di alto livello a Roma credono che la sua condanna e la sua prigionia in Australia siano legate ai problemi che stava causando ai “funzionari corrotti in Vaticano” mentre guidava le riforme finanziarie.

In un’intervista rilasciata oggi (ieri, ndr) a Sky News Australia, il conduttore Andrew Bolt chiede a Pell se ha mai considerato che i problemi che stava causando ai funzionari corrotti in Vaticano fossero collegati ai problemi che ha poi vissuto in Australia. Pell ha risposto: “La maggior parte dei funzionari di livello a Roma, che sono in qualche modo favorevoli alla riforma finanziaria, lo credono”.

Pell ha detto che dal suo punto di vista aveva sentito molto parlare da persone “che andavavo dalla possibilità, alla probabilità, al fatto” e che non aveva alcuna prova di un legame tra il suo lavoro in Vaticano e le sue accuse e la successiva condanna in Australia.

Tuttavia, Pell ha detto di essere contento che gran parte della corruzione finanziaria in Vaticano sia stata scoperta e che sia stato dimostrato che si era opposto a tale corruzione mentre si trovava a Roma.

“Uno dei miei timori era che quello che avevamo fatto rimanesse nascosto per una decina d’anni o giù di lì, che sarebbe stato [poi] rivelato e poi i cattivi avrebbero detto ‘beh, Pell e Casey allora erano al comando (del Dicastero economico, ndr), hanno chiuso un occhio o non hanno fatto nulla’,” ha detto il cardinale assolto. 

 

(se il video qui sotto non si apre, fare il refresh di questa pagina o cliccare qui

 

“Ora grazie a Dio è tutto finito, perché c’è stata una raffica di articoli poco prima di Natale e intorno a Natale che hanno esposto ogni sorta di cose, come un acquisto disastroso, in realtà un paio di essi a Londra, ed è stato dimostrato molto chiaramente che ci siamo tenacemente opposti a queste cose”.

Bolt ha posto delle domande a Pell sul suo rapporto con Papa Francesco, date le loro diverse opinioni teologiche e posizioni su questioni come il “cambiamento climatico”, ma Pell ha detto di aver ricevuto il sostegno di Papa Francesco. 

BOLT: Lei e il Papa non siete molto vicini (dal punto di vista delle posizioni sulle cose, ndr). Lui è molto a sinistra ed è un sostenitore del riscaldamento globale. Lei è un conservatore e uno scettico del clima. Lui è stato un leader debole, ma lei ha chiesto riforme della sua Chiesa, in particolare riforme finanziarie. In questa vicenda, però, il Papa l’ha sostenuta come avrebbe voluto?

PELL: Assolutamente sì. Le mie opinioni teologiche non coincidono esattamente con quelle di papa Francesco, ma ho lavorato nel suo gruppo “il C9” dei suoi consiglieri più vicini (il consiglio di iniziali 9 cardinali che assistono il Papa nella revisione della Curia, ndr). Lui è il successore di Pietro. Ha un debito di rispetto e credo che apprezzi la mia onestà e forse il fatto che io dica cose che altre persone potrebbero non dire e che lui mi rispetta per questo. Sicuramente dice che rispetta i processi del programma giudiziario australiano, ma è stato di grande sostegno.

 

Alla domanda di Bolt su quanto in alto pensa che la corruzione in Vaticano arrivi, Pell ha detto che non crede che arrivi così in alto fino al livello del Papa.

BOLT: Quanto in alto nel Vaticano arriva la corruzione

PELL: Chi lo sa? È un po’ come Vittoria, non si sa bene dove scorra la venatura, quanto sia spessa e larga e quanto in alto vada.

BOLT: L’ho descritta [la corruzione] come se arrivasse ai piedi del Papa, non al Papa in persona, ma fino ai piedi del Papa. Sbaglio? 

PELL: Sì. Io….Abbiamo il cardinale Parolin, il segretario di Stato – non è certo corrotto. Quanto in alto vada è un’ipotesi interessante.

 

Nel novembre dello scorso anno il cardinale Parolin ha informato i media cattolici di essere responsabile sia di aver organizzato un prestito di 50 milioni di euro per aiutare il Vaticano ad acquistare un ospedale italiano avvolto negli scandali, sia di aver richiesto una successiva sovvenzione di 25 milioni di dollari a una fondazione cattolica con sede negli Stati Uniti per coprire quel prestito. Parolin non ha fatto alcun riferimento, tuttavia, a prove del fatto che la richiesta della sovvenzione di 25 milioni di dollari fosse originariamente legata a una richiesta proveniente da Papa Francesco.

Alla domanda di Bolt su alcuni dei suoi colleghi arcivescovi australiani che “sono scomparsi dai radar” non dandogli un chiaro sostegno, Pell ha semplicemente risposto: “Questa è la vita. Ma in realtà ciò che è stato sorprendente è che anche i miei avversari teologici a Roma non hanno creduto alle storie (delle accuse, ndr)”.

 




La vicenda giudiziaria del Card. George Pell – Una meditazione

L’amara vicenda del Card. George Pell, condannato e recluso per abusso sessuale su minori, poi prosciolto, ha colpito molto e tanti. Noi stessi abbiamo sempre creduto nella sua innocenza e per questo abbiamo pubblicato vari articoli. Il caso ha colpito anche il prof. Mauro Ronco, Emerito di Diritto penale nell’Università di Padova, che ha scritto una meditazione che è degna di nota. La riprendiamo dal sito del Centro Studi Livatino

 

Card. George Pell

Card. George Pell

 

  1. La notizia che l’Alta Corte australiana ha prosciolto il Cardinale George Pell da ogni accusa, ordinandone la scarcerazione dopo 400 giorni di detenzione in un carcere di alta sicurezza, ha riempito di gioia il mio cuore.
    Qualcuno dopo la sentenza ha detto: “Allora è innocente!”. Sulla connessione causale automatica tra sentenza e innocenza io non concordo. Non è che il Cardinale Pell sia innocente perché l’Alta Corte lo ha prosciolto; egli è innocente perché non ha mai commesso gli abusi che gli erano stati ingiustamente addebitati e perché nessuna prova logicamente valida era stata formata contro di lui.
    Occorre liberarci dal velo di ipocrisia che avvolge spesso la vita giuridica e sociale. L’effato di una sentenza definitiva “pro veritate habetur”. Ma non racchiude necessariamente la verità. Certo, occorre rispettare le sentenze, come anche le leggi. La legge umana, però, contraria al diritto naturale, non è vera legge, “sed legis corruptio” (San Tommaso, Summa Theologie, I-II, q. 95, a.2). Quindi, non obbliga in coscienza il cittadino. La sentenza può essere ingiusta per dolo o per colpa del giudice o di altri soggetti protagonisti dell’accusa, ovvero per una serie di contingenze casuali che hanno falsato l’accertamento della verità. Alla sentenza ingiusta il condannato soggiace come a una violenza superiore cui egli non può resistere.
    L’esecuzione di una pena recata da una sentenza ingiusta fa del condannato un testimone nascosto della verità. Il Cardinale Pell, che ha subìto ingiustamente la detenzione per 13 mesi, ha portato in sé stesso la sofferenza della pena a testimonianza della verità.

 

  1. Come accennato in precedenza, l’ingiustizia della sentenza può derivare dal dolo o dalla colpa del giudice, dell’inquirente o dell’accusatore, ovvero dall’assommarsi di circostanze sciagurate che hanno deviato senza colpa di alcuno l’accertamento della verità.
    Affinché siano il più possibile scongiurati gli errori giudiziari, la sapienza giuridica di tutti i tempi, anche di quelli più severi e inesorabili verso il delitto, ha predicato il massimo rigore nella valutazione delle prove. Giacomo Menochio, grande giurista italiano della seconda metà del ‘500 – un’epoca non certo tenera nella punizione dei colpevoli – scriveva: “Probationes dubiae admittuntur in criminalibus ad probandi accusati defensionem, nec non testes de sola credulitate deponentes” (De Praesumptionibus, conjecturis, signis et indiciis, CommentariaLiber V, Praesumptio III, 50, 651) e concludeva: “Accusatoris probatio debet luce meridiana esse clarior et redditur dubia ex qualicumque accusati probatione” (Ibidem, 52).
    In queste massime era inciso il valore inconcutibile del principio che la prova dell’accusatore è inaccettabile quando vi sia anche un solo indizio contrario che ne oscuri l’assoluta chiarezza. Onde il giudice deve assolvere l’imputato quando ricorra una ragione non capziosa di dubbio che infici la prova di colpevolezza. Non importa che  il giudice sia convinto in coscienza di poter superare il dubbio indotto dalla prova difensiva. Decisivo è che una ragione  oggettiva di dubbio sia affiorata nel processo.
    Il principio “In dubio pro reo”, che si esprime nel diritto contemporaneo con la formula che la condanna può essere legittimamente pronunciata soltanto allorché la responsabilità sia stata provata “al di là di ogni ragionevole dubbio”, è un principio di diritto naturale. In effetti, la sua radice sta in una verità metafisico/antropologica in ordine alla natura dell’uomo. Se egli è per natura buono, poiché la ragione, che deve governare per natura le potenze dell’anima, lo inclina al bene, nonostante la tendenza in lui presente che lo trascina al male, e se l’uomo va riguardato, in relazione al suo statuto giuridico, nella sua essenziale dignità – che sta nella ragione che lo inclina al bene – è evidente la razionalità giuridica della presunzione di innocenza dell’accusato.
    La presunzione è regola pratica essenziale al giudizio, soccombente soltanto di fronte alla prova certa del contrario. Per Francesco Carrara, che insegna di prestare particolare attenzione al fondamento metafisico del diritto penale, “la presunzione di innocenza, e così la negazione della colpa” è principio metafisico e dogma fondamentale statuito dalla ragione (Carrara, Opuscoli di diritto criminale, V, Prato, 1881, 17 s.).

 

  1. La Corte Suprema australiana ha prosciolto il Cardinale Pell sul rilievo che esisteva la possibilità significativa che fosse stato condannato un innocente. Dunque, ricorrevano elementi di prova che oggettivamente non consentivano di superare il “ragionevole dubbio” della sua innocenza. I giudici che l’avevano condannato nei gradi precedenti di giudizio hanno violato la legge processuale australiana e, più ancora, il principio di diritto naturale che ne è il fondamento. È evidente che il luogo, il tempo, le circostanze tutte in cui sarebbe stato compiuto il gesto illecito, secondo la narrazione dell’unico accusatore, erano intrinsecamente incompatibili con il normale svolgersi dei fatti umani. Certo, è possibile che accada anche un evento assolutamente inverosimile. Ma l’inverosimiglianza oggettiva di un accadimento costituisce ragione sufficiente per l’obbligatoria esclusione dall’accusa a meno che non si provi la circostanza particolare che, nel caso concreto, avrebbe reso possibile ciò che è inverosimile secondo l’ordinario accadere dei fatti umani. Ma di tale circostanza non vi è traccia nelle sentenze invalide e nulle di condanna.
    Ma qualcosa di più va detto. Il dictum dell’unico accusatore era contraddetto dalla testimonianza giurata e solenne di almeno 20 testimoni, non sospettabili in alcun modo di mendacio. Anche per questa seconda ragione l’accusa non poteva essere creduta come vera “oltre ogni ragionevole dubbio”. E ancora: il lungo tempo intercorrente dal fatto supposto alla presentazione della denuncia costituiva un ulteriore motivo di inattendibilità soggettiva dell’accusatore, a cagione dell’innumerevole serie di spinte che potevano averlo determinato alla dichiarazione, dalla volontaria calunnia all’autosuggestione o all’influenza di fattori esterni agìti da quella parte di mondo che insuffla nelle menti più fragili l’idea fallace che le persone dotate di autorità morale siano i colpevoli tipici degli atti di abuso.

 

  1. Perché, allora, nonostante la palese ricorrenza di elementi che impedivano di affermarne la colpevolezza, il Cardinale Pell era stato condannato nei precedenti gradi di giudizio?
    Va messa in luce, anzitutto, l’ipotesi della colpa dei giudici. Si tratti di dolo o di negligenza, non par dubbio che una colpa vi sia stata. La violazione della regola dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” sta nella realtà delle cose. È stata, peraltro, asseverata senza remore  dal giudice supremo. Non è possibile qui andare oltre per verificare se vi sia stata soltanto negligenza o addirittura dolo nella violazione della legge. Ricercare l’intenzione nella mente del giudice che emette una sentenza falsa è cosa assai ardua. Va ammesso che il suo compito è difficile. Epperò è tanto più grave la violazione di legge quanto più palesi si siano manifestate le ragioni oggettive di dubbio che impedivano la pronuncia di condanna.
    Che si sia trattato di dolo o di negligenza non è qui rilevante. Ciò riguarda il grado di colpevolezza morale dei giudici, che sfugge alla valutazione in sede giuridica e sociale. Importa, piuttosto, rilevare che il clima sociale in cui si sono celebrati i processi di merito era avvelenato da un desiderio diffuso di persecuzione della Chiesa nella sua gerarchia sacerdotale.

 

  1. Vi sono ulteriori aspetti della vicenda meritevoli di considerazione. La presunzione di innocenza si radica metafisicamente sull’assunto che l’uomo è per sua natura buono, siccome inclinato da Dio al vero, al buono e al giusto, e che la spinta verso il male è conseguenza della caduta e della decadenza. Chi giudica deve per stretto dovere di giustizia presumere che il giudicabile sia buono. Il male dell’azione illecita, pertanto, deve essere rigorosamente provato. Nell’epoca contemporanea si è diffusa ubiquitariamente una concezione opposta, alla stregua della filosofia del sospetto e, più ancora, del relativismo etico del pensiero debole. Non vi sarebbe distanza tra bene e male. Comunque, nella società dell’homo homini lupus, gli uomini e le donne, incentrati tutti sull’autoreferenzialità del proprio io, non avrebbero in se stessi traccia alcuna di bontà. Quando l’apparenza esterna cade, nessuno, pertanto, può presumersi buono.
    La presunzione di innocenza, dunque, che è regola pratica di giudizio e, prima ancora, corollario di un principio metafisico, viene rovesciata. Nella confusione mediatica in cui avvolge spesso l’esercizio dell’attività giudiziaria, la regola pratica non è la presunzione di innocenza, bensì di colpevolezza. Ancor più: la presunzione di colpevolezza si rende onnipervadente allorché  alla generica malizia della curiosità che si compiace dei mali altrui si aggiunge l’invidia per le persone dotate di autorità cadute in disgrazia. In grado massimo questa malizia esplode con furia quando la vittima sia un sacerdote di Cristo. La malizia ordinaria si rafforza allora con l’odio contro la Chiesa e il sacerdozio.

 

  1. Né va trascurato, infine, il sottile e perfido operare delle potenze delle tenebre. Come l’astuzia del Nemico ha fatto cadere in peccati abominevoli alcuni componenti della Chiesa gerarchica, così la medesima astuzia approfitta della confusione babelica che ha avvolto il mondo secolarizzato per aggredire chiunque sia consacrato nel segno di Cristo, allo scopo di coinvolgerlo in un’aurea indiscriminata di sospetto e di generica colpa.

 

  1. Le dichiarazioni rese dal Cardinale Pell subito dopo la liberazione costituiscono un nobile esempio di verità e di umiltà.
    Per un verso, egli è rifuggito dal mettersi al centro della scena. Non si è infatti vanamente proposto come simbolo di una vittoria consumata sugli accusatori o sui giudici. La resiudicanda non concerneva il modo in cui la Chiesa cattolica aveva affrontato negli ultimi decenni il crimine di pedofilia nel clero, bensì la sua personale responsabilità di uomo e di sacerdote per i crimini terribili di cui era stato accusato. Per altro verso, egli ha manifestato il desiderio buono che al dolore patito non si aggiunga altro dolore in capo a coloro che lo avevano accusato o ne avevano in qualche modo sostenuto e fomentato la condanna.
    Non si deve infine  trascurare la cosa più bella. L’Arcivescovo emerito  di Sidney ha conservato la fede. Il desiderio più vivo che ha immediatamente manifestato dopo la liberazione è stato infatti di poter subito celebrare la Santa Messa.

 




L’Alta Corte australiana all’unanimità proscioglie il Card. Pell dall’accusa di abusi su minori. Giustizia è fatta.

 

di Sabino Paciolla

 

Dopo una lunga detenzione per abusi sessuali su minori durata oltre un anno, l’Alta Corte australiana, all’unanimità, martedì ha ribaltato la precedente sentenza rimettendo in libertà il cardinal Pell. Questi ha rilasciato una dichiarazione in cui esprime gratitudine alla sua famiglia, agli amici e al suo team legale, e nota che non porta rancore verso il suo accusatore. È previsto che esca di prigione oggi.

Qui trovate la sentenza.

Ecco invece la sua dichiarazione nella mia traduzione. 

 

Ho sempre mantenuto la mia innocenza pur soffrendo di una grave ingiustizia.

A ciò è stato posto rimedio oggi con la decisione unanime dell’Alta Corte.

Attendo con ansia di leggere la sentenza e le motivazioni della decisione nei dettagli.

Non ho alcuna cattiva volontà nei confronti del mio accusatore, non voglio che la mia assoluzione si aggiunga al dolore e all’amarezza che molti provano; c’è certamente abbastanza dolore e amarezza.

Tuttavia il mio processo non è stato un referendum sulla Chiesa cattolica; né un referendum su come le autorità ecclesiastiche in Australia hanno affrontato il crimine della pedofilia nella Chiesa.

Il punto era se io avessi commesso questi terribili crimini, e non li ho commessi.

L’unica base per una guarigione a lungo termine è la verità e l’unica base per la giustizia è la verità, perché giustizia significa verità per tutti.

Un ringraziamento speciale per tutte le preghiere e le migliaia di lettere di sostegno.

Voglio ringraziare in particolare la mia famiglia per il loro amore e il loro sostegno e per quello che hanno dovuto passare; il mio piccolo team di consiglieri; coloro che hanno parlato per me e che hanno sofferto il risultato; e tutti i miei amici e sostenitori qui e oltreoceano.

Anche i miei più profondi ringraziamenti e la mia gratitudine a tutto il mio team legale per la loro ferma volontà di vedere la giustizia prevalere, di far luce sull’oscurità prodotta e di rivelare la verità.

Infine, sono consapevole dell’attuale crisi sanitaria.  Prego per tutte le persone colpite e per il nostro personale medico di prima linea.

 

Il cardinale George Pell

 

Ebbene sì, alla fine è stata fatta giustizia. Abbiamo sempre creduto alla innocenza dell’alto prelato australiano poiché non apparivano assolutamente credibili le accuse fatte da una sola persona, per fatti accaduti più di 25 anni fa, in circostanze che dire impossibili è dire poco. A sostegno della innocenza del cardinale abbiamo pubblicato vari articoli nei mesi scorsi. 

Data l’estrema fragilità delle accuse, a molti è sembrato che il Card. Pell fosse il capro espiatorio da immolare sull’altare di una facile giustizia richiesta da un’opinione pubblica aizzata da una politica che vuole colpire la Chiesa a partire da una piaga, quella degli abusi sessuali, che pure è reale. Indubbiamente si è voluto colpire in alto, Pell era infatti  Prefetto per l’economia (il “ministro delle finanze”) del Vaticano.

Pell è stato condannato nel 2018 per cinque capi d’accusa per abusi sessuali su minori. Era stato accusato di aver abusato sessualmente di due ragazzi del coro mentre era arcivescovo di Melbourne nel 1996.

Il processo è iniziato nel 2013, quando la polizia di Victoria dette inizio all’Operazione Tethering, un’indagine a tempo indeterminato su possibili crimini commessi da Pell, nonostante non ci fossero accuse o denunce penali contro di lui in quel momento.

Durante le udienze preliminari al processo, molte delle accuse, relative al suo periodo di sacerdozio nella città di Ballarat, sono state ritirate dai pubblici ministeri per mancanza di prove.

Durante tutto il processo Pell ha ribadito la sua innocenza, dicendo agli amici che era impegnato a vivere il suo tempo in prigione – gran parte del quale trascorso in isolamento – come un ritiro monastico, supportato dalla fede.

Se da una parte il processo legale civile è finito, si deve ricordare che vi è un’altro in sospeso in Vaticano, che era iniziato proprio a causa di quello australiano. Un ulteriore processo non farebbe altro che aggiungere fiele alla coppa che è già abbondantemente piena. 

È probabile che il processo in Vaticano riprenda ma con una prospettiva di rapida soluzione visto il “torchio” che il card. Pell ha dovuto subire nel suo paese.

È probabile che il Papa affidi il processo alla Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), la quale raramente convoca un processo completo, a meno che non vi siano prove schiaccianti derivanti da un tribunale laico che, come visto, non è questo il caso, vista l’assoluzione proclamata da un’Alta Corte.

È probabile dunque che la CDF apra un procedimento preliminare che analizzi la documentazione già vagliata dalla Alta Corte australiana e arrivi rapidamente alla stessa conclusione dell’Alta Corte, archiviando il caso nella fase preprocessuale.

Il Vaticano, che da parte sua ha sempre ribadito di seguire il processo, che il Card. Pell aveva il diritto di difendersi, ha pubblicato oggi il seguente comunicato:

La Santa Sede, che ha sempre riposto fiducia nell’autorità giudiziaria australiana, accoglie con favore la sentenza unanime pronunciata dall’Alta Corte nei confronti del Cardinale George Pell, che lo proscioglie dalle accuse di abuso su minori, revocandone la condanna.

Il Cardinale Pell – nel rimettersi al giudizio della magistratura – ha sempre ribadito la propria innocenza, attendendo che la verità fosse accertata.

Con l’occasione la Santa Sede riafferma il proprio impegno a prevenire e perseguire ogni abuso nei confronti dei minori.

 




Funzionari vaticani: La banca svizzera sospettata di riciclaggio di denaro sporco ha portato al conflitto con il card. Pell

Il rapporto della Santa Sede con una banca svizzera di dubbia reputazione ha scatenato una controversia interna tra la Segreteria di Stato e le autorità finanziarie vaticane. Al centro del conflitto c’era una linea di credito multimilionaria utilizzata per finanziare un controverso investimento nella speculazione immobiliare londinese. C’è ne parla Ed Condon in questo articolo pubblicato su Catholic News Agency

Eccolo nella mia traduzione.

 

Card. George Pell

Card. George Pell

 

Il rapporto della Santa Sede con una banca svizzera di dubbia reputazione ha scatenato una controversia interna tra la Segreteria di Stato e le autorità finanziarie vaticane. Al centro del conflitto c’era una linea di credito multimilionaria utilizzata per finanziare un controverso investimento nella speculazione immobiliare londinese.

Fonti all’interno della Prefettura vaticana per l’economia hanno confermato a Catholic News Agency (CNA) che una parte sostanziale dei 200 milioni di dollari utilizzati per finanziare l’acquisto da parte della Segreteria di Stato di un complesso edilizio di lusso a 60 Sloane Avenue è stata ottenuta attraverso il credito concesso da BSI, una banca svizzera con una lunga storia di violazione del riciclaggio di denaro sporco e delle misure di salvaguardia delle frodi nei suoi rapporti con i fondi sovrani. 

Nel 2018, BSI è stata oggetto di un schiacciante rapporto della FINMA, l’autorità di vigilanza finanziaria svizzera, che ha concluso che la banca si trovava in “gravi violazioni degli obblighi di diligenza previsti dalla legge in relazione al riciclaggio di denaro e gravi violazioni dei principi di un’adeguata gestione del rischio e di un’organizzazione adeguata”.

L’anno scorso la banca è stata assorbita dal gruppo EFG. La fusione è stata approvata dalla FINMA a condizione che fosse “pienamente integrata e sciolta” entro un anno e che a nessun collaboratore di BSI fosse assegnato un ruolo dirigenziale in EFG. Se la fusione non fosse stata approvata dalla FINMA, la licenza bancaria di BSI sarebbe stata revocata e l’attività sarebbe stata chiusa.

Il 4 novembre, CNA ha riferito che nel 2015 il cardinale Angelo Becciu ha tentato di mascherare i prestiti da 200 milioni di dollari nei bilanci vaticani, cancellandoli a fronte del valore dell’immobile acquistato nel quartiere londinese di Chelsea, una manovra contabile vietata dalle politiche finanziarie approvate da Papa Francesco nel 2014.

Il tentativo di nascondere i prestiti fuori bilancio è stato rilevato dalla Prefettura dell’Economia, allora guidata dal cardinale George Pell. Alti funzionari della Prefettura per l’economia hanno detto alla CNA che quando Pell ha cominciato a chiedere i dettagli dei prestiti, specialmente quelli che coinvolgevano BSI, l’allora arcivescovo Becciu ha chiamato il cardinale in Segreteria di Stato per un “rimprovero”.

“Becciu convocò il cardinale – lo convocò”, ha detto un alto funzionario alla CNA. “Pell doveva essere l’autorità ultima nel controllare e autorizzare tutti gli affari finanziari vaticani, responsabile solo di fronte a papa Francesco, ma Becciu gli gridò come se fosse un inferiore”.

Becciu avrebbe detto a Pell che il cardinale stava “interferendo negli affari sovrani” nell’esaminare i rapporti della Segreteria con BSI. 

“Al cardinale Pell fu dato di capire che, per quanto riguardava [Becciu], il prefetto era fondamentalmente un impiegato amministrativo e un timbro di gomma (un esecutore di ordini, ndr), non di più”.

Il cardinale Becciu ha rifiutato di rispondere alle domande della CNA sull’argomento, e Pell è incarcerato e non è disponibile per domande.

Pell sollevò il tentativo di mascherare i prestiti al Consiglio per l’economia, un’agenzia guidata dal cardinale Reinhard Marx di Monaco di Baviera e incaricata del controllo finale delle transazioni finanziarie vaticane.

Un’importante fonte curiale ha detto alla CNA che la questione fu “notata, ma non fu intrapresa alcuna azione” dal Concilio, nonostante la natura altamente irregolare o la disposizione.

Un alto funzionario dell’APSA, che funge da Banca Centrale della Santa Sede e gestisce il portafoglio dei beni sovrani del Vaticano, difese il rapporto del Vaticano con BSI e istituzioni finanziarie simili.

“Devi capire che in quelle zone grigie si può fare molto bene”, ha detto alla CNA. “Non tutto ciò che la Chiesa fa o sostiene può essere stampato in un bilancio come una normale azienda. A volte la Chiesa deve essere in grado di aiutare senza essere vista come un aiuto”.

Tra le altre accuse, BSI è stata giudicata colpevole di aver permesso ai fondi sovrani di utilizzare la banca per “transazioni di passaggio”, in cui i fondi vengono trasferiti in una banca e passano attraverso più conti in un solo giorno prima di essere trasferiti di nuovo fuori (della banca). Tale attività è considerata dalle autorità di regolamentazione come un chiaro segnale d’allarme in caso di riciclaggio di denaro sporco. Si è constatato che BSI ha sistematicamente omesso di documentare o indagare su tali operazioni.

Il rapporto della FINMA ha inoltre evidenziato casi in cui i collaboratori di BSI hanno lamentato la mancanza di trasparenza nella gestione delle operazioni dei clienti dei fondi sovrani. La rivista Forbes ha citato il reclamo interno di un collaboratore, che diceva: “Il mio team sta effettuando queste transazioni senza sapere realmente cosa stiamo facendo e perché e sono a disagio con questo. […..] ci dovrebbe essere un processo di governance più forte su tutto questo”. Non è stata intrapresa alcuna azione in risposta a questo e a reclami simili.

Il legame con BSI viene alla luce mentre l’organismo di vigilanza finanziaria del Vaticano sta lottando per affermare la propria credibilità. Il 18 novembre, il presidente dell’Autorità per l’informazione finanziaria (AIF), René Brüelhart, ha rassegnato le dimissioni.

Anche se l’ufficio stampa vaticano ha definito la partenza come la fine di “un mandato di cinque anni”, Brüelhart non era stato nominato per un periodo fisso, e lui ha detto chiaramente che si era dimesso.  

Poco dopo, anche Marc Odendall, membro del consiglio di amministrazione dell’AIF, si è dimesso, affermando che il Gruppo Egmont, attraverso il quale 164 autorità di intelligence finanziaria condividono informazioni e coordinano il loro lavoro, ha sospeso l’AIF.

Odendall ha detto all’Associated Press che l’AIF è stato effettivamente resa “un guscio vuoto” e che “non ha senso” rimanere coinvolti nei suoi lavori.

Il direttore dell’agenzia, Tommaso Di Ruzza, è stato recentemente reintegrato dopo una sospensione a seguito di un’incursione dei gendarmi vaticani nel suo ufficio. L’incursione ha preso di mira anche gli uffici della Segreteria di Stato e si ritiene che faccia parte di un’indagine interna sull’affare immobiliare londinese finanziato dai prestiti di BSI.

Oltre a Di Ruzza, diversi funzionari della Segreteria di Stato sono stati sospesi e, in seguito alle incursioni, impediti dall’entrare in Vaticano. Tra questi, Mons. Mauro Carlino e la Dr.ssa Caterina Sansone, entrambi direttori di una holding londinese utilizzata dalla Segreteria di Stato per il controllo della proprietà londinese.

 




AGGIORNATO: L’Alta corte indirizza l’appello del card. Pell alla corte nella pienezza dei componenti.

La vicenda del Card. George Pell condannato per abusi sessuali su due minori e di cui vi abbiamo più volte parlato su questo blog vede oggi nuovi sviluppi. Leggiamoli insieme nella traduzione dell’articolo del CNR di oggi.
La traduzione è a cura di Annarosa Rossetto.

 

Card. George Pell

Card. George Pell

 

AGGIORNAMENTO del 14.11.2019 delle ore 17.30

L’Alta Corte australiana ha annunciato mercoledì che la richiesta del cardinale George Pell di un permesso speciale in appello è stata rinviata alla corte nella sua pienezza dei componenti per la decisione. Pell sta cercando di appellarsi a una decisione della Corte d’Appello di agosto nel Victoria.

La sua domanda sarà ora esaminata da tutti i membri della più alta corte australiana, e una decisione è prevista per marzo o aprile.

________________________________

 


L’Alta Corte australiana ha annunciato martedì che il Card. George Pell è stato autorizzato a presentare ricorso contro la decisione della
Corte d’Appello di Victoria che in agosto ha confermato la condanna per abusi sessuali su minori.

L’appello di Pell all’Alta Corte di Canberra, la corte suprema dell’Australia, è l’ultima via legale percorribile per ribaltare una condanna che ha diviso l’opinione pubblica nel paese e a livello internazionale.

Il cardinale è stato condannato l’11 dicembre 2018, in base a cinque accuse di aver abusato sessualmente di due ragazzi del coro dopo la messa domenicale quando era arcivescovo di Melbourne nel 1996 e nel 1997.

È stato condannato a sei anni di prigione, e deve scontare almeno tre anni e otto mesi prima di poter richiedere la condizionale.

Il cardinale, 78 anni, che rimane arcivescovo e membro del Collegio cardinalizio, è stato rimandato in prigione immediatamente dopo l’aggiornamento della corte. È tenuto in isolamento e non gli è permesso di celebrare la Messa in prigione.

Pell è stato condannato per aver esposto i genitali e aver costretto due ragazzi del coro a commettere atti sessuali su di lui benché fosse completamente vestito con i paramenti della messa domenicale, quasi immediatamente dopo la celebrazione nella sagrestia della Cattedrale di San Patrizio nel 1996. Pell all’epoca era arcivescovo di Melbourne. È stato anche condannato per aver palpeggiato uno dei ragazzi in un corridoio nel 1997.

L’accusa si basava sulla testimonianza di una delle presunte vittime: quella che riferiva di aver subito due casi di abuso da parte di Pell. L’altra vittima è morta nel 2014 e non è stata in grado di testimoniare, ma nel 2001 aveva negato alla madre di aver subito abusi mentre era membro del coro.

Pell ha continuato a sostenere la sua innocenza, con il suo collegio difensivo che riteneva centrale l’argomentazione secondo cui i presunti crimini sarebbero stati “semplicemente impossibili” i quelle date circostanze.

I difensori del cardinale hanno sostenuto che le accuse di abuso in sagrestia non erano possibili dato il grande andirivieni dopo la messa e il vero e proprio ostacolo costituito dai paramenti della messa.

Pell aveva presentato ricorso alla Corte d’appello di Victoria. Tre giudici hanno esaminato il suo caso e respinto il ricorso in appello. I giudici si sono divisi sul principale motivo d’impugnazione di Pell, secondo cui la decisione della giuria era stata“irragionevole”.

In particolare la questione era se la giuria che aveva condannato Pell avesse correttamente soppesato tutte le prove presentate in sua difesa, o avesse raggiunto la determinazione della colpa nonostante la dimostrazione di un chiaro “ragionevole dubbio” sull’aver commesso i crimini di cui era accusato .

Il giudice supremo Anne Ferguson e il presidente della Corte Chris Maxwell hanno costituito la maggioranza che ha rifiutato l’appello di Pell che sosteneva che il verdetto della giuria fosse irragionevole rispetto agli elementi di prova presentati, trovando che era possibile per la giuria trovare oltre “ogni ragionevole dubbio la verità del racconto del denunciante “.

In forte dissenso dalla constatazione della maggioranza, il giudice Mark Weinberg ha osservato che la totalità delle prove contro Pell consisteva nella testimonianza di un singolo accusatore, mentre erano stati prodotti più di 20 testimoni per testimoniare contro la sua ricostruzione dei fatti.

“Anche solo la  ‘ragionevole possibilitàche ciò che i testimoni avevano dichiarato su queste questioni potesse essere stato vero avrebbe dovuto inevitabilmente portare ad un’assoluzione”, ha scritto Weinberg, concludendo che Pell, in effetti, era stato impropriamente chiesto di dimostrare “l’impossibilità” della sua colpevolezza e non solamente un ragionevole dubbio in merito.

A tutti e tre i giudici è stata concessa un’ulteriore possibilità di presentare ricorso per irragionevolezza della condanna della giuria.

I commentatori dei media e i membri della comunità giuridica australiana hanno espresso preoccupazione circa le motivazioni dell’opinione dei due giudici di maggioranza e le implicazioni più ampie che le loro argomentazioni potrebbero avere per gli standard di prova nei processi penali.

Il direttore dell’ufficio stampa della Santa Sede Matteo Bruni ha risposto alla decisione della Corte d’appello affermando che La Santa Sede prende atto della decisione dell’Alta Corte australiana di accogliere la richiesta di appello presentata dal Card. George Pell” e ha confermato “la propria fiducia nella giustizia australiana.” In attesa di conoscere gli eventuali ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario, ricorda che il cardinale ha sempre ribadito la sua innocenza. E che è suo diritto ricorrere all’Alta Corte”, aveva detto Bruni all’epoca.

 

____________________
[wpedon id=”15469″ align=”center”]

 




Il card. Pell si oppose ad un prestito di 50 mln di euro per l’acquisto di un ospedale in fallimento

Una richiesta di prestito di 50 milioni di euro per garantire l’acquisto di un ospedale in fallimento fu bloccata dal cardinale George Pell e dalle autorità finanziarie dell’Istituto per le Opere Religiose (IOR), comunemente chiamata Banca Vaticana, prima che fosse approvata dalla banca centrale della Santa Sede, APSA, dove il prestito ha violato gli accordi normativi internazionali. 

Un articolo di Ed Condon pubblicato su Catholic News Agency

Eccolo nella mia traduzione.

Cardinale George Pell

Cardinale George Pell

 

Una richiesta di prestito di 50 milioni di euro per garantire l’acquisto di un ospedale in fallimento fu bloccata dal cardinale George Pell e dalle autorità finanziarie dell’Istituto per le Opere Religiose (IOR), comunemente chiamata Banca Vaticana, prima che fosse approvata dalla banca centrale della Santa Sede, APSA, dove il prestito ha violato gli accordi normativi internazionali. 

Secondo alcuni funzionari vaticani, alla fine del 2014 due cardinali chiesero che lo IOR, la banca commerciale del Vaticano, concedesse un prestito di 50 milioni di euro ad un partenariato a scopo di lucro tra la Segreteria di Stato della Santa Sede e un ordine religioso, che intendeva acquistare un ospedale italiano in fallimento, allora in fallimento secondo le leggi del governo.

L’ospedale, l’Istituto Dermopatico dell’Immacolata (IDI), era di proprietà di un ordine religioso, la Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione, che aveva formato una nuova associazione con la Segreteria Vaticana come partner, in un complicato piano per liberarsi dagli ingenti debiti dell’ospedale. 

Il cardinale Angelo Becciu, allora arcivescovo, e il cardinale Giuseppe Versaldi erano entrambi coinvolti nel piano, e chiesero il prestito allo IOR, hanno detto diversi funzionari vaticani alla Catholic News Agency (CNA).

La loro proposta di prestito fu respinta nel 2015, quando il consiglio dello IOR decise che l’IDI non sarebbe mai stato in grado di rimborsare il prestito, hanno detto a CNA fonti senior di due agenzie finanziarie vaticane.

I funzionari dell’APSA e della Prefettura per l’Economia hanno detto alla CNA che Pell si oppose apertamente alla proposta di prestito. Il cardinale era stato a quel tempo incaricato da papa Francesco di riformare le finanze vaticane.

Era chiaro che la proposta sarebbe stato “un caso di buttar via soldi buoni dopo quelli cattivi”. Non era possibile un ritorno alla stabilità, figuriamoci al profitto”, ha detto un funzionario alla CNA.

Dopo che la proposta fu respinta dallo IOR, una richiesta di prestito di 50 milioni di euro fu fatta all’APSA, la banca centrale del Vaticano. Il prestito probabilmente violava gli accordi internazionali di regolamentazione dell’APSA.

“Erano disperati”, ha detto al CNA una fonte di alto livello della Prefettura per l’Economia. “Non c’era altro modo per farlo funzionare”.

Mentre il prestito IDI era all’esame dell’APSA, l’ufficio di Pell, cui era stata affidata la supervisione del portafoglio della banca centrale, si rifiutò di firmare la transazione, hanno detto a CNA le fonti vaticane.

Ma la resistenza di Pell non era a quanto pare sufficiente a fermare il prestito.

Una fonte senior dell’APSA ha detto a CNA che “non c’è stato un no alla risposta”, e che fu fatta un “appassionata” insistenza per l’accordo da parte di Versaldi e Becciu. “Non sarebbe mai potuto accadere”, ha detto la fonte alla CNA, “la prefettura ha cercato di bloccare l’accordo, ma è andato comunque avanti”.

I funzionari vaticani hanno detto alla CNA che Becciu, e il cardinale Versaldi, si rivolsero all’APSA per il prestito perché la banca centrale si era già dimostrata resistente alle riforme finanziarie in Vaticano. Anche la Segreteria di Stato, di cui Becciu era il secondo funzionario di grado, avrebbe resistito agli sforzi di Pell per la trasparenza e la riforma finanziaria.  

“C’era un rifiuto di base, chiaro e tondo, di condividere informazioni, di collaborare, o di aprire i libri alla Prefettura e al Consiglio per l’economia”, ha detto al CNA una fonte di alto livello della Prefettura per l’economia. “Questo è stato un atteggiamento coerente sia da parte dello Stato (Vaticano, ndr) che dell’APSA”.

Dopo il conflitto sul prestito, Papa Francesco ritirò dall’ufficio di Pell l’autorità di vigilanza sulle decisioni di investimento dell’APSA. Molteplici fonti vaticane hanno detto alla CNA che la decisione fu fortemente influenzata dalle pressioni esercitate da Becciu.

Il Cardinale Becciu è stato anche responsabile della cancellazione di una proposta di revisione contabile esterna da parte di PricewaterhouseCooper di tutte le finanze vaticane, e si è opposto all’intenzione del Cardinale Pell di porre fine alla pratica di tenere alcuni beni e fondi della Santa Sede “fuori bilancio”.

Becciu e altri funzionari della Segreteria di Stato hanno spiegato che si opposero alla revisione esterna a causa della riservatezza necessaria per svolgere il loro lavoro. Recenti segnalazioni hanno inoltre rivelato che la Segreteria di Stato stava facendo investimenti immobiliari non autorizzati con denaro preso in prestito da banche svizzere; un fatto che probabilmente è stato rivelato durante una revisione esterna.

Fonti autorevoli della Prefettura dell’economia e dell’APSA hanno comunicato alla CNA che l’annullamento della revisione (audit, ndr) è stato anche spiegato, in parte, dalle promesse che una revisione indipendente da parte dell’APSA era già prevista. 

Ma fonti sia dell’APSA che della Prefettura dell’Economia hanno dichiarato che non è stata condotta alcuna revisione contabile esterna o indipendente da parte dell’APSA, e che invece c’è stato un “impegno in buona fede” tra APSA e l’Autorità per l’informazione finanziaria del Vaticano (AIF). 

Fonti autorevoli della Prefettura dell’Economia e dell’APSA hanno anche detto alla CNA che gli sforzi per garantire la trasparenza presso la Banca centrale e la Segreteria di Stato vaticana hanno svolto un ruolo decisivo nella cacciata del primo revisore generale, Libero Milone, nel 2017

Milone ha dichiarato di essere stato costretto a dimettersi sotto la minaccia di un’azione penale perché insisteva per avere informazioni sulle centinaia di milioni di euro trattenuti fuori bilancio da parte di enti curiali.

“Qualcuno si è preoccupato che stessi per scoprire qualcosa che non avrei dovuto vedere”, ha detto Milone al Financial Times il 2 novembre. “Ci stavamo avvicinando troppo alle informazioni che volevano che dovessero essere tenute segrete, e loro hanno creato una situazione tale da far sì che fossi buttato fuori”.

Al momento della partenza forzata di Milone, il cardinale Becciu difese il suo ruolo nel rimuovere l’auditor, dicendo che aveva oltrepassato il suo mandato.

“E’ andato contro tutte le regole e stava spiando la vita privata dei suoi superiori e del personale, me compreso”, ha detto Becciu nel 2017. “Se non avesse accettato di dimettersi, l’avremmo perseguito”.

Pell è ora in prigione nello stato australiano di Victoria, dopo la sua condanna nel 2018 per cinque capi d’accusa per abuso sessuale. Il cardinale non ha potuto essere raggiunto per un commento.

Il CNA ha chiesto al cardinale Becciu di commentare il suo ruolo nella ricerca di un prestito IOR per l’acquisto dell’IDI. Il cardinale ha rifiutato di commentare.

 

__________________________________

[wpedon id=”15469″ align=”center”]

 




Card. Pell, capro espiatorio

“Pell è stato accusato di aver abusato sessualmente di due coristi tredicenni in due occasioni, nel 1996 e nel 1997. Solo uno di quei ragazzi vive ancora. All’altro la madre aveva chiesto nel 2001 se fosse ‘mai stato molestato o toccato’. E lui aveva risposto di no.” Inoltre, “Ora è chiaro, se già non lo fosse, che i Cattolici non possono aspettarsi un trattamento giusto ed equo da parte della nostra élite liberale.”

Questi i punti essenziali che ruotano intorno al processo del Card. George Pell (vedi anche qui) riassunti da Matthew Schmitz  in questo articolo pubblicato su First Thing, che vi presentiamo nella traduzione di Annarosa Rossetto.  

 

Card. George Pell

Card. George Pell

 

Oggi, in Australia, una giuria di tre giudici ha rifiutato di ribaltare la sentenza di condanna del cardinale George Pell riguardo cinque accuse di abusi sessuali su minori. Il voto è stato di due a uno. Pell è stato condannato lo scorso dicembre, dopo un precedente processo in cui dieci dei dodici giurati avevano votato per l’assoluzione.

È un giorno vergognoso. La condanna di Pell è un oltraggio, non perché sia ​​un cardinale della Chiesa cattolica, ma perché il procedimento contro di lui non è stato dimostrato e non può essere provato, al di là di ogni ragionevole dubbio.

Pell è stato accusato di aver abusato sessualmente di due coristi tredicenni in due occasioni, nel 1996 e nel 1997. Solo uno di quei ragazzi vive ancora. All’altro la madre aveva chiesto nel 2001 se fosse “mai stato molestato o toccato”. E lui aveva risposto di no.

Quello ancora in vita ha sostenuto che Pell aveva trovato i due ragazzi ubriachi di vino per la Comunione nella sagrestia della cattedrale di Melbourne una domenica immediatamente dopo la Messa e li aveva costretti ad fargli una fellatio. L’accusa è sia non corroborata sia non plausibile. Pell salutava sempre i parrocchiani immediatamente dopo la Messa. In cattedrale era sempre accompagnato dai suoi assistenti. Il vino della Comunione era tenuto chiuso in una cassaforte. I coristi non venivano mai lasciati incustoditi. La sagrestia era molto trafficata dopo la Messa.

In breve, l’accusa contro Pell può sembrare plausibile solo se si è all’oscuro sia del funzionamento di una cattedrale che propensi ad accettare storie sensazionali sui crimini cattolici. Sfortunatamente, entrambe le cose sono vere per l’educata opinione pubblica in Australia e in Occidente.

L’abuso sessuale è davvero un problema nella Chiesa cattolica, sebbene meno che in alcune altre istituzioni, comprese le scuole pubbliche e la famiglia. Gli abusatori ecclesiatici, generalmente, seguono uno schema di adescamento riempiendo di gentilezze i loro obiettivi e creando opportunità favorevoli per aggredirli. Le accuse contro Pell, a differenza di molte delle accuse pienamente confermate contro l’ex cardinale Theodore McCarrick, non corrispondono a questo schema. È interessante considerare che Pell si trova in prigione mentre McCarrick è a piede libero.

Nelle sue osservazioni iniziali, il giudice Ann Ferguson ha affermato che “ci sono state critiche vigorose e talvolta emotive al cardinale ed è stato pubblicamente diffamato in alcune sezioni della comunità”. Questo è un eufemismo. Pell è stato condannato in mezzo ad una spasmodica isteria anti-cattolica, suscitata dai media australiani e incoraggiata dalle forze dell’ordine.

Louise Milligan, giornalista di ABC Australia, aveva scritto un libro accusando Pell di una serie di crimini spaventosi. È diventato un bestseller nonostante fosse mal scritto e contenesse affermazioni risibili – non diversamente da un libro precedente più chiaro, The Awful Disclosures of Maria Monk (“Le terribili rivelazioni di Maria Monk”, ndt) . Ha anche vinto una serie di premi. Nel frattempo, i pubblici ministeri avevano lanciato una caccia al colpevole, in cerca di accuse di abusi sessuali specificamente contro Pell. È così che dovrebbe funzionare la giustizia?

Quando Pell è stato infine condannato, la Milligan ha chiarito le basi del suo odio per lui: “Passava le giornate a dire a tutti noi come dovremmo vivere le nostre vite, e ora, eccolo qui, a scarabocchiare la sua firma sul registro degli autori di reati sessuali.” Ai suoi occhi, e non solo ai suoi occhi, c’era un tipo particolarmente dolce di giustizia nella condanna per reati sessuali di una persona che aveva affermato che sodomia, contraccezione e tutto il resto sono atti peccaminosi.

La sua reazione esprime la convinzione anti-cattolica che l’insegnamento sessuale della Chiesa sia bigotto, odioso e repressivo, a differenza delle opinioni progressiste sulla sessualità, che (come sappiamo) sono meravigliosamente liberanti e salutari. Il fatto che alcuni Cattolici siano d’accordo con le opinioni di Milligan e condividano la sua gioia non dovrebbe scioccarci. Fu un seguace di Cristo a consegnarlo ai suoi nemici.

In questo contesto surriscaldato, non sorprende che due giudici abbiano ritenuto credibile il testimone. Credono alla vittima. L’unico dissidente, il giudice Mark Weinberg, ha trovato che “a volte il denunciante era propenso ad abbellire aspetti del suo resoconto” e che “la sua deposizione conteneva discrepanze, mostrava inadeguatezze e comunque mancava di valore probatorio”. Weinberg “non ha potuto escludere come una ragionevole possibilità che una parte di ciò che il denunciante ha detto sia stata inventata. “

Ora è chiaro, se già non lo fosse, che i Cattolici non possono aspettarsi un trattamento giusto ed equo da parte della nostra élite liberale. Le garanzie sulla carte di un giusto processo e della parità di diritti hanno scarso valore di fronte a pregiudizi schiaccianti. Purtroppo, il pregiudizio come quello che ha messo Pell in prigione promana in modo diretto dall’ordine liberale che molti cattolici sono così pronti a difendere.

La condanna di Pell è una condanna, non per lui, ma per coloro che l’hanno emessa. Certo, questa non è la prima volta che una sentenza ingiusta mostra la vacuità di un intero ordine sociale. E i Cattolici non sono sempre stati dalla parte giusta in questi casi. Il ruolo di capro espiatorio addossato al cardinale Pell dovrebbe raddoppiare il nostro desiderio di stare dalla parte della verità piuttosto che con la folla, di tener conto dei fatti anziché della politica culturale.

Soprattutto, l’ingiustizia subita da Pell dovrebbe spingerci a identificarci con tutti coloro a cui viene negata la giustizia, chiunque essi siano, per quanto lontani dalla pratica e dal Credo cattolici.   I Cattolici considerano le loro sofferenze come un’opportunità per identificarsi con Cristo. È presente non solo nell’Eucaristia, ma anche nei poveri, nell’orfano, nella vedova e nel prigioniero. Il nostro impegno per Pell deve essere un impegno per tutti loro.