La condanna del Card. Pell in Australia e la corruzione in Vaticano

In un’intervista rilasciata ieri a Sky News Australia, il cardinale George Pell ha detto che funzionari di alto livello a Roma credono che la sua condanna e la sua prigionia in Australia siano legate ai problemi che stava causando ai “funzionari corrotti in Vaticano” mentre conduceva le riforme finanziarie.

Ecco alcuni passaggi dell’intervista ripresi da Paul Smeaton nel suo articolo pubblicato su Lifesitenews, che vi propongo nella mia traduzione. 

 

Card. George Pell

Card. George Pell

 

Il cardinale George Pell ha detto che funzionari di alto livello a Roma credono che la sua condanna e la sua prigionia in Australia siano legate ai problemi che stava causando ai “funzionari corrotti in Vaticano” mentre guidava le riforme finanziarie.

In un’intervista rilasciata oggi (ieri, ndr) a Sky News Australia, il conduttore Andrew Bolt chiede a Pell se ha mai considerato che i problemi che stava causando ai funzionari corrotti in Vaticano fossero collegati ai problemi che ha poi vissuto in Australia. Pell ha risposto: “La maggior parte dei funzionari di livello a Roma, che sono in qualche modo favorevoli alla riforma finanziaria, lo credono”.

Pell ha detto che dal suo punto di vista aveva sentito molto parlare da persone “che andavavo dalla possibilità, alla probabilità, al fatto” e che non aveva alcuna prova di un legame tra il suo lavoro in Vaticano e le sue accuse e la successiva condanna in Australia.

Tuttavia, Pell ha detto di essere contento che gran parte della corruzione finanziaria in Vaticano sia stata scoperta e che sia stato dimostrato che si era opposto a tale corruzione mentre si trovava a Roma.

“Uno dei miei timori era che quello che avevamo fatto rimanesse nascosto per una decina d’anni o giù di lì, che sarebbe stato [poi] rivelato e poi i cattivi avrebbero detto ‘beh, Pell e Casey allora erano al comando (del Dicastero economico, ndr), hanno chiuso un occhio o non hanno fatto nulla’,” ha detto il cardinale assolto. 

 

(se il video qui sotto non si apre, fare il refresh di questa pagina o cliccare qui

 

“Ora grazie a Dio è tutto finito, perché c’è stata una raffica di articoli poco prima di Natale e intorno a Natale che hanno esposto ogni sorta di cose, come un acquisto disastroso, in realtà un paio di essi a Londra, ed è stato dimostrato molto chiaramente che ci siamo tenacemente opposti a queste cose”.

Bolt ha posto delle domande a Pell sul suo rapporto con Papa Francesco, date le loro diverse opinioni teologiche e posizioni su questioni come il “cambiamento climatico”, ma Pell ha detto di aver ricevuto il sostegno di Papa Francesco. 

BOLT: Lei e il Papa non siete molto vicini (dal punto di vista delle posizioni sulle cose, ndr). Lui è molto a sinistra ed è un sostenitore del riscaldamento globale. Lei è un conservatore e uno scettico del clima. Lui è stato un leader debole, ma lei ha chiesto riforme della sua Chiesa, in particolare riforme finanziarie. In questa vicenda, però, il Papa l’ha sostenuta come avrebbe voluto?

PELL: Assolutamente sì. Le mie opinioni teologiche non coincidono esattamente con quelle di papa Francesco, ma ho lavorato nel suo gruppo “il C9” dei suoi consiglieri più vicini (il consiglio di iniziali 9 cardinali che assistono il Papa nella revisione della Curia, ndr). Lui è il successore di Pietro. Ha un debito di rispetto e credo che apprezzi la mia onestà e forse il fatto che io dica cose che altre persone potrebbero non dire e che lui mi rispetta per questo. Sicuramente dice che rispetta i processi del programma giudiziario australiano, ma è stato di grande sostegno.

 

Alla domanda di Bolt su quanto in alto pensa che la corruzione in Vaticano arrivi, Pell ha detto che non crede che arrivi così in alto fino al livello del Papa.

BOLT: Quanto in alto nel Vaticano arriva la corruzione

PELL: Chi lo sa? È un po’ come Vittoria, non si sa bene dove scorra la venatura, quanto sia spessa e larga e quanto in alto vada.

BOLT: L’ho descritta [la corruzione] come se arrivasse ai piedi del Papa, non al Papa in persona, ma fino ai piedi del Papa. Sbaglio? 

PELL: Sì. Io….Abbiamo il cardinale Parolin, il segretario di Stato – non è certo corrotto. Quanto in alto vada è un’ipotesi interessante.

 

Nel novembre dello scorso anno il cardinale Parolin ha informato i media cattolici di essere responsabile sia di aver organizzato un prestito di 50 milioni di euro per aiutare il Vaticano ad acquistare un ospedale italiano avvolto negli scandali, sia di aver richiesto una successiva sovvenzione di 25 milioni di dollari a una fondazione cattolica con sede negli Stati Uniti per coprire quel prestito. Parolin non ha fatto alcun riferimento, tuttavia, a prove del fatto che la richiesta della sovvenzione di 25 milioni di dollari fosse originariamente legata a una richiesta proveniente da Papa Francesco.

Alla domanda di Bolt su alcuni dei suoi colleghi arcivescovi australiani che “sono scomparsi dai radar” non dandogli un chiaro sostegno, Pell ha semplicemente risposto: “Questa è la vita. Ma in realtà ciò che è stato sorprendente è che anche i miei avversari teologici a Roma non hanno creduto alle storie (delle accuse, ndr)”.

 




La vicenda giudiziaria del Card. George Pell – Una meditazione

L’amara vicenda del Card. George Pell, condannato e recluso per abusso sessuale su minori, poi prosciolto, ha colpito molto e tanti. Noi stessi abbiamo sempre creduto nella sua innocenza e per questo abbiamo pubblicato vari articoli. Il caso ha colpito anche il prof. Mauro Ronco, Emerito di Diritto penale nell’Università di Padova, che ha scritto una meditazione che è degna di nota. La riprendiamo dal sito del Centro Studi Livatino

 

Card. George Pell

Card. George Pell

 

  1. La notizia che l’Alta Corte australiana ha prosciolto il Cardinale George Pell da ogni accusa, ordinandone la scarcerazione dopo 400 giorni di detenzione in un carcere di alta sicurezza, ha riempito di gioia il mio cuore.
    Qualcuno dopo la sentenza ha detto: “Allora è innocente!”. Sulla connessione causale automatica tra sentenza e innocenza io non concordo. Non è che il Cardinale Pell sia innocente perché l’Alta Corte lo ha prosciolto; egli è innocente perché non ha mai commesso gli abusi che gli erano stati ingiustamente addebitati e perché nessuna prova logicamente valida era stata formata contro di lui.
    Occorre liberarci dal velo di ipocrisia che avvolge spesso la vita giuridica e sociale. L’effato di una sentenza definitiva “pro veritate habetur”. Ma non racchiude necessariamente la verità. Certo, occorre rispettare le sentenze, come anche le leggi. La legge umana, però, contraria al diritto naturale, non è vera legge, “sed legis corruptio” (San Tommaso, Summa Theologie, I-II, q. 95, a.2). Quindi, non obbliga in coscienza il cittadino. La sentenza può essere ingiusta per dolo o per colpa del giudice o di altri soggetti protagonisti dell’accusa, ovvero per una serie di contingenze casuali che hanno falsato l’accertamento della verità. Alla sentenza ingiusta il condannato soggiace come a una violenza superiore cui egli non può resistere.
    L’esecuzione di una pena recata da una sentenza ingiusta fa del condannato un testimone nascosto della verità. Il Cardinale Pell, che ha subìto ingiustamente la detenzione per 13 mesi, ha portato in sé stesso la sofferenza della pena a testimonianza della verità.

 

  1. Come accennato in precedenza, l’ingiustizia della sentenza può derivare dal dolo o dalla colpa del giudice, dell’inquirente o dell’accusatore, ovvero dall’assommarsi di circostanze sciagurate che hanno deviato senza colpa di alcuno l’accertamento della verità.
    Affinché siano il più possibile scongiurati gli errori giudiziari, la sapienza giuridica di tutti i tempi, anche di quelli più severi e inesorabili verso il delitto, ha predicato il massimo rigore nella valutazione delle prove. Giacomo Menochio, grande giurista italiano della seconda metà del ‘500 – un’epoca non certo tenera nella punizione dei colpevoli – scriveva: “Probationes dubiae admittuntur in criminalibus ad probandi accusati defensionem, nec non testes de sola credulitate deponentes” (De Praesumptionibus, conjecturis, signis et indiciis, CommentariaLiber V, Praesumptio III, 50, 651) e concludeva: “Accusatoris probatio debet luce meridiana esse clarior et redditur dubia ex qualicumque accusati probatione” (Ibidem, 52).
    In queste massime era inciso il valore inconcutibile del principio che la prova dell’accusatore è inaccettabile quando vi sia anche un solo indizio contrario che ne oscuri l’assoluta chiarezza. Onde il giudice deve assolvere l’imputato quando ricorra una ragione non capziosa di dubbio che infici la prova di colpevolezza. Non importa che  il giudice sia convinto in coscienza di poter superare il dubbio indotto dalla prova difensiva. Decisivo è che una ragione  oggettiva di dubbio sia affiorata nel processo.
    Il principio “In dubio pro reo”, che si esprime nel diritto contemporaneo con la formula che la condanna può essere legittimamente pronunciata soltanto allorché la responsabilità sia stata provata “al di là di ogni ragionevole dubbio”, è un principio di diritto naturale. In effetti, la sua radice sta in una verità metafisico/antropologica in ordine alla natura dell’uomo. Se egli è per natura buono, poiché la ragione, che deve governare per natura le potenze dell’anima, lo inclina al bene, nonostante la tendenza in lui presente che lo trascina al male, e se l’uomo va riguardato, in relazione al suo statuto giuridico, nella sua essenziale dignità – che sta nella ragione che lo inclina al bene – è evidente la razionalità giuridica della presunzione di innocenza dell’accusato.
    La presunzione è regola pratica essenziale al giudizio, soccombente soltanto di fronte alla prova certa del contrario. Per Francesco Carrara, che insegna di prestare particolare attenzione al fondamento metafisico del diritto penale, “la presunzione di innocenza, e così la negazione della colpa” è principio metafisico e dogma fondamentale statuito dalla ragione (Carrara, Opuscoli di diritto criminale, V, Prato, 1881, 17 s.).

 

  1. La Corte Suprema australiana ha prosciolto il Cardinale Pell sul rilievo che esisteva la possibilità significativa che fosse stato condannato un innocente. Dunque, ricorrevano elementi di prova che oggettivamente non consentivano di superare il “ragionevole dubbio” della sua innocenza. I giudici che l’avevano condannato nei gradi precedenti di giudizio hanno violato la legge processuale australiana e, più ancora, il principio di diritto naturale che ne è il fondamento. È evidente che il luogo, il tempo, le circostanze tutte in cui sarebbe stato compiuto il gesto illecito, secondo la narrazione dell’unico accusatore, erano intrinsecamente incompatibili con il normale svolgersi dei fatti umani. Certo, è possibile che accada anche un evento assolutamente inverosimile. Ma l’inverosimiglianza oggettiva di un accadimento costituisce ragione sufficiente per l’obbligatoria esclusione dall’accusa a meno che non si provi la circostanza particolare che, nel caso concreto, avrebbe reso possibile ciò che è inverosimile secondo l’ordinario accadere dei fatti umani. Ma di tale circostanza non vi è traccia nelle sentenze invalide e nulle di condanna.
    Ma qualcosa di più va detto. Il dictum dell’unico accusatore era contraddetto dalla testimonianza giurata e solenne di almeno 20 testimoni, non sospettabili in alcun modo di mendacio. Anche per questa seconda ragione l’accusa non poteva essere creduta come vera “oltre ogni ragionevole dubbio”. E ancora: il lungo tempo intercorrente dal fatto supposto alla presentazione della denuncia costituiva un ulteriore motivo di inattendibilità soggettiva dell’accusatore, a cagione dell’innumerevole serie di spinte che potevano averlo determinato alla dichiarazione, dalla volontaria calunnia all’autosuggestione o all’influenza di fattori esterni agìti da quella parte di mondo che insuffla nelle menti più fragili l’idea fallace che le persone dotate di autorità morale siano i colpevoli tipici degli atti di abuso.

 

  1. Perché, allora, nonostante la palese ricorrenza di elementi che impedivano di affermarne la colpevolezza, il Cardinale Pell era stato condannato nei precedenti gradi di giudizio?
    Va messa in luce, anzitutto, l’ipotesi della colpa dei giudici. Si tratti di dolo o di negligenza, non par dubbio che una colpa vi sia stata. La violazione della regola dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” sta nella realtà delle cose. È stata, peraltro, asseverata senza remore  dal giudice supremo. Non è possibile qui andare oltre per verificare se vi sia stata soltanto negligenza o addirittura dolo nella violazione della legge. Ricercare l’intenzione nella mente del giudice che emette una sentenza falsa è cosa assai ardua. Va ammesso che il suo compito è difficile. Epperò è tanto più grave la violazione di legge quanto più palesi si siano manifestate le ragioni oggettive di dubbio che impedivano la pronuncia di condanna.
    Che si sia trattato di dolo o di negligenza non è qui rilevante. Ciò riguarda il grado di colpevolezza morale dei giudici, che sfugge alla valutazione in sede giuridica e sociale. Importa, piuttosto, rilevare che il clima sociale in cui si sono celebrati i processi di merito era avvelenato da un desiderio diffuso di persecuzione della Chiesa nella sua gerarchia sacerdotale.

 

  1. Vi sono ulteriori aspetti della vicenda meritevoli di considerazione. La presunzione di innocenza si radica metafisicamente sull’assunto che l’uomo è per sua natura buono, siccome inclinato da Dio al vero, al buono e al giusto, e che la spinta verso il male è conseguenza della caduta e della decadenza. Chi giudica deve per stretto dovere di giustizia presumere che il giudicabile sia buono. Il male dell’azione illecita, pertanto, deve essere rigorosamente provato. Nell’epoca contemporanea si è diffusa ubiquitariamente una concezione opposta, alla stregua della filosofia del sospetto e, più ancora, del relativismo etico del pensiero debole. Non vi sarebbe distanza tra bene e male. Comunque, nella società dell’homo homini lupus, gli uomini e le donne, incentrati tutti sull’autoreferenzialità del proprio io, non avrebbero in se stessi traccia alcuna di bontà. Quando l’apparenza esterna cade, nessuno, pertanto, può presumersi buono.
    La presunzione di innocenza, dunque, che è regola pratica di giudizio e, prima ancora, corollario di un principio metafisico, viene rovesciata. Nella confusione mediatica in cui avvolge spesso l’esercizio dell’attività giudiziaria, la regola pratica non è la presunzione di innocenza, bensì di colpevolezza. Ancor più: la presunzione di colpevolezza si rende onnipervadente allorché  alla generica malizia della curiosità che si compiace dei mali altrui si aggiunge l’invidia per le persone dotate di autorità cadute in disgrazia. In grado massimo questa malizia esplode con furia quando la vittima sia un sacerdote di Cristo. La malizia ordinaria si rafforza allora con l’odio contro la Chiesa e il sacerdozio.

 

  1. Né va trascurato, infine, il sottile e perfido operare delle potenze delle tenebre. Come l’astuzia del Nemico ha fatto cadere in peccati abominevoli alcuni componenti della Chiesa gerarchica, così la medesima astuzia approfitta della confusione babelica che ha avvolto il mondo secolarizzato per aggredire chiunque sia consacrato nel segno di Cristo, allo scopo di coinvolgerlo in un’aurea indiscriminata di sospetto e di generica colpa.

 

  1. Le dichiarazioni rese dal Cardinale Pell subito dopo la liberazione costituiscono un nobile esempio di verità e di umiltà.
    Per un verso, egli è rifuggito dal mettersi al centro della scena. Non si è infatti vanamente proposto come simbolo di una vittoria consumata sugli accusatori o sui giudici. La resiudicanda non concerneva il modo in cui la Chiesa cattolica aveva affrontato negli ultimi decenni il crimine di pedofilia nel clero, bensì la sua personale responsabilità di uomo e di sacerdote per i crimini terribili di cui era stato accusato. Per altro verso, egli ha manifestato il desiderio buono che al dolore patito non si aggiunga altro dolore in capo a coloro che lo avevano accusato o ne avevano in qualche modo sostenuto e fomentato la condanna.
    Non si deve infine  trascurare la cosa più bella. L’Arcivescovo emerito  di Sidney ha conservato la fede. Il desiderio più vivo che ha immediatamente manifestato dopo la liberazione è stato infatti di poter subito celebrare la Santa Messa.

 




L’Alta Corte australiana all’unanimità proscioglie il Card. Pell dall’accusa di abusi su minori. Giustizia è fatta.

 

di Sabino Paciolla

 

Dopo una lunga detenzione per abusi sessuali su minori durata oltre un anno, l’Alta Corte australiana, all’unanimità, martedì ha ribaltato la precedente sentenza rimettendo in libertà il cardinal Pell. Questi ha rilasciato una dichiarazione in cui esprime gratitudine alla sua famiglia, agli amici e al suo team legale, e nota che non porta rancore verso il suo accusatore. È previsto che esca di prigione oggi.

Qui trovate la sentenza.

Ecco invece la sua dichiarazione nella mia traduzione. 

 

Ho sempre mantenuto la mia innocenza pur soffrendo di una grave ingiustizia.

A ciò è stato posto rimedio oggi con la decisione unanime dell’Alta Corte.

Attendo con ansia di leggere la sentenza e le motivazioni della decisione nei dettagli.

Non ho alcuna cattiva volontà nei confronti del mio accusatore, non voglio che la mia assoluzione si aggiunga al dolore e all’amarezza che molti provano; c’è certamente abbastanza dolore e amarezza.

Tuttavia il mio processo non è stato un referendum sulla Chiesa cattolica; né un referendum su come le autorità ecclesiastiche in Australia hanno affrontato il crimine della pedofilia nella Chiesa.

Il punto era se io avessi commesso questi terribili crimini, e non li ho commessi.

L’unica base per una guarigione a lungo termine è la verità e l’unica base per la giustizia è la verità, perché giustizia significa verità per tutti.

Un ringraziamento speciale per tutte le preghiere e le migliaia di lettere di sostegno.

Voglio ringraziare in particolare la mia famiglia per il loro amore e il loro sostegno e per quello che hanno dovuto passare; il mio piccolo team di consiglieri; coloro che hanno parlato per me e che hanno sofferto il risultato; e tutti i miei amici e sostenitori qui e oltreoceano.

Anche i miei più profondi ringraziamenti e la mia gratitudine a tutto il mio team legale per la loro ferma volontà di vedere la giustizia prevalere, di far luce sull’oscurità prodotta e di rivelare la verità.

Infine, sono consapevole dell’attuale crisi sanitaria.  Prego per tutte le persone colpite e per il nostro personale medico di prima linea.

 

Il cardinale George Pell

 

Ebbene sì, alla fine è stata fatta giustizia. Abbiamo sempre creduto alla innocenza dell’alto prelato australiano poiché non apparivano assolutamente credibili le accuse fatte da una sola persona, per fatti accaduti più di 25 anni fa, in circostanze che dire impossibili è dire poco. A sostegno della innocenza del cardinale abbiamo pubblicato vari articoli nei mesi scorsi. 

Data l’estrema fragilità delle accuse, a molti è sembrato che il Card. Pell fosse il capro espiatorio da immolare sull’altare di una facile giustizia richiesta da un’opinione pubblica aizzata da una politica che vuole colpire la Chiesa a partire da una piaga, quella degli abusi sessuali, che pure è reale. Indubbiamente si è voluto colpire in alto, Pell era infatti  Prefetto per l’economia (il “ministro delle finanze”) del Vaticano.

Pell è stato condannato nel 2018 per cinque capi d’accusa per abusi sessuali su minori. Era stato accusato di aver abusato sessualmente di due ragazzi del coro mentre era arcivescovo di Melbourne nel 1996.

Il processo è iniziato nel 2013, quando la polizia di Victoria dette inizio all’Operazione Tethering, un’indagine a tempo indeterminato su possibili crimini commessi da Pell, nonostante non ci fossero accuse o denunce penali contro di lui in quel momento.

Durante le udienze preliminari al processo, molte delle accuse, relative al suo periodo di sacerdozio nella città di Ballarat, sono state ritirate dai pubblici ministeri per mancanza di prove.

Durante tutto il processo Pell ha ribadito la sua innocenza, dicendo agli amici che era impegnato a vivere il suo tempo in prigione – gran parte del quale trascorso in isolamento – come un ritiro monastico, supportato dalla fede.

Se da una parte il processo legale civile è finito, si deve ricordare che vi è un’altro in sospeso in Vaticano, che era iniziato proprio a causa di quello australiano. Un ulteriore processo non farebbe altro che aggiungere fiele alla coppa che è già abbondantemente piena. 

È probabile che il processo in Vaticano riprenda ma con una prospettiva di rapida soluzione visto il “torchio” che il card. Pell ha dovuto subire nel suo paese.

È probabile che il Papa affidi il processo alla Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), la quale raramente convoca un processo completo, a meno che non vi siano prove schiaccianti derivanti da un tribunale laico che, come visto, non è questo il caso, vista l’assoluzione proclamata da un’Alta Corte.

È probabile dunque che la CDF apra un procedimento preliminare che analizzi la documentazione già vagliata dalla Alta Corte australiana e arrivi rapidamente alla stessa conclusione dell’Alta Corte, archiviando il caso nella fase preprocessuale.

Il Vaticano, che da parte sua ha sempre ribadito di seguire il processo, che il Card. Pell aveva il diritto di difendersi, ha pubblicato oggi il seguente comunicato:

La Santa Sede, che ha sempre riposto fiducia nell’autorità giudiziaria australiana, accoglie con favore la sentenza unanime pronunciata dall’Alta Corte nei confronti del Cardinale George Pell, che lo proscioglie dalle accuse di abuso su minori, revocandone la condanna.

Il Cardinale Pell – nel rimettersi al giudizio della magistratura – ha sempre ribadito la propria innocenza, attendendo che la verità fosse accertata.

Con l’occasione la Santa Sede riafferma il proprio impegno a prevenire e perseguire ogni abuso nei confronti dei minori.

 




Funzionari vaticani: La banca svizzera sospettata di riciclaggio di denaro sporco ha portato al conflitto con il card. Pell

Il rapporto della Santa Sede con una banca svizzera di dubbia reputazione ha scatenato una controversia interna tra la Segreteria di Stato e le autorità finanziarie vaticane. Al centro del conflitto c’era una linea di credito multimilionaria utilizzata per finanziare un controverso investimento nella speculazione immobiliare londinese. C’è ne parla Ed Condon in questo articolo pubblicato su Catholic News Agency

Eccolo nella mia traduzione.

 

Card. George Pell

Card. George Pell

 

Il rapporto della Santa Sede con una banca svizzera di dubbia reputazione ha scatenato una controversia interna tra la Segreteria di Stato e le autorità finanziarie vaticane. Al centro del conflitto c’era una linea di credito multimilionaria utilizzata per finanziare un controverso investimento nella speculazione immobiliare londinese.

Fonti all’interno della Prefettura vaticana per l’economia hanno confermato a Catholic News Agency (CNA) che una parte sostanziale dei 200 milioni di dollari utilizzati per finanziare l’acquisto da parte della Segreteria di Stato di un complesso edilizio di lusso a 60 Sloane Avenue è stata ottenuta attraverso il credito concesso da BSI, una banca svizzera con una lunga storia di violazione del riciclaggio di denaro sporco e delle misure di salvaguardia delle frodi nei suoi rapporti con i fondi sovrani. 

Nel 2018, BSI è stata oggetto di un schiacciante rapporto della FINMA, l’autorità di vigilanza finanziaria svizzera, che ha concluso che la banca si trovava in “gravi violazioni degli obblighi di diligenza previsti dalla legge in relazione al riciclaggio di denaro e gravi violazioni dei principi di un’adeguata gestione del rischio e di un’organizzazione adeguata”.

L’anno scorso la banca è stata assorbita dal gruppo EFG. La fusione è stata approvata dalla FINMA a condizione che fosse “pienamente integrata e sciolta” entro un anno e che a nessun collaboratore di BSI fosse assegnato un ruolo dirigenziale in EFG. Se la fusione non fosse stata approvata dalla FINMA, la licenza bancaria di BSI sarebbe stata revocata e l’attività sarebbe stata chiusa.

Il 4 novembre, CNA ha riferito che nel 2015 il cardinale Angelo Becciu ha tentato di mascherare i prestiti da 200 milioni di dollari nei bilanci vaticani, cancellandoli a fronte del valore dell’immobile acquistato nel quartiere londinese di Chelsea, una manovra contabile vietata dalle politiche finanziarie approvate da Papa Francesco nel 2014.

Il tentativo di nascondere i prestiti fuori bilancio è stato rilevato dalla Prefettura dell’Economia, allora guidata dal cardinale George Pell. Alti funzionari della Prefettura per l’economia hanno detto alla CNA che quando Pell ha cominciato a chiedere i dettagli dei prestiti, specialmente quelli che coinvolgevano BSI, l’allora arcivescovo Becciu ha chiamato il cardinale in Segreteria di Stato per un “rimprovero”.

“Becciu convocò il cardinale – lo convocò”, ha detto un alto funzionario alla CNA. “Pell doveva essere l’autorità ultima nel controllare e autorizzare tutti gli affari finanziari vaticani, responsabile solo di fronte a papa Francesco, ma Becciu gli gridò come se fosse un inferiore”.

Becciu avrebbe detto a Pell che il cardinale stava “interferendo negli affari sovrani” nell’esaminare i rapporti della Segreteria con BSI. 

“Al cardinale Pell fu dato di capire che, per quanto riguardava [Becciu], il prefetto era fondamentalmente un impiegato amministrativo e un timbro di gomma (un esecutore di ordini, ndr), non di più”.

Il cardinale Becciu ha rifiutato di rispondere alle domande della CNA sull’argomento, e Pell è incarcerato e non è disponibile per domande.

Pell sollevò il tentativo di mascherare i prestiti al Consiglio per l’economia, un’agenzia guidata dal cardinale Reinhard Marx di Monaco di Baviera e incaricata del controllo finale delle transazioni finanziarie vaticane.

Un’importante fonte curiale ha detto alla CNA che la questione fu “notata, ma non fu intrapresa alcuna azione” dal Concilio, nonostante la natura altamente irregolare o la disposizione.

Un alto funzionario dell’APSA, che funge da Banca Centrale della Santa Sede e gestisce il portafoglio dei beni sovrani del Vaticano, difese il rapporto del Vaticano con BSI e istituzioni finanziarie simili.

“Devi capire che in quelle zone grigie si può fare molto bene”, ha detto alla CNA. “Non tutto ciò che la Chiesa fa o sostiene può essere stampato in un bilancio come una normale azienda. A volte la Chiesa deve essere in grado di aiutare senza essere vista come un aiuto”.

Tra le altre accuse, BSI è stata giudicata colpevole di aver permesso ai fondi sovrani di utilizzare la banca per “transazioni di passaggio”, in cui i fondi vengono trasferiti in una banca e passano attraverso più conti in un solo giorno prima di essere trasferiti di nuovo fuori (della banca). Tale attività è considerata dalle autorità di regolamentazione come un chiaro segnale d’allarme in caso di riciclaggio di denaro sporco. Si è constatato che BSI ha sistematicamente omesso di documentare o indagare su tali operazioni.

Il rapporto della FINMA ha inoltre evidenziato casi in cui i collaboratori di BSI hanno lamentato la mancanza di trasparenza nella gestione delle operazioni dei clienti dei fondi sovrani. La rivista Forbes ha citato il reclamo interno di un collaboratore, che diceva: “Il mio team sta effettuando queste transazioni senza sapere realmente cosa stiamo facendo e perché e sono a disagio con questo. […..] ci dovrebbe essere un processo di governance più forte su tutto questo”. Non è stata intrapresa alcuna azione in risposta a questo e a reclami simili.

Il legame con BSI viene alla luce mentre l’organismo di vigilanza finanziaria del Vaticano sta lottando per affermare la propria credibilità. Il 18 novembre, il presidente dell’Autorità per l’informazione finanziaria (AIF), René Brüelhart, ha rassegnato le dimissioni.

Anche se l’ufficio stampa vaticano ha definito la partenza come la fine di “un mandato di cinque anni”, Brüelhart non era stato nominato per un periodo fisso, e lui ha detto chiaramente che si era dimesso.  

Poco dopo, anche Marc Odendall, membro del consiglio di amministrazione dell’AIF, si è dimesso, affermando che il Gruppo Egmont, attraverso il quale 164 autorità di intelligence finanziaria condividono informazioni e coordinano il loro lavoro, ha sospeso l’AIF.

Odendall ha detto all’Associated Press che l’AIF è stato effettivamente resa “un guscio vuoto” e che “non ha senso” rimanere coinvolti nei suoi lavori.

Il direttore dell’agenzia, Tommaso Di Ruzza, è stato recentemente reintegrato dopo una sospensione a seguito di un’incursione dei gendarmi vaticani nel suo ufficio. L’incursione ha preso di mira anche gli uffici della Segreteria di Stato e si ritiene che faccia parte di un’indagine interna sull’affare immobiliare londinese finanziato dai prestiti di BSI.

Oltre a Di Ruzza, diversi funzionari della Segreteria di Stato sono stati sospesi e, in seguito alle incursioni, impediti dall’entrare in Vaticano. Tra questi, Mons. Mauro Carlino e la Dr.ssa Caterina Sansone, entrambi direttori di una holding londinese utilizzata dalla Segreteria di Stato per il controllo della proprietà londinese.

 




AGGIORNATO: L’Alta corte indirizza l’appello del card. Pell alla corte nella pienezza dei componenti.

La vicenda del Card. George Pell condannato per abusi sessuali su due minori e di cui vi abbiamo più volte parlato su questo blog vede oggi nuovi sviluppi. Leggiamoli insieme nella traduzione dell’articolo del CNR di oggi.
La traduzione è a cura di Annarosa Rossetto.

 

Card. George Pell

Card. George Pell

 

AGGIORNAMENTO del 14.11.2019 delle ore 17.30

L’Alta Corte australiana ha annunciato mercoledì che la richiesta del cardinale George Pell di un permesso speciale in appello è stata rinviata alla corte nella sua pienezza dei componenti per la decisione. Pell sta cercando di appellarsi a una decisione della Corte d’Appello di agosto nel Victoria.

La sua domanda sarà ora esaminata da tutti i membri della più alta corte australiana, e una decisione è prevista per marzo o aprile.

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L’Alta Corte australiana ha annunciato martedì che il Card. George Pell è stato autorizzato a presentare ricorso contro la decisione della
Corte d’Appello di Victoria che in agosto ha confermato la condanna per abusi sessuali su minori.

L’appello di Pell all’Alta Corte di Canberra, la corte suprema dell’Australia, è l’ultima via legale percorribile per ribaltare una condanna che ha diviso l’opinione pubblica nel paese e a livello internazionale.

Il cardinale è stato condannato l’11 dicembre 2018, in base a cinque accuse di aver abusato sessualmente di due ragazzi del coro dopo la messa domenicale quando era arcivescovo di Melbourne nel 1996 e nel 1997.

È stato condannato a sei anni di prigione, e deve scontare almeno tre anni e otto mesi prima di poter richiedere la condizionale.

Il cardinale, 78 anni, che rimane arcivescovo e membro del Collegio cardinalizio, è stato rimandato in prigione immediatamente dopo l’aggiornamento della corte. È tenuto in isolamento e non gli è permesso di celebrare la Messa in prigione.

Pell è stato condannato per aver esposto i genitali e aver costretto due ragazzi del coro a commettere atti sessuali su di lui benché fosse completamente vestito con i paramenti della messa domenicale, quasi immediatamente dopo la celebrazione nella sagrestia della Cattedrale di San Patrizio nel 1996. Pell all’epoca era arcivescovo di Melbourne. È stato anche condannato per aver palpeggiato uno dei ragazzi in un corridoio nel 1997.

L’accusa si basava sulla testimonianza di una delle presunte vittime: quella che riferiva di aver subito due casi di abuso da parte di Pell. L’altra vittima è morta nel 2014 e non è stata in grado di testimoniare, ma nel 2001 aveva negato alla madre di aver subito abusi mentre era membro del coro.

Pell ha continuato a sostenere la sua innocenza, con il suo collegio difensivo che riteneva centrale l’argomentazione secondo cui i presunti crimini sarebbero stati “semplicemente impossibili” i quelle date circostanze.

I difensori del cardinale hanno sostenuto che le accuse di abuso in sagrestia non erano possibili dato il grande andirivieni dopo la messa e il vero e proprio ostacolo costituito dai paramenti della messa.

Pell aveva presentato ricorso alla Corte d’appello di Victoria. Tre giudici hanno esaminato il suo caso e respinto il ricorso in appello. I giudici si sono divisi sul principale motivo d’impugnazione di Pell, secondo cui la decisione della giuria era stata“irragionevole”.

In particolare la questione era se la giuria che aveva condannato Pell avesse correttamente soppesato tutte le prove presentate in sua difesa, o avesse raggiunto la determinazione della colpa nonostante la dimostrazione di un chiaro “ragionevole dubbio” sull’aver commesso i crimini di cui era accusato .

Il giudice supremo Anne Ferguson e il presidente della Corte Chris Maxwell hanno costituito la maggioranza che ha rifiutato l’appello di Pell che sosteneva che il verdetto della giuria fosse irragionevole rispetto agli elementi di prova presentati, trovando che era possibile per la giuria trovare oltre “ogni ragionevole dubbio la verità del racconto del denunciante “.

In forte dissenso dalla constatazione della maggioranza, il giudice Mark Weinberg ha osservato che la totalità delle prove contro Pell consisteva nella testimonianza di un singolo accusatore, mentre erano stati prodotti più di 20 testimoni per testimoniare contro la sua ricostruzione dei fatti.

“Anche solo la  ‘ragionevole possibilitàche ciò che i testimoni avevano dichiarato su queste questioni potesse essere stato vero avrebbe dovuto inevitabilmente portare ad un’assoluzione”, ha scritto Weinberg, concludendo che Pell, in effetti, era stato impropriamente chiesto di dimostrare “l’impossibilità” della sua colpevolezza e non solamente un ragionevole dubbio in merito.

A tutti e tre i giudici è stata concessa un’ulteriore possibilità di presentare ricorso per irragionevolezza della condanna della giuria.

I commentatori dei media e i membri della comunità giuridica australiana hanno espresso preoccupazione circa le motivazioni dell’opinione dei due giudici di maggioranza e le implicazioni più ampie che le loro argomentazioni potrebbero avere per gli standard di prova nei processi penali.

Il direttore dell’ufficio stampa della Santa Sede Matteo Bruni ha risposto alla decisione della Corte d’appello affermando che La Santa Sede prende atto della decisione dell’Alta Corte australiana di accogliere la richiesta di appello presentata dal Card. George Pell” e ha confermato “la propria fiducia nella giustizia australiana.” In attesa di conoscere gli eventuali ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario, ricorda che il cardinale ha sempre ribadito la sua innocenza. E che è suo diritto ricorrere all’Alta Corte”, aveva detto Bruni all’epoca.

 

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Il card. Pell si oppose ad un prestito di 50 mln di euro per l’acquisto di un ospedale in fallimento

Una richiesta di prestito di 50 milioni di euro per garantire l’acquisto di un ospedale in fallimento fu bloccata dal cardinale George Pell e dalle autorità finanziarie dell’Istituto per le Opere Religiose (IOR), comunemente chiamata Banca Vaticana, prima che fosse approvata dalla banca centrale della Santa Sede, APSA, dove il prestito ha violato gli accordi normativi internazionali. 

Un articolo di Ed Condon pubblicato su Catholic News Agency

Eccolo nella mia traduzione.

Cardinale George Pell

Cardinale George Pell

 

Una richiesta di prestito di 50 milioni di euro per garantire l’acquisto di un ospedale in fallimento fu bloccata dal cardinale George Pell e dalle autorità finanziarie dell’Istituto per le Opere Religiose (IOR), comunemente chiamata Banca Vaticana, prima che fosse approvata dalla banca centrale della Santa Sede, APSA, dove il prestito ha violato gli accordi normativi internazionali. 

Secondo alcuni funzionari vaticani, alla fine del 2014 due cardinali chiesero che lo IOR, la banca commerciale del Vaticano, concedesse un prestito di 50 milioni di euro ad un partenariato a scopo di lucro tra la Segreteria di Stato della Santa Sede e un ordine religioso, che intendeva acquistare un ospedale italiano in fallimento, allora in fallimento secondo le leggi del governo.

L’ospedale, l’Istituto Dermopatico dell’Immacolata (IDI), era di proprietà di un ordine religioso, la Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione, che aveva formato una nuova associazione con la Segreteria Vaticana come partner, in un complicato piano per liberarsi dagli ingenti debiti dell’ospedale. 

Il cardinale Angelo Becciu, allora arcivescovo, e il cardinale Giuseppe Versaldi erano entrambi coinvolti nel piano, e chiesero il prestito allo IOR, hanno detto diversi funzionari vaticani alla Catholic News Agency (CNA).

La loro proposta di prestito fu respinta nel 2015, quando il consiglio dello IOR decise che l’IDI non sarebbe mai stato in grado di rimborsare il prestito, hanno detto a CNA fonti senior di due agenzie finanziarie vaticane.

I funzionari dell’APSA e della Prefettura per l’Economia hanno detto alla CNA che Pell si oppose apertamente alla proposta di prestito. Il cardinale era stato a quel tempo incaricato da papa Francesco di riformare le finanze vaticane.

Era chiaro che la proposta sarebbe stato “un caso di buttar via soldi buoni dopo quelli cattivi”. Non era possibile un ritorno alla stabilità, figuriamoci al profitto”, ha detto un funzionario alla CNA.

Dopo che la proposta fu respinta dallo IOR, una richiesta di prestito di 50 milioni di euro fu fatta all’APSA, la banca centrale del Vaticano. Il prestito probabilmente violava gli accordi internazionali di regolamentazione dell’APSA.

“Erano disperati”, ha detto al CNA una fonte di alto livello della Prefettura per l’Economia. “Non c’era altro modo per farlo funzionare”.

Mentre il prestito IDI era all’esame dell’APSA, l’ufficio di Pell, cui era stata affidata la supervisione del portafoglio della banca centrale, si rifiutò di firmare la transazione, hanno detto a CNA le fonti vaticane.

Ma la resistenza di Pell non era a quanto pare sufficiente a fermare il prestito.

Una fonte senior dell’APSA ha detto a CNA che “non c’è stato un no alla risposta”, e che fu fatta un “appassionata” insistenza per l’accordo da parte di Versaldi e Becciu. “Non sarebbe mai potuto accadere”, ha detto la fonte alla CNA, “la prefettura ha cercato di bloccare l’accordo, ma è andato comunque avanti”.

I funzionari vaticani hanno detto alla CNA che Becciu, e il cardinale Versaldi, si rivolsero all’APSA per il prestito perché la banca centrale si era già dimostrata resistente alle riforme finanziarie in Vaticano. Anche la Segreteria di Stato, di cui Becciu era il secondo funzionario di grado, avrebbe resistito agli sforzi di Pell per la trasparenza e la riforma finanziaria.  

“C’era un rifiuto di base, chiaro e tondo, di condividere informazioni, di collaborare, o di aprire i libri alla Prefettura e al Consiglio per l’economia”, ha detto al CNA una fonte di alto livello della Prefettura per l’economia. “Questo è stato un atteggiamento coerente sia da parte dello Stato (Vaticano, ndr) che dell’APSA”.

Dopo il conflitto sul prestito, Papa Francesco ritirò dall’ufficio di Pell l’autorità di vigilanza sulle decisioni di investimento dell’APSA. Molteplici fonti vaticane hanno detto alla CNA che la decisione fu fortemente influenzata dalle pressioni esercitate da Becciu.

Il Cardinale Becciu è stato anche responsabile della cancellazione di una proposta di revisione contabile esterna da parte di PricewaterhouseCooper di tutte le finanze vaticane, e si è opposto all’intenzione del Cardinale Pell di porre fine alla pratica di tenere alcuni beni e fondi della Santa Sede “fuori bilancio”.

Becciu e altri funzionari della Segreteria di Stato hanno spiegato che si opposero alla revisione esterna a causa della riservatezza necessaria per svolgere il loro lavoro. Recenti segnalazioni hanno inoltre rivelato che la Segreteria di Stato stava facendo investimenti immobiliari non autorizzati con denaro preso in prestito da banche svizzere; un fatto che probabilmente è stato rivelato durante una revisione esterna.

Fonti autorevoli della Prefettura dell’economia e dell’APSA hanno comunicato alla CNA che l’annullamento della revisione (audit, ndr) è stato anche spiegato, in parte, dalle promesse che una revisione indipendente da parte dell’APSA era già prevista. 

Ma fonti sia dell’APSA che della Prefettura dell’Economia hanno dichiarato che non è stata condotta alcuna revisione contabile esterna o indipendente da parte dell’APSA, e che invece c’è stato un “impegno in buona fede” tra APSA e l’Autorità per l’informazione finanziaria del Vaticano (AIF). 

Fonti autorevoli della Prefettura dell’Economia e dell’APSA hanno anche detto alla CNA che gli sforzi per garantire la trasparenza presso la Banca centrale e la Segreteria di Stato vaticana hanno svolto un ruolo decisivo nella cacciata del primo revisore generale, Libero Milone, nel 2017

Milone ha dichiarato di essere stato costretto a dimettersi sotto la minaccia di un’azione penale perché insisteva per avere informazioni sulle centinaia di milioni di euro trattenuti fuori bilancio da parte di enti curiali.

“Qualcuno si è preoccupato che stessi per scoprire qualcosa che non avrei dovuto vedere”, ha detto Milone al Financial Times il 2 novembre. “Ci stavamo avvicinando troppo alle informazioni che volevano che dovessero essere tenute segrete, e loro hanno creato una situazione tale da far sì che fossi buttato fuori”.

Al momento della partenza forzata di Milone, il cardinale Becciu difese il suo ruolo nel rimuovere l’auditor, dicendo che aveva oltrepassato il suo mandato.

“E’ andato contro tutte le regole e stava spiando la vita privata dei suoi superiori e del personale, me compreso”, ha detto Becciu nel 2017. “Se non avesse accettato di dimettersi, l’avremmo perseguito”.

Pell è ora in prigione nello stato australiano di Victoria, dopo la sua condanna nel 2018 per cinque capi d’accusa per abuso sessuale. Il cardinale non ha potuto essere raggiunto per un commento.

Il CNA ha chiesto al cardinale Becciu di commentare il suo ruolo nella ricerca di un prestito IOR per l’acquisto dell’IDI. Il cardinale ha rifiutato di commentare.

 

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Card. Pell, capro espiatorio

“Pell è stato accusato di aver abusato sessualmente di due coristi tredicenni in due occasioni, nel 1996 e nel 1997. Solo uno di quei ragazzi vive ancora. All’altro la madre aveva chiesto nel 2001 se fosse ‘mai stato molestato o toccato’. E lui aveva risposto di no.” Inoltre, “Ora è chiaro, se già non lo fosse, che i Cattolici non possono aspettarsi un trattamento giusto ed equo da parte della nostra élite liberale.”

Questi i punti essenziali che ruotano intorno al processo del Card. George Pell (vedi anche qui) riassunti da Matthew Schmitz  in questo articolo pubblicato su First Thing, che vi presentiamo nella traduzione di Annarosa Rossetto.  

 

Card. George Pell

Card. George Pell

 

Oggi, in Australia, una giuria di tre giudici ha rifiutato di ribaltare la sentenza di condanna del cardinale George Pell riguardo cinque accuse di abusi sessuali su minori. Il voto è stato di due a uno. Pell è stato condannato lo scorso dicembre, dopo un precedente processo in cui dieci dei dodici giurati avevano votato per l’assoluzione.

È un giorno vergognoso. La condanna di Pell è un oltraggio, non perché sia ​​un cardinale della Chiesa cattolica, ma perché il procedimento contro di lui non è stato dimostrato e non può essere provato, al di là di ogni ragionevole dubbio.

Pell è stato accusato di aver abusato sessualmente di due coristi tredicenni in due occasioni, nel 1996 e nel 1997. Solo uno di quei ragazzi vive ancora. All’altro la madre aveva chiesto nel 2001 se fosse “mai stato molestato o toccato”. E lui aveva risposto di no.

Quello ancora in vita ha sostenuto che Pell aveva trovato i due ragazzi ubriachi di vino per la Comunione nella sagrestia della cattedrale di Melbourne una domenica immediatamente dopo la Messa e li aveva costretti ad fargli una fellatio. L’accusa è sia non corroborata sia non plausibile. Pell salutava sempre i parrocchiani immediatamente dopo la Messa. In cattedrale era sempre accompagnato dai suoi assistenti. Il vino della Comunione era tenuto chiuso in una cassaforte. I coristi non venivano mai lasciati incustoditi. La sagrestia era molto trafficata dopo la Messa.

In breve, l’accusa contro Pell può sembrare plausibile solo se si è all’oscuro sia del funzionamento di una cattedrale che propensi ad accettare storie sensazionali sui crimini cattolici. Sfortunatamente, entrambe le cose sono vere per l’educata opinione pubblica in Australia e in Occidente.

L’abuso sessuale è davvero un problema nella Chiesa cattolica, sebbene meno che in alcune altre istituzioni, comprese le scuole pubbliche e la famiglia. Gli abusatori ecclesiatici, generalmente, seguono uno schema di adescamento riempiendo di gentilezze i loro obiettivi e creando opportunità favorevoli per aggredirli. Le accuse contro Pell, a differenza di molte delle accuse pienamente confermate contro l’ex cardinale Theodore McCarrick, non corrispondono a questo schema. È interessante considerare che Pell si trova in prigione mentre McCarrick è a piede libero.

Nelle sue osservazioni iniziali, il giudice Ann Ferguson ha affermato che “ci sono state critiche vigorose e talvolta emotive al cardinale ed è stato pubblicamente diffamato in alcune sezioni della comunità”. Questo è un eufemismo. Pell è stato condannato in mezzo ad una spasmodica isteria anti-cattolica, suscitata dai media australiani e incoraggiata dalle forze dell’ordine.

Louise Milligan, giornalista di ABC Australia, aveva scritto un libro accusando Pell di una serie di crimini spaventosi. È diventato un bestseller nonostante fosse mal scritto e contenesse affermazioni risibili – non diversamente da un libro precedente più chiaro, The Awful Disclosures of Maria Monk (“Le terribili rivelazioni di Maria Monk”, ndt) . Ha anche vinto una serie di premi. Nel frattempo, i pubblici ministeri avevano lanciato una caccia al colpevole, in cerca di accuse di abusi sessuali specificamente contro Pell. È così che dovrebbe funzionare la giustizia?

Quando Pell è stato infine condannato, la Milligan ha chiarito le basi del suo odio per lui: “Passava le giornate a dire a tutti noi come dovremmo vivere le nostre vite, e ora, eccolo qui, a scarabocchiare la sua firma sul registro degli autori di reati sessuali.” Ai suoi occhi, e non solo ai suoi occhi, c’era un tipo particolarmente dolce di giustizia nella condanna per reati sessuali di una persona che aveva affermato che sodomia, contraccezione e tutto il resto sono atti peccaminosi.

La sua reazione esprime la convinzione anti-cattolica che l’insegnamento sessuale della Chiesa sia bigotto, odioso e repressivo, a differenza delle opinioni progressiste sulla sessualità, che (come sappiamo) sono meravigliosamente liberanti e salutari. Il fatto che alcuni Cattolici siano d’accordo con le opinioni di Milligan e condividano la sua gioia non dovrebbe scioccarci. Fu un seguace di Cristo a consegnarlo ai suoi nemici.

In questo contesto surriscaldato, non sorprende che due giudici abbiano ritenuto credibile il testimone. Credono alla vittima. L’unico dissidente, il giudice Mark Weinberg, ha trovato che “a volte il denunciante era propenso ad abbellire aspetti del suo resoconto” e che “la sua deposizione conteneva discrepanze, mostrava inadeguatezze e comunque mancava di valore probatorio”. Weinberg “non ha potuto escludere come una ragionevole possibilità che una parte di ciò che il denunciante ha detto sia stata inventata. “

Ora è chiaro, se già non lo fosse, che i Cattolici non possono aspettarsi un trattamento giusto ed equo da parte della nostra élite liberale. Le garanzie sulla carte di un giusto processo e della parità di diritti hanno scarso valore di fronte a pregiudizi schiaccianti. Purtroppo, il pregiudizio come quello che ha messo Pell in prigione promana in modo diretto dall’ordine liberale che molti cattolici sono così pronti a difendere.

La condanna di Pell è una condanna, non per lui, ma per coloro che l’hanno emessa. Certo, questa non è la prima volta che una sentenza ingiusta mostra la vacuità di un intero ordine sociale. E i Cattolici non sono sempre stati dalla parte giusta in questi casi. Il ruolo di capro espiatorio addossato al cardinale Pell dovrebbe raddoppiare il nostro desiderio di stare dalla parte della verità piuttosto che con la folla, di tener conto dei fatti anziché della politica culturale.

Soprattutto, l’ingiustizia subita da Pell dovrebbe spingerci a identificarci con tutti coloro a cui viene negata la giustizia, chiunque essi siano, per quanto lontani dalla pratica e dal Credo cattolici.   I Cattolici considerano le loro sofferenze come un’opportunità per identificarsi con Cristo. È presente non solo nell’Eucaristia, ma anche nei poveri, nell’orfano, nella vedova e nel prigioniero. Il nostro impegno per Pell deve essere un impegno per tutti loro.

 

 

 




Condanna Card. Pell, il comunicato della Sala Stampa Vaticana

Di seguito riporto il testo del comunicato ed il video della Sala Stampa Vaticana sulla conferma della condanna in appello del card. George Pell

Card. George Pell

Card. George Pell

Il comunicato della Sala Stampa della Santa Sede

Ribadendo il proprio rispetto per le autorità giudiziarie australiane, come dichiarato il 26 febbraio in occasione del giudizio in primo grado, la Santa Sede – riferisce il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni – prende atto della decisione di respingere l’appello del cardinale George Pell. In attesa di conoscere gli eventuali ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario, ricorda che il cardinale ha sempre ribadito la sua innocenza. E che è suo diritto ricorrere all’Alta Corte. Nell’occasione, insieme alla Chiesa di Australia, la Santa Sede conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili.

 




Il Vaticano e la condanna del card. George Pell

Dopo la condanna a sei anni di carcere nei confronti del card. George Pell pronunciata oggi dal Tribunale australiano del Victoria County Court, riporto il parere del giornalista e scrittore George Weigel, biografo di papa Giovanni Paolo II, nonché amico del card. Pell, che riflette sull’atteggiamento avuto dal Vaticano quando ha appreso la notizia.

Ecco l’articolo nella mia traduzione.

Il card. George Pell e Papa Francesco

Il card. George Pell e Papa Francesco

 

La condanna del cardinale George Pell nel dicembre 2018 con l’accusa di “abuso sessuale storico” è stata una parodia della giustizia, anche grazie ad un clima pubblico di isterico anticattolicesimo – un clima fetido che ha avuto un impatto devastante sulla possibilità di un processo equo. Come si spiega altrimenti che 12 giurati, ai quali sono state presentate accuse non sorrette da evidenza probatoria confutate da schiaccianti prove che i presunti crimini non sarebbero potuti accadere, abbiano completamente ribaltato il voto preso a larga maggioranza per una assoluzione espresso da una giuria bloccata (cioè che non è riuscita a prendere una decisione, ndr) nel primo processo del cardinale dello scorso anno?

Il cardinale Pell sapeva per dura esperienza personale quanto virulenta fosse diventata l’atmosfera anticattolica in Australia. Come membro del Collegio cardinalizio e alto funzionario vaticano, Pell aveva la cittadinanza vaticana e possedeva un passaporto diplomatico vaticano; avrebbe potuto rimanere al sicuro, intoccabile dalle autorità australiane. Tuttavia, decise liberamente di sottomettersi al sistema giudiziario penale del suo paese. Sapeva di essere innocente; era determinato a difendere il suo onore e quello della Chiesa; e credeva nella rettitudine dei tribunali australiani. Così tornò nel suo Paese.

Non è irragionevole suggerire che il sistema giudiziario australiano abbia finora fatto fiasco nei confronti di uno dei figli più illustri dell’Australia, il quale aveva riposto la sua fiducia in essa. La polizia è partita per una specie di spedizione di pesca alla ricerca di qualcosa su Pell. (Chi, ci si chiede, ha messo questa in moto? E perché?) Un’udienza preliminare ha inviato le successive accuse al processo, anche se il magistrato dell’udienza aveva detto che, se fosse stata una giurata, non avrebbe votato per la condanna per diversi dei presunti crimini. Il primo processo ha dimostrato l’innocenza del cardinale, e il nuovo processo ha restituito un verdetto irrazionale non supportato da alcuna prova, avvalorante o meno.  L’ordine di bavaglio dei media su entrambi i processi, anche se probabilmente destinato ad attenuare l’atmosfera circense che circonda il caso, in realtà ha sollevato l’accusa che avesse da difendere le sue strane e oscene accuse in pubblico.

Così, a partire dai primi di marzo, il cardinale è in carcere, in isolamento, gli sono consentiti pochi visitatori a settimana, così come una mezza dozzina di libri e riviste alla volta. Ma non gli è consentito celebrare la messa nella sua cella, con la bizzarra motivazione che ai prigionieri non è consentito celebrare funzioni religiose nelle carceri dello Stato di Victoria e il vino non è permesso nelle celle.

Alla luce di tutto questo, non è facile capire perché, il giorno dopo l’annuncio pubblico della condanna, il portavoce ad interim della stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha ribadito il mantra che è diventato abituale nel commento vaticano al caso Pell: la Santa Sede, ha detto Gisotti, ha “il massimo rispetto per le autorità della giustizia australiane”.

Perché’ dire così’? È proprio la magistratura australiana (e le atmosfere da linciaggio di Melbourne e non solo) che oggi è sotto processo presso il tribunale globale dell’opinione pubblica. Non c’era bisogno di una gratuita montatura pubblicitaria. Il signor Gisotti avrebbe potuto e dovuto dire che la Santa Sede attende con interesse e preoccupazione i risultati del processo di appello, e spera che sia fatta giustizia. Punto. Punto e basta. Nessuna adulazione. Soprattutto, nessun accenno ad un suggerimento secondo cui la Santa Sede ritiene che la polizia e le autorità giudiziarie australiane abbiano finora svolto il loro lavoro in modo equo, imparziale e rispettoso.

Poco dopo il commento del signor Gisotti, è stato annunciato che la Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) stava iniziando una propria indagine canonica sul caso Pell. In teoria, e si spera nella pratica, l’indagine della CDF può essere utile: condotta correttamente, esonererà il cardinale Pell dalle accuse assurde su cui è stato condannato, perché non ci sono prove che il cardinale abbia abusato di due ragazzi coristi e ampie prove che l’abuso non avrebbe potuto verificarsi nelle circostanze in cui presumibilmente sarebbe accaduto. Così la giustizia può essere fatta dalla Santa Sede, qualunque sia il risultato finale in Australia.

Per il bene di un vecchio amico, ma anche per la reputazione dell’Australia nel mondo, spero che il processo di appello, che inizia all’inizio di giugno, possa dar ragione al cardinale Pell – e la fede che ha riposto nei suoi connazionali e nel sistema giudiziario australiano. Quest’ultimo, tuttavia, è e dovrebbe essere sottoposto al più attento scrutinio da parte di persone leali. La Santa Sede dovrebbe prenderne atto, e quindi resistere a qualsiasi ulteriore tentazione di rendere un poco trasparente, e certamente prematuro, verdetto sulle “autorità giudiziarie australiane”.

 

Fonte: Catholic World Report




Il card. Pell è stato condannato a sei anni di prigione per abuso sessuale

Ecco la notizia della sentenza sul caso del card. George Pell, in un articolo dello staff del Catholic News Agency, nella mia traduzione.

Il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria dell'Economia, fuori dall'Hotel Quirinale di Roma, 3 marzo 2016. Credit: Alexey Gotovskiy/CNA.

Il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria dell’Economia, fuori dall’Hotel Quirinale di Roma, 3 marzo 2016. Credit: Alexey Gotovskiy/CNA.

 

Il cardinale George Pell è stato condannato mercoledì a sei anni di reclusione, dopo essere stato condannato a dicembre per abuso sessuale di due ragazzi del coro nel 1996. Avrà diritto alla libertà di parola dopo aver scontato tre anni e otto mesi di reclusione.

Il presidente Peter Kidd ha pronunciato la sentenza del 13 marzo dal tribunale della contea di Victoria County Court. Le osservazioni di Kidd di oltre 70 minuti sono state trasmesse in diretta. Più volte Kidd ha definito il comportamento di Pell “sfacciato”, e lo ha definito “straordinariamente arrogante”.

Kidd ha detto che “lei aveva un certo grado di fiducia nel fatto che le vittime non si sarebbero lamentate”, e che “sentiva chiaramente di non averne bisogno” per minacciarli di non sporgere denuncia.

Il prefetto emerito della Segreteria per l’economia ha mantenuto la sua innocenza, e chiederà di fare appello per la sua condanna a giugno.

Pell, 77 anni, era stato incarcerato nella Melbourne Assessment Prison mentre attendeva i risultati dell’udienza di condanna.

Il cardinale è stato condannato per cinque capi d’accusa per abusi sessuali sulla base di accuse di aggressione sessuale a due ragazzi del coro mentre era arcivescovo di Melbourne.

Questo è il secondo processo del cardinale, poiché una giuria in un processo precedente non era riuscita a raggiungere un verdetto unanime. La prima giuria è rimasta bloccata per 10-2 in favore di Pell, più fonti vicine al caso hanno detto a Catholic News Agency.

Il suo appello sarà fatto su tre punti: l’affidamento della giuria sulle prove di una singola vittima, un’irregolarità che ha impedito a Pell di dichiararsi non colpevole di fronte alla giuria, e la mancata concessione alla difesa di mostrare una rappresentazione visiva a sostegno della sua richiesta di innocenza.

Il documento di appello dice che “il verdetto è irragionevole e non può essere sostenuto, considerando le prove, perché nel complesso delle prove, comprese le prove a discarico incontestate di più di 20 testimoni della Corona, non è stato possibile mettere la giuria nella condizione di essere soddisfatta oltre ogni ragionevole dubbio sulla parola del solo denunciante”.

Un altro prelato australiano, l’arcivescovo Philip Wilson, è stato condannato a maggio per non aver riportato le accuse di abusi sessuali su minori a lui rivelate negli anni Settanta. Ma in dicembre un giudice distrettuale ha ribaltato la condanna, dicendo che c’era un ragionevole dubbio che fosse stato commesso un crimine. Prima che la sua condanna fosse ribaltata, Wilson ha scontato circa cinque mesi di una condanna a 12 mesi di detenzione domiciliare.

La condanna di Pell ha suscitato diverse reazioni.  Mentre molti personaggi dei media australiani hanno elogiato la condanna di Pell, alcuni australiani l’hanno rimessa in discussione, suscitando un notevole dibattito in tutto il paese.

Greg Craven, vice-cancelliere dell’Australian Catholic University, ha suggerito che il processo giudiziario è stato contaminato dai media e dalle forze di polizia che hanno lavorato “per offuscate il nome” di Pell “prima che andasse in tribunale”.

“Questa storia non riguarda il fatto se una giuria abbia ragione o torto, o del fatto che la giustizia abbia prevalso”, ha detto Craven in un editoriale del 27 febbraio in The Australian. “Si tratta di sapere se ad una giuria sia mai stata data una giusta possibilità di prendere una decisione, e se il nostro sistema giudiziario sia al di sopra della pressione mediatica”.

Pell è stato ordinato sacerdote della diocesi di Ballarat nel 1966. È stato consacrato vescovo nel 1987 e nominato vescovo ausiliare di Melbourne, diventando ordinario della sede nel 1996. Pell è stato poi arcivescovo di Sydney dal 2001 al 2014, quando è stato nominato prefetto della neonata Segreteria per l’economia. Ha servito nel Consiglio cardinalizio di papa Francesco dal 2013 al 2018. Pell ha cessato di essere prefetto della segreteria economica il 24 febbraio.

 

 

Fonte: Catholic News Agency

 

 




Cardinale Müller: la condanna del Cardinale Pell è ‘Contro ogni ragione e giustizia’

Il prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede ha dichiarato al National Catholic Register che le accuse contro il Cardinale Pell sono “assolutamente inconcepibili”.

Di seguito un articolo di Edward Pentin, nella traduzione di Annarosa Rossetto.

Foto: card. Gerhard L. Müller

Foto: card. Gerhard L. Müller

 

Le accuse che hanno portato alla condanna del Card. George Pell per abuso sessuale sono “assolutamente incredibili” e “senza prove“, ha affermato il Card. Gerhard Müller.

Il prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede ha anche affermato che la condanna è “assolutamente contro ogni ragione e giustizia” e assomiglia ad una concezione della giustizia dei tempi del re Enrico VIII.

“Come tutti gli altri, non riesco a vedere la colpevolezza”, ha dichiarato il Card. Müller al National Catholic Register il 4 marzo.

Una giuria a dicembre ha condannato il cardinale Pell per aver aggredito sessualmente due ragazzi nella sacrestia della Cattedrale di San Patrizio a Melbourne nel 1996.

Il verdetto è stato reso pubblico solo il mese scorso dopo la revoca di un “ordine di soppressione” per i media.

Il cardinale australiano, che sempre ha protestato energicamente la propria innocenza e sta facendo appello contro il verdetto, è attualmente detenuto in isolamento fino alla sentenza del 13 marzo.

Come ex prefetto della Segreteria per l’Economia dal 2014 al 2019, in pratica Ministro del tesoro del Vaticano, il cardinale Pell era la terza personalità più alta del Vaticano. È il personaggio ecclesiastico più anziano ad essere mai stato condannata per abuso sessuale.

Dopo un processo conclusosi con un nulla di fatto a settembre, la giuria del secondo processo è stata unanime, nonostante il cardinale abbia risposto alle accuse contro di lui definendole come una serie di “assurde bugie” e con la maggior parte delle imputazioni che poggiavano solo sulla parola del querelante.

Durante un’udienza prima della sentenza, il giudice Peter Kidd aveva descritto il crimine come una “spudorata, insensibile offesa”, aggiungendo che era “una condotta scioccante contro due ragazzi”, e che Pell lo aveva fatto “in circostanze così sfrontate che evidentemente sentiva di avere un certo grado di impunità“.

Ma i sostenitori del cardinale non riescono a credere che egli possa aver commesso un tale crimine, specialmente in un luogo così pubblico. L’abuso sarebbe avvenuto in due occasioni, nel 1996 e nel 1997, non molto tempo dopo che Pell era stato nominato arcivescovo.

“Nessuno ha assistito”, osserva il Cardinale Müller, e sostiene che non può credere che un fatto del genere sia potuto accadere con “tutte le altre persone” probabilmente presenti dopo la Messa.

Il cardinale tedesco ha affermato che il crimine “dovrebbe aver avuto luogo non in una casa privata, ma nella cattedrale pubblica”.

“Le accuse contro di lui sono assolutamente incredibili, è impossibile. Sono senza prove, contro tutte le evidenze oggettive”, ha detto il cardinale Müller.

“Se non ci sono prove, non si può condannare una persona a 50 anni di carcere”, ha continuato.

“È un modo di intendere la giustizia che risale ai tempi di Enrico VIII” e “mostra una corruzione del sistema giuridico che segue la corrente dell’opinione pubblica”, ha concluso.

 

Fonte: National Catholic Register

 




Chiamiamo il processo penale del Card. Pell per quello che è: persecuzione religiosa

In un articolo di padre Raymond J. de Souza, sacerdote canadese e giornalista, ripercorriamo il clima di odio in cui si è arrivati al processo del Card. Pell. Un odio che può chiamarsi anche con il nome: persecuzione religiosa.

Secondo de Souza, si è verificato un incredibile caso giudiziario in cui la pubblica accusa ha già un ipotetico colpevole ma non ha ancora nessun crimine da imputargli. Sguinzaglia quindi la Polizia per trovare una possibile vittima che voglia denunciarlo. Addirittura pagando inserti pubblicitari sui giornali.

Di seguito l’articolo che Raymond J. de Souza ha scritto per il National Catholic Register, nella traduzione di Annarosa Rossetto.

Card. George Pell

Card. George Pell

 

di Padre Raymond J. de Souza

 

Il cardinale George Pell mercoledì sera a Melbourne era esattamente dove avrebbe dovuto essere: in prigione.

Ce lo spiega Henry David Thoreau: “Sotto un governo che imprigiona ingiustamente chiunque, il vero posto per un uomo giusto è la prigione” (Disobbedienza civile) .

Ora che il peculiare “ordine di soppressione” (divieto di commentare pubblicamente sui media il processo, N.d.T.)  in Australia è stato revocato, siamo liberi di affermare ciò che è evidente da diversi anni. La condanna del Cardinale Pell è stata un mostruoso errore giudiziario, una persecuzione religiosa condotta con mezzi giudiziari.

Il Cardinale Pell è stato condannato lo scorso dicembre per aver aggredito sessualmente due ragazzi di 13 anni nel 1996. Il processo che ha portato alla condanne è stato, fin dall’inizio, una strategia costante e calcolata per forzare il sistema di giustizia penale verso fini motivati politicamente.

E ora il cardinale Pell è in prigione, in attesa della condanna prevista per il mese prossimo. Non c’è nessuna vergogna per il cardinale Pell nell’essere in prigione; c’è vergogna sufficientemente abbondante da essere addossata a tutti quelli che ce lo hanno messo.

False accuse

Gli errori giudiziari accadono. Lo stesso Cardinale Pell fu falsamente accusato nel 2002 e, prima di lui, il cardinale Joseph Bernardin di Chicago fu falsamente accusato nel 1993. Entrambe le accuse furono risolte attraverso il ricorso alla polizia o ai tribunali.

Il caso del cardinale Pell, tuttavia, non è stato un errore giudiziario vero e proprio. E ‘stato fatto con premeditazione da parte dell’accusa e della Polizia.

Gli americani non dovrebbero essere sorpresi da questo, perché l’elenco dei condannati ingiustamente è davvero molto lungo. Anche alcuni nel braccio della morte sono stati assolti poco prima che le loro esecuzioni venissero eseguite. 

Prosecuzione malevola di persone importanti

Il caso più famoso negli Stati Uniti è la condanna nel 2008 del senatore Ted Stevens, R-Alaska, che perse di misura una rielezione dopo una condanna per non aver riferito una presunta regalia. Solo dopo che un informatore dell’FBI rivelò la gravità di una condotta giudiziaria scorretta, Stevens fu scagionato. Troppo tardi per la sua rielezione, ma almeno il suo buon nome fu ripristinato. Stevens è morto nel 2010.

Se un Dipartimento di giustizia guidato dai repubblicani può deliberatamente, dolosamente e ingiustamente condannare il senatore della Repubblica più longevo nel paese, ancora popolare nel suo Stato di origine, è un gioco da ragazzi per i pubblici ministeri di Victoria (lo stato di origine del cardinale Pell in Australia) condannare deliberatamente, dolosamente e ingiustamente il cardinale Pell, che è stato oggetto di una campagna di diffamazione dei media in Australia per anni.

Tale era l’intensità della diffamazione che probabilmente sarebbe stato possibile trovare una giuria di 12 persone a Melbourne che avrebbe creduto che anche il Cardinale Pell avesse abusato sessualmente dei ragazzi.

Tuttavia, il caso contro il Cardinale Pell è stato così grottescamente incredibile che ci sono voluti due tentativi per ottenere la condanne da parte dei giurati. Il primo processo, a settembre, si è concluso in una “giuria sospesa”, con i giurati che hanno votato 10 a 2 per assolverlo. E’ seguito quindi un nuovo processo, con la giuria che a dicembre ha raggiunto l’unanimità necessaria per condannarlo.

I fatti ipotizzati nel caso

È importante che i cattolici conoscano le specifiche della causa, non solo affermazioni sommarie che essa fosse “debole”. Era impossibile.

L’ipotesi accusatoria era che il cardinale Pell, invece di salutare le persone dopo la Messa, come era sua abitudine, avesse lasciato immediatamente tutti nella cattedrale di San Patrizio e fosse andato non accompagnato in sacrestia. Arrivato da solo in sacrestia, avrebbe trovato due ragazzi del coro che in qualche modo avevano lasciato la processione di altre cinque dozzine di coristi e stavano bevendo il vino della Messa.

Dopo averli colti in flagrante, avrebbe deciso di abusarli sessualmente, una “penetrazione orale”,  per essere sgradevolmente precisi.

Questo sarebbe stato compiuto subito dopo la Messa, con la porta della sacrestia aperta, nonostante tutti i paramenti e con la ragionevole aspettativa che il sacrestano, il maestro delle cerimonie, i concelebranti potessero entrare e uscire o persino passare davanti alla porta aperta, come è consuetudine dopo la Messa.

Nel frattempo c’erano dozzine e dozzine di persone nella cattedrale, che pregavano o gironzolavano.

L’intera faccenda avrebbe avuto luogo in sei minuti, dopo di che i ragazzi andarono a fare le prove del coro e non ne parlarono mai a nessuno per 20 anni, nemmeno tra loro. Infatti, uno dei ragazzi, morto per overdose di eroina nel 2014, ha detto esplicitamente a sua madre prima di morire che non era mai stato vittima di abusi sessuali.

I presunti fatti sono praticamente impossibili da compiere. Chiedete a qualsiasi prete di una parrocchia di dimensioni normali – per non parlare di una cattedrale – se sarebbe possibile violentare dei cantori in sagrestia subito dopo la messa. Non passano sessanta secondi – non parliamo poi di sei minuti – senza che qualcuno, o più persone, entri od esca o almeno passi davanti alla porta aperta. Chiedete ad un prete se gli capita di essere da solo nella sacrestia subito dopo la messa, mentre ci sono ancora persone nella chiesa e l’edificio sacro non è stato ancora liberato.

Inoltre, ancora una volta, scusandomi per essere esplicito, non è possibile eseguire la presunta penetrazione quando si è pronti per la Messa. Di nuovo, chiedete a qualsiasi prete – per non parlare di un arcivescovo, che ha un abbigliamento più pesante – circa l’imbarazzo di dover andare al bagno, se ne ha bisogno dopo la vestizione. Bisogna spogliarsi, almeno in parte, o impegnarsi in una difficile manipolazione dei vari paramenti, il che rende difficile l’uso del bagno, per non parlare di un’aggressione sessuale.

Il denunciante ha detto che il cardinale Pell aveva spostato  un po’di lato i paramenti, cosa impossibile visto che il camice (“alba”)  non ha aperture del genere.

Quello di cui il cardinale Pell è stato accusato è semplicemente impossibile, anche se in qualche modo fosse stato abbastanza pazzo da tentare di farlo. Inoltre, ogni uomo che tenti di stuprare ragazzi in un luogo pubblico con persone in giro è uno di quei delinquenti sprezzanti del pericolo dei quali dovrebbe essere nota una lunga storia di comportamenti simili. Non c’è, evidentemente, nessuna storia del genere.

La corruzione della polizia

Non è poi così assurdo che una giuria di 12 cittadini comuni possa essersi convinta, contrariamente alle prove e al buon senso, che il cardinale Pell fosse colpevole. Dopotutto, dozzine e dozzine di ufficiali di polizia e pubblici ministeri altamente qualificati ed esperti hanno deciso che l’ex arcivescovo di Sydney era colpevole ancor prima che qualsiasi accusa venisse avanzata. Tale è l’odio australiano per la Chiesa cattolica in generale e per George Pell in particolare.

Nel 2013, la polizia di Victoria aveva lanciato l’”Operazione Tethering” per indagare sul cardinale Pell, anche se non c’erano state lamentele contro di lui. E’ seguita una campagna di quattro anni per trovare persone disposte a denunciare abusi sessuali, una campagna che includeva il fatto che la polizia di Victoria mettesse annunci pubblicitari sui giornali per chiedere denunce di abusi sessuali nella cattedrale di Melbourne – ancor prima che ci fosse stata alcuna denuncia.

La polizia aveva il suo uomo e aveva solo bisogno di trovare una vittima.

Con l’Australia che stava attraversando l’agonia di un’indagine della commissione reale sugli abusi sessuali – con la Chiesa cattolica che aveva raccolto la maggior parte dell’attenzione – era solo una questione di tempo prima che si riuscisse a trovare qualcuno che dicesse qualcosa, o ricordasse qualcosa, o, se necessario, lo inventasse del tutto. Che, dopo tutti questi sforzi, la polizia di Victoria sia riuscita solo mettere insieme un caso così fragile è di per sé una potente indicazione che il Cardinale Pell non è un abusatore sessuale.

Testimonianza – o no – degli accusatori

Nello stato di Victoria, nei casi di abuso sessuale, la vittima testimonia in un processo a porte chiuse, quindi il pubblico non conosce, e non può valutare, la credibilità di ciò che è stato detto.

Nel primo processo, il denunciante ha testimoniato davanti alla giuria. E la giuria ha votato per non condannare. Nel secondo processo, il denunciante non ha testimoniato affatto, ma sono stati inseriti invece i documenti della sua testimonianza nel primo processo. Pare che la prima giuria, che ha ascoltato il denunciante, lo abbia trovato meno credibile della seconda giuria, che non l’ha incontrato dal vivo.

Il cardinale Pell è stato così condannato sulla testimonianza di un singolo testimone che ha presentato una storia incredibile, senza riscontri, senza alcuna prova materiale e senza alcun precedente di tali comportamenti, oltre alla strenua insistenza del presunto colpevole che nulla del genere avesse mai avuto luogo. Questo, quasi per definizione, soddisfa lo standard del “ragionevole dubbio”.

Ancora più sorprendente, la giuria ha condannato il cardinale Pell per aver aggredito il secondo ragazzo, anche se questi aveva negato alla sua famiglia di essere mai stato molestato. La seconda presunta vittima è morta nel 2014. Non ha mai presentato una denuncia, non è mai stato intervistato dalla polizia e non è mai stato ascoltato in tribunale.

Senza l’odio pubblico per il Cardinale Pell, un caso del genere non sarebbe mai stato portato in tribunale. Ma proprio per il fatto che la polizia aveva il suo uomo prima di avere accuse o prove, i pubblici ministeri sapevano che avevano buone probabilità di ottenere una giuria tanto determinata ad incastrare il Cardinale Pell che dovevano solo dare loro una possibilità.

Una processo segreto

Secondo la legge dello Stato di Victoria, un giudice può emettere un “ordine di soppressione” che vieta qualsiasi commento pubblico su un caso se si ritiene necessario proteggere una prova da un’indebita pressione pubblica. L'”ordine di soppressione”, che significava che anche le accuse contro il Cardinale Pell non sarebbero state rivelate fino a questa settimana, più di due mesi dopo la sua condanna, era evidentemente per proteggere il diritto del Cardinale Pell ad un processo equo.

In realtà, proteggeva i pubblici ministeri dal dover difendere la debolezza del loro impianto accusatorio davanti al tribunale dell’opinione pubblica. Se, quasi due anni fa, i pubblici ministeri avessero dovuto discutere in pubblico che il cardinale Pell aveva violentato due cantori in una cattedrale affollata subito dopo la messa domenicale, ci sarebbe stata almeno una certa pressione sul procuratore generale di Victoria per verificare se non fosse in atto una forma di linciaggio, come è successo l’anno scorso in Australia, dove l’arcivescovo Philip Wilson di Adelaide è stato condannato per aver coperto un caso di abuso sessuale. E’ stato condannato, e sebbene  lui non volesse dare le dimissioni prima dell’udienza in appello, le pressioni del Vaticano, dei suoi fratelli vescovi e del primo ministro australiano lo hanno costretto a dimettersi.

Solo pochi mesi dopo fu assolto in appello, con il giudice della corte d’appello che stabiliva che la giuria che lo aveva condannato era stata probabilmente influenzata dalla furia pubblica contro la Chiesa cattolica.

È successo di nuovo.

 

Fonte: National Catholic Register

 

Ecco il video del primo interrogatorio della polizia al cardinale Pell riguardo l’accusa di abuso del 1996, che il card. Pell descrive come “completamente falsa, follia”.

Anche se Pell non ha preso posizione al suo processo a Melbourne, il filmato è stato mostrato alla giuria al suo processo.