Feser: Il nuovo testo del Catechismo sulla pena di morte danneggerà la Chiesa

Dopo gli articoli che ho pubblicato in questo blog sulla revisione dell’art. relativo alla pena di morte nel Catechismo (qui), (qui) e (qui), riporto un importante ed approfondito articolo di Edward Feser, scrittore e filosofo, esperto della materia perché il suo ultimo libro, scritto a quattro mani con Joseph  M. Bessette l’anno scorso, ha come oggetto proprio la pena capitale.

Eccolo nella mia traduzione.

Foto: Edward Feser

Foto: Edward Feser

 

Papa Francesco ha cambiato il Catechismo cosicché ora dichiara la pena di morte “inammissibile”. Se egli stia insegnando che la pena capitale è sempre e intrinsecamente malvagia è una questione controversa, ma presa al valore facciale, la formulazione della revisione sembra dire questo. E se è importante capire l’esatto peso magisteriale del nuovo testo, dobbiamo anche fare i conti con l’ovvia lettura: che, come ha detto la BBC, “Papa Francesco ha cambiato gli insegnamenti della fede cattolica per opporsi ufficialmente alla pena di morte in ogni circostanza“.

Insieme a molti altri commentatori, ho notato che questa apparente rottura con la Scrittura e la tradizione danneggia la credibilità della Chiesa e del papato. Una lettura attenta del nuovo testo non fa che aumentare le preoccupazioni.

Il documento della Congregazione della Dottrina della Fede (CDF) del 1990 Donum Veritatis riconosce che i documenti magisteriali possono presentare “carenze“, e che i teologi cattolici hanno il diritto, e a volte anche il dovere, di esprimere critiche rispettose di tali carenze. Sembra che vi siano almeno tre gravi carenze nella revisione del catechismo:

1) La nuova formulazione sembra logicamente implicare che la Scrittura, i catechismi precedenti della Chiesa e i papi precedenti, tra cui San Giovanni Paolo II, abbiano condotto i fedeli a un grave errore morale.

L’elemento più problematico della revisione è l’affermazione che “la pena di morte è inammissibile perché costituisce un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona“. Ci sono moltissimi passaggi nelle Scritture che non solo permettono, ma in alcuni casi addirittura comandano, l’imposizione della pena capitale. Per fare solo due esempi, Esodo 21:12 afferma che “chi colpisce un uomo perché muoia sarà messo a morte“, e Levitico 24:17 afferma che “chi uccide un uomo sarà messo a morte“. L’implicazione logica del nuovo insegnamento sembra essere che la Scrittura abbia quindi comandato nientemeno che “un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona“. Eppure la Chiesa insegna anche che la Scrittura è divinamente ispirata e non può insegnare l’errore morale. Ad esempio, il Concilio Vaticano I dichiarò che le Scritture “contengono rivelazioni senza errori” e Papa Leone XIII insegnò che “è assolutamente sbagliato e proibito… ammettere che lo scrittore sacro ha sbagliato“.

Queste affermazioni non possono essere riconcialiate. O (a) la pena capitale non è, dopo tutto, un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona; o (b) l’essere un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona, dopo tutto, non è sufficiente a rendere un’azione inammissibile; o (c) le Scritture hanno insegnato un errore morale. Qualcosa deve dare. Si noti, tuttavia, che non possiamo prendere l’opzione (c) senza minare completamente la teologia morale cattolica, per non parlare della contraddizione dei concili ecumenici e dell’insegnamento papale coerente. E l’opzione (b) non ha davvero senso. Se una determinata azione contro una persona è, almeno in alcuni casi, ammissibile, allora la persona non è inviolabile a tale riguardo. Quindi l’unica opzione possibile è (a) – nel qual caso la revisione del catechismo è in errore.

A volte i critici cattolici della pena capitale rispondono: “Che dire della schiavitù e del divorzio? La Chiesa ha abbandonato l’insegnamento dell’Antico Testamento su questi temi, allora perché non sulla pena capitale?” Ma ci sono due problemi con questa risposta. In primo luogo, la legge di Mosè non comanda mai la schiavitù o il divorzio. Li tollera semplicemente e pone delle condizioni su come possono essere praticati. In alcune circostanze, invece, comanda la pena capitale in modo positivo. Quindi ritenere che la pena capitale sia intrinsecamente malvagia significa implicare che la Scrittura non solo ha tollerato, ma anche comandato positivamente, qualcosa che è intrinsecamente malvagio.

Un secondo problema con questa risposta è che se la legge di Mosè avesse davvero comandato la schiavitù e il divorzio, questo non farebbe altro che esacerbare il problema, non mitigarlo. Per difendere la revisione del Catechismo dall’accusa che attribuisce l’errore morale alla Scrittura, sarà difficile per il difensore attribuire ulteriori errori morali alla Scrittura!

(Inoltre, ciò che la maggior parte delle persone pensa quando sente la parola “schiavitù” è la schiavitù degli esseri umani resi schiavi – il tipo che associamo con la storia degli Stati Uniti, che tratta alcuni esseri umani come proprietà di altri in un senso incondizionato. La Chiesa non ha mai approvato questa pratica malvagia in primo luogo, e non è di questo che parlano anche le Scritture. Nella storia della teologia cattolica ciò che fu in discussione furono rispettivamente le pratiche come la servitù contrattualizzata e la servitù penale, la servitù nel pagamento di un debito o come punizione di un crimine. Gli oppositori cattolici della pena capitale che sostengono un parallelo con la schiavitù di solito ignorano queste distinzioni cruciali).

C’è poi l’insegnamento dei papi precedenti. Ad esempio, nel 1210 papa Innocenzo III richiese notoriamente agli eretici valdesi di affermare la legittimità della pena capitale come condizione per la loro riconciliazione con la Chiesa. In altre parole, ha insegnato che la legittimità della pena capitale è una questione di ortodossia cattolica. La revisione del Catechismo da parte di papa Francesco sembra implicare che gli eretici abbiano sempre avuto ragione e che papa Innocenzo abbia condotto i fedeli in un grave errore morale.

Per fare un altro esempio, la versione del Catechismo promulgato da Papa Giovanni Paolo II nel 1997 riconosce che “l’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude il ricorso alla pena di morte” – sebbene ritenga anche che “i casi in cui l’esecuzione dell’autore del reato sia una necessità assoluta sono molto rari, se non praticamente inesistenti“”. La revisione del Catechismo da parte di papa Francesco sembra quindi implicare che Giovanni Paolo II abbia insegnato che la Chiesa non esclude ciò che equivale a “un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona“. Sembra infatti sottintendere che Giovanni Paolo II abbia insegnato che “un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona” può essere almeno in rari casi una “necessità assoluta!

Poi c’è il Catechismo Romano promulgato da Papa san Pio V e utilizzato dalla Chiesa per secoli, che insegna:

Un altro tipo di uccisione lecita appartiene alle autorità civili, alle quali è affidato il potere della vita e della morte, con l’esercizio legale e giudizioso del quale puniscono i colpevoli e proteggono gli innocenti. L’uso giusto di questo potere, lungi dall’implicare il crimine di omicidio, è un atto di obbedienza fondamentale a questo Comandamento che vieta l’omicidio. La fine del Comandamento è la conservazione e la sicurezza della vita umana.

La revisione del Catechismo attuale da parte di Papa Francesco sembra quindi implicare che il Catechismo Romano abbia insegnato che “un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona” può essere “un atto di obbedienza fondamentale al Comandamento che proibisce l’omicidio“. In altre parole, l’insegnamento di papa Francesco sembra implicare che l’insegnamento di papa san Pio V non fosse solo gravemente in errore, ma anche perverso all’estremo.

Molti altri esempi potrebbero essere facilmente forniti dall’insegnamento magisteriale del passato che, se la revisione del Catechismo fosse corretta, dovrebbe essere giudicato per aver condotto i fedeli in un grave errore morale. La legittimità in linea di principio della pena capitale è, dopo tutto, l’insegnamento coerente delle Scritture, dei Padri e dei Dottori della Chiesa e dei Papi per oltre due millenni. (Joseph Bessette ed io abbiamo esposto a lungo le prove nel nostro libro By Man Shall His Blood Be Shed.) Ora, parte del problema è che, come ho sostenuto altrove, l‘affermazione che la Chiesa abbia avuto torto per due millenni è del tutto incompatibile con ciò che la Chiesa sostiene circa l’attendibilità del suo magistero ordinario. Ma un altro problema è che la revisione di papa Francesco implica che papi e catechismi ufficiali sono suscettibili di errore, così grave e persistente, che getta seri dubbi su tutto l’insegnamento papale e catechistico – compreso il suo. In breve, la revisione del papa è essenzialmente autolesionistica.

2) La nuova formulazione sembra respingere l’insegnamento tradizionale delle finalità della punizione.

La revisione del Catechismo da parte di papa Francesco indica che la pena capitale è stata tradizionalmente approvata per due motivi: la protezione della società e la punizione proporzionale. Concentriamoci per ora sul secondo di questi. L’insegnamento cattolico tradizionale ritiene che la giustizia retributiva sia lo scopo fondamentale (anche se non l’unico) del sistema di giustizia penale. La punizione, ha insegnato la Chiesa, consiste fondamentalmente nell’infliggere a un trasgressore una pena proporzionata alla gravità della sua offesa.

Commentando questa logica, il testo riveduto afferma:

Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune.….

Oggi (…). Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato.

Inoltre, la lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) che ha annunciato il cambiamento sostiene che nell’insegnamento di Giovanni Paolo II, “la pena di morte non è presentata come una pena proporzionata alla gravità del crimine”. La lettera afferma inoltre che il cambiamento nell’insegnamento della pena di morte “tiene conto della nuova concezione delle sanzioni penali applicata dallo Stato moderno, che dovrebbe essere orientata soprattutto alla riabilitazione e al reinserimento sociale del criminale“, e che l’insegnamento più antico riflette “un contesto sociale in cui le sanzioni penali sono state interpretate in modo diverso.

In altre parole, il cambiamento al Catechismo sembra rifiutare l’insegnamento tradizionale della giustizia retributiva, a favore di una “nuova comprensione” che ponga invece l’accento sulla riabilitazione e il reinserimento.

L’importanza di tale cambiamento non può essere sopravvalutata. L’insegnamento tradizionale è stato costantemente riaffermato dai papi: lo stesso san Giovanni Paolo II lo fece sia nell’Evangelium Vitae che nel Catechismo da lui promulgato. Quest’ultimo insegna:

La legittima autorità pubblica ha il diritto e il dovere di infliggere una sanzione proporzionata alla gravità dell’infrazione. La pena ha come scopo principale quello di sanzionare il disordine introdotto dal reato. Quando è volontariamente accettato dal colpevole, assume il valore di espiazione. (sottolineatura aggiunta)

Fortunatamente questo passo sopravvive nella revisione del Catechismo da parte di Papa Francesco – che ha modificato solo la successiva sezione, il n. 2267. Tuttavia, è difficile conciliare l’affermazione della nuova sezione 2267 secondo cui la Chiesa ha “una nuova comprensione… del significato delle sanzioni penali” con l’affermazione esplicita della vecchia comprensione del valore delle sanzioni penali contenuta nella sezione n. 2266.

Inoltre, la lettera della CDF contiene una strana serie di affermazioni. Si dice che per Giovanni Paolo II la pena di morte “non è presentata come una pena proporzionata alla gravità del crimine”. Ma poi Papa Giovanni Paolo II ha permesso la pena capitale almeno in rare circostanze. L’implicazione logica della lettera della CDF sembrerebbe essere che Giovanni Paolo II insegnò che la pena capitale potrebbe in linea di principio essere usata anche se non è una pena proporzionata! Ma, ovviamente, questo non può essere ciò che pensava Giovanni Paolo II. (Come Joseph Bessette ed io dimostriamo nel nostro libro, il Papa defunto in realtà ha insegnato implicitamente che la pena capitale è una pena proporzionata, e ha ritenuto semplicemente che ciò non fosse sufficiente a giustificarne l’uso effettivo nella maggior parte delle circostanze moderne).

Inoltre, l’idea che l’insegnamento tradizionale della Chiesa sugli scopi della punizione possa essere sostituito da una “nuova comprensione” è quella che papa Pio XII ha esplicitamente respinto. Ad esempio, nel suo “Discorso ai giuristi cattolici d’Italia“, pubblicato nel 1955, Pio XII diceva :

Molti, forse la maggioranza, dei giuristi civilisti la punizione vendicativa (cioè retributidva, ndr)…. Tuttavia…la Chiesa nella sua teoria e pratica ha mantenuto questo doppio tipo di pena (medicinale e vendicativa), e… ciò è più in accordo con ciò che le fonti della rivelazione e la dottrina tradizionale insegnano riguardo al potere coercitivo dell’autorità umana legittima. Non è sufficiente rispondere a questa affermazione affermando che le fonti sopra citate contengono solo pensieri che corrispondono alle circostanze storiche e alla cultura del tempo, e che quindi ad esse non può essere attribuita una validità generale e costante.

Così, Pio XII ha insegnato che la funzione “vendicativa” o retributiva della punizione è radicata nella rivelazione divina e nella dottrina tradizionale, ed ha rifiutato esplicitamente l’idea che essa rifletta semplicemente circostanze storiche e manchi di rilevanza permanente – mentre la revisione di papa Francesco sembra implicare l’esatto opposto.

L’insegnamento tradizionale aveva un buon motivo per porre l’accento sulla retribuzione e su sanzioni proporzionate. Il motivo è che se non pensiamo in termini di dare a un trasgressore ciò che merita, allora non pensiamo affatto più in termini di giustizia. Se tutto ciò che conta è la riabilitazione e il reinserimento delle persone, allora, in teoria, potremmo infliggere pene estremamente lievi o nessuna punizione anche per i crimini più atroci, se pensiamo che questo sia un modo efficace per raggiungere questi obiettivi. Allo stesso modo, potremmo infliggere sanzioni estreme per reati minori o anche a persone innocenti di cui vogliamo modificare il comportamento. In linea di principio, non si può escludere nulla se non si tiene conto della necessità di dare ai trasgressori ciò che meritano. Certo, la revisione del Catechismo non si spinge così esplicitamente in là. Ma confonde le acque in modo considerevole.

3) La revisione si basa in parte su affermazioni empiriche nel migliore dei casi dubbie.

Il testo riveduto del catechismo giustifica la completa abolizione della pena capitale in parte con il fatto che “Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini…“. La lettera della CDF aggiunge che “la pena di morte [è] inutile come protezione per la vita di persone innocenti“. Tuttavia, questa non è in alcun modo un’affermazione dottrinale. Si tratta semplicemente di un’affermazione empirica che nel migliore dei casi è molto controversa – e, in effetti, in alcuni contesti, manifestamente falsa. Inoltre, si tratta di questioni di scienze sociali per le quali la Chiesa non ha una competenza particolare.

Il primo problema è che, sebbene i “sistemi efficaci di detenzione” a cui si riferisce il testo rivisto possano esistere nei ricchi paesi occidentali, vi sono ancora ampie regioni del mondo sottosviluppato in cui gli aggressori più pericolosi non possono essere resi innocui dall’incarcerazione. (Pensate agli instabili ordini politici in alcuni paesi africani e mediorientali, o al signore della droga messicano “El Chapo’s” che fugge dalla prigione). La dichiarazione della CDF e la revisione del catechismo sono, a questo proposito, stranamente eurocentriche nelle loro prospettive. La vita delle potenziali vittime innocenti della criminalità violenta nei paesi del Terzo mondo è meno preziosa di quella dei ricchi europei e americani?

Un secondo problema è che, anche nei paesi del Primo Mondo, i trasgressori più pericolosi a volte rimangono una minaccia per la vita degli altri anche quando sono incarcerati per tutta la vita. Ad esempio, talvolta uccidono altri prigionieri e guardie carcerarie. Inoltre, i boss della droga e altri associati alla criminalità organizzata talvolta ordinano omicidi, dal carcere, delle vittime nel mondo esterno.

Un terzo problema è che la lettera della CDF e la revisione del catechismo ignorano la questione del valore deterrente della pena capitale. Mentre alcuni scienziati sociali dubitano del suo valore deterrente, vi sono anche molti scienziati sociali che, sulla base di studi empirici sottoposti a revisione tra pari (peer-reviewed), sono convinti che la pena di morte abbia un effetto deterrente significativo. Il massimo che l’abolizionista possa ragionevolmente dire è che la questione è controversa. Ma se la pena di morte scoraggia davvero alcuni potenziali assassini, l’abolizione di questa pratica causerà la perdita di vite innocenti. L’affermazione perentoria della CDF secondo cui “la pena di morte [è] inutile come protezione per la vita di persone innocenti” non è quindi suffragata dalle prove empiriche. (Vedi By Man Shall His Blood Be Shed per un trattamento dettagliato delle prove per la deterrenza.)

Un quarto problema è che la revisione del catechismo ignora il fatto che la pena capitale offre ai pubblici ministeri un prezioso strumento negoziale. Gli autori di reati violenti che altrimenti rifiuterebbero di rivelare complici o di contribuire a risolvere altri reati sono talvolta disposti a parlare se hanno la certezza che i pubblici ministeri non ne chiederanno l’esecuzione. Quando la pena di morte viene tolta del tutto dai libri, questa merce di scambio è scomparsa e, ancora una volta, persone innocenti ne pagheranno il prezzo.

In ogni caso, gli ecclesiastici non hanno competenze specifiche in materia. E, naturalmente, il punto essenziale non è su queste questioni empiriche, ma sull’autorità dell’insegnamento perenne della Chiesa – che solleva una semplice domanda. Come si può giustificare una revisione radicale di oltre due millenni di insegnamento scritturale e papale sulla base di dubbie scienze sociali dilettantistiche?

 

Fonte: Catholic Herald

 

Qui la vecchia versione del n. 2267:

 

QUI la nuova versione del n.2267

 

Edward Feser scrittore e filosofo, vive a Los Angeles. Insegna filosofia al Pasadena City College. I suoi principali interessi di ricerca accademica riguardano la filosofia della mente, la filosofia morale e politica e la filosofia della religione. Scrive anche di politica. E’ co-autore di By Man Shall His Blood Be Shed: A Catholic Defense of Capital Punishment.




Il Catechismo, la pena di morte ed il debole concetto di: “Per molto tempo…, ma oggi…”

Foto: Basilica di San Pietro a Roma

Foto: Basilica di San Pietro a Roma

di Sabino Paciolla

Dopo la notizia (qui) della nuova redazione del n. 2267 del Catechismo (pena capitale) da parte del Vaticano, la pubblicazione su questo blog dell’importante saggio del Card. Avery Dulles s.j. (qui), che serviva ad inquadrare adeguatamente il problema della pena capitale, ha sollevato su Facebook parecchi commenti, alcuni dei quali critici. Le obiezioni critiche, in sostanza, si riducono ad una sola, e cioè: “oggi, oramai, non si può essere a favore della pena di morte perché essa è un retaggio del passato. Con questa variazione la Chiesa ha fatto un passo avanti”.

Al fine di sgombrare eventuali malintesi, prima di rispondere a questa osservazione è opportuno fare una precisazione. Sollevare obiezioni, critiche o riflessioni riguardo la nuova versione del n.2267 del Catechismo non significa guardare di buon occhio la pena capitale applicata da una legittima autorità, né essere favorevoli ad una esecuzione capitale in uno Stato. Riconoscere la legittimità della pena capitale in linea di principio, quindi la sua “ammissibilità”, significa riconoscere che, come diceva Papa Giovanni Paolo II, essa è “crudele e non necessaria”, e che dunque deve essere applicata solo in estreme e residuali situazioni, quando la difesa del bene comune, la difesa delle vite innocenti, lo richiedono.

Circostanze storiche o principio assoluto?

Fatta questa premessa, osservo che l’obiezione sollevata (“oggi, oramai, non si può più essere a favore della pena di morte perché essa è un retaggio del passato”) per quanto sembri a prima vista umanamente pregnante, in realtà è concettualmente molto debole.

La stessa nuova versione del n.2267 basa, tra l’altro, la ratio della sua variazione proprio su questo concetto. Dopo un breve primo paragrafo che dice:

Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune.

il secondo paragrafo della nuova versione così recita:

“Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi.”

Per concludere con:

Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona»,[1] e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo.

Le motivazioni delineate nel secondo paragrafo hanno suscitato notevoli perplessità.

Molti si sono chiesti come sia mai possibile che un principio morale assoluto possa dipendere da un giudizio pratico contingente, ovvero, come possa una dottrina essere basata su circostanze mutevoli.

Giovanni Paolo II, scrive nella Istruzione Donum Vitae:

«La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta “l’azione creatrice di Dio” (…) Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente»

Questa affermazione, come si vede, non viene fatta discendere da una valutazione di circostanze sociali o politiche.

Eppure, come osserva Phil Lawler, “nel linguaggio che ha inserito nel Catechismo della Chiesa cattolica, papa Francesco sembra insegnare che la pena di morte è sempre ingiustificabile – ‘inammissibile’ – a causa di certi sviluppi politici e sociali. E dunque:

  • Se una dottrina si basa su un giudizio “pratico”, chi dovrebbe pronunciarlo? Se si tratta innanzitutto di un giudizio politico, non dovrebbero essere i leader politici a farlo?
  • Tutti i governi sono in grado di proteggere efficacemente civili innocenti? In caso negativo, come può essere “inammissibile” in tutti i casi la pena capitale?
  • Chi dovrebbe decidere cosa costituisce una protezione adeguata per i civili? Ancora una volta, non è forse un giudizio politico chiaro?
  • Cosa accadrebbe se, ‘da un punto di vista pratico’, i governi perdessero la capacità di proteggere i civili? L’insegnamento della Chiesa sulla pena capitale sarebbe cambiato di nuovo?”

Le osservazioni di Phil Lawler non sono affatto peregrine.

Se è vero che nella maggior parte dei Paesi (probabilmente quelli occidentali) la pena di morte non è necessaria per proteggere la società, non è altrettanto vero per tutti. Esistono indubbiamente luoghi in cui la reclusione può non essere sufficiente a garantire la sicurezza dei cittadini.

Non solo, ma oltre al fatto di verificare se la situazione sociale e politica di Paese, la qualità del suo sistema carcerario, permettano la sicurezza dei cittadini, occorrerebbe entrare anche nel merito del tipo di detenuto. Infatti, un conto è avere un detenuto comune che abbia, ad esempio, ucciso alcune persone, un altro conto è avere un detenuto che sia un pericolosissimo sanguinario terrorista a capo di una vasta organizzazione fondamentalista che si prefigga, ad esempio, la distruzione di massa di una popolazione con armi chimiche, batteriologiche, ecc. Un tale leader carismatico e strategico, in vita, anche se recluso, si rivela vitale per l’esistenza stessa della organizzazione fondamentalista. Un tale terrorista in vita, anche se in una prigione, anche se recluso in un carcere di massima sicurezza costituisce di per sé un notevole rischio per la popolazione, e dunque di futuri potenziali omicidi di massa. In tale caso, rimane a rischio il bene comune di una intera popolazione. Non è un caso che nella storia quasi tutti i dittatori o terroristi sanguinari siano stati sempre giustiziati (si veda anche il caso della morte di Osama Bin Laden, e le voci di una sua condanna a morte già preordinata, ma sempre negata). Dunque, dire in assoluto che la condanna a morte sia “inammissibile” si rivela alquanto opinabile poichè occorre sempre conciliare il tutto con la tutela del bene comune.  

Che la situazione di sicurezza per i cittadini nei vari Paesi del mondo non siano uguali, oltre che essere evidente a tutti, ce lo racconta Ed Condon sul National Catholic Agency con due episodi che mettono in evidenza anche la diversità di vedute, addirittura opposte, nella Chiesa sulla pena capitale:

“Il 13 luglio, i vescovi del Tennessee hanno scritto al governatore Bill Haslam chiedendogli di fermare una lista di esecuzioni programmate. Nella loro lettera, i vescovi Mark Spalding di Nashville, Richard Stika di Knoxville e Martin Holley di Memphis hanno sottolineato il valore e la dignità di ogni vita umana, anche di coloro che hanno commesso i peggiori crimini possibili.

Un giorno prima, il 12 luglio, il cardinale Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo (Sri Lanka), aveva espresso il suo “sostegno” alla decisione del governo dello Sri Lanka di introdurre la pena di morte per i narcotrafficanti e i capi della criminalità organizzata.

Sosterremo la decisione del presidente Maithripala Sirisena di sottoporre alla pena di morte coloro che organizzano la criminalità durante la loro permanenza in carcere’, ha dichiarato ai media locali. (…) Nel recente caso dello Sri Lanka, il governo ha agito in risposta alla inefficacia delle pene detentive, con i trafficanti di droga e i capi della criminalità che sembrano continuare a operare impunemente, anche da dietro le sbarre”.

Ma ritorniamo sempre al secondo capoverso della nuova versione del n.2267 del Catechismo:

“Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi”.

Anche questa affermazione suscita qualche perplessità. Infatti, se è vero che abbiamo assistito a campagne di sensibilizzazione per l’abolizione della pena capitale, è anche vero che proprio in questi ultimi tempi il valore della vita, la sua dignità, la sua sacralità, appare sempre più sbiadita, come dimostrano:

  • il sempre maggior utilizzo delle leggi che tutelano il diritto all’aborto (ultimo esempio il referendum in Irlanda del maggio scorso), o addirittura la sua imposizione da parte dell’ONU a Paesi del Terzo Mondo come controparte di aiuti;
  • l’incremento del numero di aborti che avvengono anche, e forse ora soprattutto, attraverso la “contraccezione chimica”, ossia pillole abortive che, se da una parte eliminano il trauma dell’aborto chirurgico, dall’altro cancellano l’idea stessa della vita distrutta;
  • la recente legalizzazione dell’utero in affitto che rende legale, attraverso un vero e proprio contratto, sia lo sfruttamento del corpo della donna sia il commercio dei bambini, cioè di esseri umani, che vengono trattati come cose e non, appunto, come esseri umani, dotati di dignità;
  • la legalizzazione della adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, che di fatto mette al primo posto la soddisfazione della genitorialità a danno del diritto del bambino di avere un papà ed una mamma.

Del resto, non è stato proprio Papa Francesco a parlare ripetutamente della “cultura dello scarto” dove la persona viene scartata semplicemente perché non viene riconosciuta proprio nella sua dignità?

Sempre la nuova versione del secondo paragrafo del 2267 del Catechismo recita:

“…si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato”

Questa frase farebbe intendere che lo Stato stia avanzando nella maturazione della comprensione sempre più “umana” delle sue leggi. Ma anche qui, la realtà sembra contraddire questa affermazione. Ce lo ricordano le amare e drammatiche vicende dei piccoli Alfie Evans, Ishaia Haastrup e Charlie Gard, per fare solo i nomi più noti, dove lo Stato non è stato affatto più umano con le sue leggi ma semplicemente autoritario, visto che ha consentito il sequestro di piccoli bimbi negli ospedali dove è stata data loro la morte. Ce lo ricordano l’approvazione delle leggi eutanasiche, alcune delle quali, vedi l’Italia, mancano addirittura della obiezione di coscienza da parte di medici e strutture sanitarie. Ce lo dice infine la recente dichiarazione del primo ministro irlandese che imporrà alle strutture sanitarie cattoliche di offrire tra i loro servizi anche l’aborto se vorranno mantenere i finanziamenti pubblici attuali.

“Cambio” o “sviluppo” della Dottrina?

Per ragioni di spazio, sorvolo di commentare il primo capoverso del n.2267, non senza menzionare che anche questo ha suscitato critiche per come è stato scritto.

Passo infine al terzo ed ultimo capoverso che recita:

“Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona»,[1] e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo”.

Alcuni hanno affermato che la nuova formulazione del Catechismo, come approvata da Papa Francesco, si divincola abilmente tra alcuni “scogli” teologici. Infatti, essa, per come è formulata, non richiede ai cattolici di disapprovare la pena di morte in tutte le circostanze. Il nuovo linguaggio del Papa non contraddice l’insegnamento antico della Chiesa secondo cui lo Stato ha l’autorità di invocare la pena di morte in circostanze appropriate. Né il catechismo rivisto insegna che l’uso della pena capitale è “intrinsecamente immorale”. Tuttavia, viene affermato in maniera assoluta che la pena di morte è “inammissibile”.

E papa Francesco per spiegare che “la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo” che la pena di morte è “inammissibile” riporta come unica fonte il suo stesso discorso tenuto ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione (11 ottobre 2017): L’Osservatore Romano (13 ottobre 2017), 5.

Ora, nonostante il card. Ladaria, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, abbia detto che “La nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica, approvata da Papa Francesco, si situa in continuità con il Magistero precedente, portando avanti uno sviluppo coerente della dottrina cattolica”, è molto probabile che i teologi discuteranno se questa riscrittura sia da annoverare tra un “cambio” o uno “sviluppo” della Dottrina, e ciò perché,  come scrive Feser su First Thing, una cosa è certa:

“C’è sempre stato disaccordo tra i cattolici sul fatto che la pena capitale sia, in pratica, il modo migliore per difendere la giustizia e l’ordine sociale. Tuttavia, la Chiesa ha sempre insegnato, in modo chiaro e coerente, che la pena di morte è in linea di principio compatibile sia con la legge naturale che con il Vangelo. Questo è insegnato in tutta la Scrittura – da Genesi 9 alla Lettera ai Romani 13 e molti punti intermedi – e la Chiesa sostiene che la Scrittura non può insegnare l’errore morale. Ciò è stato insegnato dai Padri della Chiesa, compresi quei Padri che si sono opposti all’applicazione della pena capitale nella pratica. È stato insegnato dai Dottori della Chiesa, tra cui San Tommaso d’Aquino, il più grande teologo della Chiesa, Sant’Alfonso Liguori, il suo più grande teologo morale, e San Roberto Bellarmino, che, più di ogni altro dottore, ha illuminato come l’insegnamento cristiano si applichi alle moderne circostanze politiche.

Lo stesso card. Joseph Ratzinger, in qualità di capo dell’ufficio della dottrina di Giovanni Paolo II, ha affermato esplicitamente in un memorandum del 2004:

Se un cattolico fosse in contrasto con il Santo Padre nell’applicazione della pena capitale… non sarebbe per questo considerato indegno di presentarsi per ricevere la Santa Comunione. Mentre la Chiesa esorta le autorità civili … ad esercitare discrezione e misericordia nell’imporre pene ai criminali, può ancora essere consentito … di ricorrere alla pena capitale”.

Lo stesso papa Giovanni Paolo II, del quale è nota la sua avversione alla pena capitale, lascia comunque la porta aperta come “misura estrema”. Infatti, nella Evangelium Vitae, al n. 56, scrive:

“È chiaro che, proprio per conseguire tutte queste finalità, la misura e la qualità della pena devono essere attentamente valutate e decise, e non devono giungere alla misura estrema della soppressione del reo se non in casi di assoluta necessità, quando cioè la difesa della società non fosse possibile altrimenti. Oggi, però, a seguito dell’organizzazione sempre più adeguata dell’istituzione penale, questi casi sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti”.

Papa Francesco, invece, vuole che il Catechismo insegni che la pena di morte non deve essere mai utilizzata, e ciò perché, come spiega il card. Ladaria: per “raccogliere meglio lo sviluppo della dottrina avvenuto su questo punto negli ultimi tempi”.

Ma, a questo punto, Feser, nel citato articolo osserva:

“L’implicazione è che papa Francesco pensa che considerazioni di dottrina o di principio escludano il ricorso alla pena capitale in modo assoluto. Inoltre, dire, come fa il papa, che la pena di morte è in conflitto con ‘l’inviolabilità e la dignità della persona’ insinua che la pratica è intrinsecamente contraria alla legge naturale. E dire, come fa il papa, che ‘la luce del Vangelo’ esclude la pena capitale significa insinuare che essa è intrinsecamente contraria alla morale cristiana.

Dire entrambe queste cose significa contraddire l’insegnamento del passato. Né la lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede spiega come il nuovo insegnamento possa essere reso coerente con quello delle Scritture, dei Padri e dei Dottori della Chiesa e dei papi precedenti.

(…) Se la pena capitale è sbagliata in linea di principio, da due millenni la Chiesa insegna costantemente gravi errori morali e scritture malamente interpretate”.

Dopo questo “sviluppo” alcuni dicono: non siamo “intrinsecamente disordinati”

E’ indubbio che, nonostante il card. Ladaria si sia speso per spiegare che l’attuale riformulazione del n.2267 sia uno “sviluppo” della Dottrina, i media hanno invece interpretato il tutto come una rottura, un netto cambiamento rispetto al passato. Anzi, alcuni gruppi, quelli che fanno riferimento al mondo LGBT, hanno tratto la semplice seguente conclusione: se si può cambiare l’insegnamento di 2000 anni della Chiesa sulla pena di morte, allora è possibile cambiare anche l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità.

Non è un caso che Il 3 agosto 2018, il ministero cattolico LGBT a St. Paul (OSP), che si trova nella casa madre dei Padri Paolini della parrocchia di St. Paul the Apostole a New York, ha pubblicato il seguente messaggio sulla loro pagina Facebook ufficiale:

“Ieri papa Francesco ha dichiarato la pena di morte inammissibile in tutti i casi. Ci mostra che l’insegnamento cattolico può cambiare e cambia nel tempo (o ‘svilupparsi’ usando la terminologia teologica). Papa Francesco chiedeva specificamente che il linguaggio del catechismo fosse modificato. Egli ha il potere di riconoscere anche altri ‘sviluppi’ della dottrina.

Per questo motivo insistiamo affinché il linguaggio delle persone LGBTQ nel catechismo cambi. Non siamo, e non siamo mai stati, ‘intrinsecamente disordinati’. È tempo che la Chiesa ascolti i credenti LGBTQ e riconosca il danno che la sua dottrina ufficiale ha causato a milioni di persone in tutto il mondo”.

In conclusione, basare la riscrittura del n.2267 del Catechismo sulla base di un ragionamento del tipo: “per molto tempo…., ma oggi….” forse non è stato un modo appropriato per affrontare un tema di grande importanza.

P. Gil Martinez, Cappellano per la Messa a St. Paul, che celebra la Messa nel luogo delle rivolte di Stonewall durante la Parata del Gay Pride di New York, il 24 giugno 2018.

P. Gil Martinez, Cappellano per la Messa a St. Paul, che celebra la Messa nel luogo delle rivolte di Stonewall durante la Parata del Gay Pride di New York, il 24 giugno 2018.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




INTERCOMUNIONE: È UN TRUCCO? NO, È UN “BARBATRUCCO”!

I vescovi tedeschi, di fatto, se ne sono infischiati della lettera del neo card. Ladaria, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, con la quale si imponeva di non pubblicare l’opuscolo che introduceva l’intercomunione. Ma,il 21 giugno scorso, era stato lo stesso papa Francesco a dire: “Non c’è stata nessuna frenata”…..e i vescovi tedeschi lo hanno preso in parola!

Ecco l’articolo di Maike Hickson, nella mia traduzione.

Card. Reinhard Marx

Card. Reinhard Marx

I vescovi tedeschi hanno pubblicato oggi la loro controversa dispensa pastorale che permette ai coniugi protestanti di sposi cattolici di ricevere, in alcuni casi, la Santa Comunione. Poiché il 21 giugno papa Francesco si è opposto (qui)  alla pubblicazione di un tale testo ufficiale da parte di una Conferenza episcopale nazionale, i vescovi tedeschi ora si limitano a dichiarare, con un trucco retorico, che questo documento appena pubblicato non è un documento della Conferenza episcopale tedesca.

Oggi, 27 giugno, è stato finalmente pubblicato e diffuso il controverso opuscolo che i vescovi tedeschi avevano approvato con la maggioranza dei due terzi nel febbraio di quest’anno (qui). E questo nonostante l’opposizione internazionale e di alto livello (qui), e (qui)

Come riporta il sito della Conferenza Episcopale Tedesca Katholisch.de, il cardinale Reinhard Marx – presidente della Conferenza episcopale tedesca – ha potuto recentemente parlare della questione con papa Francesco, presumibilmente durante il suo incontro dell’11-13 giugno nell’ambito della riunione del Consiglio dei nove cardinali (C-9, ndr) e con il Papa. In questo colloquio con il Papa, il cardinale Marx ha potuto chiarireche il testo non è un documento della Conferenza episcopale, perché riguarda anche una dimensione [sic] della Chiesa universale“. Queste le recenti parole del Consiglio permanente dei vescovi tedeschi, riunitosi dal 25 al 27 giugno a Bonn, che ha poi deciso, dopo tutto, di pubblicare questo testo. Si suppone che i sette vescovi tedeschi che avversavano la proposta (tra cui il cardinale Rainer Woelki) (qui) e che avevano contattato Roma e chiesto aiuto al Vaticano in questa vicenda, abbiano ora rinunciato alla loro resistenza.

La dispensa è stata pubblicata e può essere letta qui, sul sito web della Conferenza Episcopale Tedesca.  Curiosamente, questo opuscolo pastorale non ha alcun autore o nome di organizzazione ad esso collegato.  Nessuno, quindi, se ne assume ufficialmente la responsabilità.

Come dichiara ora il Consiglio Permanente, questo testo è ora disponibile come guida orientativa e viene posto sotto la responsabilità dei singoli vescovi. Il Consiglio Permanente dichiara inoltre, in relazione alla pubblicazione di quel documento, che “ci sentiamo in dovere di andare avanti con coraggio“. La lettera del 25 maggio della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) (qui)  è menzionata anche come “cornice interpretativa” per questa dispensa. Quella lettera, firmata dal prefetto della CDF, l’arcivescovo Luis Ladaria, disse ai vescovi tedeschi, tuttavia, di non pubblicare la loro dispensa per l’intercomunione. Dopo quella lettera, il cardinale Marx poté ancora incontrare papa Francesco (durante la sua visita per l’incontro dell’11-13 giugno C9) e ovviamente convincerlo ad approvare la dispensa.

I vescovi tedeschi, nella loro dichiarazione, ora insistono sul fatto che si tratti di coniugi protestanti di sposi cattolici “in singoli casi” e che vogliono preservare il legame tra “comunità ecclesiale e comunità eucaristica”, e, pertanto, non ammetteranno, in generale, i cristiani protestanti alla Santa Comunione.

Il titolo della dispensa pastorale tedesca è: “Camminare con Cristo – Sulle orme dell’unità. Matrimoni misti e partecipazione comune all’Eucaristia”. I vescovi tedeschi hanno chiarito di essere aperti a ulteriori riflessioni, come era stato proposto dalla CDF in maggio. “Offriamo qui la nostra collaborazione al Santo Padre e alla Curia romana“, scrive il Consiglio Permanente.

La dichiarazione del Concilio Pemanente insiste sul fatto che i vescovi tedeschi desiderano permettere ad alcuni coniugi protestanti di sposi cattolici di ricevere la Santa Comunione quando hanno unserio desiderio spirituale”.

Il vescovo Gerhard Feige (Magdeburgo), uno dei principali autori di questo documento dichiaratamente ecumenico, ha appena ribadito in un’intervista che i vescovi tedeschi con la loro nuova dispensa si sono ispirati a papa Francesco e alle sue parole del 2015 a una sposa protestante che desiderava ricevere la Santa Comunione. Il Papa l’aveva poi incoraggiata a “parlare con il Signore e ad andare avanti. Non oso dire di più“.  Ora il vescovo Feige spiega di aver parlato personalmente con il Papa, nel 2015, di queste parole papali:

Durante la cosiddetta visita ad limina dei vescovi tedeschi a Roma (nel novembre del 2015), ho chiesto direttamente al Papa una settimana dopo (dopo le parole del papa nella Chiesa luterana di Roma) come avremmo dovuto interpretare le sue parole. Allora lui ha ripetuto, quasi alla lettera, ciò che aveva detto nella Christuskirche: “Generalmente, non posso cambiare nulla, ma parlare con il Signore e andare avanti“.

Il vescovo Feige conclude dicendo:  “Con la nostra dispensa abbiamo solo preso il Papa alla lettera”.

 

Fonte: OnePeterFive