Benigni a Sanremo: l’endorsement dei cattolici e una precisazione sull’eternità

Benigni a Sanremo 2020

 

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Sanremo è Sanremo e Benigni è Benigni. Il suo lungo monologo sul palco dell’Ariston dedicato al Cantico dei Cantici, ha suscitato numerose polemiche a causa della personale rilettura e travisamento del testo sacro. Gli osservatori più acuti (come ad esempio Diego Fusaro e Tommaso Scandroglio su La Nuova Bussola Quotidiana) hanno visto nella desacralizzazione e nella derisione del cristianesimo una delle peculiarità di questa settantesima edizione del Festival. Dal siparietto iniziale di Fiorello travestito da prete che invita gli spettatori a scambiarsi un segno di pace, a Lauro che emula san Francesco, dal “Non sia fatta la tua volontà” di Tiziano Ferro a Zucchero che insegna che “Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica”. Per finire col bacio tra Fiorello e Ferro, seguito dalle pubbliche scuse al legittimo marito (sic!) del secondo.

Un attacco al sacro e alla trascendenza che è la cifra dell’intervento di Benigni che spoglia il Cantico dei Cantici di ogni riferimento a Dio e all’anima per convertirlo in un manifesto sessantottino di elogio dell’amore (omo)sessuale, novello Decameron boccacciesco. Una imbarazzante performance che tradisce le intenzioni di un comico di fama internazionale.

Tra le tante voci che si sono elevate in ambito cattolico contro questa vergognosa desacralizzazione della Parola di Dio, sorprende leggere alcuni endorsement d’eccellenza. In effetti che a qualcuno il Cantico di Benigni è piaciuto assai. È piaciuto ad esempio a uno studioso che ha collaborato col comico nella stesura del monologo: si tratta, niente meno, che del Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, biblista di fama internazionale e prolifico scrittore, il cardinale Gianfranco Ravasi che con orgoglio ha pubblicato su Twitter il ringraziamento di Benigni alla sua persona per i buoni consigli sul testo. Non si riesce a comprendere come si possa essere orgogliosi per aver contribuito a un tale indecente spettacolo, tra l’altro pieno di inesattezze dal punto di vista storico, biblico e interpretativo.

Un secondo incredibile applauso a Benigni arriva dalla Associazione Papaboys che non risparmia gli elogi: “Grazie Roberto Benigni. Questo è il tuo omaggio a Giovanni Paolo II che ti ha toccato il cuore”. Non sappiamo che film abbiano visto quelli di Papaboys, ma la cosa lascia a dir poco perplessi. Viene da domandarsi a quale “papa” appartengano questi “boys” che a dicembre hanno esplicitato il loro sostegno alle Sardine in vista delle elezioni regionali in Emilia Romagna (Sartoriboys?). Di certo pensare che Benigni, con il suo monologo, abbia voluto omaggiare Giovanni Paolo II è – ad essere buoni – fuorviante: una storpiatura dello storpiatore.

Un endorsement d’eccellenza nei confronti del Cantico Benigni lo si trova invece sulle colonne di Avvenire dove la biblista Rossanna Virgili afferma che: «L’idea di far conoscere e gustare il Cantico è stata davvero stupenda, appropriata, preziosa per un pubblico tanto vasto e popolare come quello del Sanremo in mondovisione». Un’idea che neanche la “licenza interpretativa” di Benigni può inficiare, nonostante abbia «tradotto, tradendolo, l’amore tra amato e amata in altri amori che sono lontani e fuori dal limpido orizzonte biblico». Noi, al contrario, temiamo che l’idea di Benigni non sia stata proprio così felice, l’idea di proporre la propria personalissima idea del mondo, dell’uomo e della sessualità strumentalizzando a questo fine la Sacra Scrittura e approfittando della propria popolarità per politicizzare il testo sacro. Dispiace che a non notarlo sia una nota biblista sul giornale dei vescovi. Giusto però far notare che sullo stesso giornale l’inviata a Sanremo Lucia Bellaspiga sottolinea con dispiacere la sottomissione di Benigni ai diktat del “politicamente corretto”.

Me per amore di verità e per carità cristiana verso il comico e verso i suoi più attenti ascoltatori vorremmo rispettosamente cercare di rispondere su un punto (tralasciando la questione, già largamente affrontata altrove, riguardante il senso, l’origine e l’interpretazione del Cantico dei Cantici). Benigni ha parlato di eternità, affermando che l’amore (concetto che lui identifica e scambia volentieri col “fare l’amore”) offre agli uomini la possibilità di divenire immortali.

Eternità. Sì Benigni, lei ha ragione, nel cuore dell’uomo c’è un profondo anelito, il desiderio di eternità. Nessuno vuole che i propri giorni finiscano; la paura della morte ci stringe, ci lega, al punto che spesso darci alla “pazza gioia” ci sembra una via percorribile per raggiungere l’illusione di allontanare la fine. Anche il sesso è una scappatoia, ci offre l’illusione dell’immortalità, per poi abbandonarci alla nostra pensante, ingombrante e caduca umanità dai giorni contati. Il libro della Sapienza ci mostra in maniera plastica questa dolorosa realtà:

Dicono gli empi sragionando: «La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio, quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati. La nostra esistenza è il passare di un’ombra e non c’è ritorno alla nostra morte, poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro. […] Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza. Lasciamo ovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte» (Sap 1, 1-2. 6-9).

Così pensano coloro che non conoscono Dio. E cercano in ogni modo di scappare alla paura della morte. Ma – continua la Sapienza – «Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» (Sap. 2, 23-24).

Siamo stati creati per l’immortalità ma viviamo circondati di morte. Solo l’incontro con Cristo, che è Via, Verità e Vita, può restituirci – a noi che viviamo da schiavi – la nostra dignità di Figli di Dio, coeredi di Cristo, destinati al cielo e non al cimitero. Non è dunque la sfrenatezza dei sensi (la chiami pure amore) e l’ebrezza dell’amore libero a donarci l’immortalità.

L’immortalità è un’altra cosa. Come afferma San Paolo nella lettera ai Romani: «liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore».

Ecco in cosa consiste l’immortalità. E questi versi del Cantico dei Cantici, che San Tommaso d’Aquino, sollecitato dai suoi compagni, commentò in punto di morte nella Abazia di Fossanova, la descrivono con densità poetica e profondità spirituale: «Ho cercato l’amato del mio cuore… quando lo trovai lo strinsi fortemente e non lo lascerò mai» (Cdc 3,4)

 

Card. Gianfranco Ravasi tweet

Card. Gianfranco Ravasi tweet

 

Papaboys omaggiano Benigni a Sanremo 2020




LA BRAMA PER L’APPROVAZIONE NON E’ EVANGELIZZAZIONE

Riporto all’attenzione dei lettori di questo blog questo articolo che George Weigel, scrittore, biografo, nonché amico del papa Giovanni Paolo II, ha scritto per First Thing.

Eccolo nella mia traduzione.

Foto: George Weigel

Foto: George Weigel

Il commento bizzarro e il gesto strano non sono stati, fino a poco tempo fa, associati ad ecclesiastici di alto rango. Entrambi, purtroppo, sono stati in bella mostra il mese scorso, quando i cardinali Reinhard Marx e Gianfranco Ravasi hanno spinto più di uno di noi a grattarsi la testa per la meraviglia.

Il cardinale Marx è l’arcivescovo di Monaco e di Frisinga, una chiesa locale che soffre di gravi carenze nella partecipazione alla Messa domenicale e nelle vocazioni. Il cardinale ha molte opinioni su molti argomenti, e nel 200° anniversario di quell’altro Marx, Karl (Karl Marx, il fondatore del marxismo, ndr), Reinhard Marx ha detto che, senza l’autore del Manifesto comunista, “non ci sarebbe stata alcuna dottrina sociale cattolica”. Quel curioso giudizio è stato rilanciato sulle pagine dell’Osservatore Romano del Vaticano e in esso ampliato per includere l’affermazione ausiliaria che non si può biasimare Stalin a partire da Karl Marx ( cioè, non si può collegare Karl Marx, ideologo del comunismo, alle decine e decine di milioni di morti causati dal comunista Stalin, ndr).

Bene.

Sicuramente un teologo tedesco accreditato come il cardinale Marx sa che uno dei fondatori intellettuali del pensiero sociale cattolico moderno fu il vescovo di Magonza del XIX secolo, Wilhelm Emmanuel von Ketteler, l’uomo che papa Leone XIII, padre della Dottrina Sociale della Chiesa nella sua forma papale, chiamò “il mio grande predecessore”.

Ma forse, si risponderà, il cardinale Marx suggeriva che l’opera di Karl Marx ha spinto von Ketteler e Leone XIII a sviluppare la Dottrina Sociale Chiesa. C’è qui forse una traccia di causalità visibile al microscopio storico, in quanto quei due grandi pensatori cattolici sapevano certamente cosa insegnava il Manifesto comunista (ed entrambi lo respinsero vigorosamente). Ma i cattolici del XXI secolo hanno una voglia così disperata per l’approvazione dell’intellighenzia occidentale di sinistra che noi dovremmo pensare alla Dottrina Sociale della Chiesa come a una mera reazione al marxismo? Il cardinale Marx suggerirà poi che Lord North, non John Adams, Thomas Jefferson, George Washington, e il resto, sia stato l’autore della Rivoluzione Americana?

Per quanto riguarda Marx e Stalin, forse il cardinale Marx potrebbe dedicare una parte della sua vacanza di quest’estate leggendo le opere di Friedrich Hayek e Anne Applebaum. Hayek ha spiegato decenni fa che le economie statali implicano necessariamente la tirannia; più recentemente, Applebaum ha dimostrato come il sistema del lavoro da schiavi dei GULAG  è stato una parte integrante dell’economia marxista di Stalin. (Il GULAG è stato il ramo della polizia politica dell’URSS che costituì il sistema penale dei campi di lavoro forzato nei quali furono rinchiusi milioni di oppositori politici dell’Unione Sovietica, moltissimi dei quali morirono per gli stenti ed il gelo, ndr)

Poi c’è il cardinale Ravasi. Ho imparato molto dalla sua esegesi biblica, attingendo da essa in diversi libri. Ma il suo lavoro al Pontificio Consiglio della Cultura è stato meno edificante. Il progetto del “Cortile dei gentili” da lui condotto sotto papa Benedetto XVI, promosso come tentativo di dialogo con i non credenti di aperte vedute, vedeva spesso protagonista la filosofa esperta di media Julia Kristeva. Un recente articolo, tuttavia, ha suggerito che la Prof.ssa Kristeva non era sempre stata la campionessa di libertà che a lungo ha affermato di essere: ella è stata molto probabilmente un informatore dell’odioso servizio segreto bulgaro durante la guerra fredda, e aveva la brutta abitudine di fornire una copertura pseudo-intellettuale per alcuni dei peggiori regimi del XX secolo.

Poi c’è stato il recente prestito di piviali, tiare, croci pettorali, anelli papali e altri paramenti di proprietà vaticana al Metropolitan Museum of Art di New York, un’altra trovata geniale del Pontificio Consiglio della Cultura diretto da Ravasi. Il cardinale è stato davvero sorpreso dal fatto che l’apertura di una mostra dedicata all’impatto dei paramenti liturgici e dell’arte cattolica sulla moda contemporanea si sia trasformata in un esercizio di ambiguità e di volgarità che ha lambito il blasfemo? In caso negativo, che cosa sa esattamente il cardinale Ravasi della cultura contemporanea, presumibilmente il mandato del suo dicastero vaticano (per la cultura, ndr)?

Sotto tutta questa stravaganza potrebbe nascondersi l’assunto che la Chiesa deve coinvolgersi con queste realtà se vuole seminare il lievito del Vangelo nel mondo postmoderno. Ma come si fa ad assecondare l’evangelizzazione di questa bella gente? Questa patetica tensione per l’approvazione – da parte di persone la cui vita manifesta il loro disprezzo per l’idea cattolica del sacro e per l’insegnamento della Chiesa sulla dignità della persona umana – non è forse un segnale che non siamo davvero seri riguardo a ciò che le élite culturali trovano detestabile? Per un decennio e mezzo ho criticato il “Catholic Lite” (il “cattolico leggero”, ndr) per la sua flaccidità evangelica. Le comiche dei cardinali Marx e Ravasi suggeriscono che il “Cattolico leggero” si sia decomposto nel Cattolico Senza Peso: con le scuse a Milan Kundera, l’insostenibile leggerezza dello chic (Milan Kundera, è stato l’autore del libro L’insostenibile leggerezza dell’essere, che ha a tema la sfuggente evanescenza della vita, ndr).

Adulare le teste pensanti della confusione intellettuale postmoderna e adulare i generatori di mode della decadente cultura postmoderna non è il modo di essere la Chiesa della Nuova Evangelizzazione, o la “Chiesa permanentemente in uscita” che papa Francesco ci chiama ad essere. È il modo per diventare uno zimbello, in viaggio verso il cortile dell’irrilevanza.  

 

(Nota di Redazione: l’espressione Catholic Lite, che in poche parole significa “simile al cattolicesimo senza abbracciare tutta la dottrina del cattolicesimo”, fu un termine che comparve negli anni novanta come critica alla chiesa protestante Episcopale presente negli USA).