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Dal pensiero critico al pensiero unico. Quando i libri di Bioetica vengono messi all’indice da “La Stampa inquisizione”

Annamaria Bernardini De Pace
Annamaria Bernardini De Pace

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Bei tempi quando ci dicevano che il vero studioso è colui che ha sviluppato un “pensiero critico”; valore prezioso per chi fa scienza, frutto di anni di ricerca e di confronto onesto e di sintesi tra tesi e autori diversi, una formazione continua che considera la verità una conquista.

Roba da retrogradi o da infaticabili intellettuali? No, semplicemente, il mestiere e il servizio del docente universitario. Peccato che oggi la dedizione per il sapere pare debba allinearsi alla flaccida ideologia uniformante. Meglio non pensare troppo; meglio assorbire l’omogenizzato del pensiero unico. Vietato esplorare tesi diverse dal mainstream – specie se di stampo cattolico – e ovviamente vietato obiettare: il pensiero unico non concede dubbi; bisogna prendere la “medicina”, senza discutere.

Figuriamoci se i temi in questione riguardano la Filosofia morale e nella fattispecie la Bioetica! Ci si permette di disquisire persino sulla scelta dei libri adottati per il proprio corso da parte di un docente universitario. Se poi il docente insegna in un’Università non statale, non si conta nemmeno fino a dieci prima di infamarlo in una testata giornalistica nazionale.

È successo a Claudia Navarini (qui e qui), associato di Filosofia morale all’Università Europea di Roma, che per il suo corso di Bioetica alla facoltà di Psicologia – facente parte i corsi di formazione umana integrale previsti dall’Università come integrazione al curriculum ordinario per arricchire il bagaglio culturale dello studente – adotta il manuale di Elio Sgreccia, testo riconosciuto a livello internazionale dalla comunità accademica per il suo alto valore scientifico oltre che pionieristico della disciplina stessa.

Secondo la giornalista de “La Stampa”, i valori coerenti con il personalismo ontologicamente fondato, ovvero la linea antropologica di riferimento del Manuale, sarebbero “dittatoriali”, “paternalistici”, frutto di “fanatismi religiosi ormai superati”, mediante i quali la Chiesa “insegnerebbe a contrastare le leggi” dello Stato e, dunque, non andrebbero proposti ai giovani universitari. E già qui si potrebbe chiudere il nostro commento, perché livelli del genere non meritano repliche. Ma per amore di scienza e di giustizia – prima ancora che per difendere quella libertà di espressione che evidentemente è passata di moda – è doveroso puntualizzare alcuni passaggi metodologici del Manuale.

Diciamo, innanzitutto, che chi di noi scrive testi scientifici sa benissimo che qualsiasi citazione deve essere rispettosa del testo di origine e dell’opinione dell’autore. Non così hanno riportato le questioni i giornalisti oltremodo ignari del benché minimo ragionamento bioetico, basato da Sgreccia, peraltro, sempre sul dato scientifico (il cosiddetto metodo “triangolare”). Il loro “taglia e cuci” di alcuni passaggi del libro, estrapolati dal contesto, ha restituito una visione a dir poco parziale e volutamente fuorviante di questioni come aborto, omosessualità e fecondazione assistita, presenti nel Manuale. Ebbene, niente di più lontano da quella basica dose di onestà intellettuale che dovrebbe essere parte integrante del lavoro dei professionisti dell’informazione.

Basta considerare la posizione di Sgreccia all’inizio del suo Manuale, infatti, per riconoscere chi ha il coraggio di fare scienza e chi si pregia di diffondere chiacchiere. Nell’edizione del 1993, quindi fin dalle prime edizioni del Manuale, si legge che «le finalità della Bioetica consistono nell’analisi razionale dei problemi morali legati alla biomedicina e della loro connessione con gli ambiti del diritto e delle scienze umane. Esse implicano l’elaborazione di linee etiche fondate sui valori della persona e sui diritti dell’uomo, rispettose di tutte le confessioni religiose, con fondazione razionale e metodologica scientificamente adeguata» (p. 51). Infatti, «il dialogo tra scienza e fede può avvenire soltanto con l’intermediazione della ragione che è comune riferimento per l’una e per l’altra. Di qui nasce ed è nata l’esigenza di una riflessione filosofico-morale anche in campo medico e biologico [n.d.r. la Bioetica]» (p.55).

Secondo Sgreccia, «la vita umana è anzitutto un valore naturale, razionalmente conosciuto da tutti coloro che fanno uso della ragione (..) In effetti, nel dibattito sull’aborto, si è rischiato di pensare che si trattasse di un problema di fede o non fede, mentre la vita umana è tale per tutti gli uomini e l’obbligo di rispettarla è dovere dell’uomo in quanto uomo, non soltanto in quanto credente» (pp.54-55).

Proprio il modo di procedere di Sgreccia, rispetto ad altre scuole o modelli, realizza la vera essenza della Bioetica, non a caso strettamente connessa con la Filosofia, e ne mostra la grande valenza educativa. Così impostata, la riflessione bioetica, caratterizzata oltretutto dall’incontro interdisciplinare di diverse discipline, e sviluppata non come mera “casistica” o applicazione pratica di principi sullo stile anglosassone, corrisponde esattamente a quanto il Comitato Nazionale per la Bioetica nel 2010 raccomandava come “educazione alla Bioetica”, «condotta in modo da garantire alle giovani generazioni la preparazione di base per partecipare attivamente al dibattito bioetico (..), portata avanti progressivamente, in modo coerente con la gradualità dello sviluppo del senso critico e del giudizio morale, facendo corrispondere a tale sviluppo lo studio delle tematiche riguardanti i principi della scienza nonché le problematiche etiche e giuridiche, nel contesto storico e sociale»(qui).

Allora, qual è il problema di presentare la questione bioetica sotto le varie prospettive del panorama scientifico, e dunque anche quella cattolica, adottando un testo di riferimento – di fatto l’unico – che già al suo interno presenta le varie tesi in modo critico e completo? Non dovremmo piuttosto considerarlo un dovere da parte del docente? I rischi veri per la ragione e per la libertà storicamente scaturiscono dal pensiero unico, non dal dialogo o dal confronto e derivano semmai da posizioni lesive nei confronti della dignità persona umana, anni luce evidentemente da quella di Sgreccia.

Che sta succedendo dunque? Come scriveva Francesco Paolo Casavola «Non abbiamo avuto nella nostra storia esempi positivi del pensiero unico nelle Università; quando ci sono stati è perché c’era privazione di libertà in tutto il Paese». Si sperava che quei tempi bui fossero tramontati, ma evidentemente non è così. E a fine anno una riflessione su questo è qualcosa da cui non possiamo proprio esimerci.

 

 




Riscoprire la Bioetica: un corso di formazione per combattere la Buona Battaglia per la vita

 

C’è chi la delimita alla “clinica”, chi la reputa “troppo accademica”, chi la immagina “globale”. Negli ultimi anni, la Bioetica sembra aver smarrito la sua identità e la sua missione. Eppure, se per alcuni questa disciplina sembra caduta in disuso, a non perdere vigore e attualità sono gli attentati alla vita umana, quella nascente come quella morente, così come gli attacchi alla procreazione e alla famiglia, fino a sfide sempre nuove e già controverse.

La scienza va velocissima, cambia lo stile di vita, ci sono nuove problematiche e nuovi interrogativi che prima forse non ci si poneva neppure e, un po’ incoraggiati dalla mentalità consumista dell’“usa e getta”, ma soprattutto trascinati dalla corrente relativista-eraclitiana del “panta rei” (tutto scorre), crediamo che anche i valori di sempre siano ormai sorpassati e ne cerchiamo di nuovi, o forse non li cerchiamo affatto.

In un tempo in cui l’ambito assiologico e ancor prima quello oggettivo e reale sono sovrastati dalla mutevolezza di quello culturale, emotivo e soggettivo, la Bioetica è quanto mai attuale, ma sembra aver perso la sua identità e il suo scopo e, a nostro giudizio, va riscoperta. E l’unico modo per farlo è ripartire da ciò che è valido sempre; non importa dove l’uomo si trovi, in quale epoca, in quale luogo geografico, in quale cultura sia innestato: il valore della vita umana, la sua dignità e la legge scritta da Dio nella sua natura rimangono intatti, anche se il sistema economico, la prassi medica, la legge o le ideologie tentano di sovvertirli.

L’idea del corso di Bioetica dell’associazione “Famiglia Domani” – promotrice da anni della famosa Marcia per la Vita – nasce dal desiderio di recuperare una delle più importanti caratteristiche della Bioetica: un sapere di tipo pratico che educa alla realtà e, dunque, alla verità dell’essere umano. È necessario oggi non solo dire no, ma capire perchéuna certa scelta rispetta o meno il bene della persona umana e la legge morale impressa nella sua natura.  

La sfida allora è Riscoprire la Bioetica per combattere la “Buona Battaglia” in difesa della vita umana, che oggi come non mai ci obbliga a formarci. Per questo, il corso si rivolge soprattutto a chi è in prima linea nell’ambito educativo o nel mondo pro-life; ma anche a chi semplicemente vuole capire più a fondo cosa si cela dietro ai fatti di attualità che toccano la vita umana e si susseguono attorno a lui.

Il nostro è l’invito a una vera e propria “caccia al tesoro”; perché Riscoprire la Bioetica significa riscoprire l’inalienabile valore della persona umana, creata a immagine di Dio, l’inviolabilità della sua vita e l’intangibilità del suo corpo, a scanso del riduzionismo relativista e del nichilismo di cui è permeato il razionalismo moderno.

Per saperne di più, visitate il sito www.corsobioetica.it o scrivete a [email protected]




Quale Bioetica ai tempi del COVID-19?

Vincenzo Paglia

Vincenzo Paglia, vescovo

 

di Giorgia Brambilla

 

L’idea di una “Bioetica globale” non mi ha mai convinta. Né come cattolica, nè come bioeticista.

Come cattolica, perché il cattolicesimo non ha bisogno di attingere a valori laici e illuministi; non ha bisogno di “fraternità” perché ha la carità; non ha bisogno di “umanesimo” perché conosce il valore della persona umana dall’atteggiamento che Dio ha nei suoi confronti; non ha bisogno di “sogni”, perché ha la virtù della speranza; non ha bisogno di costruire un “dialogo interculturale” perché ha la Rivelazione che avanza la pretesa irrinunciabile di dire la verità sull’uomo e una verità da proporre e annunciare pubblicamente ad ogni uomo e per questo già universale, senza bisogno di farsi “globale”.

Come bioeticista, perché l’accezione “globale” fa riferimento sì al padre del neologismo “Bioethics”, ma fondamentalmente a un’idea di Bioetica molto distante, non solo da come siamo abituati a considerarla oggi, ma soprattutto dalla ricchezza della morale cattolica, sulla quale essa dovrebbe costitutivamente fondarsi.

Fatto sta che, invece, stando all’intervista per Radio Vaticana sul dopo pandemia, mons. Paglia avrebbe ribadito la necessità di costruire una “Bioetica globale” (qui) riprendendo, di fatto un’idea  precedentemente proposta (qui) che già faceva riferimento ad una «nuova Bioetica globale nell’era della robotica». Ciò che colpisce di più è l’assenza di riferimenti fondativi legati alla fede – visto che peraltro se ne sta parlando all’interno di un contesto cattolico e non laico o laicista. Nessun accenno al valore della vita terrena considerato non in sé, ma in relazione a quella eterna – tanto più che il discorso è calato all’interno della pandemia – e nemmeno un riferimento alla legge morale naturale, caposaldo del giudizio etico sull’atto che la Bioetica è chiamata a svolgere.

Proviamo a ragionare sui rischi di una revisione di questo tipo per la disciplina della Bioetica e soprattutto per il suo ruolo. Oggi è lampante il fatto che un’etica costruita alla luce della sola ragione sarà in grado soltanto di stabilire dei limiti approssimativi alla oggettivazione dell’altro che però risulta di per sé inevitabile. L’uomo, infatti, è sempre tentato da una forma di utilitarismo. Del resto, se egli da solo deve garantirsi la sua esistenza, il suo futuro non potrà mai essere completamente disinteressato: l’altro gli apparirà sempre in qualche modo come un mezzo per la sua felicità, un mezzo per sé, per garantirsi la sua esistenza (J. Ratzinger, La Bioetica nella prospettiva cristiana). La delimitazione formale della Bioetica come etica filosofica, antropologicamente e metafisicamente fondata, ma separata dalla Teologia, presuppone la stessa concezione razionalistica e riduttivistica della ragione di stampo moderno.

È impossibile non rendersi conto che c’è bisogno di quella sapienza sull’uomo senza cui le soluzioni morali non soddisfano. Infatti, la questione alla radice delle problematiche bioetiche è quella di senso; e forse è proprio per sfuggire a tale angosciante domanda che l’uomo cerca di assicurarsi un controllo completo sulla vita attraverso la pretesa di assoluta libertà illudendosi di avere potere su di essa, ricalcando l’antico sogno di autofabbricarsi.

Dunque, non si può costruire la morale a partire dall’etica, cioè a partire dalla ricerca di soluzioni particolari, senza confrontarsi sulla scelta fondamentale che tutte le sostiene e le motiva. Ed è per questo che non solo l’esclusione della Teologia dal dibattito pubblico, ma anche la separazione dalla Teologia persino da parte di quei bioeticisti della parte cattolica – i quali rifiutano la qualifica di “cattolica” per la Bioetica da loro elaborata, preferendo dedurla da una metafisica garantita nel suo valore universale dal rigoroso riferimento alla sola ragione – ha comportato un notevole prezzo da pagare (L. Melina, Riconoscere la vita. Problematiche epistemologiche della Bioetica). Invece, il discorso rigorosamente razionale della Bioetica trova un suo naturale prolungamento nella Teologia, e nella fattispecie in quella morale. Questa, occupandosi delle questioni riguardanti la vita umana e la sua integrità, riceve dalla Bioetica lo status quaestionis, cioè l’analisi del problema etico – che comprende la definizione delle componenti biomediche e le interpretazioni fornite da altre discipline – insieme alle conclusioni della riflessione propria della filosofia morale, il che ordinariamente facilita un primo discernimento fra il lecito e l’illecito, il bene e il male.

Diversamente, il rischio è quello di cadere in un umanesimo secolarizzato, in cui l’uomo è considerato nell’orizzonte immanentistico e temporale, in un’ottica riduzionista e in chiave individualista e punta a una specie di salvezza terrena.

E, in effetti, era proprio questa l’idea di “Global Bioethics” dell’ideatore del neologismo “Bioetica”. Il cancerologo V.R.Potter, che quando scrisse “Bioethics: bridge to the future” pensava a una «biologia combinata con le varie forme del sapere umanistico in modo da forgiare una scienza che stabilisse un sistema di priorità mediche e ambientali per la sopravvivenza» (V. R. Potter, Global Bioethics. Building on the Leopold Legacy). Dicevo, infatti, che la Bioetica nacque con un’accezione completamente diversa da come siamo abituati a pensarla oggi. Lo stesso inventore del termine chiamò “primo bioeticista” Aldo Leopold, un ecologista americano che, dopo la rivoluzione darwinista e quella freudiana, sosteneva la necessità di promuovere “costumi antropologici” per l’equilibrio dell’ecosistema, nella convinzione che certi stili di vita avrebbero potuto favorire un’evoluzione negativa del mondo e della specie umana. Questo stampo promuoveva una “nuova etica della sopravvivenza” dove la qualità della vita fisica (Medical Bioethics) fosse coordinata alla qualità della vita ambientale ed ecologica (Ecological Bioethics), da cui si formulò una sorta di criterio di eticità secondo cui un comportamento è giusto o sbagliato in funzione della sopravvivenza e della protezione della biosfera e dove solitamente l’essere umano è uno degli esseri viventi e solitamente il più dannoso.

Dunque, sebbene probabilmente l’intervista non volesse riprendere in toto questi contenuti, per noi costituisce un’occasione per riflettere e per chiederci se sia opportuno fare riferimento a una fetta di storia della Bioetica così lontana dal bagaglio già ricco della nostra morale cattolica in cui, invece, il valore della persona umana è inalienabile e fondativo nei confronti dei cosiddetti “principi non negoziabili”.

In altre parole, se la Bioetica ha qualcosa da dire in questa pandemia, è in riferimento al valore dell’essere umano a scanso di derive riduttiviste ed eugenetiche, che invece, purtroppo, sono state numerose. Basti pensare al rifiuto dei ventilatori polmonari ai disabili in USA (qui) o all’eutanasia preventiva proposta agli anziani in Olanda (qui). In tempi così difficili, la Bioetica ha il compito di aiutare a comprendere il ruolo fondamentale della famiglia per il bene comune o quello di mostrare il vero volto della libertà che è la responsabilità e non la cieca autodeterminazione. Deve, oltre a questo, smascherare le strumentalizzazioni della malattia stessa in favore di abusi contro la vita umana, come la spinta sull’aborto chimico (qui) e sulla maternità surrogata (qui).

Perché tanta insistenza sulla «fraternità e sulla solidarietà, intese non come valori cristiani», come riporta l’intervista? Spesso, siccome le tematiche bioetiche si svolgono nell’arena pubblica, in cui si incontrano culture e religioni differenti, si crede che il dialogo sarebbe favorito da una discussione impostata sulla sola ragione e la morale si dovrebbe accontentare di una “grammatica minima” e di un’antropologia debole. Ma c’è un pericolo; il pluralismo rischia di essere un “paravento”, se non addirittura uno strumento ideologico, per escludere a priori la verità fino a considerarla dannosa, compromettendo la ragione stessa fino all’implosione dell’Etica – e in questo caso della Bioetica – che diventa incapace di indicare chiaramente cosa è giusto e cosa è sbagliato e viene meno al suo mandato più profondo, diventando non una “Bioetica-per tutti”, ma una “Bioetica-per nessuno”.

Resto fermamente convinta, invece, che sia urgente oggi più che mai riscoprire la Bioetica (qui) come disciplina costruita sulla “roccia” più sicura e stabile, cioè quella del Magistero perenne della Chiesa, per combattere la “buona battaglia” per la vita, specialmente in momenti così drammatici come quello che stiamo vivendo.

Bisogna diffidare in Bioetica dalla pretesa moderna di creare un piano di morbida tolleranza che si mette a “dialogare” con il male morale, anziché denunciarlo, e spende sofisticamente tante parole quando ne basterebbero due, quelle indicate da Nostro Signore: “Sì” e “No”.

 




La Bioetica ritrova le sue fondamenta

Recensione del libro: Giorgia Brambilla (a cura di), “Riscoprire la Bioetica. Capire, formarsi, insegnare”, Rubbettino, 2020, pp. 484, Euro 29,00 – Contributi di: Giorgia Brambilla, George J. Woodall, Pierluigi Pavone, Massimiliano Viola, Massimo Micaletti, Martina Collotta Ventriglia, Simone Barbieri, Claudia Navarini, Fabio Faggioli, Maria Elzbieta Konecka, Giulia Bovassi, Rodolfo De Mattei, Barbara Costantini, Luisa Lodevole, Matteo D’Amico, Fabio Persano, Fabio Fuiano, Joseph Seifert

 

Giorgia Brambilla libro Riscoprire la Bioetica

 

di Silvio Brachetta

 

Non è più sufficiente scrivere un libro sulla bioetica. Prima di parlarne, la bioetica va “riscoperta”, perché esistono, a tutt’oggi, molte bioetiche – tante quanto i sistemi morali sulle quali poggiano. Eppure, nel corso del Novecento, non c’è stata una latitanza della Chiesa, che su etica e bioetica si è spesa molto, soprattutto durante e dopo il Sessantotto, a cominciare dall’Humanae Vitae di Paolo VI: voci che spesso hanno gridato solitarie nel deserto dell’ostinazione umana, se solo si pensa che la bioetica moderna nasce a prescindere – o in opposizione – al magistero cattolico, con impresso fin dall’inizio il carattere fluido della ricerca permanente.

Giorgia Brambilla ammette che nella società odierna vi siano «nuove problematiche e nuovi interrogativi che prima forse non ci si poneva neppure». Ma queste novità non possono essere un pretesto al crollo delle fondamenta morali dell’uomo: lo scienziato, proprio perché si muove in un campo che coinvolge l’etica, dovrebbe fondare il proprio studio su «ciò che è valido sem­pre», al netto dello sviluppo «culturale, emotivo e soggettivo», in perpetua mutazione storica.

 

I diciotto autori che hanno redatto l’opera sono accomunati dal principio metafisico circa la necessità di «riconoscere l’oggettività del reale», secondo l’espressione della Brambilla. In questo senso, la realtà è una, così come la verità in genere e, in particolare, la verità dell’ambito etico e morale. Non è solo una questione di fede. Per comporre un qualsiasi lavoro sull’etica, che abbia un valore scientifico, è imprudente assumere un’antropologia fluida, storicista, ma è indispensabile partire «dall’essere umano che ho davanti a me hic et nunc per ciò che è e non per ciò che ha o sa fare». C’è, insomma, una natura umana, stabile nella sua essenza, con la quale fare i conti, oltre le contingenze della storia.

Vi è poi un secondo punto forte del libro, che va a correggere la leggerezza (o la frequente infondatezza) del pensiero contemporaneo: anche in questo caso, gli autori puntano molto sulla «formazione», sull’«educazione» – che sono spesso i grandi assenti del nostro tempo. Il «metodo» da seguire – scrive Brambilla – è il continuo «rimando ai fondamenti» dell’etica, così da ottenere una formazione «solida, completa e capace di senso critico».

 

La sensibilità metafisica, inoltre, considera l’unità del reale, oltre il settorialismo proprio delle discipline. Al netto della differenza sostanziale tra gli enti, che sono oggetto di studio, non si può non tenere conto della «perfetta circolarità tra fede, ragione, verità e morale», nel senso che va superata la presunta frattura tra fede e ragione, imposta dalla modernità come un dogma.

Nel medesimo tempo, però, pur tenendo conto dell’oggettività del reale, è da evitare una «reificazione della persona», che darebbe luogo a una bioetica fatta solo «di bei principi dedotti da un “umanesimo”», pur se ricavati «da un’antropologia elevata» – osserva Brambilla. Non va dimenticato che speculare sull’etica implica l’impegno della ragione pratica, per cui si parla di «un sapere di tipo pratico»: in questo caso «la conoscenza morale non avviene mediante deduzione applicativa da affermazioni metafisiche sulla natura dell’uomo, ma come una luce di verità sul bene umano». La bioetica, cioè, non si riduce a poggiare su «piattaforme esclusivamente razionali», quasi da riporre una fiducia socratica e incondizionata sulla sola intelligenza umana. È piuttosto da tenere conto, primariamente, del dato della Rivelazione, così da evitare in partenza derive utilitaristiche o, comunque, filosoficamente o teologicamente spurie.

 

Il libro, pur non avendo la pretesa di essere esaustivo, è però un testo per una formazione di base, rivolto principalmente agli educatori e al mondo pro-life. È diviso in tre parti: Bioetica fondamentale, Biodiritto e Bioetica speciale. Si parte, quindi, dalla storia della bioetica, si passa per le questioni legate alla giurisprudenza e si approda ad un compendio della Morale, secondo le indicazioni della curatrice.

Vastissime le tematiche offerte dagli autori, tra cui: elementi di teologia morale, bioetica e diritto, fisiologia della riproduzione ed embriologia, questione dell’aborto, fecondazione artificiale, genetica, neuroscienze, teoria del gender, patologie adolescenziali, questione dell’eutanasia, aspetti etici delle biotecnologie. Il compendio dei saggi tiene conto della pubblicistica scientifica sugli argomenti e dei pronunciamenti magisteriali.

 

Non va trascurato anche l’aspetto specialistico dell’opera. Molte delle difficoltà odierne di approccio ai temi bioetici sono dovute, in buona parte, ai neologismi. Non è mai facile orientarsi con i concetti del tipo «gene editing della linea germinale», «enhancement», «genoma» o «neurobioetica». La lista è lunga. Quanto al problema dell’ideologia del gender, ad esempio, nonostante sia un argomento dibattuto, sono pochi coloro che hanno un quadro chiaro della situazione. E il quadro non è chiaro poiché manca la formazione specifica: è oscuro, in questo caso, il concetto di «genere», la sua genesi o il motivo per cui s’è imposta la separazione tra genere e sesso.

Le stesse osservazioni si possono fare nel merito delle altre questioni legate alla vita e alla famiglia. È complicato (se non impossibile) far fronte alla distruzione ideologica delle fondamenta dell’esistenza umana, così come sta avvenendo da almeno mezzo secolo, anche per via del fatto che la maggioranza delle persone non è in grado di leggere o comprendere quanto i media vanno pubblicando.

Laddove non c’è formazione, è difficile opporsi efficacemente alle derive eutanasiche, o al flagello dell’aborto, o all’eugenetica trionfante. E, anzi, l’onnipresente cultura della morte deve la potenza del suo nefasto contagio pure all’assenza di anticorpi culturali che la possano contenere.




Riscoprire la Bioetica – a cura di Giorgia Brambilla

Giorgia Brambilla libro Riscoprire la Bioetica

 

Introduzione

 

«Sono venuto perché abbiano la vita

e l’abbiano in abbondanza»

(Gv 10, 10)

 

La scienza va velocissima, cambia lo stile di vita, ci sono nuove problematiche e nuovi interrogativi che prima forse non ci si poneva neppure e, un po’ incoraggiati dalla mentalità consumista dell’“usa e getta” ma soprattutto trascinati dalla corrente relativista-eraclitiana del panta rei (tutto scorre), crediamo che anche i valori di sempre siano ormai sorpassati e ne cerchiamo di nuovi, o forse non li cerchiamo affatto. E per questo assistiamo al dilagante “non-senso” di cui è permeata la nostra società.

In un tempo in cui l’ambito assiologico e ancor prima quello oggettivo e reale sono sovrastati dalla mutevolezza di quello culturale, emotivo e soggettivo, la Bioetica è quanto mai attuale, ma sembra aver perso la sua identità e il suo scopo e, a nostro giudizio, va riscoperta. E l’unico modo per farlo è ripartire da ciò che è valido sempre; non importa dove l’uomo si trovi, in quale epoca, in quale luogo geografico, in quale cultura sia innestato: il valore della vita umana, la sua dignità e la legge scritta da Dio nella sua natura rimangono intatti, anche se il sistema economico, la prassi medica, la legge o le ideologie tentano di sovvertirli.

Riscoprire la Bioetica, da cui il titolo del libro, significa restituirle il suo ruolo educativo e di formazione delle coscienze: una roccaforte, costruita sulla “roccia” del Magistero perenne della Chiesa, che forma e prepara chi combatte la “buona battaglia” per la vita.

È facile accorgersi, infatti, che è in atto una vera e propria battaglia che sfida il nemico di sempre sul piano intellettuale, che ci spinge a resistere contro l’“ethically correct” come pretesa moderna di creare un piano di morbida tolleranza che si mette a “dialogare” con il male morale, anziché denunciarlo, e spende sofisticamente tante parole quando ne basterebbero due, quelle indicate da Nostro Signore: “Sì” e “No”. Le coscienze sono confuse e assuefatte da una realtà stravolta dove il male è presentato come bene tollerabile se non addirittura indifferente, sono alienate e abituate a vivere “etsi Deus non daretur”. Per contrastare questa situazione, non bastano “slogan”, servono contenuti e, dunque, formazione. Non basta dire no, bisogna capire perché una certa scelta è scorretta, passando dal fatto di cronaca al fondamento antropologico ed etico. È con queste basi, infatti, che si riesce a cogliere la validità o meno di una posizione o di un atto medico e la drammatica interconnessione tra tutti i temi legati alla vita umana, anche se non si è “addetti ai lavori”.

Bisogna ripartire dalle basi, e, in particolare, dalla questione epistemologica, indagando sulle origini della Bioetica, ripercorrendo la sua storia, analizzandone modelli e principi, risalendo alla visione di uomo che sta all’origine delle varie impostazioni fino a chiedersi: è uno sguardo di riconoscimento o di reificazione della persona? La risposta che daremo sarà il primo passo per la valutazione bioetica di un atto, una scelta clinica, una legge. Se la vita umana, infatti, è intangibile e merita rispetto incondizionato, la Bioetica che ne scaturisce non potrà essere un elenco di bei principi dedotti da un “umanesimo” e di fatto nemmeno da un’antropologia elevata, ma un sapere di tipo pratico. La conoscenza morale non avviene mediante deduzione applicativa da affermazioni metafisiche sulla natura dell’uomo, ma come una luce di verità sul bene umano.

Talvolta, si può rischiare, pur essendo animati da buoni propositi, di impostare anche le proprie attività pro life creando piattaforme esclusivamente razionali, basate su di una fiducia socratica secondo cui all’uomo sarebbe sufficiente l’evidenza del bene descritto dalla ragione perché egli vi aderisca direttamente e senza ostacoli e in cui il dato di fede è ritenuto un fattore da escludere per riuscire a raggiungere i “lontani”. Questo pero, alla lunga, si rivela un vicolo cieco: oggi è ancora più lampante il fatto che un’etica costruita alla luce della sola ragione sarà in grado soltanto di stabilire dei limiti approssimativi all’oggettivazione dell’altro che però alla fine risulterà inevitabile. L’uomo, infatti, è sempre tentato da una forma di utilitarismo. Del resto, se egli da solo deve garantirsi la sua esistenza, il suo futuro non potrà mai essere completamente disinteressato: l’altro gli apparirà sempre in qualche modo come un mezzo per la sua felicità, un mezzo per sé, per garantirsi la sua esistenza. Riscoprire la Bioetica è allora anche s-velare l’inalienabile valore della persona umana, creata a immagine di Dio, l’inviolabilità della sua vita e l’intangibilità del suo corpo, a scanso del riduzionismo relativista e del nichilismo di cui è permeato il razionalismo moderno.

Proprio per questo, la peculiarità del testo risiede soprattutto nel metodo: il rimando ai fondamenti sarà continuo e presente in ogni tema trattato. Questo permetterà il salto di qualità che tramuta l’informazione in formazione solida, completa e capace di senso critico, indispensabile per chi si occupa di Bioetica.

Il testo è strutturato in tre parti: Bioetica fondamentale, Biodiritto e Bioetica speciale. Nella prima parte, dopo il capitolo della curatrice, la Prof.ssa Giorgia Brambilla (Bioeticista, Teologa moralista), dedicato alla storia della Bioetica, ai modelli e ai principi delle diverse impostazioni, il lettore potrà trovare da un lato i fondamenti antropologici e filosofici di questa disciplina nel capitolo curato dal Prof. Pierluigi Pavone (Filosofo, Storico), dall’altro un vero e proprio compendio di Morale curato dal Prof. George Woodall (Teologo moralista). Alla Bioetica fondamentale, seguirà la parte di Biodiritto, con un capitolo di ricognizione e definizione di questo ambito da parte del Dott. Massimiliano Viola (d. Diritto) e uno dedicato ad applicare i nodi giuridici ai principali temi bioetici, ad opera del Prof. Massimo Micaletti (Avvocato). La parte di Bioetica speciale sarà costituita da una sezione dedicata ai temi “classici” e da una con i temi più “nuovi” del panorama bioetico. Aprirà la sezione un capitolo della Dott.ssa Martina Collotta Ventriglia (Medico, Bioeticista) con gli elementi di Fisiologia della riproduzione e di Embriologia, una base scientifica necessaria per capire i temi successivi. Seguono due capitoli sulla Bioetica nascente che trattano rispettivamente la contraccezione e l’aborto sotto l’aspetto scientifico ed etico a cura del Dott. Simone Barbieri (Bioeticista) e la cosiddetta “sindrome post-abortiva” a cura della Prof.ssa Claudia Navarini (Filosofa, Bioeticista). Segue il tema della fecondazione artificiale, trattato dal punto di vista medico, etico ed economico-sociale dalla Prof.ssa Giorgia Brambilla, dal Dott. Fabio Faggioli (L. Giurisprudenza, L. Scienze religiose) e dalla Dott.ssa Maria Konecka (Ginecologa). Nella stessa sezione, ci sarà spazio anche per i problemi etici legati alla manipolazione genetica nel capitolo della Dott.ssa Martina Collotta Ventriglia. Seguirà una sezione dedicata a temi di recente trattazione: il tema delle Neuroscienze curato dalla Dott.ssa Giulia Bovassi (Filosofa, Bioeticista) e il tema del “gender” curato dal Dott. Rodolfo De Mattei (L. Scienze Politiche). Dedicato particolarmente agli educatori il capitolo sulle dipendenze, con una prima parte sugli aspetti psicologici e neurobiologici curata dalla Prof.ssa Barbara Costantini (Psicologa) e una seconda, prettamente bioetica, riguardante i comportamenti a rischio in adolescenza, della Dott.ssa Luisa Lodevole (Avvocato). Ultima sezione è quella dedicata all’etica di fine vita con un contributo di stampo storico-culturale sulla visione della morte del Prof. Matteo D’Amico (Filosofo) e uno di stampo bioetico del Prof. Fabio Persano (Giurista, Bioeticista) e del Dott. Fabio Fuiano (Ingegnere Biomedico). Chiude il manuale un saggio del Prof. Joseph Seifert (Filosofo) sulla cosiddetta “morte cerebrale”.

Certamente, questo lavoro non ha pretese di esaustività, ma propone una formazione di base, rivolgendosi soprattutto a chi è in prima linea nell’ambito educativo o nel mondo pro-life; ma anche a chi semplicemente vuole capire più a fondo cosa si cela dietro ai fatti di attualità che toccano la vita umana. Penso al ruolo cruciale che oggi hanno, ad esempio, gli insegnanti di religione, considerati punto di riferimento a scuola sui temi bioetici, dai ragazzi in primis, ma anche da colleghi e genitori. Questo senza nulla togliere, ovviamente, al ruolo importantissimo che la Bioetica ha sempre avuto e ha tuttora a fianco dei professionisti, tra tutti medici, giuristi e ricercatori di vari ambiti. Si pensi alle sfide a cui oggi queste figure sono sottoposte, come gli ultimi casi che hanno scosso il dibattito: la triste vicenda di Alfie e dei bimbi morti in condizioni simili, l’interruzione della vita di Vincent Lambert, le richieste di cambiamento di sesso, la somministrazione di farmaci che bloccano la pubertà, la maternità surrogata, ecc.

Sembra arduo voler riunire discipline e professioni così diverse, ma in realtà, l’interdisciplinarietà è una caratteristica tipica della Bioetica: ogni tema, infatti, ha sempre al suo interno elementi scientifici, giuridici, filosofici, teologici ed etici. Fare Bioetica è imparare a guardare le questioni sotto i vari profili ed imparare, come in un labirinto, a riconoscere i punti nevralgici e la via per elaborare un giudizio etico. Se imparo questo, non importa se sono un insegnante e non un medico perché saprò dire se quella particolare tecnica di fecondazione artificiale si può fare oppure no dalle sue caratteristiche basilari; non importa se sono un medico e non un filosofo perché saprò riconoscere da alcuni elementi chiave che in quel caso clinico si confonde il dato sostanziale della vita umana con quello accidentale del suo presunto miglior interesse.  Bioetica è, in un certo senso, abitudine a pensare, a mettere insieme gli ingranaggi che compongono le questioni etiche che come delle vere e proprie mine anti-uomo incontriamo ogni giorno.

La vera sfida della Bioetica, infatti, è educare, che significa aiutare a riconoscere l’oggettività del reale, a partire dall’essere umano che ho davanti a me hic et nunc per ciò che è e non per ciò che ha o sa fare. E da questa verità elementare trarre poi le conseguenze morali, mediche e giuridiche. Rispondere a “domande bioetiche” a scuola, in famiglia, in parrocchia, nel confessionale, ecc. significa, in realtà, rispondere a una domanda di senso relativa all’esperienza quotidiana della sofferenza, del dolore e della morte. In Bioetica la ragione ha un ruolo molteplice, in relazione ai molteplici campi di indagine e di giudizio che la riguardano. Ecco perché la fede con la sua offerta di senso intende interagire con la ragione in questo e provocarla come domanda sul senso ultimo della vita umana e sul valore della sua esistenza. È qui che si dimostra la perfetta circolarità tra fede, ragione, verità e morale, dove l’ulteriorità della fede non costituisce l’abiura della ragione quanto piuttosto il suo compimento e con essa la ragione riscopre il suo primo e più essenziale mandato: la ricerca della verità.

 

 

 

* d.: Dottorando; L.: Laureato




Ruggieri: “Mai come oggi la dignità dell’essere umano è a rischio”

A Siena nasce l’Osservatorio di Bioetica, presieduto da Giuliana Ruggieri, chirurgo dei trapianti (di reni, ndr) presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, che è stato fondato per vigilare e riflettere su importanti temi e per rimettere al centro sia la persona umana che la ricerca scientifica, ispirata alla sua tutela. Oggi i primi incontri pubblici.

Un grande amicizia mi lega alla dott.ssa Giuliana Ruggieri, che impegna le energie che il suo pesante lavoro le lascia per occuparsi di questi importanti tematiche. Per questo sono contento di questa notizia che voglio condividere con tutti i lettori di questo blog.

Siena - piazza del campo

Siena – piazza del campo

 

A Siena nasce l’Osservatorio di Bioetica, presieduto da Giuliana Ruggieri, chirurgo dei trapianti (di reni, ndr) presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, che è stato fondato per vigilare e riflettere su importanti temi per il presente e il futuro e per rimettere al centro sia la persona umana che la ricerca scientifica, ispirata alla sua tutela. Saranno quattro i settori di cui si occuperà l’Osservatorio di bioetica: inizio vita, fine vita, dipendenze e problematiche relative alle “identità di genere”.

Un’associazione nata per vigilare sui temi della bioetica. “Mai come oggi – afferma la presidente dell’associazione Giuliana Ruggieri – la dignità dell’essere umano è a rischio. Interessi economici, spesso assecondati da derive

Giuliana dott.ssa Ruggieri

Giuliana dott.ssa Ruggieri

ideologiche e convenienze politiche, il predominio della tecnica molte volte a scapito dell’etica; la riduzione della vita umana a “bene disponibile”, sono solo alcuni esempi di come il mondo contemporaneo stia più o meno consapevolmente mettendo a rischio i pilastri della convivenza e del rispetto della vita. L’Osservatorio nasce per vigilare e riflettere su tutto questo, cercando di portare un contributo di esperienze all’interno di un dibattito che ultimamente non brilla né per pluralismo né per una corretta rappresentazione da parte dei mass media”.

I primi incontri pubblici a Siena e a Colle Val d’Elsa in programma per venerdì 10 maggio. L’Osservatorio di bioetica organizzerà venerdì 10 maggio a Siena e a Colle Val d’Elsa due incontri aperti a tutta la cittadinanza, dal titolo “Figlio a tutti i costi: voci di donne tra desideri, business e abusi”. Il primo evento si svolgerà venerdì 10 maggio a Siena alle ore 17.30, presso la Chiesa di San Raimondo al Refugio in via di Fiera Vecchia 21 con il saluto dell’Assessore alla Salute, Servizi Sociali del Comune di Siena, Francesca Appolloni. Il secondo evento si svolgerà sempre venerdì 10 maggio alle ore 21.30 a Colle val d’Elsa, presso il Complesso Parrocchiale Giovanni Paolo II, via Torino in località Agrestone. Nel corso delle due conferenze si parlerà di trasmissione della vita, dei “nuovi” modi che la scienza mette oggi a disposizione per esaudire il desiderio di un figlio, quali la fecondazione artificiale e la maternità surrogata. In entrambe le occasioni le relatrici saranno Laura Corradi, docente di Studi di Genere presso l’Università di Calabria e curatrice del libro di prossima uscita “Odissea embrionale” e la giornalista Eugenia Roccella, già parlamentare e sottosegretario al Ministero della Salute, autrice del libro “Fine della maternità”. A moderare gli incontri sarà Giuliana Ruggieri, presidente dell’Associazione Osservatorio di Bioetica di Siena.

 

Fonte: oksiena