Fontana: “La presenza politica dei cattolici non ha come fine la democrazia, bensì il bene comune”

Siamo alla vigilia del voto in due regioni, in una delle quali, l’Emilia Romagna, assume un significato nazionale. In questo frangente molti cattolici si chiedono che fare. Lasciando da parte qualche “volantino” dal contenuto stantio, giunge molto gradito questo contributo del prof. Stefano Fontana che, in maniera semplice e chiara, fissa i paletti e chiarisce il quadro entro cui muoversi. 

Quella che vi presentiamo è la relazione che il prof. Fontanta ha tenuto il 16 gennaio scorso durante l’incontro organizzato dal Centro Culturale Pier Giorgio Frassati di Correggio (Reggio Emilia) in vista delle elezioni regionali di domani 26 gennaio. La relazione è stata pubblicata sul sito dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina Sociale della Chiesa

 

Stefano Fontana

Stefano Fontana

 

Questo incontro avviene in prossimità delle elezioni regionali in Emilia Romagna. Ogni uomo cerca una coerenza nella propria vita. Anche per i cattolici è così. Il voto alle elezioni può apparire in fondo poca cosa, si tratta solo di una crocetta su un simbolo. Però in quell’atto sintetico, la persona, e quindi anche il cattolico, condensa la sua esperienza e la sua visione della politica. Egli sa che quella crocetta rimane inadeguata rispetto alle esigenze della politica, la quale nella cabina non ci sta tutta, ma sa anche che con quell’atto egli impegna a fondo se stesso – si impegna moralmente e religiosamente – ed è consapevole che sulla base di quanto quell’atto esprime egli si comporterà poi in seguito, appunto per un motivo di coerenza. Ogni crocetta è la sintesi di un percorso, ma è anche un impegno per il futuro.

La coerenza del cattolico

Anche il cattolico cerca quindi coerenza. Sono innumerevoli i passi dei documenti della Chiesa che impongono questa ricerca come un dovere. Mi limito a citare la Nota Ratzinger del 2002: “La coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti”. Coerenza, quindi, ma con cosa? Il passo ora visto parla di coerenza morale e di coerenza con la fede. Alla coerenza con la morale ci pensa la retta ragione e alla coerenza con la fede la dottrina della fede. Allora il cattolico che vuole coerenza deve mettere in relazione il suo voto con ciò che gli dice la ragione naturale circa il bene politico, ossia con i principi del diritto naturale, e con ciò che gli dice la rivelazione sempre a proposito bene politico. In questa ricerca di coerenza da dove dovrà egli partire? Dalle esigenze emergenti dalla situazione dell’Emilia Romagna o dalla dottrina della fede? Contrariamente a quanto si pensa oggi nella Chiesa, egli non dovrà partire dai bisogni politici dell’Emilia Romagna, per interrogare a partire da essi la retta ragione e la dottrina della fede, ma dovrà fare il percorso inverso. Alla luce della dottrina della fede e tramite le verità della retta ragione, egli dovrà valutare i bisogni dell’Emilia Romagna. Un simile percorso viene di solito accusato di essere deduttivo e lontano dalla realtà, dalla quale invece si dovrebbe partire. Ma se si guarda all’Emilia Romagna alla luce della dottrina della fede e della retta ragione si potranno notare bisogni ben più profondi che non partendo dalla sua situazione. Infatti da quelle due fonti emergono i fini, in base ai quali valutare e gerarchizzare i bisogni. Se si parte dai bisogni politici della regione, lasciando in secondo piano i due criteri della retta ragione e della dottrina della fede, si finirà per adattare queste due a dei bisogni politici assunti senza criterio. Il criterio deve precedere e non seguire le scelte e le valutazioni.

Il posto della democrazia nella visione cattolica

Il cattolico che parte dai bisogni, ossia da ciò che deve essere illuminato anziché dalla luce che deve illuminarlo, può considerare come prioritari bisogni politici che invece non lo sono. Vorrei fare due esempi di stretta attualità.

La democrazia, come invece spesso si dice, non può essere il criterio di giudizio principale per un cattolico. La presenza politica dei cattolici non ha come fine la democrazia, soprattutto se si usa la parola senza ulteriori chiarimenti. Il fine della politica è il bene comune e non la democrazia. La democrazia è uno strumento per governare le scelte politiche che è legittimo se ordinato al bene comune, altrimenti diventa illegittimo come tutti gli altri strumenti. L’accettazione della democrazia nei documenti della Dottrina sociale della Chiesa è subordinata a talmente tanti paletti e vincoli da escludere, per esempio, che quella dell’Emilia Romagna sia vera democrazia. Come ha scritto Giovanni Paolo II in “Varcare la soglia della speranza”, la Chiesa è ben lontana da battezzare la democrazia.

Vorrei aggiungere di striscio, perché il tema meriterebbe ben altro spazio, che anche la Carta fondante la nostra democrazia, ossia la Carta costituzionale, non può essere criterio e fine ultimo della vita politica del cattolico. Il costituzionalismo come principale criterio politico va rifiutato. La nostra Carta non ha valore assoluto, anche essa deve rendere conto a qualcosa che la precede, non tutta la sua impostazione è giusta, anch’essa può e forse deve essere cambiata. Inoltre in tutti questi anni essa è stata stravolta dalle sentenze della Corte costituzionale a seguito dei mutamenti politici, sicché appellarsi alla Carta come ad un salvagente democratico è sempre più improponibile. I criteri per i cattolici in politica devono essere trovati altrove.

Il posto della partecipazione nella visione cattolica

Un altro esempio è la partecipazione. Sembra che il primo dovere dei cattolici sia di andare a votare, indipendentemente da come venga esercitato poi il voto. Ogni voto sarebbe quindi buono. Ma la partecipazione non ha la propria ragion d’essere in se stessa bensì, come ogni azione umana, nel fine. Se si votano forze politiche che sostengono programmi ingiusti e dannosi, sarebbe meglio che la partecipazione non ci fosse. Molto spesso, nelle urne elettorali o in quelle parlamentari, i cattolici hanno sostenuto col voto forze politiche dai programmi disumani e anticristiani: ebbene, sarebbe stato meglio che non avessero partecipato al voto, evitando di contribuire a creare danni molto gravi. Per dirla con le parole del cardinale Newman: “Hanno sostenuto uomini che rappresentavano ufficialmente  principi anticristiani, e hanno collaborato con essi. Tutto ciò che appariva loro come una riforma e un miglioramento delle attuali condizioni di vita, essi l’hanno approvato e difeso, anche quando, nell’applicazione di tali riforme, dovevano commettere qualche ingiustizia… Essi hanno sacrificato la verità all’opportunismo”. Errori di questo genere ne abbiamo fatti già troppi. Richiamare al dovere del voto in quanto tale è quindi non solo insufficiente ma sbagliato. Se tutti i partiti in lizza presentassero programmi contro i principi della legge morale naturale, sarebbe doveroso non andare a votare. Non si deve infatti fare il male, nemmeno per fare un bene, figuriamoci quando è solo e certamente male.

La gerarchia dei contenuti

Dagli esempi ora visti – la democrazia e la partecipazione – emerge che il cattolico non deve mai accontentarsi del come, ma deve incentrarsi sempre sul cosa. Condivisione …di cosa? Camminare insieme … per dove? Andare a votare … a favore di chi e di cosa? Ciò che conta sono i contenuti in quanto sono ordinati ai fini. Ora, rimanendo sui contenuti, la politica, anche quella regionale, ne tocca molti. Bisogna allora distinguerli di livello. Ce ne sono di più importanti e di meno importanti. Ce ne sono di assoluti e di relativi. Non è vero che la politica si occupa solo del relativo, essa intercetta anche questioni decisive e assolute.

Chiediamoci per esempio: come criterio di voto è più importante il contenuto della famiglia o quello dell’accoglienza degli immigrati? Quale dei due mettiamo al primo posto? Le due questioni si collocano a livelli diversi. La famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e aperta alla vita è un contenuto della politica avente carattere assoluto in quanto essenzialmente connesso col bene comune. Ciò vuol dire che non ci può essere bene comune senza famiglia naturale e non c’è modo di fare delle politiche anti-familiari nel rispetto del bene comune. Una politica contro la famiglia naturale non è ordinabile in nessun modo e per nessun motivo al bene comune. Dato che la politica ha come fine il bene comune, qui la politica si suicida. Non si tratta più di politica ma di altro. Invece, l’accoglienza degli immigrati può essere fatta in molti modi diversi senza con ciò contraddire il bene comune, anzi, una politica di accoglienza indiscriminata troverebbe proprio nel principio del bene comune una decisa e sostanziale opposizione. Il tema della famiglia ha oggi anche un interessante corollario, ossia l’importanza fondamentale e strategica di politiche nataliste.

Contenuti in relazione essenziale col bene comune

Toccando il tema della famiglia, sono stato costretto a ricordare un contenuto dell’attività politica che si distingue da altri in quanto indica in modo unico ed essenziale un rapporto mai eludibile col bene comune. So che non è più di moda fare riferimento a questi contenuti, la cui negazione non è mai ordinabile al bene comune e quindi non ammettono eccezioni o scuse, ma ritengo di non potermi astenere dal farlo. La famiglia, la vita e la libertà di educazione non possono in alcun modo venire paragonati ad altri contenuti della attività politica, quindi rimangono il criterio principe di valutazione, anche alle elezioni qui in Emilia Romagna. Qualcuno può obiettare che su questi principi nessun partito offre una completa garanzia. A questo proposito occorre procedere tenendo conto della presenza o meno nel programma di politiche esplicitamente contrarie a quei principi; secondariamente alla cultura e alla storia di quel partito, ossia se l’opposizione a quei principi deriva dal suo dna culturale e se storicamente ha già dato prove in questo senso, quindi bisogna esaminare la persona candidata. Ci sono partiti che, una volta al potere, sicuramente faranno politiche anti-familiari perché le hanno sempre fatte e perché derivano dalla loro visione dell’uomo, della morale e della società. Teniamo presente che perduta la famiglia, perduto il rispetto per la vita e perduta la libertà di educare abbiamo perduto tutto, senza possibilità di ripresa successiva. Perché avremo perduto i tre pilastri di un ordine naturale che non è a noi disponibile, garanzia della nostra vera libertà, ossia della possibilità di criticare il potere e di contestare il sistema non per motivi soggettivi ma per esigenze di verità. Tolti questi tre principi non potremmo più chiamare niente con gli aggettivi “vero” e “buono”. Senza l’indisponibile tutto è disponibile e la società è un carcere insopportabile.

La valutazione del partito e del candidato

Un punto di notevole interesse nel voto è se dare maggiore attenzione alla persona o al partito. Bisogna dare più attenzione al partito, alla sua cultura, alla sua storia perché, se è sbagliata, comunque il singolo eletto vi contribuirà anche se dissenziente su qualche punto. Questo criterio vale anche per il candidato cattolico. Dato il pluralismo esistente oggi nella Chiesa, proporsi alle elezioni come cattolico non dice più nulla. Come già ricordato sopra, gli eletti cattolici hanno votato di tutto, anche le cose peggiori producendo non solo danni ma anche confusione delle menti, perché se un non credente vota una legge contro la vita o la famiglia è un conto, se la vota un credente è un altro. Non fidarsi del candidato cattolico in quanto sedicente cattolico. In questo momento noi abbiamo un cattolico alla Presidenza della Repubblica, una Cattolica alla Presidenza della Corte Costituzionale e un cattolico alla Presidenza del Consiglio ma non ci sentiamo per nulla tranquilli. Bisogna analizzare sempre i contenuti, del partito prima e poi del candidato. La stessa cosa vale per il candidato, cattolico o meno, ritenuto “onesto” e votato per questo.

Un ulteriore aspetto da tenere presente in sede di valutazione elettorale è la differenza tra la creazione di una legge e l’attuazione di una politica. Ammettiamo da un lato un partito che abbia già dato prova di aver votato leggi contrarie ai contenuti fondamentali visti sopra, cosa chiaramente avvenuta anche in Emilia Romagna. Ammettiamo dall’altro un partito che abbia fatto delle politiche di trascuratezza di quei contenuti, per esempio impiegando risorse per altri motivi meno importanti. Le due responsabilità non sono equivalenti. Una legge, infatti, dura nel tempo, crea comportamenti duraturi e mentalità ed è difficile da togliere una volta entrata in vigore. Una politica può provocare dei danni nell’immediato, ma può essere corretta.

Alcuni problematici slogan elettorali del momento

Andare ai contenuti, e quindi ai fini, con riferimento al diritto naturale e al diritto divino, utilizzare correttamente la Dottrina sociale della Chiesa: questo è quanto si deve fare anche in occasione di elezioni. A questo scopo serve un discernimento concettuale e valoriale dei principali slogan politici del momento, suadenti e accattivanti se intesi in modo superficiale, da criticare o addirittura da rifiutare se approfonditi nei loro veri contenuti. È questo il caso del tema dell’Europa e di quello ambientalista. Questi argomenti vengono proposti, come direbbe ancora Newman, “con l’eleganza e le raffinatezze della civiltà”, per cui chi se ne tirasse fuori sembrerebbe un volgare zoticone. Non dobbiamo appiattirci sui principi di una “religione mondana” e su ogni “legge pubblica di igiene” – è ancora Newman che parla. L’Unione Europea da un lato, la Madre Terra dall’altro, un anonimo Umanesimo Globalista dall’altra ancora, ossia i tre pilastri di questa “religione mondana” che “ha preso l’abitudine di fare a meno dell’eternità” e vuole trasformare il cristianesimo in “una signora che porta la minestra agli indigenti” (Graham Greene), non possono diventare i criteri fondamentali del nostro ragionare pubblico. L’attuale Unione Europea non ha più niente a che fare con il progetto originario ed è abusivo continuare a presentarla come tale. L’emergenza ecologica – tutta da provare e comunque da inquadrare in modo non ideologico – non è affrontabile se non considerando la natura frutto della creazione, guardandola quindi dal di fuori e dal di sopra e non, idolatricamente, dal di dentro. Il dialogo e l’educazione mondiali non possono fondarsi su un generico minimo comune denominatore, su un umanesimo universalistico e globalista cui tutte le religioni dovrebbero contribuire, quasi unificandosi in un’unica – ripeto l’espressione usata sopra – “religione mondana”. Indicare ai cattolici questi tre criteri per valutare i programmi elettorali – europeismo, ecologismo, globalismo – è senz’altro educatamente raffinato, gradevolmente corretto, convenientemente aggiornato, così in linea con Greta Thunberg, con i compiaciuti resoconti del TG1, con le giornate mondiali dell’ONU, con il sorriso benpensante di Fabio Fazio, con le attese del presidente Mattarella… ma ha poco a che fare sia con la retta ragione sia con la dottrina della fede.

Oggi riscontriamo anche un altro aspetto di questa “religione mondana”: l’invito a non usare parole ostili, a non alzare i toni, ad essere sobri e ragionevoli, colloquianti e rispettosi. Anche questo è proposto come criterio di valutazione di cui tenere conto nella cabina elettorale. Apparentemente la proposta suona bene agli orecchi dei cattolici, ma nello stesso tempo sa di regime e reprime come tracotante qualsiasi voce dissonante. Difficile intervenire pubblicamente contro i “nuovi diritti” senza essere accusati di linguaggio ostile. Difficile ricordare delle verità senza essere accusati di intolleranza. Molti cattolici si adeguano e adottano la neo-lingua imposta e anche loro chiamano l’aborto “salute riproduttiva” e l’utero in affitto “gestazione solidale”, ma altri cattolici vogliono far valere i diritti della verità anche nel linguaggio.

Due percorsi di prospettiva

Questa sera parliamo del voto dei cattolici in Emilia Romagna. Ma ormai i cattolici sono pochi, dispersi, divisi e spesso inconsapevoli di sé. Di fronte a questo panorama e davanti all’appuntamento elettorale occorre chiedersi quale di queste due strade percorrere. La prima è di cercare di fare delle proposte politiche capaci di intercettare le varie anime del cattolicesimo di oggi. Ne stanno nascendo anche in questo periodo. In questo modo però si rischia di costruire un accordo al ribasso, di eliminare gli aspetti più caratterizzanti perché non condivisi da tutti, di guadagnare in orizzontalità ma di perdere in verticalità: una presenza riformista, di centro, moderata, equilibrata, arrotondata, di valori accettabili, di buoni propositi, di compensazione e mai di rottura. L’altra strada è invece di non cercare più larghe intese, nemmeno dentro il mondo cattolico, ma di recuperare in profondità e verticalità quanto ci caratterizza e, con questo bagaglio molto netto nelle distinzioni, entrare nei gruppi politici che permettano una accettabile agibilità. Una simile strategia è anti-concordista, perché oggi il concordismo, ossia la volontà di procedere concordi ad ogni costo, implica compromessi troppo forti, la messa in ombra di elementi troppo importanti sia della retta ragione che della dottrina della fede, un eccessivo adeguamento al mondo il quale “invece di farci dei doni, si appresta a toglierci quel che credevamo di amare più della nostra fede” (Graham Greene).

 




“Perché c’è del bene nel mondo, signor Frodo, e vale la pena lottare per esso”.

“Arriva il giorno in cui (gli Hobbit sono) chiamati fuori dalle loro case e in una grande guerra tra il bene e il male per l’anima del mondo intero – una guerra in cui giocano un ruolo decisivo, proprio perché sono piccoli e apparentemente insignificanti“. Questo, tra l’altro, ha detto l’arcivescovo di Philadelphia, mons. Charles J. Chaput, agli studenti mercoledì scorso.

Di seguito un articolo dello staff del Catholic News Agency, nella mia traduzione.

Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia, Pennsylvania, USA.

Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia, Pennsylvania, USA.

 

C’è una scena nel mezzo de Il Signore degli Anelli, una trilogia di fantasia scritta dallo scrittore cattolico J.R.R. Tolkien, dove la ricerca della distruzione di un anello malvagio e onnipotente sembra essere assolutamente senza speranza. Le tenebre e il pericolo hanno circondato e perseguitato Frodo, il piccolo hobbit al quale alla fine è stata data la missione di distruggere l’anello, sin da quando ha messo piede fuori dalla Contea, la casa idilliaca e sicura che ha lasciato per questa ricerca.

Questa è stata la scena che l’Arcivescovo Charles Chaput (di Philadelphia, Pennsylvania, USA, ndr) ha preparato per gli studenti dell’Università di Maria a Bismarck, nel Dakota del Nord, mentre parlava loro delle loro vocazioni e dello scopo della loro vita mercoledì sera.

In un momento di disperazione, ha notato Chaput, Frodo si rivolge al suo amico più fedele, Samwise Gamgee, un hobbit che si è rifiutato di lasciare Frodo, e gli chiede se valga la pena di continuare questa missione apparentemente impossibile.

Sam dice di sì: “Perché c’è del bene nel mondo, signor Frodo, e vale la pena lottare per esso”.

I territori del Dakota (stati degli USA, ndr), ha notato Chaput nel suo discorso, sono molto simili all’idilliaca Contea da cui provengono quegli hobbit: sicuri, per molti versi idilliaci, e quasi mai al centro dell’attenzione.

“Ho servito come vescovo in tre diverse diocesi, e ognuna di esse è stata una grande benedizione di amici ed esperienze. Le ho amate tutte”. Ma il mio primo amore è stato la diocesi di Rapid City, South Dakota”, ha detto Chaput.

“C’è una bellezza e una saggezza nel Dakota che non si trova da nessun’altra parte. Penso anche che il diavolo tenda a concentrarsi su luoghi come New York e Washington e a vedere luoghi come Bismarck come meno importanti – che è il suo errore. Significa che qui si possono fare molte cose molto buone, proprio sotto il suo naso”, ha detto.

Ma così come gli Hobbit non sono rimasti nella Contea, ha notato Chaput, così anche i cristiani sono chiamati ad uscire dalle loro case e dai luoghi di formazione per coinvolgere il mondo e diffondere il Vangelo.

Arriva il giorno in cui (gli Hobbit sono) chiamati fuori dalle loro case e in una grande guerra tra il bene e il male per l’anima del mondo intero – una guerra in cui giocano un ruolo decisivo, proprio perché sono piccoli e apparentemente insignificanti, ha detto.

Ma il mondo esterno ha un disperato bisogno di rifacimento, ha notato Chaput, anche all’interno della Chiesa cattolica.

La recente raffica di scandali di abusi sessuali nella Chiesa può far sembrare questi tempi molto bui, ha detto.

“Un sacco di persone molto buone sono arrabbiate con le loro guide nella Chiesa per lo scandalo degli abusi, e giustamente. Non voglio diminuire questa rabbia perché ne abbiamo bisogno; ha radici sane e giuste”, ha detto.

Ma la giusta risposta a questa giusta rabbia non è un risentimento velenoso, ma piuttosto una risposta di umiltà e di amore che purifica l’individuo e la Chiesa, ha detto, proprio come Santa Caterina da Siena, che con la sua santità e perseveranza ha convinto il Papa a tornare a Roma.

“Dio chiama tutti noi non solo a rinnovare la faccia della terra con il suo Spirito, ma a rinnovare il cuore della Chiesa con la nostra vita; a farla giovane e bella ancora e ancora e ancora, perché risplenda del suo amore per il mondo. Questo è il nostro compito. Questa è la nostra vocazione. Questa è la vocazione – una chiamata di Dio con il nostro nome sopra di essa”.

C’è anche molta oscurità nel mondo che viene dall’esterno della Chiesa, ha notato Chaput.

“La vita americana oggi è turbata da tre grandi domande: Che cos’è l’amore? Che cos’è la verità? E chi è Gesù Cristo”, ha detto. “Il mondo secolare ha risposte a ciascuna di queste grandi domande. E sono false”.

Il mondo definisce l’amore solo con le emozioni e la compatibilità sessuale, mentre definisce la verità come qualcosa che può essere osservato solo attraverso dati oggettivi e misurabili, ha detto. Il mondo dice anche che Gesù Cristo è stato un uomo buono in una lunga fila di buoni maestri, ma alla fine è solo una bella credenza superstiziosa piuttosto che una persona reale che è il Figlio di Dio e Salvatore del mondo.

“La cosa chiave di tutte queste risposte secolari è questa: Non solo sono false, ma anche pericolose. Riducono il nostro spirito umano ai nostri appetiti. Abbassano l’immaginazione umana e la ricerca di senso a ciò che possiamo consumare. E poiché il cuore umano ha fame di un significato che la cultura secolare non può dare, noi anestetizziamo quella fame con il rumore e le droghe e il sesso e le distrazioni. Ma la fame ritorna sempre“, ha detto.

Il mondo secolare offre risposte facili, ha osservato, ma non offre risposte soddisfacenti ad alcune delle domande più profondamente umane che si potrebbero porsi: “Perché sono qui, cosa significa la mia vita, perché le persone che amo invecchiano e muoiono, e le rivedrò mai più? Il mondo secolare non ha risposte soddisfacenti a nessuna di queste domande. E non vuole nemmeno che ci poniamo tali domande a causa della sua cecità autoimposta; non può tollerare un ordine superiore a se stesso – per farlo lo obbligherebbe a comportarsi in modi che non vuole comportarsi. E così odia, come fece Caino, coloro che cercano di vivere diversamente”.

La risposta a tutte queste domande, ha detto Chaput, non è una qualche teoria o equazione, ma la persona di Gesù Cristo.

“Egli è l’unica guida affidabile per il nostro viaggio attraverso il mondo. I cristiani lo seguono come gli Apostoli, perché in lui e nel suo esempio, Dio parla direttamente a noi e ci conduce sulla via di casa al suo regno. In altre parole, Gesù non è solo l’incarnazione di Dio, ma anche l’incarnazione di chi siamo destinati ad essere”.

E il messaggio di Gesù è che ogni vita è “irripetibile e preziosa e ha un senso e uno scopo che Dio intende solo per voi. Solo per voi”, ha detto.

Per molte persone, questo significherà vivere la vocazione del matrimonio, e testimoniare Cristo tra la famiglia, gli amici e i luoghi di lavoro, “e tu lascerai la tua impronta nel mondo con una testimonianza quotidiana della vita cristiana”, ha detto.

“Il matrimonio e la famiglia sono cose profondamente buone”, ha aggiunto, e i laici sono chiamati non solo ad essere “aiutanti” del clero più santo, ma a condividere una pari responsabilità nel promuovere la missione della Chiesa.

“Ricordate come considerate il vostro futuro”, ha detto.

Dio chiama alcuni anche ad essere testimoni radicali della santità nel sacerdozio o nella vita religiosa consacrata, ha detto.

“I religiosi sono una testimonianza vivente di conversione radicale e di amore radicale; una prova costante che le Beatitudini sono più che semplici ideali belli, ma piuttosto la via verso un nuovo e migliore tipo di vita”, ha detto.

“E i sacerdoti hanno il privilegio di tenere nelle loro mani il Dio della creazione. Senza sacerdoti, non c’è eucaristia. Senza l’Eucaristia, non c’è Chiesa. E senza la Chiesa come comunità viva e organizzata, non c’è presenza di Gesù Cristo nel mondo”.

Le chiavi per trovare la propria vocazione e il proprio scopo nella vita sono il silenzio e la preghiera, che lasciano spazio alla voce di Dio, ha detto.

“Fare in modo che ci sia il tempo per il silenzio e la preghiera dovrebbe essere la pratica quaresimale principale per tutti noi – ma soprattutto per chi cerca la volontà di Dio per la propria vita”.

Così, piuttosto che lamentarsi del fatto che i tempi sono cattivi, Chaput ha esortato gli studenti a ricordare che stanno vivendo in questo momento per una ragione, e possono con la loro santità e testimonianza della loro vita rimodellare i tempi.

“Come vescovo, sant’Agostino visse in un momento in cui il mondo intero sembrava crollare, e la Chiesa stessa stava lottando con amare divisioni teologiche. Ma ogni volta che la sua gente si lamentava dell’oscurità dei tempi, ricordava loro che i tempi sono fatti dalle scelte e dalle azioni delle persone che li abitano”, ha detto.

“In altre parole, noi facciamo i tempi. Siamo i soggetti della storia, non solo i suoi oggetti. E se non lavoriamo consapevolmente per migliorare i tempi con la luce di Gesù Cristo, allora i tempi ci renderanno peggiori con le loro tenebre”.

“C’è del bene nel mondo, e vale la pena lottare per esso”, ha ribadito Chaput, ricordando ancora una volta il Signore degli Anelli. “Questa è una descrizione piuttosto buona della vocazione che Dio chiede a ciascuno di noi”.

 

Fonte: Catholic News Agency

 




Individuo, società e istituzioni: collaborazione per il bene comune

“Remi Brague dice che l’Europa non crede più in nulla. Il giudizio è attendibile e pone la domanda: perché dovremmo credere nell’Europa, se essa non crede più in nulla? Brague non dice Unione Europea, dice Europa. Se l’Unione Europea non crede più in nulla è perché l’Europa non crede più in nulla. Se è così, bisogna riprendere il discorso dall’Europa più che dall’Unione Europea, che ne seguirà di conseguenza.”

Dalla relazione tenuta da Stefano Fontana al Convegno “Un Manifesto per l’Europa”.

Stefano Fontana

Stefano Fontana

 

di Stefano Fontana

 

La collaborazione in Europa tra individui, società e istituzioni per il bene comune richiede di esaminare almeno i due concetti di bene comune e di sussidiarietà. In questo breve intervento mi riprometto di mettere a confronto questi due principi della Dottrina sociale della Chiesa con la loro realizzazione nell’architettura e nella prassi dell’Unione Europea. Distinguo, come è naturale, tra Europa, processo di unificazione europea e Unione Europea. È sbagliato far coincidere i tre elementi. I due principi del bene comune e della sussidiarietà, così come sono chiariti dalla Dottrina sociale della Chiesa, appartengono all’Europa per natura e per storia, si tratta di vedere se sono stati recepiti correttamente nel processo di unificazione europea e nell’Unione Europea. Se così non fosse se ne potrebbe dedurre che il processo di unificazione abbia eroso elementi importanti di “europeità”, favorendo un europeismo senza europeità, ossia l’europeismo come ideologia.

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Per la Dottrina sociale della Chiesa il bene comune ha alcune caratteristiche essenziali. La prima è quella della moralità: non è un concetto quantitativo ma qualitativo, la vita buona di tutti gli europei e di ogni europeo in quanto uomini. Il senso morale dell’espressione è attestato dalla presenza della parola “bene”. A meno di non intendere tale parola secondo significati impropri e riduttivi, essa richiama ad un ordine finalistico a cui corrispondere. Ne consegue che una visione utilitaristica, convenzionale, relativista del bene non è in grado di fondare il bene comune. Questo è il primo punto, ed è, come si vede, veramente fondamentale.

Per la Dottrina sociale della Chiesa il bene comune è quindi un concetto anche finalistico: ecco il secondo punto. È il fine a costituire il bene: senza un fine naturale da raggiungere il bene comune diventa o la somma dei desideri individuali (l’interesse generale) o il bene del potere politico (il bene pubblico). Per sapere cosa sia il bene devo sapere cosa sia l’uomo e quale sia il suo fine, ma è proprio questa la principale debolezza culturale del processo di unificazione dell’Europa che, come scrisse Remi Brague, “è divenuta incapace di dire perché è bene che ci siano degli uomini” e quindi “siamo diventati incapaci di credere nel valore dell’uomo”.

In terzo luogo per la Dottrina sociale della Chiesa il bene comune è analogico e organico. Non c’è un unico bene comune (il benessere collettivo), ma esso si articola nel bene della persone, delle famiglie, delle imprese, delle nazioni e così via … il bene comune è articolato, composito, sinfonico: le giuste relazioni naturali delle parti tra di loro e verso il tutto. Ciò richiede che ogni livello sociale abbia e persegua il proprio bene comune da intendersi come risposta alla propria finalità naturale nell’esercizio delle attività e funzioni a ciò consone. L’individuo vive dentro società naturali (come per esempio la famiglia) ed elettive (come per esempio un corpo sociale intermedio) le quali partecipano alla costruzione del bene comune in senso organico e non nel senso di una pluralità di individui posti di fronte ad un individuo più forte di tutti che è il Potere Pubblico. Oggi i cittadini sono posti davanti allo Stato e davanti all’Unione Europea secondo il medesimo schema: da individuo a Individuo.

Per questo non c’è nella Dottrina sociale della Chiesa il concetto di sovranità, perché ogni realtà sociale agisce secondo i doveri che ha verso l’ordine finalistico che le è proprio, tutte hanno un superiore da riconoscere. Il bene è l’ordine delle cose in quanto aventi un fine naturale da raggiungere. O c’è una natura finalistica delle cose – della persona, della famiglia, dell’impresa, dei municipi, delle aggregazioni sociali, delle nazioni e così via – il cui raggiungimento corrisponde al bene comune, oppure il bene comune è convenzionale, debole, non fondato.

In quarto luogo il bene comune ha una struttura sussidiaria, con il che ci colleghiamo espressamente con l’altro principio che dobbiamo esaminare. Sussidiaria vuol dire solidale secondo l’ordine naturale e finalistico delle articolazioni sociali. Perché la società di ordine superiore deve aiutare quella di ordine inferiore a fare da sé? Perché questa possa conseguire il suo fine naturale e solo per questo. L’aiuto sussidiario è una forma di vera solidarietà. È sbagliato pensare alla solidarietà come qualcosa di diverso a di aggiunto alla sussidiarietà, essa coincide con la sussidiarietà.

L’ultimo elemento del bene comune secondo la Dottrina sociale della Chiesa è la verticalità. Il bene comune non è possibile senza il fondamento ultimo del bene ossia il Bene-in-sé. Se c’è un ordine naturale finalistico che fonda il bene comune, ci deve essere anche un Fine ultimo, senza del quale anche i fini intermedi perdono di significato. Considerato in senso solo umano, il bene comune manca della assolutezza di cui invece ha bisogno e che non sa darsi da solo, come anche pensatori laici come Habermas o Böckenförde hanno evidenziato. Il bene comune è un concetto etico, ma l’etica non si fonda su se stessa perché l’uomo non si fonda su se stesso. Il bene comune richiede un fondamento ultimo trascendente e questo spiega la nota insistenza di Giovanni Paolo II a volere il riferimento a Dio nella Costituzione Europea e il provocatorio invito di Benedetto XVI a vivere come se Dio fosse: etsi Deus daretur. “Per credere nell’Europa abbiamo bisogno di credere non solo nell’Europa” (Brague).

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Facciamo ora una breve verifica sulla presenza di questi elementi del bene comune e della sussidiarietà nella architettura e nella prassi dell’Unione Europea.

È difficile sostenere che l’Unione Europea assuma il bene comune in senso morale, ossia non in modo funzionale o convenzionale. Forse questo concetto era presente nei Padri fondatori cattolici ma non nel Manifesto di Ventotene, di tipo illuminista. Oggi l’’ideologia dell’Unione Europea sembra fondarsi unicamente sul principio di autodeterminazione: libertà sganciata dalla verità che non sia una verità convenzionalmente stabilita e quindi funzionale alla liberta; diritti sganciati dai doveri che non siano quelli convenzionalmente definiti e quindi funzionali ai diritti.

Date queste premesse è difficile pensare che quello oggi presente nell’Unione Europea sia un bene comune inteso in senso finalistico. Possiamo dire che l’Unione Europea sia un compromesso tra sovranismi, ossia tra diversi fini arbitrari. Oggi si usa molto la parola sovranismo per indicare una resistenza ai processi di integrazione sovrastatale in nome della sovranità statale. Non è però l’unica forma di sovranismo. C’è anche il sovranismo delle varie sfere sociali ognuna delle quali si considera sovrana nel suo ordine, c’è il sovranismo degli Stati che si considerano tali nel loro ordine, c’è il sovranismo delle istituzioni europee che spesso impongono se stesse e la propria ideologia ai livelli socialmente sotto-ordinati.

Quello dell’Unione Europea non è nemmeno un bene comune analogico e organico. L’Unione non è una “comunità di comunità” e non ha la struttura articolata e organica dei vecchi imperi. Dal centro promanano molte dinamiche che si alle realtà delle famiglie o delle nazioni uniformandole.

Il bene comune nell’Unione Europea non ha nemmeno una natura sussidiaria, nonostante il Trattato di Maastricht contempli formalmente questa nozione che però esso intende a) come attribuzione dall’alto di funzioni decentrate, b) come strumento funzionale per rendere più efficiente il sistema tramite la cosiddetta vicinanza al cittadino. La sussidiarietà implica che sia chi aiuta il corpo sociale inferiore, sia chi pretende di avere spazi di autonomia dal corpo sociale superiore lo faccia in ossequio ad una finalità naturale da raggiungere e non per funzionalità pratica o per rispondere a dei desideri. Attualmente nessun documento fondativo dell’Unione Europea e nessuna prassi delle sue istituzioni fanno riferimento ad un ordine naturale finalistico. In moltissimi campi l’Unione Europea è al lavoro per contraddire gli elementi di ordine naturale finalistico, a cominciare dalla vita e dalla famiglia fino alle comunità locali e alle nazioni.

Ancor meno degli aspetti finora visti, il concetto di bene comune dell’Unione Europea rispetta il suo carattere verticale. Tuttalpiù l’Unione Europea può: a) considerare le religioni come fatto privato da bandire dalla pubblica piazza; b) considerare indifferentemente tutte le religioni come aventi un diritto pubblico. Nell’uno o nell’altro caso la ragione politica dell’Unione Europea ha dogmaticamente scelto l’indifferenza verso le religioni nel senso di non misurarsi con la “verità” o meno delle religioni. Per la Dottrina sociale della Chiesa invece, il bene comune richiede non solo e non tanto una generica apertura gnostica al trascendente quanto un serio confronto con la verità delle religioni e quindi con la religio vera.

La collaborazione per il bene comune in Europa di individui, società e istituzioni è oggi molto difficile in quanto l’Unione Europea ha impostato se stessa su principi che pongono difficoltà molto serie a questa collaborazione. L’Unione Europea è il primo finanziatore dell’aborto nel mondo, spinge perché gli Stati membri adottino legislazioni a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso, la giurisprudenza europea stabilisce precedenti per le legislazioni nazionali nel sovvertimento del diritto naturale, le nazioni vengono considerate in senso prevalentemente folkloristico e la difesa delle identità culturali vituperata come nazionalismo, si va verso un globalismo europeo fatto indebitamente coincidere con la solidarietà tra i popoli europei… ecco alcuni esempi della difficoltà della suddetta collaborazione.

Circa i possibili sviluppi futuri vorrei segnalare qui tre semplici spunti:

Remi Brague dice che l’Europa non crede più in nulla. Il giudizio è attendibile e pone la domanda: perché dovremmo credere nell’Europa, se essa non crede più in nulla? Brague non dice Unione Europea, dice Europa. Se l’Unione Europea non crede più in nulla è perché l’Europa non crede più in nulla. Se è così, bisogna riprendere il discorso dall’Europa più che dall’Unione Europea, che ne seguirà di conseguenza.
L’Unione Europea in fondo ha accolto lo schema hobbesiano dello Stato moderno come Summum artificium e Grande Individuo. Per questo un eventuale sviluppo negli Stati Uniti d’Europa è da vedere con preoccupazione perché si collocherebbe in quello stesso schema.
Certamente un Parlamento che non può proporre leggi è una assurdità democratica e tutti notano un grande deficit di democrazia nell’Unione Europea, ma la soluzione non arriverà solo da “più democrazia” se si rimane dentro la concezione di democrazia propria del Manifesto di Ventotene e non in quella indicata dalla Dottrina sociale della Chiesa.
In conclusione, non c’è bisogno di “più Europa”, c’è bisogno di credere in qualcosa di più che l’Europa.

 

Fonte: vanthuanobservatory





LA SOCIETA’ HA CONDANNATO ALFIE A VITA BREVE. PREPARIAMO IL FUTURO

Riprendo un interessante intervento (qui) di mons. Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste e Presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân di Trieste.

Foto: mons. Gianpaolo Crepaldi

Foto: mons. Gianpaolo Crepaldi

Nelle vicende accadute al piccolo Alfie Evans, che tutti seguono con grande apprensione e partecipazione, colpisce e preoccupa il fatto che i comportamenti corretti da assumere fossero molto chiari e che, nonostante ciò, ci si sia accaniti a non metterli in atto. In questo caso il giudizio morale si imponeva senza molti margini di discrezionalità: la vita del bambino doveva essere salvata e tutti gli interessati, familiari e personale sanitario, avrebbero dovuto aiutarlo a vivere, pur nella estrema precarietà della sua situazione clinica. Certo, la situazione era ed è complessa, per il convergere di tante situazioni di tensione emotiva, di pena e di umana compassione. Ma dal punto di vista del giudizio morale non era e non è complessa, in quanto si dà il dovere di aiutare a vivere. Né gli interventi medici nei suoi confronti erano qualificabili come accanimento terapeutico. A maggior ragione, quindi, stupisce e preoccupa l’atteggiamento di non tenere conto di queste elementari considerazioni di buon senso etico e di costruire degli artificiosi e contradditori paradigmi morali secondo i quali il “bene” del bambino avrebbe dovuto consistere nella sospensione della ventilazione, ossia nella sua morte. Come provocare la morte possa essere fatto in vista del “bene” di un bimbo innocente rimane una contraddizione logica ed etica difficile da spiegare.

C’è poi un altro elemento in questa triste vicenda che risulta molto chiaro al buon senso naturale, vale a dire che lo Stato, nemmeno tramite le sue magistrature come sono i giudici nei tribunali, può sostituirsi al diritto naturale. La sentenza che ha ordinato la morte di Alfie tramite un atto eutanasico non ha rispettato il diritto naturale almeno in due punti: ha decretato la morte di un innocente, cosa che la coscienza di tutti i popoli ha sempre condannato come immorale, e ha sottratto il bambino alla potestà dei genitori, affidandolo allo Stato che, in qualche modo, è diventato “padrone” del piccolo. Si tratta di due aspetti molto preoccupanti, che gettano una luce torva sul futuro di noi tutti. Lo Stato, attraverso i suoi magistrati, e nonostante la legge britannica non preveda l’eutanasia per i minori, si è sostituto alla volontà dei genitori, ha come segretato il bambino, ha impedito il suo trasferimento e infine ha messo in atto la sospensione della ventilazione. E’ chiaro che un simile potere non può appartenere a nessun Stato e se così fosse tutti sarebbero in pericolo.

Il giudizio morale da darsi e il corretto comportamento da assumere erano e sono quindi chiari e privi di incertezze. Proprio questo però rende molto allarmante il fatto di non averli seguiti. Ciò sta a significare che in questo caso si è perso il contatto con la realtà e la coscienza, con le verità del senso comune, dimenticando cosa sia il bene in senso oggettivo. Più le verità sono ovvie e più preoccupa se non vengono rispettate e seguite perché significa che le nostre categorie mentali e morali stanno cambiando in peggio.

Davanti a simili fatti, chi si occupa di Dottrina sociale della Chiesa, di giustizia e pace nella società umana, sperimenta come un fallimento. Nel lettino del piccolo Alfie tutti i principi della Dottrina sociale della Chiesa sembrano naufragati. Il bene comune svanisce se si uccide un innocente, non come fatto accidentale ma come obiettivo voluto e ufficialmente decretato dall’autorità. Non c’è sussidiarietà se lo Stato si impossessa di una bimbo sottraendolo ai genitori. Non c’è solidarietà se il bene di Alfie è stabilito da un giudice secondo le proprie categorie di qualità della vita. Non c’è scelta preferenziale per i poveri se è proprio un povero bambino ad essere assassinato. Non c’è dignità della persona umana se la vita viene così calpestata. La sentenza su Alfie ha eliminato il diritto naturale, ha fatto piazza pulita del diritto a fare obiezione di coscienza, ha raso al suolo il concetto di oggettività del bene. Rimane solo l’oggettività del potere del nuovo Leviatano. Anche a tutto ciò si sono opposti coloro che, in varie forme, hanno manifestato la loro solidarietà al piccolo Alfie e alla sua famiglia, tra cui anche il Santo Padre Papa Francesco.

Ma non sarà la sentenza di un giudice, né l’azione di un governo, né la decisione di un ospedale a cambiare la verità e il bene. La sentenza inglese e quanto ne è seguito e ne segue non tengono conto né della verità né del bene, ma così ne testimoniano ugualmente in forma negativa la necessità e l’urgenza. La società che ha condannato a morte Alfie ha vita breve, bisogna continuare a preparare il futuro.




DON GIUSSANI: “NON UN BENE COMUNE QUALSIASI, MA UN BENE COMUNE COME IDEALE”

DON GIUSSANI: “NON UN BENE COMUNE QUALSIASI, MA UN BENE COMUNE COME IDEALE”

Qualche giorno fa ho partecipato a Bari ad un incontro pubblico organizzato da alcuni amici in vista delle elezioni del 4 marzo prossimo.

L’incontro è nato dall’esigenza di lavorare sul contenuto di un volantino intitolato “La politica, dimensione essenziale della convivenza civile”, che riprende il discorso tenuto da Papa Francesco a Cesena nell’ottobre scorso. Il punto fondamentale di tale discorso è l’invito a non rimanere ad “osservare dal balcone”, ma a coinvolgersi con la cosa pubblica. Si legge infatti: “è essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune”. E proprio il concetto di bene comune viene ripreso varie volte, fino ad affermare che: “Questa armonizzazione dei desideri propri con quelli della comunità fa il bene comune”.

È, quella del Papa, una sollecitazione molto importante. Occorre però tutta la nostra responsabilità e maturità di cristiani per calarla non solo nell’attuale situazione nazionale, visto che prossimamente vi sarà un importante evento come le votazioni, ma, in generale, nel più ampio panorama che vede potenti forze di natura culturale, politica ed economica che, in un modo o nell’altro, incidono subdolamente o apertamente nella vita di tutti i giorni.

Oggi, specialmente in questo frangente di promesse e slogan elettorali, tutti ci parlano di “bene comune”. Ma ci basta? Ci soddisfa semplicemente dire che occorre impegnarci per il bene comune? Senza altra declinazione?

Credo proprio di no.

Viviamo, infatti, in tempi drammatici, che ci impediscono di accontentarci di un qualche criterio di natura generale, come è appunto quello del bene comune, anche se importante. Le sfide scatenate alla dignità della persona umana, alla struttura antropologia della famiglia, alla sacralità della vita, per essere affrontate, richiedono un sovrappiù di coscienza. È per questo che non può essere un criterio generale, per quanto necessario come il bene comune, che ci muove, ma sono le ragioni che sottostanno al bene comune che ci spronano, che possono darci quella energia vitale. Senza di esse, la persona rimane senza vigore, e lo stesso bene comune risulta oscuro, rimane un concetto come tanti altri.

Date le sfide cui abbiamo accennato, non è detto che una semplice “armonizzazione” dei desideri propri con quelli degli altri possa portare automaticamente al bene comune. Anzi, in alcune circostanze, quando venissero proposte ed approvate leggi lesive della dignità della persona o della famiglia, pur se presentate come espressione del rispetto della libertà altrui, e dunque del “bene comune”, occorre esprimere verso di esse un nostro rifiuto, a volte anche molto netto. E in particolari circostanze, occorre addirittura fare resistenza ed obiezione di coscienza poiché: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (Atti, 5,29).

E ciò perché il bene comune non è necessariamente il frutto di un compromesso o di un accordo, non è neanche la media dei beni comuni individuali.

Il bene comune trae la sua ragion d’essere dalla verità, esso è il riflesso di quella verità che è inscritta da Dio nel cuore dell’uomo, ed è visibile nella legge naturale, ad esempio nella famiglia naturale formata da un uomo ed una donna, aperta alla generazione della prole. Per questo, ogni violazione della legge naturale, perpetrata anche mediante il diritto, non potrà che avere un effetto negativo sull’uomo e sulla società nella sua interezza.

Diceva a questo proposito don Giussani: “La genesi di un popolo è una compagnia alla ricerca del suo destino. E, infatti, un popolo è tenuto insieme sempre da una visione di bene, di un bene comune. Non un bene comune qualsiasi, ché altrimenti la collettività e la solidarietà sarebbero provvisorie proprio in sé e non costituirebbero, non darebbero personalità a quel popolo.” (…) “Ciò che dà personalità a un popolo è un ideale, un bene comune come ideale, che sta al di là, al di là di tutto l’elenco di interessi e di bisogni da soddisfare.” (“Certi di alcune grandi cose 1979-1981, BUR, 2007, pag.432-433).

Per questo, non saranno mai i meccanismi, anche se democratici, come ad esempio la maggioranza, a rendere giusta la nostra società, ma gli uomini giusti. Perché il rischio, nel caso contrario, è che lo Stato, anziché essere al servizio della persona e delle comunità, a cominciare dalla famiglia, imponga dall’alto un suo pseudo “bene comune”.

E a proposito di “uomini giusti”, bello il momento in cui uno dei due relatori, il senatore, ha detto che una delle cose che lo ha sempre guidato nell’attività politica è stato un passo della Bibbia, quello in cui Dio in sogno dice a Salomone di chiedergli un dono. Ci si sarebbe aspettati una richiesta di maggiore potere, maggiori ricchezze, la vita dei suoi nemici. E invece Salomone chiede il dono di essere giusto nel governo del suo popolo, di ricevere il dono di saper “distinguere il bene dal male” (1Re 3,5.7-12).

Ecco, un bene comune che non attingesse o non facesse riferimento al saper “distinguere il bene dal male”, come chiedeva Salomone, sarebbe un bene comune vuoto, buono solo per essere “venduto” a poco prezzo durante le campagne elettorali. Un vero e proprio inganno. Un criterio buono per incamminarci verso non si sa che cosa.

Invece, bellissimo ed istruttivo il verso della canzone di Claudio Chieffo: “cammina l’uomo quando sa bene dove andare”.

In conclusione, la concezione della vita che è alla base di questo folle attacco alla dignità della persona e della famiglia, un attacco che si configura come un vero e proprio “tsunami antropologico”, costituisce la “cartina di tornasole” per giudicare i politici ed i loro programmi, per giudicare le proposte di legge e le riforme costituzionali, le politiche di gestione delle migrazioni e la sanità, e così via.

Il prossimo 4 marzo, nonostante la volgare legge elettorale che impedisce di esprimere una preferenza, credo dovremmo fare qualche seria riflessione prima di mettere la crocetta sulla scheda.

Sabino Paciolla