La Fine della Storia (2° di Avvento: l’esigenza di essere amati e i “due” amori)

“Il bene di tutti” – Gli affreschi del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti a Siena

“Il bene di tutti” – Gli affreschi del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti a Siena

 

 

di Pierluigi Pavone

 

1.

Esistono tre grandi spiegazioni che spiegano la struttura sociale dei popoli e delle civiltà.

Quella nota appartiene a liberali e comunisti. Per entrambe le visioni politiche, infatti, è la proprietà privata a determinare la divisione sociale. Per Locke, il possesso è una legittima rivendicazione individuale, a partire dal presupposto che la terra non è di nessuno, se non di chi la lavora. Marx, invece, eredita la versione radicale che la proprietà privata sia un abuso e un furto. Per Locke, la proprietà privata è un diritto naturale (insieme a vita, libertà, ricerca della felicità): esiste cioè per evidenza razionale, prima ancora del riconoscimento dello Stato. Ciò che lo Stato riconosce è un fatto preesistente alla legge positiva. Lo Stato esiste come frutto utilitaristico di contratto sociale, al fine di tutelare meglio il possesso e il corpo dei cittadini. E intervenire, con la pena proporzionata al danno che qualcuno potrebbe causare ad un altro. Per Marx questo Stato borghese crea una schizofrenia sociale, illudendo tutti dell’uguaglianza politica di fronte alla legge, ma lasciando sussistere, nel privato, la differenza economica tra servo e padrone.

2.

Marx aveva appreso da Hegel la dialettica servo-padrone. L’aveva interpretata in modo superficiale e materialistico. L’aveva innestata all’interno dell’intero processo storico, come una perenne lotta tra classi, tra “oppressi e oppressori”. Gli oppressori, forti della ingiusta proprietà, hanno sempre dominato con la forza della repressione e strumentalizzando la religione come narcotico anti-rivoluzionario (oppio dei popoli). Fino al capitalismo, l’ultima grande società, quella più originale: la società che riduce le classi a borghesi e proletari; la società che possiede in se stessa le ragioni della propria implosione (oligarchia del capitale, proletarizzazione della masse, saturazione del mercato); la società che, per prima, conoscerà i propri servi essere la causa universale, messianica, di rivoluzione. Saranno loro a realizzare la Fine della Storia: la società senza classi, la società in cui verrà meno il senso stesso della legge (che è oppressione per sua natura, come già aveva detto il serpente ad Adamo). E gli uomini (divini) vivranno per sempre senza una struttura di oppressione, sudditanza e alienazione. Lì dove ognuno sarà in grado di oggettivare la propria umanità, per mezzo di un lavoro libero.

3.

Tuttavia Hegel aveva inteso per servo-padrone qualcosa di più complesso. E anche un liberale come Fukuyama lo ha apprezzato, tanto da rivedere criticamente il “suo” Locke e tutta la dottrina liberale.

Hegel, infatti, aveva inteso come conflitto tra servo e padrone non la dimensione esterna e materiale dell’uomo, bensì la sua interiorità: l’uomo vive in se stesso la contraddizione tra l’essere un animale, determinato dall’istinto alla sopravvivenza e disposto a sacrificare tutto, pur di fuggire la morte, e l’essere qualcosa di superiore. Hegel, assolutamente erede dello gnosticismo degli umanisti – per cui l’uomo ha una essenza indeterminata –, crede che l’umanità sia in divenire, sia il frutto di una sintesi razionale tra una tesi e una antitesi, tra l’essere animale, servo della paura della morte, e la capacità – tutta umana – di padroneggiare questa paura. Di opporre –  alla paura – il desiderio di “essere riconosciuto come uomo da altre autocoscienze libere” (cioè in grado di dominare, e non servire, la paura della morte). Proprio questa umanità di alcuni, questa superiorità (non raziale) di dominare la propria animalità, ha determinato, per Hegel, la formazione della classe al potere, rispetto a chi, pur di sopravvivere, si è arreso, si è lasciato dominare dalla paura. E quindi dal padrone.

4.

Fukuyama è convinto che il Capitalismo Democratico sia il sistema definitivo di tutta l’umanità, sia il sistema che ogni uomo e ogni civiltà desidererebbe per sé (in una condizione di libera scelta), proprio perché in grado di soddisfare sia le classiche esigenze liberali, sia perché in grado di soddisfare questo bisogno di riconoscimento. La Fine della Storia è lo Stato Globale, segnato inequivocabilmente dalla rivoluzione scientifica e il linguaggio universale delle scienze e della tecnologia; dalla fine delle guerre mondiali; dalla fine della Guerra Fredda. Benessere materiale, pari opportunità, meritocrazia senza limiti sono i componenti che determinato la fine del processo evolutivo della storia politica dell’uomo.

5.

Ad essere sinceri, Hegel – anche solo sul piano antropologico e politico – in verità contempla almeno un’altra grande contraddizione nel cuore dell’uomo: quella tra rivendicazione individualistica al possesso e il bisogno di elevarsi ad un Universale, una Legge assoluta. E vede nella famiglia prima e nello Stato-Nazione poi, l’unica possibilità concreta di conciliare le due esigenze. Lo Stato-Mondo è una contraddizione in termini. Lo Stato-Nazione è il più grande noi che l’uomo è in grado di concepire e dove è in grado di riconoscersi ed essere riconosciuto. È etico nel senso profondo di ethos, volk. Dimora ultima a cui appartenere intenzionalmente e coscientemente. Polis, come per Platone.

6.

Proprio Platone rappresenta la terza alternativa per spiegare la determinazione sociale. Gli uomini e le donne dovrebbero essere divisi in tre macro funzioni sociali, determinate dalla predisposizione naturale di ognuno, al fine di assicurare la giustizia e il bene dell’unico organismo vivente, lo Stato. È l’anima ad essere divisa in tre parti, ragione, istinto irascibile e istinto concupiscibile. Alla ragione spetta il governo; all’istinto irascibile spetta la forza e il controllo militare; all’istinto concupiscibile spetta il lavoro, la proprietà e la famiglia. Da questa tripartizione sociale dipenderà anche l’ordine medievale degli Oratores, Bellatores e Laboratores. Fino alla Rivoluzione Francese. Lì dove, ognuno, invece, pregherà se stesso come dio, combatterà i nemici di questa fede (gnostica) –  indicati come nemici del popolo, secondo quella nomenclatura tanto cara ai comunisti di ogni epoca e girone infernale che hanno creato –, lavorerà per plasmare la propria essenza.

7.

Siamo debitori di Platone. Perché, al di là di ogni considerazione sugli aspetti della sua visione, ha assicurato al mondo un principio politico fondamentale. OGNI VISIONE POLITICA DIPENDE DA UNA PRECISA VISIONE ANTROPOLOGICA. La visione di Hegel dipende dalla figura del servo-padrone e dai suoi sviluppi; la visione liberale dello Stato dipende dalle tesi giusnaturaliste originarie; la visione marxista dipende dall’eredità hegeliana e dalla visione del lavoro in fabbrica. Non esiste, in questo senso, nessuna laicità.

Anzi, non esiste affatto la laicità. Almeno per sant’Agostino e i cattolici. Proprio sant’Agostino affermava che la stessa visione dell’uomo si radica su una precisa visione di Dio. O si crede in Dio e lo si ama fino al disprezzo di se stessi. Oppure si crede in se stessi come dio (diventerete come Dio…), fino al disprezzo del Creatore. Questi due amori hanno in realtà determinato tutta la storia dell’umanità. E non esiste nessuna Fine della Storia. I cattolici credono che l’Avvento sia l’attesa di Dio, l’Incarnazione del Verbo. Sempre i cattolici credono che “il secolo” sia l’attesa dell’Anticristo. Tra queste due attese, non c’è spazio per nessuna pace. Solo per la semina di grano o zizzania. Tra queste due attese corre il tempo della Chiesa, tra fedeltà, evangelizzazione, martirio, persecuzione, apostasia. Tutte queste cose si svolgono tra la prima venuta di Cristo – nella stalla e per la Croce – e la seconda venuta di Cristo – nella Gloria e per il Giudizio. Dal Natale, i popoli e le nazioni si muovono nel tempo verso la manifestazione dell’Anticristo e l’apostasia. Poi sarà il Giudizio Universale. E la mietitura del grano e della zizzania. Allora e solo allora verranno divisi. Per sempre.

 

(La precedente puntata la potete leggere qui)




Teologia dell’avvento e parusia del Cristo

madonna del parto

madonna del parto

 

 

di Silvio Brachetta

 

Due sono i mondi, il naturale e il soprannaturale. Due le speranze, quella disillusa, in questa vita, e quella appagata, nella vita eterna. Due le realtà della sostanza umana, la corporale e la spirituale. Due le città, la città dell’uomo e la città di Dio. Due i luoghi sempiterni, l’inferno e il paradiso. Due le paternità, la terrena e la divina. Due le maternità, la carnale e la mariana.

Sono due, anche, gli Avventi, le venute del Cristo nella storia: una nel tempo, a Betlemme, che conosciamo come incarnazione – e una alla fine del tempo, quando il Signore tornerà a giudicare i vivi e i morti. Non è strano tutto ciò – dice san Cirillo di Gerusalemme, nella quindicesima Catechesi – poiché «quasi sempre nel nostro Signore Gesù Cristo ogni evento è duplice». E, dunque, è «duplice la generazione [del Verbo], una da Dio Padre, prima del tempo, e l’altra, la nascita umana, da una Vergine nella pienezza dei tempi». Non solo, ma «due sono anche le sue discese nella storia: una prima volta è venuto in modo oscuro e silenzioso, come la pioggia sul vello; una seconda volta verrà nel futuro, in splendore e chiarezza davanti agli occhi di tutti».

Secondo Cirillo, duplice è l’affetto del Cristo (sofferenza e gioia), come duplice è il suo giudizio (la croce e la gloria): «Nella sua prima venuta fu avvolto in fasce e posto in una stalla, nella seconda si vestirà di luce come di un manto. Nella prima accettò la croce senza rifiutare il disonore, nell’altra avanzerà scortato dalle schiere degli angeli e sarà pieno di gloria».

 

La presenza gloriosa del Cristo

 

È necessario – continua Cirillo – non limitarci a meditare solo sulla prima venuta, ma vivere in attesa della seconda. La magia del freddo Natale è un preludio alla magia del Natale perpetuo, perché il Verbo è generato eternamente dal Padre e questa generazione è fonte di beatitudine infinita, a cui l’uomo è chiamato a partecipare. Soprattutto chi è nella sofferenza e piange per la mancanza di giustizia, deve guardare a Gesù con amore e credere fermamente che «vi sarà la fine di questo mondo e la nascita di un mondo nuovo».

L’Avvento del Cristo alla fine dei tempi è chiamata anche “parusia” che, secondo il significato greco, si può tradurre con “presenza”. La parusia, nel senso generale, è la presenza del Re, del divino. Non è sbagliato considerare la parusia un “ritorno”, seppure non sia opportuno ritenerla tale: la presenza, infatti, è uno stato dell’essere che va oltre il tempo, così come Dio non ha bisogno di andare e tornare fisicamente in alcun luogo. C’è una differenza, inoltre, tra la prima e la seconda parusia. Nella prima – l’incarnazione – Dio si spoglia di se stesso e viene al mondo nella povertà, nella sofferenza della croce. Nella seconda – alla fine della storia – Dio viene nella gloria e nella potenza.

San Paolo, nella Lettera a Tito (11-13), attesta dell’incarnazione del Verbo nella storia: «È apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo». E non solo (o non tanto) per via della nostra vita secolare, ma «nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo». Qua san Paolo chiama «beata» la speranza, perché la parusia del Signore è la realizzazione della salvezza umana, dopo che Gesù ci ha redenti e perdonati nel suo sangue. La parusia finale è anche il giorno del giudizio, nel quale il Cristo «è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai» (Ml 3, 1-3). Egli «siederà per fondere e purificare»: chi mai «sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire?». I penitenti certamente sopporteranno e resisteranno nel giorno del giudizio e, anzi, pronunceranno nuovamente il soave cantico natalizio: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21, 9).

 

Non solo due, ma quattro Avventi

 

Quanto a Dio, allora, vi è una duplice operazione che, dal seno della Ss. Trinità, emana nella storia, prima con l’incarnazione del Verbo e poi con la parusia finale. In questo senso, gli Avventi sono due. Ma proprio perché il Signore è presente nella storia, la sua operazione coinvolge l’uomo, la sua vita, la sua libertà e la sua possibilità di scegliere il bene e il male. Per questo motivo sant’Antonio di Padova, nel Primo Sermone di Avvento, espande la presenza di Dio e parla di quattro Avventi – nei quali l’uomo ha una parte attiva: egli non è mero spettatore, ma è il soggetto al quale Dio rivolge tutta la sua attenzione e il suo amore. Il primo Avvento è la presenza di Cristo nella carne (incarnazione), il secondo è la presenza di Cristo nella mente umana (conversione), il terzo è la presenza di Cristo al momento della nostra morte (scelta), l’ultimo Avvento è la presenza di Cristo nella maestà (giudizio).

Sant’Antonio dà una lettura molto originale del celebre passo lucano d’Avvento: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle» (Lc 21, 25). Il sole è Gesù Cristo, che è «sol, solus»: è solo, nel senso che «abita una luce inaccessibile», come dice l’Apostolo. E questo sole «è divenuto nero come un sacco di crine» (Ap 6, 12), ovvero la natura divina del Verbo assunse la natura umana, come se un sacco coprisse una grande luce. Ecco dunque che l’Emmanuele prende la carne della Vergine, che è carne non corrotta dal peccato, come quella di Adamo prima della caduta. I «segni nel sole» – dice Antonio – rappresentano le cinque piaghe del corpo di Gesù, alle mani, ai piedi e al costato. Piaghe di passione e di amore, per aprire all’uomo le porte del paradiso. Dalle piaghe esce il sangue, che «grida misericordia», non come quello di Abele «che gridava vendetta». In questo primo Avvento, in questa prima presenza del Re dei Re, «suona la tromba della predicazione», per annunciare al mondo la salvezza.

Il secondo Avvento è nella mente dell’uomo, di cui parla il Vangelo: «Vi saranno segni nella luna», laddove la luna «diventò tutta simile al sangue» (ibidem). La luna è la figura dell’uomo – in quanto è uno tra le luci – e il sangue è il simbolo della purificazione. Quando, pertanto, Dio si manifesta nella mente, l’uomo è tenuto alla contrizione e al pentimento, seguendo la via della castità, dell’umiltà, dell’astinenza e della povertà. Viceversa, il peccato allontana la pace interiore e rende il cuore dell’uomo sempre più avaro, più idolatra, più cieco. Il sangue è anche il simbolo della «contrizione del cuore», per cui dice l’Apostolo che «senza spargimento di sangue non c’è perdono» (Eb 9, 22), proprio nel senso che non si entra nella salvezza senza contrizione.

 

Il Signore chiama alla salvezza

 

Il terzo Avvento ha a che fare con la morte corporale, quando il Signore si fa presente per il giudizio particolare di ciascuna anima. A questo è riferita la terza affermazione evangelica summenzionata: «Vi saranno segni nelle stelle». Le stelle – prosegue il santo di Padova – sono gli uomini viventi, che «dal cielo caddero sopra la terra» (Ap 6, 13). Questo significa che la natura umana dovrà cadere, alla fine dei giorni di ciascuno, verso la polvere dalla quale fu tratta da Dio. La morte del giusto o del penitente è, però, beata e l’uomo può affermare: «Io gioisco pienamente nel Signore e la mia anima esulta nel mio Dio» (Is 61, 10). Differente è la morte disperata dell’empio, che non resiste allo sfinimento delle membra e all’angoscia che gli trasmette il demonio. Sono appunto le creature infernali che cercano di portare lo spirito umano alla disperazione, immettendo in esso la «paura della geenna», specialmente nell’ultima fase della vita terrena. La volontà di Dio è ben diversa: il suo amore desidera che l’uomo non sia «deriso dai nemici», né che muoia avvelenato dal pungiglione della morte.

La parusia finale, ossia il giorno del giudizio, è il quarto e ultimo Avvento del Cristo, che verrà in «potenza e maestà». Sant’Antonio precisa che la potenza «riguarderà coloro che saranno condannati», mentre la maestà «coloro che saranno salvati». I giusti guarderanno un Gesù maestoso, pieno di gloria e splendore, mentre il loro sguardo s’illuminerà di meraviglia benevola verso la fiamma dell’amore. I reprobi, al contrario, resteranno paralizzati dallo sguardo tremendo e potente del Giudice, che infliggerà loro una fiamma di rigore.

Il Verbo, che davanti a Pilato e nel corso della storia umana è stato in silenzio, nell’ultimo giorno «griderà come una partoriente», lasciando in tal modo «libero corso al rammarico sì a lungo represso». Se lungo i secoli il Cristo è rimasto nell’attesa paziente del pentimento dei peccatori, ora – nel giorno dell’ultimo Avvento – Egli ridurrà al nulla la superbia, l’idolatria e le vane ricchezze materiali. In questo giorno eterno della salvezza, i giustificati dal sangue dell’Agnello «non resteranno delusi», poiché «saranno finiti i giorni del lutto», come profetizzò Isaia (60, 20).

Proprio perché tutti «vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria», il Vangelo lucano avverte: «Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

 




Benedetto XVI: “Risveglia la tua potenza, Signore, e vieni!”

Excita, Domine, potentiam tuam, et veni! “Risveglia la tua potenza, Signore, e vieni!” Questo è il grido che inaugura il tempo dell’Avvento. Su queste parole riprese da Benedetto XVI nell’avvento del 2010, padre Dominic Allain riflette in questo articolo pubblicato sul Catholic Herald. Eccolo nella mia traduzione. 

 

Papa Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI

 

Excita, Domine, potentiam tuam, et veni! “Risveglia la tua potenza, Signore, e vieni!” Questo è il grido che inaugura il tempo dell’Avvento. È la Colletta per la prima domenica e ricorrerà frequentemente durante queste settimane. Ha un’urgenza e una forza che dovrebbe essere il segno distintivo della nostra vita spirituale all’inizio dell’Avvento.

È quasi l’opposto della comoda vicinanza di Dio come bambino nella mangiatoia, e certamente l’opposto di un mondo secolare che già intorpidisce la nostra sensibilità con canti e pubblicità per proclamare la salvezza secolare e sentimentale con spirito di partito e autoindulgenza. È il grido di chi conosce il suo bisogno di Dio in mezzo a tanto che sembra diminuire il conforto umano e la pace.

“Excita” è la stessa parola che i discepoli gridano a Gesù mentre dorme sulla barca e la tempesta sembra minacciare la loro sopravvivenza. Dio è vicino, ma siamo noi che siamo diventati pigri e compiacenti nella nostra fede, e ora dobbiamo risvegliarci ancora una volta all’azione, alla vigilanza, alla speranza che la sua vicinanza promette. Dobbiamo allontanarci da tutte le altre illusioni sul Potere che salverà noi e il nostro mondo. È il grido dell’individuo e della Chiesa, e noi abbiamo il dovere di innalzarlo ancora di più quest’anno, dato lo stato della Chiesa e della nostra società.

Benedetto XVI ha citato questa Colletta dell’Avvento nel suo discorso alla Curia Romana nel dicembre 2010. Le sue parole, sempre lucenti, sembrano oggi profetiche e dolorosamente attuali. La Colletta è stata probabilmente composta, ha detto, mentre l’Impero Romano si stava sgretolando, lasciando sulla sua scia una grande instabilità, con la disintegrazione dello stato di diritto e dei valori morali fondamentali. Diverse calamità naturali aggravarono un profondo senso di paura e insicurezza. È proprio in questi tempi che è tanto più urgente invocare Dio che venga a salvarci.

“Anche il nostro mondo – ha detto Benedetto – è turbato dalla sensazione che il consenso morale sta crollando, e nella sfera politica, senza un tale consenso morale, le strutture giuridiche e politiche sembrano destinate al fallimento”. La stessa democrazia è inadeguata ad unire una nazione quando i politici sono guidati da una razionalità strumentale che escluderebbe le nozioni di fede e di verità.

Benedetto ha osservato che l’Anno Sacerdotale, che si è concluso nel 2010, è stato segnato “dall’abuso di minori commesso da sacerdoti che stravolgono il sacramento nella sua antitesi: e sotto il manto del sacro feriscono profondamente la persona umana nella sua infanzia e le recano un danno per tutta la vita.“.

Ha citato Ildegarda di Bingen, che ha la visione di una bella sposa con il volto sorridente, la veste strappata e i piedi anneriti. Lei è la Chiesa. Dobbiamo, ha detto, accettare questa umiliazione come un’esortazione alla verità e una chiamata al rinnovamento.

Anche all’interno della Chiesa stessa troviamo le radici della disintegrazione morale in teologie che dicono che non esiste una cosa come il male in sé, ma solo [qualcosa che è] “meglio di” o “peggio di”; tutto dipende dalle circostanze e dal fine che è in vista. “La morale – ha detto Benedetto – è stata sostituita da un calcolo delle conseguenze, e nel processo cessa di esistere”.

Quindi niente, specialmente non l’anticipo delle festività natalizie, è più adatto alla settimana a venire che un sentito grido a Dio di venirci a salvare, individualmente, a livello nazionale ed ecclesiale.

 

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Avvento: Perché aspettare un evento che ha già avuto luogo?

Nel periodo d’Avvento, risuona sempre lo stesso ritornello. “L’Avvento è un momento di attesa… “. Quindi facciamo finta di aspettare. Facciamo finta…..? Sì, perché sappiamo che Gesù è già venuto. Allora qual è il significato dell’Avvento?

Ecco un articolo di fratel Thierry-Dominique Humbrech, pubblicato su Aleteia, e tradotto da Elisa Brighenti.

 

presepe (foto da Presepe Vivente di Zavattarello)

presepe (foto da Presepe Vivente di Zavattarello)

 

L’anno liturgico è iniziato. L’Avvento è tornato. Torna sempre troppo presto. Ci ricorda che il Natale è alle porte di casa nostra, che dovremo spremere le meningi per trovare i regali adatti, per non parlare della paura di rovinarci economicamente. Ma che senso ha aspettare un evento che ha già avuto luogo? In ogni caso, attendere Cristo per un mese, un’ora alla settimana, o quattro ore in tutto, non trasformerà dicembre in una gigantesca sala d’attesa. E poi il sacerdote dice ad ogni messa che dobbiamo aspettare (se poi andiamo ogni giorno, la fatica aumenta), allora aspettiamo.

Aspettando un presepe che si è già verificato

C’è qualcosa di strano in tutto questo. Attendiamo il ritorno di Cristo, sì, nella gloria, il giorno del Giudizio Universale, il giorno in cui risorgeremo con Lui, con il nostro corpo. Questa attesa è comprensibile, segna il futuro e la speranza. D’altra parte, possiamo aspettare una nascita che ha già avuto luogo?

In realtà, l’Avvento non è un’attesa. Non dobbiamo aspettare Colui che si è incarnato per sempre. Perché ci precede in tutto. Se c’è un’ attesa, è dal punto di vista liturgico, quando il nuovo anno che si inaugura ci fa  vivere ciò che Gesù ha già vissuto, ricevere le grazie che ha dato a tutti. L’attesa è pedagogica, teatrale, è la memoria dei misteri, la celebrazione delle tappe della salvezza. Questa è un’attesa che non è rivolta a qualcosa di specifico. Semplicemente, mette alla presenza di Colui che viene ogni giorno per offrirci la Sua grazia. E’ Lui che attende con coi.

L’Avvento non è un’attesa, è un’opportunità per ricominciare da capo.

Abbiamo bisogno di ritmi, di partenze, un po’ come i bambini che, all’inizio dell’anno scolastico, desiderano inaugurare un quaderno nuovo. La vita di preghiera, disturbata dai ritmi dell’estate, ha bisogno di ricominciare dopo una lunga assenza. Non si tratta di fare le stesse cose, ma di approfondirle. Come possiamo approfondire senza ripeterci? Ascoltando più attentamente i Vangeli della Messa, che in questo periodo dell’anno sono magnifici. Occorre anche prepararli, riprenderli e farli “ritornare” durante la settimana.




Benedetto XVI : L’uomo, nella sua vita, è in costante attesa. L’Avvento cristiano è l’occasione per ridestare in noi il senso vero dell’attesa: Cristo.

Benedetto XVI

 

Cari fratelli e sorelle,

con questa celebrazione vespertina entriamo nel tempo liturgico dell’Avvento. Nella lettura biblica che abbiamo appena ascoltato, tratta dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi, l’apostolo Paolo ci invita a preparare la “venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (5,23) conservandoci irreprensibili, con la grazia di Dio. Paolo usa proprio la parola “venuta”, in latino adventus, da cui il termine Avvento.

Riflettiamo brevemente sul significato di questa parola, che può tradursi con “presenza”, “arrivo”, “venuta”. Nel linguaggio del mondo antico era un termine tecnico utilizzato per indicare l’arrivo di un funzionario, la visita del re o dell’imperatore in una provincia. Ma poteva indicare anche la venuta della divinità, che esce dal suo nascondimento per manifestarsi con potenza, o che viene celebrata presente nel culto. I cristiani adottarono la parola “avvento” per esprimere la loro relazione con Gesù Cristo: Gesù è il Re, entrato in questa povera “provincia” denominata terra per rendere visita a tutti; alla festa del suo avvento fa partecipare quanti credono in Lui, quanti credono nella sua presenza nell’assemblea liturgica. Con la parola adventus si intendeva sostanzialmente dire: Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli. Anche se non lo possiamo vedere e toccare come avviene con le realtà sensibili, Egli è qui e viene a visitarci in molteplici modi.

Il significato dell’espressione “avvento” comprende quindi anche quello di visitatio, che vuol dire semplicemente e propriamente “visita”; in questo caso si tratta di una visita di Dio: Egli entra nella mia vita e vuole rivolgersi a me. Tutti facciamo esperienza, nell’esistenza quotidiana, di avere poco tempo per il Signore e poco tempo pure per noi. Si finisce per essere assorbiti dal “fare”. Non è forse vero che spesso è proprio l’attività a possederci, la società con i suoi molteplici interessi a monopolizzare la nostra attenzione? Non è forse vero che si dedica molto tempo al divertimento e a svaghi di vario genere? A volte le cose ci “travolgono”. L’Avvento, questo tempo liturgico forte che stiamo iniziando, ci invita a sostare in silenzio per capire una presenza. E’ un invito a comprendere che i singoli eventi della giornata sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell’attenzione che ha per ognuno di noi. Quanto spesso Dio ci fa percepire qualcosa del suo amore! Tenere, per così dire, un “diario interiore” di questo amore sarebbe un compito bello e salutare per la nostra vita! L’Avvento ci invita e ci stimola a contemplare il Signore presente. La certezza della sua presenza non dovrebbe aiutarci a vedere il mondo con occhi diversi? Non dovrebbe aiutarci a considerare tutta la nostra esistenza come “visita”, come un modo in cui Egli può venire a noi e diventarci vicino, in ogni situazione?

Altro elemento fondamentale dell’Avvento è l’attesa, attesa che è nello stesso tempo speranza. L’Avvento ci spinge a capire il senso del tempo e della storia come “kairós”, come occasione favorevole per la nostra salvezza. Gesù ha illustrato questa realtà misteriosa in molte parabole: nel racconto dei servi invitati ad attendere il ritorno del padrone; nella parabola delle vergini che aspettano lo sposo; o in quelle della semina e della mietitura. L’uomo, nella sua vita, è in costante attesa: quando è bambino vuole crescere, da adulto tende alla realizzazione e al successo, avanzando nell’età, aspira al meritato riposo. Ma arriva il tempo in cui egli scopre di aver sperato troppo poco se, al di là della professione o della posizione sociale, non gli rimane nient’altro da sperare. La speranza segna il cammino dell’umanità, ma per i cristiani essa è animata da una certezza: il Signore è presente nello scorrere della nostra vita, ci accompagna e un giorno asciugherà anche le nostre lacrime. Un giorno, non lontano, tutto troverà il suo compimento nel Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace.

Ma ci sono modi molto diversi di attendere. Se il tempo non è riempito da un presente dotato di senso, l’attesa rischia di diventare insopportabile; se si aspetta qualcosa, ma in questo momento non c’è nulla, se il presente cioè rimane vuoto, ogni attimo che passa appare esageratamente lungo, e l’attesa si trasforma in un peso troppo grave, perché il futuro rimane del tutto incerto. Quando invece il tempo è dotato di senso, e in ogni istante percepiamo qualcosa di specifico e di valido, allora la gioia dell’attesa rende il presente più prezioso. Cari fratelli e sorelle, viviamo intensamente il presente dove già ci raggiungono i doni del Signore, viviamolo proiettati verso il futuro, un futuro carico di speranza. L’Avvento cristiano diviene in questo modo occasione per ridestare in noi il senso vero dell’attesa, ritornando al cuore della nostra fede che è il mistero di Cristo, il Messia atteso per lunghi secoli e nato nella povertà di Betlemme. Venendo tra noi, ci ha recato e continua ad offrirci il dono del suo amore e della sua salvezza. Presente tra noi, ci parla in molteplici modi: nella Sacra Scrittura, nell’anno liturgico, nei santi, negli eventi della vita quotidiana, in tutta la creazione, che cambia aspetto a seconda che dietro di essa ci sia Lui o che sia offuscata dalla nebbia di un’incerta origine e di un incerto futuro. A nostra volta, noi possiamo rivolgergli la parola, presentargli le sofferenze che ci affliggono, l’impazienza, le domande che ci sgorgano dal cuore. Siamo certi che ci ascolta sempre! E se Gesù è presente, non esiste più alcun tempo privo di senso e vuoto. Se Lui è presente, possiamo continuare a sperare anche quando gli altri non possono più assicurarci alcun sostegno, anche quando il presente diventa faticoso.

Cari amici, l’Avvento è il tempo della presenza e dell’attesa dell’eterno. Proprio per questa ragione è, in modo particolare, il tempo della gioia, di una gioia interiorizzata, che nessuna sofferenza può cancellare. La gioia per il fatto che Dio si è fatto bambino. Questa gioia, invisibilmente presente in noi, ci incoraggia a camminare fiduciosi. Modello e sostegno di tale intimo gaudio è la Vergine Maria, per mezzo della quale ci è stato donato il Bambino Gesù. Ci ottenga Lei, fedele discepola del suo Figlio, la grazia di vivere questo tempo liturgico vigilanti e operosi nell’attesa. Amen!

 

(Omelia di Papa Benedetto XVI, per la celebrazione dei vespri per l’inizio del Tempo di Avvento – Basilica Vaticana
Sabato, 28 novembre 2009)




La Fine della Storia (1° di Avvento: IL NATALE E LE “SEI” ETÀ)

La grotta di Betlemme

La grotta di Betlemme

 

di Pierluigi Pavone

 

1.

L’espressione si riferisce all’opera di Fukuyama, sul capitalismo democratico come apice definitivo del progresso politico uni-direzionale di tutta l’umanità. Dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1989, molti hanno creduto di essere oramai di fronte alla “fine della Storia”, cioè di fronte alla prospettiva globalista e capitalista, in modo universale e irreversibile. Molti hanno salutato, a diverso titolo, questo avvenimento e questa prospettiva in senso assolutamente positivo. La fine della Guerra Fredda avrebbe comportato finalmente la realizzazione di una pace mondiale, di una fratellanza mai avuta prima. Le religioni avrebbero operato come fermenti di valori morali di dialogo e condivisione. Il mercato avrebbe garantito la produzione di benessere su scala mondiale e l’opportunità per chiunque di accedere ai beni di servizio generali. Il progresso tecnologico, non più contestualizzato negli armamenti atomici, avrebbe assicurato una sicurezza medica planetaria.

Molti hanno avuto la tentazione millenarista, cioè hanno  sperato nella realizzazione di una età definitiva, di un regno umano ultimo e universale. Il Millenarismo era stata una tentazione cristiana, un’idea di regno di Cristo sulla terra, in senso letterale, una sorta di trasposizione del messianismo ebraico, da immaginare al ritorno di Cristo sulla terra.

Il 1989 offrì a molti la tentazione di un Millenarismo secolarizzato e laico, un regno dell’uomo, reso immortale dalla tecnologia, reso fratello del prossimo dal disarmo nucleare e dalla solidarietà sincretista senza più confini o nazioni o religioni assolute, reso fratello di tutte le forme viventi dall’ambientalismo panteista.

2.

Naturalmente è superfluo dire che le cose sono andate diversamente: è sufficiente riflettere sul terrorismo mondiale o sugli investimenti tecnologici e informatici a vantaggio di plasmare una specie trans-umana, una sorta di uomo-computer (il transumanesimo). È sufficiente riflettere sulle nuove ideologie di massa, come l’ecologismo religioso o il gender, o sulla finanza globale e le invasioni di massa (spacciate per immigrazioni di perseguitati). O ancora sulle sovrastrutture internazionali spesso – e a ragione – percepite come sistemi di regime nei confronti dei popoli, delle nazioni, delle identità culturali e religiose. E si potrebbe proseguire all’infinito.

3.

Qui vorrei riflettere sul senso della storia in generale. Su cosa sia la storia dell’uomo e dell’umanità.

Già solo parlare di senso della storia determina la tesi di credere che la storia abbia un senso, uno scopo globale, universale. Una specie di uni-direzionalità. La storia dei popoli, nell’arco dei secoli, sarebbe contrassegnata da una unica origine e da un unico scopo finale. Questo presupposto è pressoché assente nelle tradizioni asiatiche, in cui la concezione del tempo ciclico determina l’idea anche politica e culturale di ripetizione statica, naturalistica di ciò che è sempre stato. Lo stesso dicasi del pensiero greco: se si fa eccezione di Esiodo sul piano mitologico e Platone su quello filosofico politico, i greci hanno generalmente un’idea di eternità dell’universo, di una ciclicità del tempo. Si tratta di una ciclicità razionale, ma che comunque esclude l’individualità del singolo rispetto al Tutto e al Mondo e l’idea del tempo lineare.

Questo concetto è invece peculiare nel pensiero biblico. In questo senso il giudizio di Löwith (Significato e fine della Storia) sul fatto che il mondo biblico – a differenza di quello greco – è interessato non tanto al “logos dell’universo”, quanto al “Signore della Storia”, è da confermare. La Bibbia afferma l’esistenza esclusiva ed unica del Dio che ha creato l’universo, che si è rivelato ad Abramo, ha indicato la Legge in Mosè, si è Incarnato in Gesù. E di questo Dio ne afferma anche la Provvidenza. La Signoria sulla Storia e sul male. Una Signoria di punizione della ribellione gnostica del primo uomo, una Signoria di Redenzione e Sacrificio, una Signoria della Gloria e del Giudizio finale.

4.

Proprio la tradizione patristica è solita vedere una corrispondenza tra l’opera di creazione e l’opera di salvezza. Come “sei” sono i giorni della creazione, allo stesso modo “sei” sono le età della Storia dell’umanità.

Una Storia di guerra. Perché guerra ha dichiarato Satana all’uomo: ad Adamo, a Israele scelto da Dio perché da quel popolo nascesse il Cristo, a Cristo stesso fino alla Croce, alla Chiesa fino alla “fine dei tempi”.

Qui è importante dare una prima precisazione: la fine dei tempi – ciò che per molti è detta impropriamente “apocalisse” – non è affatto un’età che deve ancora venire. Ma un’età che è già in atto. Da duemila anni.

Perché proprio il Natale ha inaugurato la fine del mondo. Nel senso dell’inizio della fine della storia. La sesta età.

L’incarnazione non cade, cioè, al centro del tempo, ma alla sua fine. E una fine in cui la lotta si fa più acuta. Il tempo della Chiesa è da sempre il tempo dello scontro finale tra Satana – sconfitto dalla Croce, ma ancora con possibilità di azione (feroce perché gli resta poco tempo) – e coloro che sono in possesso della testimonianza di Gesù.

Questo tempo, il tempo del Figlio, è a sua volta contrassegnato da una certa analogia tra il Cristo e la Chiesa, tra la vita pubblica di Gesù e la Chiesa che evangelizza il mondo, tra la Passione di Gesù e la persecuzione anticristica contro e dentro la Chiesa.

 

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Avvento: attesa e corsa verso Dio

 

Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione (1344), Pinacoteca Nazionale di Siena, tempera e oro su tavola., Madonna

Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione (1344), Pinacoteca Nazionale di Siena, tempera e oro su tavola.

 

di Giuliano Di Renzo

 

Il mese di novembre ci è venuto incontro proiettando sul tormentato nostro assillo della morte, termine della vita e quindi del significato del vivere, la luce cristiana della Resurrezione di Cristo. Che non è certamente da pensarsi come il semplice uscire dalla tomba, un ritornare all’usuale cumulo di incertezze e di pene di ogni giorno, ma è la rottura dei legami che tengono costretto lo spirito nella prigione della vita di quaggiù. Che è ciò che provoca nella coscienza l’interiore sua dolorosa dissociazione con se stessa, rende a noi precaria la vita e fa angoscia l’esistere.

Novembre ci ha invitati a guardare alle nostre ultime realtà, che la Chiesa ci ha abituati a chiamare nuovissimi nel senso originario latino di più recenti, di ultime esperienze dello spirito nel suo viaggio di vita col corpo e sono: morte, giudizio, inferno, paradiso.

Questi non sono qualcosa del di fuori di noi, ma sono in noi stessi, plasmano il nostro spirito e determinano la definitiva mala o buona riuscita della maturazione quale abbiamo fatta del nostro io mediante libere scelte nel tempo. La sua libertà modella lo spirito e gli consegna il destino che nella vita ciascuno si è voluto costruire per sempre.

Non è pensiero della Chiesa di spaventarci quando ci invita a considerare le nostre ultime realtà. Non è di Dio, che è Amore, spaventare le sue creature che ha volute come persone, volute a sua immagine perché potessero fruire con Lui della sua stessa eterna divina beatitudine in un vicendevole interscambio di comunione di amore. La Chiesa vuole ricordarci i pericoli che può incorrere la nostra libertà se esercitata male e aprire il cuore alla speranza.

Il fine della creazione è l’amore che Dio vuole partecipare alla sua creatura per unirla a sé nella pienezza di vita dell’effervescenza inesauribile del suo amore.

Il cielo è questo. E la morte sono le colonne d’Ercole da oltrepassare per sciogliere noi liberi le vele nell’oceano profondo dell’infinita felicità che Dio è.

Come tu, Padre, sei in me, siano anch’essi in noi una cosa sola…La gloria che tu hai data a me io l’ho data a loro. Padre, voglio che anche quelli che mi hai dati siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato poiché mi hai amato prima della creazione del mondo”. ( San Giovanni 19,21-24).

Il cielo è questo entrare nella divina circolarità ( quaedam circulatio) di vita e di amore delle tre Divine Persone nel mistero di trinità dell’unica natura dell’essere come tale che è Dio. E’ per noi essere cioè totalmente in Cristo, Parola a Dio interiore con la quale Egli pronuncia a sé il suo Nome nell’eterna epifania di gloria del Suo Spirito ed è la sua Parola a rivelarLo a noi ( cfr San Giovanni 1,18 e 14,9).

Ne la profonda e chiara sussistenza / dell’alto lume…/ parea foco / che quindi e quinci igualmente si spiri. / O luce eterna che sola in te sidi / sola t’intendi, e da te intelletta / e intendente te ami e arridi”. ( Dante. Commedia XXXIII,115-126)

Gloria a Dio nell’alto dei cieli e Pace agli uomini ben disposti a Lui” ( San Luca 2,14).

Il mistero della creazione e della redenzione è l’affresco in che viene raffigurato l’evento cosmico come di epopea dell’infinita gratuità e passione d’amore di Dio per noi e della libera nostra risposta a Lui al fine di “ essere consumati con Lui nell’unità” di vicendevole totale amore.

La nostra vita è una corsa verso Dio. E’ in Lui che abbiamo il pieno compimento di noi stessi.  Un paradosso di eternità entro lo svolgersi del tempo è l’uomo.

Passaggio doloroso dal tempo all’eternità è a noi la morte, simile allo strappare le bende da un corpo fatto enorme piaga purulenta. La pestifera nostra malattia di dolori e di morte sono i nostri peccati, violenta rottura dell’alleanza di vita con la Vita.

Egli (Dio) non è Dio dei morti ma dei vivi, perché tutti vivono per Lui” ( San Luca 20,38)),

Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato, Signore, amante della vita” ( Sapienza 11,24-26).

Dall’eternità (io la Sapienza Divina ) sono stata costituita…ero con Lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a Lui in ogni istante, ponendo le mi delizie tra i figli dell’uomo” ( Proverbi 8,23-31).

Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta: Vieni. Colui che attesta queste cose dice: Sì, verrò presto. Vieni, Signore Gesù!” ( Apocalisse 22,17-20).

Quale differenza da quelle fedi che annunciano impossibili liberazioni e arrancano sulle vie della storia umana evoluendo in giostre di fumosa immaginazione. Qui invece tutto è luce di radiosa speranza e respiro profondo di ariosa libertà dell’anima.   

Ecco il messaggio del Natale, l’annuncio della possibile salvezza. Il Signore e creatore di tutti si abbassa a noi lasciando l’alto della magnificenza beata del suo essere e, uomo tra gli uomini, fa sfolgorare dal buio della nostra umanità depressa l’umanità nuova che risorge nella sua umanità divina.

Purtroppo tale messaggio di luminosa sicura speranza viene offuscato, bestemmiato dal babbo natale diffuso ovunque dalla Coca Cola dal 1933. Il Natale non è Gesù che viene a salvarci tradito da tutti. Via il presepio che offende e “ largo al quadrupede sir della festa” ( Verdi. La Traviata). Il mercato globalistico che fa sentire liberi per rendere schiavi. D’accordo con le laicistiche fantasie che mirano a svuotare di fede e lasciare l’uomo povero di sé, incapace di elevarsi e prendere il suo libero volo.

Liberiamoci dalle lastre tombali che pongono sulle nostre anime i falsi profeti del guadagno a tutti i costi, della vita comoda quale desiderio e segno ultimo di assoluta felicità, delle pubblicità che ci spogliano delle nostre anime, delle religioni fatte di leggi codificate dalla paura.     

Entriamo nell’epifanica nube luminosa del Signore che viene che è l’Immacolata sua Madre, sua aurora di Sole di giustizia che sorge sul mondo. Ella è la scala che porta il Salvatore sulla terra e noi porta a Lui. Lui il buon samaritano che si china sulle nostre piaghe e versa su di esse l’unguento che sana del suo amore.

Entriamo con arioso libero alleluia nella nube luminosa dell’aurora che è l’Immacolata e avanza sulle tenebre della disperazione umana portando la Luce che rischiara e riscalda. Abbandoniamo le diffuse intellettualistiche elucubrazioni date come scientifiche da false speculazioni di maestri che odiano il Bene e la Luce. Non permettiamo che oscurino la nostra ragione e ci mettano contro la natura e la sfigurano in nome di un’amorfa uguaglianza come di clone e non esiste se non nelle menti viziate e distorte dei nemici del giusto, del buono e del bello. Guardiamoci la mente e il cuore da essi come da una peste. Non permettiamo che turbinino intorno a noi influssi malefici che ci rubano la naturale serena bellezza con la quale il Signore ci ha adornati volendoci a sua immagine.

A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo Sposo, andategli incontro” ( Mt 25,6). 

Risuona qui a me beato il ricordo lontano della poesia della mia seconda elementare: “Consolati, Maria, del tuo pellegrinare! /…Il campanile scocca la mezzanotte santa. E’ nato il sovrano bambino, / è nato! Alleluia, alleluia /. La notte che già fu sì buia / risplende d’un astro divino. / Orsù, cornamuse, più gaie / suonate!  Squillate, campane! Venite pastori e massaie, genti vicine e lontane! / Non sete non molli tappeti / ma un poco di paglia ha per letto. / Per quattromill’anni s’attese /quest’ora su tutte le ore…/ E’ nato! E’ nato il Signore! /E’ nato nel nostro paese. ( Guido Gozzano).

Meditiamo e facciamo nostra la preparazione dei santi alla venuta del Signore.

Sforziamoci di far nostro nella meditazione lo spirito di fervore persone esemplari che abbiamo conosciute e seguendo Cristo anche nella sofferenza più acerba sono ascese alle cime degli alti colli dell’amore di Dio.

Non lasciamoci rubare da blasfemi sofismi di odio anticristiano, di Cristofobia per essere giusti e chiari, dissimulata da ipocrita difesa di chi da anti-chi e da anti-che, e di generale ignoranza la gioia del Natale del Signore tra noi.

Difendiamo la limpidezza e la semplicità della fede che giace nascosta nelle plaghe lontane dell’innocenza della nostra infanzia. Innocenza nell’amore di Dio e faceva di noi bimbi inconsapevoli annunci al mondo di speranza. Risvegliamo la nostra fede fanciulla capace di dissipare i miasmi della ribelle nostra vita spiritualmente randagia. Torniamo umilmente a quel Bambino che faceva nascere noi con Lui, usciamo con Lui dalla tempesta del mondo e torniamo a guardare con sguardo incantato l’antico cielo di purezza e speranza a noi rimasto nel cuore.