E le ali… son Lei

Marc Chagall
Marc Chagall

 

E le ali… son Lei

 

Non mi danno fastidio
quelli prima di me: era destino.
Mi fan rosicare
quelli dopo di me:
m’han fatto scoprire
che io non son tutto.
Più in alto
c’è un Signore del tempo!

Nell’amore non si prende,
si è presi,
è l’ultimo incontro,
il per sempre,
ti tiene aggrappato alla terra
e insieme ti porta lassù.

Arriva pian piano cercando,
donando, prendendo, sbagliando,
vedendo dapprima sfocato,
poi meglio, più chiaro,
aspettando,
e si compie… perdendo,
perdendo me stesso:
per lei?

L’amore è un partire
e ogni sera tornare,
sotto lo sguardo
attento del Cielo.

E le ali… son Lei.

 

di Giorgio Canu

 

 

da giorgiocanupoesie

 




“…come in un’esperienza di amore puro, dove non c’è niente da afferrare perché sei tu ad essere preso…”

(se il video qui sotto non si apre, fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)



 

 

di Kiara Tommasiello

 

Approfittando della vacanze di Natale, dei vari coprifuoco e quindi della presenza di figli e marito, ho finalmente visto la versione cinematografica integrale sia di The Hobbit, che di questo capolavoro assoluto della letteratura inglese che è The Lord of the Rings (e so bene di arrivare in ritardo clamoroso rispetto a quasi tutti gli appassionati di narrativa, nonché agli utenti minimamente cinefili di tutti i social a livello mondiale, ma tant’è). Comunque, insomma, l’ho visto e quando sono arrivati i titoli di coda e, ancora, le note struggenti della colonna sonora, avrei pianto senza ritegno…con addosso quella nostalgia di infinito e di eternità che sono certa di aver provato (simile, naturalmente, non uguale) solo ogni volta che, dopo aver partorito, mi portavano via l’adorabile creaturina per sistemarla, così mi dicevano, salvo poi riportarmela il giorno dopo. E a quei tempi non c’era il rooming-in, quindi, anche da restituita, la creaturina era solo in prestito temporaneo…(nel senso che fintantoché stavamo lì era un anda e rianda, poi però li sempre riportati a casa eh…) e la nostalgia, un’indescrivibile nostalgia, era l’emozione primaria. Nostalgia di un amore senza pari che mi aveva ormai catturata, presa senza poter più risparmiare nulla di me stessa, eppure che sapevo non avrei mai potuto prendere, né afferrare, un amore cui appartenevo ma che non sarebbe mai stato mio.

Cosa c’entra questo con il Signore degli anelli e con la scena che ho condiviso? C’entra eccome, tantissimo. Guardando quel film (che anche per quanto è lungo fa pensare all’eternità, ma non è questo il punto), mi sono passati davanti in tutta la loro potenza i più grandi sentimenti e le emozioni più forti dell’essere umano: il coraggio, la forza, l’umiltà, la fedeltà, l’onore, l’amore e l’amicizia, la lotta contro il male che è in noi e fuori di noi, la purezza del sentire contro il desiderio di possedere, la speranza, lo stupore, la fede e la fiducia. E proprio a proposito di fede e fiducia, quando Gandalf dice a Peregrino Tuc perché non deve aver paura di morire, quando con tutta la ferma dolcezza di cui è capace chi crede davvero, gli svela che la morte non è la fine, glielo dice come uno che lo sa perché lo ha toccato con mano, lo ha visto, come in un’esperienza di amore puro, dove non c’è niente da afferrare perché sei tu ad essere preso e non puoi non crederci perché ti prende tutto, non risparmia niente di te. E’ fede ma lo è proprio come dovrebbe essere la fede: io non te lo posso dimostrare quello che ti sto dicendo, sembra dire il vegliardo con il bastone, ma tu lo puoi vedere comunque nelle mie parole perché l’ho udito, toccato e visto. E Gandalf non ha permesso che la visione di tanta bellezza se ne andasse. Credo che l’abbia trattenuta grazie alla nostalgia di quegli infiniti spazi senza tempo e senza luogo, che abbia guarito la paura di morire di Pipino, che poi è anche la nostra più grande paura, lasciando che a parlare fosse proprio l’esperienza di quell’Amore così forte da toccare anche la sua carne, come si vede nel suo sguardo, quell’amore dal quale ognuno di noi proviene, di cui e per cui siamo fatti.

E allora mi chiedo, in questi tempi mortiferi, scoraggiati, confusi, malati, in questa cortina di pioggia continua e fredda, chi se non chi ha incontrato davvero il Cristo può rincuorare gli smarriti di cuore, facendo intravedere “le bianche sponde e al di là di queste, un verde paesaggio, sotto una lesta aurora”? come tacere proprio ora, noi che quell’Amore lo vediamo, lo tocchiamo, ce ne nutriamo nel corpo e nell’anima e lo udiamo parlare ogni volta che partecipiamo al grande banchetto eucaristico? Come abbandonare una guerra feroce e infida ma che al fondo sappiamo essere stata già vinta, già bagnata e redenta dal sangue di Dio?    

Ma soprattutto e infine, come pensare, così prossimi al ritorno del Re, di avere ancora tempo in abbondanza, tempo di grazia da sprecare?




Si è abolito l’amore

Giovani innamorati.

 

 

Si è abolito l’amore

 

Si è abolito l’amore
in nome della salute
poi si abolirà la salute.

Si è abolita la libertà
in nome della medicina
poi si abolirà la medicina.

Si è abolito Dio
in nome della ragione
poi si abolirà la ragione.

Si è abolito l’uomo
in nome della vita
poi si abolirà la vita.

Si è abolita la verità
in nome dell’informazione
ma non si abolirà l’informazione.

Si è abolita la costituzione
in nome dell’emergenza
ma non si abolirà l’emergenza.

Giorgio Agamben (6 nov. 2020)

 

 




L’amore di cui non parla mai nessuno

Davide Rondoni, in questo suo articolo pubblicato su Quotidiano.net, ritornando sul caso dell’omicidio di don Roberto Malgesini mette in evidenza una cosa che altri non hanno sollevato.

 

 

Don Roberto era uno dei tanti, uno della maggior parte, della stragrande maggioranza dei sacerdoti che sostiene con la propria speranza e testimonianza la solitudine e la miseria umana. Gente che si offre a sostenere come può il disagio spirituale e materiale che dilaga in questo paese e nel mondo. Solo che i media amano parlare solo di preti come pedofili e maneggioni. Questo assassinio balza alla cronaca ovviamente mescolandosi con tante faccende ( il problema immigraziome eccetera) che però non devono nascondere l’essenziale, e lo scandalo vero. La questione su che cosa davvero ha mosso la mano assassina di un tizio a cui il prete aveva la mattina preparato la colazione, rimarrà comunque in fondo nelle oscurità del mistero del male. Lo chiamiamo raptus a volte, o follia per provare a circoscriverne, inutilmente, il mistero. Ma il dato evidente, direi quasi urlante, in questo evento è che don Roberto ha dato la vita per un altro, per gli altri. Ed è quello che fanno i preti, la stragrande maggioranza, ripeto, contro un modo di ritrarli spesso banale, fazioso e colpevole. Non lo fanno perché animati da buoni sentimenti o da quello spirito solidaristico spesso più retoricamente decantato che vissuto dagli stessi che ignorano i preti o li dipingono in modo banale. Danno la vita a Dio Padre per questo vivono la fraternità, e imitano, amandolo, Gesù, non lo fanno perchè sono bravi cittadini. Hanno una dismisura del cuore, una finestra nel cuore e nel corpo (dedito a Dio) che nulla ha che fare con le buone maniere o il senso naturale di solidarietà. Sono segni di una dismisura. In questa morte ingiustissima c’è tutta la verità di una parola che il vocabolario corrente prova a oscurare, la parola “vocazione”. La parola che da sempre invece è al centro della vita cristiana. Vocati, chiamati amici da un Dio che ha dato la vita per gli altri. Fino al sangue se occorre, se capita.




Contraccezione “plastic free”

Giovane coppia innamorati

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Vi faccio un indovinello: qual è quell’atto che pur non essendo naturale è “ecologico”? È semplice: il coito interrotto! Un atto che seppure non inquini l’ambiente, “inquina” parecchio l’anima e l’amore sponsale.

Il Messaggero di ieri (qui) riporta la notizia secondo la quale S.E. Michel Aupetit, arcivescovo di Parigi, nel suo libro “Humanae Vitae, una prophetie” avrebbe distinto l’utilizzo del profilattico dal cosiddetto coitus interrupts «spezzando una lancia» in favore del secondo, in base al fatto che questo sarebbe più «ecologico», seppure più «difficoltoso» –  dice la notizia riportata anche da Il Sussidiario (qui).

Senza entrare nel merito del pensiero del Vescovo, che non viene riportato in toto dalla notizia, approfittiamo di questa occasione per fare un po’ di chiarezza sull’argomento.

Moralmente parlando, quello che si compie col profilattico e quello che si compie con il coito interrotto è sempre il medesimo atto contraccettivo; quello che proprio Humanae Vitae definisce come «azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione» (HV n.14).

L’atto sessuale ha come finalità intrinseca la trasmissione della vita. Tutto ciò che “deforma” in qualche modo l’atto sessuale è intrinsecamente immorale perché priva volontariamente la sessualità del bene al quale è essenzialmente finalizzata, ovvero la procreazione. Esistono molti metodi contraccettivi, anzi direi che c’è l’imbarazzo della scelta: pillola, profilattico, IUD, sterilizzazione.. e anche il coito interrotto. Alcuni di questi, oltre all’aspetto contraccettivo, hanno l’ulteriore aggravante degli effetti antinidatori – anche se spesso nemmeno a livello scientifico ciò viene chiarito come dovrebbe (G.Brambilla, Quello che i ginecologi non dicono). Ma tutti, alla base, hanno la medesima volontà contraccettiva, indipendentemente dalle circostanze, ovvero il materiale di cui sono fatti, la durata dell’utilizzo e il fatto che siano artificiali o meno.

Il coito interrotto è, a tutti gli effetti, un atto contraccettivo e, dunque, è moralmente illecito (oltre che peccato grave). La caratteristica “ecologica” non incide sulla moralità dell’atto. Se così fosse, cioè se il problema del profilattico fosse legato al materiale di cui è al suo smaltimento, allora, a rigor di logica, laddove le ditte farmaceutiche cominciassero a produrre profilattici biodegradabili non ci sarebbe nessun problema ad utilizzarli.

Evidentemente non è così. Usare il profilattico è sbagliato quanto praticare il coito interrotto, sebbene il primo sia fatto di lattice e quindi “artificiale” e il secondo non richieda ausili artificiali e dunque sia “naturale”.

Già, perché ciò che è naturale, in termini morali, non lo è in quanto non artificiale, ma in quanto rispettoso della natura di un atto. È qui l’inghippo che fa considerare erroneamente il coito interrotto un “metodo naturale”, al pari dei veri metodi naturali di regolazione della fertilità e lo fa ritenere lecito talvolta anche tra cattolici. Per “natura” intendiamo l’essenza di una cosa (“ciò che è”) in quanto ordinata al proprio fine. Moralmente parlando, il male si definisce come privazione di bene, cioè come assenza di un bene dovuto. E questa relazione di “doverosità del bene” è data dal fine, cioè ciò a cui è ordinato l’atto. Nel caso dell’atto sessuale, il fine o natura, appunto, è la procreazione.

Questo non significa che il rapporto sessuale abbia un unico fine. Esso è l’espressione di una previa unione affettiva e spirituale: l’uomo e la donna, oltre ad essere chiamati a trasmettere la vita, sono chiamati alla comunione, alla donazione di sé per amore; tanto che in HV si parla di significato unitivo e procreativo dell’atto sessuale (HV n.12). È bene, comunque, chiarire che la finalità della generazione possiede una incontestabile superiorità ontologica: l’esistenza di un nuovo essere umano, a cui è finalizzato l’atto sessuale supera gli altri beni, che sono importanti, ma secondari rispetto all’esistenza. I problemi cominciano quando si compie l’atto sessuale, cercando questi beni secondari e negando quello essenziale. Una volontà orientata in questo senso opererebbe un rovesciamento dell’ordine dei valori. Nella misura in cui positivamente si vuole un atto sessuale chiuso alla vita, si vuole la “privazione” del più grande bene cui esso è diretto e, in quanto privazione di un bene dovuto, costituisce un male.

Ma non è finita qui. C’è un’altra affermazione che mi ha lasciata alquanto perplessa: il riferimento alla responsabilità. Secondo quanto riportato da Liberation (qui), il coito interrotto renderebbe più “responsabili” i mariti. E dove sarebbe la responsabilità in un atto che, non solo svilisce la sessualità ed espone l’uomo a eiaculazione precoce per ansia e la donna a frigidità (A. Bompiani (ed.), Sessualità e procreazione responsabile: antropologia, etica e cultura, vol. II), ma in quanto atto contraccettivo va esattamente nella direzione opposta di quella procreazione responsabile di cui parla HV? Cosa vuol dire essere responsabili nell’ambito della procreazione? È il fatto di accollarsi l’eventuale “errore” nella “tempistica” del coito interrotto, che poi porta la gravidanza, a responsabilizzare gli uomini? Direi proprio di no.

La responsabilità umana riguarda l’uomo nella sua totalità e si caratterizza per la sua proposizione di valori normativi e obbliganti. Infatti, secondo l’enciclica: «L’esercizio responsabile della paternità implica che i coniugi riconoscano i propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso la società, in una giusta gerarchia dei valori. Nel compito di trasmettere la vita, essi non sono quindi liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della Chiesa» (HV n.10). La vera procreazione responsabile costituisce una pedagogia della virtù, chiamando in causa la castità, alla quale gli sposi sono costantemente chiamati e grazie alla quale possono realizzare una donazione reciproca completa. Invece, la contraccezione – e dunque anche il coito interrotto – rende l’atto sessuale una menzogna: afferma una totalità che in realtà non si realizza, escludendo dal dono della propria persona una dimensione della stessa.

Ecco perché in Evangelium Vitae si afferma che: «La legge morale obbliga [gli sposi] in ogni caso a governare le tendenze dell’istinto e delle passioni e a rispettare le leggi biologiche iscritte nella loro persona. Proprio tale rispetto rende legittimo, a servizio della responsabilità nel procreare, il ricorso ai metodi naturali di regolazione della fertilità» (EV, n. 97). Infatti, avere volontariamente rapporti sessuali nei giorni infertili, alla luce della conoscenza dei meccanismi fisiologici (come nei metodi naturali di regolazione della fertilità), non contraddice in sé la finalità (quindi il bene) iscritto nella natura dell’atto, in quanto l’atto sessuale resta, per quel che dipende dalle persone coinvolte, identico a ogni altro atto potenzialmente fecondo.

Certo, questa scelta presuppone coraggio, sia in chi la pratica sia in chi la propone. Non perché i metodi naturali di regolazione della fertilità non “funzionino” come spesso si sente dire. Quanto a “sicurezza” l’Organizzazione Mondiale della Sanità (tutto fuorchè un organismo cattolico!) riconosce loro un’efficacia del 97,8% (World Health Organization, A perspective multicentre trial of the ovulation method of natural family planning. II: the effectiveness phase). Il coraggio sta, piuttosto, nell’“alzare l’asticella” del proprio amore sponsale fino a vivere l’astinenza dal rapporto coniugale, laddove vi fossero motivi gravi per farlo, l’astinenza periodica e quindi la capacità di autodominio della propria tendenza sessuale al fine di renderla veramente e solamente espressiva dell’amore coniugale e dell’autodonazione delle persone, come era solito spiegare il card. Carlo Caffarra.

Ma se di coppie che vivono virtuosamente la sessualità – a cominciare dall’espressione più grande della castità coniugale, ovvero l’accoglienza generosa di una famiglia numerosa – ce ne sono ancora, c’è tra i sacerdoti chi ha ancora il coraggio di proporre la bellezza della radicalità di questo insegnamento?

Di sicuro, «se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19, 40).

 

 




Barbara Costantini e Giorgia Brambilla. Un cuore diviso. Studio multidisciplinare sull’infedeltà e sull’adulterio del cuore

Un cuore diviso - libro

Barbara Costantini e Giorgia Brambilla

Un cuore diviso. Studio multidisciplinare sull’infedeltà e

sull’adulterio del cuore

 

“Quante volte ti ho pensato sulla sedia di cucina, quante volte ti ho incontrato nelle cicche che spegnevo…” cantava Baglioni nel lontano 1977 nella struggente assenza della donna amata (“tu non ci sei, tu non sei più con me”). Eppure l’amore non è cambiato da allora, non cambia da sempre: desiderio, mancanza, attesa, delusione, speranza.

L’amore è una delle esperienze più profonde e, nello stesso tempo, a volte più devastanti che gli esseri umani possano provare nella loro vita.

L’amore.

Ma cosa ci porta ad amare una persona? Cosa ad innamorarcene?

Perché persone insospettabili possono arrivare a tradire? Cosa accade in una coppia per cui i due arrivano a non “provare più nulla” l’uno per l’altra e a volgersi le spalle?

Quante storie ascoltiamo di persone che si ritrovano con un cuore diviso. Molto spesso accade e basta. Senza averlo cercato. Una donna sposata con due figli, che si destreggia tra lavoro, casa e impegni potrebbe cominciare a provare interesse per un collega che la corteggiasse romanticamente, iniziando a pensarci sempre più spesso. Ma non solo gli sposati possono tradire. Anche chi ha una vocazione alla vita consacrata o sacerdotale potrebbe volgere altrove il proprio sguardo.

Che cosa accade nel cuore di queste persone? È tradimento anche questo? E che cos’è davvero il tradimento? Quando riflettiamo su questo tema ci accorgiamo di quanto non sia scontata la risposta.

Nella vita può capitare di desiderare di avere vicino qualcuno (fisicamente, emotivamente, psichicamente o sessualmente) che non sia il proprio coniuge o il Signore (nel caso della ordinazione o della consacrazione). Ma allora è impossibile essere fedeli per sempre?

Un cuore diviso. Studio multidisciplinare sull’infedeltà e sull’adulterio del cuore è il frutto di un lavoro di gruppo che ha visto coinvolti sei professori dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose, dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, convocati intorno al tema dalla prof.ssa Brambilla.

L’idea nasce da un lavoro sul tradimento, della prof.ssa Costantini, presentato in un libro dal titolo Amare non è soltanto un sentimento. Psicologia delle emozioni e dei comportamenti morali (Cantelmi, Costantini, 2016) ed estende alla vocazione matrimoniale la metafora del cuore indiviso, proprio delle persone alla sequela di Cristo, come afferma l’Esortazione Apostolica Post-Sinodale Vita Consecrata.

Come tornare ad avere un cuore indiviso quando si tradisce?

Il libro esplora la tematica del tradimento e quella dell’adulterio del cuore secondo la prospettiva di diverse discipline:

Barbara Costantini, co-curatrice, affronta la psicologia del tradimento, alla luce della sociologia, della psicologia e delle neuroscienze;

Giorgia Brambilla, co-curatrice, la tematica dell’adulterio del cuore, alla luce della teologia morale;

Nicolas Bossu, il tradimento alla luce della teologia biblica, attraverso un caso paradigmatico: quello del re Davide;

Grazia Solferino, la tematica del tradimento alla luce del diritto di famiglia e del diritto canonico, affrontando la sua evoluzione nei secoli;

Laura Paladino introduce nei temi dell’adulterio e della fedeltà svelando la ricchissima simbologia delle Sacre Scritture.

I cinque capitoli sono seguiti da un prezioso sommario, di Miguel Paz, nel quale viene delineata la visione cristiana del tema.

Il libro è rivolto a tutte le persone che si sentano divise tra due amori e vogliano uscire dalla dolorosa situazione di adulterio del cuore o tradimento vero e proprio che stanno vivendo.

 

 

 

 




Nietzsche voleva che le persone vivessero “con coraggio e sincerità”. Frassati visse questo ideale, combinandolo con l’amore cristiano.

Un interessante articolo Francis Phillips, pubblicato qualche tempo fa sul Catholic Herald, che contrappone la figura del filosofo Friedrich Nietzsche a quella di Pier Giorgio Frassati,  un luteranesimo prussiano soffocante e dalla mentalità ristretta a un cattolicesimo solare vibrante di santità ed esuberante amore per la vita. Il tutto alla luce dello scenario odierna della generazione fiocco di neve.

La traduzione è a cura di Elisa Brighenti. 

 

Friedrich Nietzsche, filosofo

Friedrich Nietzsche, filosofo

 

Nel suo capitolo finale di Come essere un conservatore, di cui ho scritto un post per un blog la scorsa settimana, Roger Scruton cita il famoso poema di Matthew Arnold “Dover Beach“, scritto nel 1867 come un lamento per la perdita di fede che vedeva intorno a lui. Descrivendo la “malinconia molto inglese” della poesia, Scruton la contrappone a ciò che il filosofo tedesco Nietzsche avrebbe scritto 20 anni dopo in Human All Too Human, commentando che Nietzsche riconosceva “l’enorme trauma morale che la nostra civiltà deve subire, mentre la fede cristiana si allontana.”

Contrariamente ai due scrittori, Scruton scrive che la perdita di fiducia di Arnold si è verificata in un mondo in cui “tutti gli ornamenti esteriori di una comunità religiosa rimangono al loro posto”, mentre la perdita di Nietzsche è “una perdita assoluta” in cui egli prevede “un mondo nuovo, in cui le istituzioni umane non saranno più puntellate da pie abitudini e sante dottrine, ma ricostruite dal tessuto grezzo e non temperato della volontà di potere”.

Oltre ad essere profetico, Nietzsche è uno scrittore ipnotico dai paradossi feroci e brillanti. Tutto ciò è documentato da Patrick West, nel suo libro stimolante e provocatore dal titolo Get Over Yourself: Nietzsche for Our Times (Andate oltre voi stessi: Nietzsche perr i nostri tempi, ndr). L’autore è animato da due passioni: l’amore per gli scritti del filosofo e il disprezzo per le sensibilità culturali moderne, che considera deboli, paurose e narcisistiche. La cura per la generazione fiocchi di neve (*) è, come suggerisce con forza, quella di capire cosa occorra, secondo lo scrittore tedesco, per diventare un essere umano superiore (“ubermensch”).

Invece di lamentarsi delle avversità e delle difficoltà, Nietzsche “ci ha insegnato ad abbracciarle per superarle”. A coloro che richiedono “spazi sicuri”, timorosi di critiche e opposizioni, consiglia di “vivere pericolosamente”. Smettete di inseguire la felicità; non è la norma: “Ognuno ha problemi.” West consiglia, nello spirito del suo mentore, di evitare “di essere risentiti, invidiosi o autocommiserativi. La vita è lotta. Diventate i padrone di voi stessi. Superate voi stessi.” Invece di lezioni di felicità, forse agli studenti dovrebbero essere insegnati i pensieri contro-culturali e incendiari di Nietzsche?

Il libro di West è una vivace introduzione a colui i cui scritti, in particolare la sua nozione di “volontà di potere”, sono stati fatalmente fraintesi dalla generazione tedesca successiva. Difficilmente può essere biasimato per la distorsione tossica delle sue idee da parte dei nazisti. Come sottolinea West, Nietzsche non è mai stato un proto-nazista: “Odiava il nazionalismo, il militarismo, l’antisemitismo e il pensiero di gruppo”. Sua sorella e suo marito, un rabbioso antisemita, misero insieme le note che sono diventate La volontà di Potenza dopo la morte di Nietzsche.

Nonostante il suo entusiasmo per la sua materia, West non si lascia intimidire da lui. Include diversi lati umoristici, per esempio, “Nietzsche aveva molto in comune con Karl Marx: nazionalità, problemi di denaro, una cicatrice da duello, imponenti peli sul viso, discepoli che capivano il maestro davvero molto male …”

Espressa attraverso Get Over Yourself è l’avversione di Nietzsche per il cristianesimo. La mia critica al libro a questo proposito è che l’Occidente non colloca sufficientemente questo odio nel contesto dell’educazione di Nietzsche all’interno di un luteranesimo prussiano soffocante e dalla mentalità ristretta. Vide anche ciò che Matthew Arnold osservava: l’ipocrisia di abitudini cristiane esteriormente rispettabili, ma prive della persona di Cristo. In sostanza, egli ha inveito contro la corruzione del cristianesimo della fine del XIX secolo.

Nietzsche ebbe un crollo mentale totale e incurabile il 3 gennaio 1889 mentre viveva a Torino. Il beato Pier Giorgio Frassati nacque nella stessa città nel 1901, l’anno dopo la morte di Nietzsche. Rifletto in maniera controfattuale su cosa sarebbe potuto accadere se il brillante, tragico e ateo filosofo avesse vissuto ancora e incontrato questo giovane, con tutta la sua vibrante santità ed esuberante amore per la vita. West ci ricorda che Nietzsche voleva che le persone vivessero “con coraggio e sincerità”. Frassati visse questo ideale, combinandolo con l’amore cristiano. Lì c’è il vero “Ubermensch” (“superuomo”, ndr).

 

 

(*) La generazione fiocco di neve, o generazione millennial, è quella formata dai giovani che hanno raggiunto la maggiore età nel decennio 2000-2010. La definizione “fiocco di neve” gli è stata attribuita per l’imprevedibilità e per la volubilità che li caratterizza.

 

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Brighenti: “Ciò che suscita l’innamoramento è sempre uno stupore, una meraviglia”

Giovani innamorati.

 

 

di Elisa Brighenti 

 

Ciò che suscita l’innamoramento è sempre uno stupore, una meraviglia, una compiacenza, basata su un insieme molto complesso di elementi, come la stima, l’attrazione fisica, il valore della persona amata, la gratitudine ecc… Quindi, ciò che fa scattare l’innamoramento è una compiacenza ( amor complacentiae) o / attrazione psico_fisica. Successivamente, scegliendo di continuare la relazione, di voler frequentare la persona amata, si accede agli altri piani semantici in cui il concetto di amore trova espressione: amor bene-volentiae e donum. 

Il voler-bene indica il dispiegamento della volontà a considerare il bene per la persona amata. L’amante vuole il bene dell’amato. Mentre l’amor concupiscentiae si rivolge ad aspetti della persona amata destinati a tramontare ( come la bellezza ) e, in se stesso, è una autocelebrazione dell’amante ( io dico di amarti perché ne ho un vantaggio, resto fermo in superficie, attratto da caratteristiche psico fisiche o attitudinali dell’altro ), l’amor benevolentiae si concentra esclusivamente sul bene del e per l’amato. 

La volontà di perseverare nella frequentazione dell’altro contribuisce all’insorgere progressivo del sentimento di benevolenza. Più frequento, più mi innnamoro, perché rinnovo lo stupore verso l’altro e più lo avverto, più lo voglio amare. Di questo tipo di amore fanno parte la capacità e la volontà di perdonare. Per esempio: una madre che ha un figlio omicida, pur provando repulsione per esso, e quindi nessun tipo di attrazione o emozione o sentimento positivi, può continuare a volere il suo bene, può decidere di farlo. Ma a monte c’è un sentire, un’attrazione irrazionale, una disposizione dell’anima, una compiacenza o benevolenza che non ha inizialmente bisogno di spiegazioni, che non risiede  nello sforzo di accordare all’amato la nostra disponibilità a persistere nella ricerca e nella conferma del suo bene. 

C‘è infine un gradino superiore, quello in cui amante e amato si con-fondono; dove si perde lo scarto tra ciò che viene donato e colui che dona, dove è l’amante stesso colui che si dona, mentre ciò che è donato è in secondo piano. Questo è un tipo di coinvolgimento affettivo perfetto e sublime, in cui l’amante considera l’amato come una sola cosa con se stesso.

Da ciò segue che chi si innamora non ha colpe. Ne ha invece chi dà spazio all’amor concupiscentiae , seguendo la logica dell’interesse personale, del distacco e della noncuranza verso il valore dell’altro.  Chi lo strumentalizza. Anche il dato estetico, se considerato come mezzo di soddisfacimento emotivo dell’amante, scade in una forma di estetismo erotizzante, ma non fa dell’atto d’amore una modalità celebrativa e benevolente dell‘amato.

 

 

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Due voci ispirate a confronto

"Guerra e pace" (screenshot dalla serie TV Mediaset

“Guerra e pace” (screenshot dalla serie TV Mediaset

 

di Massimo Lapponi

 

«Portiamo un altro esempio di una forma o disposizione esteriore e terrena sotto la quale sembrano essere rappresentate grandi e sconosciute meraviglie. Mi riferisco ai suoni musicali, quali si esprimono nel modo più perfetto nell’armonia strumentale.

«Vi sono sette note nella scala (…); uno strumento veramente molto esiguo per un’impresa così vasta! Quale scienza sa trarre tanto da così poco? Con quali poveri elementi un grande maestro di musica crea il suo nuovo mondo! Diremo che tutta questa esuberante inventiva non è altro che pura ingegnosità o abilità dell’arte, come sarebbe un gioco o una moda del giorno, senza realtà e senza significato?

«Possiamo farlo. E allora, forse, diremo anche che la teologia non è che una questione di parole. O piuttosto, bisognerebbe dire che, come nella teologia della Chiesa vi è un mistero divino, che quanti lo sentono non sono in grado di comunicare, così il medesimo è anche presente nella sublimità e nella bellezza di cui sto parlando.

«Per molti gli stessi nomi usati dalla scienza musicale sono del tutto incomprensibili. Parlare di un’idea o di un contenuto a loro sembra fantasioso o insignificante, parlare di visioni che essa ci dischiude sembra una stravaganza puerile. Ma è possibile che quell’inesauribile evoluzione e disposizione delle note, così ricca e nello stesso tempo così semplice, così complessa e così regolata, così varia e così maestosa, non sia altro che un puro suono, che va e svanisce?

«È posibile che quelle misteriose commozioni del cuore, quelle intense emozioni, quegli inusuali aneliti non sappiamo verso che cosa, quelle possenti impressioni provenienti da non si sa che, siano causate in noi da nient’atro che da un qualcosa di inconsistente, che va e che viene, che incomincia e finisce in se stesso?

«Non è e non può essere così! No! Esse sono come sfuggite da qualche sfera più alta, sono ripercussioni dell’armonia eterna attraverso i suoni creati, sono gli echi provenienti dalla nostra patria, le voci degli angeli, o il “Magnificat” dei santi, o le leggi viventi del divino governo del mondo, o gli attributi divini. Esse sono qualche cosa oltre se stesse, che noi non possiamo comprendere, che non possiamo esprimere – sebbene un uomo mortale, e forse uno che per il resto non si distingue al di sopra degli altri, abbia il dono di suscitarle».

 

Questa suggestiva pagina di John Henry Newman (1801-1890) è tratta dal quindicesimo e ultimo dei suoi sermoni universitari, che egli pronunciò nella chiesa di Saint Mary della celebre università di Oxford nel 1843, davanti a tutto il corpo accademico, circa due anni prima della sua conversione alla Chiesa Cattolica.

 

Vorremmo ora fare un’operazione molto azzardata. Ma prima di procedere ad essa riporteremo ancora una citazione di uno dei maggiori scrittori dell’Ottocento, Lev Tostoi (1828-1910). La citazione è tratta dal suo celebre romanzo “Guerra e pace” (1865-1869).

La giovane Natascia è fidanzata con il principe Andrei, ma avviene che un volgare avventuriero, Anatol’, approfittando dell’ingenuità della ragazza, riesce a farla invaghire di sé e, senza dirle di essere già sposato, ne organizza, con il consenso di lei, il rapimento. Il piano, però, viene sventato e, appena Natscia apprende che Anatol’ in realtà era già sposato, tenta di avvelenarsi. Viene salvata, ma cade nella più profonda prostrazione fisica e morale. Il principe Andrei rompe il fidanzamento e incarica l’amico comune Pierre di fare l’ambasciata. Pierre è infelicemente sposato con una donna indegna. Nel seguito del romanzo sua moglie morirà e così egli potrà sposare Natascia – nel frattempo anche il principe Andrei sarà morto in guerra.

Nella pagina che riportiamo Natascia, ridotta alla più profonda disperazione, chiede di vedere Pierre, per dargli l’incarico di trasmettere al principe Andrei la domanda, non di ristabilire il rapporto, ma di essere perdonata per il male che gli ha fatto. Pierre, che in un primo tempo aveva coltivato un giudizio negativo sulla giovane, vedendola nel suo stato di prostrazione fisica e morale, si commuove profondamente e incomincia a nascere in lui quell’amore per lei che in seguito, una volta morta la sua indegna moglie, lo porterà a chiedere e ad ottenere la sua mano.

 

«Lo so che tutto è finito,» disse [Natascia] in fretta. «No, questo non potrà mai accadere. Mi tormenta soltanto il male che gli ho fatto. Ditegli una cosa sola: che io lo prego di perdonarmi, di perdonarmi per tutto…»

Nataša fu percorsa da un tremito in tutto il corpo e sedette su una sedia. Un sentimento di pietà come non aveva mai provato colmò tutta l’anima di Pierre.

«Glielo dirò, gli dirò ancora una volta tutto,» disse Pierre, «ma… io desidererei sapere una cosa…»

«Che cosa?» disse lo sguardo di Nataša.

«Desidererei sapere se voi avete amato…» Pierre non sapeva come nominare Anatol’ e arrossì al pensiero di lui, «se avete amato quell’uomo malvagio?»

«Non chiamatelo malvagio,» disse Nataša, «Io non so nulla, non so nulla…» e di nuovo scoppiò a piangere.

E un sentimento ancor più forte di pietà, di tenerezza e d’amore invase Pierre. Sentiva sotto gli occhiali scorrergli le lacrime, e sperava che non venissero notate.

«Non ne parliamo più, amica mia,» disse.

A un tratto quella sua voce dolce, affettuosa e colma di sincera tenerezza parve molto strana a Nataša.

«Non ne parliamo più, amica mia; ma vi prego di una cosa: consideratemi vostro amico, e, se avete bisogno di un aiuto, di un consiglio, se anche semplicemente avrete bisogno di aprire il vostro animo a qualcuno – non ora, ma quando avrete fatto di nuovo luce nel vostro animo – ricordatevi di me.»

Le prese la mano e la baciò.

«Sarò felice se potrò…» Pierre si confuse.

«Non parlatemi così, non lo merito!» esclamò Nataša; e avrebbe voluto uscire dalla stanza, ma Pierre la trattenne per una mano.

Sapeva che aveva bisogno di dirle qualcos’altro. Ma, quando lo disse, si stupì egli stesso delle proprie parole.

«Calmatevi, vi prego; avete tutta la vita davanti a voi,» le disse.

«Io? No, per me tutto è perduto,» rispose Nataša, avvilita e umiliata.

«Tutto perduto?» ripeté lui. «Se io non fossi quello che sono, ma l’uomo più bello, più intelligente, l’uomo migliore di questo mondo, e se fossi libero, in questo stesso istante chiederei in ginocchio la vostra mano e il vostro amore.»

Per la prima volta dopo molti giorni Nataša pianse lacrime di riconoscenza e di commozione. Per un istante guardò Pierre, poi uscì dalla stanza. Anche Pierre, subito dopo di lei, raggiunse quasi di corsa l’anticamera, frenando le lacrime di commozione e di felicità che gli serravano la gola; si infilò la pelliccia imbrogliandosi con le maniche e salì sulla slitta.

    «Dove ordinate di andare?» domandò il cocchiere.

«Dove?» si domandò Pierre. «Dove posso andare adesso? Al club o in visita? No.»

Tutti gli uomini gli sembravano così meschini, così poveri in confronto al sentimento di commozione e d’amore che in quel momento provava, in confronto allo sguardo intenerito e riconoscente col quale lei lo aveva guardato per l’ultima volta attraverso le lacrime.

«A casa,» disse Pierre e, nonostante i dieci gradi sotto zero, aprì la pelliccia d’orso sul suo largo petto, respirando gioiosamente.

Era una notte fredda e serena. Sulle strade sporche e semibuie, sui tetti neri si stendeva un cielo scuro e pieno di stelle. Solo guardando il cielo, Pierre non sentiva l’offensiva bassezza di tutte le cose terrene in confronto alle altezze sulle quali spaziava la sua anima. Arrivando in piazza Arbatskaja ai suoi occhi si aprì l’immenso spazio dello scuro cielo stellato. Quasi a centro di quel cielo, sopra il Boulevard Preèistenskij, attorniata da ogni lato dalle stelle, ma distinguendosi da tutte per la sua vicinanza alla terra, per la sua luce bianca e la lunga coda sollevata in alto, stava l’enorme lucente cometa del 1812, quella stessa cometa che, a quanto si diceva, preannunciava ogni sorta di orrori e la fine del mondo. Ma quella luminosa stella con la lunga coda di raggi non suscitò in Pierre alcun sentimento di terrore. Al contrario, con gioia, con occhi umidi di lacrime, Pierre guardava quella stella luminosa, che dopo aver volato con indicibile velocità attraverso spazi sterminati, seguendo una linea parabolica, come una freccia che si conficca nella terra, si era come fissata in un punto da lei prescelto nel cielo nero, e lì si era fermata levando energicamente la coda verso l’alto, scintillando e giocando con la sua bianca luce fra le altre innumerevoli stelle sfavillanti. A Pierre sembrava che quella stella corrispondesse perfettamente a ciò che c’era nel suo animo intenerito e rinfrancato, e che si apriva a una vita nuova.

 

Dopo aver riletto questa pagina del grande scrittore russo, proviamo a fare un’operazione insolita. Riprendiamo il testo di Newman, sopra riportato, e sostituiamo i termini relativi alla musica con termini relativi all’amore tra l’uomo e la donna.

 

«Portiamo un altro esempio di una forma o disposizione esteriore e terrena sotto la quale sembrano essere rappresentate grandi e sconosciute meraviglie. Mi riferisco all’amore tra l’uomo e la donna, come è espresso, ad esempio, in modo mirabile in una celebre pagina di Lev Tolstoi.

«Semplici realtà umane sono coinvolte in questo sentimento, che pure ha suscitato l’ispirazione di un’infinità di scrittori; una realtà veramente molto esigua per un’impresa così vasta! Quale sentimanto sa trarre tanto da così poco? Con quali poveri elementi un grande scrittore sa rischiarare di nuova luce il suo mondo! Diremo che tutta questa esuberante inventiva non è altro che pura ingegnosità o abilità dell’arte, come sarebbe un gioco o una moda del giorno, senza realtà e senza significato? O vogliamo dire, con Schopenhauer, che tutto ciò non è altro che un’inganno della natura per continuare la specie – e che, ora che la natura a sua volta è stata ingannata e la specie ha trovato il modo di divertirsi senza riprodursi, tutto è ridotto ad un puro gioco senza significato?

«Possiamo farlo. E allora, forse, diremo anche che la teologia non è che una questione di parole. O piuttosto, bisognerebbe dire che, come nella teologia della Chiesa vi è un mistero divino, che quanti lo sentono non sono in grado di comunicare, così il medesimo è anche presente nella sublimità e nella bellezza di cui sto parlando.

«Per molti le stesse espressioni più alte usate dall’amore sono del tutto incomprensibili. Parlare di un ideale o di un destino comune a loro sembra fantasioso o insignificante, parlare di visioni che l’amore ci dischiude sembra una stravaganza puerile. Ma è possibile che quell’inesauribile e profonda ispirazione che ha dato vita ad immortali pagine di poesia, così ricca e nello stesso tempo così semplice, così complessa e così regolata, così varia e così maestosa, non sia altro che un puro gioco, che va e svanisce?

«È posibile che quelle misteriose commozioni del cuore, quelle intense emozioni, quegli inusuali aneliti non sappiamo verso che cosa, quelle possenti impressioni provenienti da non si sa che, siano causate in noi da nient’atro che da un qualcosa di inconsistente, che va e che viene, che incomincia e finisce in se stesso?

«Non è e non può essere così! No! Esse sono come sfuggite da qualche sfera più alta, sono ripercussioni dell’armonia eterna attraverso la bellezza creata, sono gli echi provenienti dalla nostra patria, le voci degli angeli, il “Magnificat” dei santi, le leggi viventi del divino governo del mondo, gli attributi divini, il canto della sposa dell’Agnello che grida: “Vieni Signore Gesù!”. Esse sono qualche cosa oltre se stesse, che noi non possiamo comprendere, che non possiamo esprimere – sebbene un uomo ed una donna mortali, che per il resto non si distinguono al di sopra degli altri, abbiano il dono di suscitarle».

 

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L’amore tra l’uomo e la donna al centro dell’attuale crisi della civiltà

Eros

 

 

di Massimo Lapponi

 

1. L’amore tra l’uomo e la donna è al centro della vita del mondo, e in questi nostri tragici tempi esso appare anche essere la chiave di volta dei problemi cruciali della civiltà. La crisi della democrazia, la crisi della religione, l’inquietante rapporto tra l’occidente e l’Islam: tutto ruota intorno al mistero insondabile dell’amore tra l’uomo e la donna.

Che questa sia la retta interpretazione di nostri tempi lo suggerisce già soltanto il fatto che i tratti più evidenti delle diverse crisi che stiamo attraversando si sono manifestati nello stesso momento in cui anche l’amore tra l’uomo e la donna è entrato in una crisi di una gravità inedita, quale probabilmente non era mai apparsa nella storia del mondo.
Soltanto la suggestione di una propaganda martellante impedisce a un gran numero di persone di capire che gli stravolgimenti che il costume e la legislazione stanno introducendo nella vita amorosa del genere umano non hanno nulla di “normale”, ma costituiscono un’assoluta novità nella vita delle nazioni e nel corso della natura, tale da dovere suscitare allarme, se non altro proprio per il suo carattere di stravolgimento radicale di tutta la precedente storia del mondo.

La pretesa di separare radicalmente gli atti sessuali dalla loro organica connessione con la generazione della vita, la conseguente diffusione, nella vita ordinaria delle persone, di pratiche finalizzate a rendere infecondi tali atti, e perciò la normalizzazione di molteplici comportamenti sessuali contro natura, di interventi meccanici o medico-farmaceutici per ottenere sterilità, di pratiche abortive per evitare la maternità, e la tendenza, già realizzata in alcune nazioni, a rendere obbligatorie, o almeno ad ottenere, con forme molto efficaci di persuasione, la diffusione quasi universale di alcune di dette pratiche, l’equiparazione del normale rapporto di amore tra l’uomo e la donna con rapporti omosessuali o altrimenti configurati e tutto ciò che ne deriva, non sono manifestazioni più che evidenti di uno stravolgimento della vita umana e della natura che viene ad irrompere come un uragano per la prima volta nella storia del mondo?

La pretesa che tutto ciò non sia che il normale svolgimento della vita democratica delle nazioni e che ogni allarmismo sia perciò da condannare è un insulto alla ragione e al buon senso.

Ma cosa ha a che fare questo stravolgimento della vita amorosa del genere umano con la crisi della democrazia e della religione e con le sempre più gravi tensioni del mondo occidentale con il mondo islamico? A prima vista il nesso non appare evidente, ma un’analisi più approfondita potrebbe forse svelarcelo.

2. Come dice “Il Pastor fido” di Giovanni Battista Guarini, «non si comincia bene se non dal cielo»: per comprendere i misteri della storia umana è necessario rivolgere lo sguardo il più in alto possibile. E cosa incontriamo di più alto, nella considerazione della generazione della vita umana, se non l’Incarnazione di Cristo? Questo mistero, che è al centro della storia del mondo, è anche al centro della vita amorosa del genere umano, e perciò quest’ultima non può essere compiutamente illuminata se non da esso.

Già il fatto che Dio abbia scelto la generazione da una donna quale mezzo per rendersi presente nel mondo, suggerisce che la generazione umana, e tutto ciò che ad essa concorre, è qualche cosa di sacro e di ineffabile, a cui l’uomo non dovrebbe accostarsi se non con riverenza e timore.

La genealogia di Cristo, quale è riferita nel Vangelo di Luca – Lc 3, 23-38 – risale fino ad Adamo, che viene chiamato “figlio di Dio”. Dunque Cristo appare essere Figlio di Dio non solo perché generato per opera dello Spirito Santo, ma anche perché fin dall’origine il capostipite della sua genealogia era detto “figlio di Dio”. La figliolanza di Dio, perciò, incomincia già con il genere umano e culmina, infine, nella generazione di Cristo da Maria, e l’intervento dello Spirito Santo sembra inserirsi quasi naturalmente nel corso delle generazioni. Il testo biblico suggerisce, infatti, che vi sia una sorta di preparazione al mistero dell’Incarnazione, che era già presentita al momento della creazione del primo uomo e che ha animato del suo soffio sublime tutte le successive generazioni umane. Dare la vita ad un uomo, dunque, è già un’azione divina, che misteriosamente aspira ad assimilarsi alla generazione eterna del Verbo di Dio dal Padre.

Se è così, possiamo credere che l’amore tra l’uomo e la donna, così inscindibilmente coinvolto nella generazione della vita, non sia anche coinvolto nel mistero della generazione temporale ed eterna del Verbo divino?
Nel pensiero dei Padri della Chiesa e dei grandi teologi antichi, la creazione del mondo viene presentata come un prolungamento del flusso delle Persone Divine nel seno della Trinità. Come il Figlio fluisce eternamente dal Padre nel vincolo di amore dello Spirito Santo, in modo analogo la creazione, quasi straripando al di fuori della vita divina per l’eccesso incontenibile dell’amore, viene a formare una sorta di prolungamento temporale dell’eternità. Ovviamente tra la vita divina della Trinità e il mondo creato vi è l’abisso che separa l’infinito dal finito e l’Essere per sé dall’essere per partecipazione, ma nel mondo creato vi è il riflesso della vita divina da cui esso deriva, quasi fosse un torrente uscito dall’alveo di un fiume.

Ora, questo torrente non può non avere in sé una misteriosa tensione a ritornare verso la pienezza di vita da cui è scaturito e a ritrovare così il senso pieno della propria esistenza. Ma come superare l’abisso invalicabile che lo divide dall’infinito divino? Sembra quasi che la natura creata sia animata da una misteriosa “anima del mondo”, da un istinto che la porta ad evolvere verso forme sempre superiori di esistenza, dalla vita inorganica alla vita organica, alla vita autonoma, alla vita cosciente.

Ecco che, con l’apparire dell’uomo, il mondo diviene cosciente di se stesso e nella coscienza dell’uomo appare, come l’alba su un orizzonte lontano, l’intuizione della vita divina da cui il mondo è derivato e a cui esso aspira a ritornare. Ma il sole, annunciato dall’alba spirituale nella coscienza dell’uomo, indugia ad apparire all’orizzonte, finché l’uomo, dopo aver ammirato l’immenso scenario della natura, non posa il suo sguardo sull’ultima creatura di Dio, che viene quasi a coronare tutta l’opera della creazione: la donna!

Allora l’uomo esclama: «Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa!» (Gn 2, 23) e, intrecciando con la sua sposa un vicolo di amore, vede apparire nell’orizzonte della sua coscienza una più intensa luce del sole divino che si prepara a sorgere.
Tutta la natura sembra raccogliersi nella bellezza della sua sposa e nell’amore che entrambi li trasporta e il mistero divino non appare più soltanto avvolto dalla maestà del Creatore, ma incomincia a rivelare quella pienezza originaria di «luce intellettual piena d’amore» (Paradiso, 30, 40) da cui è sgorgato il torrente dell’universo creato. Amore e felicità sono nel medesimo tempo l’esperienza dell’uomo e della donna, il senso ultimo del mondo e la rivelazione della stessa misteriosa vita divina.

Ma, sebbene ora l’alba si sia trasformata in una sfolgorante luce che inonda l’orizzonte interiore dell’uomo e della donna, il sole divino rimane ancora nascosto: l’abisso tra finito e infinito non è stato ancora varcato. Possono sperare lo sposo e la sposa che il loro amore, e con esso tutto l’universo, rifluiscano infine nella sorgente originaria del mondo creato?

3. L’uomo e la donna ancora non sanno che all’origine della creazione vi è un modello eterno ineffabile: la generazione del Figlio di Dio dal Padre nel vincolo di amore dello Spirito Santo. Questo modello, che il mondo naturale ha imitato in forme sempre più elevate, dalla causalità meccanica alla generazione biologica, alla generazione della vita autonoma, ora essi sono chiamati a riprodurlo attraverso la fecondità, non solo biologica, ma soprattutto e sostanzialmente spirituale della loro unione. La loro «luce intellettual piena d’amore», nell’atto di dare la vita a nuove creature umane, nello stesso tempo rispecchierà il mistero della Santissima Trinità e collaborerà con essa a generare – più che a creare – nuovi figli. E certamente questi figli assomiglieranno al Figlio eterno di Dio, generato nell’eternità, e avvertiranno nelle profondità del loro cuore questa somiglianza, trasmessa loro dalla causa sostanziale che li ha generati: non il processo semplicemente biologico, ma il mistero di coscienza e di amore operante nell’intimo essere del padre e della madre nell’atto della loro unione sponsale.
Questa fecondità sconfinata dell’amore dello sposo e della sposa, che darà vita ad una generazione infinita, appare come un ulteriore gradino verso il superamento dell’abisso che ancora divide il mondo da Dio. E questo gradino senza confini, che si estende per tutte le generazioni del mondo, non sembra adombrare già la presenza dell’infinito nell’universo creato? Esso, infatti, contiene una misteriosa promessa: un giorno infine, proprio grazie alla generazione umana, l’abisso sarà colmato, il sole divino sorgerà sull’orizzonte del mondo creato e invaderà, con la sua luce divina, tutta la creazione.

La donna, posta da Dio come culmine della creazione, rivelatrice e generatrice della vita divina nel mondo, redenta da quella colpa che l’aveva fatta precipitare dal suo trono di regina nel fango della carnalità, avrebbe dato alla luce lo stesso Figlio eterno di Dio nel mondo.

Ma prima che ciò avvenisse la storia umana doveva essere attraversata dalla tragedia del peccato: la donna, rinunciando al suo ruolo sublime, sarebbe stata travolta, insieme all’uomo, in una funesta avventura. Voltando le spalle al Creatore, l’uomo e la donna si sarebbero alienati l’uno dall’altra: l’uomo non avrebbe più cercato nella donna il gradino per salire fino a Dio e per preparare la sua venuta nel mondo e avrebbe regredito alla funzione di padrone del mondo della natura, mentre la donna, abbassata al ruolo di diletto carnale, avrebbe cercato di vendicarsi della sua umiliazione sfruttando il suo immenso potere sull’uomo.

Ma la rovina non era tale che non persistesse, in fondo alla coscienza umana, l’intuizione di un destino più alto e più degno dell’uomo e della donna. Per questo rimase, a salvaguardia contro una totale degenerazione, la sacralità del matrimonio, per quanto troppo spesso tradita e infangata dall’umana perversione. Nei figli, soprattutto quando i genitori conservavano una più alta virtù, permaneva una confusa intuizione dell’origine divina della loro generazione. E intanto Dio preparava la strada alla restaurazione del suo piano originario e all’apparizione del suo Figlio eterno nel mondo.

La Provvidenza guidava le generazioni umane e miracolosamente preparava una stirpe in cui le conseguenze del peccato originale e dei peccati degli uomini piano piano si attenuavano. Finché un giorno apparvero due giovani sposi – a cui la tradizione ha dato i nomi di Gioacchino ed Anna – nei quali, attraverso una grande tribolazione, che prefigurava un sacrificio infinitamente più sublime, che avrebbe redento tutto il genere umano, l’amore sponsale sarebbe stato interamente purificato dal peccato e avrebbe, perciò, generato una donna degna di rioccupare il trono regale del mondo, già abbandonato dalla sua prima progenitrice.

Maria fu immune da ogni peccato fin dal suo santo concepimento e nel suo cuore si rifletté senza macchia la luce della divinità. Ormai il genere umano era pronto: dalla donna, culmine della creazione, poteva infine nascere, per opera dello Spirito Santo, lo stesso Figlio eterno di Dio, che era stato l’oggetto del desiderio incosciente di tutto il creato e del desiderio semi-cosciente dell’uomo, nel cui spirito il creato doveva rivelarsi a se stesso.

Ormai tutta la storia umana era destinata a cambiare: ogni sposo e sposa, purificati dal sangue di Cristo, erano invitati ad imitare l’amore di Gioacchino ed Anna e a generare figli destinati a rispecchiare, nel loro essere, la stessa dignità di Cristo e di Maria: figli di Dio, uniti da un vincolo di divina fraternità, destinati ad operare nel mondo non come padroni della natura, ma quali custodi dell’amore sponsale, paterno, materno, filiale e fraterno e perciò diffusori, in tutto il mondo, della vita rinnovata nella pace e nell’armonia divina.

4. Ma il nemico di Dio e del genere umano era sempre in agguato e, grazie all’antico peccato che ancora operava nel mondo, in tutti i modi cercava di attraversare i progetti di salvezza di Dio.

Quale era la luce centrale da cui scaturiva tutto il senso del mondo e della sua salvezza? Il mistero dell’Incarnazione, in vista del quale il mondo era stato creato e aveva trovato la sua piena realizzazione nella coscienza dell’uomo e la sua perfezione nella creazione della donna.

La donna, destinata a dare la vita al Figlio di Dio nel mondo, aveva rivelato all’uomo e a se stessa il vero volto di Dio e aveva dato il suo vero senso alla vita dell’uomo, il quale, dunque, avrebbe dovuto porre l’amore per la sua sposa e per la vita da lei generata al di sopra di ogni altro interesse. Se Dio stesso aveva scelto la generazione da una donna per manifestarsi al mondo, cosa c’era di più alto nella vita umana dell’amore tra l’uomo e la donna che genera la vita, e una vita ormai santificata per essere in comunione con la vita di Cristo?

Dunque il dominio del mondo naturale passa in secondo piano e deve essere messo al servizio della vita e dell’amore, non viceversa. E se l’amore tra l’uomo e la donna dà il suo vero senso divino alla vita dell’uomo, questo amore non potrà essere che unico e indissolubile. Da esso saranno generati figli che sapranno per intima esperienza di essere figli di Dio e fratelli tra loro. Dunque la santità dell’amore sponsale, la venerazione per la donna, unica sposa che dà senso alla vita dell’uomo, e l’amore rispettoso per ogni uomo saranno i caratteri indelebili del nuovo mondo che nasce dalla rivelazione del Figlio di Dio sulla terra, generato dalla Vergine Maria.

Monogamia, inseparabilità dell’amore sponsale dalla generazione dei figli, cura amorosa di ogni uomo, in quanto figlio di Dio, o chiamato a diventarlo: questi sono i caratteri della nuova “civiltà dell’amore”, e tutti si fondano sul sublime mistero dell’Incarnazione.

Come opererà, dunque, il nemico di Dio e degli uomini, servendosi dell’antico peccato dell’uomo, per rovinare la “civiltà dell’amore”, con la quale Dio ha disposto la salvezza del genere umano?

Cercherà di distruggere i caratteri di questa civiltà e, nello stesso tempo, diffonderà tra gli uomini la negazione e il rifiuto dell’Incarnazione.

5. Torniamo ora al quesito iniziale: è arbitrario affermare che l’attuale stravolgimento della vita amorosa del genere umano sia all’origine delle crisi più significative del nostro tempo?
Consideriamo la crisi della democrazia.

Quale che sia il modo in cui storicamente si è svolto e attuato il principio democratico, è indubbio che esso ha trovato il suo vero e ultimo fondamento in quell’amore rispettoso per ogni essere umano che sgorga dalla chiamata di ogni uomo ad essere figlio di Dio. Ma questa chiamata trova il suo fondamento nell’Incarnazione di Cristo e nella sua volontà di estendere a tutto il genere umano la sua figliolanza divina. E, a sua volta, questa estensione presuppone la redenzione del genere umano dal peccato, che aveva stravolto l’originario rapporto di amore tra l’uomo e la donna, riportando l’uomo a considerare suo fine supremo il solo dominio del mondo. Soltanto un ritorno dell’uomo alla sua vocazione primaria, sponsale e paterna, poteva ricollocare l’amore rispettoso per ogni vita umana al centro del suo interesse, ponendo il dominio del mondo quale fine secondario e subordinato al primo.

Ora, l’attuale crisi della democrazia sorge proprio dal conflitto insanabile tra il principio del rispetto per ogni essree umano e il ricadere dell’uomo, a causa della negazione della intangibile missione sponsale e materna della donna, nel ruolo primario di dominatore del mondo – nel quale si è fatta coinvolgere anche la donna, dopo aver rinunciato alla sua missione divina. Non si può, dunque, negare, che il rifiuto della monogamia, la separazione delle funzioni riproduttive dalla generazione della vita, la diffusa degenerazione sessuale, l’accettazione come normali delle pratiche abortive e delle unioni sessuali contro natura siano in insanabile conflitto con il rispetto per ogni uomo, quale figlio di Dio, e siano perciò a fondamento dell’attuale crisi della democrazia.

Anche la crisi della religione poggia sul medesimo fondamento. Infatti, se la donna ha la funzione di privilegiata rivelatrice del vero volto di Dio attraverso la sua dignità sponsale e materna, non c’è dubbio che il volto di Dio si offusca nella coscienza dell’uomo, una volta che si introduce il dubbio sulla missione divina della donna, e con esso viene meno la devozione verso Maria, madre di Dio e di tutti gli uomini, e si ottenebra la complementare missione maschile – regale e sacerdotale – di Cristo.

E qual è la reazione dell’inquieto mondo mussulmano di fronte a questa crisi civile e religiosa dell’occidente?
L’Islam aveva una tradizionale soggezione, rispetto al mondo occidentale, non tanto per la superiorità tecnica di quest’ultimo, quanto per le grandi conquiste civili che in esso si manifestavano, quali appunto la democrazia, il rispetto per la donna, la monogamia. Ma, dal momento che questi caratteri della civiltà occidentale sono entrati in crisi, l’Islam non può non sentire istintivamente la contraddizione tra i principi di rispetto per l’uomo, che ancora si sbandierano retoricamente, e il loro sfacciato tradimento attraverso la degenerazione sessuale, lo sfruttamento della donna, la violenza dell’aborto, la profanazione delle funzioni genetiche, la normalizzazione delle unioni contro natura e tutto ciò che ne consegue. L’uomo occidentale appare ormai rivolto esclusivamente al dominio del mondo, e a questo dominio subordina ogni cosa, a cominciare dal rispetto per l’uomo e per i suoi diritti. In questo clima, ogni sincero sentimento religioso è destinato a scomparire. E come può non reagire a questa situazione contraddittoria e intimamente falsa la religione islamica, fondata in modo così esclusivo sull’adorazoine assoluta di Dio?

Ma a sua volta l’Islam è attraversato da una grande contraddizione: esso rimprovera all’occidente la sua ipocrisia nel celebrare a parole il rispetto per ogni uomo, mentre lo viola ormai sfacciatamente proprio per aver perduto ogni senso del sacro, ma, nello stesso tempo, non è in grado di mostrare un rispetto per l’uomo che possa dare nuovo vigore alle tradizioni democratiche dell’occidente. E perché non è in grado di farlo? Perché l’Islam si fonda su due principi: l’assoluta sovranità di Dio, che deve estendersi a tutte le nazioni, e il cosciente e categorico rifiuto del mistero dell’Incarnazione. Ora, mentre il primo principio potrebbe fornire il fondamento per una devozione rispettosa verso ogni uomo – e infatti questo tratto è presente in molti aspetti dell’Islam – il secondo entra con essa in contraddizione. Proprio il rifiuto dell’Incarnazione ha tolto all’Islam il fondamento della dignità della donna, il cui ruolo non può che essere subordinato alle attività maschili. Così, con la pratica della poliginia e la mancanza di venerazione per la missione paterna e materna, quale superiore vocazione dell’uomo e quale vera rivelazione del volto di Dio, l’Islam finisce per perdere la vera base della fraternità e della democrazia. In questa situazione la sua critica all’occidente finisce per dimostrarsi sterile e contraddittoria e per ottenere, infine, soltanto un risentito disprezzo.

A conclusione di queste osservazioni, vorremmo richiamare ad un esame di coscienza, che permetta di ritrovare, nella situazione apparentemente caotica e indecifrabile del nostro tempo, una strada di chiarificazione, e perciò di salvezza.

Da queste riflessioni è nata l’ispirazione di comporre una sacra rappresentazione in musica sui personaggi di Sant’Anna e San Gioacchino. Non essendoci pervenuta alcuna certa informazione storica sui genitori della Beata Vergine Maria, la storia narrata nella rappresentazione è frutto di pura immaginazione. Si può leggere il libretto dell’opera, ancora mai rappresentata, tramite il seguente link:

https://massimolapponi.wordpress.com/gli-occhi-luminosi-di-santanna-sacra-rappresentazione/




La trappola delle “passioncelle”

“Quando è concesso prendersi una cotta durante una relazione (e quando, invece, no). C’è una grande differenza tra una cotta innocente e l’infedeltà emotiva”. Questo il titolo ed il sommario di un articolo di un giornale che hanno tratto l’attenzione di Giorgia Brambilla. Ma veramente c’è una differenza tra una “cotta innocente” e “l’infedeltà emotiva”? E che significano questi termini? Articoli di questo genere ci passano tutti i giorni sotto il nostro distratto sguardo, sedimentandosi nel nostro subconscio. E’ su questo che ha voluto riflettere Giorgia Brambilla in questo articolo che ci propone. 

 

Uomo che guarda una bella donna

 

di Giorgia Brambilla

 

«Sì, puoi vivere una relazione felice e impegnata e prenderti una cotta per un’altra persona allo stesso tempo. E no, questo non ti rende un partner pessimo o una persona spregevole», leggo sulla pagina dell’Huffingtonpost del 9 agosto (qui).

Qui non è questione se “si può o non si può”. La morale non è superficiale “moralismo”, va in profondità, si chiede chi è l’uomo, come “funziona” e soprattutto cosa è bene per lui. Chi conosce lo spirito umano, grazie alla luce sulla ragione che viene dalla fede, non si limita a fare la “dietrologia” di quel sentimento o a indicarne i limiti oltre ai quali è il caso di andare dallo specialista. L’aspetto psicologico è importante, ma incompleto. Bisogna andare più a fondo, scendere nelle latebre del cuore umano e svelarne i meccanismi, recuperando quella visione di stampo antropologico che con san Tommaso considera la relazione tra sentimenti, intelletto e volontà.

Non c’è dubbio che atti diversi abbiano valutazioni morali differenti. Così come sentire attrazione per qualcuno non è come consentire assecondando tale sensazione fino a consumarla anche fisicamente sono atti diversi; nemmeno insultare qualcuno è la stessa cosa di ucciderlo. Tuttavia, Nostro Signore – che ha detto «Avete inteso che vi fu detto “Non uccidere”, ma io vi dico (…) chi dice al fratello, “pazzo”, sarà sottoposto al fuoco della Geenna» (Mt 5, 21.22)– va dritto al cuore dell’uomo, arrivando a dire: «avete inteso che fu detto “Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,27-28).

Chi conosce davvero l’essere umano – e chi meglio di Nostro Signore? – non si limita a condannare l’adulterio propriamente detto, ma mette in guardia da una dinamica molto profonda che oggi si tende a sottovalutare, anche sulla scia del tempo in cui viviamo, votato purtroppo all’emotivismo. Sto parlando dell’infedeltà del cuore, che si manifesta in quelle che san Francesco di Sales chiama “passioncelle”, oggi “flirts”, ovvero relazioni pesudo-affettive tra persone già vincolate da una vocazione (matrimoniale o religiosa) basate sull’innamoramento (amor cumplacentiae), che non giungono quasi mai all’adulterio propriamente detto, ma si alimentano idealisticamente di sospiri, attese e brevi momenti insieme.

Con questo breve contributo, vorremmo invitare il cuore di ogni lettore, sposato o consacrato (sacerdote, suora, ecc.), a non sottovalutare le “cotte”, a non pensare che esse avvengano “per caso”, svelandone il meccanismo interiore e rivelargli che un continuo lavoro su di sé, corroborato dalla Grazia di Dio, e una serena, ma seria, vigilanza sulle passioni può prevenirle.

 

Un semplice caffè insieme, un messaggio con l’emoticon a forma di cuore, trovarsi a fantasticare su quella persona. Chi oserebbe dire che si tratta di adulterio? «Tuttavia gli uomini e le donne vi rimangono catturati», leggiamo nella Filotea di san Francesco di Sales. Il santo non era uno psicologo né conosceva il meccanismo della dopamina – il neurotrasmettitore responsabile del cosiddetto “circuito della ricompensa” – ma da profondo conoscitore del cuore umano ha espresso parole durissime sulle “passioncelle”, forse tra le più dure di tutta la Filotea. Egli aveva ben presente che queste dinamiche, questi innamoramenti, apparentemente innocui, possono diventare assai pericolosi, e non solo per il rischio di cadere nell’adulterio propriamente detto (che sarebbe certamente un peccato grave e una grave offesa al sacramento del matrimonio), ma per il livello di schiavitù che ci provocano questi sentimenti, anche laddove fossero unicamente autoreferenziali. Nel capitolo XVIII scrive:

Il noce reca molto danno ai campi e alle vigne in cui è piantato, perché è grande ed assorbe tutte le sostanze della terra, che così non riesce a nutrire anche le altre piante; il suo fogliame è così folto che fa un’ombra grande e spessa. Per di più attira i passanti che, per prenderne i frutti rovinano e calpestano tutt’intorno. Queste passioncelle producono danni simili all’anima; l’occupano talmente e condizionano così potentemente i suoi movimenti, che essa non è più disponibile per alcun’altra opera buona; sicché il cuore ne è rovinato e calpestato (..); rubano l’amore e di conseguenza anche il cuore, a Dio, alla moglie, al marito, a chi era dovuto.

Nella Filotea, i “flirts” vengono presentati come qualcosa che distoglie l’anima dal vero amore e dunque dal vero bene e la dirige verso qualcosa di effimero che piace, ma al tempo stesso consuma l’intimo dell’uomo, in virtù della dinamica stessa del desiderio. Lasciato alla sua dinamica spontanea, il desiderio, infatti, rende schiavi dell’impulso immediato.

Incominciamo allora a comprendere perché il desiderio occupa un posto di rilievo nel Decalogo e ancora di più nella Legge nuova di Cristo. Qui si comprende anche l’attenzione che viene data nel Vangelo allo “sguardo” e alla sua valenza morale, in quanto espressione di ciò che l’uomo ha nel suo cuore, ovvero la profondità dell’actus interior.

È da notare che Cristo fa dipendere la valutazione morale del “desiderio” dalla stessa dignità personale dell’uomo e della donna e non solo dal fatto che siano sposate o meno. Lo scopo della Legge è appunto quello di mettere un limite al desiderio muto e cieco, perché esso oscura il rispetto per l’altro e, in realtà, anche per se stessi. Ecco perché il desiderio richiede un’analisi che non sia solo psicologica ma soprattutto etica, e il motivo risiede nel fatto che vi è un valore che viene leso. Secondo la descrizione biblica, infatti, «il desiderio è l’inganno del cuore umano nei confronti della perenne chiamata dell’uomo e della donna (..) alla comunione attraverso un dono reciproco», come scrive Giovanni Paolo II in “Uomo e donna li creò”.

Nella catechesi di Cristo, il “desiderio” non si è ancora trasformato in un’azione esteriore, ancora non è divenuto l’“atto del corpo”: tuttavia, è già in gioco il valore del corpo, in quanto il suo significato sponsale cessa di essere tale proprio a motivo della concupiscenza. L’uomo, “desiderando”, “guardando per desiderare”, sperimenta in modo più o meno esplicito il distacco da quel significato del corpo, che sta alla base della comunione delle persone. Quindi, paradossalmente, vi è un doppio binario, da un lato permettendo al mio cuore di innamorarsi, pur essendo già legato da un vincolo matrimoniale o da una vocazione sacerdotale o religiosa, lo indebolisco perchè lo porto a dividersi, dall’altro non rispetto neanche la persona di cui mi invaghisco, che, in quanto persona merita anch’essa un amore vero, fondato e reale e non di diventare oggetto delle mie fantasie o desideri.

Uso la parola “reale” perché il primo segno della concupiscenza è proprio l’incapacità di vedere l’altro per quello che è, prima di tutto come persona, ovvero quell’essere che richiede di essere amato per se stesso (amor benevolentiae), diventando un oggetto del mio piacere e del mio desiderio; in secondo luogo, perché il primo fraintendimento che ci provocano i sentimenti consiste proprio nel ritenere reale ciò che non lo è. Lo ripeto: il flirt è solo un miraggio. È una “dose” di benessere, «che ti dà la sensazione intensa di sentirti vivo», leggevo proprio ieri su una rivista femminile; non costituisce una vera relazione con l’altro, fatta di impegno e dedizione, crescita personale e di coppia nella durezza della realtà, per imparare ad amare l’altro per se stesso; è piuttosto la ricerca di un’“oasi” che, come tale, non è reale.

L’ambito morale, allora, nel quale siamo soliti considerare l’infedeltà, si amplifica divenendo esistenziale: l’amore è l’atto che realizza nel modo più completo l’esistenza della persona ed è la dimostrazione del grado di perfezione della persona. Infatti, la sua capacità di volere il bene dell’altro suppone una certa volontà di perfezionarlo in quanto persona: «l’amore vero perfeziona l’essere della persona e ne realizza l’esistenza. L’amore falso porta a risultati opposti: è quello che si orienta verso un bene apparente o, nella maggior parte dei casi, verso un bene vero ma in un modo non corrispondente alla natura di quel bene», scrive K.Wojtyla in “Amore e responsabilità”.

Questo, di conseguenza, dimostra quanto ci sia bisogno di scendere in profondità di noi stessi per conoscere il nostro cuore spesso distratto da “altri amori” e per raggiungere, invece, quella “purezza” di cui ci parla il Vangelo (cf. Mt 5, 8). La parola “adulterare”, in effetti, se ci pensiamo, indica modificare la purezza di qualcosa, mescolandola a sostanze di qualità inferiore. Al contrario, la purezza di un materiale è data proprio dalla mancanza di contaminazioni. Si pensi, a un metallo come l’oro, all’aria, all’acqua, ecc. L’accezione morale non è lontana da quella chimica: il cuore puro è tutto d’un pezzo, “indiviso” e quindi fedele.

Sembra un traguardo irraggiungibile: cosa passiamo fare, oltre a chiedere la Grazia di Dio, per arrivare alla “purezza di cuore”? Sicuramente cominciando ad essere coerentemente esigenti verso noi stessi – abolendo la flaccidità del “non è poi così grave!” – allenandoci gioisamente all’autodominio, ovvero quella capacità di dirigersi rettamente verso il vero bene. Come, concretamente? Allontanando con coraggio e fermezza tutto ciò che può “contaminare” la purezza dell’amore che ci lega al coniuge o a Dio. Educando il proprio sguardo oppure evitando le occasioni che possano causare un “cortocircuito” affettivo; ma, ancora di più vigilando sulle proprie emozioni con un “check” up sereno ma attento. Non dobbiamo temere di dire no, se incontrare una certa persona può turbarci, né pensare di offenderla se rifiutiamo un invito a pranzo con lei, ad esempio: in realtà, come abbiamo visto, in questo modo stiamo esprimendo massimo rispetto a lei e anche a noi stessi (per non parlare del coniuge che ci aspetta a casa o di Dio stesso se siamo sacerdoti o suore). Questi incontri, per quanto fugaci – un caffè quanto può durare? – mettono in moto tutto un processo emotivo che precede tale incontro che ci distrae dal vero amore a cui siamo vincolati e che merita tutta la nostra concentrazione e il nostro costante impegno. L’attesa infiamma i nostri sensi e ci fa vivere in una specie di realtà parallela, al pari di una droga. Ed è proprio quella “dose” che l’individuo cerca, in realtà, non la persona reale, ingannando lei e se stessa.

Del resto, «non abbiamo amore a sufficienza nemmeno per ciò che è necessario! Già è molto se ne abbiamo abbastanza per amare Dio; ciononostante, miserabili come siamo, lo disperdiamo e dilapidiamo in cose sciocche, vane e frivole, come se ne avessimo troppo!», afferma Francesco di Sales nel capitolo già citato.

Questo orientamento della volontà e quindi dei sentimenti, viene chiamato da Tommaso “amor benevolentiae”; è l’amore nella sua forma più alta, ed è precisamente la salvezza del desiderio, perché dà priorità al dono e alla ricerca del bene. Umanamente è ciò che si sperimenta come “pace del cuore”- contrapposta alla tipica inquietudine che sperimenta chi vive un “flirt” –  quella tranquillitas ordinis che ricorda l’armonia interiore precedente il peccato originale, quando nell’uomo le facoltà inferiori (passioni) erano sottomesse a quelle superiori (ragione e volontà).

Oggi di queste tre dimensioni dell’essere umano si parla poco; si è persa quella formazione affettiva (cioè dell’affectus), tramite la quale – fin da bambini – la ragione e la volontà imparano a dirigere serenamente le passioni evitandoci, per quanto possibile per la nostra natura ferita, l’instabilità di una vita succube dell’emotività.

Dopo questa veloce riflessione, possiamo dire che sebbene la persona della “cotta”, così come descritta dalla notizia di riferimento, non avesse alcuna intenzione di “tradire” né di arrivare addirittura all’adulterio propriamente detto, tuttavia, questi sentimenti non vanno affatto presi alla leggera e con prudenza vanno allontanati dal proprio cuore, prevenendoli con una formazione solida e costante della volontà, per non rischiare di trovarsi con una bomba in mano davvero difficile da disinnescare.




CARD. MÜLLER: DIABOLICO SUGGERIRE DI ABBANDONARE LA VERITÀ E LA CROCE

Kardinal Gerhard Ludwig Müller, Präfekt der vatikanischen Glaubenskongregation, auf dem Petersplatz am 19. November 2014 im Vatikan.

CARD. MÜLLER: DIABOLICO SUGGERIRE DI ABBANDONARE LA VERITÀ E LA CROCE

Il card. Gerhard Ludwig Müller dice che alcuni teologi e vescovi presentano un resoconto della dottrina che assomiglia fortemente alle proposte fatte dal filosofo italiano Gianni Vattimo, il quale esorta la Chiesa cattolica ad abbandonare le verità di fede. Secondo Vattimo, le verità assolute sono fonte di conflitto e violenza, mentre la vera forza del cristianesimo sta nella pratica della carità. Ma non è assolutamente così.

Ecco, nella mia traduzione, un interessante saggio del card. Gerhard Ludwig Müller pubblicato il 13 marzo 2013 su The First Things (qui).

Qual è il significato della dottrina cristiana per la vita dei fedeli? Alcuni teologi e vescovi presentano un resoconto della dottrina che assomiglia fortemente alle proposte fatte dal filosofo italiano Gianni Vattimo nel suo libro intervista intitolato “Cristianesimo, Verità e indebolimento della Fede: Un dialogo”. In quest’opera, il noto pensatore postmoderno esorta la Chiesa cattolica ad abbandonare le affermazioni di verità che la Chiesa lega alla sua fede. Secondo Vattimo, le verità assolute sono fonte di conflitto e violenza, mentre la vera forza del cristianesimo sta nella pratica della carità. La famosa affermazione di Aristotele Amicus “Plato sed magis amica veritas” – “Plato è un amico ma la verità è un amico più grande” – quindi dovrebbe essere invertito. È possibile per la Chiesa seguire le raccomandazioni di Vattimo? E’ pensabile che la professione di determinate verità di fede non sia più necessaria per la salvezza? Oppure c’è una Regula fidei – una regola di fede – che contiene il centro delle verità rivelate e che tutti i cristiani hanno bisogno di confessare per essere in un giusto rapporto con Dio e il prossimo?

La tesi di Vattimo non è né originale né ragionevole. Nella sua “Storia Naturale della Religione” (1757), il filosofo scozzese David Hume – in accordo con altri pensatori scettici e agnostici inglesi e francesi – ha detto che la colpa delle devastanti guerre civili che avevano avuto luogo in Gran Bretagna e Francia era da attribuirsi alla pretesa di verità assoluta del cristianesimo. Per lui, per trovare la base per una convivenza pacifica e tollerante tra persone di diversa provenienza, si doveva ricorrere ad un tipo di cristianesimo ridotto ad opere caritatevoli o ad una religione e morale naturale che non invocasse alcuna rivelazione soprannaturale. Secondo questa visione, Gesù ha esemplificato l’amore. Insegnava e viveva una morale di vera bontà umana. I dogmi della Chiesa sono visti come costruzioni mentali che permettono al clero di conservare e aumentare il loro potere. Per i fautori di questa opinione, Gesù voleva un cristianesimo libero dal dogma, ed è proprio questo tipo di cristianesimo che corrisponde alle esigenze dell’epoca attuale. Da questo punto di vista, oggi abbiamo bisogno di un umanesimo senza metafisica, senza rivelazione e senza una moralità ostile alla vita. All’inizio del movimento ecumenico, prima e dopo la Prima Guerra Mondiale, veniva spesso citato il seguente motto: “La dottrina separa, la vita ci unisce”.

Più recentemente, l’egittologo Jan Assmann ha avanzato la tesi che la fede biblica nell’unico Dio ha eliminato la tolleranza propria del politeismo (cfr. Il prezzo del monoteismo). Egli sostiene che il monoteismo per sua stessa natura ammette la confessione della fede solo nell’unico Dio di Israele, in modo che il culto degli altri dèi sia soppresso – insieme ai loro adoratori, se necessario. Eppure, ci si può domandare se l’identificazione del monoteismo con la violenza e del politeismo con la tolleranza possa essere oggetto di esame empirico. I fatti storici dicono una cosa completamente diversa. Consideriamo, ad esempio, le persecuzioni subite dagli ebrei a causa della loro fedeltà all’unico Dio e Creatore di tutto. Il martirio dello scriba Eleazar e dei sette fratelli (2 Mac 6:18-7:42) è solo un esempio. Lo stesso vale per le persecuzioni dei cristiani sotto l’Impero Romano durante i primi tre secoli cristiani. Nel nostro tempo, ogni anno migliaia di cristiani in tutto il mondo testimoniano con la loro vita la verità che l’amore di Dio è più forte dell’odio del mondo. Sono martiri della verità, la verità che è Dio stesso e che si fonda in lui. Chiunque, di fronte alla sofferenza e alla morte dei martiri, affermi che il loro monoteismo e la loro confessione di Cristo sono fonte di violenza, dimostra un grado di sconsideratezza che tiene in disprezzo le persone. La stessa asserzione che credere nella verità dell’unico Dio implica la disponibilità a ricorrere alla violenza è di per sé un’espressione di violenza mentale, che in Occidente porta all’aggressione verbale contro i cristiani impegnati.

Ma l’identificazione del monoteismo con la violenza non è solo deficitaria quando si faccia riferimento alla verifica empirica. Essa contraddice anche la logica di base. La violenza è l’unico strumento che la verità non può usare per farsi riconoscere. Dopo tutto, la verità mira alla comprensione, che avviene solo quando la verità è liberamente accettata dalla ragione. Pertanto, per aiutare qualcuno ad arrivare a questa comprensione – per aiutare qualcuno a conoscere la verità – non si può ricorrere alla violenza, ma si deve fare uso di argomenti razionali che cercano di persuadere. La verità può essere denunciata come fonte di violenza solo quando si affermi apoditticamente che il relativismo è l’unica posizione corretta che si può prendere di fronte a una verità che alla fine è inconoscibile.

È piuttosto la menzogna, in quanto non può prevalere con la forza dell’argomento, che necessariamente dà vita alla violenza o alla minaccia di violenza. Oltre a ciò, ci può essere anche l’attrazione dei beni mondani a sedurre il credente ad allontanarsi dalla vera fede. Parlando all’ultimo dei fratelli Maccabei ,”il re si appellò… non con semplici parole, ma con promesse di giuramento, per renderlo ricco e felice se avesse abbandonato i suoi costumi ancestrali: lo avrebbe fatto suo amico e gli avrebbe affidato l’alta carica” (2 Mac 7:24). Questa scena è rilevante per le questioni attuali, così come la reazione del tiranno alla fedeltà di un vero israelita: “Il re si arrabbiò e lo trattò ancora peggio degli altri, poiché rispose amaramente al disprezzo del ragazzo” (2 Mac 7:39). Come nei giorni successivi Gesù non avrebbe minacciato i suoi carnefici, ma pregò per loro mentre era appeso alla croce, anche qui possiamo riconoscere il frutto non violento di ogni martirio: “Così anche lui morì senza macchia, rimettendo tutta la sua fiducia nel Signore” (2 Mac 7,40).

Critici intelligenti di ideologie totalitarie (come George Orwell in Animal Farm, Alexander Solzhenitsyn nell’Arcipelago Gulag, o Eugene Kogon nello Stato SS) hanno illustrato il crollo di stati estremamente violenti, come l’Unione Sovietica e la Germania nazista, alle menzogne su cui sono stati costruiti. In questi sistemi, la solidarietà con i membri della stessa classe o etnia contava più della verità e del rispetto per la nostra comune umanità. Mielke, il ministro della Sicurezza di Stato della Repubblica democratica tedesca, responsabile di centinaia di morti al muro di Berlino, ha affrontato questioni critiche nel primo parlamento democraticamente eletto dopo la caduta della cortina di ferro. Cercando di discolparsi per i suoi misfatti, egli balbettò: “Ma io vi amo tutti”.

Sia l’esperienza che la ragione ci dicono che verità e amore si appartengono e che verità e libertà sono concetti gemelli, mentre menzogna e odio, ideologia e violenza, formano un’alleanza inquietante. L’esperienza primordiale della verità di Dio di Israele è legata alla sua liberazione dal potere del faraone. Il popolo è liberato da Dio, che fa un’alleanza con loro. Il Dio del Monte Sinai, che ha rivelato la sua verità dicendo “Io sono colui che sono” (Es 3,14), è anche il Dio dell’Esodo, che libera il suo popolo: “Io sono il SIGNORE tuo Dio, che ti ha portato fuori dalla terra d’Egitto, dalla casa della schiavitù” (Es 20,2).

Colui che ha fatto tutti gli esseri umani vuole anche salvare tutti gli esseri umani. “Perché c’è un solo Dio. C’è anche un solo mediatore tra Dio e il genere umano, Cristo Gesù, egli stesso un essere umano, che si è dato in riscatto per tutti “(1 Tm 2,5-6). Dio non è il celeste dittatore opprimente che pretende cieca obbedienza, ma “il nostro Salvatore, che vuole che tutti siano salvati e conoscano la verità” (1 Tm 2,4). E i suoi apostoli non vengono come propagandisti di una dottrina secolare della salvezza “con sublimità di parole o di saggezza” (1 Cor 2,1), ma come “ministri della Parola” (Lc 1,2), come suoi “testimoni fino agli estremi confini della terra” (At 1,8), come predicatori e maestri dei gentili in “fede e verità” (cfr. Gv 1,8). 1 Tim 2:7).

La verità di Dio in Cristo e nella sua Chiesa rimane il fondamento e la fonte dell’amore di Dio e del prossimo, un amore che è il compimento di tutta la legge. Platone aveva ragione quando subordinò la sua riverenza per Omero alla verità (Politeia 595bc), e Aristotele applicò questo principio a Platone stesso, il suo maestro (Etica Nicomachea 1096a). La frase criticata da Vattimo rimane irreversibilmente in vigore: Amicus Platone, sed magis amica veritas. È esclusa qualsiasi distorsione del rapporto tra simpatia soggettiva e verità morale.

Il suggerimento di Vattimo alla Chiesa cattolica contiene una tentazione diabolica che promette un successo che è evidente: se volete raggiungere le persone ed essere amati da tutti, fate come Pilato, lasciate da parte la verità ed evitate la Croce! Gesù avrebbe potuto evitare la morte se solo fosse rimasto concentrato sul suo messaggio sull’amore incondizionato del suo Padre celeste. Perché ha dovuto sfidare il diavolo, vero sovrano di questo mondo, “padre delle menzogne” e “assassino fin dall’inizio”? (Gv 8,44-44). Cristo stesso è responsabile della sua morte, e la Chiesa non avrà futuro in questo mondo a meno che non segua il cammino della saggezza e del potere mondano! Possiamo rispondere a questa tentazione con la Sacra Scrittura, che ci ricorda il vero messaggio evangelico: “Dio è luce, e in lui non c’è alcuna oscurità. Se diciamo: ‘Siamo in comunione con lui’, mentre continuiamo a camminare nelle tenebre, mentiamo e non agiamo nella verità”(1Gv 1,5-6). Crediamo in Gesù e lo seguiamo perché è la Verità. Come Verità-in-persona egli rimane il fondamento e il criterio di tutte le verità. Coloro che sono di Dio e dimorano in Cristo “conosceranno la verità”, e la verità li libererà (cfr Gv 8,32). San Giovanni Paolo II disse una volta che se fosse stato in grado di conservare un solo versetto evangelico, era quello che avrebbe scelto.

Qual è dunque l’errore di fondo proprio dello scetticismo metafisico e del relativismo morale? Può anche darsi che commettano l’errore di confondere la verità con la teoria. Naturalmente, una teoria sarà sempre un po’ lontana dalla vita quotidiana. In Cristo, invece, conoscere la verità di Dio e osservare i suoi comandamenti nella propria vita va sempre di pari passo. In lui la “luce è venuta nel mondo” (Gv 3,19). Tutti coloro che giustificano le loro azioni malvagie odiano la luce e amano le tenebre, nascondendo le loro azioni malvagie alla luce della verità. Verità e moralità sono interdipendenti. Questa è la novità radicale del cristianesimo. Non deve esserci contraddizione tra la fede confessata e la vita vissuta secondo i comandamenti di Dio. “Ma chi vive la verità viene alla luce, perché le sue opere siano chiaramente viste come fatte in Dio”(Gv 3,21).

La nostra salvezza eterna dipende forse dall’accettazione concreta delle verità di fede? A questo punto possiamo vedere la risposta alla nostra domanda iniziale. Il relativismo sulla verità limita la salvezza alle gioie terrene, al piacere sensuale e alla soddisfazione emotiva. Ciò di cui si perde di vista, dunque, è il fatto che Dio è l’origine e lo scopo degli esseri umani. Lui stesso è l’obiettivo della nostra ricerca infinita di verità e felicità. Dimenticando Dio, ci manca il nostro vero essere.

La fede in Cristo contiene già tutte le verità. In Gesù Cristo, il Verbo incarnato, la fede in Lui e la conoscenza di Lui si uniscono come un tutt’uno. Egli è l’unico Verbo divino che è diventato carne. Le parole umane che costituiscono l’insegnamento di Gesù sono passate “all’insegnamento degli apostoli” (At 2,42) e alla dottrina di fede della Chiesa. Esse rendono presente l’unica verità di Dio e ci comunicano la vita divina (cfr Gv 6,68). Perciò Gesù può dire ai suoi discepoli allora e oggi: “Le parole che vi ho detto sono spirito e vita” (Gv 6,63). È quindi impossibile separare l’atto di fede dal suo contenuto, cioè dagli articoli del Credo. La fede non può essere una fiducia formale in una persona che ci rimane materialmente sconosciuta nel suo essere ed essenza, nella sua storia e nel suo destino. Amare una persona significa anche voler conoscere la sua verità. Pertanto, il contenuto della fede è significativo per la nostra salvezza. Gli articoli di fede non trasmettono proiezioni teoriche e postulati morali. Piuttosto, sono una confessione di Dio stesso che nelle sue parole e nei suoi atti si comunica a noi come verità e vita (cfr. Dei Verbum 2).

Dio, che è la verità, ci conduce nella verità. Dio si rivela a noi. Per questo la nostra beatitudine dipende anche dalla nostra fede nel Credo ecclesiale che riguarda il Dio trinitario. La nostra confessione battesimale non riguarda lo stato delle nostre emozioni né ciò che Gesù soggettivamente significa per noi o chi pensiamo Egli sia: un profeta, un maestro di etica o qualsiasi altra proiezione che gli esseri umani possano inventare nei loro tentativi di giustificarsi. Piuttosto, ciò che ci viene chiesto nel battesimo è se crediamo in Dio Padre che ci ha creati, in Dio Figlio che ci ha redenti, e in Dio Spirito Santo che abita in noi e che è il Signore e donatore della vita divina. “La fede è la realizzazione di ciò che si spera e prova di cose non viste”(Eb 11,1). Perché “senza fede è impossibile compiacerlo, perché chiunque si avvicina a Dio deve credere che egli esiste e ricompensa coloro che lo cercano” (Eb 11,6). La fede è quindi significativa per la salvezza non solo perché implica la fiducia che Dio ci perdonerà per amore Cristo, come la dottrina luterana della giustificazione afferma. C’è anche un altro aspetto essenziale della fede, vale a dire la conoscenza di Dio. Ciò significa che riconosciamo Dio nelle verità che egli ha rivelato per la nostra salvezza (fides quae creditur). “Perchè uno crede con il cuore ed è così giustificato, uno confessa con la bocca e si salva”(Rm 10,10). Se vogliamo essere salvati, dobbiamo credere “che Gesù è Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti” (cfr Rm 10,9).

Il cardinale John Henry Newman ha introdotto la distinzione tra un principio “liberale” e un principio “dogmatico” per interpretare la rivelazione cristiana. Il principio liberale accetta le verità della rivelazione di Dio in Cristo solo nella misura in cui esse coincidono con la ragione naturale, corrispondono a sentimenti pii o servono ai bisogni della società civile (cfr Apologia, cap. 2). Il principio dogmatico, invece, è descritto da Newman in questi termini:

Che c’è una verità allora; che c’è un’unica verità; che l’errore religioso è di per sé di natura immorale; che i suoi sostenitori, se non involontariamente tali, sono colpevoli nel sostenerlo;… che la mente è al di sotto della verità, non al di sopra di essa, ed è tenuta, non a discuterla, ma a venerarla; che la verità e la falsità sono poste davanti a noi per la prova dei nostri cuori; che la nostra scelta è una tremenda donazione di molto sul quale si inscrive la salvezza o il rifiuto; che “davanti a tutte le cose è necessario tenere la fede cattolica”; che “chi sarebbe salvato deve così pensare” e non altrimenti;… – questo è il principio dogmatico, che ha forza. (Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana)

Nel suo cosiddetto discorso del Biglietto in occasione della sua elevazione a Cardinale (1879), Newman spiega ulteriormente il significato del liberalismo: “Il liberismo nella religione è la dottrina che non c’è verità positiva nella religione, ma che un credo sia buono come un altro. ….[Questo liberalismo] è incoerente con qualsiasi riconoscimento di qualsiasi religione, come vero. Insegna che… la religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e un gusto; non un fatto oggettivo, non miracoloso; ed è diritto di ogni individuo dire ciò che colpisce la sua fantasia. …. (la religione rivelata) Non è in nessun senso il legame della società”.

Parlare del cristianesimo come dogmatico, al contrario, è dire che è basato sulla rivelazione storica di Dio. Vale a dire che il Verbo fatto carne ci ha dato la pienezza della verità e della vita. È dire che per mezzo della potenza dello Spirito Santo, la Chiesa, nella sua predicazione e nella sua cura pastorale, testimonia la verità di Dio, comunicandoci la vita divina nei sacramenti. Perché “la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all’uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione. Né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante il quale possono essere salvati “(Gaudium et spes n. 10).