Europa bandiera europea
Europa bandiera europea

 

 

di Mattia Spanò

 

Letto l’articolo del professor Rao sull’essere americano nel 2024, si deve concludere che soltanto chi ama il proprio paese può permettersi altrettanta crudezza di giudizio. Sentimento scabro vietato a chi invece non ha una patria, come l’ircocervo europeo.

Concetti non troppo distanti dalle tesi di Rao li esprime Michael Vlahos nel suo saggio Il demone nella sacra narrazione dell’America: gli Stati Uniti sarebbero, secondo lo studioso americano, una forma patologica di Nuovo Israele, e la guerra il suo sacramento fondamentale.

L’America, scrive Vlahos, è il “futuro”. La fine della Storia di Fukuyama, il destino ultimo del mondo che si fa nazione. L’Eldorado. Con una battuta insipida: Colombo ha scoperto l’America, ma l’America non ha mai scoperto sé stessa. Eppure, presume di consistere da qualche parte, nei paraggi della fine del mondo.

Il liberalismo americano pensa sé stesso come culmine satanico della società secondo le teorie di Saul Alinski, un satanista – o quanto meno luciferiano – del quale il Time scrisse nel 1970 che “ha cambiato la democrazia americana”. Alinski fu anche punto di riferimento nella formazione di personaggi come Hillary Clinton, e diversi altri membri dell’attuale classe dirigente. La ribellione a Dio come vertice supremo della ragione umana.

L’America è la nazione apocalittica per eccellenza. È appena il caso di notare che in questi mesi anche l’altro “Nuovo Israele”, che al plesso angloamericano vincitore di quella “guerra di religione” che è stata la Seconda Guerra Mondiale (sempre Vlahos) deve la propria esistenza, stia compiendo il proprio destino sanguinario.

Le riflessioni di Rao e Vlahos (e non soltanto loro) suonano per lo più esorbitanti alle orecchie di un europeo – o meglio, uno “UEuropeo” – per un motivo banale: l’europeo non esiste nemmeno come “cacciatore di pellicce” (Rao), né nessuno lo ha chiamato ad alcun destino, men che meno Dio.

L’europeo è l’Oblomov della Storia, l’antieroe descritto, vedi gli scherzi del destino, dal russo Gončarov. Un rentier devastato dall’ignavia, del tutto indifferente alle sorti del mondo circostante come alle proprie. Mentre Des Esseintes, in À Rebour di Huysmans, è un nichilista glaciale che però di fronte alla profanazione dell’Eucarestia si arresta e riconosce che “Dio non si incarna nella fecola”, Oblomov vegeta senza passione alcuna.

Des Esseintes è un francese, cioè insieme un rivoluzionario e un conservatore, mentre Oblomov è europeo come soltanto un russo potrebbe esserlo: smisuratamente. Com’è europeo il terzo antieroe della Trimurti letteraria, l’Ulrich de L’uomo senza qualità di Musil, che si protende in calce alla dissoluzione dell’impero austro-ungarico, l’ultimo grande impero cattolico.

Da quel momento e con l’avvento di Hitler – un austriaco, un Ulrich orfano delle vestigia cattoliche che prende il potere nella Germania largamente protestante – l’agonia europea si radicalizza. L’Europa muore con la fine del Terzo Reich, il “Reich millenario” che vuole emulare Roma distruggendola. Roma è l’elefante perduto nella stanza, la magnifica ossessione del potere che tende al dominio, al rinnegamento di Dio e finalmente alla tomba, il “lungo sonno senza sogni”.

Ciò che viene dopo, anche storicamente, è l’Europa americana le cui basi furono gettate dal cattolico francese Jean Monnet, primo segretario generale della Società delle Nazioni e grande architetto del Piano Marshall. Perché i cacciatori di pellicce, parafrasando Rao, devono pur vendere a qualcuno le proprie pelli.

In definitiva, l’europeo non esiste se non come indossatore di pellicce. L’America nasce come rifugio di europei in fuga dall’Europa. In qualche misura, ne serba la memoria. Ma l’America ricorda un’Europa che non esiste più: l’Europa britannica, spagnola, l’Europa di Napoleone e Metternich, l’Europa che produce macchine a Londra e il carbone per mandarle in Germania, l’Europa che nel tedesco Karl Marx combatte il progresso meccanico in cui l’uomo da soggetto diventa oggetto (non è né il momento né il luogo per esaminare la critica marxiana al sistema). L’Europa di Freud e Max Weber, dell’ebreo Chagall che decora le cattedrali di Francia, l’Europa di fenomeni frugali come la Scapigliatura.

Ma l’Europa che fugge in America – anche l’America del Sud, dove cercarono scampo non pochi gerarchi nazisti e secondo alcune teorie lo stesso Hitler – è l’Europa già terminale che vende le sue pellicce ad un’Europa morta.

L’Occidente come lo intendiamo oggi esiste come “travaso di mortalità”: dall’Europa all’America, dall’America all’Europa. Come nel gioco dei bambini, quando versano rapidamente l’acqua da un bicchiere all’altro, e l’acqua piano piano cala perché ad ogni travaso se ne perde un po’.

L’Europa comincia a morire con la rivoluzione protestante prima e quella francese poi, come l’America con la rivoluzione americana – l’America nasce agonizzante, figlia di due rivoluzioni – una contro il potere spirituale, l’altra contro quello temporale – e del genocidio dei nativi: un sacrificio umano di massa, l’unica pulizia etnica del tutto compiuta, è per finire una guerra civile costata più morti americani delle due guerre mondiali messe insieme.

L’Europa comincia a morire con la ribellione al Dio cristiano, l’America comincia a morire portando all’estremo il senso d’angoscia dell’agonia. Come Mosè vede la Terra Promessa sapendo che non vi entrerà mai perché ha offeso Dio, così l’europeo moribondo guarda il Nuovo Mondo sapendo che non solo abiterà mai. La ragione è la stessa: l’offesa a Dio. E la furia per la morte imminente e il giudizio finale lo assale.

Nella disputa sull’inferno con Sant’Anselmo – secondo il quale sarebbe meglio non esistere che andare all’inferno – San Tommaso replica che persino l’inferno è preferibile alla non esistenza. L’Europa oggi è una cloaca di irrilevanza politica e soprattutto culturale: presto non sarà più un grado nemmeno di comprare pellicce. Dove Rao prefigura un avvenire prossimo di sangue e divisione (per quel che vale: condivido) l’Europa finirà come scrive T.S. Eliot: “non già con uno schianto, ma con un lamento”.

È il lamento dei vecchi piagnucolosi con la sindrome del giardinaggio: il verde, i parchi puliti, i fiori alle finestre, niente schiamazzi di bambini, l’eutanasia, la promiscuità sessuale e l’aborto come orizzonti di gloria. Il moralismo d’accatto di chi ancora pensa di dare lezioni di moralità – gli americani impongono la democrazia con la forza, gli europei hanno in appalto il pensiero morale – ad un mondo che non solo non li ascolta più, ma peggio li disprezza senza temerli.

Questo pastiche di storia, letteratura, misticismo, mito e suggestioni personali lascia il tempo che trova. C’è qualcosa di peggio dell’essere americano nel 2024: il non essere europeo nel 2024. Eppure, occorre opporsi, resistere, combattere e rifondare. Dando a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

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