Caro Sabino,
ti invio il discorso in cui, oggi (l’altro ieri, ndr), il gruppo udinese delle Sentinelle in piedi, ha iniziato il gesto: non era scontato che – dopo la morte del nostro grande (in tutti i sensi) amico Primo e i sopraggiunti impegni familiari di chi rimaneva – si ricostituisse il gruppo, ma è successo: si sono messi in gioco con i veterani, un gruppetto di amici discretamente avanti con gli anni, tra cui la sottoscritta. Non era nemmeno scontato che riuscissimo a coinvolgere altre persone: il gesto coincideva con altri incontri nei gruppi di appartenenza, con impegni familiari vari e mali di stagione che hanno costretto a casa diverse persone … Ma, confidando nell’aiuto della Provvidenza, abbiamo comunque fatto del nostro meglio per organizzare questa Veglia a difesa della vita umana in una giornata freddissima: stasera desidero condividere con te e con i lettori del ‘nostro blog’ la grande gioia dell’esperienza fatta assieme!
Lucia Comelli
Sentinelle in piedi – discorso di presentazione della veglia
Buongiorno, oggi siamo qui, in questa piazza, per una battaglia di civiltà e per una testimonianza di verità. Siamo qui per difendere ciò che è inviolabile, ciò che non ammette eccezioni, ciò che nessuna maggioranza può concedere o togliere: la vita umana.
Siamo qui perché sappiamo che nessuna legge può trasformare la compassione in morte, né la sofferenza in scarto. A breve il Parlamento riprenderà la discussione sulla legge che si propone di depenalizzare l’aiuto al suicidio. Ci diranno – o meglio, ce lo stanno già dicendo – che è una legge di pietà, una legge di libertà, una legge persino “restrittiva”, pensata per limitare i danni ed evitare una deriva eutanasica. Ma la pietà non elimina chi soffre: si prende cura di lui. E la libertà non è decidere di togliersi la vita, ma non essere mai portati a desiderarlo.
Da anni la Corte costituzionale esercita una pressione costante sul Parlamento. Chiede di legiferare sull’aiuto al suicidio, fino a sostituirsi, di fatto, alla responsabilità politica. Con la sentenza n. 242 del 2019 ha aperto una ferita in qualcosa che doveva restare inviolabile: ha escluso la punibilità dell’aiuto al suicidio in casi definiti “eccezionali”. Da allora esercita una pressione continua, la cui ultima puntata è sotto gli occhi di tutti. Oggi quegli stessi giudici chiedono che l’eccezione diventi regola e chiedono che il Parlamento si muova, ma solo dentro i binari tracciati da loro. Ora, dopo l’approvazione delle leggi regionali in Toscana in Sardegna, la pressione si è fatta ancora più insistente.
Noi diciamo con chiarezza: non esiste alcun obbligo di legiferare.
C’è chi, a sinistra, spinge apertamente verso l’eutanasia. E c’è chi, a destra, pensa a una legge di “contenimento”, al cosiddetto male minore. Ma questo copione lo abbiamo già visto. Così è stato per l’aborto. Così è stato per la fecondazione artificiale. Leggi nate per “mettere paletti” hanno finito per legittimare, normalizzare, ampliare. L’eccezione è diventata diritto. Il limite è diventato punto di partenza. Perché il diritto, una volta messo in moto, tende sempre ad avanzare, o meglio, a prendersi più spazio.
Pensare che sull’aiuto al suicidio andrà via diversamente significa ignorare la realtà. Oggi si parla di trattamenti vitali, domani di disabilità, poi di sofferenza psichica, fino alla stanchezza di vivere. Non è allarmismo. È ciò che è già accaduto in Belgio, in Olanda, in Canada, dove pratiche nate come eccezioni compassionevoli sono diventate procedure ordinarie, dove oggi si offre la morte a depressi, disabili, persino a minori, dove chi non ha i soldi per curarsi arriva a pensare che sia più conveniente morire.
Una legge non si limita a regolare: educa, plasma la cultura, manda un messaggio. E quando lo Stato dice che la morte provocata è una risposta accettabile al dolore, il messaggio è chiaro: anche tu puoi toglierti la vita, non c’è nulla di male.
Ci dicono che una legge nazionale servirebbe a mettere ordine, a evitare il caos delle leggi regionali. Noi rispondiamo: è vero l’opposto. Le leggi regionali sono deboli, reversibili. Una legge di Stato, invece, fisserebbe un principio irreversibile. E anche a chi, perfino dentro la Chiesa, pensa che una legge possa arginare la deriva, diciamo con franchezza che rendere illecita una condotta proibita “in casi eccezionali” è sempre il primo passo per trasformarla in diritto. L’assenza di una legge non è neutra, ma almeno mantiene fermo il principio: ogni vita vale, senza eccezioni. Ogni richiesta di morte è un grido di abbandono. Rispondere con una siringa invece che con una carezza, con la presenza e con le cure palliative, è la sconfitta della civiltà.
Non serve una legge per morire. Serve una rete per accompagnare, per curare, per restare accanto. A chi invoca il “male minore “diciamo che non esiste male minore quando si tocca il bene più grande. Una legge ingiusta non diventa giusta perché circoscritta. È come aprire un argine fessurato: il principio, una volta uscito, si infiltra ovunque e travolge tutto.
Oggi, in questa piazza, diamo voce a chi non può parlare: ai malati soli, agli anziani dimenticati, ai disabili che si sentono un peso, a chi soffre nel silenzio. A loro diciamo che non sono soli, che non sono un peso, che non sono inutili. Difendere la vita non è un gesto politico, è un atto di verità. Per questo ci alziamo in piedi, qui è in tante altre città italiane.
Tra poco inizierà la veglia, un’ora di silenzio. In silenzio per non piegarci al pensiero unico, in piazza per riprenderci lo spazio della libertà, in piedi insieme per custodire la vita fino all’ultimo. La vita è sacra e noi non possiamo stare a guardare lo Stato che la svilisce. E prima di concludere vogliamo dirlo con chiarezza: questa veglia non finisce qui. Presto si veglierà anche a Ladispoli e a Bergamo, e poi le veglie riprenderanno in tante altre città italiane, perché questa non è un’iniziativa isolata, ma un movimento di coscienza. E finché ci sarà una sola vita da custodire, Noi saremo lì. In piedi, in silenzio, insieme.
Buona veglia.





















“La vita è sacra e noi non possiamo stare a guardare lo Stato che la svilisce.”
Le parole scelte a difesa della vita sofferente sono pacate, chiare, giuste e fanno comprendere che è anche di ragione sociale la necessità di donare più attenzione e aiuti materiali alla solitudine dei malati, molto più di una disponibilità istituzionale in cambio di una morte rapida ed indolore, troppo facilmente definita “dignitosa”. Ma non basta. Fra queste parole suona troppo superficiale, quasi frettolosa, la frase: “la vita è sacra”.
Qualcosa non quadra, o meglio manca, perchè le “sentinelle in piedi” diano cognizione di sacralità della vita mentre vigilano “silenziose” in guerra contro la legge di uno Stato che vede l’uomo più come un corpo gravemente malato che come persona.
Ecco, in verità manca proprio il modo col quale quella guerra possa essere intesa giusta e sacrosanta, perchè non si ricerca una risposta da un Governo indifferente ma gli si impone un silenzio banale; nè ci sono gesti giusti che mostrino che è in gioco molto più della difesa di un uomo malato: un uomo che è luogo di un’anima viva, oltre il corpo morente e la cui dignità sta nella sua identità spirituale e in una partecipazione innata all’Essenza divina che parla, che urla in lui e che, da questa Essenza, è stata voluta ed è amata.
Cosa manca allora?? …basterebbe prendere la Enciclica Evangelium Vitae per capire che non l’ha mai letta nessuno dei promotori della pur bella iniziativa delle sentinelle: esse saprebbero però cosa è la vita di una persona e quanto è importante tanto per lui che per il Suo Creatore, che volle posporre la Sua a quella di ogni uomo.
Per vincere i cuori chiusi neanche servono frasi ad effetto, nè per convincere un Governo laico o una Chiesa collusa e complice nel disegno di legge di morte eutanasica, che disconosce il vero Magistero nè ricorda il Vangelo… no! Per trovare la mozione vincente non occorre parlare di giustizia, ma di un Giusto; non serve il silenzio di chi in piedi e gioca con internet aspettando che l’ora passi e torni a casa: serve piuttosto parlare del silenzio di Chi fu messo a tacere inchiodato in piedi su una Croce. Perchè se si tace, come ci si può aspettare una comprensione da parole mai espresse, quando invece si può invocare, anche sommessamente ma con più frutto, il nome di Maria con un Rosario fra le mani? Non è forse la Mamma più amorosa di tutte le mamme? Chi può negarlo??
Cosa manca dunque alle richieste silenziose?
Manca l’invocazione ferma e fiduciosa a un Padre, che non solo può tutto, ma che santifica tutto e rende degne e intimamente giuste, irrifiutabili le preghiere dei figli.
Se non saranno chiamati alla presenza di ogni sentinella un Dio giusto, amante della vita per ogni umana necessità ed una Vergine santa, amante dei suoi figli, chi pensiamo ascolterà mai il silenzio di uomini soli? …altri uomini soli?
Sentinelle, meglio che dormiate distese, perchè la “dolce morte” allora verrà”.
Giovanni 15:
“Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.”
A me sembra ci sia anche una motivazione puramente politica per negare la necessità di qualsiasi regolamentazione ad una legge che possa prevedere la morte. Questa legge deve prevedere una commissione per chi può essere ucciso. Dare ad uno Stato il potere di vita e di morte su un cittadino è qualcosa di assolutamente anti democratico. L’ultima volta che è successo in Europa sappiamo come è andata a finire. Proviamo a chiederlo a Ebrei, Zingari, Handicappati e Oppositori Politici soppressi da quei regimi autoritari che oggi tutti fanno finta di combattere, ma ne ricalcano le orme in modo meno autoritario ma più suadente.