di Samuele Pinna
Si desidera riprendere l’autorevole intervento di Davide Lovat, che ha denunciato l’errore di una legge regionale sul suicidio assistito che risulta fallace non solo dal punto di vista della morale cattolica, ma anche secondo la ragione umana. La sua presa di posizione, divenuta rapidamente virale, ha mostrato come la questione sull’eutanasia non possa essere compressa nella sola rivendicazione di una libertà individuale. Secondo il politico, la norma approvata tradirebbe un principio cardine della nostra civiltà giuridica: la tutela della vita come bene indisponibile, radicato tanto nella tradizione normativa quanto nella logica morale condivisa. In questo contesto, il dibattito si è concentrato sulla possibilità che il Veneto diventi la Regione incaricata di ridurre a una procedura amministrativa ciò che rappresenta da sempre un atto «che il nostro ordinamento ha sempre considerato un fatto eccezionale e gravissimo: il concorso nel suicidio di una persona».
Ciò che colpisce – osserva Lovat – è che «questa proposta venga presentata come un progresso civile», mentre in realtà rappresenta «un arretramento culturale», perché «una civiltà progredisce quando rafforza la tutela della persona, non quando organizza le condizioni perché qualcuno possa essere aiutato a togliersi la vita». La sua critica punta a smascherare un equivoco linguistico e concettuale: chiamare “progresso” ciò che indebolisce la protezione della vita e addomesticare la realtà mediante un linguaggio fumoso e dal sentore innocuo. Da qui l’invito a non temere un uso chiaro e non edulcorato delle parole. Non si tratta – precisa Lovat – di un generico tema di “fine vita”, ma di suicidio e omicidio fatto da chi “assiste”. Una distinzione decisiva, perché «essere contrari a questa proposta non significa essere indifferenti alla sofferenza. Al contrario! Significa prendere la sofferenza così sul serio da rifiutare l’idea che la risposta dello Stato possa essere quella di cooperare all’atto suicidario!».
Lovat insiste su un punto che ritiene imprescindibile: «la compassione non consiste nell’abbandonare una persona alla disperazione! La compassione consiste nel restarle accanto». In questa prospettiva, ogni istituzione è chiamata a custodire la fragilità, non a legittimare la sua fine: «La medicina nasce per curare. La politica nasce per proteggere. Le istituzioni nascono per sostenere». Se qualcuno arriva a desiderare la morte, il primo interrogativo che una comunità civile dovrebbe porsi non riguarda come rendere possibile quel gesto, ma perché quella persona sia giunta a considerarlo l’unica via d’uscita.
Il nodo centrale della questione appare, dunque, quello dell’autodeterminazione, cioè della libertà intesa in senso radicalmente individuale, dove la scelta soggettiva diventa il criterio ultimo e decisivo per ogni scelta. In questa prospettiva, la norma morale – che per sua natura è universale – verrebbe considerata valida solo se la coscienza personale decide di farla propria. È un rovesciamento non soltanto della morale cattolica, ma della stessa idea di morale che, per essere tale, necessita di un riferimento oggettivo. Lovat, con poche battute, riesce a smascherare l’inganno, perché – sottolinea – «una società non può fondarsi esclusivamente sulla volontà individuale! Altrimenti ogni desiderio diventa automaticamente un diritto e ogni limite viene percepito come un’ingiustizia! È esattamente questa la grande rivoluzione antropologica che una certa cultura radicale porta avanti da decenni: l’idea che l’uomo sia sovrano assoluto di sé stesso, che non esista alcun ordine della realtà da riconoscere, ma soltanto una volontà da affermare, che la libertà coincida con il potere di decidere tutto, persino il momento e il modo della propria morte». A buon diritto, tale concezione viene definita profondamente disumana, perché – ricorda il politico – «l’uomo non è un individuo isolato. Nessuno di noi si è dato la vita da solo. Nessuno cresce da solo. Nessuno affronta la malattia da solo. Nessuno dovrebbe venir lasciato morire da solo. La nostra esistenza è fatta di relazioni, di dipendenze reciproche, di responsabilità condivise». Per questo motivo risulta «singolare che si invochi continuamente la libertà, ma si dimentichi la solidarietà. Si esalti l’autonomia, ma si perda di vista la comunità. Si rivendichi il diritto a morire, mentre si investe sempre meno sul dovere collettivo di accompagnare chi soffre». Ed è in tale ambito che la politica dovrebbe interrogarsi seriamente: «ogni legge educa. Ogni legge trasmette un messaggio. Ogni legge dice ai cittadini che cosa una comunità considera giusto».
Il problema è evidente – e i casi internazionali lo confermano, come la recente soppressione di un bambino di soli due anni –: chi decide i confini della sofferenza soggettiva? E quale pressione può ricadere sulle persone più fragili, come gli anziani soli, i malati cronici, i disabili o chi già vive il dramma di sentirsi un peso? «Siamo davvero sicuri – si interroga retoricamente Lovat – che la libertà aumenti quando una persona percepisce che la società considera ragionevole la propria rinuncia alla vita? Io temo una cultura nella quale il valore della persona venga misurato sempre più in base all’autonomia, all’efficienza e alla capacità di non dipendere dagli altri. È questa la vera deriva! Non una dittatura imposta con la forza, ma una trasformazione silenziosa del modo in cui guardiamo l’uomo. Una trasformazione nella quale la fragilità non viene più accolta come parte della condizione umana, ma viene vissuta come una situazione da superare».
È una visione della libertà pericolosa, frutto di un post-umanesimo che recide le proprie radici e dimentica ciò che la civiltà occidentale ha imparato dal Cristianesimo: difendere i più fragili, non eliminarli. In questo quadro, il ricatto “morale” che invita a essere compassionevoli verso chi chiede di togliersi la vita è, appunto, un ricatto. La vera compassione non consiste nell’assecondare un desiderio che annienta in nome della libertà la libertà stessa, ma nel prendersi cura, accompagnando la persona in un cammino difficile e sostenendola nella sua vulnerabilità. Non si può dunque – prosegue Lovat – chiedere alle istituzioni di «certificare ogni scelta individuale», perché il loro compito è, invece, «quello di custodire il bene comune. Ed il bene comune comincia dalla tutela della vita di tutti, soprattutto di chi è più fragile». Allo stesso modo, risulta paradossale pretendere – come molti invocano davanti ad altre tematiche etiche – che un Governo legiferi sull’amore, come se lo Stato potesse o, peggio, dovesse pronunciarsi sui sentimenti o regolamentare ciò che appartiene alla sfera più intima della persona. Per ciò, quanto accaduto in Veneto rappresenta – sempre secondo Lovat – «un passaggio di una battaglia culturale che mira a cambiare il significato stesso del rapporto tra lo Stato e la vita umana». Una trasformazione che non riguarda solo una norma, ma la visione antropologica che la sostiene. Eppure, un’alternativa esiste: si può «scegliere un’altra strada. Una strada fatta di cure palliative realmente accessibili, di sostegno alle famiglie, di medicina territoriale, di assistenza domiciliare, di accompagnamento, di prossimità, perché il compito della politica non è rendere più semplice la morte, ma è rendere più umana la vita, soprattutto quando è più difficile!». Lovat richiama così a una responsabilità collettiva: costruire un sistema che non abbandoni chi soffre, ma lo circondi di vicinanza, cura e presenza. Una comunità che non semplifica la morte, ma rende più sopportabile la fragilità.
Si rimane colpiti dal fatto che, oggi, un politico riesca a esporre con chiarezza principi che non dovrebbero appartenere a una parte, ma alla collettività intera, utilizzando non argomenti derivati dalla propria fede, bensì dalla ragione. Ed è un dato significativo: la voce della Chiesa non deve giungere soltanto dal Papa, ma deve trovare spazio nella società civile attraverso uomini che vivono nel mondo così da plasmarlo con il loro impegno cristiano. L’auspicio è che emergano più figure come Davide Lovat, capaci di non ridurre il cattolicesimo a frasette di circostanza, ma di rifarsi al suo insegnamento bimillenario, che non coincide con la “sparata” del sedicente teologo di grido, del proprio parroco alternativo o meno, oppure di qualche vescovo bontempone. Il battezzato deve ossequio solo al Magistero solenne, non alle opinioni estemporanee di un pinco pallino qualunque o da rotocalco. In questo senso, Lovat ha avuto il merito – con questo e altri interventi – di sintetizzare il pensiero della Chiesa e di riproporlo in forma attuale. La difficoltà nel cogliere le implicazioni da lui richiamate si origina dal fatto che, nel panorama odierno, non si è più capaci di usare la ragione rettamente: prevale quella che viene definita post-truth, ossia l’interpretazione emozionale che travolge la verità dei fatti, ridotti a solo ciò che il soggetto “sente”. Per questo le sue parole risultano preziose per orientarsi in tale problematica, tanto complessa, che riguarda chiunque. Impressiona, infatti, che nel soggettivismo esasperato in cui siamo immersi si continui a sostenere che si debbano permettere comportamenti che, a livello personale, non si riterrebbero mai accettabili. È una logica paradossale: invece di assumersi la responsabilità di ciò che si giudica giusto, ci si rifugia nell’idea che la libertà consista nel non porre limiti agli altri, anche quando si riconosce che quel gesto è sbagliato. In realtà, la scelta morale non nasce dal conformarsi alle decisioni altrui, ma dal seguire la propria coscienza e dal riconoscere che ciò che si ritiene ingiusto non diventa lecito solo perché qualcun altro desidera compierlo. Seguire la propria coscienza, inoltre, non significa fare ciò che si vuole, ma assumersi la responsabilità di interrogarsi nel profondo per riconoscere il bene e metterlo in pratica. La coscienza non è il luogo dell’arbitrio, bensì quello del discernimento: per il cristiano questo significa conformarsi ai comandamenti di Dio, mentre per chi non ha una fede religiosa vuol dire aderire alla legge naturale, cioè a quei principi morali che la ragione può riconoscere come universali. In entrambi i casi, la scelta non nasce dal confronto con ciò che fanno gli altri, ma dalla fedeltà a ciò che si scopre essere vero e giusto. Ciò che è sbagliato, e quindi un male, andrebbe pertanto sempre impedito. In questo quadro, la conclusione di Lovat offre un’ultima, decisiva chiave di lettura. Le sue parole richiamano ciò che distingue davvero una civiltà matura da una società ripiegata sui desideri individuali e destinata a lacerazioni interne sempre più profonde: «Le grandi civiltà non si riconoscono dalla loro capacità di soddisfare ogni richiesta individuale. Si riconoscono dalla capacità di custodire ciò che ritengono indisponibile. Io continuo a credere che la vita umana sia uno di questi beni. Per questo voterò convintamente contro questa proposta. Non contro qualcuno, ma a favore di un’idea di civiltà nella quale la risposta alla disperazione non è la collaborazione al suicidio, bensì una comunità che non abbandona mai chi soffre».
Don Samuele Pinna è sacerdote ambrosiano e docente invitato dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum
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