Ricevo e volentieri pubblico.
Il 23 luglio l’Assemblea legislativa della nostra Regione ha approvato la legge che disciplina le procedure per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. In quanto associazioni del territorio che si pongono il fine etico della tutela della vita dal concepimento alla morte naturale, sentiamo il dovere di dire pubblicamente perché non condividiamo questa scelta.
Non si tratta di giudicare le persone che vivono situazioni di sofferenza drammatiche, né le famiglie che le accompagnano. Il nostro dissenso riguarda la legge, il principio e la sua attuazione concreta, che di fatto colpisce persone già molto fragili.
Con questa legge la Regione compie un passaggio indebito, sostituendosi al legislatore nazionale e trasformando il suicidio medicalmente assistito in una procedura organizzata, con tempi definiti, percorsi certi e a carico del servizio pubblico. È stato detto che la normativa era puramente organizzativa, nel rispetto di alcune sentenze già emesse dalla Corte Costituzionale. Ma la Corte Costituzionale, il 24 luglio, il giorno dopo il voto della nostra Assemblea, ha ribadito che le Regioni non possono sostituirsi allo Stato in questa materia, dichiarando illegittimi i presupposti su cui si è fondata questa decisione normativa. Le regioni non possono e non devono scavalcare il parlamento in questioni etiche così fondamentali.
Le leggi non hanno soltanto un valore giuridico, ma dicono a una comunità che cosa considera normale. Quando l’accesso alla morte diventa il percorso più chiaro, rapido e garantito che una persona fragile trova davanti a sé, il messaggio che passa non è neutro, qualunque fosse l’intenzione del legislatore.
Le nostre preoccupazioni, pertanto, sono diverse: la libertà che si trasforma in pressione, l’abbandono istituzionale del valore inviolabile della vita, l’elezione della morte a pratica di cura.
Il messaggio culturale di questa legge è che la morte può diventare, per chi soffre, un percorso organizzato dal servizio pubblico, un semplice servizio statale, e quindi un bene da regolare. Questo messaggio deve essere rifiutato.
Non parliamo per ipotesi. Dove questa strada si è aperta, Canada, Paesi Bassi, Belgio, i numeri raccontano la stessa traiettoria: in Canada da circa mille casi nel 2016 a oltre sedicimila nel 2024, circa il cinque per cento di tutte le morti. Ciò che nasce come eccezione per casi estremi diventa, negli anni, una possibilità ordinaria.
Una persona gravemente malata, che vive in una casa senza assistenza adeguata, che vede i figli logorarsi tra lavoro e turni di cura, che aspetta mesi per un supporto che non arriva mai, non decide in condizioni di libertà. Decide dentro una solitudine. E il rischio è che arrivi a sentirsi un peso, e a scegliere la morte non perché la desidera, ma perché non ha visto altre porte aperte. Questa è proprio la cultura dello “scarto” in azione.
Nessuno dovrebbe mai sentire che la propria vita è considerata meno degna di essere vissuta. Le cure palliative raggiungono solo un terzo di coloro che ne avrebbero bisogno e permetterebbero di tollerare meglio il dolore. Una società autenticamente solidale non offre la morte come risposta alla sofferenza: si impegna piuttosto a garantire la cura, la prossimità, il sostegno e la speranza.
Chiediamo che questa normativa venga abrogata e che si faccia un passo indietro, rispettando l’inviolabilità di ogni vita umana e identificando nella cura e non nella morte la risposta alla sofferenza. Chiediamo che lo Stato si faccia prossimo a chi soffre e non offra la morte a chi è nel dolore come soluzione medica al dolore. Chiediamo che alle persone che soffrono la Regione garantisca:
– Tempi vincolanti per l’attivazione delle cure palliative domiciliari e della terapia del dolore, non solo per la verifica dei requisiti di accesso al suicidio assistito.
– Gratuità e uniformità reale dell’assistenza su tutto il territorio regionale, comprese le aree interne e appenniniche, dove oggi la rete è più fragile.
– Sostegno strutturato ai caregiver familiari: supporto psicologico, sollievo, formazione, riconoscimento economico.
– Una verifica annuale in Assemblea legislativa sullo stato della rete di cure palliative e sull’assistenza domiciliare, con gli stessi criteri di trasparenza previsti per l’applicazione di questa legge.
Se una Regione è capace di costruire un percorso chiaro, gratuito e monitorato per accompagnare alla morte, è capace di costruirne uno altrettanto chiaro per accompagnare nella vita. Se non lo farà, la libertà di scelta che oggi si celebra resterà, per molti, una scelta obbligata.
Ai movimenti e alle associazioni amiche chiediamo qualcosa di più di una firma. Chiediamo di non lasciare che questo tema si consumi in una polemica di qualche giorno. Le nostre parrocchie, le nostre associazioni, i nostri gruppi di volontariato sono già presenti nelle case dove qualcuno soffre: continuiamo a esserci, moltiplichiamo le reti di vicinanza, sosteniamo gli hospice e chi presta assistenza domiciliare, formiamo persone capaci di stare accanto senza fuggire.
La coerenza di ciò che affermiamo si misurerà da quanta solitudine saremo capaci di togliere. La forza di una società si misura da come protegge i suoi cittadini più deboli. Continueremo a lavorare perché nessuno, in Emilia-Romagna, debba affrontare la malattia con la sensazione di essere solo.
Bologna, Agosto 2026
firmato da:
AMCI Emilia-Romagna, AMCI Bologna, Comitato Liberi in Veritate di Parma e Piacenza, Comunità Papa Giovanni XXIII -Sezione di Bologna, Family Day, Federvita Emilia-Romagna, Movimento per la Vita di Bologna, Ora et Labora in difesa della Vita Parma, Pro Vita & Famiglia APS, 40Daysforlife Modena
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