di Wanda Massa
Il video seguente https://youtu.be/dBBnZEpYtA4 in pochi minuti si propone di denunciare la pericolosità di un’eventuale legalizzazione del suicidio assistito in Italia, smascherando falsi pietismi e presentandone le tragiche conseguenze, laddove questa pratica è stata introdotta.
L’ispirazione nasce da un post della scrittrice Silvana de Mari sulla propria pagina facebook.
Di seguito la trascrizione del testo del video:
«Sta soffrendo tantissimo, non vuole più vivere anche se è amato, circondato da cure, tenerezze, compagnia, ma non può darsi la morte da solo: vuoi costringerlo crudelmente a soffrire ancora?»
Questo è il cavallo di Troia che usano i sostenitori della legge sul suicidio assistito. Un caso estremo, che però nella realtà di fatto non esiste, o è estremamente raro.
Nella quasi totalità dei casi chi è accudito, amato, custodito, aiutato a trovare un senso, curato con cure palliative che tengano a bada il dolore, non chiede di morire.
Infatti Laura Santi – bandiera della battaglia pro eutanasia – prima di uccidersi ha chiesto al marito “Vuoi che rimanga?” e lui le ha risposto NO.
Ma poniamo che esista, posso ammetterlo.
Effettivamente esiste chi si suicida anche quando sta bene, figuriamoci che non ci siano aspiranti suicidi tra i malati.
Il rischio è che – senza una legge sul fine vita – in Italia continui a vivere una persona che, almeno nel momento presente, dice di non volere. Non lo escludo, è possibile.
È un rischio da correre.
Quello che succede, e questo invece non è un rischio ma è una certezza, è sicuro, sicurissimo, provato con i dati ufficiali, è che con le leggi sul fine vita, in tutti i paesi in cui ci sono, le morti cominciano a crescere in modo esponenziale.
In Canada, Belgio, Olanda hanno cominciato con un migliaio di persone all’anno, e poi i numeri sono lievitati.
Oltre 250.000 persone sono state tolte di mezzo così, e ogni anno raddoppiano o quintuplicano, a seconda dei paesi.
“Hai un femore rotto, sei depresso, sei disabile: sei proprio sicuro che non sia meglio levare il disturbo? Non ci avevi pensato? Pensaci! Costi molto, i tuoi cari devono darsi da fare, sei solo un peso, non servi a nulla, ma perché devi continuare a dare così tanto fastidio?“
E invece curare una persona che soffre, spesso è un regalo per chi le sta intorno.
Ci si riconcilia, si impara la cura, la pazienza, a volte si appianano risentimenti, ci si pacifica, si restituisce ciò che si è ricevuto, come nel caso di un genitore.
Questo sul piano semplicemente umano.
Sul piano di fede, è una grande occasione di conversione.
Se il livello di civiltà di un paese si vede da come si prende cura dei più deboli, spero che l’Italia rimanga un paese civile.
I deboli sono una risorsa per imparare a essere persone migliori
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