Malato, ospedale, eutanasia

 

di Massimo Lapponi

 

Sembra che, a proposito del suicidio assistito, sia stato lasciato da parte l’aspetto più propriamente religioso. Infatti non mi sembra che qualcuno abbia ricordato che il suicidio è un peccato molto grave e che chi lo commette mette in pericolo la sua salvezza eterna. Questa non è una dottrina nuova, ma si perde nella notte dei tempi. Sembra che il senso religioso dell’umanità abbia da sempre avvertito che la vita è un dono della Divinità, che perciò non ci appartiene e di cui non possiamo disporre a nostro arbitrio, neanche nel caso di gravi sofferenze.

Qui non si tratta del calcolo dei piaceri-dolori e dei costi-benefici, bensì si tratta della considerazione religiosa della vita e dell’intuizione di una grave responsabilità nostra verso la divinità. In questa prospettiva la vita non è un passatempo che, se diventa troppo gravoso, posso abbandonare, ma è un dovere e una missione, di cui mi si chiederà conto e dalla quale non mi è lecito disertare. Anche nella vita militare il disertore è punito con la fucilazione nella schiena, né gli è lecito addurre come scusa le enormi sofferenze della guerra. E attenzione: il giudizio sulla diserzione non lo applica ciascuno al suo personale caso, senza entrare nella coscienza degli altri, ma al contrario è un giudizio obiettivo che viene applicato a tutti. Così la religione non si limita a dare indicazioni, lasciando poi che ciascuno se la veda soltanto con se stesso. No: la diserzione dalla vita tradizionalmente cadeva sotto un giudizio obiettivo che si applicava universalmente. Tanto è vero che al suicida erano negate le esequie pubbliche e la sepoltura in terra consacrata – se pure questo era visto specialmente come una misura deterrente, quando ancora la gente aveva timor di Dio e rispetto per la Chiesa.

Ovviamente oggi c’è la tendenza a riformare anche questa dottrina venerabile per il prevalere della misericordia e anche per la tendenza ad annacquare la dottrina religiosa con considerazioni puramente umane, che di religione finiscono per non avere più nulla. Certamente la maggiore sensibilità verso la misericordia ha i suoi diritti e spinge a dare più spazio alla considerazone delle circostanze che limitano la libertà e la responsabilità dell’uomo e che, soggettivamente, possono attenuare il giudizio. Tuttavia questo non dovrebbe attenuare la severità della dottrina stessa e delle sue esigenze obiettive.

Se, dunque, si chiedesse all’accompagnatore del suicida: ma tu puoi garantire con assoluta certezza che il suicida non incorrerà nella pena eterna dopo la morte, come afferma una tradizione venerabile? cosa risponderebbe?

  1. Io non credo in Dio. Bene. Ma questo è un atto di fede. Non so, infatti, se le dimostrazioni dell’esistenza di Dio sono dubbie, ma certamente lo sono quelle dell’inesistenza di Dio. Dunque l’ateo è un uomo di fede. E questa fede può garantire qualche cosa più di quanto lo possa la fede religiosa?
  2. Anche se Dio esiste, la sua bontà non potrebbe punire eternamente un uomo che vuole soltanto liberarsi dalla sofferenza. Questo corrisponderebbe alla tendenza moderna del cristianesimo “misericordioso”. Ma non sarà, più che un approfondimento del senso della misericordia, un indebito annacquamento della vera religione? L’uomo tentato al suicidio non sta facendo delle ipotesi accademiche, ma si trova ad affrontare la vita in tutta la sua tragicità. Può accontentarsi di una religiosità annacquata? E può accontentarsi delle rassicurazioni di qualcuno che oscilla tra la fede nell’ateismo e la fede in un Dio a cui sono stati sottratti gli attrributi fondamentali di Creatore, Legislatore e Giudice e che sembra essere soltanto la proiezione freudiana dei nostri desideri?

In realtà la tendenza di un certo cristianesimo moderno è di operare un’indebita scissione del Vangelo dai suoi profondi e ineliminabili legami con l’intera rivelazione divina, quale si manifesta nell’Antico Testamento e nel senso religioso dell’umanità. Questa artificiosa scissione spiega il decadere di un certo cristianesimo moderno in un unilaterale umanitarismo.

Su questo punto già molti anni fa aveva scritto pagine mirabili Friedrich Wilhelm Förster (1869-1966) nella sua ulima grande opera “Die Jüdische Frage” (1960) – vedi il seguente articolo:

https://massimolapponi.wordpress.com/lantisemitismo-metafisico/

Che senso religioso avrà, dunque, il nostro accompagantore al suicidio?

Ma ci rivolgiamo di nuovo a quest’ultimo: considerando con più serietà il problema, puoi tu garantire e provare che il suicida, dopo la sua morte, o scomparirà nel nulla (e che questa sarebbe una buona prospettiva), o entrerà in un piacevole riposo eterno? No, certamente! Ora, se un uomo si trovasse davanti a una siepe che nasconda la vista e gli si dicesse che al di là dicono ci sia un precipizio che porta alla morte, o qualcuno sostenesse che invece ci sia soltanto un deserto, e qualcun altro che ci sia una bella ragazza ad aspettarlo – cosa gli direbbe un amico che tiene alla sua felicità? Va’, sta’ tranquillo, ti garantisco che c’è una bella ragazza che ti aspetta?

 

 

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