Ricevo e volentieri pubblico.

 

‘La danza’, di Henri Matisse
‘La danza’, di Henri Matisse

 

Cinque figure tenendosi per mano danzano in cerchio [1]. Tra di esse nessuna soluzione di continuità, un puro continuum euritmico nel quale nessuna sopravanza l’allure collettivo e l’ambito spaziale che lo accoglie. Ognuna compie un movimento diverso, certo, ma non si danno gesti fini a sé stessi: al flettersi di un arto risponde senza forzature il contro-movimento di un altro con assoluta perfezione armonica, sì da immettere tutti in un circolo che sopravanza il tempo, oltre il vincolo rigido a un verso esclusivo della ruota.

Ogni figura ha piena e serena consapevolezza che il cerchio la tiene e insieme a tutte le altre la esalta, superando la ristretta individualità, oltrepassando il principium individuationis. E per quanto i colori ce li facciano ben cogliere anche terra e cielo superano ogni distinzione, come fatti della stessa sostanza oltremondana: nella serena vertigine in cui si specchiano vicendevolmente, l’una si flette amorevolmente (senza resistenza né dispersione) e l’altro risponde avvolgendo ogni suo respiro. La grande circolazione e l’ineffabile centro che la causa sono i veri protagonisti di un dipinto che esprime l’origine sovratemporale di tutte le cose, distinte e indiscernibili a un ‘tempo’. Solo così ogni singolo riconosce veramente il giusto posto e può in ogni luogo stare con giustezza, là ‘dove’ il suo centro individuale coincide con il centro del circolo e l’estensione di questo non lo trascina più in un moto locale, sicché egli vede tutt’intorno.

“Se dunque un’anima conosce sé stessa quale è sempre, e sa che il suo moto non è rettilineo, se non quando essa si frange, e che il suo moto naturale, come quello d’un cerchio, è intorno a qualcosa che non è di fuori, ma intorno a un centro, e che il centro è l’origine del cerchio, allora essa si muoverà intorno a ciò donde trae la sua origine e a quello s’attaccherà convergendo a quel medesimo centro (…) Questo centro per così dire dell’anima è dunque ciò che cerchiamo? O bisogna ritenere che sia qualcosa d’altro, in cui tutti i cosiddetti centri coincidono e che solo è tale per analogia col centro di questo cerchio che vediamo? Perché non così è un cerchio l’anima come lo è la figura di questo nome, ma tale la possiamo dire perché in essa e intorno ad essa è la ‘natura originaria’ e perché da tale origine derivano le anime e ancor più perché ne sono interamente separate.” [2]  

Com’è lontano il mondo oggi da sì alte meditazioni! Forse in certo modo sopravvivono nel gioco infantile (qualcuno gioca ancora?). Chi ha un’età vicina alla mia ricorderà il girotondo; quando, tenendoci per mano in cerchio, cantavamo “giro giro tondo, quanto è bello il mondo, casca la terra tutti giù per terra”. Che sia nato in relazione alle calamità naturali [3] o alle catastrofi delle grandi guerre è comunque alla ciclicità cui tutte le cose del mondo sono sottoposte che il girotondo allude. Noi cascavamo tutti insieme, ed era bello avvertire quell’interdipendenza nella bellezza del rito ludico, era educativo quel tenersi bene per mano con chiunque capitasse e tendere all’unità circolare. Invero nel mondo adulto, nel mondo adulterato, non tutti vanno umilmente giù per terra, non tutti ricordano d’essere polvere insufflata da quell’Ineffabile che infine dovranno, in un modo o nell’altro, incontrare. C’è chi casca e si fa male e c’è invece chi continua a lucrare, e com’è noto i primi sottostanno alle condizioni dei secondi. Ma Natura e Sovranatura sono infine dalla parte del circolo, non esistono infatti linee realmente rette, e tutti devono, prima o poi, render conto (necessariamente) dei limiti dell’umana hybris. Semplice infatti è il cerchio, nessuna figura può somigliargli [4] : per quanto si moltiplichino i lati e gli angoli di un poligono esso resta intemerato, e noi come le figure del capolavoro di Matisse dobbiamo ancora spogliarci di tanti orpelli per ritrovarlo e ri-volgerci verso la sua Origine. [5] 

di Fausto Benvegna

 

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[1] Nel greco antico l’atto del danzare è indicato dal verbo orchḗomai (da cui orchḗstra, spazio circolare occupato dal coro), strettamente collegato ai coreuti che nella tragedia, nella commedia o nel dramma satiresco, danzando e cantando all’unisono innanzi agli attori e commentandone gli atti (talvolta anche intervenendo) costituiva il théatron. Cruciale nel teatro Ellenico è la circolare implicazione degli opposti (gioia-tristezza, piacere-dolore etc…). La questione della circolarità è comunque propria di tutte le danze antiche, tese così a esprimere la ciclicità dell’esistenza umana, degli astri, delle stagioni e delle ere.  

[2] Plotino, ‘Ennadi’ VI 9,8

[3] Secondo il ‘The Oxford dictionary of nursery rhymes’ la filastrocca sarebbe associata alla peste nera

[4] A differenza di ciò che ritiene il luogo comune il semplice non è affatto il facile. Si veda in tal senso l’etimologia della parola: sem = uno solo; plek = piegare. La semplicità in questa accezione concerne il perfetto raccoglimento del cosmo divinamente pensato, la sua non-dispersione che, come tutto il grande pensiero antico ben rileva, con-tiene il molteplice.

[5] “Trenta raggi convergono nel mozzo della ruota, / e grazie a quel non-essere l’utilizzo del carro dipende. / Modelliamo l’argilla per farne un vaso, / e grazie a quel non-essere l’utilizzo del vaso dipende. / Ritagliamo porte e finestre nel fare una casa, / e grazie a quel non-essere il suo utilizzo dipende. / Ammesso, dunque, che dalla presenza l’utilità delle cose derivi, / è dal non-essere che il loro utilizzo dipende.”  – Lao Zi, ‘Dàodéjīng’, XI

 

 

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