Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto da monsignor Fernando Ocáriz Braña, pubblicato su Infovaticana. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.

 

Concilio Vaticano II (foto CNS)
Concilio Vaticano II (foto CNS)

 

A meno di due settimane dalle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X per il prossimo 1° luglio, torna di attualità uno dei testi pubblicati durante gli anni di dialogo dottrinale tra Roma e la Fraternità.

L’articolo che riportiamo di seguito è stato pubblicato nel dicembre 2011 su L’Osservatore Romano e firmato da monsignor Fernando Ocáriz Braña, allora vicario generale dell’Opus Dei e uno dei rappresentanti designati dalla Santa Sede nei colloqui dottrinali con la Fraternità San Pio X.

Il testo apparve poche settimane dopo l’incontro tenutosi tra Benedetto XVI e monsignor Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità, e in un momento in cui le discussioni sull’interpretazione del Concilio Vaticano II erano al centro delle trattative tra le due parti.

Ocáriz affronta una delle questioni fondamentali del dibattito: quale grado di assenso richiedano gli insegnamenti del Concilio Vaticano II, come debbano essere interpretate le sue novità dottrinali e in che modo possa essere intesa la sua continuità con il precedente Magistero della Chiesa.

A quindici anni dalla sua pubblicazione, sull’orlo dello scisma tra Roma e la Fraternità San Pio X, questo testo conserva un indubbio interesse storico e dottrinale per comprendere la posizione che la Santa Sede sosteneva allora riguardo all’accoglienza e all’interpretazione dell’ultimo concilio ecumenico.

Infovaticana

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Sull’adesione al Concilio Vaticano II

L’imminente celebrazione del 50° anniversario della convocazione del Concilio Vaticano II (25 dicembre 1961) è motivo di gioia, ma anche di una rinnovata riflessione sull’accoglienza e l’applicazione dei documenti conciliari. Al di là degli aspetti più direttamente pratici di tale accoglienza e applicazione, sia positivi che negativi, sembra opportuno ricordare anche la natura dell’assenso intellettuale dovuto agli insegnamenti del Concilio. Sebbene si tratti di una dottrina ben nota e su cui esiste un’ampia bibliografia, risulta utile ripassarne i punti essenziali, data la persistenza — anche nell’opinione pubblica — di malintesi riguardo alla continuità di alcuni insegnamenti conciliari con il precedente magistero della Chiesa.

Innanzitutto, non è superfluo ricordare che la motivazione pastorale del Concilio non significa che esso non fosse dottrinale, poiché ogni azione pastorale si fonda necessariamente sulla dottrina. Ma, soprattutto, è importante sottolineare che proprio perché la dottrina è orientata alla salvezza, il suo insegnamento costituisce parte integrante di ogni opera pastorale. Inoltre, nei documenti del Concilio sono presenti numerosi insegnamenti strettamente dottrinali: sulla Rivelazione divina, sulla Chiesa, ecc. Come scrisse san Giovanni Paolo II:

«Con l’aiuto di Dio, i Padri conciliari hanno potuto elaborare in quattro anni di lavoro un considerevole corpus di esposizioni dottrinali e di norme pastorali che sono state presentate a tutta la Chiesa» (Costituzione Apostolica Fidei Depositum, 11 ottobre 1992, Introduzione).

L’assenso dovuto al Magistero

Il Concilio Vaticano II non ha definito alcun dogma, nel senso che non ha proposto alcuna dottrina mediante un atto definitivo. Tuttavia, dal fatto che il Magistero proponga un insegnamento senza invocare direttamente il carisma dell’infallibilità non ne consegue che tale insegnamento debba essere considerato «fallibile», nel senso di una dottrina provvisoria o di una mera opinione autorizzata. Ogni espressione autentica del Magistero deve essere accolta per ciò che realmente è: un insegnamento impartito da pastori che, nella successione apostolica, parlano con il «carisma della verità» (Dei Verbum, n. 8), «rivestiti dell’autorità di Cristo» (Lumen Gentium, n. 25) e «alla luce dello Spirito Santo» (ibid.).

Questo carisma, questa autorità e questa luce erano certamente presenti nel Concilio Vaticano II. Negarli all’intero episcopato riunito per insegnare alla Chiesa universale cum Petro et sub Petro significherebbe negare qualcosa che appartiene all’essenza stessa della Chiesa (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Mysterium Ecclesiae, 24 giugno 1973, nn. 2-5).

Naturalmente, non tutte le affermazioni contenute nei documenti conciliari hanno lo stesso valore dottrinale e, pertanto, non tutte richiedono lo stesso grado di assenso. I diversi livelli di adesione dovuti alle dottrine proposte dal Magistero sono stati esposti nella costituzione Lumen Gentium (n. 25) e successivamente sintetizzati nelle tre clausole aggiunte al Credo niceno-costantinopolitano nella formula della Professio fidei pubblicata nel 1989 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e approvata da san Giovanni Paolo II.

Le affermazioni del Concilio Vaticano II che richiamano verità di fede esigono naturalmente l’assenso della fede teologale, non perché siano state insegnate da questo Concilio, ma perché sono già state insegnate in modo infallibile dalla Chiesa, sia mediante un giudizio solenne sia dal Magistero ordinario e universale. Allo stesso modo, è richiesto un assenso pieno e definitivo per quelle altre dottrine proposte dal Concilio che erano già state insegnate in precedenza mediante atti definitivi del Magistero.

Gli altri insegnamenti dottrinali del Concilio richiedono ai fedeli un grado di adesione denominato «ossequio religioso della volontà e dell’intelletto». Proprio perché si tratta di un assenso «religioso», esso non si fonda unicamente su motivi razionali. Questa adesione non costituisce un atto di fede, ma un atto di obbedienza che non è meramente disciplinare, bensì si fonda sulla fiducia nell’assistenza divina concessa al Magistero e, pertanto, si colloca «all’interno della logica della fede e sotto l’impulso dell’obbedienza alla fede» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum Veritatis, 24 maggio 1990, n. 23).

Questa obbedienza al Magistero della Chiesa non limita la libertà; al contrario, è fonte di libertà. Le parole di Cristo: «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10,16), si rivolgono anche ai successori degli Apostoli; e ascoltare Cristo significa ricevere la verità che rende liberi (cfr. Gv 8,32).

I documenti del Magistero possono contenere elementi che non sono strettamente dottrinali — come avviene nei documenti del Concilio Vaticano II —, elementi di carattere più o meno circostanziale (descrizioni di situazioni sociali, suggerimenti, esortazioni, ecc.). Questi aspetti devono essere accolti con rispetto e gratitudine, ma non richiedono un assenso intellettuale in senso stretto (cfr. Donum Veritatis, nn. 24-31).

L’interpretazione degli insegnamenti

L’unità della Chiesa e l’unità della fede sono inseparabili, e ciò implica anche l’unità del Magistero della Chiesa nel corso dei tempi, poiché il Magistero è l’autentico interprete della Rivelazione divina trasmessa dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione. Ciò significa, tra l’altro, che una caratteristica essenziale del Magistero è la sua continuità e coerenza storica.

La continuità non significa assenza di sviluppo. Nel corso dei secoli, la Chiesa approfondisce la propria conoscenza, la propria comprensione e, di conseguenza, anche il proprio insegnamento magisteriale sulla fede e sulla morale cattoliche.

Nei documenti del Concilio Vaticano II si riscontrano alcune novità di carattere dottrinale: sulla natura sacramentale dell’episcopato, sulla collegialità episcopale, sulla libertà religiosa, ecc. Queste novità in materia di fede o di morale, pur non essendo state proposte con un atto definitivo, richiedono ugualmente l’obbedienza religiosa dell’intelletto e della volontà, anche quando alcune di esse sono state o continuano ad essere oggetto di controversia riguardo alla loro continuità con i precedenti insegnamenti del Magistero o alla loro compatibilità con la tradizione.

Di fronte a queste difficoltà nel comprendere la continuità di certi insegnamenti conciliari con la tradizione, l’atteggiamento cattolico, tenendo presente l’unità del Magistero, consiste nel ricercare un’interpretazione unitaria in cui i testi del Concilio Vaticano II e i documenti magisteriali precedenti si illuminino a vicenda. Non solo il Concilio Vaticano II deve essere interpretato alla luce del Magistero precedente, ma anche alcuni documenti precedenti possono essere compresi meglio alla luce del Concilio stesso.

Ciò non è una novità nella storia della Chiesa. Basti ricordare che il significato dei concetti fondamentali utilizzati nel Concilio di Nicea per formulare la fede trinitaria e cristologica (hypóstasis, ousía) fu successivamente chiarito dai concili successivi.

L’interpretazione delle novità insegnate dal Concilio Vaticano II deve, quindi, respingere quella che Benedetto XVI ha definito «ermeneutica della discontinuità e della rottura», e affermare invece l’«ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità» (Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2005).

Si tratta di novità nel senso che esse chiariscono aspetti nuovi che non erano stati precedentemente formulati dal Magistero, ma che non contraddicono dottrinalmente i documenti precedenti. Ciò vale anche quando, in determinati casi — ad esempio, in materia di libertà religiosa —, queste novità comportano conseguenze molto diverse nell’ambito delle decisioni storiche relative alle applicazioni giuridiche e politiche della dottrina, soprattutto a causa dei mutamenti delle condizioni storiche e sociali.

Un’interpretazione autentica dei testi conciliari può essere fornita solo dal Magistero della Chiesa stessa. Per questo motivo, nel lavoro teologico volto a interpretare passaggi conciliari che sollevano interrogativi o sembrano presentare difficoltà, è necessario tenere particolarmente conto del senso con cui tali testi sono stati interpretati in successivi interventi del Magistero.

Rimane tuttavia uno spazio legittimo per la libertà teologica, che consente di spiegare in vari modi come determinate formulazioni presenti nei testi conciliari non contraddicano la Tradizione e, pertanto, di precisare il significato corretto di alcune espressioni contenute in tali passaggi.

Infine, non sembra superfluo ricordare che è già trascorso quasi mezzo secolo dalla chiusura del Concilio Vaticano II e che nel corso di questi decenni si sono succeduti quattro Papi romani sulla cattedra di Pietro. La considerazione dell’insegnamento di questi Papi e del corrispondente assenso dell’episcopato a tale insegnamento dovrebbe trasformare una possibile situazione di difficoltà in un’accettazione serena e gioiosa del Magistero, interprete autentico della dottrina della fede.

Ciò deve essere possibile e auspicabile, anche quando permangono aspetti non ancora pienamente compresi. In ogni caso, continua ad esserci un legittimo spazio per la libertà teologica e per ulteriori e opportune approfondimenti.

Come ha scritto Benedetto XVI:

«Il contenuto essenziale che per secoli ha costituito il patrimonio di tutti i credenti ha bisogno di essere confermato, compreso e approfondito sempre di nuovo, per dare una testimonianza coerente in circostanze storiche molto diverse da quelle del passato» (Motu proprio Porta Fidei, 11 ottobre 2011, n. 4).

monsignor Fernando Ocáriz Braña

2 dicembre 2011.

 


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