Luigi Di Maio
Luigi Di Maio

 

 

di Alberto Contri

 

È giunto il momento di provare a uscire dalla bolla di comunicazione in cui siamo rinchiusi.

Se siamo troppo coinvolti dai fatti contingenti, rischiamo di non vedere le cose nella loro globalità.

Sono convinto che se un extraterrestre appena giunto sulla Terra cercasse di capire qualcosa di noi guardando la tv, leggendo i giornali, navigando sui social, si domanderebbe come abbiano fatto i nostri antenati a lasciarci un patrimonio artistico, letterario, architettonico, culturale, di così grande levatura. Quando l’attuale conversatio della società – segnatamente quella della classe politica e dei media  – è di un livello semplicemente infimo.

Conviene quindi esaminare un ambito sociale alla volta, dopo aver identificato il principale comune denominatore che si riscontra ovunque: la tendenza ad una perenne semplificazione. O si sta di qua o di là, o si è schierati con la destra o con la sinistra, con la Nato o con la Russia, con la scienza delle istituzioni o con i complottisti. Tertium non datur.

Non sembrano poter esistere sfumature, né possibilità di approfondimento o di sofisticate analisi della complessità. Su tutto impera un atteggiamento ideologico, un pregiudizio che non ammette la comprensione delle ragioni dell’altro.

Ma incombe anche un altro fattore di carattere antropologico collegato al rapporto che abbiamo con il cellulare e i device informatici: tutti siamo immersi oramai in una sorta di “costante attenzione parziale, per cui dedichiamo sempre meno tempo a singoli pezzi di informazione, e così collezioniamo frammenti”. (cfr. McLuhan non abita più qui? (Bollati Boringhieri 2017).

Il fenomeno appare assai evidente se si dialoga con gli studenti universitari e con i loro colleghi più grandi, che incontro in master e seminari. In una percentuale assai ampia, sia pure con modalità diverse, mi trovo di fronte a una cultura di base smozzicata e frammentata, e a una preoccupante incapacità di contestualizzare il sapere verticale dello studio che stanno conducendo.

La maggior parte è del tutto disinteressata alla politica, alla quale attribuiscono inoltre la responsabilità di non preoccuparsi del loro futuro.

Come si fa a dar loro torto dopo il disastro dell’”uno vale uno” promosso dai grillini e ora clamorosamente smentito da un improvvisato Ministro degli Esteri capace di ripetere a pappagallo solo dei discorsetti molto brevi con concetti molto generici?

Ascoltando i dibattiti in diretta dalle Camere non si può non rimanere colpiti dalla modestia dei testi, cui, peraltro né i membri Governo né altri prestano attenzione, salvo i colleghi di partito. Stupisce l’enfasi oratoria di chi, pur non condividendo un decreto o un provvedimento, poi lo vota comunque, mostrando una incoerenza che allontana sempre di più dal voto i cittadini stupefatti e delusi. Come dimostra l’esponenziale crescita dell’astensione.

Semplicemente patetici sono poi gli slogan recitati (sempre per triadi) dai parlamentari che riescono a conquistare brevissimi spazi in tv: “Il nostro partito si batte per la scuola, il lavoro e la salute”. Come si può pensare che simili banalità possano convincere qualcuno? Eppure, scommetto che si esercitano pure davanti allo specchio per cercare di piazzare al meglio le loro triadi in venti secondi dentro i telegiornali.

Per due anni quasi tutti i parlamentari si sono sperticati insieme ad alcuni virologi nel garantirci che i vaccini erano efficaci e sicuri. Ora che le più prestigiose riviste scientifiche del mondo riportano lavori certificati che dimostrano il contrario, e che dal Primo Ministro a quello della Salute, ai virostar, si stanno tutti ammalando anche più volte di Covid nonostante tre dosi, l’imbarazzo è sempre più grande. Ma dato che si insiste nel voler vaccinare anziani e fragili con vaccini tarati su varianti che non ci sono più, questa incoerenza crea sempre più sconcerto nella popolazione. E il grande numero di effetti avversi anche gravi che stanno emergendo, ancorché sottaciuti, complica ulteriormente la faccenda. Non è nemmeno necessario essere esperti di medicina: è una semplice questione di logica. Come mai abbiamo avuto e abbiamo più morti di altri paesi che non sono stati sottoposti alle dure restrizioni che hanno distrutto l’economia?

Venendo ai talk televisivi, si sono visti editorialisti in pensione, conduttori e noti direttori di giornali imbarcarsi in crociate pro-vaccini senza capirci assolutamente nulla in nome di una “scienzah” a loro del tutto sconosciuta.

Altrettanto sta succedendo per la guerra: a volte, capita che gli illustri direttori parlino come se stessero leggendo i bollettini dei Servizi Segreti americani o inglesi. Davvero molta tristezza fanno poi rubizzi esperti, ragazzotte e signore che ricoprono ruoli importanti nei più diversi istituti di politica internazionale. Non si capisce proprio con quale merito, visto che ripetono a pappagallo le tesi della NATO o di istituzioni internazionali atlantiste per definizione, per le quali lavorano, e dalle quali ricavano le loro risorse.

Non fanno un buon servizio nemmeno gli inviati di guerra, sempre pronti a sostenere le tesi degli USA, mentre noi restiamo sconcertati degli improvvisi successi dell’esercito russo dato da loro sempre più stanco e sbandato. Ora qui non si intende affatto parteggiare per gli aggressori, ma per un maggiore equilibrio nel cercare di essere oggettivi, invece che ricercare ogni giorno qualche immagine truculenta da mandare in tv, cosa che in una guerra non è così difficile.

Ad ogni ora del giorno poi – a parte i politici schierati a prescindere – colpiscono le presuntuose e saccenti analisi di direttori i cui giornali hanno perso in 10 anni dal 50 al 75% delle copie, e che solo per il fatto di non aver saputo fare bene il proprio lavoro dovrebbero avere il pudore di tacere.

Macché. Del tutto incapaci di gestire per il meglio le proprie attività editoriali, ritengono con grande impudenza di poter insegnare a tutti come va e come dovrebbe andare il mondo. E quando perdono il posto per gli scarsissimi risultati, gliene trovano subito uno in RAI.

Peggio ci si sente se si prova a fare un po’ di zapping sulle diverse reti televisive. Ovunque regna il trivio, una insulsa chiacchiera di conduttrici e conduttori impegnati nel cercare di fare un po’ di sensazione e nel promuovere una visione del mondo totalmente relativista, che è poi quella imposta dal pensiero unico di moda.

Colpisce la assoluta modestia dei testi dei programmi comici, con spettatori che si sbellicano di fronte a battute che non farebbero ridere nemmeno con il solletico sotto i piedi.

Anche la musica dà segni di una drammatica involuzione. A ben guardare reggono ancora le vecchie glorie: i nuovi cantanti cercano di fare leva sulla fluidità sessuale, altro tema in grande spolvero, che oramai sta pure venendo a noia. I testi e la musica riflettono l’assenza di qualsiasi aspirazione delle giovani generazioni, che dubbiose del proprio futuro si rifugiano nell’apericena, in discoteca, o si raccolgono intorno all’influencer del momento.

Le cose non vanno meglio sui social network, che alla fine sono un vero e proprio specchio di chi li frequenta. A parte una pregevole frangia di chi li usa per commentare o ragionare, per lo più sono il territorio dell’esibizione. E gli psichiatri raccontano di un preoccupante aumento degli stati d’ansia e delle depressioni in giovanissimi che hanno ricevuto troppo pochi like per le loro performance.

Il quadro è quindi davvero allarmante.

C’è chi sostiene che tutto non avvenga per caso. Sia la spinta alla fluidità sessuale che quella verso il transumanesimo avrebbero una matrice comune: il progetto di annullare sistematicamente l’identità sia personale che di gruppo. E’ del tutto spiegabile, così, come semplici slogan ripetuti a oltranza da ogni medium abbiano imbambolato persino le persone dotate di una certa cultura. “Se non ti vaccini muori e fai morire” (Draghi). “Il green pass è la garanzia di non infettare e non infettarsi” (Ricciardi e altri).

Ebbene, si è visto che non è affatto vero. Così ci si arrampica sugli specchi sostenendo che da vaccinati ci si ammala sì, ma mai gravemente. E non è vero nemmeno questo. Ma tant’è: quale può essere la reazione di una persona colta che si trova costretta ad ammettere di essersi sbagliata e di aver creduto alle bugie delle istituzioni che dovrebbero tutelare la salute pubblica?

Anche tra gli adulti aumentano depressioni e suicidi, così come si moltiplicano i cosiddetti femminicidi e i più diversi atti di violenza. Nessuno che si interroghi sul fatto che per anni a tutte le ore del giorno sono andati in onda film di una truculenza inaudita. Basta dare un’occhiata alla recente serie dei terrificanti cartoons di Netflix “Love, Death & Robots” in cui le migliori troupe di animazione di tutto il mondo si cimentano con le più orripilanti scene horror, in storie in cui la speranza è bandita per definizione. Inutile la dicitura “per adulti”, perché lo stesso vale per Euphoria (Sky) in cui si insegnano ai ragazzi i trucchi per non fare scoprire ai genitori se ci si droga. Lo stesso autore aveva dichiarato con molta enfasi alla conferenza stampa di lancio: “Questa serie farà andare fuori di testa molti genitori”. Sappiamo bene che i genitori non controllano affatto ciò che i figli guardano, figli che fanno poi sempre più fatica a distinguere la realtà dalla fiction.

Ma allora perché avviene tutto questo?

Una prima risposta risiede in un vecchio aforisma “C’est l’argent qui fait la guerre”. Con talk show in cui si litiga, film violenti e sesso, si rincorre l’audience, che significa pubblicità. I giornali, che ne raccolgono sempre meno, piatiscono i contributi del Dipartimento per l’Editoria, e quindi attaccano il cavallo dove vuole il padrone.

Stessa cosa vale per i parlamentari, evidentemente interessati ad acchiappare la pensione e un po’ di risorse del PNRR per i loro danti causa. Per loro il tema dell’identità è una assai pericolosa spada di Damocle. Cambiare casacca a nove mesi dalle elezioni non può che risultare una toppa peggiore del buco.

Di Maio lascia i 5s fondando un movimento con un progetto di cui non si sa nulla. Se non che si candida a conquistare un fantomatico Centro cui puntano già un bel numero di partitini e assembramenti. Sentendoli parlare, sembra che stiano giocando al Monopoli, cercando di accaparrarsi le caselle di Parco della Vittoria o di Via dei Giardini. Ma parlano di spazi virtuali, che non hanno nulla a che fare con la vita degli elettori/cittadini. Avranno tutti una brutta sorpresa, se non si mettono assieme, dice qualcuno. Ma mettersi insieme per cosa? Cosa vorrà dire per l’uomo comune “puntiamo a un centro liberal-progressista?” Con quale idea di paese? Con quali progetti che sappiano tener conto del terribile contesto che stiamo attraversando?

E con quale nuova identità, se prima dovranno dovranno spogliarsi di quella precedente, certamente responsabile della situazione attuale?

E se ci sono in azione forze che da molto tempo hanno lavorato per spogliarci della nostra identità, (e George Orwell ci aveva avvisato), che si può fare?

O ci si rende conto che dobbiamo ricominciare daccapo, e quindi dalla scuola, dall’educazione, dalla famiglia e anche dai media, oppure finiremo tutti come in Black Mirror, che nel 2016 aveva bene illustrato il pericoloso fenomeno del social credit. Che in Cina è oramai una realtà assai concreta.

Roba da niente…ma come diceva Solzenitsyn: “Se sei in ritardo è bene rallentare il passo”.

Se ci lasceranno ancora camminare liberamente, però.

 


 

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