paura terrore

 

 

di Autore Vario

 

Cari amici, ma anche carissimi non amici e soprattutto cari agnostici della mia amicizia, vorrei oggi proporvi un libro sul quale meditare. Scusate i termini altamente offensivi (libro? meditare?) in questi tempi di informazione disimpegnata, mordi e fuggi, ghermita su dispositivi elettronici da social o mail.

Lo so: il libro è roba da vecchi analfabeti della comunicazione smart. La carta su cui è stampato è un oltraggio agli alberi e alla natura; la sua produzione uno spreco di energia e di CO2. Ogni libro è una limitazione, se non un furto al nostro tempo da destinare alle connessioni. E’ una pretesa di ridurci alla schiavitù del silenzio o della concentrazione, necessari per affrontare tante pagine scritte.

L’invito alla lettura di un volume stampato è percepito oggi come una minaccia. Se lo proponi a qualcuno vieni guardato come se volessi schiacciargli un callo. E, in effetti, se andassi in giro a schiacciare calli alla gente con un martello susciterei maggiori entusiasmi di un invito alla lettura.

E allora che scrivo a fare una recensione di un vecchio libro che nessuno leggerà perché, se proprio è il caso, basta il riassunto in Wikipedia?

Non lo so. Forse potrei volare più basso e recensire questa mia recensione, che ha il pregio di essere molto più breve.

Ma no: sono cocciuto e voglio sognare. Mi voglio battere perché ho un grande progetto in mente: vorrei che in futuro il mondo diventi migliore o peggiore o uguale. E la lettura di libri (ma anche la mancata lettura) è parte integrante di questo ambizioso progetto.

Dunque, ecco la proposta di un libro destinato a non cambiare né il mondo, né le vostre vite: ‘Stato di paura’ (State of fear, edito 2004) di Michael Chrichton.

Il libro è facilmente reperibile, a gratis, nelle biblioteche. Se avete amici e conoscenti oltre i cinquanta anni qualcuno di loro l’avrà sicuramente in casa e potrete tranquillamente rubarlo dal suo scaffale. Se lo trovate nei mercatini dei libri usati o in una libreria nell’ultima edizione ristampata chiedete se ve lo prestano un mese o due per valutarlo, senza obbligo di acquisto. Ci dissociamo invece da qualsiasi tentativo di pirateria perpetrato con il fine di acquisire una copia in formato digitale. È un atto altamente riprovevole; solo la carta dà dignità alla lettura e pertanto non concepiamo metodi che eludono la stampa su carta.

Dico subito, per mortificare gli sparuti seguaci di questa minaccia di lettura, che la trama della vicenda è abbastanza noiosa e alquanto insignificante, per cui non ve ne parlerò. In compenso le teorie e le spiegazioni che ruotano attorno al tema centrale (che è lo ‘stato di paura’) brillano per la loro predittività, profondità e onestà intellettuale.

Dicono qui i personaggi di Crichton che in tutti i tempi l’allarmismo è stato funzionale a creare una situazione di emergenza. Nel secolo scorso la minaccia era, a seconda dei punti di vista, l’ebreo, il nazismo, il fascismo, comunismo, il terrorismo, etc. Laddove questa aumenti di intensità, il potere impone di pari passo l’allarmismo, il quale crea burocrazia e proliferazione di tecnocrati.

La psicosi del surriscaldamento globale, ad esempio, crea un’emergenza. La quale va studiata, dimostrata e ciò ha bisogno di strutture burocratiche e politiche in tutto il mondo. E quindi un’enorme quantità di metereologi, geologi, oceanografi e scienziati del clima impegnati nella gestione dell’emergenza.

Secondo Chrichton (sempre per bocca dei protagonisti del libro) l’aumento dell’emergenzialismo, del ‘non c’è più tempo’, può essere collocato dal 1989, in coincidenza con la caduta del muro di Berlino. Venendo meno lo spauracchio del comunismo, gli Stati occidentali, per esercitare meglio il controllo sui comportamenti dei cittadini, tenerli tranquilli e renderli più docili, dovevano creare nuove paure. La caduta del Muro di Berlino ha lasciato un vuoto di paura. La politica, come la natura, aborre i vuoti. Qualcosa doveva riempirlo.

La paura ha sempre una causa. La causa può cambiare nel corso del tempo ma la paura è sempre con noi. Al comunismo successe la paura dell’inquinamento, poi del terrorismo, poi del riscaldamento globale. Oggi del coronavirus.

La nostra civiltà occidentale, dopo aver sconfitto la fame e aumentato enormemente l’aspettativa di vita (fame e salute erano le principali paure dei nostri avi sino alla Seconda guerra mondiale) ha prodotto nuove psicosi. La gente moderna vive nel terrore degli stranieri, delle malattie, del crimine, dell’ambiente. E’ perennemente preda di fisime e ossessioni orchestrate dal Potere per rendere i cittadini fragili, vulnerabili e, quindi, ricattabili.

La diffusione della paura è un fine, celato dietro il pretesto di promuovere la sicurezza.

La distorsione, manipolazione e contaminazione dei dati diventa necessaria alla narrazione politica degli eventi. L’esperto, lo scienziato, il professionista della gestione dell’emergenza assume volentieri il ruolo di collaboratore e divulgatore dell’agenda politica.

Succede così che le ricerche, stimolate per dare conferma ad un esito già scritto, sono inevitabilmente orientate ad un certo tipo di risultato. Interessante l’analisi dell’effetto BIAS (distorsione della valutazione causata dal pregiudizio), sviluppata nel libro. I ricercatori in genere non trovano quello che c’è ma quello che vogliono trovare o che devono trovare.

Paradigmatico di questo atteggiamento scientificamente sleale, dove l’ottusa imposizione dello stereotipo scientifico produce effetti del tutto contrari rispetto a quelli attesi, è il ‘caso Yellowstone’, magistralmente spiegato in un fitto dialogo tra i personaggi di Bradley e Kenner. Il dialogo prende spunto dal saggio ‘Playing God in Yellowstone: the Destruction of America’s First National Park’ – di Alston Chase, edito Atlantic, New York 1986.

Lo Yellowstone Park fu la prima zona selvaggia al mondo ad essere trasformata in riserva naturale. I manager del parco, mossi dall’intento di conservare la natura nel suo stato ottimale, promossero variazioni nell’eco-sistema che si rivelarono disastrose. In realtà, come spiega Chrichton in vari passaggi del libro, la natura non è un museo né un quadro che cristallizza una scena nella sua fissità. Il paesaggio naturale che tanto ci piace è l’ultimo cambiamento al quale è arrivata la natura. Il mondo è vivo, le specie vincono, perdono, aumentano, diminuiscono, vengono spazzate via. Per preservare la natura la si deve lasciare in pace e permettere che l’equilibrio naturale faccia il suo corso. Lasciar stare la natura non significa però conservarla nel suo stato presente. E’ un po’ come chiudere a chiave i bambini in una stanza per evitare che crescano. Il mondo è in perenne mutamento e bisogna lasciarlo crescere. E lo stesso discorso vale per il clima, che non può essere imbrigliato e impacchettato.

Altro spunto formidabile che sintetizza l’irrazionalità di tanti dogmi e retoriche verdi è la tragedia del DDT (vedasi al riguardo anche il datato ma interessante articolo del prof. Ernesto Carafoli).

Nel ventesimo secolo il DDT è stato il miglior antidoto contro le zanzare e, a dispetto di quello che si pensa oggi, non c’era nessun strumento più sano ed efficace. Debellò la malaria in gran parte del mondo. La sua scoperta valse il Premio Nobel a Paul Mueller nel 1948.

Il DDT fu bandito nel 1974 sull’onda dell’allarmismo e della paura fomentata da gruppi ambientalisti. Tra i vari pretesti che furono addotti ci fu l’accusa di aver decimato la popolazione delle aquile poiché si diceva che il DDT penetrava nei loro tessuti molli (vedasi best seller del 1962 Silent Spring, in cui l’autrice Rachel Carson accusava apertamente il DDT di far strage di aquile). In realtà le aquile erano in grave declino da decenni, prima ancora della scoperta del DDT.  Il libro della biologa innescò proteste a non finire – anche in merito a capziose affermazioni che molte forme tumorali siano causate dall’ambiente, teoria che ingenerò nuove paure – e gli effetti dannosi del DDT vennero ingigantiti.

In realtà, dice un personaggio nel libro, il DDT era così sicuro che lo si sarebbe potuto mangiare e, in un esperimento, alcune persone lo hanno fatto davvero per due anni. Personalmente, non ci metterei la mano sul fuoco su questa affermazione tratta dal romanzo. Ben più credibile è il fatto che dopo l’abolizione del DDT la malaria colpisce ogni anno dai 300 ai 500 milioni di persone causando più di due milioni di morti, soprattutto bambini (prima le vittime erano 50.000 l’anno). Triste ricordare la piaga del neo-colonialismo culturale dell’Occidente, oggi scatenato in altre imposizioni ideologiche (gender, aborto, contraccezione, vaccinismo, femminismo, etc.): gli stati africani furono obbligati ad abbandonare il DDT perché se l’avessero usato avrebbero perso gli aiuti internazionali di cui avevano vitale bisogno.

Vi consiglio poi la gustosa ricostruzione, in un altro dialogo dei personaggi Kenner ed Evans, delle manipolazioni mediatiche che nel 1995 hanno portato a ribaltare la precedente posizione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, l’IPCC, la potente agenzia che guida le campagne di monitoraggio del clima. In sostanza, fino a tale data gli scienziati di quell’agenzia negavano o minimizzavano l’influenza umana sul clima. Ma una teoria diversa (quella del riscaldamento globale di origine antropica) trovò improvvisamente spazio nel rapporto del 1995 dell’IPCC grazie all’intervento di una provvidenziale ‘manina’, successivamente attribuita a Ben Santer (vedasi a conferma, il volume di Paul Edwards e Stephen Schneider ‘The 1995 IPCC Report: Broad Consensus or Scientific Cleansing’ che peraltro difende appassionatamente quei cambiamenti truffaldini).

Originariamente il documento non conteneva quelle affermazioni.  Ma, citiamo il libro di Chrichton, ‘questa teoria venne inserita nel rapporto del 1995 dopo che gli scienziati (nota mia: che l’avevano redatto) se n’erano andati a casa. (Alcune loro scomode) affermazioni erano state cassate e sostituite con la dichiarazione secondo la quale l’influenza umana sul clima è riscontrabile a tutti gli effetti…I cambiamenti apportati in quel documento suscitarono un vero putiferio. Ci fu chi sostenne quei cambiamenti e chi li denunciò…Si possono trovare i documenti originali e l’elenco dei cambiamenti apportati online…Un esame delle modifiche apportate al testo lascia pensare che l’IPCC sia un’organizzazione politica, non scientifica’.

A partire da quell’anno cominciò la veloce epurazione degli scienziati che dissentivano sulla nuova teoria, che pure fino all’anno prima erano maggioranza.

 

Da ultimo, tra i moltissimi e notevolissimi spunti di dibattito offerti da ‘State of fear’ proporrei questa considerazione dell’autore, relativa alla necessità di emancipare la ricerca dall’assillo del controllo politico. Chrichton, esprimendo alcune considerazioni personali in un breve trattato in coda al libro, auspica che venga avviato un meccanismo per la raccolta di fondi che metta al riparo i ricercatori da condizionamenti. Gli scienziati oggi si trovano nelle stesse condizioni dei pittori rinascimentali: come loro lavorano su commissione. E se sono furbi si assicurano che il proprio lavoro soddisfi il mecenate. Questo non è un buon sistema per fare ricerche imparziali. Chrichton suggerisce invece di separare la ricerca dai finanziatori. Occorre un meccanismo di raccolta fondi neutrale e anonimo. Chi finanzia la ricerca persegue un risultato preciso o ha aspettative in tal senso. Se la continuità dei finanziamenti dipende dal raggiungimento di certi risultati, gli scienziati sono condizionati a fornire quei risultati stessi. Nessuna fazione dovrebbe avere campo libero secondo lo scrittore.

Insomma, e qui finisco, un libro con innumerevoli tracce di riflessione, ben documentate da una ricca bibliografia alla fine del volume: un thriller profetico e anomalo, nel quale i migliori colpi di scena, secondo me, non sono nell’azione ma nella meditazione dei personaggi e nei numerosi grafici che illustrano le loro teorie.

Situazione questa che appassionerà i cultori dell’azione del detective da divano. Quello che fa guizzare il cervello piuttosto che i muscoli.

E’ un libro particolare: si può partire anche da metà o dalla fine andando a ritroso. Tanto la trama non è interessante. Anche per questo vi minaccio caldamente di leggerlo.

 

Autore Vario è uno pseudonimo

 

 

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