A due giorni dai drammatici attacchi suicidi islamisti nello Sri Lanka vi propongo questa riflessione di padre Seán Connolly, pubblicata su CWR, che mi sembra vada al nocciolo della questione.

Eccola nella mia traduzione.

Suore, ecclesiastici e funzionari di polizia guardano la scena dopo un bombardamento alla chiesa di San Sebastian a Negombo, Sri Lanka, 21 aprile 2019. (Foto del CNS / Reuters)

Suore, ecclesiastici e funzionari di polizia guardano la scena dopo un bombardamento alla chiesa di San Sebastian a Negombo, Sri Lanka, 21 aprile 2019. (Foto del CNS / Reuters)

È stato un faticoso ma gioioso triduo pasquale. Dopo la Veglia Pasquale, la mia testa è finalmente sprofondata nel cuscino intorno all’una di notte. Il mio sonno profondo è stato interrotto circa un’ora dopo dal mio telefono che squillava. Le chiamate a quell’ora non sono mai buone. Questa chiamata non è arrivata da lontano, ma solo dall’altra parte della sala nella canonica. E’ stato mio confratello sacerdote e collega curatore della parrocchia che viene dallo Sri Lanka.

È un sacerdote dell’arcidiocesi di Colombo e mi ha chiamato per informarmi degli attacchi alle chiese di tutto il suo paese e mi ha chiesto vivamente le mie preghiere. Conosceva bene alcune delle chiese attaccate e conosce molte delle vittime, tra cui due sacerdoti feriti, uno dei quali è stato ordinato solo due anni fa. Abbiamo parlato un po’ e gli ho assicurato che non era solo nel suo dolore e che avrei pregato. Ci siamo svegliati entrambi prima della Messa della domenica di Pasqua per scoprire l’ampiezza della violenza.

In un attacco ben coordinato, rivolto principalmente ai cattolici durante la messa della domenica di Pasqua, i terroristi islamici hanno ucciso quasi 300 persone e ne hanno ferite altre 500 in otto attentati suicidi che hanno scosso chiese e alberghi di lusso nella capitale Colombo e nelle città di Negombo e Batticaloa. L’immagine più emblematica della giornata è stata quella di una statua del Cristo risorto schizzato con il sangue di fedeli parrocchiani morti in preghiera.

Più di ogni altro tempo nella storia, i cristiani sono minacciati per la loro fede. Non possiamo rimanere indifferenti. Non possiamo permettere che il sangue dei nostri fratelli e sorelle cristiani venga versato invano. Ma cosa dobbiamo fare? Dobbiamo rispondere a questo male con la santità, la bontà e la carità. Dobbiamo rafforzare la nostra fede cattolica e renderla veramente attiva.

Come notava notoriamente Tertulliano, “Il sangue dei martiri è il seme della Chiesa”. Nel 1219, con la benedizione del loro padre spirituale, San Francesco, cinque francescani di nome Berard, Peter, Adjute, Accurs e Odo lasciarono l’Italia per predicare le verità salvifiche del Vangelo ai musulmani in Marocco. Lo fecero per carità, perché la più grande povertà è non conoscere Gesù Cristo. Al loro arrivo i frati furono immediatamente arrestati e fu loro ordinato di lasciare il paese, cosa che coraggiosamente si rifiutarono di fare.  Continuarono a predicare anche in prigione e subirono percosse e resistettero alla corruzione tesa a farli abiurare la loro fede.

Infine, i frati furono decapitati dallo stesso sultano. Dopo aver saputo della loro morte, Francesco esclamò: “Ora posso veramente dire che ho cinque frati minori!”.

Le reliquie dei cinque protomartiri dell’Ordine Francescano furono inviate in Portogallo, dove un giovane canonico agostiniano del monastero di Coimbra fede visita per pregare davanti a loro. Ispirato dal loro esempio e rendendosi conto di essere chiamato a “fare di più” per Dio, questo giovane canonico era pieno di desiderio di seguirli, non solo nell’assumere l’abito grossolano dei francescani, ma anche di diventare egli stesso missionario e martire. Quel giovane è oggi uno dei santi più famosi e amati della Chiesa. Quel giovane era Sant’Antonio da Padova. La sua vita gloriosa di predicatore missionario e operatore di miracolo non sarebbe mai accaduta se non fosse stato ispirato dai martiri, secondo la Provvidenza di Dio.

Come Sant’Antonio, dovremmo prendere ispirazione dai martiri pasquali dello Sri Lanka per fare di più per Dio.

Pius Parsch ci ricorda che “il cristianesimo non è un sogno noioso, non è un asilo per gli oziosi – il cristianesimo significa lotta. Soprattutto è una lotta contro la carne e il sangue; presuppone la volontà di prendere la croce su se stessi e di seguire Cristo”. È colui che muore per Cristo che ha compiuto perfettamente questa verità. Il sangue versato ieri (l’altro ieri, ndr) nello Sri Lanka deve spronarci ad andare e a fare altrettanto.

Di fronte al loro sacrificio, dovremmo essere imbarazzati e vergognarci della nostra tiepidezza ed essere consapevoli di ciò a cui conduce. Hilaire Belloc ha commentato profeticamente nel 1929: “Dovremo quasi certamente fare i conti con l’Islam nel prossimo futuro.  Forse, se perdiamo la nostra fede, essa risorgerà”. Per onorare coloro che sono morti ieri e per rispondere al meglio a questo male perpetrato, dobbiamo impegnarci sempre più profondamente nella nostra fede cattolica. Facciamo in modo di non dare mai più per scontata la nostra libertà di culto perdendo la Messa domenicale per pigrizia, quando così tanti cristiani in tutto il mondo rischiano la vita per adempiere a questo dovere verso Dio.

In mezzo alla tristezza e al dolore per l’orrore nello Sri Lanka, dobbiamo proclamare la verità che definisce chi siamo come cristiani, tanto più vigorosamente questa Pasqua: Cristo è risorto! E con la sua morte ha vinto la morte. Di conseguenza, non abbiamo paura di coloro che possono “uccidere il corpo”. Infatti, a parte il peccato non abbiamo bisogno di temere nulla perché sappiamo che “….le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, e nessun tormento li toccherà mai. Agli occhi degli stolti sembravano morti….ma sono in pace” (Sapienza 3,1-3).

 

 

Qui uno dei terroristi che porta il tritolo nello zaino prima dell’esplosione:

 

 

 

 

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