Spectator USA: L’Italia ha donato DPI alla Cina per combattere il coronavirus. La Cina li ha restituiti facendoseli pagare

Amber Athey, nel suo articolo pubblicato sullo Spectator USA, riporta una informazione interessante che come italiani ci riguarda da vicino. Eccola nella mia traduzione. 

 

Chinese President Xi Jinping in Wuhan

Il Presidente cinese Xi Jinping in Wuhan

 

La Cina ha cercato di ripristinare la sua immagine dopo aver mentito al mondo sulla gravità della sua epidemia di coronavirus, ma i suoi tentativi di umanitarismo si sono rivelati scivolosi come i suoi mercati bagnati.

Dopo che COVID-19 è arrivato in Italia, decimando la significativa popolazione anziana del Paese, la Cina ha detto al mondo che avrebbe donato i Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) per aiutare l’Italia a fermare la sua diffusione. Informazioni giornalistiche  successive hanno indicato che la Cina ha effettivamente venduto, non donato, i DPI all’Italia. Un alto funzionario dell’amministrazione Trump dice allo Spectator che è molto peggio di questo: La Cina ha costretto l’Italia a riacquistare la fornitura di DPI che [l’Italia] aveva donato alla Cina durante l’iniziale epidemia di coronavirus.

“Prima che il virus colpisse l’Europa, l’Italia aveva inviato tonnellate di DPI in Cina per aiutare la Cina a proteggere la propria popolazione”, ha spiegato il funzionario dell’amministrazione. “La Cina ha poi rimandato in Italia i DPI italiani – alcuni di essi, non tutti… e se li è fatti pagare”.

La Cina che approfitta della generosità dell’Italia è solo l’ultimo esempio della sua disastrosa diplomazia sulla scia della pandemia. Gran parte delle forniture e dei kit di prova che la Cina ha venduto ad altri Paesi si sono rivelati difettosi. La Spagna ha dovuto restituire alla Cina 50.000 kit di test rapido dopo aver scoperto che erano difettosi. In alcuni casi, invece di scusarsi o di risolvere il problema, la Cina ha dato la colpa del suo equipaggiamento difettoso ad altri. La Cina ha detto con condiscendenza ai Paesi Bassi di “ricontrollare le istruzioni” sulle sue maschere, ad esempio, dopo che i Paesi Bassi hanno lamentato che metà delle maschere inviate non soddisfacevano gli standard di sicurezza.

“È così ipocrito per i funzionari cinesi dire che siamo noi ad aiutare gli italiani o che siamo noi ad aiutare il mondo in via di sviluppo, quando in realtà sono loro che ci hanno infettati tutti”, ha detto l’alto funzionario dell’amministrazione. “Certo che dovrebbero essere loro ad aiutare. Hanno una responsabilità speciale nell’aiutare perché sono loro che hanno iniziato la diffusione del coronavirus e non hanno dato le informazioni necessarie al resto del mondo per pianificare di conseguenza”.

Il funzionario ha detto che la campagna di disinformazione della Cina ha ritardato la risposta degli Stati Uniti di almeno un mese, dato che il coronavirus inizialmente sembrava essere un problema regionale piuttosto che globale. Mentre la Cina minimizzava l’epidemia all’interno dei suoi confini, quasi mezzo milione di persone si sono recate negli Stati Uniti potenzialmente portatrici del virus.

“La disinformazione che la Cina ha diffuso sta paralizzando le risposte in tutto il mondo. Siamo rimasti indietro di un mese perché i cinesi non hanno condiviso le informazioni”, secondo il funzionario. “E’ difficile per il mondo accettare che anche le informazioni che stanno diffondendo ora siano accurate e accettabili dal punto di vista epidemiologico. Stiamo operando da un certo punto di vista con una mano legata dietro la schiena”.

La Cina sta ancora comunicando un numero inferiore di casi di coronavirus e di decessi, ad esempio non includendo i casi asintomatici di COVID-19 nel suo conteggio complessivo dei casi. Il Paese non ha inoltre registrato nuovi decessi per il virus, anche se migliaia di urne di cenere sono state spedite agli ospedali locali.