di Mattia Spanò

 

I lettori di questo blog sanno che le nostre simpatie politiche andavano alle cosiddette forze antisistema, senza illuderci sulle possibilità di successo, ma sperando che un manipolo di volenterosi portatori di una visione diversa della cosa pubblica riuscisse ad entrare in parlamento.

Così non sarà. Alla base ci sono ragioni tecniche e culturali che sarebbe noioso passare in rassegna. I tre rassemblements traino, Italexit, Italia Sovrana e Popolare e Vita, hanno preso poco più di un milione di voti. In coalizione avrebbero superato lo sbarramento del 3%.

Prendendo per buona l’antica quantificazione dei no-vax (5.6 milioni), solo un quinto di loro hanno votato i nuovi partiti. Anche meno: una certa quota di voti potrebbe arrivare dai danneggiati da vaccino e loro famigliari, che hanno motivazioni più gravi.

Sul fatto che le forze antisistema non si siano coalizzate sono indulgente. I tempi di organizzazione erano dolosamente serrati, l’area di pesca piccola e affollata, il rischio di allearsi con chi non avrebbe superato la soglia minima delle firme necessarie alto, i campanilismi e l’autostima dei leader esorbitanti e mal riposti.

Non sono mancati furibondi appelli all’astensionismo, tutti orientati all’idea che una politica e un governo delegittimati sarebbero quella che gli americani chiamano lamy duck, anatra zoppa.

Ognuno ha diritto a distillare le proprie elucubrazioni, resta il fatto che dal 1998, anno del Porcellum, gli italiani sono privi di rappresentanza politica reale, vale a dire della possibilità di esprimere tramite il voto qualsivoglia governo: se vengono eletti due beneficati alla Di Maio con tre voti a testa, stappano un Grand Cru Valdobbiadene e buonanotte.

Si è invertito il meccanismo alla base della democrazia, passando dal votare chi ci rappresenta al conformarsi a chi viene eletto. Un’auto-manipolazione della più bell’acqua. L’ideologia del meno peggio tanto meglio ci ha condotti non a votare turandoci il naso, quanto a turarci il naso col voto.

Abbiamo introiettato e razionalizzato l’idea che la democrazia consista nel mettere “mi piace” a post di gente che nemmeno si conosce, tornando ad occuparci di cose più urgenti come comprare il microonde a rate.

Il vero convitato di pietra è il processo di spaesamento del Paese in corso da trent’anni. Formule pneumatiche ripetute a martello – fuori dall’UE siamo morti, Italia ingovernabile, vincolo esterno, il pericolo sovranismo (e fascismo), politici incapaci e corrotti, voto utile – hanno inoculato l’idea che l’Italia sia una vecchia acida che ha costante bisogno di badanti straniere al capezzale. In un clima simile, vaccinare la maggioranza bulgara degli italiani è stato un gioco da ragazzi.

I danni di trent’anni di cannoneggiamento non si riparano in un mese. Non è nemmeno immaginabile che forze contrarie mettano mano in breve tempo al disastro: sulle competenze e qualità umane non mi pronuncio (il livello generale è talmente infimo che anche l’improvvisazione più spinta sembra competenza adamantina), resta il fatto che bisognerebbe asportare il tumore culturale, e soprattutto riempire il vuoto in un popolo convinto di essere portatore di un pensiero sorgivo, in realtà rimpinzato come un’oca all’ingrasso da una marea di stupidaggini apodittiche altrove ideate.

L’italiano è istintivamente massimalista, vale a dire privo di quell’aurea mediocritas che, come suggerisce Orazio, “tiene lontano dallo squallore”.

Non ci si può attendere tutela dell’interesse nazionale dai propri competitor storici, come predicano gli esegeti delle minacce di Von der Leyen, pronti ad incastonare ogni penosa, demente e mafiosetta uscita della loro euroina in una presunta civiltà superiore. È l’idea della “fine della Storia”, l’“irreversibile euro”, il “pilota automatico” di draghiana memoria.

Fortuna che le cose vanno per conto loro, che tu ti chiami Draghi o Mezzasalma. Il “non ti vaccini, ti ammali, muori” si è risolto nell’opposto logico: ti ammali e muori perché ti vaccini.

L’errore più grave commesso dalle forze antisistema è stato, a mio giudizio, quello di mirare ad un accreditamento istituzionale purchessia, senza proporre una visione positiva capace di attrarre e unire le persone.

Il fatto di essere contrari all’obbligo vaccinale e al green pass, contrari all’invio di armi in Ucraina e quanto meno attenti alle ragioni russe, e fortemente critici con UE e Nato non è di per sé un programma, ma alcune prese di posizione che ti puoi permettere se e solo se sei in condizioni di farle pesare. Viceversa, si torna al massimalismo: parli così perché tanto sai che nessuno passerà mai alla cassa. Questo la gente oscuramente intuisce, e te la fa pagare.

Per giunta i temi caldi (pandemia e guerra) sono stati accuratamente evitati dalla concorrenza: pensare di imporre un’agenda diversa è stato quanto meno ingenuo.

A costo di contraddire la mia indulgenza iniziale. Se sbraiti, e con più di una ragione, per due anni contro i governi Conte prima e Draghi poi, auspicandone la caduta, non puoi permetterti di farti cogliere impreparato sul piano politico. Non puoi dire, preso a bruciapelo, “non me l’aspettavo”.

Considerato che elezioni si sarebbero comunque svolte nel 2023, quando si pensava di cominciare a lavorare (non ragionare: lavorare) alla costruzione di un’alternativa politicamente credibile?

È poco remunerativo impostare una campagna elettorale su ciò che è passato (vaccino, green pass, violazione selvaggia di diritti fondamentali) perché la gente “passata la festa, gabbato lo santo”.

Paga ancora meno, sul piano del consenso, provare a capovolgere una narrazione spudoratamente atlantista ed europeista, semplicemente perché la gente non percepisce come “aggredibili” questi argomenti. Non a torto: non si riesce ad esprimere un governo che rappresenti gli italiani, figuriamoci prendere risoluzioni autonome sullo scacchiere internazionale.

Le attenuanti sono molte: mezzi scarsi, candidati che si affacciavano per la prima volta, cedimenti evitabili a trappole televisive e via dicendo. Tutti argomenti validi, purtroppo la politica è “sangue e merda”, come diceva Rino Formica.

Piaccia o meno, la politica ormai è un prodotto come un formaggino, una crema contro le vene varicose, un trancio di pizza: o lo mangi nei primi dieci minuti, o ti passa la voglia. La gente fa la coda al fast-food perché, a parte il risparmio, non deve attendere. Il che è buona parte del problema.

Quattro erano gli argomenti da spremere sino all’ultima goccia: le bollette, le attività in fallimento, il sostegno alle famiglie (il famoso “arrivare a fine mese”), la debàcle della sanità pubblica, realtà con la quale la maggior parte degli italiani – Covid o non Covid – ha preso contatto. Su questi quattro semplici punti andava costruita la proposta politica.

Tutto il resto sono cose degnissime e sacrosante, ma gli italiani sono in un brutto loop, da pranzo alla Caritas. O gli dai qualcosa che possono inghiottire a colazione, o non ti seguono. Seguono piuttosto chi mente, perché in fondo così fan tutti.

Si è messa davanti ai buoi una battaglia ideale che invece andava spesa nel medio periodo – nessuno mantiene le promesse elettorali: non di meno, ci sono governi che governano meglio e altri peggio – ignorando che gli italiani più pitocchi scambiano il voto con qualche pacco di pasta. Pensare di esseri migliori di quanto non siamo, non aiuta a migliorare. Anzi.

Ci si metta seriamente al lavoro. Meloni ha vinto per inerzia, adesso è rimasta col cerino in mano a governare un cul de sac da altri cucito. Non durerà molto, poi torneranno le “riserve della Repubblica”, le “emergenze democratiche”, i “fate presto”, i “competenti”. Sempre che qualcosa di tragicamente violento non metta fine a queste manifestazioni di idiozia terminale.

Allora bisognerà farsi trovare pronti.

 


 

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