Concilio Vaticano II (foto CNS)
Concilio Vaticano II (foto CNS)

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

Lo «spirito del Concilio», s’intende il Vaticano II, perché di nessun altro concilio ecumenico, a mia conoscenza, è invocato insistentemente lo spirito, ha aleggiato sul contestato presepe allestito lo scorso dicembre in piazza S. Pietro a Roma. Come notato da Brian Flanagan su National Catholic Reporter, le reazioni suscitate dall’innovativa estetica del presepe, con una certa audacia considerato «parzialmente ispirato dal Concilio» e dalla sua eredità, sono sembrate ricordare quelle provocate fra i rigidi difensori della tesi dell’immutabilità dell’insegnamento della Chiesa e, appunto, i continuatori del genuino rinnovamento voluto dall’ultimo Concilio ecumenico e, non ultimo, dall’attuale pontefice.   

Benché riguardante il contesto artistico, si è trattato solo dell’ultimo di una serie di riferimenti al Concilio e al dibattito sollevato dalla sua celebrazione che hanno affollato la seconda metà dell’anno appena trascorso. Ma come è stato possibile evocare lo «spirito» di un evento così influente, ma anche tanto remoto nel tempo, come quello del Concilio, anche nel caso del discusso presepe di piazza S. Pietro? forse che il Concilio si è occupato anche di estetica dei presepi? o basta evocare l’«aggiornamento» che il Concilio ha costituito per la Chiesa per giustificare scelte artistiche non in linea con la tradizione?

Se si vuole intendere esattamente che cosa sia questo «spirito del Concilio», non è tanto ai documenti ufficiali del Vaticano II che ci si deve volgere, quanto agli scritti e alle dichiarazioni dei suoi protagonisti: periti, padri conciliari, giornalisti e intellettuali vari, con l’implicita premessa, riecheggiante S. Paolo (2 Cor 3, 6), che lo «spirito» si deve intendere positivamente, rispetto alla rigidità della «lettera».

Papa San Paolo VI

Ad esempio, Yves Congar riferisce un discorso del cardinale Paul-Émile Léger al Concilio il 3 dicembre 1962, in cui l’alto prelato «auspica che lo spirito di rinnovamento sia tutelato da una commissione che tuteli autorevolmente lo spirito del Concilio nel periodo intercorrente tra le due sessioni»: dunque lo «spirito del Concilio» è sinonimo di una delle parole chiave del Vaticano II, l’«aggiornamento»? così sembrerebbe, come è confermato da due passi, rispettivamente del discorso di papa Paolo VI nella cattedrale dello Spirito Santo in occasione del suo viaggio a Istanbul (25 luglio 1967): «Il recente Concilio Vaticano ci ha ricordato che questo progresso si basa prima di tutto sul rinnovamento della Chiesa e sulla conversione del cuore. Ciò significa che contribuirete a questo progresso verso l’unità nella misura in cui entrate nello spirito del Concilio. A ciascuno di noi è richiesto uno sforzo per rivedere i nostri modi consueti di pensare e agire per renderli più conformi al Vangelo e alle esigenze di una vera Fratellanza Cristiana», e del libro-intervista di Vittorio Messori, Il rapporto sulla fede (1985), in cui l’allora cardinale Joseph Ratzinger distingueva il vero spirito del Concilio dalle sue false interpretazioni, attribuendo le deluse speranze di rinnovamento a «coloro che sono andati ben oltre la lettera e lo spirito del Vaticano II».

Al di là di chi ne ha fatto poi autorevolmente uso, in realtà, «spirito del Concilio» è una espressione del gergo giornalistico, nata ovviamente durante la celebrazione del Vaticano II, ha un autore che attribuì ad essa un significato preciso e che, per la sua popolarità, come vediamo si diffuse ben oltre la cerchia dei mezzi di comunicazione che seguirono il ventunesimo Concilio ecumenico della Chiesa.

Sembra infatti che l’espressione «spirito del Concilio» sia apparsa per la prima volta sulla rivista Time dalla penna di Michael Novak (1933 – 2017), non nuovo, in verità, nel creare slogans eneologismi poi molto diffusi; proprio negli anni Sessanta, infatti, l’allora giovane Novak ispirò i discorsi di molti leaders del Partito democratico americano, suggerendo, ad esempio, niente meno che il famoso concetto di «nuova frontiera» a John F. Kennedy.

Si tratta, però, quasi di un’altra vita, rispetto a quella condotta precedentemente, anche se non meno importante. Novak, infatti, è noto in Italia al pubblico degli specialisti come il teorico del «capitalismo democratico», ovvero il nuovo nome assegnato, a partire dagli anni Ottanta, a quella particolare politica economica seguita dalle principali nazioni del mondo occidentale, basata sulle libertà politica ed economica sviluppatesi, secondo Novak, grazie all’impulso valoriale offerto dalle religioni ebraica e cristiana: si pensi a libri come Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo (1987) e L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo (1994) che, fin dall’efficace titolo, evocano, evidentemente per confutarlo,il celebre L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905) di Max Weber.

Non molti sanno, soprattutto in Italia, che Novak esordì come giornalista free-lance, soggiornando a Roma dal 1963 al 1964 per scrivere estesamente su importanti periodici liberal d’oltre oceano come Time, appunto (Novak e sua moglie Karen erano intimi di Clare Boothe Luce, moglie cattolica del fondatore di Time, Henry Luce, ed ex ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia), oltre che su America, Commonweal e National Catholic Reporter proprio del Concilio, di cui si può ben dire, quindi, che fu spettatore partecipe e che, per la gran messe dei dati raccolti e per i giudizi espressi, meriterebbe studî specifici. Io mi limiterò a rispondere brevemente alla domanda capitale: Che cosa è stato il Vaticano II secondo Novak?, per passare a quella principale: Che cosa intendeva con «spirito del Concilio»?

La risposta di Novak alla prima domanda può sembrare deludente, perché non contrappone i due consueti schieramenti (quello vincente dei «progressisti» e quello dei «conservatori» fin lì detentori delle leve del potere nella Chiesa), seguendo uno schema interpretativo assai diffuso fra i suoi connazionali, ma poco consono alla storiografia italiana. Secondo Novak, infatti, si tratta di categorie elaborate dalla recente storia politica, niente affatto appartenenti alla storia del cristianesimo, che pure ha conosciuto sì diverse sensibilità, ma dietro le quali nessun teologo cattolico ha mai militato al punto tale da mettere in dubbio la Parola affidata alla Chiesa, spendendosi piuttosto per approfondirla e difenderla sinceramente, per poi trasmetterla nel modo più veritiero ed efficace possibile alle nuove generazioni.

È come ciò dovesse avvenire che animò il dibattito intellettuale, ma non fra «progressisti» e «conservatori» quanto, secondo Novak, fra due diverse scuole di teologia: una, detta «della ortodossia non storica», che concepisce la Chiesa come una istituzione sempre fedele a sé stessa, capace di elaborare mirabili sintesi di fede e di pensiero (si pensi a quella tomista), ma che appare all’esterno come una realtà immobile e poco permeabile alle novità, soprattutto quelle del progresso scientifico che incidono sul costume; un’altra, detta «della neodossia» che, all’opposto, concepisce la Chiesa come dotata di una permanente coscienza di sé, storicamente individuata, ma in grado di crescere e, se le circostanze lo esigono, suscettibile di modifiche e persino di superamento.

Se non fosse stato per l’abilità di Novak nella scelta delle etichette delle due scuole teologiche, che poi si sono imposte nel dibattito sul Vaticano II all’estero, non ci sarebbe niente di nuovo sotto il sole: anche il teologo del dissenso Charles Curran, ad esempio, riconosceva l’esistenza di due scuole teologiche ma preferiva riferirsi ad esse chiamandole rispettivamente «classica», nel senso di fedele a verità eterne, immutabili, che non contemplano il minimo cambiamento né tanto meno ripensamenti, e «della coscienza storica», al contrario più disponibile ad ammettere che il soggetto umano fosse inserito in una storia e in una cultura che influenzano le vie in cui ciascuno pensa ed agisce, rendendolo contemporaneamente sia permeabile nei confronti dell’eredità del passato, sia aperto verso le sfide dell’avvenire.

Joseph Ratzinger perito al Concilio Vaticano II 1962 (screenshot via Catholic Herald)
Joseph Ratzinger perito al Concilio Vaticano II 1962 (screenshot via Catholic Herald)

Ad un certo punto però, e qui sta l’interesse delle corrispondenze romane di Novak, si prese ad andare oltre, molto oltre l’equilibrio faticosamente raggiunto dalle due scuole nei sedici documenti ufficiali del Vaticano II «sotto l’influenza dello spirito del Concilio», definito in modo apparentemente pacifico come l’«amare il passato per aiutare a trovare forme nuove ma sempre rispettose della tradizione»; quasi che la Chiesa fosse però una entità disincarnata, staccata dalla sua storia, anche quella più dolorosa, e da una tradizione così pazientemente messa a punto, identificate principalmente in Roma e nel Vaticano, sganciata da qualsiasi disciplina e autorità, compresa quella locale, sicché ciascuno, cattolico in quanto «sotto l’influenza dello spirito del Concilio» e non più per il credo di verità oggettive tramandate alla fine poteva vivere come meglio gli pareva, senza più doversi giustificare.

Non sembri un eccesso: si pensi a certe sperimentazioni nel campo della liturgia o ai casi di aperto dissenso da parte di autorevoli conferenze episcopali e teologi di punta nei confronti del magistero, o si rilegga, nel caso di Novak, la sua inchiesta sulle «nuove suore» per The Saturday Evening Post, tutta inneggiante sperticate lodi a quelle religiose che, sfidando apertamente le regole millenarie che avevano giurato di seguire per tutta la vita, «sotto l’influenza dello spirito del Concilio» presero ad accorciare le gonne sopra il ginocchio, a togliersi il velo e a vivere per conto proprio.

Per l’audacia e l’irriverenza con cui descrisse, invece, la supposta arretratezza delle suore fedeli ai voti professati, successivamente Novak dovette fare pubblica ammenda, constatando amaramente che alla fine il bilancio degli anni vissuti dalle «nuove suore» si era concluso negativamente: infatti, se quando il Vaticano II si chiuse (1965), si potevano contare oltre 104 mila sorelle che insegnavano nelle scuole cattoliche degli Stati Uniti, trent’anni dopo (1995), quel numero crollò drasticamente, scendendo a sole 13 mila religiose insegnanti.

Qualche anno dopo, lo stesso S. Paolo VI dovette ammettere, in una omelia che fece epoca (29 giugno 1972), che non tutto era andato nel verso giusto durante il Vaticano II: il papa, infatti, aveva la netta sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». Parole su cui vale la pena soffermarsi, soprattutto in tempi di pandemia: «È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: “Non so, non sappiamo, non possiamo sapere”. La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno. (…) Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza».    

   Anche Novak, molti anni dopo, riprese l’immagine del «fumo di Satana», arrivando a sostenere che aveva ammorbato a tal punto il Concilio da identificarsi con il suo «spirito», favorendo il superamento della lettera di ciò che lo Spirito Santo aveva ispirato: uno spirito che si riempì di radicalismo individualistico e si gonfiò di odio per il modo in cui spazzò via una comunità religiosa dopo l’altra, colleges e università, preti e laici.

Wojtyła arriva a Kalwaria per il Venderrdì Santo anni '60
Wojtyła arriva a Kalwaria per il Venderrdì Santo anni ’60

Per ironia della sorte, Novak, la cui famiglia era di origine slava (slovacca, per l’esattezza), non incontrò mai, fra i padri conciliari che pure si distinsero per la qualità degli interventi, l’allora giovane arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, se non molti anni dopo, quando divenne papa: un frutto straordinario di quell’«aggiornamento», con la sua apertura ai vescovi delle diocesi più remote dell’est e l’incontro con i vescovi di quelle occidentali, perseguito così tenacemente dalla Chiesa che, forse, non sarebbe altrimenti mai maturato. 

            

Data la sua conoscenza ed esperienza del Concilio, fu S. Giovanni Paolo II, secondo Novak, a salvare il Vaticano II e a far sopravvivere la Chiesa «sotto l’influenza dello spirito del Concilio»                               conferendole nuova centralità nel mondo;, dopo aver considerato esaurita l’ispirazione delle ideologie e delle correnti principali della modernità, il papa venuto dall’est insegnò di nuovo a concentrarsi dove si era sempre concentrato il suo magistero e cioé su Gesù Cristo: non è un caso che le parole iniziali del suo primo saluto e della sua prima benedizione furono: «Sia lodato Gesù Cristo»! (16 ottobre 1978).

In una delle tante decisioni prese «sotto l’influenza dello spirito del Concilio», i liturgisti re-immaginarono la S. Messa come una sorta di cena comune, in cui il celebrante è il punto focale dell’assemblea, sta di fronte ad essa e ad una tavola, così che celebrante e assemblea sembra quasi che si concentrino l’uno sull’altro. Prima del Concilio, invece, gli occhi del celebrante e dell’assemblea erano rivolti verso est, verso Gerusalemme, terra di benedizione dove Dio e l’uomo avevano stretto il loro patto e, quindi, della nostra salvezza, in definitiva verso la stessa direzione: Dio.

 

 

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