La rivoluzione sessuale americana Libro di Sorokin

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

Che la nostra civiltà sia in crisi è sotto gli occhi di tutti. In verità, non si tratta di una novità nella storia umana; è il modo in cui ci stiamo disintegrando che sembra essere senza precedenti. Quella che è diventata l’ideologia delle élite, infatti, pur avendo diversi nomi, alcuni più noti, come «correttezza politica» (political correctness), «cultura del risveglio» (wokeness), «giustizia sociale» (critical social justice), altri meno, almeno per ora, come «ideologia del successore» (successor ideology) e «mentalità» baizuo  (baizuo mentality), manifesta una univoca volontà di autodistruzione.

Questa ideologia, diffusa dalle élite in tutte le principali istituzioni, insegna principalmente a odiare la civiltà occidentale e il proprio paese in quanto malvagi e oppressivi, incoraggiando gli stranieri e gli immigrati a giudicarli con la stessa ostilità. I bianchi benestanti di sinistra, così, hanno adottato un odio etnico per sé stessi che non ha eguali nella storia, acconsentendo alla demonizzazione della loro «bianchezza» (whiteness) come fonte del male nel mondo. Questa singolare forma di odio per sé stessi, però, è prescritta solo per gli occidentali, quelli bianchi: tutti gli altri, per quanto sanguinose o oppressive siano state le loro storie, sono incoraggiati a celebrare solo e sempre la propria eredità.

Ora, tale odio è un sovvertimento della ragione ma, come insegnano Platone e S. Tommaso d’Aquino, è il vizio sessuale, tra tutti i vizi, che ha la maggiore tendenza a distruggere la razionalità. Il desiderio sessuale, infatti, può annebbiare l’intelletto anche nelle migliori circostanze, ma quando l’oggetto del desiderio è contro natura, l’abbandono ad esso rende odiosa l’idea stessa di un ordine oggettivo e naturale delle cose. Ecco perché la Chiesa trovò spiriti affini in Platone e Aristotele: i pagani dell’antichità, infatti, avevano pur sempre una comprensione significativa della legge naturale, mentre la devianza da essa era in gran parte confinata presso le classi abbienti. Oggi, invece, permea l’intero ordine sociale.

Ancora più radicale è l’attacco di questa ideologia al fondamento stesso di ogni ordine sociale: la famiglia, e alla distinzione e alle relazioni tra i sessi che sono alla sua base. Così, ogni forma di degenerazione sessuale viene celebrata, mentre la critica più timida ad essa viene denunciata come «fanatismo», sicché il tipo meno comune di attività sessuale risulta essere proprio quello che effettivamente porta alla nascita dei bambini, nonostante sia ciò per cui il sesso esiste, e i tassi di matrimonio e di natalità diminuiscono in modo significativo. Inoltre, le norme che regolano i ruoli dei padri e delle madri e le relazioni tra i sessi vengono condannate come «patriarcali», mentre molti giungono addirittura ad abbandonare il proprio sesso, scegliendo di identificarsi in uno dei sessantatré «generi» alternativi al sesso maschile e femminile.

La recente traduzione del classico The American Sex Revolution (1956; trad. it. La rivoluzione sessuale americana, Cantagalli, Siena 2021, pp. 261) del sociologo russo, ma naturalizzato americano, Pitirim A. Sorokin (1889-1968) può essere, seppur con qualche cautela, un utile antidoto alla deriva impressa dai comportamenti sessuali suggeriti dalle ideologie del nostro tempo, dato che Sorokin è stato un convinto critico della sessualizzazione della società, come si legge fin dal primo capitolo: «Senza rumorose e pubbliche esplosioni, le sue scene tumultuose sono confinate nella dimensione privata delle camere da letto e coinvolgono soltanto singoli individui. Non è segnata da eventi drammatici su larga scala, non è accompagnata da una guerra civile, da lotta di classe e spargimento di sangue. Non possiede un esercito rivoluzionario per attaccare i suoi nemici. Essa non tenta di rovesciare i governi. Non ha grandi leader; nessun eroe la pianifica, nessun “politburo” la guida. Senza un piano né una organizzazione, essa è condotta da milioni di individui, ciascuno agendo per conto suo. Non è stata annunciata in quanto rivoluzione, sulle prime pagine della stampa, o per radio o televisione. Il suo nome è rivoluzione sessuale» (p. 77).

Secondo l’analisi condotta da Sorokin, «La libido sessuale è ora considerata come il movente più vitale del comportamento umano. Nel nome della scienza, la sua più completa soddisfazione è addotta come la condizione necessaria della salute e della felicità umane. Le inibizioni sessuali sono viste come la fonte principale delle frustrazioni, delle malattie mentali e fisiche e della criminalità. La castità sessuale viene ridicolizzata come pruriginosa superstizione. La fedeltà nuziale viene stigmatizzata come ipocrisia antiquata. Il padre viene dipinto come un tiranno geloso desideroso di castrare i suoi figli per prevenire l’incesto con la loro madre. La maternità viene interpretata come “mammismo”, che distrugge la vita dei figli. Figli e figlie sono dipinti come pieni di “complessi” di seduzione verso la loro madre e in modo corrispondente anche il padre. (…) Il tradizionale “figlio di Dio”, creato a Sua immagine, si trasforma in un apparato sessuale potenziato dall’istinto, preoccupato da faccende sessuali, e che aspira, sogna e pensa principalmente a relazioni sessuali» (pp. 91-92).

Sorokin condanna esplicitamente la psicanalisi, definita «fantasiosa teoria», «che insegna che la repressione dell’incestuoso o di altri impulsi sessuali illeciti sarebbe la principale risorsa di psiconevrosi. (…) Si può solo rimpiangere che queste idee abbiano guadagnato prestigio in circoli scientifici e siano ora accettate da schiere di psichiatri, psicologi, educatori, divulgatori, e pure da molti ministri di Dio (…). In questo XX secolo, la società dissoluta prova spesso a curare il proprio squilibrio mentale con l’aiuto di psichiatri, psicoanalisti, consulenti e vari altri tipi di guaritori. Questi terapisti hanno rimpiazzato il vecchio angelo custode e il loro aiuto è molto ricercato, i loro poteri curativi ampiamente creduti, la loro autorità raramente messa in questione e i loro servizi altamente remunerati. Sfortunatamente, essi non possono fornire vie di salvezza. (…) Questi tentativi di rigenerazione (…) sono parimenti inefficaci per un’ovvia ragione: non sono altro che un’imitazione di una reale trasformazione spirituale ed etica» (pp. 139 e 160).

Secondo Sorokin, però, la rivoluzione sessuale che sconvolgeva la società americana non era solo frutto della psicanalisi; si trattava, a ben vedere, di un movimento di lungo periodo, da far risalire addirittura alla rivoluzione sociale egiziana del 2500 a. C. (p. 166), che ha conosciuto fasi ora di progresso, ora di regresso, studiate minuziosamente nel corso della produzione scientifica del sociologo e riportate a sommi capi ne La rivoluzione sessuale americana, come nel caso della sessualizzazione diffusa nella Roma antica: «La crescita di anarchia sessuale, di divorzi, abbandoni e orge; di emancipazione e “mascolinizzazione” delle donne e di effeminamento degli uomini, insieme a un cambio radicale nelle leggi matrimoniali e famigliari, che dissolse grandemente la loro sacralità e inviolabilità, con una conseguente diminuzione del tasso di natalità, si accompagnò di pari passo a una crescita dell’irreligiosità e a un’etica e una mentalità volgarmente sensualiste. Questa de-moralizzazione si diffuse in tutte le classi della società romana» (p. 170).

 «La salvezza e la rigenerazione», secondo Sorokin, «vennero dalla cristianità col suo sistema di valori e comandamenti morali anti-materialistico, anti-sensistico e anti-erotico. Proibendo pure uno sguardo lussurioso verso una donna e verso un uomo, dichiarando peccaminose tutte le relazioni prematrimoniali, esaltando la castità sessuale e la continenza e permettendo la vita sessuale solo nella forma del matrimonio socialmente regolato, la cristianità fu capace di frenare grandemente la prevalente anarchia sessuale e di ristabilire la santità del matrimonio e della famiglia, come anche normali e lecite forme di attività sessuali» (p. 171, ma vedi anche p. 199).

Il prefatore Leonardo Allodi sottolinea che «La “sessualizzazione della società” (…) prende una forma precisa nelle società occidentali solo nel corso del Novecento (…). Più di uno studioso concorda con Sorokin nel vedere in questo mutamento socioculturale in azione le forze autodistruttive della cultura moderna (…). The American Sex Revolution resta l’opera che meglio di ogni altra, a metà del XX secolo, ha saputo individuare nel modo più accurato la direzione verso la quale America ed Europa stavano orientandosi. Per questo “la rilevanza della sua analisi appare più importante per la situazione sociale del tempo presente di quanto non lo sia stata nel tempo in cui è stata scritta”» (p. 18-21).

Per quel che è la mia conoscenza della cultura americana, non posso essere del tutto d’accordo con l’interpretazione di The American Sex Revolution come anticipazione e critica della «seconda rivoluzione americana», secondo l’espressione di David Talbot e Margaret Talbot (By the Light of Burning Dreams. The Triumphs and Tragedies of the Second American Revolution, HarperCollins, New York 2021), ovvero della rivoluzione degli anni Sessanta (e dei costumi sessuali, in particolare), come fa invece il giornalista Francesco Borgonovo (La rivoluzione (sessuale) tradita, «Panorama», 8 dicembre 2021, pp. 74-76). Sorokin non anticipò, ad esempio, il discorso sulla libertà di parola tenuto dallo studente Mario Savio il 2 dicembre 1964 all’università di Berkeley, considerata tradizionalmente la miccia che diede fuoco alle polveri della contestazione degli anni Sessanta in America, né annunciò gli eccessi (di tutti i tipi) dei concerti di Woodstock (15-17 agosto 1969) e di Altamont dei Rolling Stones (6 dicembre 1969) che, insieme al brutale omicidio dell’attrice Sharon Tate a Cielo Drive (9 agosto 1969), chiusero quella stagione.

È, piuttosto, agli esperimenti di «liberazione sessuale» della Russia sovietica nel 1920 e ai tentativi dei bolscevichi di distruggere il matrimonio e la famiglia, conosciuti e studiati da Sorokin che, invece, il sociologo russo naturalizzato americano guardò, nel denunciare la strisciante ma persistente «rivoluzione sessuale americana», più che denunciare «stili di vita» oggi diffusi ma che, ai suoi tempi, erano meno espliciti: «L’amore libero fu glorificato dalla teoria ufficiale del “bicchiere d’acqua”: secondo la direttiva del partito, se una persona ha sete è irrilevante quale bicchiere venga utilizzato per soddisfare la sua sete ed è ugualmente non importante il modo in cui la sua fame sessuale viene soddisfatta» (pp. 185-186).

Sorokin è la classica incarnazione dell’American Dream: infatti, dal povero villaggio di Turya nella Repubblica dei Komi, a ovest degli Urali, dove nacque nel 1889, passò attraverso l’esperienza della Rivoluzione russa, rischiando di essere condannato a morte (1922) per la sua progressiva ma decisa presa di distanza dagli eccessi dei bolscevichi, arrivando a occupare la cattedra di sociologia ad Harvard (1930) e a organizzarne il primo dipartimento.

The American Sex Revolution non contiene, pertanto, profezie sulla pericolosa diffusione delle ideologie degli anni Sessanta, né ci guida nella selva di quelle attuali ma, piuttosto, è il riflesso nostalgico per i valori della società Komi della giovinezza del suo autore, vista come il modello di una cultura ancora sana e, per questo, celebrata dalla successiva sociologia di Sorokin, cui contrapporre, invece, la nascita della pratica dei cocktail parties che, in quanto simboleggiano «due importanti forze, alcol e sesso, che alimentano una parte considerevole della nostra vita (…)», «giocano un ruolo importante nella stimolazione di impulsi sessuali e nel provocare un gran numero di legami prematrimoniali ed extraconiugali», perché «in tali eventi persone estranee chiacchierano liberamente di sesso», diventando così il più importante e il più largamente diffuso stimolo sessuale (…) (p. 127; si vedano altresì le osservazioni del prefatore a p. 43).

Quella contro cui Sorokin volle reagire è la nascente società della cultura di massa (si veda, a riguardo, tutto il cap. 2, pp. 93-129), che non è sufficiente stigmatizzare prendendosela con i suoi «distruttivi “tarli” sessuali», «infiltrati nel corpo vivente della nostra cultura e delle nostre istituzioni, coprendolo di eruzioni cutanee e piaghe (…). Se vogliamo liberarci di questa infezione, dobbiamo disinfettare attentamente tutti i compartimenti della nostra cultura e tutte le istituzioni sociali (…). Questa disinfezione significa qualcosa di più grande e profondo delle infantili e sporadiche reazioni contro qualche fumetto o spettacolo da parte dei vari custodi della pubblica moralità (…)» (p. 250). Il velato riferimento è alla pubblicazione dell’influente The Seduction of the Innocent (1954) da parte dello psichiatra Fredric Wertham (1895-1981), che accusò la lettura dei fumetti di ispirare comportamenti devianti e criminali nei giovani americani, tanto da spingere il Congresso a convocarlo di fronte alla commissione d’inchiesta sulla delinquenza giovanile presieduta dal senatore democratico Carey Estes Kefauve (1903-1963) (si veda B. Beaty, Fredric Wertham and the Critique of Mass Culture, University Press of Mississippi, Oxford 2005).

Sorokin polemizzò duramente contro questa crescente intrusione nella vita del cittadino americano: «La sfera della nostra vita sociale, irreggimentata e controllata dal governo federale e dai governi statali, è aumentata enormemente a spese di una autonoma regolamentazione tra cittadini e organizzazioni private. Sia che lo chiamiamo “inquietante socialismo” o “totalitarismo travestito”, è fuori di dubbio il fatto che sia rapidamente cresciuto sotto le amministrazioni sia repubblicane che democratiche. Pur combattendo diversi tipi di totalitarismo all’estero, siamo diventati sempre più totalitari nel nostro stesso paese» (p. 207).

Sorokin entrò così in rotta collisione con l’establishment del suo tempo, tanto che riuscì facile a Talcott Parsons, suo collaboratore e poi collega, farlo rimuovere dal dipartimento da lui stesso creato a Harvard (1955) e isolarlo, imprimendo nel contempo una nuova linea di pensiero e di ricerca alla sociologia. Tuttavia, il pensiero di Sorokin non fu mai obliterato del tutto negli anni Sessanta: proprio allora, anzi, l’anziano sociologo vinse le sue due ultime, significative battaglie: l’ambita elezione a presidente dell’American Sociological Association (1965) e, sebbene poco dopo la sua morte, il motto Sorokin Lives! fatto proprio dai giovani sociologi radicali durante il congresso dell’American Sociological Association, riunito a San Francisco alla fine dell’estate del 1969. Certamente Sorokin non previde quest’ultimo evento ma, forse, non gli sarebbe dispiaciuto.   

 

 

 

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