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di Francesco Agnoli

 

Søren Kierkegaard nasce a Copenhagen, in Danimarca, nel 1813.

Nel 1830 Søren da studente fa vita mondana: passeggia con sigaro e bastone, frequenta teatro regio e caffè, salotti della buona società dove è apprezzato e brillante intrattenitore.

In questa fase vive da libertino, da esteta, prima di Oscar Wilde, di D’Annunzio ecc.

L’esteta ricerca essenzialmente il piacere che vive nell’istante, nell’immediatezza; vuole vivere tutte le possibilità in modo irresponsabile, e di fatto sceglie di non scegliere, perchè ogni scelta gli fa paura, gli appare troppo impegnativa, rischiosa. Così facendo crede di rimanere libero, ma la sua vita diventa un insieme di attimi (fuggenti) sfilacciati, senza un disegno, una trama. Tante “esperienze”, ma nessuna esperienza vera. L’esteta è il singolo, solo, che in cerca dell’onnipotenza (deve assolutamente scegliere, ottenere tutto!) sperimenta unicamente la sua im-potenza; che nell’impossibilità di rendere eterni gli attimi di piacere terreni, sperimenta la sua finitudine. E perciò dispera.

Dopo questa fase della sua vita, nel 1838 si converte e nel 1840 si fidanza con Regina Olsen: riflette così sulla vita etica, rappresentata dal marito fedele.

Per l’esteta la donna è solo oggetto di seduzione, senza innamoramento: infatti egli cerca sempre se stesso, anche negli altri; cerca, narcisisticamente, conferme alla propria “autostima”, e ne  ha continuo bisogno perché l’io che sta solo davanti a se stesso non si basta mai.

Ma, con la disperazione, arriva l’ora della verità, l’ora di scegliere davvero; arriva anche l’ora dell’innamoramento, che è stare davanti all’altro, come persona, e non come cosa, come dono di Dio, miracolo, e non come una propria conquista.

L’innamoramento non è una scelta solo umana (“dalle mani di Dio riceviamo chi amiamo”), ma un “miracolo”, “un dono di Dio, ma nella decisione del matrimonio gli innamorati si rendono degni di riceverlo”, così che “un uomo è un marito solo quando assume la “decisione religiosa” del matrimonio. K. parla di decisione “religiosa” perchè accogliendo il dono dell’amore, il coniuge coglie la sacralità dell’altro come dono, e decide il salto del matrimonio: quella decisione è finita e infinita, umana e divina, “firmata in cielo e controfirmata poi nella temporalità”.

Il matrimonio è “sintesi di amore e decisione”, perchè gli sposi si assumono il “dovere di amarsi reciprocamente”; è il sì del giorno delle nozze, ma anche il sì di tutti i giorni, un ri-scegliere ogni istante, rendendo l’istante durevole, tenendo insieme sensi e spirito, e immettendo l’eternità del per sempre, nel tempo, nel quotidiano, così da fecondare il finito con l’infinito.

“Il passo dell’amore è leggero come quello della danza sui prati, ma la decisione sostiene il danzatore stanco, finché la danza ricomincia”

Infine, K. decide che è il tempo di un impegno assoluto per l’Assoluto. Se l’esteta è il singolo “davanti a sè”, il marito è il singolo “davanti agli altri” (moglie, figli, società, ed anche Dio), l’uomo che fa la scelta religiosa, come Abramo, è colui che sta solo “davanti a Dio”: è il singolo che coglie la propria insufficienza, la propria dipendenza dall’Infinito, e che sceglie, con un atto di volontà che è il “salto mortale” nella fede, il tuffo là dove l’acqua “ha la profondità di settantamila piedi” (cioè nell’immensità del mare), di “lasciarsi fare” da Dio, in un rapporto personale, unico con Dio. La fede non è tanto credere in Dio (per quello basterebbe la ragione), ma fidarsi ogni istante di lui, anche nelle vicende più paradossali (dove la ragione non basta più).

Per capire meglio K. bisogna contrapporlo alle filosofie imperante del suo tempo: per lui il singolo “esiste davanti a Dio, può parlare con Dio in qualunque momento”.

Al contrario le divinità di Hegel sono la Nazione, lo Stato, una generica Umanità capace di autoredenzione, che marcia inevitabilmente verso un progresso inarrestabile: ma così la mia vita, la tua vita perde qualsiasi valore. Così la vita è una banalità, senza rischi, senza salti coraggiosi, senza scelte. Basta seguire la storia, tutto è già scritto.

Lo stesso nel sistema di Marx: esistono le classi sociali, non i singoli; così nelle dottrine razziali: esistono le razze, non Giuseppe, o Francesca; così i positivisti: l’Umanità di Comte marcia, grazie alla scienza, verso la Salvezza.

K ha visto arrivare la società di massa, la massificazione prodotta dalle ideologie politiche e dalle filosofie di Hegel, Marx, Comte…  e dai giornali: i giornalisti prima convincono la gente che occorre avere un’ opinione su ogni cosa, poi le vendono un’ “opinione che malgrado la sua inconsistenza viene fabbricata ed indossata come un articolo di prima necessità”.

La colpa della stampa non è solo che fornisce pensieri già masticati, che non di rado “finge di riferire un fatto, e intende produrlo”, ma anche che i giornalisti, “adulatori della folla”, “adulatori del tiranno”, contribuiscono alla massificazione incalzante, alla creazione di mode imperanti, mettendo all’angolo il singolo. I tiranni del Novecento non useranno la stampa per dirigere le masse senza volto?

K., dopo una vita dedicata alla scrittura, muore domenica 11 novembre 1855: ai funerali si assiste ad un inaspettato trionfo di popolo.

 

 

Tutte le puntate precedenti le trovate qui.

 

 

 

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